feb 26 2009

MICHELE FEDERICO SCIACCA (1908-1975)

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In questi giorni ricorre l’anniversario della morte dell’insigne filosofo cristiano Michele Federico Sciacca.
Riportiamo un buon articolo di Francesco Lamendola per ricordare l’onore della persona e lo spessore del pensiero.<
Approfitto dell’occasione per consigliare la lettura di “Filosofia e Antifilosofia“, testo di facile approccio per chi volesse introdursi in una sincera ricerca della verità con la profondità del cuore e la speculazione dell’intelletto.
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sciacca13 MICHELE FEDERICO SCIACCA (1908 1975)Nato a Giarre, in provincia di Catania, nel 1908, morto a Genova nel 1975, Michele Federico Sciacca è stato uno degli esponenti di punta della corrente – se così vogliamo chiamarla, del resto impropriamente – dello spiritualismo cristiano contemporaneo.
Allievo di Antonio Aliotta (1881-1964) all’Università di Napoli, ove il filosofo siciliano insegnò fra il 1919 e il 1951, Sciacca subì anche profondamente l’influsso dell’attualismo gentiliano, elaborando una concezione filosofica basata su un umanesimo assoluto. Da essa, poi, si orientò ulteriormente in senso religioso, maturando una vera e propria conversione e dedicandosi, da allora, ad approfondire lo spiritualismo cristiano, mediante l’elaborazione di una vera e propria “ontologia dell’uomo” , ciò che fece nel segno dei due grandi e durevoli interessi della sua vita speculativa: l’interesse per la realtà trascendente, per il divino, e quello per l’uomo in quanto soggetto di libertà e portatore di valori.
Professore di storia della filosofia, dal 1938, presso l’Università di Pavia; fondatore, nel 1946, e poi direttore del Giornale di metafisica; insegnante di filosofia teoretica, dal 1947, presso l’Università di Genova, svolse un magistero intenso e appassionato, contribuendo molto alla rinascita dell’interesse filosofico verso l’ambito della religione, in controtendenza rispetto alle correnti predominanti nelle università italiane (e in sinergia, anche se indiretta, con un altro importante filosofo cristiano di lui poco più anziano: il trevigiano Luigi Sefanini, del quale cui siamo occupati in un precedente lavoro,
(cfr. F. Lamendola, L’arte come “parola assoluta” della persona finita nel pensiero di Luigi Stefanini, pubblicato negli Atti del Convegno su L. Stefanini del novembre 2006, e consultabile anche sul sito di Arianna Editrice).
Il corpus dei suoi scritti è imponente, comprendendo – provvisoriamente – più di una trentina di volumi. Fra le sue opere più importanti, sia di carattere storico che di carattere teoretico, possiamo ricordare almeno: Linee di uno spiritualismo critico (1936);Teoria e pratica della volontà (1938); L’interiorità oggettiva (edizione originale in lingua francese, 1951); L’uomo, questo squilibrato (1956); Morte e immortalità (1959); Filosofia e metafisica (sempre nel 1959); la libertà e il tempo (1965).

Il “caso” di Michele Federico Sciacca è, a nostro parere, altamente significativo per svolgere qualche riflessione sulla presunta antinomia di fede e ragione, antinomia (e, pertanto, inconciliabilità) sulla quale si basa praticamente l’intero edificio della cultura moderna, e non solo italiana. Da sempre, infatti, ci è stato detto e inculcato che le due cose, fede e ragione, non possono coesistere; e che, di conseguenza, un filosofo che si rispetti non può in nessun caso essere anche un credente, perché ciò significherebbe una resa della sua facoltà razionale a una dimensione di carattere non razionale.
Che ciò corrisponda a una grossolana semplificazione dei veri termini della questione, emerge chiarissimamente dalle parole stesse del filosofo siciliano, il quale non visse affatto la propria conversione come una resa della ragione e come unarinuncia alla propria sfera di libera volizione, ma, al contrario, come la conferma di un esigente percorso razionale e come il riconoscimento di una sfera di realtà superiore alla ragione, ma non certo opposta ad essa.
Dopotutto, come insegna il buon vecchio Kierkegaard (cfr. il nostro recente saggio Kierkegaard, maestro del ritorno in noi stessi, è la guida per uscire dalla palude, sempre sul sito di Arianna Editrice), dobbiamo abituarci a convivere con l’idea che non possiamo avere la pretesa di comprendere ogni cosa, di trovare una risposta ad ogni domanda, almeno nella nostra presente condizione; e che dobbiamo, pertanto, avere il coraggio di fare un salto nella fede, spogliandoci della nostra saccente presunzione razionalistica.

