Archivio di dicembre, 2009

CHI SI SBARAZZA DI DIO NEGA LA VERITA’ DI QUESTO ISTANTE

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Spaeman CHI SI SBARAZZA DI DIO NEGA LA VERITA DI QUESTO ISTANTESpaemann: chi si sbarazza di Dio nega la verità di questo istante
di Lorenzo Fazzini
02/12/2009 – In un’intervista ad “Avvenire”, il filosofo tedesco affronta il rapporto tra fede e ragione. Dalle leggi naturali, che sono sempre l’occasione di uno stupore, al Creatore di cielo e terra: «L’unico che ci può salvare»

Dio ha a che fare con «lo spazio di verità» che l’uomo abita. Mentre oggi il predominio dello scientismo (non la scienza!) mette in oblio la domanda sul Creatore. Il filosofo tedesco Robert Spaemann rispolvera una sana apologetica per affermare che è razionale credere in Dio. Docente emerito alla Ludwig Maximilians Universität di Monaco, Spaemann affronta qui la questione del rapporto tra fede e ragione.

Nel volume La diceria immortale (Cantagalli) lei denuncia l’attuale «atmosfera ateistica». In che senso?
Ludwig Wittgenstein ha scritto: «Una ruota, le cui rotazioni non mettono in movimento nient’altro, non appartiene alla macchina». Così, per la maggioranza della gente la fede in Dio è diventata priva di conseguenze. La scienza naturale non permette la domanda su Dio. Questo non significa che gli scienziati non siano credenti in quanto persone. Non credente è la visione del mondo che chiamiamo scientismo. Essa riduce la realtà allo statuto di un oggetto possibile di scienza. Per esempio, la bellezza di un quadro o la verità di un’affermazione matematica sono ridotte a stati cerebrali. L’interiorità della realtà non è mai oggetto della scienza. Del resto, quest’ultima è nel giusto.

Dove sta l’errore, allora?
È errata l’opinione per cui si conoscerebbe l’interiorità di un essere se si conosce il correlativo materiale di questa interiorità. Wittgenstein scrive che questa è «la grande illusione moderna»: credere che le scienze ci spiegheranno il mondo. Infatti le stesse leggi naturali hanno bisogno di essere spiegate. Esse sono sempre l’occasione di uno stupore, come avvenne con Einstein. Il successo inaudito delle scienze moderne e della tecnica ha posto l’umanità in uno stato di ubriachezza. I progressi delle scienze non permettono un’attenzione sufficiente sul Donatore di tutti i doni. Tale attenzione appare una sorta di lusso che non possiamo più permetterci.

Lei chiede alla Chiesa più incisività sui temi escatologici. Ha scritto: «Il dogma cristiano potrebbe diventare il rifugio dell’umanità dell’uomo». Heidegger diceva che «solo un Dio ci può salvare». È lo stesso Dio?
Un Dio non ci può salvare, soprattutto dalla morte; può farlo solo il Dio unico, creatore di cielo e terra. Nella tradizione la fede in questo Dio è stata sostenuta dalla ragione. Oggi osserviamo l’opposto: la ragione ha cominciato a dubitare di se stessa. Già David Hume, il padre dell’empirismo, scriveva: «Noi non avanziamo un passo oltre noi stessi». Lo scientismo non comprende la ragione come l’organo della verità bensì quale strumento dell’adattamento, spiegabile con la teoria dell’evoluzione.

Nietzsche ha scritto che l’Illuminismo, con la sua volontà di servire la verità, si distrugge da solo se reclama come verità le proprie tesi. Ma una verità non relativa esisterà solo se ci sarà una prospettiva non relativa, ovvero se Dio esiste. Se Dio non esiste, non c’è verità. Questo vale anche per i concetti di libertà e dignità umana. Qualche decina di anni fa lo psicologo Burrhus Skinner ha scritto Oltre la libertà e la dignità. La scienza non conosce concetti simili, ovvero nozioni normative. Essa le comprende solo come oggetti di studio, non quali fonti di un obbligo per gli stessi scienziati. Solo se l’uomo è superiore alla scienza, cioè se è immagine di Dio, può parlare su di essa. Allora la dignità umana diventa qualcosa di diverso da un’illusione.

