SANT’IGNAZIO DI LOYOLA, SOLDATO DI CRISTO

Oggi la Chiesa ricorda Ignazio di Loyola.
La nostra Associazione, rifacendosi a lui come uno dei riferimenti spirituali ed operativi del nostro carisma, propone un bell’articolo che lo riguarda.

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Il “Racconto di un pellegrino”, la famosa autobiografia di Sant’Ignazio di Loyola, è in realtà qualcosa di più di una semplice autobiografia, dettata a Roma nell’estate del 1553 al fedele collaboratore Ludovico Gonçalves da Camara. Essa è una vera e propria “comunicazione di vita” quale i tanti seguaci religiosi e laici della spiritualità del grande santo antepongono all’inizio degli “Esercizi” stessi.

E’ – se fatta in modo onesto e completo – un primo e difficile passo, perché impone un confronto schietto ma serrato con sé, con il proprio essere in tutti i suoi limiti, con la propria storia, con quella della realtà in cui si è vissuti.

[…] Per Sant’ Ignazio è stata la confessione del Gonzales a fornire il punto d’appoggio, di “presa”, per un inizio. Il suo collaboratore gl’aveva confessato la sua tentazione di vanagloria. Una tentazione che aveva agito con forza anche sullo stesso Sant’Ignazio, e che agisce dove più, dove meno in noi tutti. Con onesta umiltà il grande santo inizia il “Racconto” proprio da questo suo limite umano:

Fino ai ventisei anni fu uomo dedito alle vanità del mondo. Amava soprattutto esercitarsi nell’uso delle armi, con un grande, quanto vano desiderio di farsi onore. Per cui, stando in una fortezza assediata dai francesi, mentre tutti erano del parere di arrendersi, alla sola condizione di aver salva la vita (poiché era chiaro che non si potevano più difendere), egli presentò al comandante tanti argomenti, da convincerlo a resistere ancora, contro il parere degli altri cavalieri; questi, con il suo coraggio e ardimento, restarono spronati …

I nostri limiti perciò possono addirittura accecarci al punto da apparirci come delle potenzialità. Appare qui una necessità inderogabile: la capacità di collocarsi oltre sé stessi, di cercare di vedersi da fuori o da altri punti di vista, da altre prospettive. Si tratta però di un qualcosa cui normalmente neppure si pensa. Il nostro vi fu costretto da un fatto fortuito:

Il giorno in cui ci si aspettava l’attacco dell’artiglieria, egli si confessò a uno di quei suoi compagni d’arme. Il cannoneggiamento durava da parecchio quando una bombarda lo colpì a una gamba, rompendogliela tutta; e poiché il proiettile aveva toccato le due gambe anche l’altra restò malconcia”.

La via alla guarigione fu difficile, complessa e dolorosa.

Ma il Signore gli dava salute. Arrivò a stare così bene che si sentiva del tutto guarito; non poteva, però, appoggiarsi completamente sulla gamba ed era quindi costretto a stare a letto. Poiché era molto dedito alla lettura di libri mondani e falsi, cosiddetti di cavalleria, sentendosi bene, chiese che gliene portassero per passare il tempo. Ma in quella casa non se ne trovò neppure uno di quelli che era solito leggere. Perciò gli diedero una certa “Vita Christi” e un libro, in volgare, sulla vita dei santi.