Il filosofo siciliano si era già pubblicamente confessato una prima volta, nel 1944, con la pubblicazione del libro Il mio itinerario a Cristo (Torino, Società Editrice Internazionale), su sollecitazione di don Cojazzi. Quello che qui presentiamo – saltando alcune parti, a nostro avviso non indispensabili alla comprensione del tutto – è un testo molto più breve, contenuto in un volume a più voci, curato da don Giovanni Rossi, dedicato alla conversione e alla fede di alcune eminenti personalità del mondo della scienza, dell’arte e della cultura.
Scrive, dunque, Michele Federico Sciacca in Uomini incontro a Cristo, a cura di don Giovanni Rossi (Edizioni Pro Civitate Christiana, Assisi, 1956, pp. 37-44):

Evidentemente la mia testimonianza è di un filosofo. È stata, la mia, conversione di un filosofo (che è uomo, malgrado l’opinione in contrario di molta gente benevola). Ed è la conversione continua del mio pensiero. Dunque mi limiterò in queste righe ad illustrare quali furono gli ostacoli principali che dovetti sormontare per cedere al dono della fede cristiano-cattolica e che sono gli ostacoli che quasi ogni filosofo incontra nel suo cammino intellettuale, specie quelli, come me, che hanno avuto una formazione laica e che provengono dallo studio del pensiero moderno. Praticamente significa tutti, e, da questo punto di vista, il mio breve discorso potrà essere di aiuto a qualche “vagante” di buona volontà desideroso di diventare “viator”: da insipiens, sapiens che significa semplicemente “sapere quello che si dice”, e questo lo sa solo chi crede in Dio, perché l’ateo, secondo l’antica Sapienza biblica, è “colui che non sa quello che dice”.
Non c’è fede senza ragione: alla fede è essenziale il fondamento razionale. Ma è anche vero che la fede può essere un pericolo mortale per la ragione, soprattutto per il filosofo. In ogni momento, egli è sempre sul punti di commettere il “peccato della ragione”, cioè di rifiutare quanto trascende i limiti della conoscenza naturale e razionale. È il peccato di superbia, il peccatum originalis, quello che è fonte di ogni altro. È negare Dio, il Soprannaturale, la Rivelazione: il Cristianesimo come tale. Questa tentazione sta in agguato sotto i paludamenti accademici di ogni filosofo (e si può dire che sonnecchi nella testa di ogni uomo). Essa viene mascherata da uno specioso preconcetto: ammettere Dio e una verità superrazionale è negare l’autonomia della ragione umana e la libertà della volontà. Anch’io prima della conversione la pensavo così come quanti si dicono spregiudicati, “spiriti forti”, “liberi pensatori”.
Forti in che cosa? Liberi da che? Queste domande m’invitarono a farmele, oltre il vangelo, anche Agostino, Pascal, e Rosmini. Una volte poste, non potevo esimermi dal dare una risposta. “Forti” non sono quegli spiriti, perché non è forte, per usare una espressione efficace di Pascal, “chi fa il bravo con Dio”: non c’è uomo più debole di chi ripone tutta la sua forza nelle sue sole forze. Si ritira in e su se stesso, non per coraggio, ma per paura: l’ateo non crede in Dio, non perché sia convinto che Dio non esiste, ma perché teme di convincersi del contrario. “Liberi” non sono quei pensatori perché non è libero chi si fa schiavo di una libertà che è arbitrio e orgoglio, cioè di ciò che è la negazione della libertà stessa e di ogni libertà. E allora capii una cosa, questa: è atto razionale quello con cui la ragione riconosce (e come “riconoscimento” è atto morale) che vi è un sapere che la oltrepassa, di ordine diverso ma non contraddicente la ragione stessa. Sembra nulla, ma prima di rendersi conto di ciò bisogna domare il peccato della ragione e liberarsi dal preconcetto che ammettere Dio è pressocché negare l’uomo. È perfettamente il contrario: negare Dio è negare l’uomo, proprio quell’autonomia e quella libertà che stanno a cuore al razionalismo assoluto. Nella solitudine di se stessa la ragione finisce per perdere anche quella verità di cui è naturalmente capace. Dire che essa si autofonda, cioè che è il principio di e stessa, è come dire che il contingente è necessario. Infatti, l’autonomia della ragione atea è l’assolutizzazione che la ragione fa di se stessa. Ma una ragione che si assolutizza… non ragiona, “sragiona”, esce fuori dal suo ordine, si fa disforme, “anormale”. Dunque non è “irrazionale” l’affermazione che vi è una verità “superrazionale”, ma è irrazionale negare questa verità ed è razionale ammetterla. Solo chi è ammalato di superbia psicologica può sostenere il contrario, cioè la ragione è