MEDUGORJE, TESTIMONIANZA DI LISA

Testimonianza riguardante il pellegrinaggio a Medugorje organizzato dal 9 al 15 ottobre dall’Associazione Falco Bianco.

Perché Medugorje?

Perché guardando e ascoltando Paolo Brosio parlare e raccontare storie di Medugorje, mi si è acceso forte il desiderio di partire in pellegrinaggio per quel paese?

Un anno fa desideravo partire, quest’anno l’ho fatto, capendone poi il motivo, perché mi chiedevo come mai lo desiderassi tanto, visto che sono una ragazza giovane, sana e sposata da poco con una persona speciale. Ho un lavoro a tempo determinato, ma lavoro, che di questi tempi non è poco, vengo da una famiglia stabile unita in cui, come in tutte le famiglie possono esserci stati dei brutti eventi, ma che si sono risolti e siamo andati avanti.

Da un anno vivo a 60 kilometri di distanza dai miei; mi sono trasferita dopo il matrimonio da Quarrata a Montaione: non sono paesi troppo vicini e nemmeno troppo lontani , ci vediamo una volta la settimana , ci sentiamo per telefono , ma ho sempre poche cose da dire, ma tanto lo sanno che voglio loro bene e so che loro me ne vogliono. Insomma non mi manca nulla, eppure sento il bisogno e il desiderio da andare a Medugorje.

Intanto, mentre meditavo se partire oppure no, un giorno di agosto, girando senza meta per Montaione con Claudio (mio marito), ci siamo trovati vicini al Santuario della Madonna della Pietrina, e incuriositi ci siamo andati… Abbiamo capito subito che lì ci tirava un’altra aria e siamo rimasti affascinati dalla vegetazione e dal panorama splendido, ed è diventato uno dei nostri luoghi preferiti dove andare a rilassarci. A settembre venne il momento di decidere se iscrivermi o no al pellegrinaggio, visto che sarei dovuta partire da sola. Spinta sempre dal desiderio ho detto sì.

Da allora non me ne sono mai pentita. Anzi, ho fatto bagaglio di tante esperienze e nuove amicizie.
La domanda che mi veniva fatta spesso era la stessa che mi facevo anch’io, cioè che cosa mi portasse a Medugorje. La mia risposta per i primi 2 giorni è stata il desiderio forte… poi ho cominciato a pregare, prima a modo mio, visto la scarsa frequenza e partecipazione alla Chiesa… poi, grazie a persone speciali, la preghiera si è intensificata, è diventata più profonda, e questo a mosso qualcosa dentro di me… Poco dopo una persona speciale mi ha avvicinato e grazie ad un suo forte abbraccio caloroso e soprattutto amoroso mi sono riconciliata con Dio: mi è sembrato di riceverlo dalla Madonna stessa, e a quel punto si è rotta la pietra che teneva imprigionato il mio cuore.

Continuando a pregare il mio cuore ha cominciato a battere più forte, quasi in dei momenti mi mancava il fiato, tipo come quando mi sono innamorata di mio marito , non sentivo più nemmeno la fame, mi sentivo sazia, mi sentivo a posto, in PACE… ed allora ho capito perché desideravo fare questo pellegrinaggio: io non ero sana, ero malata. Io non avevo tutto, mi mancava Dio.

Tutto il viaggio è stata una crescita e una presa di consapevolezza, un volere imparare tante cose. Voglio imparare ad amare, a perdonare sul serio chi mi sta intorno. Ho provato il desiderio di voler essere perdonata dei miei tanti peccati commessi nella vita , ma soprattutto a riconoscerli come tali. Sono sicura che Maria è venuta a cercarmi e che per mezzo di angeli custodi senza ali che ho incontrato, mi ha aiutato a riconoscerne alcuni e soprattutto a pentirmene profondamente fino al pianto…

Di strada ne devo fare ancora molta in questo cammino di pentimento, ma Maria mi tiene per mano. Infatti mi ha fatto incontrare “per caso “ una ragazza di La Spezia che mi ha detto di conoscere delle suore che proprio in quella settimana del viaggio avevano inaugurato una nuova casa chiamata “Oasi Cuore Immacolato di Maria”, che casualmente è a Montaione, posizionata in linea d’aria sotto al Santuario della Madonna della Pietrina, trovato per caso in agosto anche lui… Ma che caso!!!

Ringrazio la Madonna per tutte le grazie che mi ha concesso e per starmi sempre vicina, la ringrazio per aver fatto conoscere tutte queste persone speciali, per aver affiancato Claudio che in tutto questo mi ha sempre appoggiato e incoraggiato ed è ed è stato un esempio di vero Amore, spero di esserne degna. Spero di essere degna di tutto l’Amore che Dio mi ha donato e del mio, anzi SUO, cuore che ha rigenerato.

Per ora ho imparato a dire ai miei genitori che voglio loro bene e li abbraccio; non lo voglio dare per scontato, non voglio che se ne dimentichino mai… io adesso sono felice, perché Dio ha dato un senso a tutte le scelte della mia vita.
Solo Dio è il senso della vita di tutti..

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4 Comments

  1. Gemma

    Non ci possono essere parole per descrivere l’emozione provata leggendo questa testimonianaza di vita così semplice e spontanea dove ogni parole tocca l’anima…ogni parole trasuda prima di spirito e poi di anima, poi anima e spirito….

  2. a.b.c.

    RACCONTO: GOMER, MIA MOGLIE
    Ogni personaggio e fatto sono frutto completamente di fantasia.

    GOMER, MIA MOGLIE: PRIMA PARTE

    “Signora Beltrami ci vediamo allora la prossima visita di controllo, fra due settimane direi. Se comunque ha qualche problema, chiami pure. In questa fase della gravidanza è facile essere un po’ ansiose, perciò io preferisco essere chiamato una volta in più ma avere la futura mamma tranquilla”.
    “La ringrazio dottore”.
    “Fissi il prossimo appuntamento con la segretaria”.
    “Grazie ancora, buona serata”.
    “Anche a lei”.
    Non faccio in tempo a fare un lungo sospirone di sollievo pensando che quello era l’ultimo appuntamento della serata quando vedo entrare Penelope molto preoccupata e chiudere la porta.
    “Dottore c’è in sala d’aspetto una ragazza, sembra una prostituta da come è truccata e vestita, non ha appuntamento ma vuole parlarle a tutti i costi.”
    “La faccia accomodare. Lei aspetti un attimo di là per cortesia, magari posso avere bisogno, le dirò io quando può andare a casa.”
    “Sì dottore”.
    “Prego si accomodi” dico alla ragazza che fa capolino alla porta.
    Si siede sulla seggiola davanti a me e rimane zitta con il volto rivolto verso il basso, mentre lacrime copiose cominciano a scendere dagli occhi impiastricciando tutto il pesante trucco. Non dice niente ma si vede dal suo atteggiamento che è agitata.
    “Mi ha detto la mia segretaria che aveva bisogno di parlarmi…cosa posso fare per lei?” cercando di sorriderle per metterla a suo agio.
    “La prego mi aiuti, sono in cinta. Devo abortire subito! Mi può dare una di quelle pillole per fermare la gravidanza?” Dice senza preamboli.
    “Come si chiama?” dico aggrottando le sopracciglia.
    “Senta ho fatto finta di salire da un cliente ma ormai il tempo sta finendo e devo andare, altrimenti chi mi controlla può avere dei sospetti. La prego faccia presto!”
    “C’è un sistema per avvertire che il cliente vuole avere più tempo?”
    “Sì, ma io non ho tutti quei soldi nascosti.”
    “Glieli darò io. Lei avverta che il cliente vuole tutta la notte.”
    “Sono 500 euro!”
    “Lo faccia!”
    “Prima mi dia i soldi.”
    “Vado a prenderli, mi aspetti qui.”
    Vado in ufficio dove Penelope sta camminando agitata avanti e indietro. “Allora dottore?”
    “Ci penso io qui, vada pure a casa.”
    “E’ sicuro?”
    “Sicurissimo.” Aprendo il cassetto che funge da cassa.
    Penelope hai preso tu il contante?”
    “Si dottore, come ogni sera per depositarli nello sportello automatico in banca.” Meravigliata della richiesta.
    “Lasciamelo, ne ho bisogno”.
    “Deve darli a quella?!” dice tra il curioso e lo scandalizzato.
    “Non la riguarda. Chiudo io lo studio”.
    “Come vuole dottore” lasciando la busta dei soldi e andando via indispettita.
    Aspetto che esca e poi torno in ufficio.
    “Ecco i soldi.”
    Li conta e poi annuendo prende il cellulare per fare una telefonata.
    “Tutto a posto.”
    “Possiamo ora parlare con calma. Come ti chiami?”
    “Moana.”
    “E’ il tuo vero nome?”
    “Mi chiamo Gomer”.
    “Non sei italiana”.
    “Sono rumena.”
    “Prendi” allungandole dei fazzolettini. “Ti bruciano gli occhi?” vedendo che li copre con la manica del vestito.
    “Il mascara è colato…” tamponandoseli e fregando.
    “Lì c’è il lavandino, puoi andarti a lavare la faccia sei vuoi.”
    Si alza e va a lavarsi.
    Sotto quel mascherone appare un viso molto giovane.
    La mia preoccupazione aumenta.
    “Quanti anni hai?”
    “Sono maggiorenne!”
    “E’ la verità?”
    “Il padrone mi ha tenuta in una casa protetta per le settimane che mi mancavano al mio compleanno, non vuole problemi con la giustizia.”
    “Capisco”
    “Hai fatto l’esame di gravidanza?”
    “No, non ho potuto ma è il secondo mese che salto il ciclo.”
    “Facciamolo subito, ecco lo stic. Vai in bagno e bagnalo con un po’ di urina poi torna qui. Io intanto ordino la pizza. Come ti piace?”
    “Vanno bene tutte” poi esce per andare in bagno.
    Ordino la pizza e poi mi appoggio con i gomiti al tavolo e mi copro la faccia con le mani. Cosa posso fare con lei? E’ una situazione difficile. I protettori non sono molto gentili prima con le ragazze in attesa e poi con i loro bebè. Non per questo motivo è lecito togliere una vita, questo mai. La vedo entrare pettinata e completamente senza trucco, decisamente meglio. Mi allunga lo stic e si siede.
    Il risultato è già evidente: positivo.
    “Di là c’è un lettino. Sdraiati che facciamo un’ecografia di controllo.”
    “Cosa importa, devo abortire!”
    “Prima di qualsiasi decisione devo verificare e controllare se lo stic ha funzionato bene e se tutto è a posto! Fa come ti dico!” cercando di stare calmo.
    Si sdraia e mi guarda con un sorriso provocatorio e languido. “Ora ho capito tutto, vuole approfittarne eh dottore? Chissà quante volte ha sognato di farlo con una sua paziente su questo lettino! In fondo ha pagato tutta la serata…” allungando le braccia come per un invito.
    Il mio sguardo severo e la mia espressione alquanto schifata la mettono a tacere più di qualsiasi risposta. Mi lascia fare.
    “Sei veramente in attesa di un bimbo e sembra che tutto proceda per il meglio.” Le allungo della carta per pulirsi dal gel. “Quando hai finito di sistemarti vieni alla scrivania, ti aspetto di là”.
    Dentro di me soffro a vedere una creatura tanto giovane così piena di malizia e volgarità. Cosa le hanno fatto!
    La guardo venire verso la scrivania con un atteggiamento più tranquillo e rispettoso.
    “Mi scuso per prima, dottore, avevo capito male”.
    “Non pensiamoci più. Ora accomodati che proviamo a pensare al da farsi. Immagino che tu non sappia chi è il padre.”
    “L’unica cosa che può fare per me è darmi quella pillola.”
    “Non puoi tenere il bambino?”
    “Senta non ho scelta. Lo sa cosa hanno fatto a Margy? Appena hanno avuto il sospetto che lei fosse in attesa l’hanno riempita di botte e calci fino a quando non sono stati sicuri che lei avesse abortito notando la macchia di sangue che bagnava il pavimento. Poi si sono rivolti a noi che eravamo state obbligate a guardare: “Così capita a tutte quante se vi comportate male. Dei mostriciattoli qui non li vogliamo!” Da quel giorno non l’ho più vista.”
    “Non usate delle precauzioni?”
    “Certamente ma ci sono dei clienti che pagano bene per non usarle…poi quando si arriva in Italia il padrone e i suoi aiutanti si prendono il privilegio d’insegnarti le tecniche.”
    “Parli bene l’italiano.”
    “La mia e la vostra lingua sono similari. Si fa presto ad impararla se dipende anche da questo il poter vivere!”
    “Com’è successo che sei finita a prostituirti?”
    “Walter, credo che sia lui il padre del bambino, è venuto in Romania per una vacanza, almeno così mi aveva detto. Mi ha chiesto di venire in Italia dove mi avrebbe sposato. La speranza di una vita migliore ha coperto tutti i dubbi e le riserve che avevo. Gli ho creduto. Quando sono stata qui ho scoperto come stavano veramente le cose ma ormai era tardi. Da sola, senza soldi e controllata cosa si può fare?”
    Suona il campanello.
    “Calma, è solo il ragazzo delle pizze” dico vedendola già allarmata.
    Faccio segno di aspettare e vado alla porta.
    “Ora mangiamo, intanto lasciami riflettere su come procedere.”
    Mandandola via senza fare nulla risolverei tutti i miei problemi ma la mia coscienza ne sarebbe soddisfatta? Ne avrei il rimorso per tutta la vita. Due vite ora dipendono da me. Dandole la pillola salverei la madre ma a quale prezzo?
    “Ritornare in Romania, ti piacerebbe?”.
    “Là si soffre la fame. Preferisco fare questo lavoro e poter mangiare. Non capisco perché lei abbia tutti questi problemi a darmi una pillola.”
    “Non è questione di una pillola ma di una vita. Stiamo parlando di un bambino indifeso che non ha nessuna colpa. Non si può togliere la vita a una persona!”
    “La legge lo permette e io non ho alternative. Morirebbe comunque fra qualche settimana e forse anche io se non faccio qualcosa adesso. Tornare in Romania non se ne parla. A casa mia si patisce già la fame. Presentarmi con un’altra bocca da sfamare? Non so come sarei accolta. Non ci voglio tornare là”.
    “Ti darei dei soldi per il tuo mantenimento e quello del bambino. Ci penserei io a voi.”
    “Ma non lo capisci proprio…in fondo questa vita non è così male se rispetti certe regole.”
    “Preferisci vivere come una schiava che tornare a casa?”
    “Tu che sei sempre vissuto nel lusso non puoi capire la mia vita! Non mi puoi giudicare!”
    “Hai ragione, chi sono io per farlo? Ma quello che voglio è salvare il bambino…Esistono delle case dove le ragazze madri sole e senza possibilità di mantenersi possono andare a stare…”
    M’interrompe saltando in piedi: “Togliti dalla testa che io vada in quelle prigioni create dai benpensanti come te per sentirsi la coscienza pulita senza sporcarsi le mani. Se tu non mi vuoi aiutare potevi dirlo subito senza fare tutta questa messa in scena e spendere 500 euro! Perché i soldi non te li restituisco sia ben chiaro!”
    “Ti andrebbe di venire a stare da me?” facendola restare per un attimo zitta con gli occhi sgranati per lo stupore.
    “Ma sei impazzito? Quelli mi vengono a cercare!”
    “Se tu accetti mi prenderò cura di voi. Cercheremo di convincere il tuo protettore a lasciarti andare e poi vivrai tranquilla a casa mia, almeno fino alla nascita del bambino. Magari, in seguito, potresti cerare un lavoro e sistemarti.”
    “Io non ti capisco proprio, perché vuoi trovarti tanti problemi? Perché vuoi fare questo per me? Esistono tante ragazze nella mia stessa condizione, perché non le altre?”
    “Tu sei venuta chiedere il mio aiuto. Non mi hai chiesto ciò che è meglio per te ma io voglio ugualmente donartelo, rifletti se accettare la mia proposta. Faremo un’alleanza: a te chiedo solamente di rispettare alcune regole molto importanti per me, tutto il resto lo farò io. Non preoccuparti non sono gravose, serviranno per disintossicarti dalle droghe e dalle cattive abitudini che in questo periodo hai assunto e così sarai libera di affrontare la vita senza condizionamenti. Allora?”
    “Mi piacerebbe ma non mi lascerebbero andare così facilmente”.
    “Hai ragione, da soli non riusciremmo a liberarci di loro. Bisogna chiedere aiuto a chi ha la forza e l’autorità. Chiamo la polizia e racconterai tutto quello che sai”.
    “Avevi detto che gli avresti parlato e non che chiamavi la polizia”.
    “Ripensandoci è meglio così. Quelli sono diavoli, non si tratta con loro, bisogna solo imporre la nostra volontà”.
    “Ma cosa accadrà alle mie colleghe?”
    “Sicuramente niente di male. Vedrai che potranno scegliere se tornare a casa o entrare sotto la protezione di organizzazioni umanitarie per l’inserimento in una vita normale.”
    Prendo il telefono e chiamo la polizia senza ulteriori indugi.

    Questa notte è stata lunghissima. Da quando siamo arrivati sotto scorta in commissariato le ore non si contavano più: dall’interrogatorio all’arresto di tutti i membri dell’impresa e poi il loro riconoscimento. Ora guardo il mio bottino mentre dorme nella camera degli ospiti di casa mia. Mi siedo sulla poltrona a lato del lettino e provo a rilassarmi.
    Devo telefonare a Penelope appena arriva in ufficio per cancellare tutti gli appuntamenti dei prossimi tre giorni. Gomer ha bisogno di me per ambientarsi, fare tutte le pratiche per la nuova residenza e comprare un minimo di guardaroba.
    Poi sprofondo anche io in un sonno agitato.

    GOMER, MIA MOGLIE: SECONDA PARTE

    Il mal di schiena e di collo è il primo buongiorno che ricevo mentre ritorno alla realtà. Il secondo è il letto vuoto e scomposto. Tutto torna alla mente in un lampo. Non era un sogno! Adesso dov’è? Corro in bagno e noto i segni di una doccia appena fatta. Sento dei rumori provenire dalla cucina e mi ci fiondo. Era lì abbigliata con una mia maglietta e un paio di bermuda di quando ero ragazzo, scovati in non so quale cassetto…deve avere fatto una panoramica della casa molto approfondita. Sta preparando da mangiare.
    “Ciao Gomer, hai dormito bene?”
    “Sì, mi è venuta fame e così ho pensato di venire a cuocere un po’ di pasta.”
    “Buona idea, ce n’è anche per me?”
    “Devo ancora buttarla. Burro o pomodoro?”
    “Pomodoro. C’è una piantina di basilico sul balcone”.
    Mi sorride e io sono contento. “Ho il tempo per farmi una doccia?”
    “Fa in fretta, hai dieci minuti”.
    “Corro”. La lunga notte ci ha aiutato a essere meno sospettosi uno dell’altro e soprattutto a parlarci con maggiore famigliarità. So che ci saranno dei problemi e la strada sarà lunga e difficile ma al momento mi piace non essere solo, penso tra me. Ah sii devo anche telefonare a Penelope prima che me ne dimentichi!