E’ guadagnata così la nuova prospettiva, il nuovo orizzonte, il fondamento da cui partire per volgersi alla propria vita: ns. Signore Gesù Cristo e la sua vita. E’ il “Principio e fondamento” degli “Esercizi Spirituali”: “L’uomo è creato per lodare, adorare e servire Dio nostro Signore e salvare così la propria anima; e le altre cose sulla faccia della terra sono create per l’uomo affinché lo aiutino al raggiungimento del fine per cui è stato creato. Da ciò consegue che l’uomo intanto deve servirsene in quanto lo aiutino nel suo, e in tanto deve allontanarsene in quanto gli siano di impedimento nello stesso fine. Per questa ragione è necessario renderci indifferenti verso tutte le cose create, in tutto quello che è consentito alla libertà del nostro libero arbitrio e non le è proibito, in modo da non desiderare da parte nostra più la salute che la malattia, più la ricchezza che la povertà, più l’onore che il disonore, più la vita lunga che quella breve, e così via, desiderando e scegliendo soltanto ciò che ci porta al fine per cui siamo stati creati.” E’ il “punto archimedeo” da cui muovere. Ma, come muovere? Come procedere? “Quando li leggeva più volte, per un tratto restava conquistato da ciò che vi era scritto. Ma quando smetteva di leggerli, talvolta si soffermava a pensare alle cose che aveva lette, mentre altre volte a quelle del mondo che prima teneva di solito a mente. (…) C’era però questa differenza: quando pensava a quelle cose del mondo, ne provava grande piacere, ma se, stanco, le lasciava stare, si ritrovava arido e scontento; mentre l’andare scalzo a Gerusalemme, il cibarsi di sole erbe, il praticare tutte le austerità, che vedeva essere state fatte dai santi, non solo lo consolavano quando vi si soffermava, ma erano pensieri che, anche dopo averli abbandonati, lo lasciavano soddisfatto e allegro. Allora, però, non ci faceva caso, né indugiava a valutare quella differenza; finché una volta gli si aprirono un poco gli occhi; cominciò a meravigliarsi di quella diversità e a rifletterci su, ricavando dall’esperienza come a causa di alcuni pensieri rimaneva triste, e, per altri, allegro. A poco a poco riuscì a conoscere la diversità degli spiriti che si agitavano: quello proveniente dal demonio, e l’altro da Dio.

Trovati il punto archimedeo ed il criterio con cui muoversi, Sant’Ignazio lo fa con quella stessa dedizione e determinazione ferma e risoluta con la quale prima procedeva nelle cose del mondo. Lascia tutto, vive di povertà e di elemosina, ma, soprattutto di preghiera e di contemplazione, tanta ed intensa.

Combatte con forza anche quelle proprie caratteristiche che sino ad allora lo avevano contraddistinto, quali la ricercatezza nel vestire, la minuziosa cura dell’eleganza e della propria persona. Finirà così con il cadere negl’eccessi opposti, ma di ciò si renderà conto solo diverso tempo dopo.

Riesce a portare a termine il proprio tanto desiderato intento di visitare le terra santa, in pellegrinaggio portato avanti con la sola e semplice questua. Comincia ad avere seguito, ma questo gli causa anche sospetti: è inquisito. Il suo atteggiamento nei confronti dell’ inquisizione è dapprima assai disponibile, si potrebbe quasi dire arrendevole, quando però si rende conto della inutile vacuità dei pretesti di questa e della vanità delle cose intorno a cui si muove, dell’assoluto non giovamento per sé ed i suoi compagni della cosa, con abilità da uomo di corte di rango quale era stato, se ne libera. Procede cioè anche in questo secondo i criteri del principio archimedeo e del discernimento degli spiriti.

Anche nella vita di Sant’Ignazio di Loyola si manifesta con evidenza – come in quella di tutti i grandi Santi dall’antichità ad oggi – la duplice presenza di Dio da una parte e del nemico dall’altra. Quest’ultimo evidentemente studiava assai bene il nostro ed il suo modo di procedere e soprattutto il criterio di discernimento degli spiriti, infatti – a differenza che con altri Santi, quali ad es. San Pio da Pietrelcina, cui si mostrò con sembianze mostruose, e che spesso combatté anche fisicamente – egli si mostrò travestito da angelo di luce: “… gli accadde molte volte, in pieno giorno, di vedere accanto a sé una cosa nell’aria che gli procurava grande piacere perché era bellissima, fuori dall’ordinario. Non riusciva a distinguere che specie di cosa fosse; in qualche modo sembrava avesse forma di un serpente con molte cose risplendenti come occhi, ma non lo erano. Il vedere questa cosa gli procurava molta gioia e consolazione: quanto più spesso la vedeva, più cresceva la consolazione; mentre, quando spariva, ne provava dispiacere.

Il demonio dunque si presenta in modo fascinoso, vestito di luce e, cercando di scimmiottare quella pace e serenità proprie di ciò che è da Dio, di introdursi nel criterio di discernimento evinto. Ma, “Durante i giorni di quella visione (che furono molti), o poco prima che essa cominciasse, lo assalì un pensiero duro che lo molestò. Gli si presentava la difficoltà della sua vita; come se qualcuno gli dicesse dentro dell’anima: “E come potrai tu sopportare questa vita, i settanta anni che devi vivere?” Ma a ciò, sempre internamente, egli rispose con grande forza (sentendo che proveniva dal nemico): “Miserabile! Puoi tu promettermi un’ora di vita?” In tal modo vinse la tentazione e restò tranquillo.