assoluta; io sono un essere razionale; dunque il mio pensiero è assoluto. Sotto sotto, chi divinizza la ragione, divinizza se stesso e se ne compiace. E questo chiama difesa dell’autonomia della ragione e della libertà umana! Invece, la ragione è autonoma quando ubbidisce al suo ordine naturale, il quale le dice che proprio le verità che le son proprie, cioè quelle suo ordine esigono (dimostrano) che Dio esiste e non escludono (perché non la contraddicono) la Rivelazione, anzi la trovano perfettamente conveniente ala ragione stessa e richiesta (pur restando dono gratuito) dalla profonda dialettica della vita spirituale. La fede – e solo la fede – è liberatrice della libertà, perché richiede che la volontà voglia secondo la legge con la quale Dio illumina le menti delle creature. Quella che è considerata (oggi molto meno di venti anni fa) la conquista definitiva del pensiero moderno, «Dio è morto», secondo un’idiota espressione di Nietzsche mi si presentò, e mi si presenta ancora oggi, come la sua disfatta, perché significa la morte dell’uomo. E infatti chi la scrisse cancellò l’uomo e immaginò la dottrina del Superuomo.
Superato questo preconcetto fondamentale, ne restavano altri, e restano per i vagantes non più o non ancora clerici.Questo, per esempio, che è legato a quello di sopra: la filosofia cattolica non può non essere dommatica; dunque la filosofia cattolica, come tale, non è filosofia. Questo sillogismo invade e devasta la testa e il cuore di tanti che fan professione di filosofi e invase un tempo anche la mia. L’ho sentito recentemente formular da un Collega professore di filosofia in una Università dell’Italia del Nord e con pieno convincimento. Ma che cosa c’è di più dommatico di quel sillogismo? La critica assolutizzata diventa il peggiore dommatismo, in quanto crea il dommatismo della critica, che distrugge la critica come tale. Quel ragionamento, in verità, è da don Ferrante, e sinceramente tempo molto che l’egregio uomo abbia a morire imprecando alle stelle come un eroe di Metastasio. Una critica che muore in finale da melodramma rovina proprio la reputazione di un filosofo “critico”. Ma rassegnamoci ad affidarlo alle mani di Dio, giacché la Provvidenza, per metterci a più dura prova, ci ha privati della Santa Romana Inquisizione, e proseguiamo il nostro breve discorso.
Che significa “filosofia critica” e che “pensiero dommatico”? critica significa, per Kant, “giudizio” e giudicare vuol dire definire e anche segnare i limiti. Porre dunque criticamente il problema “filosofia” e i problemi della filosofia significa definire l’oggetto proprio e indicare i limiti della validità conoscitiva della ricerca razionale, cioè non accettare a priori o dommaticamente un sapere che non sia stato controllato dalla ragione, né la ragione stessa come potere onnipotente e infallibile. Ma se è così, quale filosofo cattolico non è stato “critico”? E se non è arrivato alle stesse conclusioni di Kant è perché è stato davvero critico e non dommatico come Kant e altri filosofi cosiddetti critici. Infatti, se critica vuol significare che la ragione esclude a priori una verità rivelata (e dunque dommatica), perché la verità è solo umana e razionale, allora non si è più critici, ma si contro l’essenza stessa della critica., la quale ammonisce che nulla debba essere ammesso o escluso a priori o dommaticamente. Questo è un “pregiudizio” e non un “giudizio”, ma la critica è “giudizio”, dunque quel “pregiudizio” è la negazione della critica stessa. Sì, il pensiero cattolico parla di verità dommatica, ma: 1) non se ne serve per fondare su di essa la dimostrazione di verità razionali o filosofiche; 2) la riconosce perché non contraddice alla ragione. Dunque l’ammette perché (oltre a crederla per fede) la ragione “giudica” (e perciò è “critica”) che le è conveniente e non le ripugna. Il cosiddetto filosofo critico, invece, non giudica, “pregiudica” (e perciò è “acritico”) col negarla in partenza, cioè muove da un presupposto dommatico che nessuna critica della ragione ha autorizzato. Il pensiero moderno anticristiano (empirismo e razionalismo, criticismo, idealismo trascendentale loro derivati) non è tale per legittimo uso della critica ma per suo uso spurio, non per critica ma per difetto di critica, perché ha perduto il senso della profondità dell’uomo, dell’interiorità autentica (che è, agostinianamente, presenza di verità oggettiva); perché di fronte alle profondità metafisiche dell’ente umano è superficiale, anche s,e per altri motivi, alcuni suoi rappresentanti siano grandi filosofi.
