LA PAZIENZA DI FRANCESCO

Ma perché crescesse in lui il cumulo dei meriti, che trovano tutti il loro compimento nella pazienza, l’uomo di Dio incominciò ad essere tormentato da molteplici malattie: erano così gravi che a stento restava nel suo corpo qualche parte senza strazio e pena.
A causa delle varie, insistenti, ininterrotte infermità, era ridotto al punto che ormai la carne era consumata e rimaneva quasi soltanto la pelle attaccata alle ossa.
Ma, per quanto strazianti fossero i suoi dolori, quelle sue angosce non le chiamava sofferenze, ma sorelle.
Una volta, vedendolo pressato più del solito dai dolori lancinanti, un frate molto semplice gli disse: « Fratello prega il Signore che ti tratti un po’ meglio, perché sembra che faccia pesare la sua mano su di te più del dovuto ».
A quelle parole, il Santo esclamò con un grido: « Se non conoscessi la tua schiettezza e semplicità, da questo momento io avrei in odio la tua compagnia, perché hai osato ritenere discutibili i giudizi di Dio a mio riguardo ». E, benché stremato dalla lunga e grave infermità, si buttò per terra, battendo le ossa indebolite nella cruda caduta. Poi baciò la terra, dicendo: « Ti ringrazio, Signore Dio per tutti questi miei dolori e ti prego, o Signore mio, di darmene cento volte di più, se così ti piace. Io sarò contentissimo, se tu mi affliggerai e non mi risparmierai il dolore, perché adempiere alla tua volontà è per me consolazione sovrappiena ».
Per questo motivo ai frati sembrava di vedere un altro Giobbe, nel quale, mentre cresceva la debolezza del corpo, cresceva contemporaneamente la forza dello spirito.
Avendo conosciuto molto tempo prima il giorno del suo transito, quando esso fu imminente disse ai frati che entro poco tempo doveva deporre la tenda del suo corpo, come gli era stato rivelato da Cristo.

(Bonaventura da Bagnoregio, Vita major, 1238-2)

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43 Comments

  1. Ultimamente ho trovato la consapevolezza che il peccato è elevare se stessi, le proprie esigenze e la propria autoconservazione al di sopra della Volontà di Dio, dell’Amare Dio.
    Consapevolezza che ti conduce a capire che il tuo io lo fai dio.
    Se così non fosse non peccheresti perchè ameresti troppo per fare a Lui e dare a Lui un dispiacere e un dolore così grande.
    Dio vorrebbe che io fossi come questo Santo.
    Ma che abisso esiste fra me e lui!
    Desidero cambiare….ma non bisogna dirlo, bisogna farlo!
    Ecco la lotta che in me è in atto.

  2. Riporto un pezzetto di un dialogo tra Samuele turbato da Giuda Iscariota, che non comprende la natura del dolore salvifico.
    Dal libro: Il Valgelo come mi è stato rivelato di Maria Valtorta. Capitolo 565 dal versetto 8

    “Maestro, ma come puoi, sapendo così, essere così…Chi sale dal sentiero?”. Samuele si alza per vedere. Esclama: “Giuda!”
    “Si sono io. Mi hanno detto che era passato di qui il Maestro e invece trovo te. Torno indietro allora, lasciandoti ai tuoi pensieri”, e ride con la sua risatina che è più lugubre di un lamento di civetta, tanto è insincera.
    “Ci sono anche Io. Mi si vuole al paese?”, dice Gesù apparendo dietro alle spalle di Samuele.
    “Oh! Tu! Allora eri in buona compagnia, Samuele! E anche Tu, Maestro…”
    “Sì. E’ sempre buona la compagnia di uno che abbraccia la giustizia. Volevi Me per stare con Me, allora. E vieni. C’è posto anche per te come anche per Giovanni, se fosse con te.”
    “Egli è giù, alle prese con degli altri pellegrini”.
    “Allora bisognerà che Io vada, se ci sono dei pellegrini”.
    “No. Si fermano tutto domani. Giovanni li sta sistemando nei nostri letti per la sosta. Egli è felice di farlo.
    Già tutto lo fa felice. Proprio vi assomigliate. E non so come facciate ad esser felici sempre e di tutte le cose più…crucciose”.
