dic 30 2009

L’ITALIA: TRA DE SICA E PLATONE

Tag:Paolo De Bei @ 18:20

arte LITALIA: TRA DE SICA E PLATONE

di Marina Corradi

L’ultimo film di Christian De Sica ha incassato tre milioni di euro in un solo giorno, e a Roma è proiet­tato in oltre la metà delle sale. Un film volgare? Al Corriere l’attore risponde che i film d’autore fanno incassi pe­nosi, e che un film di Natale come il suo è «lo specchio dell’Italia» di oggi. Al di là della vicenda particolare, l’af­fermazione colpisce. Per prima co­sa, perché occorre riconoscere che c’è del vero.

Gli ammiccamenti, le pa­rolacce di un film di grande cassetta non sono in realtà peggiori di quan­to si sente all’uscita di una qualun­que scuola, o in un talk show televi­sivo. È vero, c’è un involgarimento collettivo che è prima che nelle pa­role nello sguardo, nella morbosità con cui per esempio si scrive, e si leg­ge, dei vizi altrui, spiati con avidità. Quasi un compiacimento nell’indu­giare su ciò che è greve; il gusto di un cinismo sorridente che ama i doppi sensi, l’ammiccamento, in un sot­tintendere che così fan tutti, e chi non ci sta è un illuso. Certo, quello «specchio d’Italia» man­ca di tante cose silenziose che rara­mente passano in tv: affetti, lavoro, solidarietà, carità, individuali co­scienze che resistono a questo im­barbarimento collettivo.

E tuttavia non si può negare che tra l’Italia del dopoguerra e questa c’è un tale salto di costume e linguaggio, che chi è vec­chio, e ricorda, ne è spaesato. Ma quel dire che così è l’Italia, sot­tintendendo che dunque bisogna dar­le ciò che le somiglia, colpisce anche per una tristezza che ne viene. La vol­garità vende, dunque si va incontro alla richiesta del mercato. Senonché quel mercato siamo noi, un Paese, i nostri figli. A cui vorremmo lasciare qualcosa di meglio che le battute dei cinepanettoni. Perché dietro a quelle risate c’è ben poco. Perché andiamo al cinema o accendiamo la tv per di­strarci, la sera; ma anche con la ma­gari non riconosciuta attesa di vede­re qualcosa che ci dia una speranza. Di riconoscere, perfino fra le righe di una storia dolorosa o terribile, un sen­so buono, che valga anche per noi. Le fiabe che si raccontano ai bambini hanno sempre un lieto fine – e se non ce l’hanno, i bambini ci restano ma­lissimo. Siamo un po’ bambini anche noi.

In un film, in un libro, magari ac­canto al realismo più crudo, vorrem­mo trovare almeno qualcosa di bello, o una faccia buona. Per non uscire più sfiduciati di quanto eravamo prima. E dunque, può essere che in molti sia­mo come gli italiani allegrotti dei ci­nepanettoni. Però, se ci raccontasse­ro ogni tanto qualcosa di bello. Non agiografie, o buonismi. Se ci venisse mostrata una bellezza: qualcosa che appassiona e sveglia una tensione, u­na domanda. Incontrando gli artisti un mese fa Benedetto XVI ha ricor­dato Platone: secondo il quale la fun­zione essenziale della bellezza « con­siste nel comunicare all’uomo una sa­lutare scossa che lo fa uscire da se stesso, lo strappa alla rassegnazione». La bellezza risveglia, e mette in mo­to.

Come in un bellissimo film di tre anni fa, ‘ Le vite degli altri’ di Florian Henckel von Donnersmarck, dove un agente della polizia segreta della Ddr passa i suoi giorni a spiare e intercet­tare dei sospetti dissidenti. Ma pro­prio le loro speranze e la loro tensio­ne lo contagiano. L’agente non li de­nuncia, e abbandona il suo lavoro di aguzzino. Si sarebbe ben potuto fare un film semplicemente sulla crudeltà degli uomini della Stasi. Sarebbe stato rea­lista. Ma la storia della spia commos­sa dalla bellezza è ancora più realista: è la realtà, attraversata da una spe­ranza. Ciò che in fondo tutti doman­diamo. ( E quanto a successo non è andata male: Oscar per il miglior film straniero. La bellezza, gli uomini la ri­conoscono ancora).


dic 29 2009

FAMIGLIA MALTRATTATA

Tag:Paolo De Bei @ 20:36

Famiglia Cartello FamilyR375 FAMIGLIA MALTRATTATAdi Luca Pesenti

Il welfare italiano arriva alla fine del 2009 senza aver provato a impostare una vera politica famigliare. Evidentemente l’assenza di riforme profonde ha una ragione esplicita nella crisi economica che ha colpito il Paese dal settembre dello scorso anno e lo squilibrio contabile generato dalla crescita esponenziale delle ore di cassa integrazione.

Lo strumento della cassa integrazione ha rappresentato per altro un sostegno importante per centinaia di migliaia di famiglie. Ma non ha spostato di un centimetro il problema dell’equità e del giusto riconoscimento dei carichi famigliari, nell’ambito di un sistema che tende a premiare fiscalmente le famiglie con al massimo un figlio e che premia (non solo fiscalmente ma anche in termini di accesso ai servizi) i nuclei monogenitoriali rispetto a quelli in cui convivono entrambi i genitori.

Il risultato finale è quello di una ennesima mortificazione della famiglia in quanto tale (né povera, né a rischio, né disagiata, né numerosa: semplicemente famiglia), ancora in attesa di un trattamento adeguato alla propria decisiva funzione sociale, educativa ed anche economica.

