IL DEMONE MERIDIANO

La tradizione spirituale orientale la chiama “akedia”, o “il demone meridiano”: un misto di accidia ed ira che spinge all’introversione più buia e rigetta fuori l’uomo nella comunità con gli artigli sguainati contro i fratelli. Così si arriva a “combattere il manicheismo” comportandoci da perfetti manichei. Le fazioni nella Chiesa –catto-comunisti, catto-liberali, spiritualisti, materialisti, manichei, bergogliani e anti-bergogliani – originano tutte da qui

di Paul Freeman per © La Croce quotidiano

Il Demone della Tristezza, un buco nero

La Tristezza nasce dalla superbia

Perché ti rattristi, anima mia,
perché su di me gemi?
Spera in Dio: ancora potrò lodarlo,
lui, salvezza del mio volto e mio Dio. (Sl. 42,6)

Di solito leghiamo la tristezza ad un qualche stato depressivo o meglio di melanconia. Nei nostri tempi, carichi di politicamente corretto, si depreca la rabbia e l’ira ma non la tristezza. Questo perché la tristezza conserva una specie di fascino dell’introspezione ma, sotto sotto, se siamo attenti, è perché essa è lo specchio migliore di un cuore superbo.
La Tristezza, ha prolungato, culturalmente, quel sentimento di Tristano e Isotta, distorsione dell’amor cortese, che celebra sé stesso e non l’amato.
In tempi più recenti quello dell’eroe romantico che sfida il destino, contro tutto e tutti, in una sorta di martirio nichilistico che si nutre del nulla ma, in definitiva, posto a celebrare sé stesso.
Il Demone della Tristezza, in certo qual modo, rivela le fondamenta e l’epilogo del soggettivismo: il culto di sé finanche nella sofferenza estrema.

Nella tradizione dei padri orientali i vizi, come già detto, non sono solo sette ma secondo le scuole otto o addirittura nove. In un famoso trattato ascetico di Evagrio Pontico (monaco cristiano del IV secolo d.C.), la Practikè, l’autore elenca gli otto ostacoli che ci separano da Dio. Questi ostacoli sono chiamati loghismoi, che letteralmente vuol dire “pensieri”. Pensieri cattivi che dividono l’uomo da sé stesso e dalla via naturale e sovrannaturale del bene.
Hanno dunque funzione diabolica, divisoria.
Il grande lavoro introspettivo alla luce della Tradizione e della Parola compiuto dai Padri del deserto, che hanno cercato la via della santità con una vocazione eremitica e comunitaria nel deserto, ha colto nel “Demone della Tristezza” un potente e feroce nemico del cuore dell’uomo.

Perché?

Perché la Tristezza, a differenza di altri vizi di natura improvvisa, come l’ira o come la lussuria, non è una perversione necessariamente di una virtù, di una cosa buona, ma un sentimento perverso chiuso che guarda sé medesimo e che trova, addirittura, nella sofferenza il suo alimentarsi.
Il Demone della Tristezza gode della frustrazione, della sofferenza e della tragedia, propria e altrui.

La frustrazione generata dal senso di colpa dopo un peccato, ad esempio, è nettare per la Tristezza.
In certo qual modo la Tristezza è quanto di più lontano dal senso del peccato, che è cosa sana, cioè da quanto può portarci seriamente alla conversione.
Dice San Paolo:

“la tristezza secondo Dio produce un pentimento irrevocabile che porta alla salvezza,
mentre la tristezza del mondo produce la morte” (2Cor 7,10).

La Tristezza secondo Dio nasce dal “senso del peccato” ed è in vista di una relazione con Dio. Quindi spinge ad una metànoia, ad una conversione. Ad un sano dolore che porta ad un movimento di comunione e di verità con Dio.
Era la Tristezza “naturale” che poteva sgorgare facilmente nel cuore di Adamo e di Eva che avevano una condizione naturale di visione di Dio e delle sue sante operazioni ben diversa dalla nostra.
Invece proprio Adamo ed Eva lasciano spazio al sentimento “carnale” e “mondano” del “senso di colpa.
Distruttivo.
Cioè quella ricerca di sé nonostante sé e nonostante la realtà, fuori di sé e del proprio cuore.
Qui si colloca il “Demone della Tristezza”.
La Tristezza infatti cerca l’essere nel non essere e nell’abbrutimento dell’essere stesso, ed è alleata profonda della disperazione.
Anzi la disperazione è figlia del Demone della Tristezza. Come spiegarla?

Forse le categorie che abbiamo introdotto nel ciclo di riflessione sui Bisogni Fondamentali e la Filautia ci possono aiutare (Serie di riflessioni sui Bisogni fondamentali e la Filautia).

La Tristezza è legata anch’essa al Bisogno di Identità.
Quando questo bisogno, buono e propedeutico all’essere dio in Dio, figli nel Figli, è stato ferito, esso cerca spasmodicamente un poter essere e, talvolta, anche a costo di essere senza Dio. Il quale è appunto l’anticamera del nichilismo e del nulla, la disperazione.
La Tristezza, dunque, è frutto di un animo superbo e dell’assurdo ontologico che la Superbia (Il grande peccato: la superbia), la vanagloria e la vanità portano in sé. E tale demone si inserisce perfettamente anche in anime che hanno maturato una certa virtuosità.
Anche in anime molto avanti nel cammino di santità.
Un certo culto disordinato delle devozioni, della “teologia della croce”, di uno smodato ruolo di essere salvatori e/o salvatrici delle situazioni.
Un non distaccato ruolo di leaderismo.
Un bisogno reiterato di trovare vittime per fare le crocerossine o i crocerossini è il segno che l’io sta mendicando in “cisterne screpolate”.
C’è quasi un sesto senso nelle anime in preda al Demone della Tristezza, esse trovano situazioni o persone che possano farle sprofondare o confermare ancora di più in questo stato malato. Anzi auto-malato.
Si crea dunque un circolo vizioso allargato. Che spegne la Carità e porta alla mormorazione e alla detrazione. Al cinismo ed alla auto-consacrazione.
Un circolo “tanatofilo”, amante della morte.
Non si dimentichi le attuali campagne pro-eutanasia. Personali e collettive.

Questo auto-alimentarsi nel nulla è tipico del primo angelo, portatore di Luce, caduto nei miasmi di sé stesso (satana, il nemico dell\’uomo e ladro della gioia). Egli è il primo Triste, secondo questa accezione. Confermato nella Tristezza, che è l’Inferno.