    “La stessa domanda che stavo per fare io quando tu sei venuto!”, esclama Samuele.
    “Ah! sì! Allora anche tu non ti senti felice e ti stupisci che altri, in condizioni ancor più…difficili delle nostre, possano esserlo”.
    “Io non sono infelice. Non parlo per me. Ma penso da quali sorgenti venga la serenità del Maestro, che non ignora il futuro e che pure non si turba di cosa alcuna”.
    “Ma dalle sorgenti celesti! E’ naturale! Egli è Dio! Lo dubiti forse? Può un Dio soffrire? Egli è al di sopra del dolore. L’amore del Padre è per Lui come… come un vino inebbriante. E un vino inebbriante gli è la convinzione che le sue azioni…sono la salute del mondo. E poi…Può Egli avere le reazioni fisiche che noi, umili uomini, abbiamo? Ciò è contrario al buon senso.
    Se Adamo innocente non conosceva il dolore di nessuna specie, nè lo avrebbe conosciuto mai se innocente fosse rimasto, Gesù il …Superinnocente, la creatura…non so se dirla increata essendo un Dio, o creata perchè ha dei parenti…oh! quanti “perchè” insolubili ai futuri, Maestro mio! Se Adamo era esente dal dolore per la sua innocenza, può forse pensarsi che Gesù abbia a soffrire?”.
    Gesù sta a capo chino. Si è tornato a sedere sull’erba. I capelli gli fanno velo al volto. Non vedo perciò la sua espressione.
    Samuele, in piedi, di fronte a Giuda pure in piedi, ribatte: “Ma se deve essere il Redentore, deve realmente soffrire. Non ricordi Davide e Isaia?”
    “Li ricordo! Li ricordo! Ma essi, pur vedendo la figura del Redentore, non vedevano l’immateriale ausilio che il Redentore avrebbe avuto per essere…diciamo pure: torturato, senza sentirne dolore.”
    “E quale? Una creatura potrà amare il dolore, o subirlo con rassegnazione, a seconda della sua perfezione di giustizia. Ma lo sentirà sempre. Altrimenti…se non lo sentisse…non sarebbe dolore”.
    “Gesù è Figlio di Dio”.
    “Ma non è un fantasma! E’ vera Carne! La carne soffre se è torturata. E’ vero Uomo! Il pensiero dell’uomo soffre se è offeso e fatto oggetto di sprezzo.”
    “L’unione sua con Dio elimina in Lui queste cose dell’uomo”.
    Gesù alza la testa e parla: “In verità ti dico, o Giuda, che Io soffro e soffrirò come ogni uomo, e più di ogni uomo. Ma Io posso essere felice ugualmente, della santa e spirituale felicità di coloro che hanno ottenuto la liberazione dalle tristezze della Terra perchè hanno abbracciato la volontà di Dio per loro unica sposa. Lo posso perchè ho superato il concetto umano della felicità, l’inquietudine della felicità, così come gli uomini se la raffigurano. Io non inseguo ciò che per l’uomo costituisce la felicità; ma metto la mia gioia proprio in ciò che è all’opposto di quel che l’uomo insegue per tale. Quelle che sono le cose fuggite e sprezzate dall’uomo, perchè sono riputate peso e dolore, rappresentano per Me la cosa più dolce. Io non guardo l’ora. Guardo le conseguenze che l’ora può creare nell’eternità. Il mio episodio cessa ma il suo frutto dura. Il mio dolore ha termine, ma i valori del mio dolore non terminano. E che me ne farei di un’ora del così detto “essere felici” sulla Terra, un’ora raggiunta dopo un inseguimento ad essa di anni e lustri, quando poi quell’ora non potrebbe venire con Me nell’eternità come gaudio, quando l’avessi dovuta godere da Me solo, senza farne parte a quelli che amo?”
    “Ma se Tu trionfassi, noi, tuoi seguaci, avremmo parte della tua felicità!”, esclama Giuda.
