CONFUSIONE POLITICA? CI PENSA ROSMINI

Gli interessi di Rosmini per la politica, intesa come teoria e prassi, iniziano da quando era molto giovane e terminano sul letto di morte. Il suo primo grande studio politico lo compie giovanissimo, gli ultimi interessi li coltiva sulla nascente Italia unita (stava morendo quando gli comunicano la decisione di Cavour di partecipare alla guerra di Crimea, decisione che approva). In mezzo poi abbiamo le due grandi opere della maturità: Filosofia della politica e Filosofia del diritto. Io qui mi limiterò solo ad illustrare qualcuno dei numerosi principi di filosofia della politica da lui elaborati.

1.Fine prossimo del politico è l’utilità. E’ un principio importante, perché ci aiuta a comprendere meglio il politico, cioè a giudicare equamente sulla sua importanza ma anche sui suoi limiti. Egli in sostanza persegue il bene comune, ma non tutto il bene, bensì quei beni che Tommaso chiamava “commutabili” o temporali o contingenti, per distinguerli invece dai beni eterni, spirituali. Il politico allora è preposto alla corretta amministrazione del dare e dell’avere, sta attento che nella corsa ai beni temporali venga conservata la giustizia ed a ciascuno venga riconosciuto ciò che gli spetta per diritto. Ovviamente questi beni non sono avulsi dai beni etici e spirituali, perché l’uomo è una unità e quando persegue l’utilità svincolata dalla giustizia etica crea nella società dei nodi che la straziano. Però c’è una diversità fra il politico ed altre forme di servizio sociale, quali il filosofo, il moralista, il sacerdote. Questi ultimi trattano valori immutabili, quali la verità l’etica la religione, chiari, non negoziabili. Il politico invece tratta beni mutevoli, non molto chiari, soggetti a scelte opinabili perché non accompagnati da certezze assolute. Inoltre il politico ha a che fare con persone che a volte sono dei poveri cristi, deve continuamente essere accompagnato dal consenso, si trova a decidere tra persone che cambiano umore, talvolta si trova a rappresentare una società che è lontana dai principi morali. Suo compito allora non è la giustizia astratta, ma quel tanto di giustizia possibile nel tipo di società in cui si trova. La sua virtù maggiore sarà la prudenza: il dono di prendere la decisione pratica migliore nel vissuto sociale che gli è stato dato da amministrare. La prudenza non è un cedere ai cittadini, ma un portarli verso il bene comune a piccoli passi, facendo opera di convinzione ma non allontanandosi astrattamente dal cittadino. Se comprendiamo bene questa massima, capiremo che molte critiche fatte da noi ai politici sono ingiuste: chiediamo loro di fare ciò che la società attuale non permette di fare, e lo chiediamo in nome di principi teorici esatti, profetici, ma non innervati nella pratica o costume della società.

2. Il perfettismo è frutto dell’ignoranza. I politici che non capiscono questa differenza fra teoria astratta ma asettica e il vissuto un po’ confuso ma vitale, vengono da Rosmini accusati di perfettismo. Si tratta di persone le quali si illudono che gli ideali politici possano essere calati facilmente nella società, e creano delle strutture sociali, nelle quali in nome di un ideale astratto di uomo vengono sacrificati gli uomini reali. Qui il politico abusa del potere che gli è concesso dalle leggi, il potere della coercizione, cioè dell’uso della forza su chi non vuole obbedire alla legge. L’abuso o ingiustizia sta nel fatto che si accollano sui cittadini pesi che non sono in grado di sopportare: giustizia pura, che ignora l’equità. Tipiche strutture di questo genere saranno le cosidette idelogie del Novecento, il cui germe Rosmini e Manzoni avevano già avuto modo di osservare nella Rivoluzione francese e nei vari socialismi utopistici del tempo. L’ideologia ci dà una norma astratta di uomo (la volontà generale di Rousseaux, l’uomo essenziale di Marx, il superuomo di Nietzche, lo spirito assoluto che si incarna in un popolo di Hegel, ecc.), e vuole costringere tutto un popolo ad adeguarsi, creando sofferenze e soprusi infiniti. Questi politici sono pericolosi perché dommatici, tagliano le teste se non corrispondono alla loro idea, non conoscono il principio popperiano della fallibilità, scambiano la perfezione con la perfettibilità, sono impermeabili ai suggerimenti che la vita sociale dà in continuazione. E che un buon politico deve sempre “auscultare” come fa il medico coi suoi pazienti. Essi, invece di diventare super partes preferiscono governare super servos. Il politico vero invece sa che deve governare non la società da lui sognata, ma quella che gli tocca: in una società di briganti vanno bene certe leggi, in una società di trappisti altre leggi. Il tutto, però col desiderio di perfettibilità, cioè di portare la società di briganti sempre più verso la società di santi: e la sua volontà intelligente sta nel creare queste trasformazioni in meglio stando al passo con la società che amministra. Ma per agire così, scrive Rosmini, il politico deve conoscere a fondo “la geografia del cuore umano”.