La scrittura dopo di Lui ricorda proprio Adamo ed Eva che, in preda alla Tristezza, si sentono nudi e si nascondono da Dio. Ma, come dicevamo in una approfondita riflessione esegetico-spirituale su queste pagine (L’amore di sé e i tre #bisogni fondamentali), non cercano di uscire dalla tristezza e generano la violenza dello “scaricamento della responsabilità” e dell’accusarsi a vicenda. Della divisione.
Il triste, infatti è un cuore solo, incapace di comunione.
Ma di questa incapacità e di questo inferno si nutre.
Pertanto dire “l’inferno sono gli altri” (“l’enfer, c’est les autres”, Jean-Paul Sartre) è la manifestazione di un cuore immaturo che è incapace di uscire dal bozzolo della Tristezza che ogni giorno si costruisce e si auto-edifica, per poter essere.
Soffro dunque sono.
Qui compie il suo Bisogno di Identità. Ed è il culmine della Superbia proprio perché non disordina un bene ed un buono, ma si alimenta del vuoto prodotto dal suo cuore.
Il Demone della Tristezza, dunque, si lega bene con l’immaturità ed il narcisismo ed anche con alcune forme di omo-erotismo.

Tuttavia il primo personaggio che la Sacra Scrittura indica esplicitamente in preda alla Tristezza è Caino. Egli è triste perché guarda la sua “non riuscita”.
Non gioisce di quanto ha potuto fare e non gioisce di quanto ha fatto il fratello ma si rinchiude in un sentimento di Tristezza che, covato, porterà prima all’invidia ed alla gelosia e poi all’ira (orgè) ed infine all’omicidio.

Ma Dio, che gli vuole bene, e che conosce il cuore dell’uomo, gli dona un consiglio, una parola di vita fondamentale, suggerimento della mente, calore del cuore, forza nelle mani:

«Perché sei irritato e perché è abbattuto il tuo volto? Se agisci bene, non dovrai forse tenerlo alto?
Ma se non agisci bene, il peccato è accovacciato alla tua porta;
verso di te è il suo istinto, ma tu dòminalo» (Gn. 4,6-7)

La Tristezza e l’empietà

Il Demone della Tristezza è legato strettamente all’empietà.
Cos’è l’empietà?
È il contrario della Pietà, cioè dell’affezione verso Dio.
Ne abbiamo parlato in passato quando abbiamo parlato dei doni dello Spirito Santo (Il dono della Pietà).
Proprio questo dono, la Pietà, è un moto di affezione, di tenerezza, di sostegno, che parte da Dio.
Dio la dona a Caino e si rivolge a lui come un padre, quasi come una madre.

«Perché sei irritato e perché è abbattuto il tuo volto?
Se agisci bene, non dovrai forse tenerlo alto?
Ma se non agisci bene, il peccato è accovacciato alla tua porta;
verso di te è il suo istinto, ma tu dòminalo» (Gn. 4,6-7)

Dio, dunque, cerca di prevenire quello che potrebbe accadere se Caino coltiva in sé il Demone della Tristezza. L’invidia e la gelosia, il ripiegamento su di sé, il “volto abbattuto”, lo porteranno, infatti, all’omicidio.

Qual è il meccanismo che agiva nel “volto abbattuto” di Caino?
Non la pietà verso Dio. Non l’affezione verso l’Altissimo, ma il “culto dei torti subiti”.
Questo era l’altare dell’offerta per Caino, manifesto e nascosto, che pian piano lo porterà ad essere sordo alla grazia ed alla potenza rigenerante e guarente della Parola e lo porterà a considerare anzitutto il fratello, altro da sé, a spezzare la comunione:

“Sono forse io il custode di mio fratello?” (Gn. 4,9).

Questa affermazione di Caino è una “Professio della Tristezza” coltivata, che prima lo ha portato alla fazione, al secare sé stesso da Dio, da sé medesimo e dalla sua famiglia, quindi al settarismo, e poi all’omicidio.

È un bene che Dio lo porti qui, a svelare il “pensiero”, il loghismoi del suo cuore, la sua Tristezza, perché così lo porta alla luce perché possa ritornare (Shuv) a Dio, a sé stesso ed ai suoi.

“Riprese [Dio]: «Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo! Ora sii maledetto lungi da quel suolo che per opera della tua mano ha bevuto il sangue di tuo fratello. Quando lavorerai il suolo, esso non ti darà più i suoi prodotti: ramingo e fuggiasco sarai sulla terra». Disse Caino al Signore: «Troppo grande è la mia colpa per ottenere perdono? Ecco, tu mi scacci oggi da questo suolo e io mi dovrò nascondere lontano da te; io sarò ramingo e fuggiasco sulla terra e chiunque mi incontrerà mi potrà uccidere». Ma il Signore gli disse: «Però chiunque ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte!». Il Signore impose a Caino un segno, perché non lo colpisse chiunque l’avesse incontrato. Caino si allontanò dal Signore e abitò nel paese di Nod, ad oriente di Eden.” (Gn. 4,10-16)

La medicina comminata da Dio è quella di una cura e di un ritorno alla vita.

Dio spezza il gioco di morte, di cui parleremo a breve, la fazione che genera fazione, la divisione, e l’omicidio.

E quanto è importante la medicina data da Dio.
Quanto è importante la dimensione medicinale dopo il peccato e, talvolta, prima che esso venga consumato.

Beato chi ne coglie la dolcezza, dietro l’amarezza temporanea.

“Gettiamoci nelle braccia del Signore
e non nelle braccia degli uomini;
poiché, quale è la sua grandezza,
tale è anche la sua misericordia”. (Sir. 2,18)

La Tristezza e le fazioni vittimistiche

Don Fabio Rosini, in una bella catechesi su tale demone, quello della Tristezza, porta ad esempio l’iperbole, del popolo tedesco, convinto da Hitler di essere vittima degli ebrei, tale da scatenarne la persecuzione.

C’è molto del vero in questa iperbole che illumina il macrocosmo dei demoni che affliggono interi gruppi di persone, addirittura di popoli: quello di essere vittime.
Caino si sentiva una vittima e aveva spezzato la comunione con Abele e da qui, da questa divisione nasce il vittimismo mortifero che lo porterà all’omicidio.

Così si comportano i vittimisti, in preda al Demone della Tristezza, sono faziosi e portano alla fazione.
Alimentano il distinguo, non per una comunione maggiore e verso un orizzonte di Eternità in Dio, ma per una divisione eterna. Una condanna eterna.

Però, mentre dobbiamo stare molto attenti a non cadere nel Demone della Tristezza e non essere tra coloro che si percepiscono come vittime dobbiamo, nel contempo, gettare ponti di comunione o, perlomeno, ed è arte di Carità, non alimentare reazioni vittimistiche inadeguate.
Per il bene dell’altro e per il bene della comunione.

