ago 27 2010

L’UNIVERSO CREDE IN DIO

Tag:Paolo De Bei @ 17:57

day blue marble tiny LUNIVERSO CREDE IN DIO«La fede in Dio è la visione del mondo più razionale». A dirlo è l’astronomo John Linder, professore del College of Wooster, riconosciuto come un’autorità nella dinamica non lineare. Lo scienziato, in un discorso presso l’Università di Portland, ha continuato: «La scienza può essere più feconda se incorporata in una visione teistica piuttosto che in un contesto naturalistico». Per Linder, il naturalismo può spiegare il “come” del mondo, ma non è all’altezza del compito di riconoscere idee più grandi, come ad esempio il “perché”. « Dio ha creato l’universo con un apertura tale da permettere il libero arbitrio umano. L’universo non è irrazionale. Mi piace sempre chiedermi il “perché” delle cose: perché dovrebbe esserci qualcosa, anzichè il nulla? Anche completato totalmente lo studio della fisica, non saremmo comunque in grado di spiegare l’universo. Il teismo, invece, completa ottimamente la grande storia della scienza. Scienza e teismo sono più efficenti di scienza e ateismo». L’astronomo si sofferma poi sulla questione della eccezionalità della mente umana e del male nel mondo in presunta contrapposizione alla presenza di Dio. Chiude il suo intervento dicendo: «Dio come creatore e sostenitore immanente dell’universo sembra avere sempre più credibilità nel mondo scientifico». Ampie parti del discorso sono comunque leggibili su The Beacon.net


ago 26 2010

RECENSIONE: INDAGINE SUL CRISTIANESIMO

Tag:Paolo De Bei @ 17:52

 RECENSIONE: INDAGINE SUL CRISTIANESIMOSecondo una diffusa pubblicistica di stampo laicista, dovremmo attribuire al cristianesimo la maggior parte delle sventure e delle calamità che hanno contraddistinto gli ultimi due millenni della storia occidentale: dall’Inquisizione alle Crociate, dalla compravendita della salvezza con le indulgenze alla lotta della Chiesa per il potere temporale. Ma negare l’influenza positiva che il cristianesimo ha avuto nel promuovere lo sviluppo della cultura, dell’arte e della civiltà a livello mondiale sarebbe non solo segno di pregiudizio religioso, bensì indizio di profonda miopia storica. Eppure le pseudo-inchieste che oggi vanno per la maggiore tendono proprio a ridurre il cristianesimo a un’abile mistificazione, a una accozzaglia di racconti folcloristici che avrebbe tenuto l’umanità nelle tenebre della superstizione per secoli, causando discriminazioni, persecuzioni e delitti.

Se si esamina con obiettività la storia, non possono non vedersi gli enormi contributi che il cristianesimo ha portato in tema di sviluppo della civiltà: dalla protezione dell’infanzia all’abolizione della schiavitù, dalla lotta contro la magia alla rivalutazione della figura e del ruolo della donna, dall’impegno per la giustizia sociale alle lotte per i diritti di libertà e rappresentanza politica, dalla promozione all’istruzione alla fondazione degli ospedali e delle opere sociali, fino alle più recenti battaglie in favore della vita e della famiglia.

Alla fine di questo viaggio appassionante il bilancio è nettamente in favore di quanti riconoscono che il cristianesimo ha avuto l’indubbio merito di far fiorire i valori più profondi, originali ed essenziali della nostra civiltà.


ago 25 2010

LA PILLOLA DELL’IRRESPONSABILITA’

Tag:Paolo De Bei @ 17:37

emergency contraception LA PILLOLA DELLIRRESPONSABILITAIl suo meccanismo di azione è analogo a quello della pillola abortiva Ru486, ma EllaOne – indicata come «la pillola dei cinque giorni dopo» – è registrata dall’azienda produttrice come contraccettivo di emergenza.

In altre parole, è fra quei farmaci usati per impedire una gravidanza, ma che si assumono solo dopo un rapporto sessuale nel quale vi sia stata la possibilità di un concepimento, quando ancora non è possibile effettuare un test di gravidanza.