3. Le democrazie liberali sono figlie del cristianesimo. Anche questo è un punto importante, che in Rosmini e Manzoni divenne chiarissimo soprattutto dopo i tanti colloqui fatti insieme, prima a Milano e poi a Stresa. In sostanza le sorgenti democrazie liberali, spinte dalla rivoluzione francese, erano riuscite a portare a galla un principio preziosissimo del Vangelo, che società anteriori avevano tenuto forzatamente in ombra. Si tratta del principio di persona, del fatto cioè che la carta dei diritti del cittadino andava elaborata non sulla divisione delle classi, o sulla razza o sulla ricchezza, ma sul fatto che ogni uomo è persona di una dignità infinita, portatore di un elemento che lo rende il diritto stesso sussistente. Le democrazie liberali portavano in germe questo nucleo sano, mettevano l’uomo reale al centro della città e della società, spingevano i politici a mettersi a servizio di quest’uomo, delle sue aspirazioni, delle sue esigenze, e nello stesso tempo puntavano sulle potenzialità insite nell’uomo, quali la sua libertà e la sua volontà intelligente, per lo sviluppo della società. Ovviamente si trattava di un germe, di un nucleo che andava incoraggiato, liberato dalle venature utopistiche dei rivoluzionari e calato nella realtà umile del tessuto sociale; soprattutto andava liberato da tutti quei parassiti che le menti distorte dei “capipopolo” gli vivevano costruito attorno. Per queste loro concezioni Rosmini e Manzoni ebbero a soffrire tanto, ma oggi sono considerati come i padri nobili del cattolicesimo liberale.