    GOMER, MIA MOGLIE: TERZA PARTE

    I tre giorni sono volati e sinceramente io sono più stanco che se fossi andato al lavoro. Gomer è una bambina, incapace di autodisciplinarsi nelle varie situazioni. Negli uffici pubblici si agita ad aspettare il proprio turno e si ribella alla burocrazia così complessa e per lei senza alcuna importanza. Un’euforia eccessiva invece la caratterizza nella scelta del nuovo guardaroba. E’ incontenibile. So che presto il suo fisico cambierà e non so se gli abiti, che ora compriamo, le andranno ancora bene quando il bambino nascerà ma comprendo che ha bisogno di questo momento per realizzare che io non ho intenzione di abbandonarla ma che voglio prendermi cura di lei e delle sue necessità. Deve imparare ad avere fiducia in me come una figlia con i propri genitori. Il problema maggiore è proprio questo. Il nostro rapporto non parte da una situazione azzerata ma dal punto in cui lei si è presentata a me, piena, cioè, di tutte le esperienze e gli insegnamenti che ha ricevuto.
    Cancellarli non è possibile, resteranno sempre dentro di lei. Ogni momento della sua vita futura sarà sempre condizionato dal loro ricordo. La faranno soffrire nello spirito come i reumatismi nel fisico di un anziano. L’unica possibilità che ho è quella di aiutarla a far diventare questo ricordo un punto di non ritorno, imprimere in lei un tale schifo per quelle situazioni da imporle un rifiuto immediato a riprovare quei piaceri. Quando questo reale pentimento avverrà potrò perdonarla e cancellare, con il fuoco del mio amore, ogni mio ricordo del suo passato. Farla risorgere dalle sue ceneri come nuova creatura, come una fenice splendente pronta a piccare il volo al mio fianco. E’ questo in fondo il mio unico desiderio, ritrovare un giorno in Gomer la corresponsione dell’amore che le dono, potermi riposare in lei…trovare una compagna, magari sposarla.
    Non andiamo troppo avanti con i sogni, bisogna fare un passo alla volta.
    Ora è necessario fornirle un punto di riferimento da imitare e al quale ispirarsi nel suo cambiamento. Ha bisogno di una figura a lei più simile che, guardandola, non possa dire: io non sono come lei perciò è inutile che provi a seguire il suo esempio. Gomer ha bisogno di una donna, o meglio, di una madre che le indichi il cammino e le insegni con l’amore ma anche con la giusta severità i miglioramenti e i cambiamenti che deve imporsi.
    Chiederò a mia madre di seguirla come una figlia. Certamente sotto la sua guida raggiungerà più velocemente il traguardo che il mio amore fissa come meta.
    E’ già sera perciò decido di telefonare subito alla mia cara mamma per chiederle questo piacere.
    “Ciao mamma stai bene?”
    “Figlio che gioia che mi dai!”
    “Il tuo amore è sempre olio profumato. Senti ho da chiederti un grosso piacere. Vorrei affidarti la cura dell’educazione di una ragazza. Ha avuto una vita molto difficile ma mi piacerebbe tanto che tu l’aiutassi a migliorarsi. Con te al suo fianco starei più tranquillo mentre sono al lavoro.”
    “Lo sai che io non ti posso rifiutare niente. Pensi che sia possibile per voi venire da me per cena così potremmo conoscerci subito.”
    “Non voglio che ti affatichi con la cena, non è necessario, possiamo venire dopo.”
    “Il brodo è già pronto e cuocere un po’ di tortellini non è un problema.”
    “Tu mi vizi, non troverò mai una sposa come te!”
    “Non adularmi, non lo merito.”
    “Oh mamma se tutti fossero come te!”
    “Come si chiama la ragazza?”
    “Gomer. E’ stata costretta a prostituirsi ed è in attesa di un bambino. Per poterla aiutare ho pensato che lei abitasse da me, lontano da ogni tentazione. Tu potresti venire da lei ogni giorno mentre io sono al lavoro?
    “Sarebbe meglio che lei venisse ad abitare qui con me, sarebbe ugualmente isolata e, vista la vicinanza, potresti venire a trovarla tutte le volte che vuoi.”
    “Tu ami il silenzio e la solitudine. Con lei sempre con te come farai?”
    “Come avresti fatto tu, per amore. Quando arriverete la sua camera sarà già pronta. Una cosa importante: non imporle il cambiamento. Gli animi così provati devono essere trattati con molta delicatezza per non farli allontanare immediatamente. Proponile il cambiamento, vedrai che comprenderà.”
    “Lo so mamma, grazie comunque di avermelo ricordato. Ci proverò. Saremo da te fra un’oretta, va bene?”
    “Vi aspetto”.

    “Gomer, dove sei?”
    “Sono sul balcone!”
    La raggiungo.
    “Mia madre ci ha appena invitato a cena, ti va di conoscerla?”
    “Cucina bene?”
    “E’ la migliore!”
    “Sai cosa prepara?”
    “Il mio piatto preferito: tortellini in brodo!”
    “Non gli ho mai mangiati ma dal tuo sguardo sognante e beato credo che siano una vera prelibatezza. Non posso proprio rifiutarti una così squisita leccornia”.
    “Ti ci vuole molto per prepararti?”
    “Il tempo di una doccia”.
    “Ci troviamo in sala fra una mezz’oretta va bene?”
    “Forse dovrai un po’ aspettare, i capelli lunghi impiegano del tempo ad asciugarsi.”
    “Non esagerare con il trucco”.
    “Ti vedo preoccupato.” Con quel sorrisetto che dice: io la so lunga. “Sembrerò una santa con la tua mamma. Penso di mettermi il vestito azzurro, è abbastanza accollato?”
    “Non mi basta che tu lo sembri, quella è la meta che mi piacerebbe che tu raggiungessi”.
    “Punti in alto.”
    “Se uno vuole bene a una persona vuole il massimo per lei”.
    “Vado a prepararmi altrimenti se continuo ad ascoltarti finisce che mangiamo filosofia questa sera!”. Scherza con le parole ma si vede che il significato l’ha colto dall’attimo di silenzio che ha preceduto la battuta.
    “Gomer? Sono preoccupato non perché devi incontrare mia madre ma perché devo proporti un cambiamento e non vorrei che tu ci stessi male o la prendessi in un’ottica sbagliata.”
    “Di cosa si tratta?” diventando subito seria e pronta ad attaccare. Ormai comincio a conoscere questo suo atteggiamento di auto protezione. “Ti sei già pentito della proposta che mi hai fatto?” Alzo le mani per calmarla e chiederle il tempo di lasciarmi spiegare. “Dai su, raccontami la storiella. Mi è già successo una volta, mi sono fidata e sono diventata una puttana! Tu cosa voi da me? No, il sesso non ti interessa, magari sei un fricchettone, o magari mi vuoi per altri tuoi amici…mi hai comprato i vestiti perché sono esigenti…No peggio ancora mi vuoi dire: vattene da casa mia, scusa ho cambiato idea non me la sento più di tenerti qui con me. Ti porto nel centro assieme a tutte le altre o se preferisci prendi i tuoi vestiti e vattene! Allora cosa mi vuoi dire?”
    “Ti prego di ascoltarmi e poi sarai tu a scegliere, non voglio importi nulla. La proposta di prima rimane valida se questa non sarà di tuo gradimento.”
    “Ti ascolto” incrociando le braccia e guardandomi truce.
    Faccio un sospiro. “Ho parlato di te a mia mamma…”
    “Oh allora è la mammina che non vede di buon occhio che il figlio viva con una prostituta. -Cosa penserà la gente! Poi quando si vedrà la pancia daranno a lui la colpa-!” Facendo il verso di una donna scandalizzata.
    “Avevo proposto a mia madre di venire lei qui tutti i giorni mentre io sono al lavoro per aiutarti ad ambientarti. Ma lei è andata ben oltre le mie aspettative. Vuole proporti di trasferirti da lei. Non nego che un motivo rilevante sono i pensieri maligni sulla nostra possibile convivenza ma a pensarci bene, potresti trovare in lei un’amica con cui parlare, un aiuto, un’ispirazione e, spero, una mamma. Da domani io ricomincio a lavorare tutto il giorno e a volte ho delle urgenze che mi obbligano a rimanere via la notte, mi sentirei più sicuro sapendoti con lei e tu non saresti sola. Io verrei a trovarvi quasi tutti i giorni. Metto il quasi perché ci possono essere degli imprevisti, non ti voglio assolutamente abbandonare… Non darmi una risposta subito. Conosci questa sera mia madre, se pensi di trovarti bene con lei accetterai la proposta altrimenti tornerai in questo appartamento. Ci saranno delle persone che diranno malignità e faranno pettegolezzi ma non è mai stato per me un motivo valido per non fare la cosa giusta.”
    Mi guarda fisso valutandomi mentre sta riflettendo assorta e silenziosa.
    “Tu accetteresti le critiche della gente per me?”
    “Sono tre giorni che stiamo sempre insieme e abbiamo frequentato uffici e negozi. Ammetto che mi sono sentito a disagio per il tuo comportamento diciamo un po’ vivace e sopra le righe ma non per il tuo passato, se è veramente passato e mai più presente e futuro. So che mia madre sarebbe un’ottima insegnante anche per questo. Per raggiungere la santità è necessario che anche il tuo linguaggio e il tuo comportamento diventino adeguati.”
    Continua a guardarmi intensamente, poi ride. Sembra che la tensione sia un po’ scemata.
    “Mi fai ridere quando dici così seriamente che io possa diventare santa. E’ talmente un’idea fantascientifica! Vedremo che tipo è tua madre. A questo punto è lei sotto esame e non io”.
    “Quando due persone si conoscono l’esame è vicendevole, ma sarai tu a scegliere dove vivere.”
    Guarda l’ora. “Vado a lavarmi e a raccogliere i miei vestiti. Se mi devo trasferire è meglio che sia fatto al più presto.”

    Ogni volta che mi avvicino alla mia casa d’infanzia mi riempio il cuore di ricordi meravigliosi e di pace. Si trova su una collinetta appena fuori città, un po’ isolata dalle altre abitazioni dal terreno agricolo che la circonda come un’armatura dal chiasso del mondo. Mi sembra di rivedere mio padre mentre lavorava quella terra che ora è solo un grande prato fiorito. Mi manca la sua presenza silenziosa e protettiva. Con la sua morte è finita anche la mia infanzia. Mia madre sicuramente stava alla finestra ad aspettarci perché ora è corsa fuori per venirci incontro.
    “E’ una bellissima donna tua madre!”
    “Ogni grazia è stata riversata in lei”.
    “Lo sapevo che eri un mammone!”
    “Diventerai una mammona anche tu quando la conoscerai” ridendo.
    “Ciao mamma” dico abbracciandola appena scendo dall’auto.
    “Cosa stai combinando, profumi di vaniglia!”
    “Ho appena tirato fuori dal forno la crostata di amarene per festeggiare il suo arrivo” guardandola “e tu devi essere Gomer. Sono contenta di poterti conoscere!”
    “Buona sera signora, non doveva disturbarsi tanto!”
    “Non preoccuparti, fare delle cose buone è una gioia per me. Dai vieni dentro che ti faccio vedere la casa e poi quel lei aboliamolo subito, mi fai sentire vecchia! Chiamami pure Maria” prendendola sottobraccio per metterla a suo agio mentre entrano in casa.
    Mia madre ha già colpito con il suo fascino, per Gomer non c’è scampo, penso mentre le seguo con la valigia.

    GOMER, MIA MOGLIE: QUARTA PARTE

    Sei mesi dopo.

    “Mamma voglio sposare Gomer” le dico ben consapevole che non sarà d’accordo sul mio progetto di matrimonio.
    La vedo aggrottare le sopracciglia e rimane silenziosa come per trovare le parole giuste.“Figlio lei non ti ama, sta con te solo per interesse. Non sa dove andare ma vedrai, appena potrà non penserà più a te, ritornerà ai suoi più piacevoli interessi. Gomer è egoista, amante degli uomini, vogliosa senza freni e bugiarda.”
    “In questi mesi ho passato tutto il mio tempo con lei, le ho raccontato le mie giornate e i miei pensieri, mi sono confidato con lei. Ho passato dei giorni meravigliosi sentendomi un po’ amato, non come fai tu naturalmente ma ho il desiderio di donarmi a lei e formare una famiglia se Gomer vorrà. So che ancora non mi ama ma non si può aspettare oltre, il bambino presto nascerà e io vorrei essere fin da subito ufficialmente il suo papà, per potergli dare la cittadinanza. L’ho scelta mamma.”
    “Ti farà soffrire…”
    “Non posso tirarmi in dietro, il mio amore la cambierà. Voglio dare la vita per questo scopo.”
    “Figlio, non sarò io a impedirtelo ma difficile sarà che lei comprenda pienamente ciò che stai facendo”.
    “In questi mesi è rimasta sempre e solo con noi, si è affinata e si è resa conto di quello che necessita per farmi felice. Ha imparato a essere più riflessiva e meno egoista. La sua coscienza si sta risvegliando a pari passo della conoscenza interiore sé. Il desiderio d’informarsi su tutto quello che fa parte del mio lavoro per poter comunicare meglio con me le fa onore, anche se ancora non usa sentimento.”
    “Le ho insegnato tutto quello che potevo sulle responsabilità in una vita di coppia, sui doveri di una brava moglie, ma lei è rimasta legata alla favola, all’aspetto piacevole e sognante del matrimonio. Ho paura che alle prime difficoltà, ai primi problemi lei punti i piedi e ritorni ad essere selvaggia, istintiva. Non è affidabile purtroppo. La verità non ha ancora fatto completamente breccia nel suo cuore, è ancora legata alla via della menzogna per risolvere anche piccole magagne e, abitualmente, anche senza accorgersene, tende a raccontare una visione modificata della realtà cercando di mettere in luce gli aspetti a lei più favorevoli. Quando poi vuole qualcosa ha una capacità grandiosa, quella di nascondere il perché egoista del suo desiderio e puntare tutto sulla motivazione più favorevole a chi deve convincere, che, ignaro, non si accorge di niente. Anche questa attività le risulta naturalissima. Guardata con superficialità potrebbe addirittura sembrare generosa e buona.”
    “Purtroppo fino a quando non deciderà d’impegnarsi con tutta se stessa nel cambiare, sarà inutile per noi cercare con lei un rapporto più profondo, di questo sono consapevole.”
    “Però tu vuoi ugualmente sposarla.”
    “Lo voglio perché fa parte della mia natura, in fondo il vero amore è dare tutto senza sperare niente in cambio. Anche se ho un grande desiderio che lei comprenda quanto la amo e sono disposto a fare per lei. Quando questo accadrà ne resterà così colpita da tuffarsi con gioia nella fatica e nel dolore necessari per migliorarsi e potermi così anche lei amare di più, di più…di più. Mamma provo gioia, perché è arrivato questo momento, ma, anche, dolore e sofferenza, sapendo che lei ancora non mi riconosce come l’unico possibile amore.”
    Lei mi abbraccia e consola il mio dolore senza parole ma con l’incrollabile fedeltà che è amore provato e perfetto. “Sia fatta la tua volontà, tu sai ciò che è bene”.
    “Ora vado a parlare con Gomer. Quella di questa sera sarà la cena della promessa. Il matrimonio si farà a Pasqua” Le do un bacio affettuoso e poi mi avvio.
    La madre lo guarda salire su per la collina verso casa con passo deciso ma grave. Lacrime silenziose le scendono giù dal volto, le si spezza il cuore vedere suo figlio in quelle condizioni.
    Cerca di riprendersi respirando a pieni polmoni l’aria frizzante della sera. Lo sapeva che sarebbe arrivato quel momento, ha passato tutta la sua vita di madre nella sua attesa, ma ora che ci siamo è tremendo accettare, senza ribellarsi, il suo destino.

    “Gomer dove sei?”
    “Sono in cucina ad apparecchiare!” poi, appena mi vede “piuttosto voi, ti ho sentito arrivare mentre ero nella vasca ma poi quando sono uscita dal bagno non c’era più nessuno”.
    “Scusaci se non ti abbiamo detto niente ma abbiamo pensato di fare una passeggiata mentre ti aspettavamo”.
    “Tua madre è ancora fuori?”
    “A momenti sarà qui anche lei. Vorrei approfittare che siamo soli per parlarti di una cosa importante, puoi venire a sederti sul divano?”
    “Certo, che cosa è successo?” è di colpo preoccupata ma non inveisce e non mi aggredisce, anzi aspetta in silenzio. Sorrido per il cambiamento.
    Le prendo la mano. “Sono innamorato di te, Gomer. Vorrei sposarti, se tu sei d’accordo…”.
    Proprio in quel momento entra mia madre dalla porta.
    “Maria, suo figlio mi ha chiesto di sposarlo! Ci sposiamo!” Poi con un attimo di titubanza “Tu sei contraria?”
    “Come potrei!” e sorride mestamente.
    Gomer mi salta al collo pazza di gioia.
    “Che ne dici se ci sposiamo a Pasqua, così quando il bambino nascerà noi saremo già una famiglia e nessuno potrà dire che io non sono il suo papà”.
    “E’ l’idea più meravigliosa che si potesse avere!” guardandomi adorante.
    “Allora è deciso!”
    “Peccato che con questa pancia non sarò bella!”
    “Il miracolo della vita che si compie in te non può che esaltare la tua bellezza!”
    “Non ti credevo così adulatore!”
    “Non lo sono, è solo la verità.”
    “Io vado in cucina a vedere se tutto è pronto e se riesco a trovare una bottiglia di buon vino per festeggiare” dice mia madre allontanandosi.
    “Va bene, arriviamo subito anche noi.” Poi a Gomer: “Ti devo chiedere però una promessa. Non so se ti sei già accorta di come sono geloso. Non sopporterei che tu, anche solo col pensiero, ti soffermassi a desiderare un altro o anche rimpiangessi di non poterlo avere. Ne soffrirei terribilmente. Dovrai essere solo mia.”
    “Rivangando il mio passato mi fai stare male. Perché lo hai fatto? Sai che non ho avuto nessun uomo da quando ci conosciamo?”
    “Lo so ma qui siamo così isolati che è più difficile essere tentati. Quando verrai ad abitare in città le tentazioni saranno continue.”
    “Tu devi imparare a fidarti di me. La fiducia è importante in un matrimonio.”
    “Vedo che mia madre ti ha istruito bene su questo argomento!”
    “Venite a tavola?” dalla cucina.
    “Arriviamo subito!” rispondo ad alta voce e poi a Gomer: “Scusa se ti ho offuscato la gioia del momento.”
    “Non pensiamoci più e facciamo festa”.
    “Aspetta che ti aiuto ad alzarti.” Dico premuroso e ci avviamo in cucina mano nella mano.

    GOMER, MIA MOGLIE: QUINTA PARTE

    Tre anni dopo.

    “Ciao mamma, come stai?”
    “Lo sai che il vederti m’illumina di gioia!” dandogli un bacio sulla guancia e guardandolo con adorazione.
    “Non esagerare, mi stai mangiando con gli occhi!”
    “Ti vedo stanco.”
    “Sono molto impegnato in questo periodo. Oltre al lavoro sai che sto partecipando a un corso di approfondimento.”
    “Come è stata Gomer, oggi?”
    “Al telefono mi ha detto –tutto bene- ma io devo ancora vederla da questa mattina. Scusa un attimo” rispondendo al cellulare.
    “Sì, arrivo subito”.
    “Mamma mi dispiace devo correre via, è l’ospedale…Hai bisogno che ti porti qualcosa domani?”
    “Portami Emanuele, così avrete un po’ di tempo per stare soli”.
    “Pensi sempre a tutto. Un bacio” dico salendo di nuovo in auto.
    Non voglio ancora mettere al corrente mamma dei miei problemi con Gomer. Si preoccuperebbe senza poter far niente per aiutarmi. Dobbiamo riuscire a superare questo momento da soli.

    E’ notte fonda quando riesco a tornare a casa. Sono così stanco e affamato…Le luci sono tutte spente, dormono. Mi viene la nostalgia dei primi mesi di matrimonio quando era sempre pronta a venirmi in contro a qualsiasi ora arrivassi. Ora non più. Anche se è tranquilla a guardare la tv sul divano, non accenna neanche un saluto. Non mi prepara più i manicaretti che le aveva insegnato mamma e, ancora più grave, non si sforza minimamente nel tenere in ordine la casa.
    E’ come se mi avesse escluso dai suoi interessi. Emanuele è curato e non soffre, di questo sono sicuro e ringrazio Dio. Sembra che abbia un rigetto per tutto quello che sono io e quello che a me interessa. Mentre raccolgo alcuni giochi lasciati sparsi per terra mi viene sempre più forte il desiderio di chiedere aiuto a una mia collega psicologa. No, è sicuramente la fatica della gravidanza. Non è successo con Emanuele perché non ero stato io il colpevole. E’ sicuramente così. Li depongo nel cestone dei giochi e poi mi soffermo a guardare il mio bambino che dorme spensierato nel lettino. Vado poi in cucina a vedere se c’è qualcosa da mangiare. Ci sono ancora i piatti sporchi sul lavello e i tegami sul fornello. Guardo se contengono ancora qualcosa di commestibile ma sono vuoti e sporchi. Arriccio il naso. Metto tutto in lavastoviglie e pulisco il ripiano. Il disordine e lo sporco non fanno parte di me. Guardo dentro al frigo e mi accontento di un pezzo di formaggio con un po’ di creker e della frutta.
    Vado in camera cercando di fare piano per non svegliarla e mi sdraio al suo fianco. Due lacrime mi scendono dagli occhi per il dolore, poi sprofondo in un sonno agitato.