La contraddizione di questo primo biennio di governo Berlusconi è evidente. L’introduzione di una tassazione più equa per le famiglie, che riconoscesse adeguatamente e proporzionalmente il costo del sostentamento di ogni figlio, era stata ampiamente annunciata durante la campagna elettorale.

Il programma elettorale del PdL si era decisamente sbilanciato sul tema, prevedendo l’introduzione del quoziente famigliare per il calcolo della base imponibile ai fini fiscali, la reintroduzione del “bonus bebè” come strumento di sostegno alla natalità, e per finire un sostegno per l’esercizio della libera scelta in campo educativo.

Nemmeno il tempo di prendere il controllo delle stanze del potere e, dopo il meritorio taglio dell’odiosa Ici sulla prima casa, il tema scomparve repentinamente dall’agenda politica a causa della crisi economica. Ma a ben vedere, l’argomento più decisivo, ovvero quello del raggiungimento di un’autentica equità fiscale attraverso una forma di tassazione sul nucleo famigliare, non trovò particolare rilievo nel Libro Verde presentato a luglio 2008.

Con la presentazione del “Libro Bianco” nello scorso mese di maggio il Governo ha corretto la rotta, riconoscendo in modo esplicito il “valore sociale aggiunto” generato dalla famiglia “per effetto dell’assunzione di responsabilità pubblica che consegue al matrimonio e della stabilità degli affetti”, il cui sostegno promozionale rappresenta una sfida in cui “la società gioca la sua stessa sopravvivenza” (p. 23)

Ma ciò nonostante nella Finanziaria, varata subito prima di Natale, non vi è traccia di interventi family friendly. Anche i non pochi quattrini recuperati grazie allo scudo fiscale sono finiti altrove, nonostante la cifra drenata si sia rilevata superiore a quella attesa.

Ora il Presidente del Consiglio annuncia per il 2010 una vera e propria annata costituente, che dovrebbe portare a riforme profonde in tutti i settori. Dopo la lunga crisi, il Governo è atteso a una prova di coraggio, cominciando a recuperare la distanza che soprattutto su questo tema separa il welfare italiano dalle più avanzate legislazioni europee.


dic 27 2009

SOPRAFFATTO DALLA BELLEZZA

Tag:Paolo De Bei @ 14:28

normal Il pensatore SOPRAFFATTO DALLA BELLEZZAMi piace pensare che tu sia un lettore attento, un sapiente musico di saggezza.
Vorrei che tu arpeggiassi il tuo strumento prima di ascoltare il mio discorso: la musica scioglie le rigidità di una logica sospettosa.
Desidererei un inchino di rispetto al mio dire, poiché sarebbe un incoraggiamento alla danza che è mia intenzione offrirti.
Sarei lieto di conversare con il ritmo cadenzato di una melodia carezzevole come un flauto discreto ed intonato.
Ci si porti una tisana calda di cui gustare i fumi ancor prima di sorseggiarne il sapore.
Si portino alla nostra presenza ballerine dalle movenze regali e siano imprigionate le portatrici di involgariti rituali.
Mi si dia il tempo di pesare il pensiero e di valutarne l’espressione senza fretta, perché nulla lasci supporre che ci siano priorità oltre lo spirito.
Si renda l’ambiente caldo, ordinato, essenziale ed accogliente, affinché il superfluo non distragga e quanto vi è di sublime ispiri la sapienza assopita.
Si porti al mio lettore tutto ciò che abbisogna per comprendere l’intimo segreto di quanto ho scritto ed infine si intonino i canti per colui che è potuto spirare sopraffatto dalla bellezza di una simile comunione.


dic 27 2009

UOMINI GRAZIE AD UN BAMBINO

Tag:Paolo De Bei @ 9:52

cardinalescolaR375 22nov09 UOMINI GRAZIE AD UN BAMBINOQuando la sera torniamo a casa stanchi e appesantiti dalle preoccupazioni della giornata, spesso ci corrono incontro a braccia aperte i nostri bimbi. Così fa Dio. Per rendersi familiare ad ogni uomo, è divenuto bambino. I Padri della Chiesa arrivavano a dire: “Dio si è abbreviato”, taluni usavano addirittura un verbo in cui l’“abbreviarsi” è legato all’“impoverirsi”. Dio, l’Onnipotente, si è impoverito, si è abbassato, per imparare la nostra lingua di creature.

E forse oggi, più che mai, il mondo avverte la pungente nostalgia di Dio. «Stanco e disfatto è il mondo -  scrive Chesterton – ma del mondo il desiderio è questo». L’annuncio del Natale incontra il gemito di questo desiderio.

Sempre nella storia dell’Occidente i momenti di passaggio, e quindi di maggior travaglio, hanno fatto emergere le questioni decisive. Osserva Sant’Ireneo: «Il Verbo di Dio pose la sua abitazione tra gli uomini per abituare l’uomo a comprendere Dio». È la ragione per cui – insiste Ireneo – «Dio manifesta se stesso negli uomini». Non c’è alcun antagonismo tra Dio e l’uomo se questi resta nell’amore di Lui. In questo rapporto col Dio che si è reso familiare ognuno di noi e tutta l’umanità può solo progredire.