4. Il bene comune va distinto da altri beni più particolari. Il politico deve stare attento a non confondere il bene comune con altri beni. Bene comune significa il bene che rifluisce su tutti i cittadini, proporzionatamente a quanto loro spetta. Non significa quindi egualitarismo, perché sarebbe ingiusto trattare allo stesso modo persone disuguali: come dice Aristotele, non sarebbe giustizia dare la stessa porzione di cibo a persone disuguali come un bambino ed un atleta. Bene comune inoltre significa tutto il bene di cui un uomo o una società sono capaci: bene, quindi non solo di ordine materiale e sensibile (profitto e piacere), ma anche di ordini superiori, quali il bene etico e spirituale. Talvolta sotto la maschera del bene comune si nasconde il bene pubblico, che è il bene della classe dirigente, e che oggi nell’immaginario collettivo viene chiamata “la casta”. Accanto al bene pubblico vi è il bene del partito, tentazione molto forte oggi: si decide del governo non in base alle persone migliori. sul territorio, ma in base ad una distribuzione che rappresenti i partiti della coalizione (al mio partito la tale città, al tuo l’altra città, ecc.). La cosa più spregevole è quando si fa politica per un bene individuale, cioè per sistemare una mia posizione esistenziale. Rosmini aveva parole molto forti contro i “partiti” del tempo, perché allora i partiti volevano rappresentare una classe o un particolare interesse. Era dunque facile che se si apparteneva al partito dei poveri, si era tentati a rubare nel portafoglio del ricco; se si apparteneva al partito dei ricchi veniva spontaneo infierire sui poveri, ecc. Lo spaventava il nome stesso di “partito”, che indicava parzialità, e quindi incapacità a vedere il bene comune nella sua totalità. Oggi sappiamo che “partito” vuol dire un’altra cosa: vuol dire la mia visione della totalità, il mio punto di vista che si mette in concorrenza con gli altri punti di vista, e si propone ai cittadini come visuale o tendenza generale per conquistare i loro consensi. I partiti oggi servono nel parlamento come forze equilibratrici dell’interesse comuni, ricchezza di espressioni diverse che concorrono all’unità del bene comune. Come l’opposizione in una democrazia è preziosa in quanto “cane da guardia” contro gli abusi di chi governa. Quindi le parole di Rosmini contro i partiti di allora non vanno applicate ai partiti di oggi. Però andrebbero meditate alcune sue tesi: come, ad esempio, la proposta che una volta al governo il politico non risponde più ai suoi elettori ma all’intera nazione; oppure l’altra proposta che chiunque dovesse trovarsi ad aver accettato un regalo, venga dimesso dal suo incarico. Il politico, una volta eletto, dovrebbe guardare al bene di tutti, rispondere nella sua coscienza al bene generale della sua nazione, cioè dell’intero corpo dei cittadini, farsi un cuore i cui battiti siano ritmati dai diritti e dai doveri di tutti. Per il bene comune egli dovrebbe mantenere il diritto di dissenso dal proprio partito, senza temere di essere penalizzato. La professione del politico è una professione nobile, perché in un certo senso condivide il governo di Dio nel mondo, ed offre un’eco della gioia creatrice di Dio perché ha a che fare non con beni inanimati ma con beni spirituali quali sono le intelligenze e le volontà umane . Ma tutto questo avviene in lui se sta stare all’altezza della sua professione, se ha un cuore grande e disinteressato, se cerca con sincerità il bene comune. Altrimenti subentrerà presto in lui un senso interiore di disgusto e di frustrazione per quanto è costretto a fare, la perdita della fierezza interiore, una concezione pessimista dell’uomo delle sue pulsioni e del suo smodato egoismo. D’altra parte il simile si unisce al simile: un politico corrotto sarà circondato da uomini che vivono di corruzione, mentre un politico vero conoscerà uomini veri. A ciascuno il suo, anche qui.

5. Le persone umane sono la ricchezza maggiore della nazione. Abbiamo detto che la persona per Rosmini è il diritto sussistente. Di conseguenza, più viene sviluppato il bene-diritto che è la persona, più la nazione trova sviluppo e ricchezza in tutti i sensi. La persona poi è un bene nel senso che la sua libertà è aperta a tante potenzialità espressive che chiedono di essere sviluppate. Puntare allora sullo sviluppo delle persone libere e consapevoli è il miglior modo di governare una nazione. Il bello delle democrazie, scriveva Tocqueville, è che ogni cittadino può potenzialmente diventare quello che vuole. E voleva dire che la democrazia non ci offre una uguaglianza di fatto, ma di diritto, quella che egli chiamava “uguaglianza delle condizioni”. A ciascuno rimane il compito di scegliere quello che vuole e di pagare nella libera competizione il prezzo della sua scelta. Se sceglie di fare il barbone è libero di farlo e il prezzo non sarà molto alto; ma se sceglie di diventare presidente o direttore o medico o avvocato, dovrà vedersela con tanti altri che hanno scelto la stessa cosa, e lo stato deve garantire in questa corsa l’uguaglianza delle condizioni, cioè una regola alla quale adeguarsi, senza privilegi e senza scorciatoie. Puntare sulle persone piuttosto che sugli altri beni premia sempre lo stato in generale. Oggi possiamo portare qualche esempio: 1. Il Giappone non ha grandi ricchezze in termini di materie prime: ha puntato sulle persone, sulla loro istruzione, sulla loro convivenza, ed oggi è uno degli stati più ricchi del mondo. 2. Come controprova il Brasile: ricchissimo di materie prime, ma tra i più poveri del mondo. 3. Un’altra prova: come mai la Corea del sud, senza petrolio, si trova ad essere molto più ricca di tanti paesi arabi che hanno nel petrolio una fonte inesauribile di ricchezza? Essere padroni di petrolio è una maledizione o una benedizione? Usare la ricchezza materiale per tenere in piedi una democrazia populista (vedi Venezuela) concorre a far progredire o a far regredire un popolo?