In Italia c’è già la «pillola del giorno dopo», che funziona se presa entro 72 ore dal momento della possibile fecondazione; con EllaOne, non ancora approvata nel nostro Paese, i giorni di efficacia arrivano a cinque. La differenza è nel meccanismo di azione, ma in entrambi i casi non si esclude che in presenza di un embrione le due pillole ne impediscano l’annidamento in utero.

L’espressione «contraccezione d’emergenza» è un’invenzione lessicale del mercato farmaceutico per cercare di diffondere surrettiziamente farmaci che possono avere anche un effetto abortivo, evitando le polemiche che questi suscitano, e al tempo stesso aggirando le leggi nazionali che regolano l’aborto.

La vicenda della Ru486 ha pur insegnato qualcosa: una pillola abortiva, di per sé, è un prodotto che non si presenta bene, e che non si riesce ad associare a un’esperienza positiva. Ma soprattutto l’introduzione di un farmaco abortivo deve sempre avvenire nel rispetto delle normative che regolano l’aborto, diverse da Paese a Paese. E anche quello più favorevole alla Ru486, la Francia, che ha voluto modificare la legge nazionale appositamente per favorirne la diffusione consentendo l’aborto a domicilio, lo ha potuto fare solo dopo dieci anni di tenace impegno di medici e politici nella promozione del metodo farmacologico.

Per regolare la diffusione dei prodotti contraccettivi, invece, non ci sono leggi come quelle sull’aborto: il mercato li può assorbire più facilmente, quindi, spesso nella disattenzione dell’opinione pubblica e del mondo politico.

Ma c’è un elemento ulteriore che accomuna tutti i «contraccettivi d’emergenza», importante dal punto di vista educativo: l’incertezza. Al momento in cui si utilizzano queste sostanze, non c’è sicurezza sulla presenza di un embrione, e quindi neppure sulla sua eventuale eliminazione. Un aborto precocissimo, ma incerto, che sfugge persino al più blando dei controlli: il conteggio. Nessuna donna che abbia utilizzato un «contraccettivo d’emergenza» saprà mai se ha interrotto una gravidanza nelle sue prime ore. Impossibile contare il numero degli embrioni eliminati in questo modo: al massimo si può sapere quante pillole sono state vendute, ma quelle effettivamente consumate e gli eventuali aborti possono essere solo ’stimati’ in modo approssimativo.

L’aborto è incerto perché lo sono la gravidanza e il consumo stesso del farmaco, ma anche perché altrettanto insicuro è il rapporto che, forse, ha generato quell’embrione: legami sentimentali poco stabili, spesso occasionali, magari del sabato sera.

Sono le pillole dell’incertezza del vivere, quando tutto è precario e al tempo stesso possibile, e non si è più sicuri di niente. Come si può educare una generazione alla responsabilità nei rapporti se non si riesce neppure ad avere la percezione di cosa effettivamente si sta facendo? Come è possibile educare al rispetto della vita nascente, se non si sa neppure se ci sia o no? E come si potranno poi giudicare i propri atti, se non c’è neppure la possibilità di sapere cosa realmente è successo? Se un fatto è incerto, ancor più lo sarà la possibilità di valutarlo: è l’ennesima faccia dell’emergenza educativa che segna il nostro tempo.

Assuntina Morresi – tratto da SaFe Salute Femminile


ago 22 2010

500 FOTO DA MEDJUGORJE – AGOSTO 2010

Tag:Paolo De Bei @ 0:23

Sono state inserite più di 500 foto dell’ultimo pellegrinaggio a Medjugorje.
Qui sotto alcuno esempi. Per ingrandire la foto cliccarci sopra.
Sul nostro spazio flickr (clicca qui) la serie completa delle foto.

