3. L’indagine sui vizi come via d’accesso all’etica tommasiana e i due dogmi del pensiero contemporaneo

Perciò, nel rinnovato interesse che oggi si manifesta per la filosofia pratica, in cui sono presi come essenziali punti di riferimento il pensiero di Aristotele e quello di Kant, una grave lacuna è costituita dal fatto che in genere si trascura (perché la si ignora?) l’originalità dell’etica tommasiana, che, in quanto attenta alla concretezza esistenziale della condizione umana nella integralità delle sue dimensioni, è capace di valorizzare i contributi positivi dei citati filosofi, in una sintesi che ne superi le difficoltà e i limiti.

In questa prospettiva l’indagine sui vizi può essere una valida via d’accesso all’etica tommasiana, proprio per scoprire delle risposte significative e interessanti per gli uomini di oggi. Non è, infatti, una via che parte deduttivamente da princìpi generali, ma viceversa un itinerario che procede attraverso l’esperienza concreta degli uomini comuni e non solo degli addetti ai lavori, seguendo i percorsi insonni e inquieti del desiderio, gli erramenti dietro l’attrattiva di idoli tanto esigenti e tirannici, quanto, in definitiva, deludenti.

In questa indagine l’uomo di oggi individua una esperienza sorprendentemente analoga – pur nella diversità dei contesti – alla propria. Ritrova gli stessi fini che egli di volta in volta è portato a considerare come supremi, a essi tutto subordinando, e che lo affascinano e lo turbano, lo muovono freneticamente all’agire e lo angosciano, lo reificano nella grettezza di mete anguste, lo abbrutiscono fino a fargli rinnegare e calpestare la propria e l’altrui dignità, gettandolo nella disperazione del non senso. Ritrova la brama inesausta dei piaceri, l’avidità insaziabile di denaro e di beni materiali, ma anche di potere, con una pretesa di superiorità sugli altri e con una vanagloria, capace di gonfiarsi sulla base di qualità inesistenti. Ritrova il suo bisogno di amore e di riconoscimento da parte dei propri simili, che non di rado si rovescia in modo preoccupante nella tendenza a strumentalizzare, a servirsi degli altri.

Ma l’uomo contemporaneo è sconcertato, smarrito, perché, pur obbedendo, nell’inseguire questi obiettivi, alla tensione del proprio desiderio, è condotto a bere l’amaro calice della delusione. E non riesce a capire perché. Nell’angustia della propria prospettiva non riesce ad aprirsi un varco per la luce di una soluzione, che, non censurando o mortificando nessuno dei fattori in gioco, rintracci un senso scoprendo la via dell’adempimento.

Ma per far sì che la risposta, rinvenibile nello stile dialogico delle questioni tommasiane, non sia scartata pregiudizialmente prima ancora di essere ascoltata, bisogna mettere in discussione e valutare criticamente almeno due dei presupposti più comunemente dati per scontati da parte di diversi filoni di pensiero del nostro tempo. Si tratta, per così dire, di due dogmi su cui vige una sorta di divieto tacito di far domande: quello che vuole che la libertà dell’uomo, per essere tale, debba essere una libertà assoluta, senza vincoli o limiti da rispettare; e l’altro, per il quale la verità è vista con sospetto, perché considerata o come fonte dì intolleranza e di imposizione verso gli altri o come repressiva della spontaneità e dell’arbitrio della soggettività.

Come si vede i due dogmi si implicano reciprocamente tra di loro, contribuendo a costruire artificiosamente l’ambiguo piacere del dubbio come difesa dalla verità come se la fame non ci fosse per essere saziata e se addirittura saziarla fosse nocivo – e il fascino sinistro di itinerari trasgressivi, saputi come potenzialmente e rischiosamente esiziali, come se le rotte senza bussola verso il naufragio fossero preferibili ai cammini, ordinati e fati cosi, ma gratificanti, della crescita e dell’adempimento.

Su questi due presupposti è istruttivo, proprio ai fini di una introduzione al pensiero dell’Aquinate, tentare di ricostruire un ideale dialogo critico tra quest’ultimo e la filosofia di Sartre che nel pensiero contemporaneo costato tra i primi a sostenere quei due «dogmi», essendo poi seguito da molti, provenienti da diverse correnti di pensiero. Si può dunque considerare la sua posizione come paradigmatica per dialogare con alcune istanze del nostro tempo, chiarendone il senso alla luce della sintesi speculativa tommasiana.(11)