Cerco di spiegarmi.

Molto bello e prezioso il gesto di Papa Francesco di includere nel Giubileo della Misericordia i fratelli della Comunità di San Pio X (“Lettera del Santo Padre Francesco al Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione all’approssimarsi del Giubileo Straordinario della Misericordia” e “Misericordia et misera”). Riconoscere il valore di altre prospettive, nell’alveo della cattolicità, e saperle orchestrare senza stigmatizzare è il compito di un pastore.
Orchestrare significa valorizzare ogni strumento e colui che lo suona.
Non certo dire al flauto tu sei un clarinetto o alla gran cassa tu sei un violino.
Ognuno ha il suo ruolo nell’economia del Regno ed ognuno, non senza tensioni dialettiche, porta il suo contributo.
Quello che a volte appare dissonante è sinfonia che sta preparando lo Spirito del Signore, magari accordando gli strumenti; con arte.
Perché anche la Pastorale è Liturgia e qui si fonda.

Meno bene, invece, facciamo noi, e specie chi per bisogni (sì bisogni rimossi o negati o comunque non esternati alla coscienza), vive di “identificazione proiettiva” o “bisogno di piacere al capo”. Ogni papato ha i suoi.
Sovente quando noi cadiamo in queste trappole dello spirito della Tristezza siamo fazionisti, divisori.
Chiamiamo “satana” i nostri nemici o chi non la pensa come noi.
Trolliamo in su ed in giù per i social alla ricerca di esternare la nostra tristezza (vile e fonte di detrazione) con la patina di servire il Regno mentre stiamo solo alimentando divisione, nichilismo, mormorazione, invidia, gelosia e morte. Siamo amanti della infelicità, amanti della tristezza.

Tu dici: “Sono ricco, mi sono arricchito; non ho bisogno di nulla”,
ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo. (Ap. 3,17)

Cerchiamo la morte dell’altro (ora, stesse da parte!), ma ci fermiamo alla “morte civile”, giusto per non passare per incivili e svelare al pubblico e a noi stessi il marcio che abbiamo nel fondale del cuore. Il dramma è che così alimentiamo il Demone della Tristezza che portiamo dentro e rafforziamo il baratro del cuore. Cosa ancora più grave, alimentiamo le divisioni e le fazioni e non spezziamo le catene di morte come fa Dio:
«Però chiunque ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte!».

Insomma rafforziamo il Demone della Tristezza in noi e nei fratelli.
Manichei combattiamo il manicheismo.
Pertanto ecco fiorire analisi sommarie che condannano non le idee e i comportamenti, con un sano giudizio, ma identificano le idee e i comportamenti con chi li professa e li vive, stigmatizzando.
Catto-comunisti, catto-liberali, materialisti, spiritualisti, manichei, bergogliani e antibergogliani, farisei, lassisti, ecc.

Sui farisei, poi, dobbiamo capirci.
Gesù non stigmatizza una categoria, Gesù condanna un modo ipocrita di pensare e di agire. Ed i farisei non sono necessariamente dei “conservatori” ma possono essere, comodamente, anche dei “progressisti”. Ed in maniera più sopraffina.
Gesù, invece, ha cura dei farisei e stima il loro ruolo, per questo giudica il loro modo di ragionare e le loro pratiche che odorano di ipocrisia.
È dall’amore e dall’appartenenza che sgorga il “guai!” di Cristo, maestro e Signore.

Dobbiamo dunque negare ogni giudizio?

No, ma dobbiamo educare il cuore, la mente e la lingua a considerare che prima delle idee di una persona o del suo comportamento c’è il bene della sua essenza, di quel volto, di quegli occhi, di quella storia e, non in ultimo, che Cristo è morto e risorto per quel “nostro nemico”. Foss’anche un nemico conclamato della Chiesa.

Questo non significa essere “buonisti” o “tatticamente buoni”, e magari dei “buon-intenzionisti”, ma, piuttosto di stare, sempre, alla scuola del cuore del Padre che per la bocca del Figlio, nostro Signore dice:

“Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente; ma Io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra; e a chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà a fare un miglio, tu fanne con lui due. Dà a chi ti domanda e a chi desidera da te un prestito non volgere le spalle.
Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti.” (Mt. 5,38-45)

Questa scuola, inoltre ci aiuta a cogliere quello che lo Spirito sta dicendo attraverso il nemico che, forse, abbiamo stigmatizzato, e che potrebbe essere prezioso per noi e per il bene comune.

Ed ancora..
Che senso può avere ergersi ad interprete, autentico ed autenticato, del magistero petrino, sotto ogni pontificato, ed alimentare correnti e contro-correnti.
La vera corrente e la vera contro-corrente è la santità a cui ci chiama il Padre, per il Figlio, nello Spirito Santo.

Chi è in preda al Demone della Tristezza fa dipendere tutto da sé stesso e dagli effetti devastanti dell’omicidio, sotto ogni forma. Con le azioni, con la voce, con la tastiera di un pc, con le rigide stigmatizzazioni, con le correnti sottobanco e le tattiche che mancano gravemente alla Carità.

Chi si incammina nella via della conversione, pur facendo tutto il bene, il vero ed il giusto di cui è capace, restituisce il “potere a Dio”.
Sempre.
Non si appropria di nulla. Neanche delle ragioni.
Non ruba, non è ladro, ma grato.
Perché questo è il sentimento della Pietà, la lode, la gratitudine e la restituzione.

E come ieri poteva stupirci la conversione di un peccatore, magari pubblico, domani potrebbe stupirci la conversione di un “rigido fariseo”.
“Si è forse raccorciato il braccio di Dio?” (Nm. 11,23) o non si è forse raccorciato il nostro, di braccio, ed intorpidito il cuore?
Non si è forse obnubilato il nostro sguardo auto-confermandoci in uno status delirante di Tristezza che schiaccia tutto e tutti, con la prepotenza del “nemico di Dio”?

Combattere la Tristezza

“Rallegratevi nel Signore, sempre;
ve lo ripeto ancora, rallegratevi.” (Fil. 4,4)

Ma come si fa a comandare la gioia?

Come dicevamo, il Demone della Tristezza spezza la comunione ed alimenta la divisione.
Divisione con Dio, con i fratelli e con sé stessi. Essa tende a far sprofondare nel buco nero pur di essere.