La visione dunque è sempre, o preceduta o seguita, comunque accompagnata dalla penetrazione sin nel fondo dell’anima di una inquietudine profonda. Alla fine l’inganno sarà palesato: “… andò ad inginocchiarsi davanti a una croce, lì presso per ringraziare Dio, e lì gli apparve quella visione, che mai aveva compreso, di una cosa con molti occhi che, come si è detto sopra, gli sembrava molto bella. Ma ben vide che, stando in presenza della croce, non aveva il suo solito bellissimo colore: allora capì chiaramente, e la volontà gliene dava decisa conferma, che quegli era il demonio. Dopo, molte volte e a lungo, così era solito apparirgli, ma egli, come per disprezzo, lo scacciava con un bastone che di solito portava.

Scacciato direttamente, il nemico continuerà a perseguirlo in modo subdolo, nascosto, sempre profittando delle caratteristiche specifiche della personalità del nostro. Sant’Ignazio fu così duramente ed a lungo tentato in quella che sempre era stata una sua peculiarità: la scrupolosità. La tentazione si protrasse per anni e con forza: sia, anzitutto, nella vita spirituale, sia in quella pratica e caritativa, sia poi nella vita di studio. La scrupolosità giungerà ad impacciarlo ed a paralizzarlo quasi del tutto proprio negli ambiti citati, quelli a cui teneva di più. Anche questa lotta però vedrà alla fine vincitore il nostro ex soldato, adesso soldato di ns. Signore Gesù Cristo. La vittoria sarà data anche qui, e dall’assiduità nella preghiera – dalla quale egli ricaverà una sempre maggiore chiarezza ed illuminazione, su Dio, su sé e sugl’uomini e sul Mondo – e dall’applicazione dei principi ricavati, in particolare dal principio e fondamento:

L’uomo è creato per lodare, adorare e servire Dio nostro Signore e salvare così la propria anima; e le altre cose sulla faccia della terra sono create per l’uomo affinché lo aiutino al raggiungimento del fine per cui è stato creato. Da ciò consegue che l’uomo intanto deve servirsene in quanto lo aiutino nel suo, e in tanto deve allontanarsene in quanto gli siano di impedimento nello stesso fine.” Gli scrupoli dunque saranno assiduamente seguiti nella misura in cui essi siano di giovamento al suo fine ultimo: quello di servire Dio, e allontanati nella misura in cui a questo impediscono.

Quella del nostro è una “comunicazione di vita” bellissima, esemplare, in cui si intrecciano indissolubilmente, la determinazione a cercare, seguire e servire Dio, nella preghiera e nello studio, così come nella vita mondana – “contemplativi nell’azione” sarà il motto ignaziano – e la ricerca dei criteri e dei principi atti a tal fine, cioè una vera e propria “metafisica”. La lotta, sempre assidua, aspra e dura sarà necessaria anche nei confronti dell’ Inquisizione, sarà necessaria nello stesso ambito ecclesiastico al fine di portare all’accettazione del nuovo metodo, dei suoi principi e criteri. Però: “Alla fine, dopo alcuni mesi, venne il Papa a Roma. Il pellegrino gli andò a parlare a Frascati e gli presentò alcune ragioni; il Papa si convinse e comandò che si emettesse la sentenza, che fu favorevole.

La vita di Sant’Ignazio perciò viene ad identificarsi con ciò che è stato radicalmente implicito in tutto il suo adorare, pregare, fare. Di nuovo: “L’uomo è creato per lodare, adorare e servire Dio nostro Signore e salvare così la propria anima; e le altre cose sulla faccia della terra sono create per l’uomo affinché lo aiutino al raggiungimento del fine per cui è stato creato. Da ciò consegue che l’uomo intanto deve servirsene in quanto lo aiutino nel suo, e in tanto deve allontanarsene in quanto gli siano di impedimento nello stesso fine”. 

 di Francesco Latteri Scholten

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