    “Posso disturbarti?” dico alla mia collega.“Ti avevo chiesto di fare quegli esami di controllo…ricordi?”
    “Perbacco! I risultati sono già pronti. Vieni accomodati.”
    “Che cosa succede?” domando preoccupato vedendola molto seria.
    “Mi dispiace ma il bambino è malato di talassemia major. Dalle analisi risulta che tua moglie è portatrice di questa patologia e in teoria lo dovresti essere anche tu.”
    Rimango scioccato, colpito come da un pugnale al cuore. Il mio bambino colpito da una malattia genetica così grave! Mi lascio cadere sulla seggiola.
    “Avete avuto fortuna con Emanuele. Sarebbe comunque il caso di fargli un esame del sangue per vedere se è portatore.”
    “Lo faremo sicuramente. Ora devo andare a mettere al corrente mia moglie.”
    “Mi dispiace tanto…” mettendomi una mano sulla spalla per conforto.
    “Colpa mia, avrei dovuto pensarci a fare degli esami di controllo a me e a mia moglie prima di metter su famiglia. Sono un dottore, non doveva capitare. Non pensavo di essere portatore, nella mia famiglia non conosco casi.”
    “Ora pensa al bambino. Non rimuginare le tue colpe altrimenti non riuscirai a sopportare la situazione. Una cosa alla volta”.
    “Grazie del consiglio.”
    “Prenditi il pomeriggio libero e va a casa”. Mi dice mentre mi allontano dal suo ufficio con il cuore stretto in una morsa di dolore. Il mio povero bambino!
    Il pomeriggio del giovedì è normalmente festa per me così non ho problemi a lasciare il lavoro. Ho la testa che non riesce a connettere bene, è talmente assorbita nel compito di gestire il dolore che non riesco a riflettere su come dire un verdetto così tremendo a mia moglie.
    “Gomer dove sei?”
    “Sono in camera da letto. Sono appena tornata dall’aver portato Emanuele da tua mamma!” Urlando, e poi, quando mi vede: “mi sono sdraiata perché avevo bisogno di sollevare le gambe… Sembri un lenzuolo tanto sei pallido!” mentre si siede sul letto preoccupata.
    Mi accomodo accanto a lei. “Purtroppo ci sono delle brutte notizie per il bambino. E’ gravemente malato, è risultato dagli esami del sangue che avevo richiesto. Sai, sto facendo quel corso di approfondimento sulla Talassemia e così, tanto per sfizio, mi era venuto voglia di chiedere di fare il controllo, ma senza il minimo pensiero che potesse arrivare un responso così tremendo.”
    “Allora è malato di talassemia?” guardando e accarezzandosi la pancia molto grossa.
    Io allungo una mano e l’appoggio sulla sua: “Purtroppo sì”.
    “Di cosa si tratta?”.
    “Forse la conosci con il nome di Anemia mediterranea…”
    “Allora soffre di una particolare anemia tipica di quei posti…?”
    “Proprio così. E’ una malattia genetica e quindi ereditaria, trasmessa quando entrambi i genitori sono portatori del difetto. Il nostro bambino avrà il midollo osseo che non è in grado di produrre quantità giuste e normali di emoglobina. Non avrà perciò il sangue in grado di trasportare una sufficiente quantità di ossigeno all’organismo e, di conseguenza, per sopravvivere Michele dovrà fare ricorso a continue trasfusioni. L’organo più danneggiato sarà il cuore.
    Dovrà essere sottoposto a cure costanti e… non avrà una lunga vita.”
    Un silenzio pieno solo di dolore riempie la stanza.
    “Se i genitori sono portatori perché non hanno anche loro gli stessi sintomi?”
    “Perché siamo portatori sani, solo uno dei geni è ammalato e quindi abbiamo una vita normale, senza sintomi. L’unico problema è la procreazione. Per sapere di essere portatori l’unico sistema è fare quell’indagine che io avevo richiesto.
    Se mi vuoi dire che è colpa mia se siamo giunti a questo punto è vero. Avrei dovuto fare tutti i test per malattie genetiche prima di sposarci. In quei momenti però ti assicuro che io certo non pensavo a questo genere di problemi. Nella mia famiglia non ci sono casi. Posso solo dire: mi dispiace, anche se servirà poco al nostro bambino.”
    “Emanuele però non è malato.”
    “Emanuele può essere sano o portatore della malattia come noi. Faremo anche a lui un test di controllo. Per Michele l’unica speranza è un trapianto di midollo osseo. Ci faremo tutti gli esami necessari per vedere chi può essere compatibile. E’ la sua unica speranza per evitare la malattia. Purtroppo però la possibilità di trovare un donatore compatibile è minima. L’ideale sarebbe avere un fratello sano ma Emanuele lo è solo da parte di madre.”
    “Ora è anche troppo tardi per abortire!”
    “Questo argomento mi pareva che lo avessimo già affrontato con Emanuele! Gomer questo non lo devi neanche pensare! Anche se lo avessimo scoperto appena concepito è sempre una persona e come tale deve essere trattata. Ha diritto alla vita, anche se avrà più difficoltà di altri.” Alzando la voce arrabbiandomi per sentire ancora in lei quel pensiero così tremendo.
    “Ho una fitta alla pancia. Credo che stia per nascere” piegandosi in avanti.
    “Lo stress per la notizia deve aver fatto partire le doglie. Andiamo subito in ospedale”.

    GOMER, MIA MOGLIE: SESTA PARTE

    “Sei impegnata?”
    “No, vieni pure. Ti ho fatto chiamare perché i risultati di tutti i test che mi hai chiesto sono appena arrivati. Almeno questa volta posso darti una bellissima notizia: il midollo di Emanuele è perfettamente compatibile con le caratteristiche di Michele.” “E’ un miracolo! Grazie Dio per questa grazia!” finalmente respirando a pieni polmoni. “Emanuele allora è sano!”
    “E’ perfetto.”
    “Posso dare un’occhiata anche io ai risultati?”
    “Certo, eccoli”
    “Ma qui risulta che sono entrambi AB ! Non è possibile, bisogna far ripetere gli esami!” Un dolore enorme mi colpisce il cuore, Michele non ha il mio gruppo e tutti i riferimenti genetici sono pressoché similari a quelli di Emanuele! Bene per il trapianto ma Gomer mi tradisce con il padre di Emanuele!
    “Gli esami per sicurezza sono stati ripetuti per ben tre volte da persone diverse, volevo essere sicura prima di darti la risposta. Perché dici questo? Sono fratelli è normale che abbiano lo stesso gruppo di sangue.”
    “Scusa sono molto in tensione in questi giorni. E’ vero, i bambini hanno sempre lo stesso gruppo di sangue del padre.”
    “Ti posso capire. E tua moglie ha poi cambiato idea?”
    “Purtroppo no, non vuole assolutamente vedere Michele”.
    “Come farai?”
    “Sapere che si potrà eseguire il trapianto potrebbe darle magari la forza di affrontare la realtà”.
    “Prima si fa l’operazione e meglio è. Qui ci sono le carte da firmare, per te e tua moglie. Appena me le riporti firmate faremo subito l’intervento.”
    “Vado a parlarle subito.”

    Mentre percorro i lunghi corridoi per la maternità decido di non dire niente a mia moglie sul tradimento fino a quando Michele non avrà superato la fase critica del trapianto. Prima bisogna pensare a lui.
    Appena la vedo nausea e vomito mi colpiscono.
    Come farò a starle accanto senza mostrarne il minimo segno?
    -Perché lo hai fatto?- Urla il mio spirito pieno di dolore!
    Ma invece dico:“Ho una notizia meravigliosa! Il midollo di Emanuele è perfettamente compatibile, si può fare il trapianto. Michele guarirà completamente! Bisogna solo che tu firmi queste carte per dare il consenso all’intervento, io ho già firmato”.
    “Guarirà completamente?”
    “Sì, il figlio primogenito, immune, donerà la fonte del suo sangue, che è guarigione e vita, al fratello colpito dalla malattia mortale!”
    “Emanuele soffrirà però”.
    “Se potesse decidere, accetterebbe il dolore con gioia perché saprebbe che è volontà del padre e giustizia di Dio. Come potrebbe poi rifiutare il suo dono gratuito guardando la speranza di guarire che il fratellino malato gli rivolgerebbe, se fosse in grado?”
    “Come parli pomposo oggi! Stai ringraziando mentalmente Dio mentre parli, come è tuo solito?” con un rimprovero velato dalla presa in giro. “Ma hai ragione. Anche la mamma sa che per far nascere il bimbo deve sopportare le doglie, ma le accetta volentieri, perché ama il suo bambino e lui avrà grande gratitudine verso colei che ha sofferto per dargli la vita.”
    “Allora anche tu ami Michele?”
    “Certo, per chi mi hai preso!”. Con quell’incertezza nella voce che dice il contrario: è malato, è un peso e non lo volevo… non posso.
    “Vuoi vederlo prima che sia operato?”
    “Dopo, quando tutto è finito” solo se sarà sano e il problema sarà risolto, continuo io mentalmente.
    “Come vuoi. Ecco firma lì”. Ora non è il momento di accusarla, potrebbe rifiutarsi per ripicca di firmare le carte. Piccolo Michele, non preoccuparti, io ti amo, anche se tua madre non è degna di essere chiamata tale, penso in silenzio mentre quella nausea raggiunge vette vertiginose e il fiele mi brucia le labbra. Non vedo l’ora di andarmene da quella stanza. Poi mi faccio forza, la guardo ancora una volta e volendo concederle una possibilità di confessare tutto dico: “Gomer ultimamente ti sento lontana, come se avessi qualcosa che ti rode dentro. Ti è successo qualcosa che non hai ancora avuto il coraggio di dirmi?”
    “No, sono solo preoccupata per il bambino. Ora come si procede?”
    “Vado a prendere Emanuele da mia madre. L’intervento è meglio che sia fatto il più presto possibile.” Cercando di non dare a vedere la mia delusione per il rifiuto ricevuto.
    “Quanto ci vorrà?”
    “Non lo so. Prima che io ritorni cerca di meditare sulla nostra situazione e prendere i dovuti provvedimenti perché dopo sarà troppo tardi, la tua scelta sarà compiuta.”
    “Di cosa parli? Poi dici che sono io strana, oggi non riesco proprio a capirti. Avvisami appena hai notizie dell’intervento” dice un po’ scocciata.
    “Non mancherò” dico mentre si sdraia e si mette di lato voltandomi le spalle. Me ne vado col cuore pieno di lacrime, l’ho persa.

    GOMER, MIA MOGLIE: SETTIMA PARTE

    “Signora posso parlarle un attimo?”
    “Certamente” rispondo sedendomi sul letto, ancora piuttosto addormentata.
    “Sono la dottoressa Giberti, dirigo il laboratorio analisi chimiche ma conosco anche molto bene suo marito, si ricorda di me? Sono venuta al vostro matrimonio.”
    “Non ricordo mi dispiace ma se ha delle novità mi dica pure.” Dico subito attenta e sveglissima.
    “Dopo una lunga riflessione ho deciso di venire a parlarle di una questione che la riguarda. Un’ora fa circa, suo marito è venuto nel mio studio per ritirare gli esiti degli esami. Ero contentissima di potergli dare la bellissima notizia della compatibilità perfetta del midollo tra i vostri due bambini. Si leggeva la gioia sul suo volto. Poi mi ha chiesto di poter vedere anche lui gli esiti. Il suo volto è cambiato dicendomi ad un tratto che i risultati non potevano essere esatti, bisognava ripeterli perché entrambi i suoi bambini appartengono allo stesso gruppo di sangue. Io sul momento ho pensato che la tensione gli avesse giocato un brutto scherzo. Si sa che i fratelli hanno tutti lo stesso tipo di sangue del padre. Lui non ha aggiunto altro ma si vedeva che qualcosa era successo. Dopo che è andato via, ho controllato meglio gli esami cercando di capire cosa lo avesse incupito così. Ho confrontato allora il suo gruppo di sangue con quello dei figli e ho notato che erano diversi. Signora, in quel momento suo marito ha scoperto che è stato tradito e che non è il padre naturale di nessuno dei suoi figli.” La dottoressa fa un attimo di pausa per lasciarmi digerire la notizia.
    Sono rimasta basita e con occhi e bocca spalancati, ecco perché tutte quelle frasi strane oggi!
    “Signora sono venuta perché voglio bene a suo marito e non voglio che il suo matrimonio finisca rovinosamente come il mio. Se lei vuole può ancora sistemare le cose.
    Prima cosa: deve andare da lui, pentita veramente per quello che ha fatto, e confessare tutto quanto, prima che sia lui ad accusarla, perché allora sarà troppo tardi. Solo così, infatti, vedrà in lei il desiderio di cambiare, il dolore per quello che ha compiuto e l’intenzione di non più ricadere nello stesso errore.
    Seconda cosa: dimostrando coi fatti il suo cambiamento accettando il bambino malato come figlio, qualunque risultato abbia l’intervento. Se non confesserà tutto ora e non amerà veramente suo figlio non c’è possibilità che lui rimanga con lei.”
    “Ma come si permette lei di venire e dire certe cose su questioni che non la riguardano affatto? Come si permette di giudicarmi e dire cosa devo o non devo fare? Si guardi lei dentro che certamente ha di che vergognarsi!”
    “Signora, non la sto giudicando. Forse, e questa sarà una questione su cui dovrò riflettere, non ho usato la delicatezza e il linguaggio giusto ma la mia sola intenzione è quella di aiutarla a non distruggere il suo matrimonio. Io per prima ho subito la tortura della separazione e avvertire lei perché non le accada l’ho vista come una forma di espiazione per il male fatto. Non la giudico signora, non sta a me farlo. Ora la lascio a riflettere e mi scuso ancora se non sono stata delicata come avrei voluto.”
    “Se ne vada subito! Questi discorsi non li voglio neanche sentire! Ha fatto male a venire! Non doveva intromettersi!” Le urlo dietro mentre si allontana.
    Tremo tutta per la rabbia e la paura insieme per essere stata scoperta. Maledizione, ora quei discorsi che mi parevano così strani e fuori posto sono chiarissimi. La paura di essere cacciata di casa e non avere più un posto dove andare diventa un incubo assillante.
    Ripercorro con la mente gli ultimi 2 anni della mia vita.
    Era primavera avanzata e ogni giorno andavo con il passeggino a fare una passeggiata nel parco. Conducevo una vita tranquilla, in pace. Mio marito mi riempiva di attenzioni e io stavo bene. L’unico neo era la mancanza di adrenalina, di emozioni forti che mi avviluppano completamente e mi avrebbero fatto sentire viva. Prima mentre ero in cinta non le provavo ma ora, cominciavo a risentirne i primi languori. Guardavo le coppiette giovanili che si sbaciucchiavano liberamente spinte da quegli ormoni che imparavano ora a conoscere. Io li conoscevo così bene! E sapevo l’adrenalina che producevano!
    Purtroppo con mio marito quelle sensazioni non le provo. Quel rispetto e quella tenerezza che caratterizzano il nostro rapporto non mi procurano le stesse emozioni violente di cui sento così tanto la mancanza.
    Lasciai libero accesso ai sogni di riempirmi la mente e le fantasticherie diventarono parte integrante della mia giornata.
    Il pensiero di mio marito, meravigliosamente buono e limpido in tutto il suo agire, veniva sempre più accantonato dal mio cervello per dare spazio e occuparsi, con più disponibilità e attenzione, di tutta una serie d’immagini oscene e di emozioni sensualmente violente che facevano già parte dei miei ricordi.
    Iniziai così a considerare la mia vita una gabbia.
    Quell’amore condiviso che prima mi completava in modo meravigliosamente perfetto, ora appariva come divieto di godermi la vita. Più mio marito si sforzava di farmi contenta e mi riempiva di attenzioni più io sentivo il desiderio di allontanarlo.
    Cominciai a non tenere più ordinata la casa e a non più accoglierlo con un abbraccio quando tornava a casa dal lavoro. Semplicemente tutto quello che a lui interessava diventava sempre più un obbligo e quindi farlo mi costava una fatica enorme. Anche i nostri dialoghi ne risentirono. Non avevo più il desiderio di sapere di lui, di quello che faceva e così, quando era presente, mi facevo sempre trovare impegnata o stanca. Quando facevo così lui si incupiva e si allontanava. Rispettava la mia volontà di non volerlo attorno anche se si vedeva che questo lo faceva soffrire e anche arrabbiare con me.
    Fu proprio in una di quelle passeggiate nel parco che rincontrai Walter. Lui mi aspettava seduto sulla panchina dove di solito passavo un po’ di tempo. Subito il cuore cominciò a battermi e una grande adrenalina mi cominciò a scorrere nelle viscere. Il ricordo dei rapporti intimi che avevo avuto con lui, resi insuperabili dalle mie fantasie erotiche sembrava rendere quell’incontro ancora più eccitante.
    Raccontò che era uscito dal carcere da una settimana e aveva saputo di me da Natascia incontrata per caso in un locale notturno. Quanto tempo era che io non ci andavo! Mi disse che adesso viveva nel retro di un ristorantino. Lavorava là come lavapiatti e gli avevano dato questa possibilità di alloggio fino a quando non poteva permettersi qualcosa di meglio. Mi chiese gentilmente di fare qualche passo con lui parlando del più e del meno. Io accettai, ero così curiosa di sapere tutto di lui, del carcere e soprattutto se aveva un’amichetta… Magari Natascia… La visione di lui e lei avvinghiati insieme mi aveva riempito di un carico di gelosia acuta e odio profondo da farmi quasi tremare. Tutto scemato poco dopo in un sospirone di sollievo: era libero!
    Poco prima dell’inizio del suo turno di lavoro, lo accompagnai al ristorante, volevo sapere dove potevo trovarlo e dare anche una struttura di contorno alle mie possibili nuove fantasie. Mi salutò con un casto bacio sulla guancia un po’ impacciato. Come rimasi delusa!
    Da quel giorno ogni pomeriggio lo incontravo al solito posto e sapere di quell’appuntamento dava una credibilità ancora più reale ed eccitante ai miei sogni alternativi. Mi sentivo una topolina nelle mani sapienti del gatto che lo torturava dandogli delle speranze che poi venivano completamente negate. Un gioco di seduzione a cui io avevo già partecipato in passato, che conoscevo bene e in cui lui era un esperto. Non riuscivo però, pur sapendo cosa stava succedendo a dire quel no secco, quel vattene e non tornare più, necessario per non soccombere. Giorno e notte i miei pensieri erano per lui, niente e nessuno riusciva a farmi allontanare da quel vissuto irreale. Caddi nella sua rete, prima ancora che coi fatti, con il mio spirito. Dipendevo da lui, mi aveva drogato di desiderio. Un giorno non sono riuscita più a trattenermi, presi Emanuele e lo portai dalla nonna. Ero libera di dar sfogo a tutte le mie fantasie. Bussai alla sua porta e mi persi in quel piacere senza nessun altro pensiero.
    Subito dopo però la situazione era notevolmente cambiata. Quell’atto così veloce e brutale consumato, ora mi faceva sentire abbacchiata e pesante, non certo finalmente sollevata. Sentivo Walter che se la rideva sul letto mentre mi vestivo per il mio desiderio di andarmene. Ormai non potevo più cancellare quello che avevo fatto.
    Andare a prendere il piccolo Emanuele dalla nonna è stato un incubo. Entrare in quella casa immacolata mi sembrò di contaminare una sala operatoria con la mia sporcizia. Presi il bambino e scappai via accusando un forte ritardo.
    Rientrando mi sembrò che quella che era stata la mia casa ora non era più tale. Sentivo incombere su di me la paura di essere allontanata per quello che avevo fatto. Cercai così di convincermi che non poteva sapere niente di quello che era successo e che sarebbe continuato tutto come prima.
    Mio marito arrivò a casa tardi quella sera e tremendamente stanco. Era nato un bambino con dei problemi e aveva assistito i genitori come poteva. Ora però sentiva sulle spalle tutta quella sofferenza. Rimase piacevolmente stupito nel trovarmi ad attenderlo ma aveva così bisogno di un po’ di pace e serenità che non fece nessun commento se non un dolce sorriso contento che mi fece sentire uno schifo dentro. Ho cercato di essere il più premurosa possibile mentre gli servivo la cenetta e poi una dose extra di coccole. Era meglio essere previdenti per quel rapporto avuto senza precauzioni!
    Tutto era filato liscio, non solo non si era accorto di niente ma era rimasto piacevolmente stupito del cambiamento improvviso. Passarono alcuni giorni e il desiderio di rivedere, per così dire, Walter si presentò ancora più violento. Inoltre avevo visto che riuscivo a nascondere tutto senza alcun problema. Cominciai, così, a frequentarlo con assiduità per qualche settimana. Ormai i sensi di colpa non erano più un problema, si erano volatilizzati. Avevo tutto quello che volevo, una situazione tranquilla a casa e l’amante per il mio piacere. Ero anzi diventata più ordinata a casa e più disposta ad ascoltare e accontentare mio marito ignaro di tutto. Il saperlo soddisfatto di me mi rendeva tranquilla di non essere scoperta per la mia doppia vita. Da quando però le mestruazioni cominciarono a farsi attendere la preoccupazione mi attanagliava. Il test confermò le mie paure. Ero in attesa di un bebè. Lo comunicai a mio marito la sera stessa. Sembrò che il cielo fosse entrato in quella stanza tanto era contento. Io invece facevo fatica a concepirne anche solo il pensiero.
    Come l’avrebbe presa Walter la notizia? Decisi di non dirgli niente, potevo immaginare come la potesse pensare sui legami. Quando aveva saputo che Emanuele era suo figlio mi aveva preso per la maglietta e con volto truce mi aveva intimato di non chiedergli niente altrimenti me l’avrebbe fatta pagare. Con l’assicurazione che tutto era a posto, perché mio marito l’aveva adottato, ritornò ad essere l’amante voglioso cancellando in un momento quel ricordo che mi aveva alquanto turbata. No, non potevo dirglielo, non volevo perderlo così presto.
    Con Walter, così, proseguì tutto con la solita normalità. Io sola ero tormentata pensando a quel giorno in cui lo avrei perso. Cercavo di coprirmi la pancia quando mi alzavo in piedi e a letto quando mi accarezzava il ventre ero sempre in allarme e cercavo di prevenirlo cambiando posizione.
    Capii che qualcosa non andava un pomeriggio quando mi accorsi che mi studiava fisso mentre mi vestivo fumando una sigaretta. Non disse niente ma il suo verdetto era chiaro. Quella fu l’ultima volta che lo vidi. Avevo aspettato con ansia l’appuntamento successivo ma quando bussai alla sua porta nessuno mi aprì.
    Chiesi sue notizie al ristoratore. Mi disse che si era licenziato la sera prima ed era partito subito senza lasciare nessun recapito. Mi aveva abbandonata nuovamente. Questa volta però non aveva fatto promesse e io sapevo perfettamente quello che facevo. Ora dovevo subirne le conseguenze. Il dolore dell’abbandono non riuscivo a nasconderlo al mio caro marito super attento e desideroso di potermi assistere in tutto. Così nascosi questa ferita con la scusa di una crisi d’identità femminile, del sentirmi ingrossare e perdere quella femminilità a cui io tenevo tanto. Più lui mi coccolava e cercava di dimostrarmi tutto il suo amore e adorazione io mi sentivo sempre più un verme nel mentire e trattare così la persona più buona e gentile che io avessi mai incontrato.
    Così, il suo amore, dimostrato standomi vicino senza che io meritassi niente, fu solo ricambiato da una appena accettabile mia cordialità nei momenti strettamente necessari. Mi facevo schifo e questo atteggiamento ne era la manifestazione esterna.
    Arrivai addirittura più volte a volergli parlare, a confessare ma poi la paura di perdere tutto mi cuciva le labbra. Stavo così male…
    Ora sa tutto e sa anche che io non voglio vedere quel bambino. E’ un fatto di auto protezione, la paura di trovarmi davanti agli occhi il segno tangibile ed evidente del mio tradimento. Come potrei occuparmi di lui giorno e notte? Sarebbe una doppia tortura. Se lo ripudiassimo?… Mio marito non lo permetterebbe mai. Si arrabbierebbe anche solo alla mia proposta! Ora però ho un problema più immediato da risolvere. Vorrà divorziare da me? Io al suo posto lo farei. Mi vengono in mente le parole che mi aveva detto quando mi aveva chiesto di sposarlo: – ti prego non tradirmi neanche con il pensiero, sarebbe un dolore troppo grande per me sopportarlo…- Comincio a piangere a dirotto. Penso alla sofferenza che ha provato, alla rabbia che deve averlo colpito quando l’ha scoperto… Sapere che poi immediatamente lui è venuto qui e l’unica cosa che mi ha detto è stata: pensa a noi, al nostro rapporto e prova a porvi rimedio mi distrugge. Vuole perdonarmi? Le sue parole dicono così, la sua amica dice di sì ma la mia testa rifiuta di concepire una possibilità simile… come può un uomo perdonare un così grande tradimento? Sopportare di vederne il frutto malato per anni ogni giorno davanti ai propri occhi e dovergli anche voler bene? Sono troppo schifosa per poter neanche pensare che lui possa perdonarmi. Quando ci siamo conosciuti ero stata costretta a prostituirmi ma adesso non ho scuse. Sono colpevole di tradimento, sono colpevole proprio della colpa che lui mi aveva chiesto di non macchiarmi mai.
    Non riesco più a stare ferma a letto. Mi alzo e mi vesto di tutta fretta. Devo andarmene non ce la faccio a rivederlo, sono troppo miserabile e schifosa per potermi ripresentare davanti a lui.
    “Signora cosa sta facendo, è troppo presto per andarsene! E’ debole per il travaglio e il parto di ieri sera, deve riposare!” dice un’infermiera che mi nota percorrere il corridoio.
    “Me ne vado non cerchi di fermarmi” le rispondo in modo risoluto.
    Prima di uscire dal reparto mi fermo davanti alla nursey e cerco il lettino con il nome di Michele. E’ vuoto. Mi copro con la mano la bocca per fermare un singhiozzo e poi scappo, non so dove andare ma una cosa è sicura, devo andare lontano da lì.