6. Il principio della sussidiarietà. Rosmini dice che il politico dovrebbe seguire questa regola stabilita da Dio nel governare il mondo: “Il maggior bene che si può fare ad una persona non è dargli il bene ma renderlo da se stesso autore del proprio bene”. Questo principio si contrappone al principio di assistenza o assistenzialismo, il quale provvede totalmente al bisogno del cittadino. Questo principio addormenta le potenzialità di una persona, eliminando le sfide spegne il desiderio di combattere per venirne a galla, fiacca la volontà e priva della gioia con la quale si gusta un bene conquistato da se stessi. Tocqueville ha una bellissima pagina sullo sbarco degli emigranti europei in Nord e in Sud America. I primi hanno trovato una natura avversa, delle sfide inimmaginabili: ma queste sfide a lungo termine sono diventate una benedizione. I secondi hanno trovato un paradiso già al loro arrivo, ma questo paradiso a lungo termine si è trasformato in veleno. Le democrazie liberali, a differenza delle democrazie populiste, hanno potuto debellare le sacche di povertà proprio perché hanno insegnato alla gente che per uscire da un problema bisognava darsi da fare, stimolare la propria fantasia, impegnare le proprie forze: “Aiuta il popolo ad aiutare se stesso”. Nelle democrazie liberali, allora, la migliore medicina non è quella di sostituirsi come Stato alla fantasia dei cittadini, ma di stimolare questa fantasia. Lo Stato non deve lasciare affondare il cittadino, ma neanche sollevarlo di peso dai suoi guai: suo compito offrire un appiglio, un punto di partenza che gli permetta di risollevarsi, lasciandogli però il compito di sollevarsi principalmente con le proprie forze. Si tratta di una bontà forte, diversa dal “buonismo” che invece è una bontà debole e controproducente. La sussidiarietà inoltre non ha paura della libera competizione, favorisce lo sprigionarsi delle energie in tutte le realtà sociali, purché sia garantita l’eguaglianza delle condizioni.

7. La vitalità delle forze etiche e spirituali. I valori etici e spirituali sono delle forze interiori, che la società non è in grado di controllare con le sue leggi positive, ma che costituiscono il grado di forza reale della società. Sono come la vita interna dell’uomo rispetto al corpo: nella misura in cui questa interna vitalità viene a scomparire, il corpo si sfascia e si decompone. Tenere allora alta la tensione etica e spirituale, non scoraggiare chi la vive, favorirne l’espansione è interesse della società stessa. Il cittadino nel quale vive la tensione verso i valori etici e spirituali è certamente più pronto a capire il senso di solidarietà di una nazione ed è portato ad adeguarsi alle leggi non in base ad una costrizione esterna, ma in base alla propria coscienza ed al senso interiore di giustizia. Se poi la sua etica approda ad un senso religioso della vita, egli possiede dei fondamenti molto più stabili del cittadino che coltiva solo i valori sociali. Inoltre, se il bene comune è il fine della politica, l’uomo religioso non può andare contro il vero politico, il quale vuole proprio il bene comune. Ecco perché Rosmini, quando enumera la forza dei beni di cui si compone il corpo sociale (ricchezza materiale, popolazione, scienza, potere militare, virtù) conclude che alla virtù deve essere lasciato il compito di guida e di ordinatrice della nazione. La coltivazione della virtù garantisce equilibrio e forza alla nazione, evita paurosi sbandamenti e fallimenti, crea coesione. Non dimentichiamo poi che nel concetto cristiano di religione c’è quel bene soprannaturale che viene chiamata grazia: essa è un’autentica forza nuova, di ordine soprannaturale, che viene quotidianamente elargita ai cittadini come aggiunta gratuita alle forze naturali che già operano in campo. La coscienza di questa forza, dice Rosmini, è ciò che ha portato l’occidente cristiano alle scoperte scientifiche di ogni genere, donando ai singoli la voglia di esplorare, crescere, accettare le sfide di ogni genere. Molti frutti di cui noi godiamo oggi sono dovuti a questa coscienza cristiana. Mangiarne oggi i frutti, e al tempo stesso tagliare l’albero che ce li ha dati, per Rosmini è una stupidità irresponsabile, perché priva le generazioni future della possibilità di altri frutti del genere. Grazie anche a questi doni soprannaturali, scrive Rosmini, le civiltà cristiane finché rimarranno tali hanno in se stesse la forza di autorigenerarsi, quindi non soggiacciono alle leggi naturali che vogliono di ogni società una nascita, una crescita ed un declino.

