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LA GIOIA DELL’UMILTA’

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everghetinos-2«Nessuno mente tanto come chi mi loda e mi dice beato», diceva abba Zosima. «E nessuno dice la verità come quelli che mi biasimano e mi disprezzano.» Il valore inestimabile delle offese subite è un tema ricorrente negli insegnamenti dei Padri del deserto ed è strettamente collegato all’imitazione di Cristo: Egli, figlio di Dio, soffrì offese, ingiurie, patimenti e violenze senza rispondere, e senza turbarsi; noi, mortali peccatori, dobbiamo almeno tentare di seguirlo. Perciò dobbiamo essere grati a chi ci offende, perché ci mette in condizione di porre in atto questo tentativo, cosa che da soli non potremmo fare: infatti, «non è di umili sentimenti chi si disprezza da se stesso, ma chi accetta con gioia insulti e disonore da parte del prossimo».

La lode, per contro, è un veleno. «Disse un anziano: “Chi loda un monaco, lo consegna a satana”.» Sia perché qualsiasi lode non tiene conto delle mancanze di chi viene lodato – che anche se non si vedono, ci sono –, sia perché la lode alimenta il fuoco maligno della vanagloria. Ben venga quindi persino la calunnia, l’accusa immotivata, il biasimo immeritato, il giudizio perverso – come ci ricorda abba Poemen: «Qualunque difficoltà ti capiti, la vittoria sta nel tacere».

E ben vengano addirittura i soprusi, le angherie, le percosse. I cenobi del monachesimo delle origini sono pieni di santi monaci che tutto sopportano e si fanno carico dei compiti più bassi, alla ricerca della perfetta e costante umiliazione: Pinufrio si occupa con gioia del letame, mentre Marcello cura gli asini e considera quel servizio alla stregua di una benedizione, tanto che «chiese di venire assicurato per iscritto che non lo avrebbero mai tolto da quel lavoro». La cosa curiosa è che a umiliare tali campioni della virtù, e talvolta anche a picchiarli, sono alcuni dei loro confratelli. Un abba, ad esempio, «veniva insultato e sbeffeggiato da tutti, spesso anche ingiustamente battuto, ma tutto sopportava generosamente, senza mai accusare nessuno di alcunché»; mentre Eufrosino, «quasi sempre tutto nero e sporco [perché lavorava in cucina], era esposto al riso e alle beffe dei fratelli più negligenti, che gli facevano continuamente piovere addosso rimbrotti, insulti e scherni»

https://monachesimoduepuntozero.com/2016/02/13/scherni-soprusi-e-senape/

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I MONACI NON FANNO LOCANDA

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Nel giorno della beatificazione del cardinale Alfredo Ildefonso Schuster, che veniva sancita esattamente vent’anni fa da Giovanni Paolo II, le edizioni dell’Abbazia San Benedetto di Seregno pubblicavano un’antologia di brani tratti dalle principali opere di argomento monastico del famoso vescovo di Milano1. «Forse nessun monaco come lui, diventando vescovo, è rimasto monaco fino in fondo», testimonia Pelagio Visentin2 introducendo la scelta di testi da La «Regula monasteriorum, La vita monastica nel pensiero di san Benedetto e Un pensiero quotidiano sulla Regola di san Benedetto, pubblicati nel decennio 1942-1951 e che cercherò ovviamente di recuperare in qualche modo (in particolare gli otto, diconsi otto, volumi dei Pensieri sulla Regola).

Ci sono almeno tre aspetti che mi hanno colpito di questo che tocca definire «aureo libretto». Anzitutto la dimensione pratica su cui spesso si sofferma il cardinale: la sua preoccupazione, abbaziale e pastorale, è volta alla conduzione delle comunità, al loro resistere o adattarsi alle trasformazioni del mondo circostante, al mutare della consuetudine che deriva dal mutare degli individui. In un costante confronto con le sue esperienze, il vescovo ammonisce ad esempio contro «la soverchia cura economica o edilizia» che fa dimenticare la crescita spirituale per quella degli edifici; oppure contro un’interpretazione scomposta dell’ospitalità: «Si distingua bene tra l’ospite in senso cristiano ed i semplici forestieri, o turisti moderni» in modo che il monastero non si trasformi «in un’azienda alberghiera, o in un centro di sport», e non si parli di conti, «perché i Benedettini offrono bensì ospitalità, ma non fanno mai locanda». La carità fraterna, ancora, è fondamentale, ma è bene che i compiti siano assegnati con precisione, «Quando sono incaricati tutti, fa nessuno», e che i detti incaricati siano preparati: «Avverta poi l’abate che, oggi soprattutto, quando la civiltà è tanto progredita, per i diversi uffici della cittadella monastica si richiede una vera competenza scientifica o tecnica. […] Se un cuoco non conosce bene l’arte sua, finirà col rovinare coi grassi gli stomachi più delicati dei religiosi. Se l’addetto alla cantina è imperito…».

Un piccolo particolare mi ha poi confortato. Qualche tempo fa ho usato il termine «macchina» per riferirmi al complesso di regole e comportamenti che consente il buon funzionamento di un monastero, ed ecco che il cardinale Schuster, mettendo in guardia sul cattivo effetto dei monaci accentratori, che vogliono fare tutto da soli e a modo loro, dice: «In queste circostanze, in un monastero tutto il congegno della macchina conventuale si arresta ed irruginisce: un vero disastro!».

L’antiquato e raro «irruginire» evoca il secondo aspetto, minore, che mi è piaciuto, quello linguistico. L’italiano sempre composto del cardinale è piacevolmente desueto, cosa che non sorprende e che è utile a mantenere ben desta l’attenzione: i superiori che «non di rado vanno a dare il capo» contro un grave ostacolo; i monaci che si limitano a «processionare intorno al chiostro»; il «monachino infermiccio», l’«inconsiderato parlare», l’«antico spirito di onnigena unità», la pericolosità degli «zelotipi, ossia i caratteri gelosi», e così via.