A Roma lei interverrà su «Il Dio della fede e della filosofia». Oggi spopolano i «nuovi atei» per i quali Dio è irrazionale. Come spiegare che credere in Dio è secondo ragione?
Nietzsche scriveva: «Noi non possiamo sbarazzarci di Dio finchè crediamo ancora nella grammatica». Perché? Perché noi uomini viviamo in uno spazio di verità. Il fatto che ora noi dialoghiamo partendo dal mio libro La diceria immortale è una verità eterna. Se non è un sogno che io parlo con lei, questo colloquio farà sempre parte della realtà. Esso appartiene al passato. Nessuno può annullare il passato, che è una presenza trascorsa. Il futuro è legato indissolubilmente alla presenza. Nessuna gioia vissuta sarà un giorno non sperimentata. Nessun dolore reale sarà un giorno non sofferto. Ma quale sorta di essere è l’essere del passato? Se non ci saranno uomini sulla terra che potranno ricordarsene e il nostro pianeta non esisterà più, noi non possiamo dire che il nostro colloquio non sia avvenuto. Non possiamo pensarlo. Dobbiamo pensare una coscienza assoluta in cui tutto quello che succede viene conservato. Chiamiamo Dio questa coscienza.

DA QUEL NODO NASCERA’ L’IRIS

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nodostecchito DA QUEL NODO NASCERA LIRISDicembre. Giorno di autunno profondo. Sotto al cielo basso già alle quattro e mezza viene buio. Nell’aria che sa di pioggia la gente va in fretta. Siamo tutti pallidi, ingrigiti nelle giacche scure; e scure o nere le macchine, e l’asfalto, che alle prime gocce luccica sotto alla luce fredda dei lampioni. Tutte le gradazioni del grigio, dal ghiaccio al piombo, in questa Milano di dicembre; neanche un colore vivo. Il giallo ardente dei girasoli in campagna, lo smeraldo del mare in Sardegna, questa estate: possibile? Probabilmente hai sognato.
E mentre cammino col cane – infreddolito anche lui, e con le orecchie basse – passo davanti a un vivaio. Non è tempo di fiori, scuote la testa severa la parte saggia di me, e fa per andare oltre. Ma un’idea mi accende; entro, decisa. Oltre le schiere di abeti di Natale. So dove andare. Avranno bene dei bulbi. È questo, se mi ricordo bene, il momento.
Ecco qui. Come sono miseri: magre cipolle che rifiuteresti al mercato. Duri, secchi, bitorzoluti. (Non ha apparenza, il seme. Non seduce. Deve solo scendere nella terra e morire). Poi, ad aprile, ma i crocus già a marzo, nelle aiuole ancora spoglie spunteranno i primi germogli. Eccole nelle foto sui sacchetti, le promesse di aprile. Sgargianti, raggianti di tutti i rosa e i viola. Gli iris alteri, e i narcisi, e i tulipani con la corolla chiusa come una rocca: color giallo sole, o di un fucsia abbagliante, che in questo giorno buio sembra una promessa tanto audace da fare sorridere, come la smargiassata di un bambino. Via, come è possibile credere, sotto a questo cielo di piombo, che da un nodo stecchito verrà un simile fiore? E i giacinti? Quelle infiorescenze minute, da mano d’orafo, come stanno dentro a questi bulbi cinerei?

Eppure. Ragionevole è crederci: accade tutte le primavere. Ragionevole è, sotto a questo cielo di acciaio, credere che puntualmente fioriranno gli iris candidi e regali.
Ne metto nel carrello a manciate, avidamente. Tulipani di fuoco, e narcisi. E crocus, che sono i primi a fiorire, i primi ad annunciare. Poi realizzo che ne ho presi troppi. A malincuore ne scarto un po’ – come i bambini a quei banchi del mercato con le caramelle di gomma colorate. Comunque, è un bel malloppo quello che mi porto a casa, golosa come di un bottino.
Occorre scavare nella terra nera. Piccole buche discretamente profonde. Umido e freddo il terriccio sotto le dita; non è una cuccia, piuttosto una fossa. I bulbi così poveri e brutti, qualcuno con un’avventata punta verde di germe spuntata anzitempo. Il cane li annusa e li abbandona, deluso: cipolle, pare dire, roba incommestibile. «Vedrai come saranno belli», spiego ai suoi innocenti occhi nocciola. I cani non capiscono. E anche gli uomini capiscono a fatica. Perché è strano: occorre scendere nella terra morta, nei giorni più bui, perché rinasca ciò che è più bello. Perché una mattina d’aprile si apra la corolla dell’iris regale. E quel lontano giorno di dicembre sembri un sogno. E quel fiorire, un miracolo.

