MAESTRO E AMICO

L’intima vocazione di chi si prefigge la formazione spirituale è quella di custodire e preservare.
Come un padre accoglie, come una madre ascolta, come un fratello aiuta, come un guerriero difende, come un angelo consiglia, come un maestro insegna, come un pedagogo esorta, come un profeta annuncia, come un amico soffre delle cadute dell’assistito.

Riottoso alla presunzione di conoscenza consuma l’amore per l’amico nella sua propria debolezza, schiaffeggiato dalla consapevole limitatezza del proprio essere. Eppur si compiace delle sue infermità, perché non lui vuole affermarsi, ma la verità che ha in cuore di testimoniare, che lo rende forte opportune et inopportune.

Il suo dire non desidera né gloria né ammirazione, ma scaturisce dalla forza e dal vigore per quell’ideale di cui è sposo e di cui dona la sovrabbondanza che gli sgorga dall’anima.
Con spirito vigile veglia incessantemente su di sé, affinché le ombre del mondo non offuschino la sua limpidezza e con eguale solerzia sorveglia le anime di quegli amici che a lui hanno voluto affidarsi.

Con amore ammonisce, con giustizia punisce e con sapiente mano opera sui proliferanti mali dei suoi protetti, saldo e forte in quel coraggio di chi, pur amando, sa di dover ferire per spurgare le infezioni.

Obbediente alla propria coscienza non invade l’altrui libertà, ma infonde senso di responsabilità e schiettezza di spirito.
Custode del libero arbitrio non rinuncia all’ammonimento e alla rispettosa correzione, poiché non riesce a concepire sincerità di relazione senza verità di fatti ed intenti.

Come padre e maestro si prodiga per incarnare non solo la verità che annuncia, ma la vita stessa di chi assiste, soffrendo e gaudendo per l’amico come se ogni evento accadesse a se stesso.

La responsabilità che il formatore di spiriti si addossa è quella di chi, nell’orto del Getsemani, in attesa di esser braccato, torturato ed ucciso come il peggiore dei briganti, ebbe in cuore di dire: “Io conservavo nel tuo nome coloro che mi hai dato e li ho custoditi; nessuno di loro è andato perduto” (Gv 17,12).

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One Comment

  1. a.b.c.

    Esiste un dolore che va oltre la ferita di un coltello. Ti stritola le viscere, ti attanaglia il cuore e annebbia il cervello. La consapevolezza di ciò che si è fatto a Dio, agli altri e a sè. Si domanda, si chiede con tutto il nostro essere di vedere e conoscere, comprendere bene i nostri peccati per poi potersene pentire. Ma quando solo la copertina viene scostata si sprofonda, perchè sai che devi andare avanti scontrandoti con quella realtà che non puoi cambiare ma solo affrontare dicendo la verità dove prima era menzogna e purificare ciò che prima era marcio. Questa è la giustizia e la riparazione ma che procura dolore, purtroppo non solo a te che devi soffrire perchè hai colpa ma anche a coloro che per colpa tua hanno già sofferto.Ma devi farlo perchè altrimenti non accetti il dono di Dio che apre la tua mente alla tua superbia, alla tua invidia, al tuo amore per il protagonismo, alla tua vanità…ti fa vedere insomma a quanto sei misera perchè ognuna di queste voci non è compresa nel suo libro.
    Ti avvicina a comprendere quale dolore Gesù deve aver patito per te per ognuno di quegli atti fondati sul male che tu con libera volontà hai detto sì. Sì con una leggerezza che fa piangere considerando il male che ne segue. Tutto per un sì, e poi preghi e poi fai la comunione….
    Rivelare il marcio che ti appartiene può anche cambiare i rapporti con le persone che ami. Ti possono allontanare o non darti più la credibilità che un tempo avevi ma bisogna farlo.
    Se non si fa non solo respingi il dono che Dio ti ha fatto ma ancora per tua libera volontà scegli il male, rivestendoti di una luce che non ti appartiene. Accettiamo ringraziando il dono di Dio aprendo i sepolcri imbiancati per ripulirli del marcio che contengono.

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