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ago 19 2010

COMUNITA’ CENACOLO: LA FELICITA’ A PARTIRE DA ORA

Tag:Paolo De Bei @ 10:51

La felicità è un dono che può gustarsi già in questo mondo.

dsc 3306 COMUNITA CENACOLO: LA FELICITA A PARTIRE DA ORA

dsc 3310 COMUNITA CENACOLO: LA FELICITA A PARTIRE DA ORA dsc 3312 COMUNITA CENACOLO: LA FELICITA A PARTIRE DA ORA
La testimonianza dei ragazzi della Comunità Cenacolo
dsc 3285 COMUNITA CENACOLO: LA FELICITA A PARTIRE DA ORA
L’esperienza della Comunità “Cenacolo” ha inizio 27 anni fa, nel luglio 1983, per desiderio di una suora della Carità, Elvira Petrozzi, che sentì a un certo punto della sua vita la forte esigenza di fare qualcosa per il disagio giovanile, per i giovani persi nella droga, nell’alcol e nella disperazione, per ridare loro il senso della felicità e della vita. Quando a suor Elvira viene ceduta in comodato d’uso gratuito una villa sulla collina di Saluzzo, quello che era un desiderio può concretizzarsi e, con il coinvolgimento di altre suore, parte un progetto che si è allargato negli anni, arrivando ad avere oggi sessanta case in Italia e nel mondo.

Lo scopo principale è quello di accogliere i giovani, emarginati e distrutti nell’anima da droghe o alcol, e ridare loro la vita, proponendo una strada di sacrifici, senza però costrizioni o imposizioni, per aiutarli, piano piano, a “ricostruirsi”.

Ma che cosa differenzia questa comunità da tutte le altre sparse per il mondo? Innanzitutto suor Elvira ha voluto fidarsi esclusivamente della Provvidenza e fin da subito ha scelto di non avvalersi di sovvenzioni né dallo Stato né dalle famiglie dei ragazzi accolti. Ai genitori che, disperati, le affidano i loro figli suor Elvira dice parole semplici e chiare: “io non voglio soldi, ma l’impegno da parte vostra come genitori”. E poi al centro di tutto la fede in Dio e la preghiera. La comunità si basa sulla verità, aiutando i giovani a intraprendere un percorso di verità, mentre prima le loro vite erano improntate alla falsità più completa. Questo attraverso piccole, ma importanti, regole che permettono di riconquistare il rispetto di sé e degli altri.

Nell’incontro di domenica è stato commovente ascoltare l’esperienza di alcuni ragazzi, intervenuti a portare la loro testimonianza. Giovani come tanti, arrivati da suor Elvira dopo essersi persi nelle false luci del mondo, dopo aver messo tutte le proprie energie nelle cose sbagliate perché, come dice Chiara, “tutto era senza Dio, tutto era senza base: non erano entrati nel cuore i valori. In comunità mi sono sentita accolta e amata”.

