RATZINGER ALLA RADICE

Nelle pagine del blog di Magister, appare un interessante scritto di Francesco Arzillo, il quale si erge ad interprete di Ratzinger e lo difende dalle critiche sollevate da Baget Bozzo a proposito dell’enciclica “Spe salvi”.
La ricetta dello scritto è abbondantemente speziato dal sapor d’accademia, e perciò malato di un tipico linguaggio professorale che può nauseare gli spiriti meno vincolati alla prosa di settore e più amanti di un’elegante profondità. In ogni caso ciascuno potrà cogliere ciò che di buono è contenuto, secondo un personale discernimento.

Joseph Ratzinger troppo tedesco e patristico e flebilmente metafisico? Penso si fraintenda la teologia di Benedetto XVI se la si costringe entro moduli interpretativi di questo tipo: riabilitazione dei Padri contro la Scolastica, reviviscenza agostiniana contro preambula fidei.

Semplicemente, mi pare che Benedetto XVI miri a ravvisare e illuminare la vena profonda che attraversa, accomunandoli, i diversi approcci teologici e filosofici, rendendoli reciprocamente solidali e concordi in ciò che è essenziale: la capacità di offrire una corretta intelligenza della fede autentica. Nella “Spe salvi” Benedetto XVI cita senza remore uno a fianco all’altro Agostino e Tommaso perché ha ben chiaro che l’incontro tra fede e ragione (”Fides et ratio” , l’enciclica del 1998) non è antiscolastica, non trascura l’insegnamento dei Padri, e con tutto ciò non perde di vista per un istante il Dio della Bibbia.

Certi conati di deellenizione in nome di una presunta incomponibile alterità tra il Dio della Bibbia e il Dio dei filosofi agitano troppe facoltà teologiche ma sono provvidenzialmente estranei alla forma mentis di Ratzinger. Fa fede la lezione di Regensburg. Ma, tra i testi del cardinal Ratzinger, si legga pure questa argomentazione stringente, che contesta chi “dimentica il senso autentico e profondo dell’incontro della fede biblica con la filosofia greca: si tratta di impedire un autoisolamento e una riduzione della fede biblica in una tradizione religiosa particolare, di esporsi alla pretesa della ragione che accomuna tutti gli uomini e di tener ancorato il cristianesimo alla domanda sulla verità come unica chiave della sua universalità e come obbligazione che gli viene conferita dalla figura di Cristo. Chi voglia liquidare questo confronto con la ragione e con la domanda sulla verità considerandolo una ellenizzazione particolarizza il cristianesimo e lo riduce a espressione di una forma particolare e giammai universale di esperienza religiosa” (da “La religione tra moderno e postmoderno. Intervista al cardinal Ratzinger”, a cura di Vittorio Possenti, in “Il monoteismo. Annuario di filosofia 2002″, Mondadori, Milano, 2002).

E ancora: “La razionalità poteva diventare religione perché il Dio della razionalità era entrato egli stesso nella religione. In fin dei conti, l’elemento che rivendicava la fede, la parola storica di Dio, non costituiva forse il presupposto perché la religione potesse volgersi oramai verso il Dio filosofico, che non era un Dio puramente filosofico e che nondimeno non respingeva la filosofia, ma anzi la assumeva? Qui si manifestava una cosa stupefacente: i due principi fondamentali apparentemente contrari del cristianesimo – legame con la metafisica e il legame con la storia – si condizionavano e si rapportavano reciprocamente; insieme formavano l’apologia del cristianesimo come religio vera. Si può dunque dire che la vittoria del cristianesimo sulle religioni pagane fu resa possibile fondamentalmente dalla sua pretesa di intelligibilità” (dalla conferenza “Verità del cristianesimo?”, pronunciata dal cardinal Joseph Ratzinger il 27 novembre 1999 presso l’Università della Sorbona di Parigi, tradotta e pubblicata da “Il Regno-Documenti”, vol. XLV, 2000, n. 854, pp. 190-195).