Il Bambino Gesù risveglia le nostre domande più vere, quelle che normalmente lasciamo seppellite sotto la distrazione, e accende in noi la speranza. La sua umiltà ci conquista e diventa richiesta di semplicità. Chi di noi non sente, nella propria vita, il bisogno di una grande semplificazione? In tutti c’è l’urgenza di tornare all’essenziale, a ciò che conta davvero e ci fa respirare, liberandoci sia dall’affanno di un consumismo malaugurante (si dovrebbe usare la parola osceno, che ha proprio questo significato), sia da stili affettivi complicati, ambigui, spesso menzogneri, che fanno soffrire l’altro, non fanno vivere un amore che libera, ma spingono verso un amore che lega.

Dio, in Gesù Bambino, non solo “si è abbreviato”, fino a rendersi “visibile agli occhi, palpabile alle mani, portabile sulle spalle”, ma ha dato la vita per noi per coinvolgerci nella dinamica della Sua donazione.

È solo per la carità sconfinata di Dio nei nostri confronti che noi possiamo sperare di diventare capaci di «tessere reti di carità», come dice il Papa nella Caritas in veritate. E la carità ha un orizzonte di 360 gradi. Si estende dalla doverosa condivisione con coloro che sono nell’indigenza e nella miseria (il cui numero, in questo tempo di crisi, è in continua, preoccupante crescita) alla difesa del primato irrinunciabile degli uomini del lavoro dignitosamente concepito, fino alla passione per l’edificazione del bene comune nell’impegno politico diretto. Instancabile nel far prevalere, sempre e comunque, le ragioni della philìa (amicizia civica) su quelle del conflitto.

Natale è la festa dell’innocenza e perciò della pace. Il Dio nato a Betlemme è la pace stessa. Ce lo insegnano i più piccoli (non solo di età), i malati, i sofferenti con il loro abbandono fiducioso che si aspetta tutto non da ciò che possiedono, ma da ciò che ricevono. La testimonianza di Gesù, l’Innocente per eccellenza, imitata dai martiri, è offerta totale di sé («svuotò se stesso», dice Paolo) a noi uomini affinché vivendo relazioni buone favoriamo in tutti la pratica del bene.

L’Onnipotente che si è fatto Bambino ha la forza di dare pienezza all’umano: «La Sua natività purificò la nostra» – scrive San Bernardo – «la Sua vita ammaestrò la nostra, La Sua morte distrusse la morte nostra». Dalla traboccante gratitudine per questo dono sgorga l’audacia della nostra speranza. Da qui attingiamo l’energia per stare dentro ogni rapporto senza accettarne la scontatezza, senza rendere il pregiudizio cronico. Egli ci apre alla possibilità di pacificare anche i rapporti più conflittuali. Fa fiorire l’affezione verso noi stessi e verso tutti i nostri fratelli uomini. Nel Natale Gesù ci visita per donarci la vita di Dio!

del Patriaca Angelo Scola


dic 26 2009

IN RICERCA DELLA FORESTA

Tag:Paolo De Bei @ 15:29

foglia 1  IN RICERCA DELLA FORESTAOggi sono andato alla ricerca di sguardi capaci di rinvigorirmi con la gentilezza di una foresta, ma ho trovato solo ciarpame secco.
Ho scrutato le movenze degli uomini per piroettare nelle estasi della loro danza, ma non ho uito alcuna musica.
Ho auscultato il cuore delle donne pronto a perdermi nell’abisso del sentimento, ma mi sono imbattuto solo in pozzanghere.
Abbiamo reso lo spirito flaccido e pigro, rendendolo incapace di un parto poetico, di una riflessione capace di spingersi oltre l’intellettualmente istruito.
Lo abbiamo sterilizzato con i mezzi di consumo, addomesticandolo con le accademie.
Abbiamo frantumato il vero sapere in specializzazioni autocefale, creando l’intellettuale, colto replicante impossibilitato al soffio di vita.
Ci siamo resi insensibili al colore favorendo il concetto, sgretolato la montagna per preferire l’astrazione, crocifisso l’estetica per un più comodo “de gustibus”.
Fra le pagine di un libro ho ritrovato una foglia autunnale d’acero messa lì da un me stesso molto più giovane. È bene essere saggi già in gioventù e conservare un poco di foresta in qualche scrigno di sè: viviamo in un’epoca barbara ed incerta, dall’anima astratta e monocromatica, incapace di giocare con le essenze dell’estasi.
Il cielo è divenuto cemento, così che siamo in grado di concepirlo solo secondo una scala di grigi.


dic 26 2009

IL NATALE NON E’ UNA FAVOLA

Tag:Paolo De Bei @ 10:09

betlemme IL NATALE NON E UNA FAVOLAIl Natale non è una favola per bambini.
Lo ha detto Benedetto XVI all’Angelus di questa domenica di vigilia. Nei giorni in cui le nostre città splendono di luci, e anche la neve, insieme a tanti problemi, ha portato nelle strade un candore da paese di Santa Klaus, la parola del Papa è netta, quasi brusca.

Nel mare dolciastro di Jingle bells che ci sommerge, quel dire netto: « Non è una favola » . Non una dolce leggenda da raccontare ai bambini, e in cui continuare a cullarsi poi, non più credendoci, per abitudine, da adulti. Non una vecchia cara fiaba cui si è affezionati, benché si sappia che è assolutamente irreale. Invece, il Natale è « la risposta di Dio al dramma dell’umanità in cerca di una vera pace » .
Parola quasi tagliente. E ci chiediamo se non sia particolarmente indirizzata a noi, ai credenti, piuttosto che ai ‘ lontani’. Perché la tentazione di confondere la memoria della Natività con la ‘ poesia’ del Natale, e i canti, e le tradizioni, e magari i teneri ricordi d’infanzia, è forte anche per i cristiani. Viviamo in un tempo sentimentale e furbo, che usa le note di Stille Nacht per farci comprare di più; implicitamente dicendoci che la festa è appendere un Babbo Natale alla finestra, fare regali e sentirci buoni; sentirci anche magari un po’ commossi, a mezzanotte, guardando i nostri bambini – loro che credono ancora alla favola, mentre noi, adulti, conosciamo purtroppo la realtà.