Infine, ben più importante, mi ha colpito quello che definirei lo «spirito di corpo» del vescovo benedettino. Da un lato tale spirito si manifesta in una certa apprensione per i monaci che non fanno più i monaci ma qualcos’altro, ad esempio gli studiosi, che ricordano i «girovaghi» di san Benedetto: «Quanti ne ho veduti di monaci intellettuali, investigatori di codici e palinsesti nelle varie biblioteche ed archivi d’Europa, i quali, col troppo stare fuori dai loro chiostri, hanno finito miserabilmente col perdere la vocazione!» Ma anche i guardiani di opere d’arte, che si ritrovano «anche adesso in quei minuscoli cenobi dove restano due o tre religiosi a custodire l’artistico monumento» e che sono regola a se stessi, come i sarabaiti.

Altrove l’apprensione cede il posto a una mite forma di orgoglio monastico: «Talora i monaci non si rendono esatto conto dell’impressione che la semplice osservanza regolare esercita sui secolari». Anche per questo motivo i monaci non devono inseguire il mondo, i suoi modi, i suoi cambiamenti; non devono scimmiottare i laici per puro spirito di «aggiornamento», devono bensì essere al loro stesso livello per cultura e preparazione, ma non dimentichino mai il  «galateo monastico» né il senso della loro vita, che è mettersi alla scuola del Cristo («Il monastero non è il paradiso, ma il purgatorio»), e tra loro si chiamino col nome di fratello («che vuol far dimenticare quello secolaresco di compagno, o di camerata»). È proprio custodendo la loro forma di vita che i monaci, «senza punto uscire dai loro chiostri, anzi senza neppur conversare cogli uomini, possono esercitare una benefica influenza sul mondo contemporaneo».

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  1. Alfredo Ildefonso Schuster, o.s.b., Sapientia cordis. Il racconto della vita monastica, Abbazia San Benedetto Seregno 1996 (20033); volume 14 della pregevole collana verde degli «Orizzonti monastici».
  2. Don Pelagio Visentin (1917-1997), liturgista e monaco benedettino di Praglia, a lungo preside dell’Istituto di liturgia pastorale (ILP) Santa Giustina di Padova, fu figura di spicco del movimento di rinnovamento liturgico acceso dal Vaticano II.

Fonte: https://monachesimoduepuntozero.com/2016/05/12/i-benedettini-non-fanno-mai-locanda-il-cardinale-ildefonso-schuster-o-s-b/

 

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ATTO DI PENTIMENTO

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trinità nt«Gesù, infinita Misericordia, che perdonasti a Levi e lo vocasti a Te, perdonaci i nostri peccati, perché l’averti offeso è il nostro dolore.

Gesù, infinita Misericordia, che perdonasti alla Maddalena e la unisti alle Donne sante e fedeli, perdonaci i nostri peccati, perché l’averti offeso è il nostro dolore.

Gesù, infinita Misericordia, che perdonasti a Zaccheo e ne facesti un tuo discepolo, perdona i nostri peccati, perché l’averti offeso è il nostro dolore.

Gesù, infinita Misericordia, che perdonasti all’adultera e soltanto le desti il divino comando di non più peccare, perdona i nostri peccati, perché l’averti offeso è il nostro dolore.

Gesù, infinita Misericordia, che perdonasti al ladrone pentito conducendolo teco in Paradiso, perdona i nostri peccati, ché l’averti offeso è il nostro dolore.

Gesù, infinita Misericordia, che perdonasti a Pietro d’averti rinnegato, perdona i nostri peccati di infedeltà, perché l’averti offeso è il nostro dolore.

Gesù, infinita Misericordia, che dall’alto della croce invocasti il perdono del Padre per i tuoi nemici e crocifissori, ottienici il perdono del Padre per averlo offeso tante volte — Te offendendo, Ss. Verbo del Padre — perché di averlo offeso è il nostro dolore.

Gesù, infinita Misericordia, che tanto perdonasti gli Apostoli da ottenere per essi dal Padre lo Spirito Santo da essi offeso non amando Dio sopra ogni cosa – Te, Dio Incarnato, vilmente da loro abbandonato – e il prossimo loro – Te, Amico e Maestro perfetto – ottienici il perdono dello Spirito Santo per le nostre colpe contro il duplice amore, perché di avere offeso l’amore, essenza stessa di Dio, noi ci doliamo.

Perdonaci, Gesù – Tu, Specchio del Padre, Tu, Frutto del divino Amore – di tutte le nostre colpe contro il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, perché l’avere offeso la Triade Ss. è il nostro dolore, e Tu solo ci puoi levare le macchie delle colpe, perché per rendere monde le nostre anime hai versato tutto il tuo Ss. Sangue.
Vogliamo amarti, o Signore!

Soccorri la nostra debolezza. Soccorrici quando cadiamo.
Infondici il tuo amore perché Tu possa vivere in noi, instaurare in noi il Regno di Dio, farci “una cosa sola” con Te, con Te che sei Uno col Padre, e con Lui e lo Spirito Santo formi il Dio Uno e Trino, nostro Principio e nostro Fine, Origine d’ogni nostro bene presente ed eterno.

Vivi Tu solo in noi, vivi col tuo Spirito, con quel tuo Spirito tutto amore che è lo stesso Spirito che dal Padre e da Te procede, e le nostre anime assecondino i tuoi più leggeri impulsi, onde ogni nostra apparente azione non sia che la veste alle tue reali e nascoste azioni in noi. E così avvenga per la completa fusione, anzi più, per il completo annichilimento della creatura per far vivere solo Tu in noi.