    GOMER, MIA MOGLIE: OTTAVA PARTE

    Vedo la porta della sala operatoria chiudersi al mio sguardo.
    Mia madre si lascia cadere senza forze ai miei piedi.
    Tutte le energie e l’autocontrollo per aiutarmi a sopportare l’attesa dell’intervento con il suo dolce sorriso sono finite e si abbandona in un pianto incontrollabile.
    Avrei voluto non farla venire per evitarle questo momento tremendo ma avevo bisogno della sua forza, del suo amore e anche della sua preghiera per riuscire a superare questa prova.
    I miei piccoli figli, incapaci di comprendere, hanno continuato a comportarsi come niente stesse per succedere fino a quando non sono stato costretto ad allontanarmi da loro.
    Ma io capivo benissimo! E la mia tensione era grande!
    Aiuto mia madre ad accomodarsi su una panchina e poi, impossibilitato a muovermi da quel posto e schiacciato dal susseguirsi degli eventi tragici delle ultime ore, rimango come sospeso tra cielo e terra in attesa che tutto sia compiuto.
    Prego Dio perché non abbandoni i miei bambini, mentre io sono impotente e non posso fare niente per loro.
    Questa prova rimarrà impressa nella loro anima e darà sicuramente una svolta positiva a tutto il loro futuro, un legame d’amore che mai nessuno potrà cancellare.
    Avevo cercato di spiegare loro l’importanza e il motivo di quello che stava per compiersi, ma sono ancora troppo piccoli per comprendere.
    Mi risuonano ancora nelle orecchie le urla strazianti che hanno emesso, comprendendo che sarebbero rimasti soli, vedendomi allontanare alla richiesta dell’infermiera.
    Avevano paura per tutto quel movimento intorno a loro. Senza la mia amorevole presenza si sentivano disorientati. Tutta la sicurezza e la baldanza, che fino a quel momento avevano dimostrato nel guardare tutto quel mondo di dottori, era svanita in un lampo, non trovando più il mio abbraccio protettivo.
    Quando diventeranno grandi comprenderanno il dono che Dio ha concesso loro e, spero capiranno anche, che la sofferenza del sano è necessaria per concedere una possibilità di guarigione al fratello malato.
    Per un padre decidere di far soffrire il figlio è una scelta tremenda, ma come potevo abbandonare suo fratello a un destino di dolore e morte?
    E’ necessario che ora siano soli ma il mio spirito partecipa alla loro sofferenza più che mai.
    Quella porta è chiusa e lo resterà fino a quando la prova non terminerà.
    Mi alzo e l’accarezzo, presto non ci sarai più e il mio amore per loro potrà essere completo ed eterno.
    Mai più nessuno mi separerà dai miei piccoli figli.
    E’ vero, non sono il loro padre naturale, ma da me li considero nati nel vincolo dell’amore che ho loro donato.
    Dio me li ha dati e io non li abbandonerò e non li perderò.
    Ora la nostra famiglia è provata tremendamente.
    Pensieri di ribellione e di accusa verso Dio per quello che ci sta capitando tutto insieme cercano di prendere forma nella mia testa. Sento la prova nella prova.
    Le domande: Perché Dio mi capita tutto questo?
    Cosa ho fatto per meritare tutto questo?
    Vogliono insinuarsi e farmi puntare il dito contro Dio.
    No! Non lo farò! Se Dio permette una situazione che a noi appare tremendamente negativa è perché vede, nel suo compiersi, una positività o un bene che ora noi non possiamo capire o vedere. Spesso è il dolore e l’esperienza difficile che ci fanno fare un balzo in avanti.
    Altre volte, la nostra sofferenza, è provocata dalla semplice cattiveria sprigionata da decisioni e azioni malvagie prese da persone anche sconosciute vissute nel passato o nel presente…
    Il male non è stato creato da Dio ma si è insinuato nel mondo come un serpente che striscia silenzioso ma fatale. Le sue spire raggiungono ogni piccolo angolo nascosto di questo mondo e nessuno purtroppo può evitare di combattere contro di lui per tutta la vita.
    Mi ripeto questo discorso più volte per non cadere nella tentazione.
    Sento il mio telefono interno suonare. Come da molto lontano torno al presente: “Cosa c’è?”
    “Dottore, sono la caposala, sua moglie ha lasciato l’ospedale di sua iniziativa! Abbiamo provato a fermarla, non ha voluto sentire ragioni! Non ha voluto neanche dire il motivo, ma sembrava sconvolta!”
    “Grazie per avermi avvisato subito.” E chiudo la comunicazione.
    “Mamma ascoltami bene. Appena sappiamo l’esito vai a casa e rimanici. Gomer ha lasciato di sua iniziativa l’ospedale e sembrava sconvolta. Vedrai che, dopo aver girato un periodo senza mèta, lei verrà. La tua abitazione è l’unico posto dove è vissuta in pace dopo casa nostra e lì in questo momento ha timore d’incontrarmi. Te l’affido, le gioverà sicuramente più la tua presenza materna che la mia, verso la quale, ora, ha vergogna e paura. Inoltre io non mi posso muovere da qui, non posso lasciare da soli i miei bambini.”
    “Farò del mio meglio con lei.”
    “Tienimi informato e appena sarà pronta per incontrarmi, conducila a me.”
    Vedo la dottoressa Giberti avvicinarsi e aspettare a discreta distanza.
    “Grazie mamma, sai che mi fido del tuo operato” abbracciandola.
    Poi mi alzo e mi avvicino alla mia collega.
    “Dottoressa come mai qui?”
    “So che non è il momento ma è necessario che ti avvisi di un’iniziativa che ho avuto e ora non so se ho fatto proprio bene a compierla dalla reazione che ha prodotto.”
    Divento ancora più serio, se si può: “Riguarda i miei bambini?”
    “In un certo qual modo sì. Quando te ne sei andato ho controllato ancora i loro esami cercando di capire il motivo della tua agitazione improvvisa. Ho scoperto che entrambi hanno il gruppo del sangue diverso dal tuo. Pensando veramente di fare la cosa giusta, sono andata da tua moglie e le ho detto che tu sai tutto. Per salvare il vostro matrimonio le ho consigliato di confessarti il suo tradimento prima che sia tu a tornare per giudicarla.
    Lei si è ribellata insultandomi e mandandomi via.
    Sono venuta perché sono preoccupata della reazione che tua moglie potrebbe avere.”
    “Grazie per essere venuta ad avvisarmi. Ora è chiaro il motivo della sua fuga dall’ospedale.”
    “Se ne è andata senza essere dimessa?” meravigliata.
    “Purtroppo sì”.
    “Oh Signore cosa ho combinato! Ho peggiorato la vostra situazione! Le mie intenzioni erano buone, ma forse non sono stata così delicata come le rivelazioni richiedevano.”
    “Era necessario che sapesse. Cerca la prossima volta di essere più umi

  3. a.b.c.

    CONTINUO DEL RACCONTO PRECEDENTE.

    GOMER, MIA MOGLIE: OTTAVA PARTE

    Vedo la porta della sala operatoria chiudersi al mio sguardo.
    Mia madre si lascia cadere senza forze ai miei piedi.
    Tutte le energie e l’autocontrollo per aiutarmi a sopportare l’attesa dell’intervento con il suo dolce sorriso sono finite e si abbandona in un pianto incontrollabile.
    Avrei voluto non farla venire per evitarle questo momento tremendo ma avevo bisogno della sua forza, del suo amore e anche della sua preghiera per riuscire a superare questa prova.
    I miei piccoli figli, incapaci di comprendere, hanno continuato a comportarsi come niente stesse per succedere fino a quando non sono stato costretto ad allontanarmi da loro.
    Ma io capivo benissimo! E la mia tensione era grande!
    Aiuto mia madre ad accomodarsi su una panchina e poi, impossibilitato a muovermi da quel posto e schiacciato dal susseguirsi degli eventi tragici delle ultime ore, rimango come sospeso tra cielo e terra in attesa che tutto sia compiuto.
    Prego Dio perché non abbandoni i miei bambini, mentre io sono impotente e non posso fare niente per loro.
    Questa prova rimarrà impressa nella loro anima e darà sicuramente una svolta positiva a tutto il loro futuro, un legame d’amore che mai nessuno potrà cancellare.
    Avevo cercato di spiegare loro l’importanza e il motivo di quello che stava per compiersi, ma sono ancora troppo piccoli per comprendere.
    Mi risuonano ancora nelle orecchie le urla strazianti che hanno emesso, comprendendo che sarebbero rimasti soli, vedendomi allontanare alla richiesta dell’infermiera.
    Avevano paura per tutto quel movimento intorno a loro. Senza la mia amorevole presenza si sentivano disorientati. Tutta la sicurezza e la baldanza, che fino a quel momento avevano dimostrato nel guardare tutto quel mondo di dottori, era svanita in un lampo, non trovando più il mio abbraccio protettivo.
    Quando diventeranno grandi comprenderanno il dono che Dio ha concesso loro e, spero capiranno anche, che la sofferenza del sano è necessaria per concedere una possibilità di guarigione al fratello malato.
    Per un padre decidere di far soffrire il figlio è una scelta tremenda, ma come potevo abbandonare suo fratello a un destino di dolore e morte?
    E’ necessario che ora siano soli ma il mio spirito partecipa alla loro sofferenza più che mai.
    Quella porta è chiusa e lo resterà fino a quando la prova non terminerà.
    Mi alzo e l’accarezzo, presto non ci sarai più e il mio amore per loro potrà essere completo ed eterno.
    Mai più nessuno mi separerà dai miei piccoli figli.
    E’ vero, non sono il loro padre naturale, ma da me li considero nati nel vincolo dell’amore che ho loro donato.
    Dio me li ha dati e io non li abbandonerò e non li perderò.
    Ora la nostra famiglia è provata tremendamente.
    Pensieri di ribellione e di accusa verso Dio per quello che ci sta capitando tutto insieme cercano di prendere forma nella mia testa. Sento la prova nella prova.
    Le domande: Perché Dio mi capita tutto questo?
    Cosa ho fatto per meritare tutto questo?
    Vogliono insinuarsi e farmi puntare il dito contro Dio.
    No! Non lo farò! Se Dio permette una situazione che a noi appare tremendamente negativa è perché vede, nel suo compiersi, una positività o un bene che ora noi non possiamo capire o vedere. Spesso è il dolore e l’esperienza difficile che ci fanno fare un balzo in avanti.
    Altre volte, la nostra sofferenza, è provocata dalla semplice cattiveria sprigionata da decisioni e azioni malvagie prese da persone anche sconosciute vissute nel passato o nel presente…
    Il male non è stato creato da Dio ma si è insinuato nel mondo come un serpente che striscia silenzioso ma fatale. Le sue spire raggiungono ogni piccolo angolo nascosto di questo mondo e nessuno purtroppo può evitare di combattere contro di lui per tutta la vita.
    Mi ripeto questo discorso più volte per non cadere nella tentazione.
    Sento il mio telefono interno suonare. Come da molto lontano torno al presente: “Cosa c’è?”
    “Dottore, sono la caposala, sua moglie ha lasciato l’ospedale di sua iniziativa! Abbiamo provato a fermarla, non ha voluto sentire ragioni! Non ha voluto neanche dire il motivo, ma sembrava sconvolta!”
    “Grazie per avermi avvisato subito.” E chiudo la comunicazione.
    “Mamma ascoltami bene. Appena sappiamo l’esito vai a casa e rimanici. Gomer ha lasciato di sua iniziativa l’ospedale e sembrava sconvolta. Vedrai che, dopo aver girato un periodo senza mèta, lei verrà. La tua abitazione è l’unico posto dove è vissuta in pace dopo casa nostra e lì in questo momento ha timore d’incontrarmi. Te l’affido, le gioverà sicuramente più la tua presenza materna che la mia, verso la quale, ora, ha vergogna e paura. Inoltre io non mi posso muovere da qui, non posso lasciare da soli i miei bambini.”
    “Farò del mio meglio con lei.”
    “Tienimi informato e appena sarà pronta per incontrarmi, conducila a me.”
    Vedo la dottoressa Giberti avvicinarsi e aspettare a discreta distanza.
    “Grazie mamma, sai che mi fido del tuo operato” abbracciandola.
    Poi mi alzo e mi avvicino alla mia collega.
    “Dottoressa come mai qui?”
    “So che non è il momento ma è necessario che ti avvisi di un’iniziativa che ho avuto e ora non so se ho fatto proprio bene a compierla dalla reazione che ha prodotto.”
    Divento ancora più serio, se si può: “Riguarda i miei bambini?”
    “In un certo qual modo sì. Quando te ne sei andato ho controllato ancora i loro esami cercando di capire il motivo della tua agitazione improvvisa. Ho scoperto che entrambi hanno il gruppo del sangue diverso dal tuo. Pensando veramente di fare la cosa giusta, sono andata da tua moglie e le ho detto che tu sai tutto. Per salvare il vostro matrimonio le ho consigliato di confessarti il suo tradimento prima che sia tu a tornare per giudicarla.
    Lei si è ribellata insultandomi e mandandomi via.
    Sono venuta perché sono preoccupata della reazione che tua moglie potrebbe avere.”
    “Grazie per essere venuta ad avvisarmi. Ora è chiaro il motivo della sua fuga dall’ospedale.”
    “Se ne è andata senza essere dimessa?” meravigliata.
    “Purtroppo sì”.
    “Oh Signore cosa ho combinato! Ho peggiorato la vostra situazione! Le mie intenzioni erano buone, ma forse non sono stata così delicata come le rivelazioni richiedevano.”
    “Era necessario che sapesse. Cerca la prossima volta di essere più umile nell’esprimerti. Ora ti prego di fare questo per me: vai a cercarla, mentre con lo spirito prega Dio perché non rifiuti, per incredulità sulla grandezza della mia misericordia, la possibilità di perdono che io le voglio concedere e che torni a me al più presto.”
    “Vado immediatamente, grazie del tuo perdono”.
    Si allontana mestamente.

    GOMER, MIA MOGLIE: NONA PARTE

    Il pensiero del tradimento di mia moglie ritorna a bruciarmi nelle viscere.
    Perché lo hai fatto Gomer!
    Hai diviso il tuo cuore tra me e il tuo amante.
    Un cuore diviso non può amare davvero ed è falso.
    Le tue bugie sono state la risposta a tutte le attenzioni e l’affetto che ho avuto per te.
    Hai disprezzato il mio amore considerandolo non degno del tuo contraccambio totale e sincero.
    Ti ho dato nuova vita e dignità accogliendoti nella mia casa e liberandoti dai tuoi padroni che ti avevano reso schiava.
    Ti ho donato anche mia madre, come fonte d’ispirazione e guida, per insegnarti a ricercare quella pace e serenità che le tue esperienze ti avevano negato.
    Ti ho sposato per garantirti la cittadinanza sia a te che al tuo bambino in arrivo e per formare con voi una famiglia unita, indistruttibile perché fondata nell’unica alleanza benedetta da Dio.
    La tua nuova posizione di benessere, però, ti ha inorgoglita al punto da pensare di poter fare senza di me, mettendomi da parte e dimenticandomi come un oggetto privo di valore.
    Con il tuo gesto mi hai offeso profondamente, mi hai rigettato in faccia tutto il mio amore e i miei doni preferendo a me i tuoi bisogni egoistici e il tuo vecchio amore, che già una volta avevi sperimentato falso, sfruttatore e traditore.
    Dov’è ora il tuo preferito, perché ti possa ora salvare dalla mia rabbia?
    E se anche lo trovassi, scopriresti molto presto che dietro alla facciata splendente vi è pula e marciume capace solo di disperdere al vento anche i pochi brandelli di spirito vitale che ancora si possono trovare in te!
    Che sforzo devo fare su me stesso per non respingerti e dare sfogo alla mia rabbia!
    Voglio essere ancora disposto a ripetere quello che già ho fatto con te.
    Se tu tornerai da me io ti perdonerò. Affronterò assieme a te la strada lunga e dolorosa della nuova purificazione, resa ancora più perigliosa dal volontario consenso che tu hai dato al male. Sarò costretto a darti castighi e ordini perentori per sostenere la tua coscienza malata e ostinata ma alla fine sappi che ritroverai quel focolare che è gioia piena.
    Ritorna da me Gomer, hai inciampato nella tua impurità e iniquità ma io ti do la possibilità di risollevarti.
    Prepara un cuore veramente pentito e vieni a me.
    Il male sarà costretto a spurgare dalle parole che mi dirai chiedendomi perdono e io te lo donerò.
    Userò misericordia, ti guarirò dalla tua infedeltà e non ricorderò più il tuo tradimento.
    Ci ameremo finalmente entrambe con verità e la nostra famiglia potrà generare pace e serenità per noi e per gli altri.

