COSA SIGNIFICA “SAPIENZA” PER DIO

La concezione ebraica della sapienza differisce molto dalla nostra. Per noi sapienza e scienza si identificano: sapiente è chi ha fatto molti studi e ha vastità di conoscenze, chi possiede grande dottrina, chi “sa”, l’uomo di cultura. La sapienza ebraica – come in genere quella orientale – ha invece carattere pratico, è scienza pratica della vita; è assennatezza, discernimento, prudenza, astuzia, senso politico e perfino abilità artigiana. È stata definita “l’arte di riuscire nella vita umana”, sia privata che pubblica. Questa sapienza è fatta di riflessione e di osservazioni sul corso delle cose e sul comportamento umano; è frutto di esperienza personale, quotidiana e di buon senso.

Va però notato che presso gli Ebrei, pur conservando le caratteristiche dell’ambiente orientale, la sapienza ha una valenza religiosa, oltre che morale: non è solo capacità di vivere e giudicare con probità e rettitudine, ma anche conoscenza/comprensione della volontà di Dio, che ci aiuta a organizzare la vita nel modo che a Lui piace. Possiede la sapienza chi ha imparato quello che bisogna fare o evitare non soltanto nella propria vita e nel rapporto con gli altri, ma anche e soprattutto nel rapporto con Dio, aderendo saggiamente a Lui. Perciò l’opposizione sapienza-stoltezza si configura come opposizione giustizia-iniquità, pietà-empietà, timore di Dio-vita di peccato. Si afferma infatti che il timore di Dio è il principio della sapienza (Proverbi 1,7; 9,10; 15,33; Giobbe 28,28; Salmo 111,10) e l’osservanza della legge divina è il mezzo per giungere ad essa (Salmo 119,97 ss.; Siracide 24,22-25). La sapienza è dono di Dio. Dio la concede a chi gliela domanda con la preghiera, come ha fatto con re Salomone, il padre della sapienza biblica (1 Re 5,9-14; Proverbi 10,1). La sapienza porta alla salvezza, come la stoltezza alla rovina. Proviene da Dio, mira a Dio, considera ogni cosa dal punto di vista di Dio.

Il documento più rappresentativo della “sapienza” d’Israele è senz’altro il libro biblico dei Proverbi, appartenente al gruppo dei libri detti appunto “sapienziali”. Di particolare interesse nei Proverbi è la figura della sapienza personificata (1,20-33; 3,16-19 e capp. 8 – 9): la sapienza di Dio viene presentata non come una qualità nozionale, ma come una persona che sta a sé e agisce indipendentemente da Dio: esce da Lui, in Lui ha il fondamento e principio, a Lui nello stesso tempo è legata e ne è distinta.

In Proverbi 8 la Sapienza, prendendo essa stessa la parola, invita gli uomini ad ascoltare la sua voce (vv. 1-11), fa il proprio elogio (vv. 12-21), rivela la sua origine (vv. 22-25), la parte attiva che ebbe nella creazione (vv. 26-30) e la missione affidatale di ricondurre gli uomini a Dio (vv. 35-36). La Sapienza da tutta l’eternità vive con Dio; con Lui ha partecipato alla creazione e cerca con gioia la compagnia degli uomini (v. 31). Essa non desidera altro che comunicarsi all’uomo, per orientarlo alla conoscenza di Dio e all’incontro con Lui: “Chi trova me, trova la vita, e il Signore lo proteggerà” (v. 35). La Sapienza non può né ingannarsi né ingannare: i suoi detti sono conformi a giustizia (vv. 6-8). L’accoglierla è questione di vita o di morte per l’uomo (vv. 32-36). La Sapienza si presenta come colei che ha la chiave della conoscenza dell’universo e della vita umana, perché proviene da Dio e ha presieduto come mediatrice e ordinatrice all’opera della creazione. A questa Sapienza – che è stata costituita fin dall’eternità, che è stata generata quando ancora non esistevano gli abissi, né le sorgenti d’acqua, né le basi dei monti, e che era là quando Dio fissava i cieli, stabiliva i limiti del mare e disponeva le fondamenta della terra, che era presso di Lui come architetto (vv. 22-30) – sarà paragonato Cristo, Verbo di Dio, mediante il quale tutto è stato fatto, luce che illumina ogni uomo che viene in questo mondo (Giovanni 1,1-14), sapienza di Dio (1 Corinzi 1,24-30) venuta tra noi.

Gli autori del Nuovo Testamento si ispireranno al passo di Proverbi 8,22-31 per esprimere, anche mediante la categoria della sapienza, il mistero di Gesù Cristo e la sua opera. Gesù è presentato come sapienza e sapienza di Dio (Matteo 11,19; 12,42; Luca 11,49; 1 Corinzi 1,24); come la Sapienza, Cristo partecipa alla creazione e conservazione del mondo (Colossesi 1,15-17); in Cristo si assomma tutto ciò che Dio ha voluto comunicarci su di sé, su di noi e sull’universo (Giovanni 1,1-18). La Sapienza ha trovato la sua gioia vivendo in mezzo agli uomini (Proverbi 8,31); il Logos (cioè il Verbo, la Parola) è diventato un uomo e ha abitato tra noi (Giovanni 1,14). È soprattutto su questa corrispondenza di contenuto e di forma tra la Sapienza dei Proverbi e il Logos giovanneo che si appoggia l’esegesi dei Padri della Chiesa i quali, a partire da san Giustino, hanno interpretato il mistero della Sapienza come preannunzio del mistero della seconda persona della SS. Trinità, il Verbo incarnato, ossia il Cristo.

Per i cristiani la vera sapienza è quella della Croce, mediante la quale è stato rivelato all’umanità ciò che nessuna indagine filosofica o ricerca scientifica o meditazione poteva scoprire: l’amore di Dio per gli uomini e il suo piano di salvezza (Colossesi 1,15-23). Questa sapienza, però, può sembrare una pazzia a quelli che si fidano solo della ragione (cfr. 1 Corinzi 1,17 ss. e cap. 2).

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