Vivere ed agire, movendo, o eterno e santissimo Movente, ogni movimento delle nostre anime, delle nostre menti, dei nostri cuori, e persino della nostra umanità, perché tutto che è nostro si muova e ti serva nell’amore e con amore, o Dio che meriti tutto il nostro amore e ci chiedi di amarti, perché nell’amore è la Legge, e chi giunge ad amarti con tutto se stesso, e ad amare il prossimo suo come si ama, non pecca più ed ha il tuo Regno, in questa e nell’altra vita.

Vivi Tu solo in noi, o Figlio del Padre che col Padre e lo Spirito Santo sei un unico Dio, di modo che il Padre guardando noi, Te suo Diletto veda, e ci ami in Te e per Te nostro Ospite divino, e per stare con Te in noi inabiti.

Vivi Tu solo in noi, o Verbo incarnato, che fosti concepito per opera dell’Amore eterno, e che mai da Lui sei diviso, onde, pregando lo spirito nostro per lodare l’adorabilissima Divinità Una e Trina e per invocarla nelle nostre necessità e dolori, sia ancora la voce dello Spirito Santo che sale al Trono di Dio per dargli lode perfetta e supplica giusta, accettevoli entrambe al Signore.

Non ti chiedo, o Amore Ss., di farmi vivere una mia personale vita nella grazia, ma ti chiedo di vivere Tu, Grazia, in me, perché io viva realmente la vita della Grazia e mi trasformi e supericrei in un vero Cristo.»

M. Valtorta, Quaderni, 26 maggio 1949

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GESU’ SECONDO LA MATEMATICA

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Utilizzando la probabilità statistica nel suo libro Science Speaks, originariamente pubblicato nel 1976 e poi più volte riveduto, lo scienziato statunitense Peter W. Stoner (1888-1980), direttore del Dipartimento di Matematica e di Astronomia del Pasadena City College in California, calcola che il realizzarsi casuale anche di sole otto profezie ammonta a una probabilità di 1 su 100.000.000.000.000.000 ovvero 1 su 10 in potenza 17.

E si spiega con un esempio: se si prende un numero di monete di dollari di argento pari a 10 in potenza 17, con esse si può ricoprire tutta la superficie dello Stato nordamericano del Texas di uno strato spesso due piedi, vale a dire circa 60 centimetri. E quindi lo scienziato osserva: «Ora, segnate una di queste monete e disperdetele per tutto lo Stato. Bendate gli occhi di un uomo e ditegli che può andare lontano quanto vuole, ma che deve trovare il dollaro segnato. Quale possibilità ha di trovarlo? È la stessa probabilità che i profeti avrebbero avuto di vedere compiersi in un uomo le otto profezie da loro scritte, dalla loro epoca fino a oggi, assumendo che le abbiano scritte con la propria saggezza».
Ebbene, la probabilità casuale che un uomo realizzi non 8, ma ben 48 profezie è pari a un numero ancora più enorme, 1 su 10 in potenza 157. Nei Vangeli però Gesù ha realizzato ben 48 profezie, almeno 48 profezie.

La probabilità che dunque Gesù sia stato un semplice uomo i cui gesti siano per caso coincisi con quanto il Messia avrebbe dovuto realizzare a norma di Scritture Sacre è infinitesimale, forse persino meno. A rigore allora di statistica e di matematica, Gesù era Dio.

di Marco Respinti

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VERO, BUONO, BELLO

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“Un essere che sia solo vero, ma non più buono, perde la sua bellezza, perché la bellezza è l’esito dell’Unione di Verità e Bontà” (Corrado Gnerre in “Dove lo sguardo trova quiete“)

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VANGELO AI MUSULMANI

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In primo luogo, preparare il terreno in silenzio, con la bontà, con il contatto, con il buon esempio: stabilire il contatto, farsi conoscere da loro e conoscerli; amarli, dal profondo del cuore, farsi stimare e amare da loro; con ciò, far cadere i pregiudizi, ottenere fiducia, acquistare autorità – e questo richiede tempo –, poi parlare in privato ai meglio disposti, con molta prudenza, a poco a poco, a ognuno in maniera diversa, in modo da dare a ciascuno quello che è capace di ricevere.

I musulmani sono incapaci di discussione. La fede può nascere in loro, con l’aiuto della grazia, soltanto quando ci saremo imposti alla loro ammirazione e alla loro stima, vivendo in mezzo a loro le virtù cristiane.

Prima di parlar loro del dogma cristiano, bisogna parlare di religione naturale, condurli all’amore di Dio, all’atto d’amore perfetto. Quando saranno arrivati a compiere atti d’amore perfetto e a chiedere con tutto il cuore la luce a Dio, saranno vicini alla conversione. Allorché vedranno uomini più virtuosi di loro, più sapienti di loro, che parlano di Dio meglio di loro, e che sono cristiani, allora essi saranno disposti ad ammettere che forse quegli uomini non sono nell’errore, e saranno pronti a chiedere a Dio la luce. (Charles de Foucauld)

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APOLOGETICA DIMENTICATA

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“Nel Cristianesimo, è detta apologetica quella parte della teologia che ha lo scopo di affermare la razionalità e la credibilità della fede.
[…]
Perché l’azione dell’apologetica sia efficace, essa deve sottostare a criteri di rigore assoluto: ogni ricerca deve quindi essere verificata e documentata, poiché un’apologia entusiasta ma priva di solide basi produrrebbe l’effetto opposto di quello cercato, cioè il discredito delle teorie presentate. Inoltre, l’apologetica non deve mai cadere nell’errore di credersi un teorema dall’esito obbligato; questa disciplina porta ragioni per credere e per confermare una scelta possibile e libera, ma non può obbligare nessuno a credere (rispettando la visione cristiana dove Dio propone e non impone la fede, come avviene ad esempio nell’Islam). Solo a queste condizioni sono possibili la lealtà e l’oggettività che caratterizzano le opere apologetiche più importanti” (Fonte).