Spezzando il circolo della Pietà spegne pian piano l’Amore e si diventa cinici, freddi, sclerocardici, insensibili, distaccati e distanti, ed incapaci di gioia.
Si vede solo cose tristi, scritti tristi, riflessioni tristi, film tristi, musiche tristi, si accentua quello smodato culto di sé, infantile e narcisistico.
Si ama la lamentela e le situazioni vengono rese senza Speranza e senza Sapienza.

Ed allora?

Allora occorre una scelta.
La scelta della gioia nel Signore, la scelta dell’Amore.
Nessuno si può dare la gioia ma ciascuno la può scegliere per riceverla.
Proprio il Signore è pronto a donarla nel momento che si ri-costruisce il circolo della Pietà. Anche perché il nostro cuore è fatto per Dio e dove Dio manca, il profondo abisso si rinchiude in sé nei miasmi della disperazione.

Come sarebbe stata diversa la nostra storia e la nostra ferita se immediatamente Adamo ed Eva fossero corsi a Dio con le parole di Davide:
“Ho peccato contro il Signore!” (2Sam. 12,13)

La prontezza nello stanare il Demone della Tristezza ci conferma, pian piano, nello Spirito della Gioia e della lode.

La Tristezza opera il distacco dal fratello, invece la gioia nel Signore opera il distacco dal peccato del fratello e, nel contempo, lega il nostro cuore al suo cuore ferito, con la Misericordia di Cristo.

Ricordava San Francesco nella regola non bollata al cap. 5, 7-8
“.. E si guardino tutti i frati, sia i ministri e servi sia gli altri, dal turbarsi e dall’adirarsi per il peccato o il male di un altro, perché il diavolo per la colpa di uno vuole corrompere molti, ma spiritualmente, come meglio possono, aiutino chi ha peccato, perché non quelli che stanno bene hanno bisogno del medico, ma gli ammalati.”.

La Tristezza dunque porta al cinismo, mentre la Carità porta alla misericordia. E qui risiede la gioia.
Perché noi non siamo fatti per la gioia e il godimento, ma per l’Amore; per amare nell’Amore e per Amore.

Quando questo accade c’è l’estasi, l’uscire da sé e c’è la vera estetica, quella non narcisistica, e la vera Gioia. Inamovibile.

“Il frutto dello Spirito invece è amore,
gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé;
contro queste cose non c’è legge.” (Gal. 5,22-23)
La gioia è dunque un effetto che supera l’intenzionalità e persino la scelta stessa di perseguirla.
Essa è il vento della corsa verso il bene e verso Dio.
La gioia è un frutto dello Spirito Santo e fa parte di un processo.
Fa parte di quelle cose che non si possono creare in sé, come il piacere, la soddisfazione, la felicità, la spontaneità, il buonumore.
Viene sperimentata come un dono, qualsiasi cosa io faccia per procurarmela direttamente fallisce. «Voglio divertirmi!» è un assurdo.
Io posso volere il bene, e allora mi sarà regalata la gioia. Qui si zittisce il Demone della Tristezza. “Taci, calmati, alza il tuo volto!”
Se dunque scelgo il bene nel Signore, avrò la Gioia del Signore.
Ne conosci una eguale, anima mia?

http://www.lacrocequotidiano.it – 22 luglio 2017

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SAN TOMMASO E LA PUREZZA

La confermazione in grazia comporta una certa impeccabilità.
Si precisa però: non un’impeccabilità intrinseca, ma estrinseca, e cioè per una particolare assistenza divina.

Secondo il pensiero comune dei teologi chi è confermato in grazia rimane immune dal peccato mortale, ma non da quello veniale e dalle imperfezioni, come avvenne per san Pietro che a motivo della sua doppia condotta (fatta in buona fede) fu duramente ripreso da san Paolo.

Solo la Beata Vergine Maria ricevette un grado di grazia così alto da rimanere immune anche dal peccato veniale e dalle imperfezioni.

Il B. Raimondo da Capua, parlando del matrimonio spirituale di santa Caterina da Siena con Nostro Signore, afferma che la Santa ebbe come conseguenza quella confermazione in grazia di cui godettero gli Apostoli dal giorno di Pentecoste e di cui fruì anche San Paolo quando gli fu detto “Ti basti la mia grazia” (2 Cor 12,9) (S. Caterina da Siena, Legenda maior, I, 12).

Secondo san Tommaso gli apostoli furono tutti confermati in grazia nel momento della Pentecoste.
Lo fu anche San Giovanni fin dal grembo di sua madre.
Lo fu pure san Giuseppe nel quale, al dire di alcuni, il fomite della concupiscenza era inoperante e dal momento della coabitazione con Maria fu addirittura estinto.

Questa confermazione nella purezza fu così potente che per tutto il resto della vita non passò neanche il più piccolo pensiero impuro nella mente di San Tommaso, come egli stesso confidò prima di morire a fra Reginaldo, il suo primo segretario (Processus canonizationis S. Thomae, p. 291).
Fra Reginaldo raccolse l’ultima confessione di san Tommaso, prima di morire e disse in seguito che era così semplice e puro da parere un bambino di 5 anni.

L’articolo completo si trova qui: http://ht.ly/gMFY308SRsI

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INCARNARE LA FEDE NELLA VERITA’

“[…] Credo che sia importante sottolineare che la fede, perché sia concepita in modo corretto, debba trovare riscontro in una pratica di vita. Fede e vita non vanno mai scisse tra di loro, pena un’inaridimento della fede ed uno svuotamento della vita. Tuttavia, non si deve dimenticare, innanzitutto, che astrarre significa rendere intelligibile ciò che, a causa della sua materialità, non lo è.

Quindi il termine astrarre non indica quello che troppi pensano, cioè usare un linguaggio arido che prescinde dalla concretezza della realtà, bensì semplicemente usare l’intelligenza, così come ci è stata donata, per conoscere ciò che è realmente intelligibile, tenendo conto del principio che dice: de singolaribus non est scientia. Vale a dire: solo Dio ha la conoscenza dell’individuale, poiché il nostro modo di conoscere non può che basarsi sull’universale in quanto astratto, appunto, dalla cosa singola e quindi sempre in stretto rapporto con essa, senza però identificarsi in essa.

[…] Incarnare la fede non richiede svuotarla dei suoi dogmi, delle sue verità, perché l’atto del credere è sempre e comunque un assenso dell’intelletto speculativo e non un sentimento individuale. Certamente, tale atto è preparato dalla volontà in quanto mossa dalla grazia, ma non va confuso con l’atto proprio della carità che è specifico della volontà.