    “Voi? E chi siete voi, rispetto alle moltitudini passate, presenti e future, alle quali il mio dolore darà la gioia? Io vedo più in là della felicità terrena. Io spingo lo sguardo oltre essa nel soprannaturale. Vedo il mio dolore mutarsi in gaudio eterno per una moltitudine di creature. E abbraccio il dolore come la più grande forza per raggiungere la felicità perfetta, che è quella di amare il prossimo sino a soffrire per dargli la gioia. Sino a morire per esso.”
    “Non capisco questa felicità”, proclama Giuda.
    “Non sei sapiente ancora. altrimenti lo capiresti”:
    “E Giovanni lo è? E’ più ignorante di me!”
    “Umanamente sì.Ma possiede la scienza dell’amore.
    “Va bene. Ma non credo che l’amore impedisca ai bastoni di essere bastoni e ai sassi di essere sassi e dal dolore alle carni che percuotono. Tu dici sempre che t’è caro il dolore perchè è per Te amore. Ma quando realmente sarai preso e torturato, sempre che sia possibile ciò, non so se avrai ancora questo pensiero.Pensaci mentre puoi sfuggire al dolore. Sarà tremendo, sai? Se gli uomini ti potranno prendere…oh! non ti useranno riguardi!”.
    Gesù lo guarda. E’ pallidissimo. I suoi occhi, bene aperti, sembrano vedere, oltre il volto di Giuda, tutte le torture che lo aspettano, eppre nella loro mestizia restano miti e dolci, e soprattutto sereni: due limpidi occhi di innocente in pace. Risponde: “Lo so. So anche quello che tu non sai. Ma spero nella misericordia di Dio. Egli, che è misericordioso ai peccatori, userà misericordia anche a Me. Non gli chiedo di non soffrire, MA DI SAPER SOFFRIRE. Ed ora andiamo. Samuele, precedici di un poco e avverti Giovanni che presto sarò in paese”.

  3. Spesso noi meditiamo la Passione di Gesù “fisica”, sostenuta per lo più nelle ultime ore della Sua vita terrena.
    Ho trovato, sempre nel libro: “Il Vangelo come mi è stato rivelato” di Maria Valtorta, Gesù che racconta a Lazzaro le Sue sofferenze spirituali sopportate durante tutta la Sua esistenza terrena.
    Ho preferito riportare il capitolo “L’Addio a Lazzaro” per intero per non modificare o manomettere il pensiero originale.

    Gesù è a Betania.
    E’ sera.
    Una placida sera di aprile.
    Dalle ampie finestre della sala dl convito si vede il giardino di Lazzaro tutto in fiore e, oltre, il frutteto che pare tutta una nuvola di petali lievi.
    Un profumo di verde novello, di un dolce amaro di fiori fruttiferi, di rose e altri fiori, si mescola, entrando col placido vento della sera che fa ondeggiare lievemente le tende stese sulle porte e tremolare le luci del lampadario del centro, ad un acuto profumo di tuberose, di mughetti, di gelsomini, mescolato in essenza rara, sopravvivenza del balsamo con cui Maria di Magdala ha profumato il suo Gesù, che ne ha ancora i capelli resi più scuri dall’unzione.
    Nella sala sono ancora Simone, Pietro, Matteo e Bartolomeo.
    Gli altri mancano come fossero già usciti per incombenze.
    Gesù si è alzato da tavola e osserva un rotolo di pergamena che Lassaro gli ha mostrato.
    Maria di Magdala gira per la sala…pare una farfalla attratta dalla luce.
    Non sa che volteggiare intorno al suo Gesù.
    Marta sorveglia i servi che levano le splendide stoviglie preziose, sparse sulla mensa.
    Gesù posa il rotolo su un’alta credenza, a intarsi d’avorio nel nero del legno lucido, e dice: “Lazzaro, vieni fuori. Ho bisogno di parlarti”.
    “Subito Signore”, e Lazzaro si alza dal suo sedile presso la finestra e segue Gesù nel giardino, in cui l’ultima luce del giorno si mesce al primo chiarissimo chiarore di luna.
    Gesù cammina dirigendosi oltre il giardino, là dove è il sepolcro che fu di Lazzaro e che ora mostra una grande cornice di rose tutte in fiore sulla sua bocca vuota.
    In alto di essa, sulla roccia lievemente inclinata, è scolpito: “Lazzaro, vieni fuori!”.