Questo è un punto psicologicamente importante, un nodo artificioso da sciogliere. Non c’è opposizione tra pensiero critico e Verità rivelata o dommatica, né il credere nella Rivelazione impedisce l’uso del pensiero più critico, in quanto la critica, la più intransigente e sviluppata, non può non arrivare all’esistenza di Dio e all’apertura della ragione naturale e alla Rivelazione. Forse S. Agostino e i Padri, S. Tommaso e i Dottori non sono filosofi? E neppure filosofi Campanella e Pascal agli inizi el pensiero moderno? Vico e Rosmini dentro la problematica più matura di esso e il Blondel nel cuore stesso del pensiero contemporaneo? Tanti son filosofi, pur essendo cattolici (vorrei dire, proprio perché cattolici), che la critica laicale ha fatto ogni sforzo per dimostrare che in fondo non sono cattolici e che, per quanto vi è in loro di cattolicesimo, non sono filosofi! Ma sradicarli dal cattolicesimo è cavar loro la mente e il cuore, negare l’«anima di verità» della loro filosofia.
Quanto stiamo dicendo fa cadere un altro pregiudizio: essere cattolici, se filosofi, significa rinnegare il pensiero moderno. Proprio l’opposto: vuol dire penetrarne profondamente le esigenze, assumerlo “criticamente” e risolvere i problemi che esso pone (e che è incapace di spingere fino in fondo) dentro le verità fondamentali della metafisica nella duplice (ma non contrastante) corrente platonico-agostiniana e artistotelico-tomistica.
Per questo motivo io assegno a Rosmini una immensa importanza nello sviluppo del pensiero filosofico umano: egli prese di petto il pensiero moderno e soprattutto la “critica” kantiana e dalle sue esigenze fece scaturire l’oggettività e il realismo della verità. Per questo io debbo al Rosmini la liberazione da Kant e dall’idealismo trascendentale , pur continuando a pensare da moderno, anzi da modernissimo. Il problema è qui: la verità è “sviluppo” o è “scoperta”? è “posta” o “creata” dall’uomo o è presente interiormente all’uomo? Son noti i paralogismi dell’idealismo immanentista: «il pensiero umano è esigenza di assoluto, dunque è assoluto; il pensiero è percettivo della verità, dunque è costitutivo di essa». No: 1) proprio perché il pensiero è esigenza di assoluto non è assoluto, ma contiene tanta forza naturale da dimostrarel’esistenza dell’Assoluto stesso, che lo trascende e lo fonda; 2) proprio perché il pensiero è “percettivo” della verità non è “costitutivo” di essa: è la verità che lo fa pensiero e non viceversa. Dunque la verità è data al pensiero, affinché sia pensiero. Ed è questa la critica, quella che scopre la dignità dell’uomo nel fatto che egli è partecipe di verità e che ne è partecipe per dono naturale di Dio e perché Dio ha voluto elevare su ogni altra la creatura spirituale. E così per altra via siamo tornati a confermare il punto di partenza di queste nostre pagine: la Rivelazione non nega l’autonomia della ragione e la libertà della volontà. Ma per arrivare a questa conclusione è necessario vincere la superbia, non commettere il peccato della ragione o della filosofia, della scientia che “gonfia”. Questa è la vittoria della ragione, dell’uomo spirituale su quello passionale.
Qualcuno potrebbe osservare che io qui della mia conversione, come della conversione in generale e del Cristianesimo, stia facendo una questione tutta intellettuale. Ripeto che la mia testimonianza è di un filosofo per filosofi di buona volontà. E aggiungo: i preconcetti qui accennati sono incagli psicologici molto diffusi anche tra i non filosofi e agiscono inconsapevolmente nella gran maggioranza dei non credenti. Basti pensare, ad esempio, che per i marxisti (e il marxismo è una dottrina di massa) la religione èalienazione a Dio di ciò che spetta all’uomo. Se ben si considera, a questa affermazione sottostanno gli stessi preconcetti sopra discussi, anche se il marxismo abbia suoi scopi particolari. Dico ancora che solo apparentemente io abbia fatto della conversione e del Cristianesimo una questione umana, perché la filosofia è vita dello spirito e lo spirito è l’essenza dell’uomo. E poi, sotto questa veste intellettuale, c’è il problema centrale del significato radicale e ultimo della umanità dell’uomo. Qui si vuol dire che tale significato si coglie nel dinamismo interno dello spirito umano, il quale contiene elementi che lo portano a Dio. Solo se approda a questo porto, l’uomo si chiarifica a se stesso, e hanno un senso il dolore e la morte, i problemi più umani e più nostri, nella soluzione dei quali gravita tutta la nostra vita…