E’ pur vero, tuttavia, che la fede, essendo atto soprannaturale che partecipa all’intellettualità divina in cui la sfera speculativa e quella pratica sono tutt’uno, avrà anche in sé, come elemento proprio, l’esigenza di realizzare nella vita ciò in cui si crede, quindi una certa unione dell’elemento speculativo con quello pratico, in forza, appunto, della sua partecipazione alla intellettualità divina”.

 

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LA GIOIA DELL’UMILTA’

everghetinos-2«Nessuno mente tanto come chi mi loda e mi dice beato», diceva abba Zosima. «E nessuno dice la verità come quelli che mi biasimano e mi disprezzano.» Il valore inestimabile delle offese subite è un tema ricorrente negli insegnamenti dei Padri del deserto ed è strettamente collegato all’imitazione di Cristo: Egli, figlio di Dio, soffrì offese, ingiurie, patimenti e violenze senza rispondere, e senza turbarsi; noi, mortali peccatori, dobbiamo almeno tentare di seguirlo. Perciò dobbiamo essere grati a chi ci offende, perché ci mette in condizione di porre in atto questo tentativo, cosa che da soli non potremmo fare: infatti, «non è di umili sentimenti chi si disprezza da se stesso, ma chi accetta con gioia insulti e disonore da parte del prossimo».

La lode, per contro, è un veleno. «Disse un anziano: “Chi loda un monaco, lo consegna a satana”.» Sia perché qualsiasi lode non tiene conto delle mancanze di chi viene lodato – che anche se non si vedono, ci sono –, sia perché la lode alimenta il fuoco maligno della vanagloria. Ben venga quindi persino la calunnia, l’accusa immotivata, il biasimo immeritato, il giudizio perverso – come ci ricorda abba Poemen: «Qualunque difficoltà ti capiti, la vittoria sta nel tacere».

E ben vengano addirittura i soprusi, le angherie, le percosse. I cenobi del monachesimo delle origini sono pieni di santi monaci che tutto sopportano e si fanno carico dei compiti più bassi, alla ricerca della perfetta e costante umiliazione: Pinufrio si occupa con gioia del letame, mentre Marcello cura gli asini e considera quel servizio alla stregua di una benedizione, tanto che «chiese di venire assicurato per iscritto che non lo avrebbero mai tolto da quel lavoro». La cosa curiosa è che a umiliare tali campioni della virtù, e talvolta anche a picchiarli, sono alcuni dei loro confratelli. Un abba, ad esempio, «veniva insultato e sbeffeggiato da tutti, spesso anche ingiustamente battuto, ma tutto sopportava generosamente, senza mai accusare nessuno di alcunché»; mentre Eufrosino, «quasi sempre tutto nero e sporco [perché lavorava in cucina], era esposto al riso e alle beffe dei fratelli più negligenti, che gli facevano continuamente piovere addosso rimbrotti, insulti e scherni»

https://monachesimoduepuntozero.com/2016/02/13/scherni-soprusi-e-senape/

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I MONACI NON FANNO LOCANDA

Nel giorno della beatificazione del cardinale Alfredo Ildefonso Schuster, che veniva sancita esattamente vent’anni fa da Giovanni Paolo II, le edizioni dell’Abbazia San Benedetto di Seregno pubblicavano un’antologia di brani tratti dalle principali opere di argomento monastico del famoso vescovo di Milano1. «Forse nessun monaco come lui, diventando vescovo, è rimasto monaco fino in fondo», testimonia Pelagio Visentin2 introducendo la scelta di testi da La «Regula monasteriorum, La vita monastica nel pensiero di san Benedetto e Un pensiero quotidiano sulla Regola di san Benedetto, pubblicati nel decennio 1942-1951 e che cercherò ovviamente di recuperare in qualche modo (in particolare gli otto, diconsi otto, volumi dei Pensieri sulla Regola).

Ci sono almeno tre aspetti che mi hanno colpito di questo che tocca definire «aureo libretto». Anzitutto la dimensione pratica su cui spesso si sofferma il cardinale: la sua preoccupazione, abbaziale e pastorale, è volta alla conduzione delle comunità, al loro resistere o adattarsi alle trasformazioni del mondo circostante, al mutare della consuetudine che deriva dal mutare degli individui. In un costante confronto con le sue esperienze, il vescovo ammonisce ad esempio contro «la soverchia cura economica o edilizia» che fa dimenticare la crescita spirituale per quella degli edifici; oppure contro un’interpretazione scomposta dell’ospitalità: «Si distingua bene tra l’ospite in senso cristiano ed i semplici forestieri, o turisti moderni» in modo che il monastero non si trasformi «in un’azienda alberghiera, o in un centro di sport», e non si parli di conti, «perché i Benedettini offrono bensì ospitalità, ma non fanno mai locanda». La carità fraterna, ancora, è fondamentale, ma è bene che i compiti siano assegnati con precisione, «Quando sono incaricati tutti, fa nessuno», e che i detti incaricati siano preparati: «Avverta poi l’abate che, oggi soprattutto, quando la civiltà è tanto progredita, per i diversi uffici della cittadella monastica si richiede una vera competenza scientifica o tecnica. […] Se un cuoco non conosce bene l’arte sua, finirà col rovinare coi grassi gli stomachi più delicati dei religiosi. Se l’addetto alla cantina è imperito…».

Un piccolo particolare mi ha poi confortato. Qualche tempo fa ho usato il termine «macchina» per riferirmi al complesso di regole e comportamenti che consente il buon funzionamento di un monastero, ed ecco che il cardinale Schuster, mettendo in guardia sul cattivo effetto dei monaci accentratori, che vogliono fare tutto da soli e a modo loro, dice: «In queste circostanze, in un monastero tutto il congegno della macchina conventuale si arresta ed irruginisce: un vero disastro!».

L’antiquato e raro «irruginire» evoca il secondo aspetto, minore, che mi è piaciuto, quello linguistico. L’italiano sempre composto del cardinale è piacevolmente desueto, cosa che non sorprende e che è utile a mantenere ben desta l’attenzione: i superiori che «non di rado vanno a dare il capo» contro un grave ostacolo; i monaci che si limitano a «processionare intorno al chiostro»; il «monachino infermiccio», l’«inconsiderato parlare», l’«antico spirito di onnigena unità», la pericolosità degli «zelotipi, ossia i caratteri gelosi», e così via.