La sovrastruttura di tradizioni, di abitudini, di commercio che si è accumulata sul Natale è poderosa. Mentre i 2009 anni trascorsi da quel giorno sono un tempo immenso per gli uomini; un tempo che, da solo, basterebbe a circondare il più reale dei fatti dell’aura di una incerta leggenda. Ma, dice da sempre la Chiesa e lo ripete oggi Benedetto XVI, tutto invece è vero. Tutto è accaduto nella verità e nella carne. C’era una donna che aspettava un figlio, sfollata e senza casa con suo marito una notte in Palestina. Nessuno che aprisse la sua porta, e la stanchezza e la fatica nel portare quel ventre carico. C’era una grotta, un antro in cui quei due trovarono un estremo rifugio. Ci furono le doglie, e il parto, e poi un vagito – uguale, quel pianto, a quello di tutti gli uomini che vengono al mondo.
Ma il salto di audacia che ci viene chiesto – il coraggio e insieme l’umiltà di credere, con la semplicità di bambini – sta nell’accogliere la straordinaria, sbalorditiva novella: quel bambino è il figlio di Dio.

Verbum caro factum est.
Un Dio che si incarna in un uomo, l’infinito che si fa volto, mani, membra, povere ossa. Perché? Per misericordia al nostro destino, per essere accanto, in mezzo, fra gli uomini. Per portare insieme a loro il dramma del dolore e della morte, e condurli verso l’unica risposta che non sia disperazione, o non senso, o il nulla.

Quanto radicalmente reale è quel nascere esule, nella povertà, fra uomini distratti; venire al mondo senza avere nulla, già così annunciando che la vera vita non sta in alcun possesso. E paradossale è come questo evento così concreto e umile sia oggi avviluppato nell’aura del mito, colonizzato dal consumismo, snaturato nella leggenda nordica. Di modo che ci possano credere ormai solo i bambini, e forse nemmeno. O che, per crederci, occorra ritornare davvero i bambini: e attendere con audace certezza lo straordinario che accade, e taglia e ricomincia la Storia.


dic 25 2009

LA PIU’ BELLA NOTIZIA

Tag:Paolo De Bei @ 12:02

adorazione LA PIU BELLA NOTIZIALa notizia che arriva a Natale, la notizia che da un punto oscuro della Palestina continua a girare, si mischia, si è mischiata, si confonderà con mille e mille notizie. Il Natale per molti, forse per i più ormai è una ‘ non- notizia’. È una ricorrenza. Una cosa risaputa. Che a un certo punto deve arrivare e arriva. E porta con sé un corredo di cose di contorno anch’esse più o meno risapute.

Rituali, nel senso stanco del termine. Chi ha ridotto il Natale così? La più grande notizia in una non- notizia? Coloro che non vogliono che la notizia circoli. E anche coloro che non vogliono che l’uomo viva la domanda più radicale, il bisogno più radicale. Il bisogno più vero di tutti i bisogni indotti e utili a chi vuole trarre profitto dagli altri, o consenso dagli altri.

Perché quella di Dio che si fa carne è una notizia che fa venire un salto al cuore. Se uno ha voglia di Dio. Se uno desidera conoscere il destino. Se uno riconosce e non censura l’abisso di desiderio che ognuno porta addosso.

La notizia del Natale colpisce chi sa di aver bisogno di una buona notizia. Il Natale è la notizia della risposta di Dio all’eterna domanda dell’uomo. Ma se l’uomo non domanda più, o meglio se non prende più sul serio il proprio essere domanda, quella notizia si riduce a non- notizia, a rituale, a orpello un po’ ingombrante. A musichetta da carillon.

Così lo riducono coloro che sono contro Gesù, perché disturba i loro piani di profitto e di consenso. E coloro che sono contro la domanda radicale, sempre urgente, dell’essere umano a riguardo del suo destino, del senso della vita. Perché disturba la loro presunzione di sapere la risposta, di fornirla con le loro teorie e con i loro trucchi.

Tanto festeggiato anche perché tanto osteggiato. Si può dire così. Tanto infiocchettato quanto anestetizzato. Così da rendere la notizia una ricorrenza, una tradizione senza attualità, un’occasione per rituali buoni sentimenti. Invece che essere la risposta alla ferita. La risposta di Dio alla domanda che di più anima la vita degli uomini. La grande questione.

Ma gli uomini che sentono premere la domanda di senso, gli uomini che la prendono sul serio, che la riconoscono mentre amano, mentre si ammalano, mentre godono o mentre muoiono, e la rivolgono al cielo, e a tutto, ecco questi uomini guardano al Natale come alla notizia interessante. Alla notizia necessaria. Alla notizia sperata.

