DON CAMILLO E PADRE BROWN: FRATELLI SEGRETI

Uno manesco ed emiliano, l’altro piccolo e inglese…
Ma ci sono molte analogie tra i reverendi creati da due umoristi e cattolici Doc Parlano gli esperti
di Roberto Beretta

Uno è grande e grosso, l’altro piccolo e minuto. Uno è cerebrale, l’altro manesco. Uno ha cura d’anime, l’altro sembra piuttosto sfaccendato… D’accordo: ambedue vestono la talare e spesso portano persino il cappello tondo dei sacerdoti pre-conciliari; ma come si fa a mettere fianco a fianco don Camillo e padre Brown, l’emilianissimo Guareschi e l’inglese Chesterton?

Sono «Scherzi da prete», appunto, come è stato intitolato il convegno di oggi a Peschiera: il primo tentativo di accomunare, sotto il medesimo denominatore dell’umorismo cristiano (anzi cattolico), due sacerdoti apparentemente diversissimi come il fine detective d’oltremanica, capace di risolvere i casi più intricati guardando gli indiziati negli occhi, e il parroco ruspante della Bassa, che i suoi «casi umani» li scioglie a suon di schiaffoni e col sereno cipiglio di un carrarmato.

Eppure, se lo strano connubio riuscisse, si formerebbe una bella coppia di complementari: uno tranquillo, l’altro irruente; uno solare, l’altro indagatore; uno perennemente immerso nelle penombre del giallo e tra i misteri della natura umana, l’altro affacciato sullo specchio abbacinante del grande fiume. Cerca di convincerci Paolo Gulisano, medico e recente biografo di Chesterton: «In realtà ci sono parecchi elementi che avvicinano don Camillo e padre Brown. Anzitutto i loro padri, entrambi umoristi e cattolici a tutto tondo, anzi apologeti, difensori di una fede tradizionale e realista. Certo: Chesterton era un convertito e Guareschi no; però in realtà anche la fede di Giovannino è stata conquistata sul campo».

E poi? «E poi tutt’e due erano grandi giornalisti: l’emiliano sul Candido e l’inglese col Gk’s weekly, settimanale da battaglia fondato insieme al fratello e ad Hilaire Belloc che affrontava con molta libertà l’establishment inglese. Due polemisti, dunque, che combatterono molte battaglie, ma sempre con grande rispetto dell’avversario; Guareschi in carcere disse di non odiare nessuno, e lo stesso accadde a Ches terton, uomo di somma bonomia. Particolare curioso: nella biblioteca di Giovannino, a Roncole Verdi, ho trovato i racconti di padre Brown con sottolineature

e punti esclamativi segnati a margine».

Non si può certo dire, però, che il padre di don Camillo abbia «copiato» dal collega britannico… Tra l’altro (come ha scoperto un altro dei relatori a Peschiera, il giornalista Alessandro Gnocchi) il parroco della Bassa ebbe parecchi ispiratori nella vita reale, tra i sacerdoti conosciuti da Guareschi. «Anche padre Brown ha due figure reali di riferimento: padre O’ Connor, pretino irlandese conosciuto da Chesterton prima della conversione, e Vincent Mc Nab, un vulcanico e reazionario domenicano irlandese che predicava in Hyde Park. Ecco, proprio da questo legame col vero deriva la consistenza dei due personaggi. Se padre Brown è l’alter ego del razionalismo disperato di Sherlock Holmes, e don Camillo è il contraltare di certi preti tutto dubbio e incertezza di tanti romanzi italiani, ambedue sono soprattutto l’incarnazione del buon senso che nasce dal realismo cristiano, della fede che si traduce nel comportamento più umano di tutti: la pietà».