    GOMER, MIA MOGLIE: DECIMA PARTE

    Quando giungo alla porta esterna dell’ospedale mi accorgo che la stagione primaverile ha lasciato il posto a un tempo burrascoso. Mi fa paura ma non posso fermarmi, sicuramente mio marito sarà stato avvisato della mia decisione e magari è già alle mie costole. Avrà mandato dei suoi infermieri a cercarmi. Cosa dico…questo significherebbe che ancora tiene a me…non è possibile! Disperata corro fuori e a tutta velocità cerco di nascondermi per le vie più frequentate della città. In mezzo a tanta gente è più difficile potermi trovare. Il mio spirito però è agitato. Ogni volto di uomo mi ricorda mio marito e il suo dolce sorriso. La sua premura nel farmi contenta, nel sollevarmi dalle fatiche più pesanti, nella sua costanza a non volermi abbandonare, pur provato dal comportamento insofferente che usavo con lui. Cosa ho fatto! Ansimante, stanca e debole cerco di allontanarmi dalla folla che spintoneggia.
    Sento già le prime goccioline d’acqua bagnarmi il volto.
    Svolto per una via secondaria e mi rifugio sotto a un porticato di una casa abbandonata. Ho freddo, i vestiti e i capelli umidi non aiutano a scaldarsi. Trovo da sedermi su un vecchio bidone arrugginito.
    “Ciao bellezza! Sei stata sorpresa dalla pioggia? Hai freddo? Vieni qui che ti offro un bicchierino di questo, vedrai come ti scaldi!” con un sorriso sdentato sghignazza un povero accattone. Io mi alzo e scappo sotto la pioggia. Lo sento urlare: “Volevo solo un po’ di compagnia! Torna con me!”.
    Dopo quell’incontro che mi ha messo un certo timore preferisco percorrere strade più conosciute in cerca di una sicurezza interiore che non ho.
    Mi ritrovo a pochi passi dal portone del palazzo di casa mia. La nostalgia e il desiderio di cancellare il presente mi distruggono. Mi siedo sul muretto della cancellata di fronte al portone e rimango lì sotto l’acqua. Mi vengono in mente le sue parole: -pensa al nostro rapporto e prendi i dovuti provvedimenti, perché dopo sarà troppo tardi-.
    “Signora Gomer cosa ci fa seduta lì, tutta bagnata e infreddolita si prenderà un accidente, venga che l’accompagno a casa”. Vedo la vecchietta che abita sotto di noi che ha affrontato la pioggia pur di venirmi a prendere. Io non ho neanche il coraggio di rispondere e scappo ancora via. “Signora aspetti, dove va?” mi sento urlare alle spalle. Avrei potuto trovare un po’ di riposo nel suo appartamento ma non ho il coraggio di affrontare le sue domande curiose.
    Percorro la strada che porta fuori città, conosciuta così bene.
    In fondo, dopo a quel ponticello e quella curva parte il podere di famiglia. Il temporale è terminato mentre varco il cancello ma non oso andare oltre. Mi siedo sopra una radice sporgente della grande quercia lì accanto e alzo gli occhi a guardare la casetta illuminata sulla collina. Un grande arcobaleno le fa corona mentre vedo uscire dalla casa una figura femminile che si precipita giù verso di me con una coperta in mano. E’ la mamma! Faccio per alzarmi e scappare, ma le forze mi hanno abbandonato. Ormai è vicina e il mio cuore batte più veloce. Si china su di me e mi avvolge la coperta sulle spalle. “Figlia, guarda come ti sei ridotta!”.
    “Aiutami ti prego, abbi pietà di me!”
    “Figlia, come potrei abbandonarti! Vieni che ti aiuto a rialzarti. Saliremo insieme piano piano la collina e andremo a casa. Mi prenderò io cura di te. Con il mio aiuto ti riprenderai presto”.
    Mi prende per entrambe le mani e mi tira verso l’alto per alzarmi, poi mi mette un braccio intorno alla vita per sostenermi e cerca di farmi camminare.
    Ma io non posso andare oltre se prima non le confesso il mio peccato che è ora anche il mio tormento.“Mamma, ti ha detto tuo figlio che l’ho tradito? Ho avuto come amante il padre di Emanuele e Michele è così malato perché lui è il padre e non tuo figlio! Ho rifiutato di vederlo perché la sua sola presenza è prova del mio tradimento, figuriamoci ora con la sua malattia.
    Quando ho saputo che ha la Talassemia avrei voluto abortire. Avrei voluto cancellarlo dalla mia esistenza soprattutto perché il dovermi prendere cura di lui mi rovinerà la vita.
    Sono scappata dall’ospedale perché tuo figlio ha scoperto il mio tradimento. Vorrei cancellare tutti questi mesi ma non è possibile.” girandomi appena un po’ per guardarle in faccia la sua reazione.
    Vedo il dolore e il disgusto apparire sul suo volto e la sua stretta per un attimo diminuisce. Io scivolo in ginocchio e piango disperata. Come può perdonarmi? Ma continuo a dire: “Perdonami, ti prego”. Sento che pure lei s’inginocchia e le sue braccia mi attirano sul suo cuore. E’ quel gesto che mi dice la sua decisione. Piango ancora più forte comprendendo che quel perdono io non lo merito affatto e sento quella forza d’amore che cerca di farsi strada dentro la morte che regna in me. Non so quanto stiamo ferme così ma percepisco che il mio spirito si riprende un poco e i singhiozzi straziati lasciano il posto a un pianto tranquillo e silenzioso. Oso appena muovere la testa, quanto basta per alzare gli occhi e notare il suo volto che è rivolto verso l’alto e ha un braccio alzato. Sta pregando Dio per me…mi stringo ancora più a lei e provo a unirmi alla sua preghiera… Dio, io non merito niente, ma per intercessione di questa madre che ama tanto da perdonare chi ha tradito suo figlio, abbi pietà di me. Veloce come una freccia di energia penetra dentro di me la pesante consapevolezza dei miei peccati e una nausea amara e profonda di me stessa investe il mio stomaco e la mia bocca. Faccio uno scatto per staccarmi da lei e potermi piegare in avanti. Il ventre mi fa male e vomiterei se avessi qualcosa dentro. Sento la sua mano che mi accarezza la schiena per farmi coraggio mentre con l’altra mi pulisce la bocca con un fazzoletto. Lo prendo e mi soffio anche il naso intoppato e mi asciugo gli occhi tanto gonfi e doloranti da non potermi quasi permettere di vedere. Il rifiuto di me per le azioni da me commesse è enorme. Vorrei tagliare da me quella parte infetta perché come una cancrena sta uccidendomi. Vedere lo schifo del marcio che la caratterizza mi crea ribrezzo e disgusto per quello che era per me piacere e il pentimento profondo per l’atto di abbandono di mio figlio. Le sue braccia aperte mi aspettano così oso sbirciare il suo volto. E’ rigato di lacrime, stanco, e pieno di dolore ma ha verso di me un mesto sorriso. Ritorno ad abbracciarla e con un sussurro le dico nell’orecchio: “Grazie, per il tuo perdono”.
    “Ringraziamo Dio per il suo grande atto di misericordia”.
    “Sì” e restiamo ancora ferme in preghiera.
    Poi ci alziamo e lei continua a sostenermi con braccio fermo stretto intorno alla mia vita mentre percorriamo la salita.
    Noto il suo vestito imbrattato dal mio fango.
    Sono così mortificata anche di questo che faccio per pulirla.
    “Non preoccuparti”, mi dice, “è solo il vestito, basta lavarlo”.
    Non mi lascia neanche un attimo, ha paura che io non riesca a farcela da sola. In effetti non ho più energie. Quando la guardo lei mi sorride per farmi forza ma non diciamo più una parola fino a quando non siamo entrate in casa. Tutto il fiato è necessario per lo sforzo della salita.
    Subito mi accompagna in bagno e apre l’acqua calda della vasca. “Ora devi fare un bagno caldo per toglierti di dosso lo sporco e tutto quel gelo che ti è entrato dentro. Dammi quei vestiti sudici che li buttiamo direttamente via.”
    “Basta lavarli…” provo a dire ma poi mi fermo vedendo l’espressione risoluta di Maria.
    Continuo a tremare dal freddo e le mie energie sono talmente limitate che senza protestare mi lascio aiutare a spogliarmi e ad entrare dentro la vasca.
    Quel dolce tepore mi penetra dentro mentre lei mi lava con amorevole cura come se fossi una bambina.
    Lavora con quel dolce silenzio che le è tipico. La mamma non ha mai amato le chiacchiere inutili e ora anche io. Guardarla prendersi così cura di me mi fa pensare a come mi sono comportata io con i miei figli. Penso a Michele che l’ho rifiutato perché malato…la sensazione di rigetto di me mi colpisce di nuovo. Voglio, devo andare immediatamente in ospedale e prendere tra le braccia il mio bambino e dirgli: -Io sono la tua mamma e mi prenderò cura di te. Mi sono comportata male ma perdona la mia miseria, non accadrà più, ti resterò vicina perché quello è il mio posto. La responsabilità della malattia che si è insinuata in te è tutta mia, tu non hai nessuna colpa. Il mio tradimento ne è la causa e non voglio più respingerti perché mi ricordi il mio peccato. Anzi ti devo amare ancora di più per cercare di rimediare, per quel poco che posso, a tutto quello che sei costretto a subire-. Penso poi anche alla sofferenza che deve sopportare Emanuele per salvare il fratellino…anche lui ho abbandonato. Non riesco più a sopportarmi, l’amaro nella mia bocca aumenta ancora di più tanto che le lacrime cominciano a bagnarmi gli occhi nuovamente. Mentre mi allaccio i bottoni della camicetta gli occhi mi si posano sulla vera, mi manca il respiro. Non riesco più a trattenermi e singhiozzi convulsi mi ritornano a scuotere. “Come ho potuto trattarlo così? Sono schifosa, come potrò anche solo ripresentarmi davanti a lui? Non mi perdonerà mai!” dico con un filo di voce senza accorgermene.
    Sento due mani forti che mi staccano le mie dal volto e Maria che mi dice: “Non impedirti di ricevere il suo perdono. Va da lui con il cuore trafitto dal dolore per quello che hai fatto e lascia a lui il compito di decidere”.
    “Maria io devo andare subito. Ho abbandonato tutti pensando solo a me ma ora non voglio più che sia così”.
    “Ti accompagno, non puoi andare da sola”.

    Maria conosce già la strada, così mi guida lei sicura.
    La porta del reparto è chiusa, le visite al momento non sono consentite. Lei però non si scompone, decisa apre la porta: “Aspettami qui” scomparendo all’interno. Dopo qualche minuto compare con un’infermiera sorridente. “Vieni Gomer, puoi vedere il tuo bambino.” Mi prende per mano tirandomi un poco. Michele è piccolissimo, chiuso dentro a un’incubatrice in una stanza vetrata.
    “Al momento non può avvicinarsi più di così signora, non possiamo mettere a rischio l’esito dell’intervento facendola entrare nella stanza sterile. Mi dispiace”.
    “Grazie per quello che ha fatto, infermiera. Come sta il mio bambino?”
    “Per avere delle informazioni deve parlare con il professore, noi non possiamo darne. Un minuto e poi dovete andare.”
    “Non si preoccupi, lo faremo” le dico mentre si allontana.
    Come ho solo potuto pensare di togliere la vita al mio bambino? Quando ancora non è nato sembra che non sia ma è già. Accarezzo col pensiero ogni suo piccolo centimetro del suo corpicino delicato. Tu sei il mio Michele, il mio bambino e nessuna malattia cambierà questo fatto. La mano di Maria mi tocca il braccio: “dobbiamo andare. Torneremo a trovarlo domani nell’orario di visita”.
    “Sì, andiamo”.
    “Ho telefonato a mio figlio per dirgli che eravamo qui.” Mi dice appena fuori dal reparto guardandomi in faccia. Per poco non ho un colpo. “E’ stato contento di sapere che hai voluto vedere il bambino. Mi ha detto che è stato chiamato per un’urgenza ma sta finendo e presto ci raggiungerà. Dobbiamo aspettarlo in pediatria da Emanuele. Adesso è con lui Carla”.
    “Come sta?”
    “Sta bene, hanno preferito tenerlo sotto controllo qualche ora perché è molto piccolo ma non ha subito nessun danno. E’ solo molto turbato e agitato”.
    “Hai chiesto di Michele?”
    “L’operazione è stata un successo. Ora bisogna però vedere come reagisce il suo piccolo corpicino. Lo hanno messo nella camera sterile per sicurezza.”
    “Da vedere sembra morto, così immobile chiuso dentro quella specie di bara trasparente”.
    “Dobbiamo credere al di là di ogni apparenza, avere fede nelle parole che ci sono state dette e pregare Dio perché torni a noi vittorioso sul male e rinato a nuova vita.”
    “Già, perché la malattia non lascerà nessun segno su di lui vero?”
    “No, non ha avuto il tempo di lasciare strascichi. Io penso che la sua guarigione sarà totale, vedrai.”
    “Vorrei avere la tua fede incrollabile…la preoccupazione e il dubbio mi attanagliano, ma sentirti così sicura mi dona speranza.”
    “Sto combattendo anche io la battaglia della fede contro l’evidenza ma non posso mollare. Lui e tutti voi avete bisogno di trovare un punto fermo di certezza ed è quello che io sarò.”
    L’abbraccio cercando di assorbire quella forza.
    “Carla chi è?”.
    “Forse tu la conosci come dottoressa Giberti”.
    “Oddio sììì, proprio lei! L’ho trattata così male!” coprendomi con le mani la faccia.
    “Se così hai fatto, credo che sia l’occasione giusta per chiederle scusa”.
    “Penso che sia il caso”.
    Entrando nella stanza vedo Emanuele tutto piagnucoloso nel suo lettino mentre la dottoressa è indaffaratissima nel cercare di farlo calmare mostrandogli dei giocattoli. Appena mi vede scoppia a piangere mollando il ciuccio e allunga le braccine per farsi prendere in braccio. Mi perdo in quella stretta e assaporo il suo profumo di latte. Smette di piangere ma continua ad emettere dei mugolii stringendomi forte per la paura di essere nuovamente solo. Non ti lascio più…poi pensando all’incontro con suo padre aggiungo: se è in mio potere.
    “Gomer?” è Maria che mi chiama, per farmi segno che Carla stava per lasciare la stanza con molta discrezione.
    “Dottoressa, aspetti!” la chiamo.
    Lei si ferma e si volta proprio mentre è vicino alla porta.
    “Vorrei scusarmi per il mio comportamento di questa mattina. Anzi volevo ringraziarla per quello che ha fatto. Non so come andrà a finire ma grazie di tutto cuore per la possibilità che mi ha dato.”
    “E’ facile reagire male quando ci mettono di fronte la dura realtà che cerchiamo di nascondere anche a noi stessi. Non si preoccupi e non ci pensi più”. Poi lascia la stanza.
    Emanuele ora più tranquillo si addormenta quasi subito.
    Non lo metto nel lettino, preferisco tenerlo stretto a me per paura che si svegli.
    Passa un dottore che vuole visitarlo.
    “Il bambino sta benissimo, potete portarlo a casa questa sera stessa. E’ inutile che dorma in ospedale, anzi sarebbe controproducente per l’ambiente non famigliare. Vi preparo la lettera di dimissioni, dopo potete andare”.
    “Grazie dottore”.
    Alzo gli occhi e vedo mio marito sulla porta che mi guarda fisso appoggiato con il braccio allo stipite.
    “Ciao collega, stavo dicendo a tua moglie che il bambino può tornare subito a casa, sta benissimo e farlo stare ancora qui è controproducente per lui. Vado a preparare la lettera di dimissioni, dieci minuti e ve la porto.”
    “Grazie, oggi è stata una giornataccia, ho bisogno di andare a riposarmi.”
    “Si vede ho fatto fatica a riconoscerti! Vado e torno”.
    Questa sera sembra che abbia vent’anni di più. La barba incolta, spettinato e gli occhi arrossati. E’ come curvo sotto a un peso che è difficile da sopportare: il mio tradimento.
    Cado in ginocchio quando il suo sguardo ritorna su di me. Con il cuore stretto in una morsa di dolore, le mie labbra riescono solo a dire: “Non sono degna neanche di presentarmi davanti a te…è questo il motivo per cui questa mattina sono scappata via… sono così orrenda!… Ho vagato cercando un posto dove andare ma il mio unico desiderio è stare con te e prendermi cura dei bambini. Perciò ora sono qui per supplicarti: abbi pietà di me…” mentre il volto è rivolto a terra, le mani che si contraggono tremanti.
    “Tu credi che io possa perdonarti?”
    “Il mio peccato è enorme sia verso di te che verso i nostri figli… inutile sarebbe chiedere a un qualunque uomo di perdonarmi ma io ho imparato a conoscerti. Quando sono venuta nel tuo studio la prima volta, ero convinta che una parte di persone, avrebbe cercato di approfittarsi della situazione chiedendo anche un servizio extra pur di darmi la pillola, mentre un’altra avrebbe al massimo cercato di aiutarmi affidandomi a un centro riabilitativo e liberarsi così di me il più in fretta possibile. Non avevo altre possibilità per saltare fuori dalla situazione in cui ero precipitata e così provai a venire da te. Tu, invece, non mi hai abbandonato ma hai cercato di aiutarmi prendendomi addirittura con te, insegnandomi cosa significa amare e come è bello sentirsi amati. Mi hai messo a disposizione tutto quello che avevi e mi hai accettato nella tua famiglia chiedendomi solo di non desiderare neanche più le abitudini immorali che avevo.
    Ho la convinzione che nessun uomo potrebbe perdonarmi ma tu sei diverso da chiunque io abbia mai conosciuto. Così, contro tutto quello che il mio cervello cerca di farmi credere, io mi affido alla tua misericordia.”
    “Quello che hai fatto è molto più grave di come eri quando ci siamo incontrati la prima volta… Lo sai?”
    “Sì, prima non ti conoscevo ed ero stata obbligata all’inizio a seguire certe usanze. Questa volta ho preso io la decisione. Sapevo che non rispettavo la promessa che ti avevo fatto e sapevo che ti avrei fatto soffrire. Ho preferito la piacevole adrenalina di un momento alla pace e serenità continua con te.
    Ti ho allontanato e scelto una vita lontana da te. Volevo la libertà di soddisfare tutti i bisogni che il mio corpo ricordava e richiedeva. Quell’adrenalina che ti fa sentire viva ma che poi è solo polvere fitta e densa posata sopra a un marcio ben nascosto, è un canto di sirene che attrae inesorabile a una prigione da cui è difficile evadere. Ho la morte dentro e la mia unica speranza per tornare a vivere sei tu. Da chi altri potrei andare, tu solo puoi ridarmi la vita! Abbi pietà di me.”
    Il silenzio cade nella stanza.
    Maria allora si affianca a me e, prendendomi alla vita, dice: “Figlio, ti prego, ha già sofferto così tanto…”
    “Aspettavo che mi raccontassi tutto quanto è successo ma non posso negare niente a mia madre.” Le fa un sorriso poi si china verso di me e mi solleva con la punta delle dita il mento per permettermi di guardarlo in faccia mentre mi dice: “Ti perdono”.
    Ci aiuta entrambe ad alzarci e ci prende tra le braccia.
    “Grazie mamma per esserti presa cura di lei e avermela portata”.
    La bacia sulla guancia e la riabbraccia.
    “Grazie anche da parte mia per tutto quello che hai fatto per me” copiando mio marito.
    Lui mi riguarda attento, io abbasso gli occhi molto imbarazzata. Non so che fare.
    Nota il mio impaccio, sorride, e poi mi abbraccia forte. “Ben tornata a casa” mi dice piano nell’orecchio.
    “Riuscirò mai ad amarti veramente?” gli dico guardando la mia miseria.
    Torna serio. Prende il mio volto tra le mani e fissandomi dice: “Ora sei la mia sposa ma ti farò regina. Ti darò un vestito d’oro incastonato dalle gemme più preziose e, dalla Gerusalemme Celeste, parlerai di me ai miei figli”.