Una testimonianza, quella di Michele Federico Sciacca, lucida e onesta, che affronta senza giri di parole i nodi centrali della questione e sfata, con semplicità e chiarezza, il mito illuminista e scientista, secondo il quale la fede non si addice all’esercizio della ragione, e l’una delle due cose esclude fatalmente l’altra.
In fondo, quasi tutti gli esponenti della cultura moderna “laica” son rimasti fermi alla vecchia (e assai rozza) formula di Bakunin: Se esiste Dio, l’uomo è uno schiavo. Ma l’uomo è libero, dunque Dio non esiste.Anche se rivestono i loro preconcetti di ragionamenti indubbiamente più sofisticati, basta grattare un poco la vernice per vedere che sono rimasti ancora lì, al più vieto materialismo e al positivismo più tronfio e grossolano.
E si respira, la loro aria di sufficienza nei confronti dei pochi intellettuali di ispirazione religiosa (e non solo cristiana): la si respira quasi tangibilmente, come una nube che avvolge le università, i licei, le case editrici, la stampa, i salotti televisivi. Si respira il loro atteggiamento di ironica superiorità, di mal dissimulata prevenzione. Essi si sentono i portatori del “nuovo” e del “vero” (i due concetti, per loro, sono pressoché sinonimi), e guardano dall’alto in basso gli attardati rappresentanti di una specie in via di estinzione, quasi delle rarità antropologiche. Non solo: essi non li considerano dei colleghi alla pari, degli intellettuali da prendersi realmente sul serio, ma quasi delle curiosità folkloristiche.
Un pensatore cristiano, ad esempio, parlerà senza imbarazzo di “anima”. Ma, per un filosofo laicista, una simile espressione è già qualche cosa di scorretto, se non proprio di eretico: non solo essa tenta di esprimere un concetto indimostrabile, ma tradisce, nell’uso stesso del vocabolario, o ignoranza o rifiuto della terminologia scientista, che adopera solo ed esclusivamente espressioni come “psiche”, “mente”, “coscienza”, “io”, “inconscio”, e così via.
I filosofi di tendenza ateistica si credono “moderni”, ma esprimono una mentalità vecchissima, addirittura arcaica (e non nel senso positivo della parola). Nell’India antica, ad esempio, il maestro Kesakambalin (di cui si parla in un celebre passo delSamannaphalasutta del Dighanikaya, XIII, 14, si sforzava di dimostrare, invero con procedimento alquanto rozzo, la natura materiale di tutto ciò che esiste e, per conseguenza, l’inesistenza di un’anima spirituale e, addirittura, l’inesistenza di un mondo ultraterreno di premi o di castighi (cit. in Giuseppe Tucci, Storia della filosofia indiana, Bari, Laterza, 1977, vol. 1, p. 88):