    Gesù si ferma lì.
    Vi è un silenzio assoluto e assoluta solitudine.
    “Lazzaro, amico mio”, chiede Gesù rimanendo in piedi, di fronte al suo amico, e fissandolo con un’ombra di sorriso nel volto molto smagrito e pallido più del consueto.
    “Lazzaro,amico mio, sai tu chi sono Io?”.
    “Tu?Ma sei Gesù di Nazaret, il mio dolce Gesù, il mio santo Gesù, il mio potente Gesù!”.
    “Questo per te. Ma per il mondo, chi sono Io?”.
    “Sei il Messia d’Israele”.
    “E poi?”.
    “Sei il Promesso, l’Atteso…Ma perché mi chiedi questo? Dubiti della mia fede?”.
    “No, Lazzaro. Ma Io ti voglio confidare una verità. Nessuno, fuorché mia Madre e uno dei miei, la sa. Mia Madre, perché Ella non ignora nulla. Uno, perché è compartecipe in questa cosa. Agli altri l’ho detta, in questi tre anni che sono con Me, molte e molte volte. Ma il loro amore ha fatto da nepente e da riparo alla verità annunciata. Non hanno potuto tutto capire… Ed è bene non abbiano capito, altrimenti, per impedire un delitto, ne avrebbero commesso un altro. Inutile. Perché ciò che deve avvenire avverrebbe, nonostante ogni uccisione. Ma a te la voglio dire.”
    “Dubiti che io ti ami meno di loro? Di quale delitto parli? Quale delitto deve avvenire? Parla, in nome di Dio!”.
    Lazzaro è agitato.
    “Parlo, sì. Non dubito del tuo amore. Tanto poco ne dubito che ad esso affido e confido le mie volontà…”.
    “Oh! Mio Gesù! Ma questo lo fa chi è prossimo a morte! Io l’ho fatto quando ho compreso che Tu non venivi e che io dovevo morire”.
    “Ed Io devo morire”.
    “Noooh!”. Lazzaro ha un alto gemito.
    “Non gridare. Che nessuno senta. Ho bisogno di parlare a te solo. Lazzaro, amico mio, sai tu che avviene in questo momento in cui tu sei presso a Me, nell’amicizia fedele che mi desti fin dal primo momento e che non fu mai turbata da nessun motivo? Un uomo, insieme ad altri uomini, sta contrattando il prezzo dell’Agnello. Sai che nome ha quell’Agnello? Ha nome Gesù di Nazaret”.
    “Noooh! I nemici ci sono, è vero. Ma non può uno venderti! Chi? Chi è?”.
    “E’ uno dei miei. Non poteva che essere uno di quelli che Io ho più fortemente deluso e che, stanco di attendere, vuole liberarsi da Colui che ormai non è più che un pericolo personale. Crede di rifarsi una stima, secondo il pensiero suo, presso i grandi del mondo. Sarà invece disprezzato dal mondo dei buoni e da quello dei delinquenti. E’ arrivato a questa stanchezza di Me, dell’attesa di ciò che con ogni mezzo ha cercato di raggiungere: la grandezza umana, perseguitata prima nel Tempio, creduta di raggiungere col Re di Israele, ed ora cercata nuovamente nel Tempio e presso i romani…Spera…Ma Roma, se sa anche premiare i suoi servi fedeli,… sa calpestare sotto il suo sprezzo i vili delatori. Egli è stanco di Me, dell’attesa, della soma che è l’essere buoni. Per chi è malvagio, l’essere, il dovere fingere di essere buono, è una soma di un peso schiacciante. Può essere sostenuta per qualche tempo…e poi… non si può più…e ci si libera di essa per tornare liberi. Liberi? Così credono i malvagi. Così lui crede. Ma libertà non è. L’essere di Dio è libertà. L’essere contro Dio è una prigionia di ceppi e catene, di pesi e sferzate, quale nessun galeotto al remo, quale nessuno schiavo alle costruzioni la sopporta sotto la sferza dell’aguzzino.”
    “Chi è? Dimmelo. Chi è?”.
