Archivio di novembre, 2009

ABORTO IN METROPOLITANA

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Un reportage-scoperta, amari dubbi, il tenace impegno per la vita
Gabriella Sartori – Avvenire.it

RepubblicaMetro banchina ABORTO IN METROPOLITANAChe la legge 194 – che permette l’aborto a pubbliche spese – non avesse eliminato gli aborti clandestini (calcolati in almeno ventimila l’anno) era cosa nota, anche se di questo insuccesso della legge si parla il meno possibile. Ma che questo genere di aborti si ‘organizzassero’ in una grande città come Milano, alle fermate degli autobus e nei meandri della metropolitana, non lo sapeva quasi nessuno. Va dunque riconosciuto a Elena Loewenthal, che lo ha raccontato due giorni fa sulla Stampa di Torino, di aver rotto il tabù dell’aborto clandestino, cosa che quasi nessuno fa sui cosiddetti giornali ‘laici’, e di aver anche rivelato i tristi spazi urbani in cui esso viene negoziato.

Le fermate dell’autobus e i sotterranei della metrò, ad esempio, dove straniere e italiane si trovano immerse in una specie di «immenso consultorio» parallelo a quello legale, dove «si chiedono, si ottengono e si pagano gli aborti clandestini». Dove un’oscura ragnatela di personaggi intavolano trattative, forniscono indirizzi, distribuiscono «sacchetti di pillole»… «Un sistema intero che funziona a pieno regime», scrive Loewenthal.

In quei posti che Marc Augé ha definito come «non luoghi», dove nessuno ti guarda in faccia e dove nessuno ha tempo e voglia di interessarsi di nessun altro, molte donne – straniere e no – vanno a cercare una ’soluzione’ al loro ‘problema’.
C’è la clandestina disperata e senza mezzi, ma c’è anche la giovane italiana colta e presumibilmente ben informata, che non può permettersi di «guastarsi una carriera ben avviata». E ci sono «minorenni» per le quali l’articolista della Stampa non trova aggettivi.

La loro abbandonata solitudine parla da sola, aggiungendo desolazione a desolazione.
I lettori di
Avvenire già conoscono il mondo di sentimenti e di paure che venerdì è emerso anche dalle pagine del quotidiano torinese. È un mondo osservato dal punto di vista delle donne che faticano ad accettare una gravidanza. È un mondo nel quale, da decenni, si addentrano con passione e rispetto i volontari del Movimento per la vita e dei Centri di aiuto alla vita.
Spesso circondati dal silenzio (o dall’ostilità) di buona parte dei mass media e dei soliti ambienti ‘evoluti’. E questi volontari sanno – per averlo sperimentato mille volte – che, di fronte a una maternità imprevista e non voluta, la prima causa di rifiuto del figlio da parte della
donna è la sensazione terribile dell’abbandono, è il sentirsi immerse in una società dove «ognuno si fa i fatti suoi», una società in cui anche le persone più vicine – marito, partner, madre e padre, amiche e amici – ti dicono: «Devi decidere tu». Il che, magari, suona bello e giusto, ma troppo spesso vuol dire: «Arrangiati».

Questi volontari conoscono, per esperienza, i ‘miracoli’ che accadono quando anche la madre più determinata ad abortire scopre che qualcuno le vuol dare una mano sul serio, vuol ‘perder tempo’ a occuparsi di lei, ad ascoltarla senza stancarsi, senza scoraggiarsi mai.
Guardandola in faccia, insomma, stabilendo con lei quella relazione che ci trasforma da individui in persone. Riflettendo sul triste e solitario fenomeno dell’aborto clandestino e fai-da-te, Loewenthal trova incomprensibile il fatto che una donna italiana, istruita e matura, volendo abortire, preferisca il tetro mondo dei sotterranei della metropolitana al ricovero ospedaliero che, almeno, la sottrarrebbe agli inevitabili pericoli di natura sanitaria.

Pensa che si tratti di italica, atavica diffidenza nei confronti della legalità. O di qualcosa di più profondo e oscuro, come se «l’emancipazione e il progresso non fossero riusciti ad estirpare… la sottomissione femminile ad un destino ingrato…». Ma c’è dell’altro. E se Elena Loewenthal, che è giornalista intelligente e di fini sentimenti, volesse, ospite gradita, ’scoprire’ anche il mondo del volontariato pro-life, vedrebbe appunto altre cose, altre profondità del cuore.
E un nucleo straordinario di umanità e di storie che a volte sembrano inventate e invece sono tutte vere.
Difficili eppure calde di vita e di speranza, lontane mille miglia dalla desolazione dell’aborto in pillole spacciato nel buio della metropolitana milanese.