Finché ci sarà un uomo abitato dal desiderio di conoscere il segreto della vita, e finché ci sarà un uomo ferito e inquieto di fronte alle circostanze della sua esistenza, il Natale sarà una notizia.
Basterebbe un solo uomo. E invece ce ne sono miliardi. E il mondo si dividerà tra coloro per cui Natale è una notizia e coloro che vogliono ignorare quella notizia. O occultarla. Fin dall’inizio è stato così. Già di fronte alla notizia data la prima volta ci furono atteggiamenti diversi. Ci sarà sempre la tentazione di farla passare come una non- notizia. Come una invenzione, bella e pittoresca.
Qualcosa da non considerare. O un pericolo da controllare. Eppure, proprio un servizio televisivo trasmesso in questi giorni mostrava quanto molti stranieri che ora vivono in Italia apprezzano il Natale. Ne apprezzano la festa, la gioia e l’atmosfera. Perché il Natale è la notizia che molti cuori desiderano e ne riconoscono il gusto, anche senza conoscerne bene contenuti e rito. La vita è visitata dal suo destino, è abitata dal suo significato, incontrabile fisicamente e non più perduto in quel che Pasolini chiamava « un puro intuire in solitudine » .
La notizia di Dio che viene a rompere la nostra solitudine è la più grande notizia.

Sia che la festa possa accadere grande e appariscente, sia che accada piccola e celebrata come in tanti luoghi segretamente, questa notizia è la più grande notizia della storia.

di Davide Rondoni


dic 24 2009

QUANDO IN POLONIA SPARIVANO I CROCIFISSI

Tag:Paolo De Bei @ 10:06

solidarnoscR375 21dic09 QUANDO IN POLONIA SPARIVANO I CROCIFISSIIn una mattina del dicembre ‘83, gli studenti dell’Istituto agrario di Mietne entrando nelle aule videro che dalle pareti erano sparite le croci. Nel complesso scolastico, fondato nel 1924 in questo paesino a circa 70 km da Varsavia, studiavano 600 studenti seguiti da una cinquantina di insegnanti. Già con l’introduzione dello stato d’assedio (1981) e la messa al bando del sindacato indipendente Solidarnosc, erano stati rimossi molti simboli religiosi.

Non era la prima volta che in Polonia accadevano fatti del genere. In precedenza, durante il “disgelo” (1956-57), i crocifissi erano tornati nei luoghi pubblici grazie a singole iniziative che sfruttarono la debolezza temporanea del sistema totalitario. Scomparvero di nuovo qualche anno dopo, per ritornare durante il breve periodo di attività legale di Solidarnosc (1980-81).

In quel fatidico dicembre il direttore dell’istituto, R. Domanski, su pressione delle autorità locali di Siedlce, dispose la rimozione delle ultime 8 croci. «I tempi dell’illegalità sono passati: la scuola è un’istituzione laica in cui non v’è posto per le croci». Così la direzione aveva giustificato il gesto, senza lontanamente prevedere il vespaio che si sarebbe scatenato. I rappresentanti studenteschi chiesero inutilmente spiegazioni al direttore, il quale dichiarò di non essere credente e che avrebbe fatto di tutto per tenere i crocifissi fuori dalla scuola.

Al canto di “Noi vogliam Dio”, i giovani si mobilitarono e riscossero il sostegno dei genitori e del clero della vicina cittadina di Garwolin. Qui il decano in un messaggio ai fedeli commentò sarcasticamente: «Oggi trovi il signor direttore di Mietne che in nome dello Stato socialista profana le croci, domani trovi un altro direttore, che […] ti entrerà perfino in casa a toglierti il crocifisso dalle pareti solo perché vivi in uno Stato socialista».

Se le autorità provinciali, invece di irrigidirsi su posizioni intransigenti, avessero dato retta alla polizia politica, che aveva definito “poco realistico” il modo in cui la direzione scolastica stava affrontando il problema, forse la “guerra delle croci” si sarebbe risolta rapidamente. Invece continuò il muro contro muro.

Il 29 dicembre il vescovo Mazur si rivolse alle autorità con una lettera in cui definì la rimozione delle croci un “gesto di intolleranza”, diseducativo per i giovani e pericoloso in quel periodo difficile della vita nazionale, a pochi mesi dalla fine dello stato d’assedio.

All’inizio del gennaio ’84 gli studenti iniziarono uno sciopero sui generis: senza danneggiare le aule o improvvisarsi rivoluzionari, alternarono la recita del rosario al silenzio assoluto prima delle lezioni e durante gli intervalli. L’eco della loro protesta si diffuse rapidamente in tutto il paese, superò i confini del campo socialista e finì sulla stampa occidentale. L’Istituto per la Memoria nazionale conserva gli archivi del Dipartimento IV del ministero degli interni con i rapporti sugli episodi di solidarietà spontanea: preghiere, appelli, raccolte di firme, volantinaggi, striscioni (persino con citazioni letterarie, come al liceo di Torun!). il cardinal Macharski commentò: «Abbiamo cresciuto persone capaci di dare testimonianza, forti e decise. Basta con Erode e Pilato».

Mazur scrisse di nuovo alle autorità, appellandosi alla Costituzione per ottenere il permesso di rimettere le croci «dove la Polonia studia e lavora»; egli fece intuire allo stesso tempo la possibilità di incitare dai pulpiti al boicottaggio delle elezioni di giugno. A fine marzo lo stesso vescovo iniziò il digiuno, offerto per trovare una soluzione positiva. Si fece sentire anche Walesa, la cui presa di posizione si può riassumere così: tu, Stato, te la prendi ancora una volta con i più deboli; perché non provi a toglierci le croci ai cantieri di Danzica? Siamo pronti ad usare tutti i mezzi a nostra disposizione, ne va dei nostri ragazzi e della nostra coscienza.

Anche il papa accennò alla vicenda, rivolgendosi ai pellegrini polacchi: «Cristo crocifisso e risorto parla all’uomo. All’uomo imprigionato in tutto il dramma della sua esistenza personale, nell’esperienza della sofferenza e della morte. Cristo crocifisso e risorto costituisce per l’uomo una risposta, la risposta di Dio stesso. Nel nostro tempo mi rendo conto che l’indipendenza della vita del popolo deve esprimersi nella tutela e nel rispetto della sua soggettività».