    “Non serve”:
    “Sì che serve…Ah!…Non può essere che lui: L’uomo che è sempre stato una macchia nella tua schiera, l’uomo che anche poco fa ha offeso mia sorella. E’ Giuda di Keriot!”.
    “No. E’ Satana. Dio ha preso carne in Me: Gesù. Satana ha preso carne in lui: Giuda di Keriot. Un giorno…molto lontano…qui, in questo tuo giardino, Io ho consolato un pianto ed ho scusato uno spirito caduto nel fango. Ho detto che la possessione è il contagio di Satana che inocula i suoi succhi nell’essere e lo snatura. Ho detto che è il connubio, con Satana e con l’animalità, di uno spirito. Ma la possessione è ancor poca cosa rispetto all’incarnazione. Io sarò posseduto dai miei santi ed essi saranno da me posseduti. Ma solo in Gesù Cristo è Dio quale è in cielo, perché Io sono il Dio fatto Carne. Una sola è l’Incarnazione divina. Così ugualmente in uno solo sarà Satana, Lucifero, così come è nel suo regno, perché solo nell’uccisore del Figlio di Dio è Satana incarnato. Egli, mentre Io qui ti parlo, è davanti al Sinedrio e tratta e si impegna per la mia uccisione. Ma non è lui, è Satana. Ora ascolta, Lazzaro, amico fedele. Io ti chiedo alcuni piaceri. Tu non mi hai mai nulla negato. Il tuo amore fu tanto grande che, senza mai oltrepassare il rispetto, fu sempre attivo al mio fianco, con mille aiuti, con tanti previdenti aiuti e saggi consigli che Io ho sempre accettato, perché vedevo nel tuo cuore un vero desiderio del mio bene”.
    “Oh! Signor mio” Ma era la mia gioia occuparmi di Te! Che farò più ora, se non avrò da occuparmi del mio Maestro e Signore? Troppo! Troppo poco mi hai permesso di fare! Il mio debito verso Te, che hai reso Maria al mio amore e all’onore, e me alla vita, è tale che…Oh! Perché mi hai richiamato da morte per farmi vivere quest’ora? Ormai tutto l’orrore della morte e tutta l’angoscia dello spirito, tentato di paura da Satana nel momento di presentarsi al Giudice eterno, io l’avevo superato, ed era buio!…Che hai, Gesù? Perché fremi i impallidisci ancor più di quanto Tu non sia? Il Tuo volto è pallido più di questa rosa di neve che languisce sotto la luna. Oh! Maestro! Sembra che il sangue e la vita ti abbandonino…”
    “Sono infatti come uno che muore con le vene aperte. Tutta Gerusalemme, e voglio dire con ciò “tutti i nemici fra i potenti di Israele”, è attaccata a Me con avide nocche e mi aspira la vita e il sangue. Vogliono fare silenzio della Voce che per tre anni li ha tormentati anche amandoli,… perché ogni mia parola, anche se era parola d’amore, era scossa che richiamava al risveglio la loro anima, e loro non volevano sentire questa loro anima, loro che l’hanno legata con la loro sensualità triplice. E non solo i grandi…Ma tutta, tutta Gerusalemme sta per accanirsi sull’Innocente e volerne la morte… e con Gerusalemme la Giudea…e con la Giudea la Perea, L’Idumea, la Decapoli, la Galilea, la Sirofenicia… tutto, tutto Israele convenuto a Sionne per il “Passaggio” del Cristo da vita a morte…Lazzaro, tu che sei morto e che sei risorto, dimmi: cosa è il morire? Che provasti? Che ricordi?”.
    “Il morire?…Non ricordo esattamente che fu. Dopo la grande sofferenza successe un grande languore…Mi pareva di non soffrire più e di avere solo un grande sonno…Luce e rumore divenivano sempre più fiochi e lontani…Dicono le sorelle e Massimino che io davo segno d aspra sofferenza… Ma io non la ricordo…”
    “Già. La pietà del Padre ottunde ai morenti il sensorio intellettuale, di modo che essi soffrono unicamente con la carne, che è quella che deve essere purificata da questo prepurgatorio che è l’agonia. Ma Io…E della morte che ricordi?”.