Da Tempi di Marina Corradi.

FILM IPAZIA: POLEMICHE TRA CRISTIANI E LAICISTI

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Per il film della «martire» Ipazia scoppia la guerra alla censura che non c’è
Di Mario Iannacone – tratto da Avvenire

rachel weisz interpreta ipazia di alessandria in agora 117156 FILM IPAZIA: POLEMICHE TRA CRISTIANI E LAICISTIGli esperti di marketing la chiamano guerrilla marke­ting:suscitare interesse per un prodotto con mezzi poco con­venzionali (provocazioni, polemi­che, petizioni). Oggi, le Sturmtrup­pen che vigilano sul laicismo sono state arruolate nella difesa preven­tiva del film «Agorà», presunto caso di censura. Propongono petizioni perché il film, che racconta la mor­te della «martire della scienza» uc­cisa nel V secolo ad Alessandria d’Egitto, sia distribuito nelle sale i­taliane. «Sono passati 1600 anni e siamo ancora allo stesso punto», lamenta Odifreddi.

I contratti di di­stribuzione non sono ancora stati firmati in Italia, piange l’Unità. Si sospetta, al solito, la longa manus del Vaticano (eppure la filosofa fi­gura nella «Scuola d’Atene» di Raf­faello…).

Dovrebbero sapere, costo­ro, che alle pellicole europee non si applicano gli automatismi distri­butivi della strapotente cinemato­grafia ame­ricana; esse vengono distribuite con cautela per il ri­schio di flop. Difatti «Agorà» è un film di produzione spagnola, drammone del regista­attivista A­menábar, ben fotografato e sce­neggiato come da manuale.
Rovi­nato tuttavia con semplificazioni da propaganda di guerra che con la potenza delle immagini e la sugge­stione della luce brucia ogni chia­roscuro. La filosofa Ipazia, che guidò una scuola neoplatonica, è rappresentata giovane, intelligente e bellissima (in realtà era vicina ai 60 anni), quando i cristiani, igno­ranti, strillano agitando pesanti Vangeli.

Mentre i pagani hanno oc­chi limpidi, sono chiarovestiti, stringono papiri e parlano con voci flautate, i cristiani sfoggiano l’oc­chio fisso del fanatico, sono infa­gottati in panni neri e brandiscono spade e spiedi. L’Ipazia di Rachel Weisz, intelligente e tollerante, ha la statura di un’eroina e si contrap­pone a una folla che ricorda l’ar­mata di Brancaleone da Norcia. Ve­niamo al punto. Nel film si afferma, senza concessioni al dubbio, che fu il patriarca Cirillo ad ordinare l’uc­cisione di Ipazia. Per intolleranza e invidia. Non sapremo mai la verità, ma tutto lascia pensare che non sia quella raccontata nel film. L’in­quieta Alessandria era teatro di fre­quenti violenze reciproche fra cri­stiani ed ebrei; di dispute fra catto­lici, nestoriani e ariani e gruppi pa­gani e gnostici.

Su tali complessità Amenábar passa un colpo di spu­gna. Nel 415 la filosofa s’inimicò la fazione dei «parabalanoi», un gruppo di fanatici eretici che Cirillo cercava di riportare all’ortodossia; alla prima occasione costoro lin­ciarono la donna. Molti anni dopo due nemici di Cirillo, il nestoriano Socrate Scolastico e l’ariano Filo­storgio, accusarono il patriarca d’a­ver pianificato l’omicidio. Parados­salmente, questo film «difeso» da intellettuali e da un piccolo eserci­to di giacobini, opera semplifica­zioni che ripugnano alla scienza (storica). Un’occasione perduta.

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