RU486: LUPUS IN FABULA

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Tratto da Avvenire – di Francesco Ognibene

ru 486 RU486: LUPUS IN FABULAI l colpo di scena è arrivato proprio all’ultimo minuto. La partita per il via libera alla pillola abortiva negli ospedali italiani s’è riaperta pro­prio quando pareva ormai prossimo alla con­clusione l’inesorabile iter burocratico del ‘mu­tuo riconoscimento’ per un farmaco già adot­tato in altri Paesi dell’Unione europea.
La cieca macchina dei timbri apposti da orga­nismi tecnici in calce all’autorizzazione di un medicinale col quale s’introduce in Italia nien­temeno che un nuovo modo di abortire pareva impossibile da arrestare, in barba a una legge dello Stato.

Ma il Parlamento ha finalmente rea­gito mostrando di volersi riappropriare della sua funzione di rappresentanza della volontà popolare. E ha deciso di vederci chiaro, con u­na determinazione che l’ha condotto – ieri – a rimettere in discussione ciò che molti davano per acquisito. È arrivata così l’ineccepibile de­cisione di chiedere al governo una parola chia­ra sulla discutibilissima compatibilità della Ru486 con ciò che dispone la 194: una legge che, come tutti sanno, mai ci è piaciuta, ma che quantomeno detta alcune regole minime per evitare di aggiungere allo scempio dell’embrio­ne lo sfregio sulla donna già ferita da una scel­ta drammatica come l’interruzione di una gra­vidanza.

Perché la Ru486 non è l’«aborto dolce» o «meno invasivo», come vagheggia chi vorreb­be sbancare ogni forma di tutela della vita (ca­posaldo della Costituzione) in nome di una li­bertà ‘liquida’. L’aborto chimico – in realtà – è una procedura lunga e dolorosa, un metodo brutale per mettere fine con le proprie mani a quella vita che germoglia nel grembo, fino all’u­miliazione di fare tutto da sé e di vedere (in ol­tre la metà dei casi) quel poco che resta di una vita che poteva essere. Un dolore indicibile, ri­cacciato nell’angolo buio del bagno di casa, nel­la migliore delle ipotesi.

La clandestinità riabi­litata. È questo che dovremmo veder introdot­to anche in Italia (e poco importa che altrove sia già così), col placet di uno Stato neutrale? O non è bene reagire e ragionare finché c’è possibilità, per esigere civilmente che ci si accorga della «banalità del male» quando ricompare in nuo­ve, edulcorate forme dalle sentine della storia, per allungare la sua ombra sulla vita umana più fragile?

A questo orrore il Senato ha responsabilmente detto no, reggendo un formidabile e conver­gente urto politico, mediatico e culturale. La maggioranza della Commissione Sanità ha dun­que chiesto che venga rispettata alla lettera la legge là dove dispone il ricovero ordinario sino al completamento dell’aborto, senza ricorrere a stratagemmi come il day hospital o le dimis­sioni ‘volontarie’ (magari incoraggiate da di­sinvolti ginecologi o fautori di un’ideologica de­regulation).

Chi nelle manifestazioni tardo-fem­ministe strilla all’intoccabilità della 194 abbia almeno il buon gusto di non pretenderne ora un’applicazione a intermittenza, e un sostan­ziale scardinamento. Di fronte a un intervento dell’istituzione de­mocratica che s’ingegna per garantire la salute fisica e psicologica delle donne, insidiata da un nuovo ‘farmaco’ che porta morte, diventa sem­pre più incomprensibile il fuoco di sbarramen­to opposto da parlamentari che hanno parlato di decisione «cinica» e «insensata», di «forzatu­ra politica», addirittura di «gioco scandaloso».

In questo coro di lamentazioni pregiudiziali non s’è udito il coraggio moderno e libero di affron­tare la sostanza della questione: la pillola abor­tiva è davvero un bene per le donne, o è solo un sistema illusoriamente sbrigativo per chiudere la ‘pratica’ aborto senza disturbare, fingendo che sia una vicenda sanitaria come tante? Il mo­do in cui lo si vorrebbe estendere in tutta Italia (una pillola e via, tutte a casa, per non appe­santire i costi della sanità) sa tanto di ostina­zione ideologica, con un sovrappiù di invettive agli ‘oscurantisti’ che si oppongono.
Una vita che palpita e il corpo delle donne usa­ti per affermare un’assoluta e incontrollata li­bertà di aborto. Lo chiamano diritto, ma è que­sto
il vero cinismo.