Messori, abbiamo bisogno dell’apologetica, oggi?

“Mai come oggi ne sentiamo il bisogno, certo. Guardi, che il primo, vero, grande apologeta della storia, è stato il Signore. Non uno qualunque. Penso all’episodio dei discepoli di Emmaus, quando se ne tornavano stanchi e delusi, sconfortati e forse nella disperazione. Gesù appare loro e spiega il senso delle Scritture e lo fa con ardore, ma mitezza. Non è forse apologetica, quella? Pertanto, considerando che il Signore è stato il primo apologeta, reputo che questo filone sia molto, moto importante e da incoraggiare, non deprimere”.

Perchè, allora, oggi l’ apologetica sembra in disuso?

“Lei mi pone una domanda interessante. La prima risposta sta in questo. Una malintesa idea di cattolico adulto ha fatto ritenere l’apologetica come un settore minore  e persino da evitare, una cosa vecchia e superata. Questo è un grave errore di prospettiva. Per altro verso, occorre anche riconoscere che l’ apologetica specialmente prima del Vaticano II, ha avuto in qualche esponente, toni da crociata o troppo forti e una certa approssimazione culturale. Il vero apologeta deve associare competenza e intendo rigore scientifico,  e allo stesso tempo pacatezza, senza intraprendere guerre di religione. Bisogna sempre abbinare fede e ragione che non sono entità nemiche. La verità si può e  si deve dire col sorriso”. (fonte)

Detto ciò, proponiamo queste opere oramai introvabili: una per gli addetti ai lavori, l’altra un po’ più divulgativa, convinti che ciascun credente abbia il dovere, ciascuno secondo le proprie possibilità, di approfondire le ragioni della propria fede e di addestrarsi al combattimento contro lo spirito del mondo, alla maggior gloria di Dio.

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La presente opera, nata dalla collaborazione di una quarantina di specialisti in apologetica, usci la prima volta a Parigi nel 1937 sotto la direzione di M. Brillant e di M. Nedoncelle professore alla Facoltà Teologica di Strasburgo. Dopo la guerra, e precisamente nel 1948, i medesimi Direttori, aiutati da G. Coppens dell’Università di Lovanio, la ripresentarono al pubblico rifusa e con l’ aggiunta di nuove trattazioni. Da questa edizione fu curata la traduzione italiana, che veramente non è solo traduzione pura e semplice, ma anche adattamento e aggiornamento alla nostra cultura. Una trattazione, quella sulla testimonianza della moderna letteratura, è completamente nuova. Il piano dell’opera è semplice nella sua grandiosità.

La prima parte comprende le principali questioni concernenti, direttamente o indirettamente, la rivelazione cristiana in generale. Dopo l’introduzione, che imposta il problema apologetico nel mondo contemporaneo, vengono studiati il fatto e il bisogno religioso, le grandi affermazioni spiritualistiche che stanno alla base della religione, ossia l’ esistenza di Dio e l’immortalità dell’anima, l’origine e la natura della religione, le varie categorie di religioni, i più notevoli surrogati odierni della religione e, a parte, il principale di essi, cioè la teosofia; quindi i temi centrali della rivelazione e della fede per concludere con lo studio del miracolo, che costituisce il più importante motivo di credibilità.

La seconda parte presenta l’apologetica propriamente detta ossia le prove della rivelazione cristiana concentrate nel fatto miracoloso della Chiesa Cattolica. La preparazione della Chiesa nell’Antico Testamento, la sua nascita con Gesù Cristo e il suo messaggio, il suo prodigioso consolidamento con gli Apostoli, la sua eccellenza e i suoi caratteri, la coesione, la stabilità e la pienezza della sua dottrina, la sublimità e ricchezza della sua morale, la sua mirabile azione di rinnovamento spirituale attraverso venti secoli di storia, la sua santità eminente, i miracoli che in essa continuano; poi la sua trascendenza e pienezza di fronte alla parzialità delle eresie e delle Chiese separate, protestanti, orientali anglicana e il problema della reintegrazione di queste nel seno della Chiesa madre; inoltre il suo atteggiamento di fronte alle grandi religioni non cristiane, l’induismo e l’islamismo; finalmente il fatto della incredulità contemporanea, la testimonianza dei convertiti con la psicologia e la metodologia della conversione, la testimonianza della moderna letteratura su Dio, Gesù Cristo e la Chiesa. Conclude un sommario storico dell’apologetica.

La terza parte espone e risolve le principali obiezioni odierne contro la Bibbia in generale, l’Antico e il Nuovo Testamento, lo studio scientifico del dogma, i singoli dogmi in particolare, la morale cattolica, la storia della Chiesa e tratta dei rapporti tra le scienze e la fede. Basta questo breve panorama della materia per comprendere quale sia la ricchezza del volume. Le trattazioni, elaborate da specialisti qualificati, non offrono comuni ripetizioni, ma sono l’espressione di un pensiero personale e vigoroso, un’attualissima messa a punto dei problemi e delle loro soluzioni, in cui l’erudizione più scrupolosa e la più schietta lealtà, la probità scientifica e l’integrità della dottrina vanno di pari passo e in modo felicissimo. Data la moltiplicità dei collaboratori è naturale che si incontri qualche ripetizione e qualche divergenza di vedute, che però verte su punti controversi e di secondaria importanza. Oggi, forse più che mai, la vita cristiana è minacciata da tante insidie nella sua stessa radice che è la fede. Necessita pertanto, con rinnovata urgenza, giustificare e difendere sul piano filosofico, storico, esege tico, psicologico e morale l’adesione al Credo che professiamo. L’Enciclopedia apologetica della religione cattolica vuole appunto essere un valido aiuto per sì necessario e sì nobile compito.