Finalmente si giunse al compromesso: un unico crocifisso sarebbe stato appeso all’ingresso della biblioteca (pare sia ancora là!), il “clero ostile” avrebbe abbassato i toni e gli studenti in sciopero non avrebbero subito conseguenze.

Così il 9 aprile le lezioni ripresero. Diversa sorte toccò invece ai 300 studenti dell’Istituto professionale di Wloszczowa, che nel dicembre ’84 scioperarono per due settimane, anche lì contro la rimozione dei crocifissi. Pure loro furono sostenuti dai genitori e dal vescovo, Jaworski, il quale fu però costretto a far desistere i ragazzi, buona parte dei quali non fu poi ammessa alla maturità.

La campagna contro la Chiesa ebbe il suo culmine, come già raccontato su queste pagine, col barbaro omicidio di don Jerzy Popieluszko perpetrato proprio nell’autunno ‘84. A dicembre risuonò ancora la voce di Giovanni Paolo II: «Questa testimonianza è un richiamo alla presenza di Cristo nella nostra vita. Questo desidera chi crede nella nostra patria. Questo desiderano i giovani che, difendendo eroicamente assieme ai genitori la presenza del crocifisso nei luoghi di studio e di lavoro dei credenti, testimoniano che Cristo è per loro il valore più grande. La croce è il sostegno della vita morale dell’uomo – leggiamo nella lettera pastorale del 6 dicembre -. La croce è scuola di fratellanza e di amore, poiché su di essa si è compiuta la riconciliazione».

Di Angelo Bonaguro


dic 23 2009

SINDONE, NUOVE PROVE

Tag:Paolo De Bei @ 11:04

scrittesindoneR375 22nov09 SINDONE, NUOVE PROVEIntervista a Barbara Frale sulle nuove prove di autenticità della Sindone.

Sulla Sindone, è certo, non si finirà mai di discutere. Dopo la pesante affermazione di qualche settimana fa da parte del CICAP e dell’UAAR relativa alla presunta scoperta del metodo per realizzare lenzuola in tutto e per tutto simili al lino sacro, puntualmente smentite da più esperti su queste pagine, oltre che su altri giornali, ecco adesso una prova a favore dell’autenticità della reliquia più famosa al mondo.

Si tratta questa volta della decifrazione di alcune scritte presenti sul tessuto del sudario. Una grafia che, a detta degli esperti, risale inconfutabilmente al I secolo, ossia in quel periodo di tempo che va dallo 0 d.C al 100 d.C. A decifrare l’arcano, la dottoressa Barbara Frale, già nota per alcune pubblicazioni di rilievo sui templari, che abbiamo intervistato

Dottoressa Frale, dai Templari alla Sindone, qual è stata la causa di questo “salto”?

Per quanto riguarda la mia formazione nessuna, nel senso che io sono un’archeologa specializzata nelle ricerche sul mondo antico e medievale. Ho passato diversi anni a studiare i documenti risalenti al Medioevo e le mie pubblicazioni più famose sono quelle relative ai templari. Ma questo non significa che in realtà mi sia messa a studiare da poco il mondo antico, anzi. Sono anni che mi occupo di archeologia grecoromana.  Diciamo che noi storici siamo piuttosto noti per gli argomenti che piacciono al pubblico. Per fare un esempio: sono anni che i miei studi si concentrano su documenti relativi ai papi del Medioevo. Non abbiamo idea della miniera di risvolti interessantissimi che toccano la storia della Chiesa. Ho provato più volte a proporre alcune indagini all’attenzione di diversi editori. La risposta è sempre stata: «non ha qualcosa sui templari?». Piuttosto avvilente, ma è quello che piace al pubblico, è una “moda”. Quindi mi sono rassegnata a pubblicare solo le mie ricerche sui templari.

Adesso però è arrivata alla Sacra Sindone, in un certo senso di “moda” anche questa

In realtà tutto il materiale, sia i templari sia la Sindone, fa parte di una ricerca che ho svolto per il dottorato in storia all’Università di Venezia. Sono già dieci anni che contemplo entrambi gli argomenti. In effetti occorre lungo tempo per realizzare studi di confronto fra i diversi papiri con i quali ho a che fare.

Anni spesi bene a quanto pare. Lei è infatti giunta a una scoperta eccezionale, ce ne vuole parlare?

Bisogna essere precisi. Io non ho “scoperto” niente nel senso stretto della parola. Capisco che si possa fare confusione su questioni come la Sindone perché si sono ammassati in molti anni argomenti su argomenti. Ma qui occorre risalire a trent’anni fa. Era infatti il 1978 quando il professor Aldo Marastoni, insigne latinista dell’Università Cattolica di Milano, scoprì sul lenzuolo, a occhio nudo, tracce di scrittura in latino reputando che fossero risalenti al primo secolo. Un occhio esperto di scritture antiche come quello di Marastoni non ci mise molto a tirare le somme. Il tutto passò però quasi totalmente sotto silenzio. Poi la questione venne riaffrontata nel 1994 dal punto di vista tecnologico. Un’equipe di studiosi francesi, capeggiata dal professor André Marion del CNRS (Centre National de la Recherche Scientifique) ha messo in “chiaro” tutte le scritte presenti.

Io arrivo “tardi”, in realtà il mio lavoro è stato quello di spiegare che cosa significassero le parole contenute in questi segni.

Nel senso che fino al suo arrivo nessuno se ne è mai occupato?