dsc 3287 COMUNITA CENACOLO: LA FELICITA A PARTIRE DA ORA

dsc 3321 COMUNITA CENACOLO: LA FELICITA A PARTIRE DA ORA

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Gli interventi dei genitori.
Il percorso non è facile, piano piano però la Provvidenza di Dio entra nei cuori, si ricostruiscono i rapporti e i ragazzi imparano a diventare responsabili e ad affrontare la vita. “In questa comunità si riaccende la speranza in noi che arriviamo sfiduciati e pieni di fallimenti alle spalle”. Questo perché, senza tante medicine, senza tanta psicoanalisi, molto più semplicemente suor Elvira ha incentrato la sua opera su verità, condivisione, preghiera e i ragazzi la seguono, arrivando a risultati impensabili, recuperando le loro vite e guarendo le loro ferite. “È una guarigione interiore che riceviamo come grazia da Dio, ricostruendoci giorno dopo giorno”.
La giornata in comunità è vissuta alla luce del Vangelo e improntata su diverse attività lavorative che consentono di mantenersi. La comunità diventa dunque la salvezza, dove si rinasce per la grazia della preghiera, dove scompare la paura del sacrificio, attraverso il lavoro e il donarsi agli altri, riscoprendo il desiderio di fare il bene. Seguendo il motto di Elvira “amare, amare, amare, servire, servire, servire”, ognuno è chiamato a riscoprire il proprio essere, la propria vocazione, le cose belle e “a capire che il Signore ha un progetto più grande per ognuno”. La comunità propone uno stile di vita ben preciso, senza imporlo, aiutandosi gli uni con gli altri e dando a ciascuno la consapevolezza di non essere solo. Infatti ogni nuovo ragazzo che arriva è seguito ventiquattrore su ventiquattro da quello che viene chiamato l’ “angelo custode”, un giovane che gli sta accanto e non lo lascia mai e che precedentemente ha vissuto le stesse esperienze e ha alle spalle la stesse storie di chi gli è stato affidato.
dsc 3327 COMUNITA CENACOLO: LA FELICITA A PARTIRE DA ORA
La comunità, però, è una scuola di vita non solo per ragazzi, ma anche per i genitori che cercano di cambiare insieme, attraverso la riscoperta innanzitutto del dialogo. Genitori che, sempre domenica, hanno raccontato la loro esperienza con figli caduti nel tunnel della droga, rivivendo gli anni tremendi, gli anni della vergogna, prima dell’incontro salvifico con suor Elvira. Genitori che con molta onestà si guardano dentro, riconoscendo anche le loro colpe, i loro egoismi e che spiegano come, dopo averle tentate tutte, l’unica soluzione per la salvezza dei propri figli è che “dovevano incontrare Gesù sulla loro strada e abbracciare la strada della fede”.
Elvira chiede anche ai genitori la conversione, chiede infatti anche a loro di fare un cammino parallelo a quello dei figli, perseguendo il cambiamento di tutto il nucleo famigliare. E molti genitori cominciano a “capire come portare la croce”, seguendo quello che è uno dei motti della Comunità “dalle tenebre alla luce”. Famiglie quindi che intraprendono un cammino con la Comunità, ritrovandosi in gruppo con altri genitori che vivono la stessa esperienza, per pregare, recitare il rosario, leggere il Vangelo, discutere e accogliere nuovi genitori. E ci si accorge che una vita migliore non è un’utopia, ma è possibile, che la serenità può tornare e che la felicità può arrivare anche dopo tanto dolore e tante sofferenze. Perché è proprio la felicità, la gioia, che caratterizza l’esperienza di Suor Elvira: “la felicità è sempre presente in tutta la Comunità”.

“Madre Elvira è una santa, sono stato vicino a una santa” dice papà Antonio “è una donna mandata dal Signore, la sua è un’opera di Dio, a cui lei ha detto sì, proprio come la Madonna”. Sì, perché quest’incredibile donna è riuscita a rigenerare questi figli, ridando loro una seconda vita, una vita nuova, dove hanno riconquistato il rispetto di se stessi e degli altri. Infatti, dopo il cammino della comunità molti ragazzi ritornano nel mondo, alla vita di tutti i giorni, altri invece decidono di restare in comunità, intraprendendo un cammino di servizio nelle missioni in America Latina, che nel tempo sono nate proprio dall’idea di alcuni giovani della Comunità.
Una “terapia”, insomma, che si basa sulla fede e sull’amore con un continuo incoraggiamento a proseguire con speranza. “La comunità ha salvato nostro figlio e la nostra famiglia”, afferma mamma Lidia. E quest’opera di salvezza da Saluzzo, dove c’è la casa madre e dove risiede suor Elvira, si è irradiata in tutto il mondo sotto tante forme e in molti modi. Attraverso nuove consacrazioni di suore e sacerdoti, che portano avanti il lavoro di Elvira, attraverso l’opera nelle missioni, dove molti dei ragazzi decidono di donare agli altri quello che loro stessi hanno ricevuto in comunità, in un moltiplicarsi di amore che sembra un miracolo, ma che non dovrebbe stupire troppo un cristiano perché come dice Elvira: “Io i miracoli li vedo tutti i giorni. Io sono sempre stata fedele a Dio e Dio è sempre stato fedele a me”.

Per saperne di più sulla Comunità Cenacolo e le attività di suor Elvira potete consultare il sito: www.comunitacenacolo.it.