    FINE RACCONTO
    Racconto di pura fantasia, nessun riferimento a persone e fatti.

  4. a.b.c.

    RACCONTO: GOMER, MIA MOGLIE
    Ogni personaggio e fatto sono frutto completamente di fantasia.

    GOMER, MIA MOGLIE: PRIMA PARTE

    “Signora Beltrami ci vediamo allora la prossima visita di controllo, fra due settimane direi. Se comunque ha qualche problema, chiami pure. In questa fase della gravidanza è facile essere un po’ ansiose, perciò io preferisco essere chiamato una volta in più ma avere la futura mamma tranquilla”.
    “La ringrazio dottore”.
    “Fissi il prossimo appuntamento con la segretaria”.
    “Grazie ancora, buona serata”.
    “Anche a lei”.
    Non faccio in tempo a fare un lungo sospirone di sollievo pensando che quello era l’ultimo appuntamento della serata quando vedo entrare Penelope molto preoccupata e chiudere la porta.
    “Dottore c’è in sala d’aspetto una ragazza, sembra una prostituta da come è truccata e vestita, non ha appuntamento ma vuole parlarle a tutti i costi.”
    “La faccia accomodare. Lei aspetti un attimo di là per cortesia, magari posso avere bisogno, le dirò io quando può andare a casa.”
    “Sì dottore”.
    “Prego si accomodi” dico alla ragazza che fa capolino alla porta.
    Si siede sulla seggiola davanti a me e rimane zitta con il volto rivolto verso il basso, mentre lacrime copiose cominciano a scendere dagli occhi impiastricciando tutto il pesante trucco. Non dice niente ma si vede dal suo atteggiamento che è agitata.
    “Mi ha detto la mia segretaria che aveva bisogno di parlarmi…cosa posso fare per lei?” cercando di sorriderle per metterla a suo agio.
    “La prego mi aiuti, sono in cinta. Devo abortire subito! Mi può dare una di quelle pillole per fermare la gravidanza?” Dice senza preamboli.
    “Come si chiama?” dico aggrottando le sopracciglia.
    “Senta ho fatto finta di salire da un cliente ma ormai il tempo sta finendo e devo andare, altrimenti chi mi controlla può avere dei sospetti. La prego faccia presto!”
    “C’è un sistema per avvertire che il cliente vuole avere più tempo?”
    “Sì, ma io non ho tutti quei soldi nascosti.”
    “Glieli darò io. Lei avverta che il cliente vuole tutta la notte.”
    “Sono 500 euro!”
    “Lo faccia!”
    “Prima mi dia i soldi.”
    “Vado a prenderli, mi aspetti qui.”
    Vado in ufficio dove Penelope sta camminando agitata avanti e indietro. “Allora dottore?”
    “Ci penso io qui, vada pure a casa.”
    “E’ sicuro?”
    “Sicurissimo.” Aprendo il cassetto che funge da cassa.
    Penelope hai preso tu il contante?”
    “Si dottore, come ogni sera per depositarli nello sportello automatico in banca.” Meravigliata della richiesta.
    “Lasciamelo, ne ho bisogno”.
    “Deve darli a quella?!” dice tra il curioso e lo scandalizzato.
    “Non la riguarda. Chiudo io lo studio”.
    “Come vuole dottore” lasciando la busta dei soldi e andando via indispettita.
    Aspetto che esca e poi torno in ufficio.
    “Ecco i soldi.”
    Li conta e poi annuendo prende il cellulare per fare una telefonata.
    “Tutto a posto.”
    “Possiamo ora parlare con calma. Come ti chiami?”
    “Moana.”
    “E’ il tuo vero nome?”
    “Mi chiamo Gomer”.
    “Non sei italiana”.
    “Sono rumena.”
    “Prendi” allungandole dei fazzolettini. “Ti bruciano gli occhi?” vedendo che li copre con la manica del vestito.
    “Il mascara è colato…” tamponandoseli e fregando.
    “Lì c’è il lavandino, puoi andarti a lavare la faccia sei vuoi.”
    Si alza e va a lavarsi.
    Sotto quel mascherone appare un viso molto giovane.
    La mia preoccupazione aumenta.
    “Quanti anni hai?”
    “Sono maggiorenne!”
    “E’ la verità?”
    “Il padrone mi ha tenuta in una casa protetta per le settimane che mi mancavano al mio compleanno, non vuole problemi con la giustizia.”
    “Capisco”
    “Hai fatto l’esame di gravidanza?”
    “No, non ho potuto ma è il secondo mese che salto il ciclo.”
    “Facciamolo subito, ecco lo stic. Vai in bagno e bagnalo con un po’ di urina poi torna qui. Io intanto ordino la pizza. Come ti piace?”
    “Vanno bene tutte” poi esce per andare in bagno.
    Ordino la pizza e poi mi appoggio con i gomiti al tavolo e mi copro la faccia con le mani. Cosa posso fare con lei? E’ una situazione difficile. I protettori non sono molto gentili prima con le ragazze in attesa e poi con i loro bebè. Non per questo motivo è lecito togliere una vita, questo mai. La vedo entrare pettinata e completamente senza trucco, decisamente meglio. Mi allunga lo stic e si siede.
    Il risultato è già evidente: positivo.
    “Di là c’è un lettino. Sdraiati che facciamo un’ecografia di controllo.”
    “Cosa importa, devo abortire!”
    “Prima di qualsiasi decisione devo verificare e controllare se lo stic ha funzionato bene e se tutto è a posto! Fa come ti dico!” cercando di stare calmo.
    Si sdraia e mi guarda con un sorriso provocatorio e languido. “Ora ho capito tutto, vuole approfittarne eh dottore? Chissà quante volte ha sognato di farlo con una sua paziente su questo lettino! In fondo ha pagato tutta la serata…” allungando le braccia come per un invito.
    Il mio sguardo severo e la mia espressione alquanto schifata la mettono a tacere più di qualsiasi risposta. Mi lascia fare.
    “Sei veramente in attesa di un bimbo e sembra che tutto proceda per il meglio.” Le allungo della carta per pulirsi dal gel. “Quando hai finito di sistemarti vieni alla scrivania, ti aspetto di là”.
    Dentro di me soffro a vedere una creatura tanto giovane così piena di malizia e volgarità. Cosa le hanno fatto!
    La guardo venire verso la scrivania con un atteggiamento più tranquillo e rispettoso.
    “Mi scuso per prima, dottore, avevo capito male”.
    “Non pensiamoci più. Ora accomodati che proviamo a pensare al da farsi. Immagino che tu non sappia chi è il padre.”
    “L’unica cosa che può fare per me è darmi quella pillola.”
    “Non puoi tenere il bambino?”
    “Senta non ho scelta. Lo sa cosa hanno fatto a Margy? Appena hanno avuto il sospetto che lei fosse in attesa l’hanno riempita di botte e calci fino a quando non sono stati sicuri che lei avesse abortito notando la macchia di sangue che bagnava il pavimento. Poi si sono rivolti a noi che eravamo state obbligate a guardare: “Così capita a tutte quante se vi comportate male. Dei mostriciattoli qui non li vogliamo!” Da quel giorno non l’ho più vista.”
    “Non usate delle precauzioni?”
    “Certamente ma ci sono dei clienti che pagano bene per non usarle…poi quando si arriva in Italia il padrone e i suoi aiutanti si prendono il privilegio d’insegnarti le tecniche.”
    “Parli bene l’italiano.”
    “La mia e la vostra lingua sono similari. Si fa presto ad impararla se dipende anche da questo il poter vivere!”
    “Com’è successo che sei finita a prostituirti?”
    “Walter, credo che sia lui il padre del bambino, è venuto in Romania per una vacanza, almeno così mi aveva detto. Mi ha chiesto di venire in Italia dove mi avrebbe sposato. La speranza di una vita migliore ha coperto tutti i dubbi e le riserve che avevo. Gli ho creduto. Quando sono stata qui ho scoperto come stavano veramente le cose ma ormai era tardi. Da sola, senza soldi e controllata cosa si può fare?”
    Suona il campanello.
    “Calma, è solo il ragazzo delle pizze” dico vedendola già allarmata.
    Faccio segno di aspettare e vado alla porta.
    “Ora mangiamo, intanto lasciami riflettere su come procedere.”
    Mandandola via senza fare nulla risolverei tutti i miei problemi ma la mia coscienza ne sarebbe soddisfatta? Ne avrei il rimorso per tutta la vita. Due vite ora dipendono da me. Dandole la pillola salverei la madre ma a quale prezzo?
    “Ritornare in Romania, ti piacerebbe?”.
    “Là si soffre la fame. Preferisco fare questo lavoro e poter mangiare. Non capisco perché lei abbia tutti questi problemi a darmi una pillola.”
    “Non è questione di una pillola ma di una vita. Stiamo parlando di un bambino indifeso che non ha nessuna colpa. Non si può togliere la vita a una persona!”
    “La legge lo permette e io non ho alternative. Morirebbe comunque fra qualche settimana e forse anche io se non faccio qualcosa adesso. Tornare in Romania non se ne parla. A casa mia si patisce già la fame. Presentarmi con un’altra bocca da sfamare? Non so come sarei accolta. Non ci voglio tornare là”.
    “Ti darei dei soldi per il tuo mantenimento e quello del bambino. Ci penserei io a voi.”
    “Ma non lo capisci proprio…in fondo questa vita non è così male se rispetti certe regole.”
    “Preferisci vivere come una schiava che tornare a casa?”
    “Tu che sei sempre vissuto nel lusso non puoi capire la mia vita! Non mi puoi giudicare!”
    “Hai ragione, chi sono io per farlo? Ma quello che voglio è salvare il bambino…Esistono delle case dove le ragazze madri sole e senza possibilità di mantenersi possono andare a stare…”
    M’interrompe saltando in piedi: “Togliti dalla testa che io vada in quelle prigioni create dai benpensanti come te per sentirsi la coscienza pulita senza sporcarsi le mani. Se tu non mi vuoi aiutare potevi dirlo subito senza fare tutta questa messa in scena e spendere 500 euro! Perché i soldi non te li restituisco sia ben chiaro!”
    “Ti andrebbe di venire a stare da me?” facendola restare per un attimo zitta con gli occhi sgranati per lo stupore.
    “Ma sei impazzito? Quelli mi vengono a cercare!”
    “Se tu accetti mi prenderò cura di voi. Cercheremo di convincere il tuo protettore a lasciarti andare e poi vivrai tranquilla a casa mia, almeno fino alla nascita del bambino. Magari, in seguito, potresti cerare un lavoro e sistemarti.”
    “Io non ti capisco proprio, perché vuoi trovarti tanti problemi? Perché vuoi fare questo per me? Esistono tante ragazze nella mia stessa condizione, perché non le altre?”
    “Tu sei venuta chiedere il mio aiuto. Non mi hai chiesto ciò che è meglio per te ma io voglio ugualmente donartelo, rifletti se accettare la mia proposta. Faremo un’alleanza: a te chiedo solamente di rispettare alcune regole molto importanti per me, tutto il resto lo farò io. Non preoccuparti non sono gravose, serviranno per disintossicarti dalle droghe e dalle cattive abitudini che in questo periodo hai assunto e così sarai libera di affrontare la vita senza condizionamenti. Allora?”
    “Mi piacerebbe ma non mi lascerebbero andare così facilmente”.
    “Hai ragione, da soli non riusciremmo a liberarci di loro. Bisogna chiedere aiuto a chi ha la forza e l’autorità. Chiamo la polizia e racconterai tutto quello che sai”.
    “Avevi detto che gli avresti parlato e non che chiamavi la polizia”.
    “Ripensandoci è meglio così. Quelli sono diavoli, non si tratta con loro, bisogna solo imporre la nostra volontà”.
    “Ma cosa accadrà alle mie colleghe?”
    “Sicuramente niente di male. Vedrai che potranno scegliere se tornare a casa o entrare sotto la protezione di organizzazioni umanitarie per l’inserimento in una vita normale.”
    Prendo il telefono e chiamo la polizia senza ulteriori indugi.

    Questa notte è stata lunghissima. Da quando siamo arrivati sotto scorta in commissariato le ore non si contavano più: dall’interrogatorio all’arresto di tutti i membri dell’impresa e poi il loro riconoscimento. Ora guardo il mio bottino mentre dorme nella camera degli ospiti di casa mia. Mi siedo sulla poltrona a lato del lettino e provo a rilassarmi.
    Devo telefonare a Penelope appena arriva in ufficio per cancellare tutti gli appuntamenti dei prossimi tre giorni. Gomer ha bisogno di me per ambientarsi, fare tutte le pratiche per la nuova residenza e comprare un minimo di guardaroba.
    Poi sprofondo anche io in un sonno agitato.

    GOMER, MIA MOGLIE: SECONDA PARTE

    Il mal di schiena e di collo è il primo buongiorno che ricevo mentre ritorno alla realtà. Il secondo è il letto vuoto e scomposto. Tutto torna alla mente in un lampo. Non era un sogno! Adesso dov’è? Corro in bagno e noto i segni di una doccia appena fatta. Sento dei rumori provenire dalla cucina e mi ci fiondo. Era lì abbigliata con una mia maglietta e un paio di bermuda di quando ero ragazzo, scovati in non so quale cassetto…deve avere fatto una panoramica della casa molto approfondita. Sta preparando da mangiare.
    “Ciao Gomer, hai dormito bene?”
    “Sì, mi è venuta fame e così ho pensato di venire a cuocere un po’ di pasta.”
    “Buona idea, ce n’è anche per me?”
    “Devo ancora buttarla. Burro o pomodoro?”
    “Pomodoro. C’è una piantina di basilico sul balcone”.
    Mi sorride e io sono contento. “Ho il tempo per farmi una doccia?”
    “Fa in fretta, hai dieci minuti”.
    “Corro”. La lunga notte ci ha aiutato a essere meno sospettosi uno dell’altro e soprattutto a parlarci con maggiore famigliarità. So che ci saranno dei problemi e la strada sarà lunga e difficile ma al momento mi piace non essere solo, penso tra me. Ah sii devo anche telefonare a Penelope prima che me ne dimentichi!

    GOMER, MIA MOGLIE: TERZA PARTE

    I tre giorni sono volati e sinceramente io sono più stanco che se fossi andato al lavoro. Gomer è una bambina, incapace di autodisciplinarsi nelle varie situazioni. Negli uffici pubblici si agita ad aspettare il proprio turno e si ribella alla burocrazia così complessa e per lei senza alcuna importanza. Un’euforia eccessiva invece la caratterizza nella scelta del nuovo guardaroba. E’ incontenibile. So che presto il suo fisico cambierà e non so se gli abiti, che ora compriamo, le andranno ancora bene quando il bambino nascerà ma comprendo che ha bisogno di questo momento per realizzare che io non ho intenzione di abbandonarla ma che voglio prendermi cura di lei e delle sue necessità. Deve imparare ad avere fiducia in me come una figlia con i propri genitori. Il problema maggiore è proprio questo. Il nostro rapporto non parte da una situazione azzerata ma dal punto in cui lei si è presentata a me, piena, cioè, di tutte le esperienze e gli insegnamenti che ha ricevuto.
    Cancellarli non è possibile, resteranno sempre dentro di lei. Ogni momento della sua vita futura sarà sempre condizionato dal loro ricordo. La faranno soffrire nello spirito come i reumatismi nel fisico di un anziano. L’unica possibilità che ho è quella di aiutarla a far diventare questo ricordo un punto di non ritorno, imprimere in lei un tale schifo per quelle situazioni da imporle un rifiuto immediato a riprovare quei piaceri. Quando questo reale pentimento avverrà potrò perdonarla e cancellare, con il fuoco del mio amore, ogni mio ricordo del suo passato. Farla risorgere dalle sue ceneri come nuova creatura, come una fenice splendente pronta a piccare il volo al mio fianco. E’ questo in fondo il mio unico desiderio, ritrovare un giorno in Gomer la corresponsione dell’amore che le dono, potermi riposare in lei…trovare una compagna, magari sposarla.
    Non andiamo troppo avanti con i sogni, bisogna fare un passo alla volta.
    Ora è necessario fornirle un punto di riferimento da imitare e al quale ispirarsi nel suo cambiamento. Ha bisogno di una figura a lei più simile che, guardandola, non possa dire: io non sono come lei perciò è inutile che provi a seguire il suo esempio. Gomer ha bisogno di una donna, o meglio, di una madre che le indichi il cammino e le insegni con l’amore ma anche con la giusta severità i miglioramenti e i cambiamenti che deve imporsi.
    Chiederò a mia madre di seguirla come una figlia. Certamente sotto la sua guida raggiungerà più velocemente il traguardo che il mio amore fissa come meta.
    E’ già sera perciò decido di telefonare subito alla mia cara mamma per chiederle questo piacere.
    “Ciao mamma stai bene?”
    “Figlio che gioia che mi dai!”
    “Il tuo amore è sempre olio profumato. Senti ho da chiederti un grosso piacere. Vorrei affidarti la cura dell’educazione di una ragazza. Ha avuto una vita molto difficile ma mi piacerebbe tanto che tu l’aiutassi a migliorarsi. Con te al suo fianco starei più tranquillo mentre sono al lavoro.”
    “Lo sai che io non ti posso rifiutare niente. Pensi che sia possibile per voi venire da me per cena così potremmo conoscerci subito.”
    “Non voglio che ti affatichi con la cena, non è necessario, possiamo venire dopo.”
    “Il brodo è già pronto e cuocere un po’ di tortellini non è un problema.”
    “Tu mi vizi, non troverò mai una sposa come te!”
    “Non adularmi, non lo merito.”
    “Oh mamma se tutti fossero come te!”
    “Come si chiama la ragazza?”
    “Gomer. E’ stata costretta a prostituirsi ed è in attesa di un bambino. Per poterla aiutare ho pensato che lei abitasse da me, lontano da ogni tentazione. Tu potresti venire da lei ogni giorno mentre io sono al lavoro?
    “Sarebbe meglio che lei venisse ad abitare qui con me, sarebbe ugualmente isolata e, vista la vicinanza, potresti venire a trovarla tutte le volte che vuoi.”
    “Tu ami il silenzio e la solitudine. Con lei sempre con te come farai?”
    “Come avresti fatto tu, per amore. Quando arriverete la sua camera sarà già pronta. Una cosa importante: non imporle il cambiamento. Gli animi così provati devono essere trattati con molta delicatezza per non farli allontanare immediatamente. Proponile il cambiamento, vedrai che comprenderà.”
    “Lo so mamma, grazie comunque di avermelo ricordato. Ci proverò. Saremo da te fra un’oretta, va bene?”
    “Vi aspetto”.