Il fatto è che le avevano scoperte, ma non spiegate. Ovvio che gente del calibro di Marastoni avesse inteso il significato letterale, ma non quello “circostanziale”. Per capire che cosa significhino quei segni bisogna fare migliaia e migliaia di confronti con le epigrafi. Marastoni abbandonò il lavoro. Probabilmente si era un po’ scoraggiato a seguito degli esiti del famoso esame del Carbonio 14. Anche se aveva visto bene: le scritture risalgono a tutti gli effetti al primo secolo.

E gli esperti francesi?

Si sono resi conto che finché si trattava di visualizzare con l’aiuto informatico le scritte tutto andava bene però ci voleva un esperto di scritture antiche. Loro sono matematici e fisici. Le fecero esaminare ad alcuni esperti della Sorbona che individuarono il periodo storico delle scritte fra il primo e il terzo secolo dopo Cristo. La loro analisi si fermò però soltanto alla collocazione storica Credo che il motivo fosse lo stesso di Marastoni. Siccome occorre una lunghissima e molto faticosa ricerca per questo tipo di indagini perché doversi impelagare su un documento che all’epoca era considerato, con un assurdo pregiudizio, di dubbia autenticità?

Poi è arrivata lei, ci dica in che cosa dunque consistono queste scritte?

In un certificato di sepoltura. Quello che noi possiamo vedere ha tutte le caratteristiche di un certificato di sepoltura. Anche se può sembrare strano che ai tempi dell’impero romano si facessero certificati di sepoltura. E invece è tutto il contrario, ci sono numerosissime testimonianze di questi certificati in antichità. E non solo dei Romani. Anche per quel che riguarda l’Antico Egitto, per esempio, disponiamo di una notevole mole di simili documenti. I sacerdoti curavano la mummificazione e stilavano il certificato di morte. Praticamente svolgevano l’esercizio delle odierne pompe funebri.

Questa scritta insomma rafforzerebbe l’idea che la Sindone appartenga al primo secolo?

Molto più che “rafforzarla”. Si può dire con certezza scientifica che l’autore di queste scritte, che ha lasciato queste tracce, è senz’altro un uomo vissuto nel primo secolo dopo Cristo. Il che rende molto difficile che l’intero oggetto archeologico in esame sia più tardo.

Quindi nessun fantomatico realizzatore? Leonardo da Vinci? Un anonimo medievale?

Queste scritte recano con sé dei dettagli che sarebbe impossibile dedurre perfino dagli stessi Vangeli. Sono documenti del tutto “inediti”. Noi oggi siamo in grado di riconoscerli perché a partire dai primi anni del ’900 un mare di papiri scoperti ci ha aiutato a capire come andavano le pratiche di sepoltura nell’epoca presa in considerazione. Nemmeno un genio come Leonardo avrebbe potuto inventarsi una simile falsificazione. Faccio un esempio: nel Rinascimento non si aveva idea di quanto tempo il cadavere di un condannato a morte dovesse restare lontano dalle altre tombe. E via dicendo. Un falsificatore avrebbe usato parole di tutt’altro avviso. Mentre queste scritte sono paragonabili a nuovissime ricerche su questo terreno. Da dove diamine poteva trarre ispirazione il fantomatico anonimo medievale o Leonardo per inventarsele?

Come giudica, le chiediamo un parere da scienziata e archeologa, il fatto che le pubblicazioni “piccanti” sulla Sacra Sindone siano in così grande abbondanza?

Io credo che sia una pura speculazione commerciale volta a far parlare di sé. Oppure per sponsorizzare le proprie posizioni. Prendiamo il ridicolo esperimento del CICAP. In primo luogo la ricerca era pagata dall’UAAR il che non sorprende visti i risultati. Poi la modalità con la quale si è preteso di ricavare una copia della Sindone è davvero risibile. Per intenderci la può fare chiunque abbia un lino e della tempera. Le cose però, analizzando la colorazione autentica del lino, sono un po’ più complesse. Non ci riescono i fisici nucleari figuriamoci gli “esperti” del CICAP. Credo francamente che per loro sia stato un autogol perché se è questa la serietà scientifica con la quale affrontano le questioni misteriose di questo mondo stiamo freschi.

Le sue ricerche sulla Sindone proseguiranno o il mistero del lenzuolo è stato svelato del tutto?

Sicuramente proseguiranno. Non ho pubblicato tutto quello su cui ho raccolto materiale perché mi piace avere moltissimi documenti e prove a disposizione prima di uscire con pubblicazioni scientifiche. C’è ancora tanto da fare e da studiare sulla Sindone e sulla storia in generale. Mi piace considerare il mio studio solo come il passaggio di un testimone in una grande staffetta. Se non fosse stato per gli studiosi che mi hanno preceduto io non avrei scoperto proprio un bel niente. Quindi spero che la mole di materiale da me raccolto possa servire anche per i ricercatori in futuro. Quando si sente dire che qualcuno ha scoperto qualcosa da “solo” il mio personale consiglio è quello di diffidare. Certo può capitare, come è successo per la penicillina, ma si tratta di momenti di “grazia” rarissimi e isolati nella storia della ricerca scientifica. Per lo più tutti noi dipendiamo da chi ci ha preceduto nel tempo.

Da www.ilsussidiario.net


dic 22 2009

DENATALITA’ E CRISI ECONOMICA

Tag:Paolo De Bei @ 16:59

Bimbi DENATALITA E CRISI ECONOMICADenatalità e crisi economica, qualcuno non vuol capire

«L’età della pietra non finì perché l’uomo rimase senza pietre e l’età del ferro non finì perché rimase senza ferro … Finirono perché l’uomo seppe escogitare qualcosa di nuovo, di meglio…». Così scrive l’economista indiano Indur Goklany in The improving state of the world (Cato Institute 2007).