UMBERTO ECO E LUCIO DALLA RIGUARDO STRASBURGO

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Tratto dalla Rosa dei Tempi

luciodalla 208x300 UMBERTO ECO E LUCIO DALLA RIGUARDO STRASBURGOSono continuate per molti giorni in Italia le polemiche sulla sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo che ha accolto il ricorso presentato da una cittadina italiana sulla presenza del crocifisso nell’aula scolastica del figlio. Il governo ha presentato ricorso, un sondaggio del Corriere della Sera ha certificato che la stragrande maggioranza degli italiani non vuole toglierlo, il Vaticano ha parlato di atto «miope e sbagliato», la Cei di «visione parziale e ideologica». Ma anche altri hano voluto dire la loro.

Idee Tra questi, sull’Espresso, anche Umberto Eco che è partito dalla premessa che «anche eliminando i simboli religiosi dalle scuole, questo non incide sulla vitalità dei sentimenti religiosi». Infatti, «nelle università nostre non c’è il crocifisso nelle aule, ma schiere di studenti aderiscono a Cl». Proposta di Eco: togliere Gesù e lasciare la croce. Un articolo intero per arrivare a questa geniale conclusione. Chi non fosse soddisfatto, può invece pensarla come Lucio Dalla intervistato dal Giorno: «Dalla, cosa pensa della sentenza di Strasburgo? È una grande stronzata».

CACCIARI: RELIGIONE E TEOLOGIA FONDAMENTALI

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«Dovrebbe essere una materia obbligatoria così come la teologia nelle università statali» – intervista di Francesco Dalmas Tratto da Avvenire del 13/08/2009

Massimo Cacciari non ha dubbi. «La nostra tradizione religiosa insegnata obbligatoriamente a scuola. Non solo, la teologia dovrebbe essere presente in tutti i corsi universitari di filosofia »

 CACCIARI: RELIGIONE E TEOLOGIA FONDAMENTALIIl motivo di tanta perentorietà?
Siamo in presenza di un analfabetismo di massa in campo religioso
Dunque lei è per l’obbligatorietà dell’insegnamento, senza se e senza ma.
Non lo dico da oggi: sarebbe civile che in questo Paese si insegnassero nelle scuole i fondamenti elementari della nostra tradizione religiosa. Sarebbe assolutamente necessario battersi perché ci fosse un insegnamento serio di storia della nostra tradizione religiosa. Lo stesso vale per le università; sarebbe ora che fosse permesso lo studio della teologia nei corsi normali di filosofia, esattamente come avviene in Germania.
La religione, dunque, alla pari della lingua italiana o della matematica. Non può essere un optional…
Macché optional. Per me è fondamentale il fatto che non si può essere analfabeti in materia della propria tradizione religiosa. È una questione di cultura, di civiltà. Non si può non sapere cos’è il giudaismo, l’ebraismo, non si può ignorare chi erano Abramo, Isacco e Giacobbe. Bisogna conoscerne la storia della religione, almeno della nostra tradizione religiosa, esattamente com’è conosciuta la storia della filosofia e della letteratura italiana. Ne va dell’educazione, della maturazione anche antropologica dei ragazzi.
A suo avviso non è sufficiente l’insegnamento che oggi viene assicurato?
No. Sappiamo benissimo che ora l’ora di religione non conta come dovrebbe contare, viene presa sottogamba.
Invece?
Vorrei che fosse una materia in cui si studiasse veramente la Bibbia, prendiamo in mano il Vangelo e approfondiamolo come facciamo con l’italiano piuttosto che con la filosofia o il greco o, ancora, il latino.
In cattedra, per l’insegnamento della religione cattolica, non può sedersi chiunque.
Certo, ma con il concorso pubblico, che auspicherei anche per l’insegnamento di questa materia, la Chiesa non correrebbe nessun rischio, perché l’insegnante sarebbe sempre una persona motivata, appassionata, che sente una vocazione per queste materie. Lo dico perché vorrei una Chiesa che si ponesse di fronte allo Stato e dicesse: ‘ Ma non è indecente che nelle nostre scuole non ci sia la religione cattolica? È una materia importante al pari dell’italiano, della storia, dell’arte e della filosofia. Non è indecente che un ragazzo possa uscire dal liceo senza sapere cos’è il Vangelo? E all’università non si dovrebbe poter studiare teologia in modo da poter formare anche un corpo docente in grado di poter insegnare alle scuole medie professionalmente?’.

SOSPETTI SULLA RAGIONE

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Chi supera i limiti dell’essenzialità indispettisce l’intelletto. Chi per timore di prolissità balbetta accenni di concetto produce parodie del pensiero.
L’intelligenza è Intersecata dalla ragione, ma la ragione non per forza è intrisa dello spirito d’intelligenza, così che spesso, coloro che sono privi del vigore dell’intelletto, si prodigano volentieri in lunghi discorsi tinteggiati di logica, per mascherare l’assenza di genio creatore o di audacia spirituale.
La discorsività eccessiva e la persuasione ostentata risultano essere pratiche sospette all’intelligenza.