La traduzione è tutta quanta opera di G. T. Dragone della Pia Società S. Paolo, l’adattamento del sottoscritto e di alcuni collaboratori, Angelo Stella, Luigi Morstabilini, Giacinto Scaltriti, Pierino Rossano, Giovanni Castoldi, ai quali esprimo il più vivo ringraziamento.

La quinta edizione della Enciclopedia Apologetica esce notevolmente migliorata nei confronti delle precedenti. Oltre l’aggiornamentà della bibliografia e le. aggiunte allo studio sulla testimonianza della moderila letteratura, sono siate inserite due nuove trattazioni, la prima di C. Colombo, professore alla Facoltà teologica di Milano, sullo sviluppo del dogma, la seconda di D. Dubarle sulle teorie cosmologiche moderne e il dogma della creazione.

don Natale BUSSI
Alba
1953


Operaio! questo libro è tutto per te. E’ un catechismo, popolare, apologetico di religione. E’ un catechismo. Per domande e risposte, come in piccole conversazioni ti sminuzza il cibo, te lo rende saporito, lo puoi digerire e cambiare in sangue senza fatica. E’ popolare. Si parla tanto e si scrive anche troppo al popolo; ma il popolo poco capisce. Quando si tratta di religione, anche con persone istruite nel resto, bisogna essere popolari: col popolo non s’è mai popolari abbastanza. Non il pane degli adulti, ma il latte dei bambini. Quanto più sublime è la materia, tanto più chiaro e semplice deve essere il pensiero. E’ apologetico. Vivi in mezzo a nemici, hai bisogno di armi per difenderti. Non lo scudo e la lancia del gigante Golia ma la fionda e le poche pietre del pastorello Davide. Vivi nel secolo della luce; eppure perchè si chiude l’occhio alla vera luce si va brancicando nelle tenebre; hai bisogno di una lucerna.
Dirai: Una volta non c’era bisogno di tanto studio, di tanti armi, di tanti rimedi.
Rispondo: Una volta non si dava il verderame alle viti; adesso senza il verderame i bacilli della pronospora e della crittogama abbruciano tutto. Quanti bacilli del liberalismo, del socialismo intaccano l’anima tua! Guai se non la difendi se non la fortifichi collo studio della religione. In essa la fede e con la fede la morale rimarrà abbruciata, scomparirà il cristiano, l’uomo ragionevole, e non resterà che l’ uomo animale.
Vieni e seguimi. Lascia la via di Babilonia; ti condurrò fino alle porte di Gerusalemme, visione di pace, tranquillità dell’ordine, riposo dell’anima. Dio è principio dell’ordine, la Religione Cristiana Cattolica la città della quale l’intelletto sull’ali della Fede contempla Dio, la volontà ama Dio.
La Gerusalemme terrena è immagine, caparra, preludio della Gerusalemme celeste. Dall’immagine passerai alle realtà, della caparra al possesso, dal preludio alla musica eterna.
don Giovanni GRIMALDINI
Vicenza
1921

Materiale reso disponibile da “Le pagine di don Camillo

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BLONDET: ATEISMO COME DEFICIENZA

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Uno dei troll che mi hanno lordato la casa ha voluto scrivermi un’ultima mail per insultarmi di persona: esibendo al sua superiorità di ateo contro la mia ridicola stupidità e inferiorità di cattolico integralista, difensore di una Chiesa pedofila, eccetera eccetera.

Confesso che – in questo volgere di tempi apocalittici che ormai ci travolgono – sentire uno che dichiara: “Io sono ateo” come fosse una prova di superiorità e libertà, mi fa uno strano effetto. Come si può vantarsi dimancare di una facoltà? Di essere privi di una funzione conoscitiva? E’ come se uno dicesse: guarda, adesso ho perso il senso del tatto, quindi – come vedi – posso afferrare ferri roventi, mettere le mani nelle braci, rovesciarmi addosso pentole bollenti… tutte cose che tu, povero idiota, non puoi fare. Tu non sei libero, io sì.

Ora, quello che costui descrive è il Morbo di Hansen, più comunemente noto come lebbra. La lebbra infatti, come affezione neurologica, fa’ perdere il senso del tatto. E’ per questo che i malati di lebbra nel terzo mondo hanno perduto le dita delle mani; hanno sollevato pentole bollenti e ferri roventi senza sentire dolore. Ma almeno, loro, non si sentono supremamente liberi; si sanno sciagurati e malati.

L’uomo-massa che oggi trionfa è precisamente la forma umana che si vanta di aver perso un supremo organo di conoscenza, quel che Pascal chiamò l”esprit de finesse”, la fine capacità intellettuale di intuire dietro il caso un Ordine, dietro le realtà domestiche una simbologia; di cogliere le più sottili analogie dietro realtà distanti, di presentire un’Intelligenza e un Progetto nel cosmo. No; all’uomo massa hanno detto che il mondo col suo ordine è un puro risultato di “caso e necessità”, tuttavia felicemente (ancorché casualmente) progressista: tant’è vero che dal verme è salito allo scimpanzé e poi al lettore di Repubblica, coronamento ultimo dell’Evoluzione. Sicché l’uomo massa è ben contento di non avere sopra di sé Uno a cui rispondere; si è esercitato per un secolo ad annullare in sé ogni briciola residua di quella facoltà intellettuale troppo fine e impegnativa per lui; adesso ci è riuscito completamente, e vive questo abbassamento come la sua suprema “liberazione”.

