ETICA TOMISTA E MONDO MODERNO 2/12
2. Per mettere in discussione i presupposti dominanti
Se questi rapidi cenni, per quanto sommar; hanno dato realisticamente un’idea della condizione spirituale del nostro tempo, del clima culturale prevalente e della mentalità più diffusa, che corrodono i pochi valori ancora condivisi, allora si possono intendere gli ostacoli che incontra oggi chi voglia, prima che accogliere, almeno comprendere l’etica tommasiana. Ma, d’altra parte, proprio la sua inattualità, radicalmente alternativa rispetto alle mode correnti, la rende idonea a mettere in questione gli idoli dominanti, i presupposti meno problematizzati e accolti più o meno consapevolmente come indiscutibili, che sono alla radice degli esiti estremi e drammatici che ancora riusciamo ad avvertire come distruttivi e disumanizzanti. Infatti la diffusa e particolare condizione di smarrimento e di povertà interiore del nostro tempo rende, per lo più, quasi incapaci di intendere il bene in campo morale e di avvertirne il fascino, ma lascia l’orrore per il male, magari nelle sue manifestazioni sensibilmente più repellenti. Di qui l’interesse di un’indagine che pana dai vizi per risalire ad acquisizioni non secondarie per la condotta umana. Sicché può avere oggi particolare efficacia una ricerca etica che prenda avvio dalla ripugnanza per il male più evidente, perché colpisce direttamente la persona a partire dalla sensibilità, mettendo in moto una reattività spontanea. Una euristica della ripugnanza, più che della paura, come vuole Jonas. sembra da non trascurare, perché, specie nell’attuale disorientamento della riflessione teorica, «… la percezione del malum ci riesce infinitamente più facile della conoscenza del bonum; essa è più immediata, più plausibile, molto meno esposta a divergenze di opinioni e soprattutto non intenzionale».(10)
In tal modo si è ancora in grado di indignarsi e di rifiutare certe conseguenze più evidentemente negative e distruttive, senza, però, essere capaci di individuare e di rifiutare i presupposti che ne sono la radice e che, non messi in questione, continueranno a dare certi frutti guasti o addirittura avvelenati. In questo contesto l’incontro con la prospettiva tommasiana sull’etica può essere liberante – in primo luogo per la sua intelligenza – se riusciamo a farla dialogare criticamente con il pensiero del nostro tempo, che condiziona più o meno esplicitamente le nostre scelte e le nostre convinzioni, gli obiettivi per cui ci affanniamo, le nostre paure e le nostre angosce.
Un pensiero non privo di responsabilità rispetto alla chiusura egocentrica e all’antagonismo conflittuale, che tendono a renderci sempre più avidi, insensibili, spregiudicati e infelici.










“In tal modo si è ancora in grado di indignarsi e di rifiutare certe conseguenze più evidentemente negative e distruttive, senza, però, essere capaci di individuare e di rifiutare i presupposti che ne sono la radice e che, non messi in questione, continueranno a dare certi frutti guasti o addirittura avvelenati.”
Ciò mi fa eco al cammino di risalita alla radice del male, ampliamente trattato nei post di archivio di Falco Bianco, che va in senso contrario alla legge causa-effetto: dall’ osservazione l’effetto si risale alla causa ultima, la risposta ultima ai “perchè dei perchè”, perchè solo un’azione su quella può essere decisiva e risolutiva.