(Eleonora Cornaglia) – Foto: Andrea Cerini

Fonte: http://vco-flash.it/index.php/home


ago 17 2010

UN BIMBO DI NOME EINSTEIN

Tag:Paolo De Bei @ 11:15

Si Deus est unde malum? Et si non est, unde bonum?
Se Dio esiste, da dove viene il male?
Questo breve filmato invita a riflettere sull’antica questione trattata dalla teodicea.
L’acuta risposta al problema viene da un bambino, un piccolo genio di nome Albert Einstein. Il filmato infatti ripropone ciò che la storia attribuisce al grande fisico.


lug 19 2010

RELAZIONI

Tag:Paolo De Bei @ 13:29

Allo+specchio RELAZIONISenza la tenerezza, la premura, la comunicazione, l’altruismo, la nostra vita è vuota, anche se godiamo di ottima salute e viviamo in una bella casa.

Eppure dentro si pensa che se vuoi bene sei un ingenuo, se sei felice sei frivolo oppure facilone e se sei altruista e generoso vieni guardato con sospetto.

Se perdoni sei debole, se hai fiducia sei sciocco. Se sei propositivo stai bluffando… la nostra capacità comunicativa è povera.
La vita di tutti è un intrecciarsi di rapporti buoni e cattivi, però i rapporti con il prossimo sono lezioni di vita: insegnano la sconfitta, la sopportazione e la vittoria sulle nostre paure.

Si impara a cambiare, si cerca di diminuire l’egoismo, di rinunciare alla paura di apparire come siamo e si impara l’abbandono.

Una bellissima favola racconta di una ragazza che cammina in un prato e vede una farfalla impigliata in un rovo. La farfalla, liberata con gran cura, sembra volar via, ma ritorna indietro e si trasforma in una fata.

“Per ringraziarti della tua gentilezza d’animo” dice alla fanciulla. “Esaudirò il tuo più grande desiderio”. La ragazza pensa un istante prima di rispondere: “Voglio essere felice”.

Allora la fata si piega su di lei, le mormora qualcosa all’orecchio e scompare.

La ragazza diventa donna e nessuno, in tutto quel paese fu più felice di lei.

Quando le chiesero il segreto della sua gioia, si limitò a sorridere, dicendo: “Ho seguito il consiglio di una buona fata”.

Gli anni passarono, la ragazza diventò vecchia e i vicini temettero che il favoloso segreto morisse con lei.

“Rivelaci che cosa ti ha detto la fata” la scongiurarono.

La deliziosa vecchina, sorridendo, disse: “Mi ha rivelato che, anche se appaiono sicuri, tutti hanno bisogno di me”.

Ritengo che se anche i nostri rapporti falliscono, non vuol dire che siamo noi i malvagi, limitati o incompetenti.
Non tutti i rapporti sono giusti: la relazione è positiva se incoraggia una crescita ottimale del corpo, della mente, dello spirito.

Se un legame diventa distruttivo mette a repentaglio la nostra dignità, ci impedisce di crescere, ci deprime quando abbiamo tentato in tutti i modi di impedire il fallimento: quando vedi che non c’è niente da fare dopo aver dato tutto, dobbiamo scioglierlo.

Noi non siamo per tutti e tutti non sono per noi. Questo si capisce dopo tante sofferenze che non portano altro che cuore e anima infranti, sanguinanti.

Alle persone bisogna insegnare che il volersi bene non è possedere per godere, ma essere un amico nel momento del bisogno. E’ lì che vedi chi ti rimane accanto e chi sparisce.

“E vissero felici e contenti”… non si può dire, perché la realtà è diversa e su questa terra fragile ed imperfetta non si può aspettare ciò che non è possibile.

Non esiste essere o divenire senza un rapporto alla pari, sincero, pulito, che dona senza pretendere nulla in cambio, senza un amico vero.

