IL FIGLIO STUPRA? E’ INNOCENTE, COLPA DEI GENITORI

Se il figlio stupra, la colpa è dei genitori. Benvenuti nel mondo degli incolpevoli. Così l’amministrazione della giustizia ammicca allo “Stato totale”. Il quale tende sempre a possedere il monopolio dell’idealee della coscienza morale

La scorsa settimana le cronache hanno dato ampio risalto alla sentenza dei giudici milanesi che hanno condannato a un risarcimento di 450 mila euro i genitori di un gruppo di adolescenti resisi responsabili di uno stupro di gruppo.

Secondo la sentenza sono mamma e papà i principali colpevoli dell’accaduto in quanto «non hanno dato ai loro figli una educazione dei sentimenti e delle emozioni». Questo pronunciamento della corte milanese rappresenta un indubbio passo avanti verso il Mondo Nuovo descritto da un romanzo del danese Henrik Stangerup.

Ne “L’uomo che voleva essere colpevole” un uxoricida impazzisce alla fine del suo lungo e vano tentativo di essere riconosciuto colpevole della morte di sua moglie. Lui è un assassino e cerca di espiare il proprio delitto. Ma nessuno lo riconosce come tale. Non c’è nessun esperto, poliziotto, giudice, disposto a credere alla pura, semplice e provata realtà che quell’uomo è colpevole. Anche il delitto è ormai socializzato. Per ogni crimine, anche il più turpe, esiste sempre una spiegazione e una responsabilità a monte dell’individuo. Una spiegazione e una responsabilità di ordine storico e sociale. In effetti, in una società postcristiana che in accordo con Antonio Gramsci considera l’essere umano come “un processo, un prodotto storico”, cos’è mai la libertà, la responsabilità e perfino il delitto? Sono l’esito, definito dallo Stato, di antecedenti storici e sociali. è così che anche l’amministrazione della giustizia ammicca allo “Stato totale”. Il quale non si rassegna mai al mero esercizio del “monopolio della forza legittima”.

Ma tende sempre a produrre e a possedere il monopolio dell’ideale e della coscienza morale. E sopra a ogni cosa, di quella cosa che, giusto per cascame cristiano, chiamiamo ancora “persona umana”.

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