Che la teologia abbia bisogno della filosofia e della metafisica è quanto enuncia a tutte lettere “Fides et ratio” (alla cui stesura è certo che l’allora cardinal Ratzinger fornì un contributo decisivo):  ”In realtà, la teologia ha sempre avuto e continua ad avere bisogno dell’apporto filosofico. Essendo opera della ragione critica alla luce della fede, il lavoro teologico presuppone ed esige in tutto il suo indagare una ragione concettualmente e argomentativamente educata e formata. La teologia, inoltre, ha bisogno della filosofia come interlocutrice per verificare l’intelligibilità e la verità universale dei suoi asserti” (§ 77).
Eloquentissimo anche il paragrafo 67: “Nello studiare la Rivelazione e la sua credibilità insieme con il corrispondente atto di fede, la teologia fondamentale dovrà mostrare come, alla luce della conoscenza per fede, emergano alcune verità che la ragione già coglie nel suo autonomo cammino di ricerca […]. Si pensi, ad esempio, alla conoscenza naturale di Dio, alla possibilità di discernere la rivelazione divina da altri fenomeni o al riconoscimento della sua credibilità, all’attitudine del linguaggio umano a parlare in modo significativo e vero anche di ciò che eccede ogni esperienza umana. Da tutte queste verità, la mente è condotta a riconoscere l’esistenza di una via realmente propedeutica alla fede, che può sfociare nell’accoglienza della rivelazione, senza in nulla venire meno ai propri principi e alla propria autonomia”.

Quanto a san Tommaso, eccolo menzionato nel passaggio cruciale del paragrafo 69: ” Non si deve, inoltre, dimenticare che l’apporto peculiare del pensiero filosofico permette di discernere, sia nelle diverse concezioni di vita che nelle culture, “non che cosa gli uomini pensino, ma quale sia la verità oggettiva” (De Caelo, 1, 22: “Studium philosophiae non est ad hoc quod sciatur quid homines senserint, sed qualiter se habeat veritas rerum”). Non le varie opinioni umane, ma solamente la verità può essere di aiuto alla teologia”.

L’insegnamento di Benedetto XVI è perfettamente consonante con quello di “Fides et ratio”. A titolo esemplificativo si considerino le memorabili catechesi che di mercoledì sta svolgendo sui Padri della Chiesa.

Quella su san Giustino (21 marzo 2007) chiarisce: “In questo modo Giustino, pur contestando alla filosofia greca le sue contraddizioni, orienta decisamente al Logos qualunque verità filosofica, motivando dal punto di vista razionale la singolare “pretesa” di verità e di universalità della religione cristiana. Se l’Antico Testamento tende a Cristo come la figura orienta verso la realtà significata, la filosofia greca mira anch’essa a Cristo e al Vangelo, come la parte tende a unirsi al tutto. E dice che queste due realtà, l’Antico Testamento e la filosofia greca, sono come le due strade che guidano a Cristo, al Logos. Ecco perché la filosofia greca non può opporsi alla verità evangelica, e i cristiani possono attingervi con fiducia, come a un bene proprio. Perciò il mio venerato predecessore, papa Giovanni Paolo II, definì Giustino ‘pioniere di un incontro positivo col pensiero filosofico, anche se nel segno di un cauto discernimento’: perché Giustino, ‘pur conservando anche dopo la conversione grande stima per la filosofia greca, asseriva con forza e chiarezza di aver trovato nel cristianesimo l’unica sicura e proficua filosofia’ (Dial. 8,1)” (Fides et ratio, 38) […] Giustino, e con lui gli altri apologisti, siglarono la presa di posizione netta della fede cristiana per il Dio dei filosofi contro i falsi dèi della religione pagana. Era la scelta per la verità dell’essere contro il mito della consuetudine. Qualche decennio dopo Giustino, Tertulliano definì la medesima opzione dei cristiani con una sentenza lapidaria e sempre valida: ‘Dominus noster Christus veritatem se, non consuetudinem, cognominavit’, Cristo ha affermato di essere la verità, non la consuetudine (De virgin. vel. 1,1). Si noti in proposito che il termine ‘consuetudo’, qui impiegato da Tertulliano in riferimento alla religione pagana, può essere tradotto nelle lingue moderne con le espressioni ‘moda culturale’, ‘moda del tempo’. In un’età come la nostra, segnata dal relativismo nel dibattito sui valori e sulla religione – come pure nel dialogo interreligioso –, è questa una lezione da non dimenticare”.