Apro una parentesi per ricordare cos’è “L’uomo-massa” per Ortega y Gasset, che l’ha meglio denunciato: non è l’operaio, non è una classe sociale. E’ essenzialmente il tipo d’uomo per cui “vivere significa essere ciò che già è” , senza sforzo di migliorarsi. L’uomo che “vive a suo gusto”, approfittando da sciocco viziato dei beni della civiltà – creata dai suoi antenati – che rendono possibile la facilità della sua esistenza; verso questa civiltà non si ritiene obbligato- almeno alla sua manutenzione; l’uomo massa vive nella civiltà come il selvaggio vive nella natura, nella foresta, come se i jet low cost che gli rendono facili le vacanze all’estero, gli antibiotici che lo guariscono dalla polmonite, i tablet e le auto, fossero prodotti naturali, e non già risultati di duri sforzi, organizzazione complesse e severe discipline sociali elaborate e perfezionate dal passato.

Discipline che lui vede, ormai, come ostacoli alla sua facile e piatta felicità.

Come aveva previsto Ortega y Gasset, l’uomo-massa ha preso oggi il comando del mondo “ di cui sta facendo “un paradiso senza tracce antiche”; naturalmente odia ogni tradizione (1) , se non altro perché gli ricorda una nobiltà superiore a quella a cui abbia mai aspirato. Privatosi della speciale facoltà di cui dicevamo, non solo ha cessato di produrre “arte”: ha prodotto sgorbi cui dà un valore “di mercato”; non contento, sta distruggendo tutte le forme d’arte antica presenti nel mondo (l’ISIS è un modello per ogni uomo-massa, non meno di quanto lo siano i modernisti fra i cardinali  ‘cattolici’) . Ovviamente, insulta chiunque abbia una qualche aspirazione ad una vita un poco più nobile della sua – ricordiamo , “Nobile è chi aspira a un ordine e a una legge” – e lo vuol appiattire al suo livello.

Detto in breve, l’uomo-massa è incapace di mantenere la civiltà. Da quando ha il potere, non fa’ che abbassarla e guastarla. Lui si contenterebbe di “essere quello che già è”; ma il guaio è che l’uomo “lo voglia o no, è un essere obbligato per costituzione a cercare un’istanza superiore” (come disse Ortega, che non era un cattolico). All’uomo si addice dunque il motto della freccia: “O sale o scende”. Non può restare quello che già è. Se si propone questo, scende.

Ha imposto come metodo la privazione della facoltà sottile e raffinata, ha finalmente costruito una società mondiale a sua immagine. Piatta, edonista, volgare, e radicalmente sbagliata. Una società truffaldina alla radice, che ha riportato iniquità che i nostri padri hanno provato per secoli a ridurre; una giustizia sempre più arbitraria in quella che fu la culla del diritto; che ci ha ridotto dal benessere alla miseria, e che adesso sta crollando sotto i nostri occhi, e che probabilmente finirà con una catastrofe di fuoco e di sangue inimmaginabile.

E adesso veniamo all’italiota. All’uomo-massa nella sua versione nostrana. E’ la torma che, di fronte al mio articolo sul “topino”, sulla povera ragazza senza amore né innocenza lasciata morire sulla spiaggia a Messina, ha ululato e vomitato – ormai appartenendo ad una specie subumana che non riesce più a parlare veramente. C’è chi si è sentito offeso, chi urtato da una mia mancanza di delicatezza verso la poveretta: l’uomo massa ha creato una realtà orribile, ma pretende che gliela si edulcori col sentimentalismo. L’uomo-massa ha questo atteggiamento davanti alla morte: non se ne deve parlare. Specie la propria morte non deve essere evocata; vige in lui la superstizione che se non se ne parla, la si scongiurerà, o forse – a lui – non toccherà mai. L’evento più certo della vita umana, non deve esser ricordato al nuovo padrone, al bambino grasso e viziato collettivo che ci domina; cosa che fa dubitare se esista vita intelligente sulla Terra.

Ma fra gli ululanti, ci sono stati anche approvatori. Fra questi cito un medico, chirurgo plastico, che ringrazio

“Preziosissimo Blondet,

Lei ha fotografato perfettamente la situazione del Nulla che abita le giovani anime. Glielo confermo prendendoLe poco tempo.

Il mio lavoro mi porta quotidianamente a scoperchiare il vuoto che ristagna in questi giovani tegami. E non parlo solo di ragazzine che vogliono le tette da pornostar o le labbra a canotto ( che ovviamente verranno utilizzate con uno scopo ben preciso).

Parlo anche dei giovani novelli aspiranti Rocco Siffredi, che, neanche ventenni e ACCOMPAGNATI DALLA MADRE, vengono in ambulatorio e chiedono di aumentare le dimensioni di un già notevole pene perché “Sa dottore, lo faccio per lavoro”. E te lo dicono guardandoti negli occhi senza vergogna. Colla mamma ( impiegata amministrativa presso una delle nostre Asl) che si accolla volentieri le spese dell’intervento. Altro che selvaggi col telefonino, qui siamo ormai arrivati alla fase finale del dannato per scelta. Il brutto ed il cattivo sono percepiti come il bello ed il buono da queste giovani testoline. Il rovesciamento e’ completo e consolidato.

Tuttavia ho speranza – direi anzi ho la certezza- che i suoi nobili sforzi -come i piccoli nostri -di denunciare crudelmente – a crudo!- questo marciume , e di spronare violentemente – a forza quasi..!- gli ultimi residui di umanità in ascolto verso la Sacra Etica ed Estetica sia essenziale per la Vittoria finale.