I cattolici di solito sono accusati di non saper ridere; invece a questi due preti di carta l’impresa è riuscita. Come mai? Roberto Prisco, professore di statistica all’università di Verona e fondatore dei locali Gruppi Chestertoniani, s’avventura nell’ipotesi: «Ciò che fa ridere è il contrasto tra due piani logici diversi. Padre Brown – ad esempio – si presenta debole, grigio, cattolico, “insignificante come uno gnocco” (così lo descrive il suo autore); e invece è colui che sa cogliere il vero senso di fatti e persone. Rovescia le cose o almeno il modo di vederle. In don Camillo succede lo stesso: secondo la tattica comunista, le persone non sarebbero importanti e invece per Peppone il suo parroco diventa l’elemento prevalente; e viceversa. Don Camillo e padre Brown, insomma, rovesciano le ideologie, il rapporto tra ciò che co nta e ciò che non conta. E proprio il loro legame col trascendente rivela che le cose sono più di quello che sembrano».

Prendiamo la faccenda alle «spalle», allora: il sindaco Peppone e il ladro Flambeau. Molto diversi, almeno loro… «Anche qui la differenza è più apparente che reale – interloquisce l’avvocato Marco Sermarini, presidente della Società Chestertoniana Italiana –. È vero che ci sono connotati esteriori divergenti tra i due personaggi: Peppone ha mani grosse ed è quasi analfabeta, mentre Flambeau è dotato di parecchia ironia ed è un ladro internazionale raffinatissimo. È vero che Peppone resta sempre una “spalla” dialettica, invece Flambeau si converte al primo episodio e di lì in poi va verso la verità a braccetto con padre Brown. Però la sensazione è che tutt’e due i co-protagonisti abbiano la stessa serena attenzione alla realtà. Le disparità sono soltanto di carattere e di stile».

Una differenza macroscopica, tuttavia, esiste: don Camillo parla a tu per tu col Crocifisso, padre Brown invece al massimo recita il breviario… «Sì, il corrispettivo del Crocifisso non esiste in Chesterton, che preferisce rapportarsi a un’idea di ragione in tutto consona alla tradizione cattolica. Forse la sua tecnica un po’ distante dal pubblico italiano; ma se si oltrepassa la soglia “inglese” dell’apparente grigiore di padre Brown, si scopre un personaggio amante della vita e pieno d’interessi, capace di guardare la realtà attraverso le righe». Sta insinuando che agli italiani (i quali anni or sono, in un sondaggio, elessero don Camillo loro curato ideale) dovrebbero prendersi il sacerdote-detective come parroco? «Beh, padre Brown è un prete inglese e i cattolici inglesi sono particolari, data la consapevolezza di essere minoranza e la loro storia di perseguitati… Ma sì, credo proprio che un parroco come padre Brown sarebbe utile in Italia. E, d’altra parte, anche don Camillo farebbe molto bene a certi protestanti inglesi…».

Chesterton
Il prete-detective è la risposta al razionalismo di Sherlock Holmes, l’incarnazione del buon senso che nasce dal realismo cristiano
Un Brescello d’Inghilterra Gilbert Keith Chesterton (1874-1936) cominciò a scrivere i racconti di p. Brown quando non era ancora cattolico (passò alla Chiesa romana nel 1922); le prime due raccolte uscirono nel 1911, l’ultima nel 1927. Lo scrittore viveva a Beaconsfield, villaggio simile a una «Brescello inglese»; vi abitavano pochi cattolici e il prete diceva messa in un capannone. Fu Chesterton a farvi costruire una cappella.

Guareschi
In Mondo Piccolo le ideologie vengono rovesciate e si coglie il senso vero delle persone: le cose sono sempre più di ciò che sembrano
Dai racconti allo schermo Se Chesterton è Flambeau, Guareschi è don Camillo. Il parmigiano Giovanni Guareschi (1908-1968) aveva già alle spalle una notevole carriera di giornalista, scrittore, umorista e disegnatore sul «Bertoldo» quando inventò Mondo Piccolo e il suo parroco don Camillo. Il primo racconto della serie apparve il 23 dicembre 1946 sul settimanale «Candido»; ne sarebbero seguiti oltre 400, pubblicati in varie raccolte e sceneggiati in fortunati film.

Tratto da Avvenire del 27 settembre 2003

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