    “Nulla, Maestro. Ho uno spazio buio nello spirito. Una zona vuota. Ho un’interruzione nel corso della mia vita che non so come riempire. Non ho ricordi. Se io guardassi nel fondo di quel buco nero che mi tenne per quattro giorni, pur essendo notte ed essendo in esso ombra, sentirei, se non vedrei, il gelo umido salire dalle sue viscere e sventarmi in faccia. E’ già una sensazione. Ma io, se penso a quei quattro giorni, non ho nulla. Nulla. E’ la parola.”
    “Già. Coloro che tornano non possono dire…il mistero si svela volta per volta a colui che vi entra. Ma Io, Lazzaro , Io so cosa soffrirò. Io so che soffrirò in piena coscienza. Non vi sarà nessun addolcimento di bevande e di languore per cui meno atroce mi diventa l’agonia. Io mi sentirò morire. Già lo sento…Muoio già, Lazzaro.
    Come uno malato di incurabile malattia, ho continuato a morire in questi trentatré anni. E sempre più il morire si è accelerato man mano che il tempo mi avvicinava a quest’ora. Prima ero solo il morire del sapere dell’esser nato per essere Redentore. Poi fu il morire di chi si vede combattuto, accusato, deriso, perseguitato, ostacolato… Che stanchezza! Poi… il morire di avere di fianco, sempre più vicino, fino ad averlo abbrancato a Me come una piovra al naufrago, colui che è il mio Traditore. Che nausea! Ora muoio nello strazio del dovere dire “addio” agli amici più cari, e alla Madre…”.
    “OH! Maestro! Tu piangi?! So che hai pianto anche davanti al mio sepolcro perché mi amavi. Ma ora… Tu piangi di nuovo. Sei tutto un gelo. Hai le mani già fredde come un cadavere. Tu soffri…Troppo Tu soffri!…”.
    “Sono l’Uomo, Lazzaro. Non sono solo il Dio. Dell’uomo ho la sensibilità e gli affetti. E l’anima mi si angoscia pensando alla Madre…Eppure, Io te lo dico, è divenuta tanto mostruosa questa mia tortura di subire la vicinanza del Traditore, l’odio satanico di tutto un mondo, la sordità di coloro che, se non odiano, neppure sanno amare attivamente, perché amare attivamente è giungere ad essere quale l’Amato vuole e insegna, e invece qui!…Sì, molti mi amano. Ma sono rimasti “loro”. Non hanno preso un altro io per amore mio. Sai chi ha saputo, fra i miei più intimi, snaturarsi per divenire di Cristo, come Cristo vuole? Una sola: tua sorella Maria. Lei è partita da una animalità completa e pervertita per giungere ad una spiritualità angelica. E questo per unica forza dell’amore.”
    “Tu l’hai redenta”.
    “Tutti li ho redenti con la parola. Ma solo lei si è mutata totalmente per attività d’amore.. Ma dicevo: e tanto è mostruosa la mia sofferenza di tutte queste cose, che non sospiro altro che tutto sia compiuto. Le mie forze piegano…Sarà meno pesante la croce di questa tortura dello spirito e del sentimento…”.
    “La croce?! Nooh! Oh! No! E’ troppo atroce! E’ troppo infamante! No!”. Lazzaro, che ha tenuto da qualche tempo fra le sue le mani gelate di Gesù, ritto di fronte al suo Maestro, le lascia andare e si accascia sul sedile di pietra che è lì presso, si chiude il viso fra le mani e piange desolatamente.