Con troppa frequenza negli ultimi tempi abbiamo letto o ascoltato considerazioni di chi, per spiegare fenomeni economici o climatici, mette in discussione l’utilità della vita umana. E queste tesi cerco di contestarle da circa due anni sulle colonne dell’Osservatore Romano diretto da Giovanni Maria Vian.

Il maggior economista-demografo contemporaneo, Alfred Sauvy, ha spiegato e dimostrato che tra crescita della popolazione e sviluppo economico c’è una perfetta correlazione. Ancora oggi, al contrario, altri studiosi affermano disinvoltamente che la crescita demografica origina il cambiamento climatico e non è invece origine della crisi economica, anzi: che il crollo della natalità ha fatto bene ai paesi occidentali mentre nei paesi più poveri ha provocato maggior povertà.

L’insistenza con cui si continua a imputare alle nascite umane molti mali di cui soffriamo, senza poterlo dimostrare, ci ha portato invece a soffrire danni peggiori. Si pensi alle teorie neomalthusiane di metà anni 70, divulgate e accettate proprio nel mondo occidentale, che – estrapolando dati confusi – previdero che prima della fine del secolo milioni di persone sarebbero morte di fame per mancanza di risorse (in Cina e India).

Oggi verrebbe da ridere a pensare a queste capacità interpretative e previsionali, eppure l’attitudine a continuare a credere a spiegazioni “intuitive” riguardo la popolazione non cessa. La stessa Onu spiegò che tra il 1900 e il 2000 la popolazione mondiale era sì cresciuta di 4 volte, ma il Pil mondiale era cresciuto di ben 40 volte.

In più è bene ricordare che, mentre negli anni Sessanta la crescita della popolazione nei paesi poveri era di ben sei figli a coppia, nel 2005 scende a tre figli. Così nel 1960 il Pil dei paesi ricchi era 26 volte quello dei poveri, negli ultimi anni, grazie allo sviluppo di Cina e India è sceso a 5/7 volte.

Già il reverendo Malthus nel 1798 e l’economista del Mit Lester Thurow più recentemente, hanno cercato di spiegare che per far crescere il Pil si devono ridurre le nascite, ciò perché la crescita economica è più alta quanto il rapporto Pil/popolazione è superiore a uno. Così basta ridurre il denominatore, anziché aumentare il numeratore…
Ma altri due economisti, Shumpeter e Solow, negarono queste teorie malthusiane proponendo come soluzione invece proprio la crescita del numeratore, cioè il genio innovativo dell’uomo capace di sviluppare tecnologie per far crescre il Pil senza ridurre le nascite. Fu allora che si manifestarono le vere “intenzioni” verso la razza umana, spostando il problema dalla crescita economica all’ambiente.

Ciò fu fatto affermando che la crescita economica legata alla crescita della popolazione era intrinsecamente perversa perché peggiorava la qualità della vita, incoraggiava bisogni superflui provocando consumo di risorse non rinnovabili e conseguentemente inquinando il pianeta. Dimenticando o ignorando che è la ricerca tecnologica che migliora questo tipo di qualità della vita e che questa ricerca si può sostenere se la ricchezza cresce e questa cresce realmente e sostenibilmente se cresce la popolazione.

Se in un paese la popolazione non cresce, il suo rischio non è solo di regressione economica, ma anche di riduzione di potere politico verso altri paesi. Non si dimentichi lo shock provocato da un report di una nota banca d’affari americana a fine anni 90 quando spiegò che, crescendo gli Usa del 3% all’anno e l’Asia del doppio o più, entro il 2020 gli Usa sarebbero cresciuti dell’80% e l’Asia del 165% con conseguenti effetti di potere economico e politico. Non è illecito pensare che questa previsione possa aver influenzato la diponibilità dei governi Usa a sostenere la politica di crescita del Pil anche con i famosi mutui subprime…

Riguardo il rapporto tra cambiamento climatico e popolazione, quel che si dovrebbe auspicare è un vero confronto e chiarimento scientifico fra opposte tesi. Non è pensabile che vi siano scienziati che sostengono che i cambiamenti climatici siano dovuti all’eccesso di popolazione e altri che li imputino a fluttuazioni climatiche assolutamente naturali e per nulla eccezionali. Così come non è pensabile che esistano differenze così grandi sul fatto che la scienza empirica abbia stabilito o no una connessione univoca tra l’aumento dell’anidride carbonica e il riscaldamento globale osservato.

Se è vero che nel XX secolo la temperatura media globale è cresciuta solo di circa 0,6 gradi centigradi, il problema del riscaldamento globale cosa è, fantasia o realtà? Il vero problema però, riguardo questa risposta, è che non si chiede tanto un dovuto risparmio energetico o maggior sobrietà nei consumi, entrambi opportuni, si sta invece suggestionando l’opinione pubblica affinché si veda nell’uomo e nelle nascite origine e causa della distruzione della Terra. È l’uomo il nemico da sconfiggere per salvare la Terra?
Da sempre, dai tempi più remoti, l’uomo sulla Terra ha temuto che si fosse in troppi. Anche per Caino, Abele era di troppo, creava problemi di competizione economica nell’allevamento ovino e inquinava l’ambiente con i suoi troppi sacrifici a Dio…

di Ettore Gotti Tedeschi

Da Sviluppo e Popolazione


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