8. L’appagamento. Un ultimo punto. Esiste un segno, si chiede Rosmini, per capire se una popolazione è socialmente forte o debole? E risponde che questo segno c’è ed è l’appagamento dei cittadini. Per appagamento egli intende uno stato interiore d’animo, per cui il cittadino tutto sommato, non vorrebbe cambiare governo o forma di governo. Non è la felicità, ma la sensazione di non avere alternative concrete migliori. Un po’ come diceva Churchill per le democrazie: non sono il meglio, ma costituiscono la forma di governo meno tragica rispetto a quelle che conosciamo. Tocqueville, in questo d’accordo con Rosmini, sosteneva che il consenso interno dei cittadini si può conquistarlo quando noi diamo loro la sensazione di un magari piccolo, ma progressivo miglioramento: oggi sto un po’ meglio di ieri, e per domani vedo la prospettiva di stare un po’ meglio di oggi. Sarebbe invece disastroso, ci avverte ancora Rosmini, scatenare nella società “desideri inesplebili”, cioè speranze che non possono trovare soluzione, perché in questo caso il cittadino vivrebbe in uno stato di continua tensione ed a medio o lungo termine tutte le promesse sollecitate e non mantenute provocherebbe delusioni, rancori, instabilità politica. Pensiamo, per fare un esempio, a quando abbiamo promesso a tutti una laurea facile, sapendo che non avremmo poi potuto riempirla di vissuto; oppure a quando promettiamo ricchezza facile o esoneri dalle tasse che non siamo in grado di realizzare: al momento dei conti, tutti i desideri scatenati al di là delle reali possibilità si trasformano in armi puntate contro chi li ha scatenati.

5. Conclusione. Ovviamente Rosmini non è tutto qui. Mio compito, visto il tempo a mia disposizione, era solo dare qualche saggio di quella che Rosmini chiamava “filosofia della politica e del diritto”. Sono più delle linee direttive generali che delle applicazioni pratiche e circostanziate. Ma il compito del filosofo è questo: aiutare il politico a tenere in vista la meta della sua professione, in modo che non si smarrisca lungo la strada. Come poi compiere concretamente questa via, spetta al suo fiuto politico, che è diverso da quello del filosofo. Vorrei terminare con un esempio, che usava il mio amico filosofo e maestro Michele Federico Sciacca. Il filosofo è come il presbite: vede male da vicino, ma vede chiaro lontano, sa dire dove si va a finire. Il politico invece, anche in ragione del tempo che deve impiegare a fiutare le tendenze del quotidiano, è come il miope: vede bene da vicino, ma vede confuse le cose lontane. Da soli si portano con sé delle lacune: ma se si aiutano a vicenda possono influire con efficacia sulla società.

Da http://www.scienzaevitafirenze.it/cms/alcuni-principi-rosminiani-di-filosofia-della-politica.html

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One thought on “CONFUSIONE POLITICA? CI PENSA ROSMINI

  1. molto bello, ma sembra utopia perchè il polico di oggi non pensa al bene della comunità, specialmente qella che verrà perchè pensa esclusivamente a se stesso

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