    Gesù gli si accosta, gli pone la mano sulle spalle scosse dai singhiozzi e dice: “E che? Devo essere Io, che muoio, colui che consola te che vivi? Amico, Io ho bisogno di forza e di aiuto. E te lo chiedo. Non ho che te che me lo possa dare. Gli altri è bene che non sappiano. Perché se sapessero…Correrebbe del sangue. E Io non voglio che gli agnelli divengano lupi, neppure per amore dell’Innocente. La Madre…oh! Che trafittura parlare di Lei!…La Madre ha già tanta angoscia! Anche Lei è una moritura esausta… Sono trentatré anni che muore Lei pure, ed ora è tutta una piaga, come la vittima di un atroce supplizio. Ti giuro che ho combattuto fra la mente e il cuore, fra l’amore e la ragione, per decidere se era giusto allontanarla,rimandarla nella sua casa deve Ella sempre sogna l’Amore che l’ha resa Madre, gusta il sapore del suo bacio di fuoco, trasale nell’estasi di quel ricordo e con occhi d’anima sempre vede alitare l’aria percossa e smossa da un bagliore angelico. In Galilea la notizia della Morte giungerà quasi al momento in cui Io potrò dirle: “Madre, Io sono il Vincitore!”. Ma non posso, no, non posso fare questo. Il povero Gesù, carico dei peccati del mondo, ha bisogno di un conforto. E la Madre me lo darà. L’ancora più povero mondo ha bisogno di due Vittime. Perché l’uomo peccò con la donna; e la Donna deve redimere, come l’Uomo redime. Ma, fino a che l’ora non sarà suonata, Io do alla Madre un sorriso sicuro…Ella trema…lo so. Ella sente avvicinarsi la Tortura. Lo so. E ne repelle per naturale ribrezzo e per santo amore, così come Io repello alla Morte perché sono un “vivo” che deve morire. Ma guai se sapesse che fra cinque giorni…Non giungerebbe viva a quell’ora, ed Io la voglio viva per trarre dalle sue labbra forza come trassi vita dal suo seno. E Dio la vuole sul Calvario per mescolare l’acqua del pianto verginale al vino del Sangue divino e celebrare la prima Messa. Sai che sarà la Messa? Non sai. Non puoi sapere. Sarà la mia morte applicata in perpetuo al genere umano vivente o penante. Non piangere, Lazzaro. Ella è forte. Non piange. Ha pianto per tutta la sua vita di Madre. Ora non piange più. Si è crocifissa il sorriso sul volto…Hai visto che volto le è venuto in questi ultimi tempi? Si è crocifissa il sorriso sul volto per confortare Me. Ti chiedo di imitare mia Madre. No potevo più tenere da Me solo il mio segreto. Mi sono guardato intorno cercando un amico sincero e sicuro. Ho incontrato il tuo sguardo leale. Ho detto: “A Lazzaro”. Io, quando tu avevi un macigno sul cuore, horispettato il tuo segreto e l’ho difeso contro l’anche naturale curiosità del cuore. Ti chiedo lo stesso rispetto per il mio. Dopo…dopo la mia morte tu lo dirai. Dirai questo colloquio. Perché si sappia che Gesù andò cosciente alla morte e alle note torture unì anche questa di non avere nulla ignorato, né sulle persone, né sul suo destino. Perché si sappia che, mentre ancora poteva salvarsi, non volle, perché l’amore suo infinito per gli uomini non ardeva che di consumare il sacrificio per essi”.
    “Oh! Salvati, Maestro! Salvati! Io ti posso far fuggire. Questa stessa notte. Una volta sei pur fuggito in Egitto! Fuggi anche ora. Vieni, andiamo. Prendiamo Maria con noi e le sorelle, e andiamo. Nessuna delle mie ricchezze mi attrae, lo sai. La ricchezza mia e di Maria e Marta sei Tu. Andiamo.”
    “Lazzaro, allora sono fuggito perché non era l’ora. Ora è l’ora. E resto.”
    “E allora io vengo con te. Non ti lascio”.
    “No tu resti qui. Posto che una licenza concede che chi è dentro la passeggiata di un sabato possa consumare l’agnello nella sua casa, ecco che tu, come sempre, consumerai qui il tuo agnello. Però lasciami venire le sorelle…Per la Mamma…Oh! Cosa ti celavano, o Martire, le rose dell’amore divino! L’abisso! L’abisso! E da esso ora salgono e s’avventano le fiamme dell’Odio a morderti il cuore! Le sorelle, sì. Sono forti e attive… e la Mamma sarà un essere agonizzante, curvo sulla mia spoglia. Giovanni non basta. E’ l’amore, Giovanni. Ma è ancora immaturo. Oh! Maturerà divenendo uomo nello strazio di questi prossimi giorni. M la Donna ha bisogno delle donne sulle sue tremende ferite. Me le concedi?”.
    “Ma tutto, tutto sempre ti ho dato con gioia, e solo mi dolevo che Tu volessi così poco!…”.