    “Gomer, dove sei?”
    “Sono sul balcone!”
    La raggiungo.
    “Mia madre ci ha appena invitato a cena, ti va di conoscerla?”
    “Cucina bene?”
    “E’ la migliore!”
    “Sai cosa prepara?”
    “Il mio piatto preferito: tortellini in brodo!”
    “Non gli ho mai mangiati ma dal tuo sguardo sognante e beato credo che siano una vera prelibatezza. Non posso proprio rifiutarti una così squisita leccornia”.
    “Ti ci vuole molto per prepararti?”
    “Il tempo di una doccia”.
    “Ci troviamo in sala fra una mezz’oretta va bene?”
    “Forse dovrai un po’ aspettare, i capelli lunghi impiegano del tempo ad asciugarsi.”
    “Non esagerare con il trucco”.
    “Ti vedo preoccupato.” Con quel sorrisetto che dice: io la so lunga. “Sembrerò una santa con la tua mamma. Penso di mettermi il vestito azzurro, è abbastanza accollato?”
    “Non mi basta che tu lo sembri, quella è la meta che mi piacerebbe che tu raggiungessi”.
    “Punti in alto.”
    “Se uno vuole bene a una persona vuole il massimo per lei”.
    “Vado a prepararmi altrimenti se continuo ad ascoltarti finisce che mangiamo filosofia questa sera!”. Scherza con le parole ma si vede che il significato l’ha colto dall’attimo di silenzio che ha preceduto la battuta.
    “Gomer? Sono preoccupato non perché devi incontrare mia madre ma perché devo proporti un cambiamento e non vorrei che tu ci stessi male o la prendessi in un’ottica sbagliata.”
    “Di cosa si tratta?” diventando subito seria e pronta ad attaccare. Ormai comincio a conoscere questo suo atteggiamento di auto protezione. “Ti sei già pentito della proposta che mi hai fatto?” Alzo le mani per calmarla e chiederle il tempo di lasciarmi spiegare. “Dai su, raccontami la storiella. Mi è già successo una volta, mi sono fidata e sono diventata una puttana! Tu cosa voi da me? No, il sesso non ti interessa, magari sei un fricchettone, o magari mi vuoi per altri tuoi amici…mi hai comprato i vestiti perché sono esigenti…No peggio ancora mi vuoi dire: vattene da casa mia, scusa ho cambiato idea non me la sento più di tenerti qui con me. Ti porto nel centro assieme a tutte le altre o se preferisci prendi i tuoi vestiti e vattene! Allora cosa mi vuoi dire?”
    “Ti prego di ascoltarmi e poi sarai tu a scegliere, non voglio importi nulla. La proposta di prima rimane valida se questa non sarà di tuo gradimento.”
    “Ti ascolto” incrociando le braccia e guardandomi truce.
    Faccio un sospiro. “Ho parlato di te a mia mamma…”
    “Oh allora è la mammina che non vede di buon occhio che il figlio viva con una prostituta. -Cosa penserà la gente! Poi quando si vedrà la pancia daranno a lui la colpa-!” Facendo il verso di una donna scandalizzata.
    “Avevo proposto a mia madre di venire lei qui tutti i giorni mentre io sono al lavoro per aiutarti ad ambientarti. Ma lei è andata ben oltre le mie aspettative. Vuole proporti di trasferirti da lei. Non nego che un motivo rilevante sono i pensieri maligni sulla nostra possibile convivenza ma a pensarci bene, potresti trovare in lei un’amica con cui parlare, un aiuto, un’ispirazione e, spero, una mamma. Da domani io ricomincio a lavorare tutto il giorno e a volte ho delle urgenze che mi obbligano a rimanere via la notte, mi sentirei più sicuro sapendoti con lei e tu non saresti sola. Io verrei a trovarvi quasi tutti i giorni. Metto il quasi perché ci possono essere degli imprevisti, non ti voglio assolutamente abbandonare… Non darmi una risposta subito. Conosci questa sera mia madre, se pensi di trovarti bene con lei accetterai la proposta altrimenti tornerai in questo appartamento. Ci saranno delle persone che diranno malignità e faranno pettegolezzi ma non è mai stato per me un motivo valido per non fare la cosa giusta.”
    Mi guarda fisso valutandomi mentre sta riflettendo assorta e silenziosa.
    “Tu accetteresti le critiche della gente per me?”
    “Sono tre giorni che stiamo sempre insieme e abbiamo frequentato uffici e negozi. Ammetto che mi sono sentito a disagio per il tuo comportamento diciamo un po’ vivace e sopra le righe ma non per il tuo passato, se è veramente passato e mai più presente e futuro. So che mia madre sarebbe un’ottima insegnante anche per questo. Per raggiungere la santità è necessario che anche il tuo linguaggio e il tuo comportamento diventino adeguati.”
    Continua a guardarmi intensamente, poi ride. Sembra che la tensione sia un po’ scemata.
    “Mi fai ridere quando dici così seriamente che io possa diventare santa. E’ talmente un’idea fantascientifica! Vedremo che tipo è tua madre. A questo punto è lei sotto esame e non io”.
    “Quando due persone si conoscono l’esame è vicendevole, ma sarai tu a scegliere dove vivere.”
    Guarda l’ora. “Vado a lavarmi e a raccogliere i miei vestiti. Se mi devo trasferire è meglio che sia fatto al più presto.”

    Ogni volta che mi avvicino alla mia casa d’infanzia mi riempio il cuore di ricordi meravigliosi e di pace. Si trova su una collinetta appena fuori città, un po’ isolata dalle altre abitazioni dal terreno agricolo che la circonda come un’armatura dal chiasso del mondo. Mi sembra di rivedere mio padre mentre lavorava quella terra che ora è solo un grande prato fiorito. Mi manca la sua presenza silenziosa e protettiva. Con la sua morte è finita anche la mia infanzia. Mia madre sicuramente stava alla finestra ad aspettarci perché ora è corsa fuori per venirci incontro.
    “E’ una bellissima donna tua madre!”
    “Ogni grazia è stata riversata in lei”.
    “Lo sapevo che eri un mammone!”
    “Diventerai una mammona anche tu quando la conoscerai” ridendo.
    “Ciao mamma” dico abbracciandola appena scendo dall’auto.
    “Cosa stai combinando, profumi di vaniglia!”
    “Ho appena tirato fuori dal forno la crostata di amarene per festeggiare il suo arrivo” guardandola “e tu devi essere Gomer. Sono contenta di poterti conoscere!”
    “Buona sera signora, non doveva disturbarsi tanto!”
    “Non preoccuparti, fare delle cose buone è una gioia per me. Dai vieni dentro che ti faccio vedere la casa e poi quel lei aboliamolo subito, mi fai sentire vecchia! Chiamami pure Maria” prendendola sottobraccio per metterla a suo agio mentre entrano in casa.
    Mia madre ha già colpito con il suo fascino, per Gomer non c’è scampo, penso mentre le seguo con la valigia.

    GOMER, MIA MOGLIE: QUARTA PARTE

    Sei mesi dopo.

    “Mamma voglio sposare Gomer” le dico ben consapevole che non sarà d’accordo sul mio progetto di matrimonio.
    La vedo aggrottare le sopracciglia e rimane silenziosa come per trovare le parole giuste.“Figlio lei non ti ama, sta con te solo per interesse. Non sa dove andare ma vedrai, appena potrà non penserà più a te, ritornerà ai suoi più piacevoli interessi. Gomer è egoista, amante degli uomini, vogliosa senza freni e bugiarda.”
    “In questi mesi ho passato tutto il mio tempo con lei, le ho raccontato le mie giornate e i miei pensieri, mi sono confidato con lei. Ho passato dei giorni meravigliosi sentendomi un po’ amato, non come fai tu naturalmente ma ho il desiderio di donarmi a lei e formare una famiglia se Gomer vorrà. So che ancora non mi ama ma non si può aspettare oltre, il bambino presto nascerà e io vorrei essere fin da subito ufficialmente il suo papà, per potergli dare la cittadinanza. L’ho scelta mamma.”
    “Ti farà soffrire…”
    “Non posso tirarmi in dietro, il mio amore la cambierà. Voglio dare la vita per questo scopo.”
    “Figlio, non sarò io a impedirtelo ma difficile sarà che lei comprenda pienamente ciò che stai facendo”.
    “In questi mesi è rimasta sempre e solo con noi, si è affinata e si è resa conto di quello che necessita per farmi felice. Ha imparato a essere più riflessiva e meno egoista. La sua coscienza si sta risvegliando a pari passo della conoscenza interiore sé. Il desiderio d’informarsi su tutto quello che fa parte del mio lavoro per poter comunicare meglio con me le fa onore, anche se ancora non usa sentimento.”
    “Le ho insegnato tutto quello che potevo sulle responsabilità in una vita di coppia, sui doveri di una brava moglie, ma lei è rimasta legata alla favola, all’aspetto piacevole e sognante del matrimonio. Ho paura che alle prime difficoltà, ai primi problemi lei punti i piedi e ritorni ad essere selvaggia, istintiva. Non è affidabile purtroppo. La verità non ha ancora fatto completamente breccia nel suo cuore, è ancora legata alla via della menzogna per risolvere anche piccole magagne e, abitualmente, anche senza accorgersene, tende a raccontare una visione modificata della realtà cercando di mettere in luce gli aspetti a lei più favorevoli. Quando poi vuole qualcosa ha una capacità grandiosa, quella di nascondere il perché egoista del suo desiderio e puntare tutto sulla motivazione più favorevole a chi deve convincere, che, ignaro, non si accorge di niente. Anche questa attività le risulta naturalissima. Guardata con superficialità potrebbe addirittura sembrare generosa e buona.”
    “Purtroppo fino a quando non deciderà d’impegnarsi con tutta se stessa nel cambiare, sarà inutile per noi cercare con lei un rapporto più profondo, di questo sono consapevole.”
    “Però tu vuoi ugualmente sposarla.”
    “Lo voglio perché fa parte della mia natura, in fondo il vero amore è dare tutto senza sperare niente in cambio. Anche se ho un grande desiderio che lei comprenda quanto la amo e sono disposto a fare per lei. Quando questo accadrà ne resterà così colpita da tuffarsi con gioia nella fatica e nel dolore necessari per migliorarsi e potermi così anche lei amare di più, di più…di più. Mamma provo gioia, perché è arrivato questo momento, ma, anche, dolore e sofferenza, sapendo che lei ancora non mi riconosce come l’unico possibile amore.”
    Lei mi abbraccia e consola il mio dolore senza parole ma con l’incrollabile fedeltà che è amore provato e perfetto. “Sia fatta la tua volontà, tu sai ciò che è bene”.
    “Ora vado a parlare con Gomer. Quella di questa sera sarà la cena della promessa. Il matrimonio si farà a Pasqua” Le do un bacio affettuoso e poi mi avvio.
    La madre lo guarda salire su per la collina verso casa con passo deciso ma grave. Lacrime silenziose le scendono giù dal volto, le si spezza il cuore vedere suo figlio in quelle condizioni.
    Cerca di riprendersi respirando a pieni polmoni l’aria frizzante della sera. Lo sapeva che sarebbe arrivato quel momento, ha passato tutta la sua vita di madre nella sua attesa, ma ora che ci siamo è tremendo accettare, senza ribellarsi, il suo destino.

    “Gomer dove sei?”
    “Sono in cucina ad apparecchiare!” poi, appena mi vede “piuttosto voi, ti ho sentito arrivare mentre ero nella vasca ma poi quando sono uscita dal bagno non c’era più nessuno”.
    “Scusaci se non ti abbiamo detto niente ma abbiamo pensato di fare una passeggiata mentre ti aspettavamo”.
    “Tua madre è ancora fuori?”
    “A momenti sarà qui anche lei. Vorrei approfittare che siamo soli per parlarti di una cosa importante, puoi venire a sederti sul divano?”
    “Certo, che cosa è successo?” è di colpo preoccupata ma non inveisce e non mi aggredisce, anzi aspetta in silenzio. Sorrido per il cambiamento.
    Le prendo la mano. “Sono innamorato di te, Gomer. Vorrei sposarti, se tu sei d’accordo…”.
    Proprio in quel momento entra mia madre dalla porta.
    “Maria, suo figlio mi ha chiesto di sposarlo! Ci sposiamo!” Poi con un attimo di titubanza “Tu sei contraria?”
    “Come potrei!” e sorride mestamente.
    Gomer mi salta al collo pazza di gioia.
    “Che ne dici se ci sposiamo a Pasqua, così quando il bambino nascerà noi saremo già una famiglia e nessuno potrà dire che io non sono il suo papà”.
    “E’ l’idea più meravigliosa che si potesse avere!” guardandomi adorante.
    “Allora è deciso!”
    “Peccato che con questa pancia non sarò bella!”
    “Il miracolo della vita che si compie in te non può che esaltare la tua bellezza!”
    “Non ti credevo così adulatore!”
    “Non lo sono, è solo la verità.”
    “Io vado in cucina a vedere se tutto è pronto e se riesco a trovare una bottiglia di buon vino per festeggiare” dice mia madre allontanandosi.
    “Va bene, arriviamo subito anche noi.” Poi a Gomer: “Ti devo chiedere però una promessa. Non so se ti sei già accorta di come sono geloso. Non sopporterei che tu, anche solo col pensiero, ti soffermassi a desiderare un altro o anche rimpiangessi di non poterlo avere. Ne soffrirei terribilmente. Dovrai essere solo mia.”
    “Rivangando il mio passato mi fai stare male. Perché lo hai fatto? Sai che non ho avuto nessun uomo da quando ci conosciamo?”
    “Lo so ma qui siamo così isolati che è più difficile essere tentati. Quando verrai ad abitare in città le tentazioni saranno continue.”
    “Tu devi imparare a fidarti di me. La fiducia è importante in un matrimonio.”
    “Vedo che mia madre ti ha istruito bene su questo argomento!”
    “Venite a tavola?” dalla cucina.
    “Arriviamo subito!” rispondo ad alta voce e poi a Gomer: “Scusa se ti ho offuscato la gioia del momento.”
    “Non pensiamoci più e facciamo festa”.
    “Aspetta che ti aiuto ad alzarti.” Dico premuroso e ci avviamo in cucina mano nella mano.

    GOMER, MIA MOGLIE: QUINTA PARTE

    Tre anni dopo.

    “Ciao mamma, come stai?”
    “Lo sai che il vederti m’illumina di gioia!” dandogli un bacio sulla guancia e guardandolo con adorazione.
    “Non esagerare, mi stai mangiando con gli occhi!”
    “Ti vedo stanco.”
    “Sono molto impegnato in questo periodo. Oltre al lavoro sai che sto partecipando a un corso di approfondimento.”
    “Come è stata Gomer, oggi?”
    “Al telefono mi ha detto –tutto bene- ma io devo ancora vederla da questa mattina. Scusa un attimo” rispondendo al cellulare.
    “Sì, arrivo subito”.
    “Mamma mi dispiace devo correre via, è l’ospedale…Hai bisogno che ti porti qualcosa domani?”
    “Portami Emanuele, così avrete un po’ di tempo per stare soli”.
    “Pensi sempre a tutto. Un bacio” dico salendo di nuovo in auto.
    Non voglio ancora mettere al corrente mamma dei miei problemi con Gomer. Si preoccuperebbe senza poter far niente per aiutarmi. Dobbiamo riuscire a superare questo momento da soli.

    E’ notte fonda quando riesco a tornare a casa. Sono così stanco e affamato…Le luci sono tutte spente, dormono. Mi viene la nostalgia dei primi mesi di matrimonio quando era sempre pronta a venirmi in contro a qualsiasi ora arrivassi. Ora non più. Anche se è tranquilla a guardare la tv sul divano, non accenna neanche un saluto. Non mi prepara più i manicaretti che le aveva insegnato mamma e, ancora più grave, non si sforza minimamente nel tenere in ordine la casa.
    E’ come se mi avesse escluso dai suoi interessi. Emanuele è curato e non soffre, di questo sono sicuro e ringrazio Dio. Sembra che abbia un rigetto per tutto quello che sono io e quello che a me interessa. Mentre raccolgo alcuni giochi lasciati sparsi per terra mi viene sempre più forte il desiderio di chiedere aiuto a una mia collega psicologa. No, è sicuramente la fatica della gravidanza. Non è successo con Emanuele perché non ero stato io il colpevole. E’ sicuramente così. Li depongo nel cestone dei giochi e poi mi soffermo a guardare il mio bambino che dorme spensierato nel lettino. Vado poi in cucina a vedere se c’è qualcosa da mangiare. Ci sono ancora i piatti sporchi sul lavello e i tegami sul fornello. Guardo se contengono ancora qualcosa di commestibile ma sono vuoti e sporchi. Arriccio il naso. Metto tutto in lavastoviglie e pulisco il ripiano. Il disordine e lo sporco non fanno parte di me. Guardo dentro al frigo e mi accontento di un pezzo di formaggio con un po’ di creker e della frutta.
    Vado in camera cercando di fare piano per non svegliarla e mi sdraio al suo fianco. Due lacrime mi scendono dagli occhi per il dolore, poi sprofondo in un sonno agitato.

    “Posso disturbarti?” dico alla mia collega.“Ti avevo chiesto di fare quegli esami di controllo…ricordi?”
    “Perbacco! I risultati sono già pronti. Vieni accomodati.”
    “Che cosa succede?” domando preoccupato vedendola molto seria.
    “Mi dispiace ma il bambino è malato di talassemia major. Dalle analisi risulta che tua moglie è portatrice di questa patologia e in teoria lo dovresti essere anche tu.”
    Rimango scioccato, colpito come da un pugnale al cuore. Il mio bambino colpito da una malattia genetica così grave! Mi lascio cadere sulla seggiola.
    “Avete avuto fortuna con Emanuele. Sarebbe comunque il caso di fargli un esame del sangue per vedere se è portatore.”
    “Lo faremo sicuramente. Ora devo andare a mettere al corrente mia moglie.”
    “Mi dispiace tanto…” mettendomi una mano sulla spalla per conforto.
    “Colpa mia, avrei dovuto pensarci a fare degli esami di controllo a me e a mia moglie prima di metter su famiglia. Sono un dottore, non doveva capitare. Non pensavo di essere portatore, nella mia famiglia non conosco casi.”
    “Ora pensa al bambino. Non rimuginare le tue colpe altrimenti non riuscirai a sopportare la situazione. Una cosa alla volta”.
    “Grazie del consiglio.”
    “Prenditi il pomeriggio libero e va a casa”. Mi dice mentre mi allontano dal suo ufficio con il cuore stretto in una morsa di dolore. Il mio povero bambino!
    Il pomeriggio del giovedì è normalmente festa per me così non ho problemi a lasciare il lavoro. Ho la testa che non riesce a connettere bene, è talmente assorbita nel compito di gestire il dolore che non riesco a riflettere su come dire un verdetto così tremendo a mia moglie.
    “Gomer dove sei?”
    “Sono in camera da letto. Sono appena tornata dall’aver portato Emanuele da tua mamma!” Urlando, e poi, quando mi vede: “mi sono sdraiata perché avevo bisogno di sollevare le gambe… Sembri un lenzuolo tanto sei pallido!” mentre si siede sul letto preoccupata.
    Mi accomodo accanto a lei. “Purtroppo ci sono delle brutte notizie per il bambino. E’ gravemente malato, è risultato dagli esami del sangue che avevo richiesto. Sai, sto facendo quel corso di approfondimento sulla Talassemia e così, tanto per sfizio, mi era venuto voglia di chiedere di fare il controllo, ma senza il minimo pensiero che potesse arrivare un responso così tremendo.”
    “Allora è malato di talassemia?” guardando e accarezzandosi la pancia molto grossa.
    Io allungo una mano e l’appoggio sulla sua: “Purtroppo sì”.
    “Di cosa si tratta?”.
    “Forse la conosci con il nome di Anemia mediterranea…”
    “Allora soffre di una particolare anemia tipica di quei posti…?”
    “Proprio così. E’ una malattia genetica e quindi ereditaria, trasmessa quando entrambi i genitori sono portatori del difetto. Il nostro bambino avrà il midollo osseo che non è in grado di produrre quantità giuste e normali di emoglobina. Non avrà perciò il sangue in grado di trasportare una sufficiente quantità di ossigeno all’organismo e, di conseguenza, per sopravvivere Michele dovrà fare ricorso a continue trasfusioni. L’organo più danneggiato sarà il cuore.
    Dovrà essere sottoposto a cure costanti e… non avrà una lunga vita.”
    Un silenzio pieno solo di dolore riempie la stanza.
    “Se i genitori sono portatori perché non hanno anche loro gli stessi sintomi?”
    “Perché siamo portatori sani, solo uno dei geni è ammalato e quindi abbiamo una vita normale, senza sintomi. L’unico problema è la procreazione. Per sapere di essere portatori l’unico sistema è fare quell’indagine che io avevo richiesto.
    Se mi vuoi dire che è colpa mia se siamo giunti a questo punto è vero. Avrei dovuto fare tutti i test per malattie genetiche prima di sposarci. In quei momenti però ti assicuro che io certo non pensavo a questo genere di problemi. Nella mia famiglia non ci sono casi. Posso solo dire: mi dispiace, anche se servirà poco al nostro bambino.”
    “Emanuele però non è malato.”
    “Emanuele può essere sano o portatore della malattia come noi. Faremo anche a lui un test di controllo. Per Michele l’unica speranza è un trapianto di midollo osseo. Ci faremo tutti gli esami necessari per vedere chi può essere compatibile. E’ la sua unica speranza per evitare la malattia. Purtroppo però la possibilità di trovare un donatore compatibile è minima. L’ideale sarebbe avere un fratello sano ma Emanuele lo è solo da parte di madre.”
    “Ora è anche troppo tardi per abortire!”
    “Questo argomento mi pareva che lo avessimo già affrontato con Emanuele! Gomer questo non lo devi neanche pensare! Anche se lo avessimo scoperto appena concepito è sempre una persona e come tale deve essere trattata. Ha diritto alla vita, anche se avrà più difficoltà di altri.” Alzando la voce arrabbiandomi per sentire ancora in lei quel pensiero così tremendo.
    “Ho una fitta alla pancia. Credo che stia per nascere” piegandosi in avanti.
    “Lo stress per la notizia deve aver fatto partire le doglie. Andiamo subito in ospedale”.