Infine, ben più importante, mi ha colpito quello che definirei lo «spirito di corpo» del vescovo benedettino. Da un lato tale spirito si manifesta in una certa apprensione per i monaci che non fanno più i monaci ma qualcos’altro, ad esempio gli studiosi, che ricordano i «girovaghi» di san Benedetto: «Quanti ne ho veduti di monaci intellettuali, investigatori di codici e palinsesti nelle varie biblioteche ed archivi d’Europa, i quali, col troppo stare fuori dai loro chiostri, hanno finito miserabilmente col perdere la vocazione!» Ma anche i guardiani di opere d’arte, che si ritrovano «anche adesso in quei minuscoli cenobi dove restano due o tre religiosi a custodire l’artistico monumento» e che sono regola a se stessi, come i sarabaiti.

Altrove l’apprensione cede il posto a una mite forma di orgoglio monastico: «Talora i monaci non si rendono esatto conto dell’impressione che la semplice osservanza regolare esercita sui secolari». Anche per questo motivo i monaci non devono inseguire il mondo, i suoi modi, i suoi cambiamenti; non devono scimmiottare i laici per puro spirito di «aggiornamento», devono bensì essere al loro stesso livello per cultura e preparazione, ma non dimentichino mai il  «galateo monastico» né il senso della loro vita, che è mettersi alla scuola del Cristo («Il monastero non è il paradiso, ma il purgatorio»), e tra loro si chiamino col nome di fratello («che vuol far dimenticare quello secolaresco di compagno, o di camerata»). È proprio custodendo la loro forma di vita che i monaci, «senza punto uscire dai loro chiostri, anzi senza neppur conversare cogli uomini, possono esercitare una benefica influenza sul mondo contemporaneo».

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  1. Alfredo Ildefonso Schuster, o.s.b., Sapientia cordis. Il racconto della vita monastica, Abbazia San Benedetto Seregno 1996 (20033); volume 14 della pregevole collana verde degli «Orizzonti monastici».
  2. Don Pelagio Visentin (1917-1997), liturgista e monaco benedettino di Praglia, a lungo preside dell’Istituto di liturgia pastorale (ILP) Santa Giustina di Padova, fu figura di spicco del movimento di rinnovamento liturgico acceso dal Vaticano II.

Fonte: https://monachesimoduepuntozero.com/2016/05/12/i-benedettini-non-fanno-mai-locanda-il-cardinale-ildefonso-schuster-o-s-b/

 

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ATTO DI PENTIMENTO

trinità nt«Gesù, infinita Misericordia, che perdonasti a Levi e lo vocasti a Te, perdonaci i nostri peccati, perché l’averti offeso è il nostro dolore.

Gesù, infinita Misericordia, che perdonasti alla Maddalena e la unisti alle Donne sante e fedeli, perdonaci i nostri peccati, perché l’averti offeso è il nostro dolore.

Gesù, infinita Misericordia, che perdonasti a Zaccheo e ne facesti un tuo discepolo, perdona i nostri peccati, perché l’averti offeso è il nostro dolore.

Gesù, infinita Misericordia, che perdonasti all’adultera e soltanto le desti il divino comando di non più peccare, perdona i nostri peccati, perché l’averti offeso è il nostro dolore.

Gesù, infinita Misericordia, che perdonasti al ladrone pentito conducendolo teco in Paradiso, perdona i nostri peccati, ché l’averti offeso è il nostro dolore.

Gesù, infinita Misericordia, che perdonasti a Pietro d’averti rinnegato, perdona i nostri peccati di infedeltà, perché l’averti offeso è il nostro dolore.

Gesù, infinita Misericordia, che dall’alto della croce invocasti il perdono del Padre per i tuoi nemici e crocifissori, ottienici il perdono del Padre per averlo offeso tante volte — Te offendendo, Ss. Verbo del Padre — perché di averlo offeso è il nostro dolore.

Gesù, infinita Misericordia, che tanto perdonasti gli Apostoli da ottenere per essi dal Padre lo Spirito Santo da essi offeso non amando Dio sopra ogni cosa – Te, Dio Incarnato, vilmente da loro abbandonato – e il prossimo loro – Te, Amico e Maestro perfetto – ottienici il perdono dello Spirito Santo per le nostre colpe contro il duplice amore, perché di avere offeso l’amore, essenza stessa di Dio, noi ci doliamo.

Perdonaci, Gesù – Tu, Specchio del Padre, Tu, Frutto del divino Amore – di tutte le nostre colpe contro il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, perché l’avere offeso la Triade Ss. è il nostro dolore, e Tu solo ci puoi levare le macchie delle colpe, perché per rendere monde le nostre anime hai versato tutto il tuo Ss. Sangue.
Vogliamo amarti, o Signore!

Soccorri la nostra debolezza. Soccorrici quando cadiamo.
Infondici il tuo amore perché Tu possa vivere in noi, instaurare in noi il Regno di Dio, farci “una cosa sola” con Te, con Te che sei Uno col Padre, e con Lui e lo Spirito Santo formi il Dio Uno e Trino, nostro Principio e nostro Fine, Origine d’ogni nostro bene presente ed eterno.

Vivi Tu solo in noi, vivi col tuo Spirito, con quel tuo Spirito tutto amore che è lo stesso Spirito che dal Padre e da Te procede, e le nostre anime assecondino i tuoi più leggeri impulsi, onde ogni nostra apparente azione non sia che la veste alle tue reali e nascoste azioni in noi. E così avvenga per la completa fusione, anzi più, per il completo annichilimento della creatura per far vivere solo Tu in noi.

Vivere ed agire, movendo, o eterno e santissimo Movente, ogni movimento delle nostre anime, delle nostre menti, dei nostri cuori, e persino della nostra umanità, perché tutto che è nostro si muova e ti serva nell’amore e con amore, o Dio che meriti tutto il nostro amore e ci chiedi di amarti, perché nell’amore è la Legge, e chi giunge ad amarti con tutto se stesso, e ad amare il prossimo suo come si ama, non pecca più ed ha il tuo Regno, in questa e nell’altra vita.

Vivi Tu solo in noi, o Figlio del Padre che col Padre e lo Spirito Santo sei un unico Dio, di modo che il Padre guardando noi, Te suo Diletto veda, e ci ami in Te e per Te nostro Ospite divino, e per stare con Te in noi inabiti.

Vivi Tu solo in noi, o Verbo incarnato, che fosti concepito per opera dell’Amore eterno, e che mai da Lui sei diviso, onde, pregando lo spirito nostro per lodare l’adorabilissima Divinità Una e Trina e per invocarla nelle nostre necessità e dolori, sia ancora la voce dello Spirito Santo che sale al Trono di Dio per dargli lode perfetta e supplica giusta, accettevoli entrambe al Signore.

Non ti chiedo, o Amore Ss., di farmi vivere una mia personale vita nella grazia, ma ti chiedo di vivere Tu, Grazia, in me, perché io viva realmente la vita della Grazia e mi trasformi e supericrei in un vero Cristo.»