Il grigio quotidiano, finalmente liberati…
Ecco l’uomo di Falco Bianco: un uomo che cerca serenità, che sorride, che coglie l’essenziale, che infonde speranza, fiducia, ottimismo. Questo con rigoroso rispetto, per non condizionare le scelte che ognuno deve e dovrà pretendere in piena libertà di coscienza.

Si deve respirare aria di libertà vera. Nessuno deve sentirsi obbligato a fare scelte contrarie alla propria sensibilità.

Per Falco Bianco, rispettare fino in fondo le decisioni degli altri è molto importante.

Non desideriamo il possesso, ma il dono, il dono di relazionarci non per nostra soddisfazione personale, ma per il bene comune.

Certo non mancheranno perplessità e titubanze, ma è proprio in questi momenti che dobbiamo cercare coraggio, perché il volersi bene ha bisogno di momenti forti di ricarica, per poi riprenderci con più forza.

Occorre incitamento, coraggio: noi ci proviamo.

Per questo è essenziale crescere nella formazione personale e poi, con pazienza, trasferirli in insegnamenti.

I libri, però, non devono prendere polvere.
Sarebbe bello e prezioso poterne raccogliere per metterli a disposizione di tutti e riordinarli in una piccola biblioteca.

Consigliare, suggerire, incoraggiare ad un dialogo profondo e di spessore, per rifarci a principi di bontà, tenerezza, discrezione, premura, mitezza e gioia di vita.

Questo è il nostro entusiasmo, il nostro stare insieme, il nostro essere affabili ma fermi nei pensieri onesti.

Accettiamo con piacere chi ne ha apprezzato l’ingegno ed il fine che ci siamo prefissi, ma anche chi desidera un dialogo sereno insieme.

La vista si acquista sollevando gli occhi, anche se ancora chiusi (cioè con un atto di volontà personale).

C’è gente che crede di sapere (vedere) e in realtà sono ignoranti (ciechi).

C’è gente che fa appello alla propria scienza e autorità, fino all’uso della forza.

In presenza dei fatti un sapere troppo sicuro di sé rischia di non trovare altra via d’uscita che la malafede e l’abuso del potere.

C’è un sapere che è conoscenza della lettera e non porta da nessuna parte, c’è un sapere che apre ad una conoscenza che è rapporto personale con gli uomini.

Vedersi vedendoci. Tu da me in te. Io per te in me


apr 08 2010

TIMOR DI DIO

Tag:Paolo De Bei @ 22:42

trionfo del cuore del padre TIMOR DI DIOE’ il dono che porta a perfezione la virtù della Speranza. Attraverso di esso si acquisisce una docilità speciale a sottomettersi alla volontà di Dio per riverenza alla maestà Divina. Dio non può essere oggetto di timore, ma in Lui vi sono la giustizia e la misericordia. La giustizia di Dio eccita in noi il timore di DIo e la misericordia suscita la speranza. Il timore iniziale, agli albori della vita di fede, spinge a non commettere peccati per paura dell’inferno, ed ha un suo valore, ma il Timore di Dio filiare o casto è ciò che spinge l\’anima a non compiere il peccato per timore di restare separata dal Sommo Bene. E’ il timore di coloro che non hanno paura di Dio, in quanto suoi figli, ma hanno pauura di offenderlo per timore di incrinare il rapporto con Lui. E’ necessario per portare a perfezione le virtù della speranza, temperanza ed umiltà. Il dono del timore di Dio ci da la certezza della speranza nonostante la propria indegnità. l’anima che possiede questo dono si sente “nuda” di fronte a Dio e si rende conto con estrema lucidità che tutto ciò che proviene da sè stessa è miseria e peccato e avverte il vivo sentimento della maestà di Dio. Alcune abili mirabilmente ricolme del dono del Timore di Dio sperimentano la “notte dello Spirito” in cui l’anima si sente irreparabilmente condannata, in tale modo si perfeziona la virtù della Speranza che arriva alle sue massime vette. Chi possiede questo dono non solo si guarda dal peccato sia esso mortale che veniale, ma spesso non transige neppure sulle piccole mancanze esercitando su sè stesso una vigilanza rigorosa per non commettere alcun male