Direttore grazie quindi!!! Continui ad ispirarci.

dottor cristiano “

Dunque la realtà, da noi, è ancor più orribile di quanto immaginato. Non ci sono solo le discoteche per dodicenni, le mega-discoteche dove i quindicenni si fulminano con l’ecstasi e il come etilico; abbiamo una mamma, impiegata, classe media, che porta il figlio a farsi ingrossare il pene, “per lavoro”. Quale marcio “rapporto educativo” unisce una simile madre a un simile figlio? Questa società è tarlata, corrotta fin nelle fondamenta. Totalmente privata di risorse spirituali, come affronterà la tempesta che viene?

Note

1) Cito ancora una volta la definizione di Evola: “Il termine “tradizionale” nulla ha da spartire con il termine “conservatore”. Una Società Tradizionale non è tale perché adotta le leggi, i costumi e i precetti morali del passato – il che sarebbe “tradizionalismo”, uno scimmiottamento di ciò che è già superato – bensì perché si rifà al »principio tradizionale«, il quale afferma che all’interno di una collettività che voglia dirsi in linea con l’evoluzione del Cosmo, tutti i cittadini si dedicano alla propria realizzazione interiore, ognuno al suo livello e in accordo con le caratteristiche personali. In una società autenticamente tradizionale l’elevazione spirituale dell’individuo è vissuta come l’unico scopo della vita cosciente di un essere umano. Ogni altra attività – politica, economica, scientifica, educativa, artistica – ruota intorno a tale principio e ne è la manifestazione.”

Fonte: http://www.maurizioblondet.it/lateismo-come-deficienza-mentale/

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PECCATI CONTRO LO SPIRITO SANTO

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1. Impugnare la verità conosciuta è uno dei peccati contro lo Spirito Santo.
Si dicono contro lo Spirito Santo quei peccati che manifestano sistematica opposizione a qualunque influsso della grazia.
Sono particolarmente gravi perché comportano disprezzo e rifiuto di tutti gli aiuti che Dio offre al fine di condurre una persona a salvezza.
Vengono detti contro lo Spirito Santo perché è attribuita allo Spirito Santo l’opera della conversione e della santificazione.

2. Secondo san Tommaso i peccati contro lo Spirito Santo sono tanti quanti sono i modi di disprezzare l’aiuto di Dio per trattenere l’uomo dal peccato (Somma teologica, II-II, 14, 2).
Gli aiuti per trattenere dal peccato provengono da tre fonti: dal giudizio di Dio, dai suoi doni e dal parte del peccato stesso.
Si rifiuta l’aiuto che viene dal timore del giudizio quando si dispera della salvezza oppure si presume di salvarsi senza merito.
Si rifiuta l’aiuto che viene dai suoi doni quando si impugna la verità conosciuta e si prova invidia della grazia altrui.
Si rifiuta l’aiuto che viene dalla considerazione del peccato quando si permane nell’ostinazione nel peccato e in esso si vuole rimanere anche nel momento della morte (impenitenza finale).

3. (Impugnare la verità conosciuta nello specifico).
Questo peccato si oppone direttamente alla fede, perché si rifiuta di aderire a Dio pur avendone segni certi e avendone anche il convincimento interiore.
Per San Tommaso l’impugnazione della verità conosciuta consiste “nell’impugnare (combattere) le verità di fede conosciute, per peccare con maggiore licenza” (Somma teologica, II-II, 14, 2).
Peccato di impugnazione della verità conosciuta potrebbe essere stato il peccato di Erode, il quale fu edotto dai Magi sulla nascita di Gesù come della nascita di un Re dalle origini celesti e fu confermato in questo anche dai sommi sacerdoti e dagli scribi.
Oppure potrebbe essere stato il peccato di qualche eresiarca.
Ma quando si tratta di applicare questo peccato ad una persona in particolare è meglio restare cauti, perché i segreti dei cuori li conosce solo Dio.

4. Questo peccato, come gli altri contro lo Spirito Santo, vengono detti imperdonabili non perché Dio non li voglia o non li possa perdonare, ma perché l’uomo si chiude del tutto a ogni aiuto che Dio gli offre per la salvezza.
Questa è anche l’interpretazione del Catechismo della Chiesa Cattolica: “La misericordia di Dio non conosce limiti, ma chi deliberatamente rifiuta di accoglierla attraverso il pentimento, respinge il perdono dei propri peccati e la salvezza offerta dallo Spirito Santo. Un tale indurimento può portare alla impenitenza finale e alla rovina eterna” (CCC 1864).

Fonte: http://www.amicidomenicani.it/leggi_sacerdote.php?id=1366

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ANNA MARIA TAIGI E IL GAY PRIDE

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PROFEZIA SUI “GAY PRIDE”
Nel ‘700 la Beata Anna Maria Taigi lo aveva profetizzato.In quegli anni era assolutamente impensabile portare la lussuria in processione.Gay pride? Diabolici pride ! Le visioni profetiche sul Gay pride della mistica Beata Anna Maria Taigi
essa scrisse:

” […] dopo questi segni, quando si sarà vicini alla fine, il Drago sarà sciolto e la Divina Madre inviterà alla penitenza e gli uomini senza tener conto dei Celesti moniti andranno per le vie della Eterna Città Santa bagnata dal Sangue dei Principi(Apostoli), portando la Lussuria in processione; e il Padre della Menzogna sarà a loro capo. Sacrilegi compiranno contro i tempi del Santo Spirito e contro la Religione: gli uomini si vestiranno da donne e le donne si vestiranno da uomini, la Voce del Santo Vicario non sarà ascoltata e l’ Alma Sua figura sara fatta oggetto di scherno e risa, allora il Drago che già ha preso possesso del suo regno istillerà lumi alle menti degli a lui soggetti per diffondere l’alito pestilento della Lussuria ove il Beatissimo pose Sede e per diffondere e moltiplicare l’opera sua nefanda di distruzione e perdizione, dovrà allora dalla Cristianità implorarsi la Misericordia di Dio e fare Orazione per la Chiesa Militante domandando aiuto alla Madre Santa e offrendo penitenze e sacrifici […]”.