M. Valtorta, Quaderni, 26 maggio 1949

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GESU’ SECONDO LA MATEMATICA

Utilizzando la probabilità statistica nel suo libro Science Speaks, originariamente pubblicato nel 1976 e poi più volte riveduto, lo scienziato statunitense Peter W. Stoner (1888-1980), direttore del Dipartimento di Matematica e di Astronomia del Pasadena City College in California, calcola che il realizzarsi casuale anche di sole otto profezie ammonta a una probabilità di 1 su 100.000.000.000.000.000 ovvero 1 su 10 in potenza 17.

E si spiega con un esempio: se si prende un numero di monete di dollari di argento pari a 10 in potenza 17, con esse si può ricoprire tutta la superficie dello Stato nordamericano del Texas di uno strato spesso due piedi, vale a dire circa 60 centimetri. E quindi lo scienziato osserva: «Ora, segnate una di queste monete e disperdetele per tutto lo Stato. Bendate gli occhi di un uomo e ditegli che può andare lontano quanto vuole, ma che deve trovare il dollaro segnato. Quale possibilità ha di trovarlo? È la stessa probabilità che i profeti avrebbero avuto di vedere compiersi in un uomo le otto profezie da loro scritte, dalla loro epoca fino a oggi, assumendo che le abbiano scritte con la propria saggezza».
Ebbene, la probabilità casuale che un uomo realizzi non 8, ma ben 48 profezie è pari a un numero ancora più enorme, 1 su 10 in potenza 157. Nei Vangeli però Gesù ha realizzato ben 48 profezie, almeno 48 profezie.

La probabilità che dunque Gesù sia stato un semplice uomo i cui gesti siano per caso coincisi con quanto il Messia avrebbe dovuto realizzare a norma di Scritture Sacre è infinitesimale, forse persino meno. A rigore allora di statistica e di matematica, Gesù era Dio.

di Marco Respinti

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VERO, BUONO, BELLO

“Un essere che sia solo vero, ma non più buono, perde la sua bellezza, perché la bellezza è l’esito dell’Unione di Verità e Bontà” (Corrado Gnerre in “Dove lo sguardo trova quiete“)

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VANGELO AI MUSULMANI

In primo luogo, preparare il terreno in silenzio, con la bontà, con il contatto, con il buon esempio: stabilire il contatto, farsi conoscere da loro e conoscerli; amarli, dal profondo del cuore, farsi stimare e amare da loro; con ciò, far cadere i pregiudizi, ottenere fiducia, acquistare autorità – e questo richiede tempo –, poi parlare in privato ai meglio disposti, con molta prudenza, a poco a poco, a ognuno in maniera diversa, in modo da dare a ciascuno quello che è capace di ricevere.

I musulmani sono incapaci di discussione. La fede può nascere in loro, con l’aiuto della grazia, soltanto quando ci saremo imposti alla loro ammirazione e alla loro stima, vivendo in mezzo a loro le virtù cristiane.

Prima di parlar loro del dogma cristiano, bisogna parlare di religione naturale, condurli all’amore di Dio, all’atto d’amore perfetto. Quando saranno arrivati a compiere atti d’amore perfetto e a chiedere con tutto il cuore la luce a Dio, saranno vicini alla conversione. Allorché vedranno uomini più virtuosi di loro, più sapienti di loro, che parlano di Dio meglio di loro, e che sono cristiani, allora essi saranno disposti ad ammettere che forse quegli uomini non sono nell’errore, e saranno pronti a chiedere a Dio la luce. (Charles de Foucauld)

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BLONDET: ATEISMO COME DEFICIENZA

Uno dei troll che mi hanno lordato la casa ha voluto scrivermi un’ultima mail per insultarmi di persona: esibendo al sua superiorità di ateo contro la mia ridicola stupidità e inferiorità di cattolico integralista, difensore di una Chiesa pedofila, eccetera eccetera.

Confesso che – in questo volgere di tempi apocalittici che ormai ci travolgono – sentire uno che dichiara: “Io sono ateo” come fosse una prova di superiorità e libertà, mi fa uno strano effetto. Come si può vantarsi dimancare di una facoltà? Di essere privi di una funzione conoscitiva? E’ come se uno dicesse: guarda, adesso ho perso il senso del tatto, quindi – come vedi – posso afferrare ferri roventi, mettere le mani nelle braci, rovesciarmi addosso pentole bollenti… tutte cose che tu, povero idiota, non puoi fare. Tu non sei libero, io sì.

Ora, quello che costui descrive è il Morbo di Hansen, più comunemente noto come lebbra. La lebbra infatti, come affezione neurologica, fa’ perdere il senso del tatto. E’ per questo che i malati di lebbra nel terzo mondo hanno perduto le dita delle mani; hanno sollevato pentole bollenti e ferri roventi senza sentire dolore. Ma almeno, loro, non si sentono supremamente liberi; si sanno sciagurati e malati.

L’uomo-massa che oggi trionfa è precisamente la forma umana che si vanta di aver perso un supremo organo di conoscenza, quel che Pascal chiamò l”esprit de finesse”, la fine capacità intellettuale di intuire dietro il caso un Ordine, dietro le realtà domestiche una simbologia; di cogliere le più sottili analogie dietro realtà distanti, di presentire un’Intelligenza e un Progetto nel cosmo. No; all’uomo massa hanno detto che il mondo col suo ordine è un puro risultato di “caso e necessità”, tuttavia felicemente (ancorché casualmente) progressista: tant’è vero che dal verme è salito allo scimpanzé e poi al lettore di Repubblica, coronamento ultimo dell’Evoluzione. Sicché l’uomo massa è ben contento di non avere sopra di sé Uno a cui rispondere; si è esercitato per un secolo ad annullare in sé ogni briciola residua di quella facoltà intellettuale troppo fine e impegnativa per lui; adesso ci è riuscito completamente, e vive questo abbassamento come la sua suprema “liberazione”.

Apro una parentesi per ricordare cos’è “L’uomo-massa” per Ortega y Gasset, che l’ha meglio denunciato: non è l’operaio, non è una classe sociale. E’ essenzialmente il tipo d’uomo per cui “vivere significa essere ciò che già è” , senza sforzo di migliorarsi. L’uomo che “vive a suo gusto”, approfittando da sciocco viziato dei beni della civiltà – creata dai suoi antenati – che rendono possibile la facilità della sua esistenza; verso questa civiltà non si ritiene obbligato- almeno alla sua manutenzione; l’uomo massa vive nella civiltà come il selvaggio vive nella natura, nella foresta, come se i jet low cost che gli rendono facili le vacanze all’estero, gli antibiotici che lo guariscono dalla polmonite, i tablet e le auto, fossero prodotti naturali, e non già risultati di duri sforzi, organizzazione complesse e severe discipline sociali elaborate e perfezionate dal passato.