Immagina, o Kassapa, che qui (alcuni) uomini, avendo afferrato un ladro che ha commesso peccato me lo presentino: «Eccoti, o signore, un ladro che ha commesso peccato; a costui infliggi quella punizione che desideri». Così io direi: «Allora, o signori, dopo aver gettato quest’uomo vivo in un otre, dopo avere a questo chiuso la bocca, dopo averlo coperto con pelle fresca, dopo aver fatto (sopra a lui) una spessa cementatura con umida creta, dopo averlo collocato in un forno, ponete fuoco». E quelli, dopo aver acconsentito (dicendo) «va bene» (c. s.), pongano fuoco. Quando noi conosciamo che quest’uomo è morto, allora, dopo aver tirato giù quell’orcio, dopo averlo liberato dall’involucro e dopo avergli aperto la bocca, celermente guardiamo pensando: «Forse noi possiamo vedere la sua anima (jiva) mentre che esce». Ma noi non vediamo anima che esce. Questo appunto, o Kassapa, è la prova per la quale io penso: «Anche così non c’è un altro mondo, non ci sono esseri opapatika, non c’è frutto e maturazione delle azioni buone o cattive».

Può sembrare incredibile, ma il pregiudizio della filosofia materialistica si regge tuttora su basi non molto più solide di quelle elaborate da Kesakambalin: come se il fatto di non poter sperimentare mediante i sensi una realtà ultrasensibile, di per sé provasse l’inesistenza di quest’ultima.
Eppure, sulla base di un tale pregiudizio, la cultura accademica oggi dominante continua a veicolare una visione distorta e volutamente ingannevole del fatto religioso, come se si trattasse di un sapere di seconda o terza scelta che, prima o poi, verrà spazzato via dai “lumi” della Ragione!


feb 25 2009

VIDEO – CATECHESI SULLA PURIFICAZIONE

Pubblichiamo il video-meditazione di preparazione alla Quaresima operato da Paolo De Bei in collaborazione con don Massimo Nocchi.
Per adattamenti tecnici il video è stato spezzato in 9 parti da 11 minuti ciascuno che si susseguiranno automaticamente.
Ricordiamo che l’archivio completo è visionabile sul nostro canale di Youtube e che è possibile richiedere i dvd degli incontri all’indirizzo info@falcobianco.org.


feb 24 2009

SPIRITO D’ECCEZIONE

Il volgare trattamento che la cultura di massa ha riservato alle caustiche realtà dello spirito, ha portato ad una barbara approssimazione dell’animo umano, ingannando facilmente il profilo pressapochista dell’analfabeta spirituale contemporaneo.

Infrollito dal borghese intendere dell’avere, il barbaro frequentatore della religiosità a basso costo ha certo più interesse a cogliere l’aspetto emotivo del neofita che non l’asperità della costante lotta ascetica dell’aristocratico.
Impantanato nella ricerca di un qualche cosa che scuota l’impatto emotivo, lo stuolo dei mollicci mestieranti della fede si prona dinanzi a qualunque idea o fatto che confermi quelle piacevoli convinzioni, che assiomaticamente si sono poste a conditio sine qua non della propria patologia religiosa.

Nasce, così, la balocca consuetudine dell’insipiente, per cui il grado di intensità psico emotiva che raggiunge nella propria interiorità malata, è per lui la medesima nobiltà d’animo del gigante dello spirito, sfociando, invece, nelle puerili ed irrazionali logiche dello schizofrenico religioso.