PELLEGRINAGGIO AD ASSISI PER IL 12 DICEMBRE

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4092670974 d52f72c7c3 PELLEGRINAGGIO AD ASSISI PER IL 12 DICEMBRE

Le parrocchie di Bedizzano (MS), Bergiola Foscalina (MS) e Codena (MS), con l’Associazione Falco Bianco, organizzano un pellegrinaggio ad Assisi per la data del 12 dicembre 2009.
La partenza è prevista per le ore 4,00 del 12/12 da Bergiola Foscalina.

Previ accordi è possibile salire sul pullman anche da punti logistici differenti, così da favorire le esigenze di tutti, nei limiti del possibile.

Il pellegrinaggio sarà guidato spiritualmente da don Massimo Nocchi.

Il costo della giornata, compreso di pranzo al ristorante, è di 70 €.

Per prenotazioni ed info è possibile chiamare il Sig. Walter al numero 320-9468662 o al numero 0585-831989.

La prenotazione del posto è da intendersi effettiva, senza eccezioni, solo dopo il versamento di una caparra.

INTELLIGENZA E SCALTREZZA

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È più facile che nel mondo un uomo scaltro riscuota più successo che non un intelligente.
L’intelligenza, poggiando alla sua origine su un’intuizione, non conosce le doppiezze e le infingardaggini della malizia. L’intelletto, se rettamente inteso, ha più a cuore l’immediatezza e la semplicità del pensiero che non i vantaggi che con quest’ultimo si possono ottenere.
Girare intorno alla verità per estrapolare dal contesto una data espressione, omettere quanto conviene, moltiplicare le parole per confondere o meglio raggirare l’interlocutore, insinuare dubbi, alimentare sospetti, ecc., sono gli stratagemmi della ragione di chi mira ad un interesse.
Un’intelligenza sana, partorita da un cuore umile, non trova somiglianza con le barbare verbosità dell’intellettuale arricchito di nozionismo o con le pesantezze dialettiche di chi fa lievitare la forma per distrarre dal contenuto.
Agli spiriti più evoluti manca l’interesse, perciò non avranno mai gli sfolgorii innaturali delle furberie di ogni risma.
Al mondo piacciono i colori sfavillanti: è per questo che i furbi, nel mondo, superano gli intelligenti.
Al mondo piace trarre un interesse: è per questo che ben volentieri rinuncia alla superiorità dell’essere per abbracciare l’avere.

CIVETTERIA EMOTIVA

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Quando la stanchezza avvolge le membra, si avvertono le emozioni quasi ovattate. Ciò che la forza e la lucidità portano ad avvertire con intensità, una fatica prolungata sparpaglia dentro noi stessi i frammenti di ciò che emotivamente rimane.
Anche la sofferenza, ad esempio, si trasforma nel modo di essere percepita, ma la profondità del suo lavorio interiore rimane immutata a causa della sua differente natura rispetto agli elementi emozionali.
Quel che realmente si riferisce ad una dimensione aristocratica dello spirito si nutre di profondità più che di intensità, così che, anche nella situazione più impervia dell’esistenza, permane a riferimento quel punto fermo dell’anima attraverso cui ci riesce possibile distinguere il movimento degli altri punti.
È dunque questa la differenza tra sentimento ed emozione: il primo troneggia nella profondità dell’anima, sia esso gaudio o dolore, amore od odio, e suppone un moto di perpetuità; la seconda risulta essere florida di grandi intensità, ma è affetta da caduca ed irregolare manifestarsi.
Solo nel sentimento è possibile godere l’intensità che vive nella verità: il resto è solo civetteria emotiva, il male del nostro tempo.

FORMATORI MEDIOCRI

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Gli insegnanti vivono normalmente ossessionati dall’essere riconosciuti come tali. I sotterfugi che escogitano per riuscire a presentarsi docenti sono tanto evidenti e sottili, quanto i complessi che con tale ostentazione vogliono andare a colmare.
Guardati bene da chi si ostina a dire di essere un qualche cosa, poichè in cuor sa che da sé stesso non emergerebbe.
Il vaso della sapienza nutre per l’eccedenza del suo contenuto. Laddove non trabocca, non c’è reale sapere.
Questo vasame umano si sente compiaciuto di marchiarsi formatore un po’ per sentirsi soddisfatto di averla fatta in barba alla natura che originariamente l’aveva concepito un mediocre, un po’ per nascondere la distanza che esiste tra il proprio fare ed il proprio essere.

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