Discipline che lui vede, ormai, come ostacoli alla sua facile e piatta felicità.

Come aveva previsto Ortega y Gasset, l’uomo-massa ha preso oggi il comando del mondo “ di cui sta facendo “un paradiso senza tracce antiche”; naturalmente odia ogni tradizione (1) , se non altro perché gli ricorda una nobiltà superiore a quella a cui abbia mai aspirato. Privatosi della speciale facoltà di cui dicevamo, non solo ha cessato di produrre “arte”: ha prodotto sgorbi cui dà un valore “di mercato”; non contento, sta distruggendo tutte le forme d’arte antica presenti nel mondo (l’ISIS è un modello per ogni uomo-massa, non meno di quanto lo siano i modernisti fra i cardinali  ‘cattolici’) . Ovviamente, insulta chiunque abbia una qualche aspirazione ad una vita un poco più nobile della sua – ricordiamo , “Nobile è chi aspira a un ordine e a una legge” – e lo vuol appiattire al suo livello.

Detto in breve, l’uomo-massa è incapace di mantenere la civiltà. Da quando ha il potere, non fa’ che abbassarla e guastarla. Lui si contenterebbe di “essere quello che già è”; ma il guaio è che l’uomo “lo voglia o no, è un essere obbligato per costituzione a cercare un’istanza superiore” (come disse Ortega, che non era un cattolico). All’uomo si addice dunque il motto della freccia: “O sale o scende”. Non può restare quello che già è. Se si propone questo, scende.

Ha imposto come metodo la privazione della facoltà sottile e raffinata, ha finalmente costruito una società mondiale a sua immagine. Piatta, edonista, volgare, e radicalmente sbagliata. Una società truffaldina alla radice, che ha riportato iniquità che i nostri padri hanno provato per secoli a ridurre; una giustizia sempre più arbitraria in quella che fu la culla del diritto; che ci ha ridotto dal benessere alla miseria, e che adesso sta crollando sotto i nostri occhi, e che probabilmente finirà con una catastrofe di fuoco e di sangue inimmaginabile.

E adesso veniamo all’italiota. All’uomo-massa nella sua versione nostrana. E’ la torma che, di fronte al mio articolo sul “topino”, sulla povera ragazza senza amore né innocenza lasciata morire sulla spiaggia a Messina, ha ululato e vomitato – ormai appartenendo ad una specie subumana che non riesce più a parlare veramente. C’è chi si è sentito offeso, chi urtato da una mia mancanza di delicatezza verso la poveretta: l’uomo massa ha creato una realtà orribile, ma pretende che gliela si edulcori col sentimentalismo. L’uomo-massa ha questo atteggiamento davanti alla morte: non se ne deve parlare. Specie la propria morte non deve essere evocata; vige in lui la superstizione che se non se ne parla, la si scongiurerà, o forse – a lui – non toccherà mai. L’evento più certo della vita umana, non deve esser ricordato al nuovo padrone, al bambino grasso e viziato collettivo che ci domina; cosa che fa dubitare se esista vita intelligente sulla Terra.

Ma fra gli ululanti, ci sono stati anche approvatori. Fra questi cito un medico, chirurgo plastico, che ringrazio

“Preziosissimo Blondet,

Lei ha fotografato perfettamente la situazione del Nulla che abita le giovani anime. Glielo confermo prendendoLe poco tempo.

Il mio lavoro mi porta quotidianamente a scoperchiare il vuoto che ristagna in questi giovani tegami. E non parlo solo di ragazzine che vogliono le tette da pornostar o le labbra a canotto ( che ovviamente verranno utilizzate con uno scopo ben preciso).

Parlo anche dei giovani novelli aspiranti Rocco Siffredi, che, neanche ventenni e ACCOMPAGNATI DALLA MADRE, vengono in ambulatorio e chiedono di aumentare le dimensioni di un già notevole pene perché “Sa dottore, lo faccio per lavoro”. E te lo dicono guardandoti negli occhi senza vergogna. Colla mamma ( impiegata amministrativa presso una delle nostre Asl) che si accolla volentieri le spese dell’intervento. Altro che selvaggi col telefonino, qui siamo ormai arrivati alla fase finale del dannato per scelta. Il brutto ed il cattivo sono percepiti come il bello ed il buono da queste giovani testoline. Il rovesciamento e’ completo e consolidato.

Tuttavia ho speranza – direi anzi ho la certezza- che i suoi nobili sforzi -come i piccoli nostri -di denunciare crudelmente – a crudo!- questo marciume , e di spronare violentemente – a forza quasi..!- gli ultimi residui di umanità in ascolto verso la Sacra Etica ed Estetica sia essenziale per la Vittoria finale.

Direttore grazie quindi!!! Continui ad ispirarci.

dottor cristiano “

Dunque la realtà, da noi, è ancor più orribile di quanto immaginato. Non ci sono solo le discoteche per dodicenni, le mega-discoteche dove i quindicenni si fulminano con l’ecstasi e il come etilico; abbiamo una mamma, impiegata, classe media, che porta il figlio a farsi ingrossare il pene, “per lavoro”. Quale marcio “rapporto educativo” unisce una simile madre a un simile figlio? Questa società è tarlata, corrotta fin nelle fondamenta. Totalmente privata di risorse spirituali, come affronterà la tempesta che viene?

Note

1) Cito ancora una volta la definizione di Evola: “Il termine “tradizionale” nulla ha da spartire con il termine “conservatore”. Una Società Tradizionale non è tale perché adotta le leggi, i costumi e i precetti morali del passato – il che sarebbe “tradizionalismo”, uno scimmiottamento di ciò che è già superato – bensì perché si rifà al »principio tradizionale«, il quale afferma che all’interno di una collettività che voglia dirsi in linea con l’evoluzione del Cosmo, tutti i cittadini si dedicano alla propria realizzazione interiore, ognuno al suo livello e in accordo con le caratteristiche personali. In una società autenticamente tradizionale l’elevazione spirituale dell’individuo è vissuta come l’unico scopo della vita cosciente di un essere umano. Ogni altra attività – politica, economica, scientifica, educativa, artistica – ruota intorno a tale principio e ne è la manifestazione.”

Fonte: http://www.maurizioblondet.it/lateismo-come-deficienza-mentale/

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