    GOMER, MIA MOGLIE: SESTA PARTE

    “Sei impegnata?”
    “No, vieni pure. Ti ho fatto chiamare perché i risultati di tutti i test che mi hai chiesto sono appena arrivati. Almeno questa volta posso darti una bellissima notizia: il midollo di Emanuele è perfettamente compatibile con le caratteristiche di Michele.” “E’ un miracolo! Grazie Dio per questa grazia!” finalmente respirando a pieni polmoni. “Emanuele allora è sano!”
    “E’ perfetto.”
    “Posso dare un’occhiata anche io ai risultati?”
    “Certo, eccoli”
    “Ma qui risulta che sono entrambi AB ! Non è possibile, bisogna far ripetere gli esami!” Un dolore enorme mi colpisce il cuore, Michele non ha il mio gruppo e tutti i riferimenti genetici sono pressoché similari a quelli di Emanuele! Bene per il trapianto ma Gomer mi tradisce con il padre di Emanuele!
    “Gli esami per sicurezza sono stati ripetuti per ben tre volte da persone diverse, volevo essere sicura prima di darti la risposta. Perché dici questo? Sono fratelli è normale che abbiano lo stesso gruppo di sangue.”
    “Scusa sono molto in tensione in questi giorni. E’ vero, i bambini hanno sempre lo stesso gruppo di sangue del padre.”
    “Ti posso capire. E tua moglie ha poi cambiato idea?”
    “Purtroppo no, non vuole assolutamente vedere Michele”.
    “Come farai?”
    “Sapere che si potrà eseguire il trapianto potrebbe darle magari la forza di affrontare la realtà”.
    “Prima si fa l’operazione e meglio è. Qui ci sono le carte da firmare, per te e tua moglie. Appena me le riporti firmate faremo subito l’intervento.”
    “Vado a parlarle subito.”

    Mentre percorro i lunghi corridoi per la maternità decido di non dire niente a mia moglie sul tradimento fino a quando Michele non avrà superato la fase critica del trapianto. Prima bisogna pensare a lui.
    Appena la vedo nausea e vomito mi colpiscono.
    Come farò a starle accanto senza mostrarne il minimo segno?
    -Perché lo hai fatto?- Urla il mio spirito pieno di dolore!
    Ma invece dico:“Ho una notizia meravigliosa! Il midollo di Emanuele è perfettamente compatibile, si può fare il trapianto. Michele guarirà completamente! Bisogna solo che tu firmi queste carte per dare il consenso all’intervento, io ho già firmato”.
    “Guarirà completamente?”
    “Sì, il figlio primogenito, immune, donerà la fonte del suo sangue, che è guarigione e vita, al fratello colpito dalla malattia mortale!”
    “Emanuele soffrirà però”.
    “Se potesse decidere, accetterebbe il dolore con gioia perché saprebbe che è volontà del padre e giustizia di Dio. Come potrebbe poi rifiutare il suo dono gratuito guardando la speranza di guarire che il fratellino malato gli rivolgerebbe, se fosse in grado?”
    “Come parli pomposo oggi! Stai ringraziando mentalmente Dio mentre parli, come è tuo solito?” con un rimprovero velato dalla presa in giro. “Ma hai ragione. Anche la mamma sa che per far nascere il bimbo deve sopportare le doglie, ma le accetta volentieri, perché ama il suo bambino e lui avrà grande gratitudine verso colei che ha sofferto per dargli la vita.”
    “Allora anche tu ami Michele?”
    “Certo, per chi mi hai preso!”. Con quell’incertezza nella voce che dice il contrario: è malato, è un peso e non lo volevo… non posso.
    “Vuoi vederlo prima che sia operato?”
    “Dopo, quando tutto è finito” solo se sarà sano e il problema sarà risolto, continuo io mentalmente.
    “Come vuoi. Ecco firma lì”. Ora non è il momento di accusarla, potrebbe rifiutarsi per ripicca di firmare le carte. Piccolo Michele, non preoccuparti, io ti amo, anche se tua madre non è degna di essere chiamata tale, penso in silenzio mentre quella nausea raggiunge vette vertiginose e il fiele mi brucia le labbra. Non vedo l’ora di andarmene da quella stanza. Poi mi faccio forza, la guardo ancora una volta e volendo concederle una possibilità di confessare tutto dico: “Gomer ultimamente ti sento lontana, come se avessi qualcosa che ti rode dentro. Ti è successo qualcosa che non hai ancora avuto il coraggio di dirmi?”
    “No, sono solo preoccupata per il bambino. Ora come si procede?”
    “Vado a prendere Emanuele da mia madre. L’intervento è meglio che sia fatto il più presto possibile.” Cercando di non dare a vedere la mia delusione per il rifiuto ricevuto.
    “Quanto ci vorrà?”
    “Non lo so. Prima che io ritorni cerca di meditare sulla nostra situazione e prendere i dovuti provvedimenti perché dopo sarà troppo tardi, la tua scelta sarà compiuta.”
    “Di cosa parli? Poi dici che sono io strana, oggi non riesco proprio a capirti. Avvisami appena hai notizie dell’intervento” dice un po’ scocciata.
    “Non mancherò” dico mentre si sdraia e si mette di lato voltandomi le spalle. Me ne vado col cuore pieno di lacrime, l’ho persa.

    GOMER, MIA MOGLIE: SETTIMA PARTE

    “Signora posso parlarle un attimo?”
    “Certamente” rispondo sedendomi sul letto, ancora piuttosto addormentata.
    “Sono la dottoressa Giberti, dirigo il laboratorio analisi chimiche ma conosco anche molto bene suo marito, si ricorda di me? Sono venuta al vostro matrimonio.”
    “Non ricordo mi dispiace ma se ha delle novità mi dica pure.” Dico subito attenta e sveglissima.
    “Dopo una lunga riflessione ho deciso di venire a parlarle di una questione che la riguarda. Un’ora fa circa, suo marito è venuto nel mio studio per ritirare gli esiti degli esami. Ero contentissima di potergli dare la bellissima notizia della compatibilità perfetta del midollo tra i vostri due bambini. Si leggeva la gioia sul suo volto. Poi mi ha chiesto di poter vedere anche lui gli esiti. Il suo volto è cambiato dicendomi ad un tratto che i risultati non potevano essere esatti, bisognava ripeterli perché entrambi i suoi bambini appartengono allo stesso gruppo di sangue. Io sul momento ho pensato che la tensione gli avesse giocato un brutto scherzo. Si sa che i fratelli hanno tutti lo stesso tipo di sangue del padre. Lui non ha aggiunto altro ma si vedeva che qualcosa era successo. Dopo che è andato via, ho controllato meglio gli esami cercando di capire cosa lo avesse incupito così. Ho confrontato allora il suo gruppo di sangue con quello dei figli e ho notato che erano diversi. Signora, in quel momento suo marito ha scoperto che è stato tradito e che non è il padre naturale di nessuno dei suoi figli.” La dottoressa fa un attimo di pausa per lasciarmi digerire la notizia.
    Sono rimasta basita e con occhi e bocca spalancati, ecco perché tutte quelle frasi strane oggi!
    “Signora sono venuta perché voglio bene a suo marito e non voglio che il suo matrimonio finisca rovinosamente come il mio. Se lei vuole può ancora sistemare le cose.
    Prima cosa: deve andare da lui, pentita veramente per quello che ha fatto, e confessare tutto quanto, prima che sia lui ad accusarla, perché allora sarà troppo tardi. Solo così, infatti, vedrà in lei il desiderio di cambiare, il dolore per quello che ha compiuto e l’intenzione di non più ricadere nello stesso errore.
    Seconda cosa: dimostrando coi fatti il suo cambiamento accettando il bambino malato come figlio, qualunque risultato abbia l’intervento. Se non confesserà tutto ora e non amerà veramente suo figlio non c’è possibilità che lui rimanga con lei.”
    “Ma come si permette lei di venire e dire certe cose su questioni che non la riguardano affatto? Come si permette di giudicarmi e dire cosa devo o non devo fare? Si guardi lei dentro che certamente ha di che vergognarsi!”
    “Signora, non la sto giudicando. Forse, e questa sarà una questione su cui dovrò riflettere, non ho usato la delicatezza e il linguaggio giusto ma la mia sola intenzione è quella di aiutarla a non distruggere il suo matrimonio. Io per prima ho subito la tortura della separazione e avvertire lei perché non le accada l’ho vista come una forma di espiazione per il male fatto. Non la giudico signora, non sta a me farlo. Ora la lascio a riflettere e mi scuso ancora se non sono stata delicata come avrei voluto.”
    “Se ne vada subito! Questi discorsi non li voglio neanche sentire! Ha fatto male a venire! Non doveva intromettersi!” Le urlo dietro mentre si allontana.
    Tremo tutta per la rabbia e la paura insieme per essere stata scoperta. Maledizione, ora quei discorsi che mi parevano così strani e fuori posto sono chiarissimi. La paura di essere cacciata di casa e non avere più un posto dove andare diventa un incubo assillante.
    Ripercorro con la mente gli ultimi 2 anni della mia vita.
    Era primavera avanzata e ogni giorno andavo con il passeggino a fare una passeggiata nel parco. Conducevo una vita tranquilla, in pace. Mio marito mi riempiva di attenzioni e io stavo bene. L’unico neo era la mancanza di adrenalina, di emozioni forti che mi avviluppano completamente e mi avrebbero fatto sentire viva. Prima mentre ero in cinta non le provavo ma ora, cominciavo a risentirne i primi languori. Guardavo le coppiette giovanili che si sbaciucchiavano liberamente spinte da quegli ormoni che imparavano ora a conoscere. Io li conoscevo così bene! E sapevo l’adrenalina che producevano!
    Purtroppo con mio marito quelle sensazioni non le provo. Quel rispetto e quella tenerezza che caratterizzano il nostro rapporto non mi procurano le stesse emozioni violente di cui sento così tanto la mancanza.
    Lasciai libero accesso ai sogni di riempirmi la mente e le fantasticherie diventarono parte integrante della mia giornata.
    Il pensiero di mio marito, meravigliosamente buono e limpido in tutto il suo agire, veniva sempre più accantonato dal mio cervello per dare spazio e occuparsi, con più disponibilità e attenzione, di tutta una serie d’immagini oscene e di emozioni sensualmente violente che facevano già parte dei miei ricordi.
    Iniziai così a considerare la mia vita una gabbia.
    Quell’amore condiviso che prima mi completava in modo meravigliosamente perfetto, ora appariva come divieto di godermi la vita. Più mio marito si sforzava di farmi contenta e mi riempiva di attenzioni più io sentivo il desiderio di allontanarlo.
    Cominciai a non tenere più ordinata la casa e a non più accoglierlo con un abbraccio quando tornava a casa dal lavoro. Semplicemente tutto quello che a lui interessava diventava sempre più un obbligo e quindi farlo mi costava una fatica enorme. Anche i nostri dialoghi ne risentirono. Non avevo più il desiderio di sapere di lui, di quello che faceva e così, quando era presente, mi facevo sempre trovare impegnata o stanca. Quando facevo così lui si incupiva e si allontanava. Rispettava la mia volontà di non volerlo attorno anche se si vedeva che questo lo faceva soffrire e anche arrabbiare con me.
    Fu proprio in una di quelle passeggiate nel parco che rincontrai Walter. Lui mi aspettava seduto sulla panchina dove di solito passavo un po’ di tempo. Subito il cuore cominciò a battermi e una grande adrenalina mi cominciò a scorrere nelle viscere. Il ricordo dei rapporti intimi che avevo avuto con lui, resi insuperabili dalle mie fantasie erotiche sembrava rendere quell’incontro ancora più eccitante.
    Raccontò che era uscito dal carcere da una settimana e aveva saputo di me da Natascia incontrata per caso in un locale notturno. Quanto tempo era che io non ci andavo! Mi disse che adesso viveva nel retro di un ristorantino. Lavorava là come lavapiatti e gli avevano dato questa possibilità di alloggio fino a quando non poteva permettersi qualcosa di meglio. Mi chiese gentilmente di fare qualche passo con lui parlando del più e del meno. Io accettai, ero così curiosa di sapere tutto di lui, del carcere e soprattutto se aveva un’amichetta… Magari Natascia… La visione di lui e lei avvinghiati insieme mi aveva riempito di un carico di gelosia acuta e odio profondo da farmi quasi tremare. Tutto scemato poco dopo in un sospirone di sollievo: era libero!
    Poco prima dell’inizio del suo turno di lavoro, lo accompagnai al ristorante, volevo sapere dove potevo trovarlo e dare anche una struttura di contorno alle mie possibili nuove fantasie. Mi salutò con un casto bacio sulla guancia un po’ impacciato. Come rimasi delusa!
    Da quel giorno ogni pomeriggio lo incontravo al solito posto e sapere di quell’appuntamento dava una credibilità ancora più reale ed eccitante ai miei sogni alternativi. Mi sentivo una topolina nelle mani sapienti del gatto che lo torturava dandogli delle speranze che poi venivano completamente negate. Un gioco di seduzione a cui io avevo già partecipato in passato, che conoscevo bene e in cui lui era un esperto. Non riuscivo però, pur sapendo cosa stava succedendo a dire quel no secco, quel vattene e non tornare più, necessario per non soccombere. Giorno e notte i miei pensieri erano per lui, niente e nessuno riusciva a farmi allontanare da quel vissuto irreale. Caddi nella sua rete, prima ancora che coi fatti, con il mio spirito. Dipendevo da lui, mi aveva drogato di desiderio. Un giorno non sono riuscita più a trattenermi, presi Emanuele e lo portai dalla nonna. Ero libera di dar sfogo a tutte le mie fantasie. Bussai alla sua porta e mi persi in quel piacere senza nessun altro pensiero.
    Subito dopo però la situazione era notevolmente cambiata. Quell’atto così veloce e brutale consumato, ora mi faceva sentire abbacchiata e pesante, non certo finalmente sollevata. Sentivo Walter che se la rideva sul letto mentre mi vestivo per il mio desiderio di andarmene. Ormai non potevo più cancellare quello che avevo fatto.
    Andare a prendere il piccolo Emanuele dalla nonna è stato un incubo. Entrare in quella casa immacolata mi sembrò di contaminare una sala operatoria con la mia sporcizia. Presi il bambino e scappai via accusando un forte ritardo.
    Rientrando mi sembrò che quella che era stata la mia casa ora non era più tale. Sentivo incombere su di me la paura di essere allontanata per quello che avevo fatto. Cercai così di convincermi che non poteva sapere niente di quello che era successo e che sarebbe continuato tutto come prima.
    Mio marito arrivò a casa tardi quella sera e tremendamente stanco. Era nato un bambino con dei problemi e aveva assistito i genitori come poteva. Ora però sentiva sulle spalle tutta quella sofferenza. Rimase piacevolmente stupito nel trovarmi ad attenderlo ma aveva così bisogno di un po’ di pace e serenità che non fece nessun commento se non un dolce sorriso contento che mi fece sentire uno schifo dentro. Ho cercato di essere il più premurosa possibile mentre gli servivo la cenetta e poi una dose extra di coccole. Era meglio essere previdenti per quel rapporto avuto senza precauzioni!
    Tutto era filato liscio, non solo non si era accorto di niente ma era rimasto piacevolmente stupito del cambiamento improvviso. Passarono alcuni giorni e il desiderio di rivedere, per così dire, Walter si presentò ancora più violento. Inoltre avevo visto che riuscivo a nascondere tutto senza alcun problema. Cominciai, così, a frequentarlo con assiduità per qualche settimana. Ormai i sensi di colpa non erano più un problema, si erano volatilizzati. Avevo tutto quello che volevo, una situazione tranquilla a casa e l’amante per il mio piacere. Ero anzi diventata più ordinata a casa e più disposta ad ascoltare e accontentare mio marito ignaro di tutto. Il saperlo soddisfatto di me mi rendeva tranquilla di non essere scoperta per la mia doppia vita. Da quando però le mestruazioni cominciarono a farsi attendere la preoccupazione mi attanagliava. Il test confermò le mie paure. Ero in attesa di un bebè. Lo comunicai a mio marito la sera stessa. Sembrò che il cielo fosse entrato in quella stanza tanto era contento. Io invece facevo fatica a concepirne anche solo il pensiero.
    Come l’avrebbe presa Walter la notizia? Decisi di non dirgli niente, potevo immaginare come la potesse pensare sui legami. Quando aveva saputo che Emanuele era suo figlio mi aveva preso per la maglietta e con volto truce mi aveva intimato di non chiedergli niente altrimenti me l’avrebbe fatta pagare. Con l’assicurazione che tutto era a posto, perché mio marito l’aveva adottato, ritornò ad essere l’amante voglioso cancellando in un momento quel ricordo che mi aveva alquanto turbata. No, non potevo dirglielo, non volevo perderlo così presto.
    Con Walter, così, proseguì tutto con la solita normalità. Io sola ero tormentata pensando a quel giorno in cui lo avrei perso. Cercavo di coprirmi la pancia quando mi alzavo in piedi e a letto quando mi accarezzava il ventre ero sempre in allarme e cercavo di prevenirlo cambiando posizione.
    Capii che qualcosa non andava un pomeriggio quando mi accorsi che mi studiava fisso mentre mi vestivo fumando una sigaretta. Non disse niente ma il suo verdetto era chiaro. Quella fu l’ultima volta che lo vidi. Avevo aspettato con ansia l’appuntamento successivo ma quando bussai alla sua porta nessuno mi aprì.
    Chiesi sue notizie al ristoratore. Mi disse che si era licenziato la sera prima ed era partito subito senza lasciare nessun recapito. Mi aveva abbandonata nuovamente. Questa volta però non aveva fatto promesse e io sapevo perfettamente quello che facevo. Ora dovevo subirne le conseguenze. Il dolore dell’abbandono non riuscivo a nasconderlo al mio caro marito super attento e desideroso di potermi assistere in tutto. Così nascosi questa ferita con la scusa di una crisi d’identità femminile, del sentirmi ingrossare e perdere quella femminilità a cui io tenevo tanto. Più lui mi coccolava e cercava di dimostrarmi tutto il suo amore e adorazione io mi sentivo sempre più un verme nel mentire e trattare così la persona più buona e gentile che io avessi mai incontrato.
    Così, il suo amore, dimostrato standomi vicino senza che io meritassi niente, fu solo ricambiato da una appena accettabile mia cordialità nei momenti strettamente necessari. Mi facevo schifo e questo atteggiamento ne era la manifestazione esterna.
    Arrivai addirittura più volte a volergli parlare, a confessare ma poi la paura di perdere tutto mi cuciva le labbra. Stavo così male…
    Ora sa tutto e sa anche che io non voglio vedere quel bambino. E’ un fatto di auto protezione, la paura di trovarmi davanti agli occhi il segno tangibile ed evidente del mio tradimento. Come potrei occuparmi di lui giorno e notte? Sarebbe una doppia tortura. Se lo ripudiassimo?… Mio marito non lo permetterebbe mai. Si arrabbierebbe anche solo alla mia proposta! Ora però ho un problema più immediato da risolvere. Vorrà divorziare da me? Io al suo posto lo farei. Mi vengono in mente le parole che mi aveva detto quando mi aveva chiesto di sposarlo: – ti prego non tradirmi neanche con il pensiero, sarebbe un dolore troppo grande per me sopportarlo…- Comincio a piangere a dirotto. Penso alla sofferenza che ha provato, alla rabbia che deve averlo colpito quando l’ha scoperto… Sapere che poi immediatamente lui è venuto qui e l’unica cosa che mi ha detto è stata: pensa a noi, al nostro rapporto e prova a porvi rimedio mi distrugge. Vuole perdonarmi? Le sue parole dicono così, la sua amica dice di sì ma la mia testa rifiuta di concepire una possibilità simile… come può un uomo perdonare un così grande tradimento? Sopportare di vederne il frutto malato per anni ogni giorno davanti ai propri occhi e dovergli anche voler bene? Sono troppo schifosa per poter neanche pensare che lui possa perdonarmi. Quando ci siamo conosciuti ero stata costretta a prostituirmi ma adesso non ho scuse. Sono colpevole di tradimento, sono colpevole proprio della colpa che lui mi aveva chiesto di non macchiarmi mai.
    Non riesco più a stare ferma a letto. Mi alzo e mi vesto di tutta fretta. Devo andarmene non ce la faccio a rivederlo, sono troppo miserabile e schifosa per potermi ripresentare davanti a lui.
    “Signora cosa sta facendo, è troppo presto per andarsene! E’ debole per il travaglio e il parto di ieri sera, deve riposare!” dice un’infermiera che mi nota percorrere il corridoio.
    “Me ne vado non cerchi di fermarmi” le rispondo in modo risoluto.
    Prima di uscire dal reparto mi fermo davanti alla nursey e cerco il lettino con il nome di Michele. E’ vuoto. Mi copro con la mano la bocca per fermare un singhiozzo e poi scappo, non so dove andare ma una cosa è sicura, devo andare lontano da lì.

    CONTINUO DEL RACCONTO NEL COMMENTO SUCCESSIVO

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