Inutile sentenziare sugli errori del laicismo moderno se prima l’homo religiosus non fuoriesce da quel perverso meccanismo per cui se i fatti lo contraddicono, “tanto peggio per i fatti”.
Incarnare una religiosità sentimentale ed irrazionale è la colpa che grida vendetta ai nostri padri, della cui dottrina ci si è voluti servire per erigere castelli ideologici ora tradizionalisti ora progressisti, al fine di incasellare il mondo nei propri acrobatici tentativi di dittatura sulla realtà.

E’ per noi, traditori di un’incarnata dottrina che riecheggiano le parole del poeta:
“E i popoli stessi son colti dalla voluttà della morte.
E tramontano le civiltà eroiche…” (Chateaubriand).

Ed infine, nel burrascoso tramonto di un’era, sorgono, in qualche catacomba del mondo, le eccezioni, quei singoli che hanno trovato nella rassegnazione ad un ideale l’olezzo insopportabile di cui puzza la volgare viltà dell’edonismo contemporaneo.
Rivoltosi ed indignati, concentrano il proprio impegno alla ricerca della onesta e disinteressata verità, che sia per essi vantaggiosa o svantaggiosa. Costanti nel gaudio e nello sconforto, superano le prove che il destino attende, affrontando con timore e tremore quel laccio che gli è teso su tutti i sentieri (cfr. Osea 9,8), talvolta piegati dalla fatica a cui la costanza obbliga.

E’ in questa ostentata avversità, priva dei fervori gaudenti dei suddetti, che l’uomo è provato nel suo ideale, novello Giobbe che tutto sa perdere, ma non l’onore del suo fermo sposalizio a ciò che in coscienza ritiene il Bene.
Fedele a se stesso, agisce in funzione del suo pensiero e non indietreggia dinanzi alle intimidazioni di una società che lo rifiuta.
Con bocca di profeta annuncia ciò che vede, conscio della responsabilità che su di lui incombe, poiché penetrare l’anima dell’uomo e del mondo è una faccenda riservata alla spregiudicata nobiltà di chi tutto gioca per l’essere e nulla riserva per l’avere.

Schiacciato dal suo aristocratico ambire, scava in profondità la sua anima, sprigionando in modo proporzionale le ali che lo porteranno alle altezze dei nobili rapaci, che, come attente sentinelle, focalizzano da ineguagliabile altura il particolare più nascosto. Sentinella attenta del popolo che lo disprezza, sosta infaticabile alla contemplazione attiva della sua verità, pronto come un arciere a scoccare precisa la freccia che penetrerà profonda nel cuore della propria e dell’altrui coscienza.

L’inspiegabilità di una scelta dolorosa è il paradosso che crea lo spirito d’eccezione.


feb 18 2009

VIDEO PROPOSTA – LA RELAZIONE TRA DIO E L’UOMO

Continuano gli incontri di approfondimento spirituale tenuti da don Massimo Nocchi e Paolo De Bei, in collaborazione con le parrocchie di Codena e Bergiola Foscalina (MS).
I temi trattati questa volta vogliono chiarire il principio di relazione reale che deve sussistere tra uomo e uomo, ad immagine di Dio, che si relaziona a se stesso nelle sue tre Persone e alle creature.
Ricordiamo che ogni video proposto è archiviato nel nostro canale su Youtube e consultabile in ogni momento grazie al player presente nella sezione apposita.

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feb 16 2009

VIDEO – PELLEGRINAGGIO DA DON BOSCO

Tag:Tag , , , admin @ 10:08

Con piacere pubblichiamo il montaggio video effettuato da Antonio Venchi in ricordo del pellegrinaggio nei luoghi di don Bosco del 24/01/2009.
Ricordiamo che in futuro sarà sempre possibile rivedere i filmati proposti nell’apposita sezione video.


feb 15 2009

GOLOSITA’ SPIRITUALE

Tag:Tag , , , , , Paolo De Bei @ 11:44

La maggioranza delle persone si accosta ad argomenti di calibro spirituale più per golosità che per nobiltà d’animo. Il suo fare assomiglia più a colui che trangugia sapere per soddisfare di piacere il proprio io che non a chi mira a spogliarlo dei suoi appetiti disordinati.
Ciascuno comprende la realtà secondo la capacità della sua propria natura: la verità piu alta diviene nei cuori la piu rozza falsità.
Ecco perché fu detto di non dare le perle in bocca ai porci.


feb 13 2009

VIDEO INCONTRO

Sono iniziati in data 12/02/2009 gli incontri di riflessione ed approfondimento spirituale organizzati dall’Associazione Falco Bianco in collaborazione con le parrocchie di Codena e Bergiola Foscalina (MS).