Il 18 aprile 2007, presentando la figura di Clemente di Alessandria, il papa evidenziò che “l’Alessandrino costruisce la seconda grande occasione di dialogo tra l’annuncio cristiano e la filosofia greca. Sappiamo che san Paolo sull’Areopago in Atene, dove Clemente è nato, aveva fatto il primo tentativo di dialogo con la filosofia greca – e in gran parte era fallito -, ma gli avevano detto: ‘Ti sentiremo un’altra volta’. Ora Clemente, riprende questo dialogo, e lo nobilita in massimo grado nella tradizione filosofica greca. Come ha scritto il mio venerato predecessore Giovanni Paolo II nell’enciclica ‘Fides et ratio’, l’Alessandrino giunge a interpretare la filosofia come ‘un’istruzione propedeutica alla fede cristiana’ (n. 38). E, di fatto, Clemente è arrivato fino al punto di sostenere che Dio avrebbe dato la filosofia ai Greci ‘come un Testamento loro proprio’ (Strom. 6,8,67,1). Per lui la tradizione filosofica greca, quasi al pari della Legge per gli Ebrei, è ambito di ‘rivelazione’, sono due rivoli che in definitiva vanno al Logos stesso. Così Clemente continua a segnare con decisione il cammino di chi intende ‘dare ragione’ della propria fede in Gesù Cristo. Egli può servire d’esempio ai cristiani, ai catechisti e ai teologi del nostro tempo, ai quali Giovanni Paolo II, nella medesima enciclica, raccomandava di ‘recuperare ed evidenziare al meglio la dimensione metafisica della verità, per entrare in un dialogo critico ed esigente tanto con il pensiero filosofico contemporaneo’”.

Stessi accenti e stesse riflessioni ricorrono quando il papa si intrattiene con il pensiero dell’amato Agostino. “Da una vita impostata sulla ricerca egli è passato ad una vita totalmente donata a Cristo e così ad una vita per gli altri. Ha scoperto – questa è stata la sua seconda conversione – che convertirsi a Cristo vuol dire non vivere per sé ma essere realmente al servizio di tutti. Sant’Agostino sia per noi, proprio anche per il mondo accademico, modello di dialogo tra la ragione e la fede, modello di un dialogo ampio, che solo può cercare la verità e così anche la pace. Come annotava il mio venerato predecessore Giovanni Paolo II nell’enciclica ‘Fides et ratio’, ‘il vescovo di Ippona riuscì a produrre la prima grande sintesi del pensiero filosofico e teologico, nella quale confluivano correnti del pensiero greco e latino. Anche in lui, la grande unità del sapere, che trovava il suo fondamento nel pensiero biblico, venne ad essere confermata e sostenuta dalla profondità del pensiero speculativo’ (n. 40)” (discorso nell’incontro con il mondo della cultura all’Università di Pavia, 22 aprile 2007).

Mi pare che i testi allegati giustificano la conclusione di Francesco Arzillo: “Il pensiero di Ratzinger si esprime ora attraverso atti magisteriali che di per sé non esprimono posizioni di scuola, e che vanno interpretati secondo i criteri tipici di tale categoria, nel loro contesto di riferimento diacronico e sincronico: non quindi come scritti che esprimono ipotetiche preferenze private del teologo Ratzinger, ma come momenti di un insegnamento che attinge alle varie ricchezze della Tradizione e della Scrittura per contribuire alla crescita della Chiesa, considerata nella pienezza e nella ricchezza della sua storia teologica, sempre presupposta nella sua interezza”.