Anna Maria Taigi aveva visioni di assoluta precisione, non frutto di illusioni o di immaginazione, descriveva esattamente luoghi che non aveva mai visitato, in Italia e altrove, profetizzò con straordinaria precisione un gran numero di avvenimenti, specie riguardanti le sorti della Chiesa, con molti anni di anticipo. Profetizzò il disastro napoleonico in Russia, quando non si aveva ancora idea che Napoleone avrebbe invaso quel paese, profetizzò pure che sarebbe morto a Sant’Elena e ne descrisse esattamente le esequie quando il corso era ancora vivo.

Non si potrebbe dare descrizione più perfetta, pronunciata con due secoli di anticipo, dell’evento anticristico e diabolico noto come Gay Pride!
Preghiamo e facciamo penitenza! Per noi e per questi nostri fratelli e sorelle che non sanno quello che fanno.
Signore Gesù Cristo abbi pietà di noi peccatori e del mondo intero per i meriti della Tua dolorosa Passione… Santissima Vergine, Madre della Purezza vieni in nostro soccorso!! Angeli Santi e Santi tutti del Cielo, Anime Purganti, pregate con noi e per noi!

Fra le sue altre profezie vi è la conquista francese dell’Algeria, la rivoluzione a Parigi nel 1830, la guerra di Crimea, la liberazione degli schiavi nelle Americhe, la caduta di gran parte delle monarchie europee. Predisse il pontificato di Giovanni Mastai Ferretti, il futuro Pio IX, ne indicò la durata esatta, descrisse quello che il futuro Papa avrebbe fatto e le persecuzioni alle quali sarebbe andato incontro: Mastai Ferretti non era neppure ancora cardinale quando Anna Maria Taigi morì, e anche numerose altre profezie di lei si avverarono solo molti anni dopo la morte della veggente. In confessione rivelò al padre Ferdinando dell’Ordine dei Trinitari, nella chiesa di San Crisogono a Roma, che proprio in quel momento il Padre generale di quell’Ordine veniva ucciso insieme ai suoi frati dai francesi che occupavano la Spagna, e descrisse dettagliatamente i maltrattamenti che la soldataglia giacobina e atea stava infliggendo ai martiri. Due mesi dopo lettere dalla Spagna riferirono l’eccidio e confermarono in ogni dettaglio la visione.

MISTICA SUBITO RICONOSCIUTA: LA BEATA ANNA MARIA TAIGI
Anna Maria Riannetti era un’umile ragazza nata a Siena il 29 maggio 1769. Era figlia di un farmacista che fece fallimento e nel 1775 dovette trasferirsi con tutta la famiglia a Roma, dove i suoi genitori lavorarono come domestici. Anna fu mandata in una scuola per fanciulle povere retta dalle Suore Pie Filippine, e a tredici anni dovette a sua volta andare a lavorare, dapprima in alcune fabbriche, e successivamente a servizio. Nel 1790 sposò Domenico Taigi che era servitore presso la potente famiglia Chigi, ed era di carattere molto difficile. I due ebbero sette figli, di cui tre morirono in giovane età. Devota alla Santissima Trinità, Anna Maria condusse una vita veramente cristiana, curando la famiglia e assistendo quelli più poveri di lei.

All’inizio del 1791 e per quarantasette anni, fino alla morte, Anna Maria Taigi iniziò ad avere apparizioni della Madonna e ricevette molti doni miracolosi, fra i quali un sole luminoso che le brillava davanti agli occhi, nel quale — ella riferì — “c’era una figura seduta, di infinita dignità e maestà, la cui testa era rivolta verso il cielo, come nell’immobilità dell’estasi; dalla sua fronte uscivano due raggi luminosi verticali”. La figura umana di Cristo all’interno di un cerchio luminoso corrisponde alla visione dantesca nell’ultimo canto del Paradiso, ed autorizza a pensare che il Sommo Poeta non si sia limitato a un descrizione di fantasia. Come alla grande veggente Anna Maria Taigi, anche a Dante fu assai probabilmente concesso di vedere una concreta realtà spirituale, come del resto egli stesso afferma nella conclusione de La Vita nuova.

C’erano pure, nel “sole” della Taigi, le immagini di una corona di spine e di una croce. Sempre equilibrata e piena di buon senso, la donna accolse questo dono senza gloriarsene e se servì solo per il prossimo. Nel “sole” che sempre l’accompagnava, di notte come di giorno, Maria Taigi vedeva con assoluta precisione i destini delle anime e gli avvenimenti futuri. Vide spesso grandi personaggi della Chiesa, sacerdoti e religiosi, precipitare all’inferno, mentre persone umili e povere, semplici come bambini, ascendevano diritte in paradiso.

A differenza di quanto avverrà più tardi per Maria Valtorta, il clero non la perseguitò con critiche ossessive e diniego della Santa Comunione: fu subito creduta e rispettata, prova evidente del fatto che la gerarchia ecclesiastica, nonostante la convulsa epoca rivoluzionaria, aveva le idee più chiare di oggi.
Anna Maria Taigi fu beatificata il 30 maggio 1920 e il suo corpo, assolutamente incorrotto, si conserva nella basilica di San Crisogono a Roma.

Fonte: http://antimassoneria.altervista.org/nel-1700-anna-maria-taigi-previde-le-processioni-della-lussuria/

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