apr 03 2010

OMAGGIO A GIOVANNI PAOLO II

Tag:Paolo De Bei @ 12:27

apr 02 2010

ABORTISTA O ANTI-ABORTISTA: SOLO ETICHETTE

Tag:Paolo De Bei @ 11:47

aborto ABORTISTA O ANTI ABORTISTA: SOLO ETICHETTENon so se quella dell’aborto possa essere ridotta a una questione “lessicale” e se etichette da tempo consolidate come “pro-vita” o come “abortista” meritino o no di essere lasciate cadere. Apprendo però con un certo interesse (mettendo tra parentesi il fatto che simili dichiarazioni sono state fatte nelle ultime ore di una campagna elettorale finalmente conclusasi) che Adriano Sofri si offende se lo si qualifica come “abortista” e che egli ritiene che anche Emma Bonino abbia buone ragioni per offendersi (vedi Il Foglio di sabato 27 marzo). Per quale ragione? Perché egli ritiene che merita di essere definito “abortista” solo chi apprezza l’aborto «in odio all’umanità e alla vita in genere» o «come strumento di limitazione delle nascite».

Sofri si dichiara invece contro l’aborto e ritiene auspicabile e lodevole tutto ciò che aiuta a sventarlo, «con l’unico limite di non coartare la libertà personale delle donne». Sembrerebbe coerente che Sofri (e la Bonino, se è vero che la pensa come lui) fossero allora ostili sia alla pillola del giorno dopo sia alla Ru486. Sappiamo bene che non è così. Eppure la piena disponibilità sia dell’una che dell’altra pillola (senza discutere dei loro specifici effetti, molto diversi tra loro) induce obiettivamente le donne a banalizzare le loro eventuali scelte abortive; cercare di ridurne l’uso, rispettando oltre tutto i ben precisi paletti previsti dalla legge sull’aborto, sarebbe indubbiamente un modo molto efficace per aiutare a “sventare” quelle scelte abortive che Sofri sembra deprecare.

Ma la vera contraddizione di Sofri non è questa. Sappiamo che l’aborto oggi non ha (tranne ipotesi rarissime!) autentiche motivazioni “terapeutiche”: esso è di fatto la più comune modalità utilizzata dalle donne per rifiutare una maternità non voluta.Questo dato di fatto è la più grande piaga aperta del mondo contemporaneo, perché implica una sorta di rifiuto, da parte delle donne, di quanto di più specifico contrassegna la loro identità femminile. Presumo quindi che Sofri percepisca questo come un grande problema e in qualche modo ne soffra, proprio per il fatto che egli rifiuta come insultante la qualifica di “abortista”. Egli però coniuga questo rifiuto con un altro esplicito rifiuto: quello di «coartare la libertà personale delle donne». È da più di trent’anni, da quando è entrata in vigore la legge sull’aborto, che la libertà delle donne non è più coartata dalla legge. A quanto mi risulta, non esiste oggi un partito o un movimento di opinione, nemmeno tra quelli che esplicitamente si considerano di ispirazione cristiana, che chiedano che si scelga la “criminalizzazione” legale di chi abortisce: su questo punto tutti – Sofri e Bonino in particolare – dovrebbero sentirsi tranquilli.

Ma chi, come Sofri, ritenga offensivo essere qualificato come “abortista”, dovrebbe impegnare tutto se stesso in una campagna anti-abortista, di carattere non penale, ma intellettuale e morale: una campagna che operasse nella società civile a favore del rispetto per la vita e dell’identità femminile come identità (almeno potenzialmente) materna. Su questi temi il silenzio non solo dei radicali, ma di tutti i “laici”, in Italia così come in altri Paesi, è assordante. Eppure, la questione è elementare: se è lodevole (lo scrive Sofri) sventare l’aborto, non può che essere lodevole la maternità. Siamo in grado di ribadire ad alta voce un concetto nello stesso tempo così profondo e così semplice? Chi voglia sinceramente non essere qualificato come “abortista” dovrebbe sentire il dovere di farlo.

di Francesco D’Agostino


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