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One Comment

  1. franco previte

    Cristiani per servire
    http://digilander.libero.it/cristianiperservire
    e-mail previtefelice@libero.it
    Il Presidente
    Non dimenticarsi dei malati mentali e delle loro famiglie.
    Un “ricordo” alla politica.

    Per questa “circostanza” ed in prims, vogliamo ringraziare vivamente e sinceramente il S.Padre Benedetto XVI° per aver voluto una specifica preghiera per gli handicappati mentali durante il mese di febbraio 2008 nella formula :

    “Perché i disabili psichici non siano emarginati, ma rispettati e con amore vengano aiutati a vivere in modo degno la loro condizione fisica e sociale”.

    La Chiesa Cattolica, i suoi Vescovi ed il suo Pastore sono garanti di valori umani, tra i quali la dignità della persona ed alla sua Dottrina Sociale, che riconosciamo quale funzione di illuminazione e di orientamento del nostro cammino di cristiani ed anche di cittadini.
    Tali valori il Magistero della Chiesa li propone e li richiama, ma è necessario che essi vengano vissuti e difesi nel concreto della vita sociale.
    La “voce” del Papa, nella preghiera, è una “proposta morale” ed una “via” per materializzare i valori della vita “ che non possono essere decisi dalle mode o dalla politica”( Udienza Generale del Papa – Piazza S.Pietro 17 ottobre 2007), ma tutti dobbiamo concorrere con impegno alla tutela del “malato” che rischia sempre più di essere “dimenticato” nel firmamento della sanità nazionale dopo la chiusura degli ospedali psichiatrici pubblici. Purtroppo insistono ancora quelli Giudiziari, quelli privati e quanti sono nelle carceri, “situazioni”che configgono con i dettami della Carta Costituzionale, con la legge 180, 833 e con il Piano Sanitario Nazionale 2003/2005).
    Molte famiglie italiane, forse 350 mila, ( o forse più !..) , sarebbero colpite in alcuni componenti da malattia mentale più o meno grave.
    Si tratta di una situazione in buona parte riconosciuta dalla politica ( sarà vero?), ma lasciata allo sbaraglio da parte delle Istituzioni.
    Sulle famiglie oggi ricade la gran parte degli oneri, umani, di assistenza e di tutela dei “malati”, senza che siano stati approntati, se non in pochi e lodevoli casi, quei centri di cura previsti dalle leggi.
    Famiglie, comunque, che restano quasi sempre nella solitudine!
    La presenza nella famiglia di una persona “malata”, affetta da disabilità o da patologie estreme e devastanti, è causa di profondi disagi e produce situazioni non facilmente sopportabili.
    E’ una cruda realtà che ha pesanti ripercussioni umane ed economiche e non pare giusto che la società si disinteressi di questi “desaparecidos della nostra civiltà” e le famiglie dovrebbero sentire vicini, sull’esempio di quanto i Vescovi ed il S.Padre richiamano nel Magistero, anche i “cattolici” per dare un sussulto di carità accogliente a questi membri feriti della nostra comunità.
    Cosa dire alla politica?
    Poco o niente comunque, è noto che ogni tanto vengono dedicate parole di circostanza, ma si ignorano provvedimenti legislativi migliorativi di assistenza medica e carenza di un sostegno economico che è di euro 246,73 mensili, con euro 3,89 in più rispetto al 2007.
    Una provvidenza economica indecente e di vera vergogna!
    Inoltre “dimenticate” le tragedie quasi quotidiane che ci fornisce la cronaca e che traggono origine da una chiara sintesi di disagio interno, non “ recepito” dalla politica nei dibattiti parlamentari e nelle leggi finanziarie, perché non sono state “riconosciute” l’urgenza di interventi nei confronti del mondo della sofferenza e delle difficoltà delle famiglie gravate dal peso di una assistenza e di rischi che coinvolgono anche la sicurezza dei cittadini.
    Previte
    http://digilander.libero.it/cristianiperservire

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