Riportiamo nella sezione video la registrazione del primo incontro, tagliato in tre parti per adattamenti tecnici.
Chi volesse il dvd contenente la catechesi per intero in alta definizione audio e video, può scrivere all’indirizzo info@falcobianco.org o telefonare al numero 3209468662.
Guarda i video (clicca qui).


feb 11 2009

DIO E ATEISMO – VIDEO INTERVISTA


feb 08 2009

IL PUDORE DEL PENSIERO

Tag:Tag , , , , , Paolo De Bei @ 15:30

(Mt 7,6)
Questa specie di bullismo del raziocinio, così fieramente insinuato nella società contemporanea, è uno degli insopportabili figli della decadenza del pudore.
La discorsività irruenta, la passionalità dell’opinione, la fretta nell’affermare,  la sfrontatezza nel giudicare, la compiacenza nell’argomentare e affini atteggiamenti dello spirito, non sono che logiche e naturali conseguenze all’assoluta incapacità di intrattenere un rapporto di intimità con il proprio pensiero.
Intimità è profondità, a sua volta portavoce di quella scintilla di semplicità da cui scaturiscono quelle intuizioni su cui l’intelletto va a riflettere. Ne consegue che in ogni vera riflessione dovrebbe sempre aleggiare il ricordo delle doglie attraverso cui il nostro io ha generato il pensiero, vero e proprio figlio a noi idealmente consustanziale, perché esploso dalla totale partecipazione di cuore ed intelletto.
E’ banale la considerazione per cui tutto ciò che è sentito come intimo, profondo e personale non ama gli sguardi facili e maliziosi di spiriti bassi e volgari, proprio perché ciò che è intimo è anche fragile, indifeso, vicino allo stato di innocenza, che, comunque, non deve ad andare a confondersi con l’instabilità emotiva.
Tutto questo affermare, questa esigenza di doversi esprimere per forza, questa necessità di dimostrare qualche cosa sempre e comunque è la plateale dimostrazione di quanto l’uomo abbia perso intimità con se stesso, non abbia più un rapporto di innocenza con il proprio pensiero e, perciò, non senta neppure il bisogno di salvarlo dai bracconieri spirituali del mondo.
Il mondo manca di pudore perché oramai non è più capace di relazionarsi con il tesoro che giace nelle persone.


feb 02 2009

PENSIERI CHE FERISCONO

Tag:Tag , , , , , , Paolo De Bei @ 15:32

La vendetta dei piccoli di spirito nei confronti di coloro che lo sono meno, consiste spesso nel tentativo di confondere le rotte di navigazione, al fine di vedere arenata una così nobile imbarcazione, anche se solo per un istante.

Spruzzare fanghiglia in acque cristalline è la soddisfazione su cui il ciarlatano fonda il suo contemplare, misurando il proprio gaudio nella proporzione in cui riesce a ribassare profondità e altezza ad un più mediocre intendere.
L’inganno gioca per lo più nella proiezione di ombre confuse, così come Chateaubriand ha ben inteso:

“Gli uomini prendono spesso verità per errore, perché ogni qualità del cuore o dello spirito ha in corrispondenza la sua immagine falsata: la freddezza somiglia alla virtù, il ragionare alla ragionevolezza, la vuotezza alla profondità”.

Che l’invidioso persegua scrupolosamente la natura della sua scelta non è una novità, ma ciò che più ferisce è il commento che nasce nel suo cuore una volta riuscito nel suo intento: “L’ho messo alla prova: è lui a non essere stato degno della regalità del percorso intrapreso “.
Ferisce perché, probabilmente, è vero.