    “Lo vedi. Da nessun altro ho accettato quanto dagli amici di Betania. Questa è stata una delle accuse che l’ingiusto mi ha fatto più di una volta. Ma Io trovavo qui, fra voi, tanto da consolare l’Uomo da tutte le sue amarezze d’uomo. A Nazaret era il Dio che si racconsolava presso l’unica Delizia di Dio. Qui era l’Uomo. Ed Io, prima di salire alla morte, ti ringrazio, amico fedele, amoroso, gentile, premuroso, riservato, dotto, discreto e generoso. Di tutto ti ringrazio. Il Padre mio, poi, ti darà compenso…”.
    “Tutto ho già avuto col tuo amore e con la redenzione di Maria.”.
    “Oh”no. Molto ancora devi avere. Ed avrai. Ascolta. Non disperarti così. Dammi la tua intelligenza perché Io possa dirti ciò che ancora ti chiedo. Tu resterai qui ad attendere…”
    “No, questo no. Perché Maria e Marta, e non io?”.
    “Perché non voglio che tu ti corrompa come tutti i maschi si corromperanno. Gerusalemme nei giorni futuri sarà corrotta come lo è l’aria intorno ad una carogna putrida, crepata all’improvviso per l’imprudente colpo di tallone di un passante. Ammorbata e ammorbante. I suoi miasmi renderanno folli anche i meno crudeli, anche i miei discepoli stessi. Essi fuggiranno. E dove verranno nello sbigottimento loro? Da Lazzaro. Quante volte, in questi tre anni, essi sono venuti per cercare pane, letto, difesa, ricovero, e il Maestro!… Ora torneranno. Come pecore sbandate dal lupo che ha rapito il pastore, correranno ad un ovile. Radunale. Rincuorale. Di’ loro che Io le perdono. Ti affido il mio perdono per loro. Non avranno pace per essere fuggiti. Di’ loro di non cadere in un più grande peccato col disperare del mio perdono”.
    “Tutti fuggiranno?”.
    “Tutti, meno Giovanni”.
    “Maestro. Non mi chiederai di accogliere Giuda? Fammi morire di tortura, ma questo non me lo chiedere. Più volte la mia mano ha fremuto sulla mia spada, ansiosa di uccidere l’obbrobrio della famiglia. E non l’ho mai fatto perché non sono un violento. Fui solo tentato di farlo. Ma ti giuro che, se rivedo Giuda, come un capro di delitto io lo sgozzo.”
    “Fuggirà?” Non importa. Ho detto: “Se lo vedrò”. Ora dico: “Io lo raggiungerò, fosse ai confini del mondo, e lo ucciderò”.
    “Non lo devi desiderare”.
    “Lo farò”.
    “Non lo farai, perché dove egli sarà tu non potrai andare”.
    “In seno al Sinedrio? Nel Santo? Anche là lo raggiungerò e ucciderò”.
    “Non sarà là”.
    “Da Erode? Sarò ucciso, ma prima lo ucciderò”.
    “Sarà da Satana. E tu non sarai mai da Satana. Ma deponi subito questo pensiero omicida, perché altrimenti Io ti lascio”.
    “Oh! Oh!…Ma…Sì, per Te…Oh! Maestro! Maestro! Maestro!”.
    “Sì. Il tuo Maestro…Accoglierai i discepoli, li conforterai. Li ricondurrai verso la Pace. Io sono la Pace. E anche dopo…Dopo tu li aiuterai. Betania sarà sempre Betania, finchè l’Odio non frugherà in questo focolare d’amore credendo disperderne le fiamme, ed invece spargendole sul mondo per accenderlo tutto. Io ti benedico, Lazzaro, per tutto quanto hai fatto e per tutto quello che farai…”.
    “Nulla, Nulla. Ti mi hai tratto dalla morte e non mi permetti di difenderti. Che ho fatto allora?”.
    “Mi hai dato le tue case. Vedi? Era destino. Il primo alloggio in Sionne in una terra che è tua. L’ultimo ancora in una di esse. Era destino che Io fossi il tuo Ospite. Ma dalla morte non mi potresti difendere. Ti ho chiesto in principio di questo colloquio: “Sai tu chi sono?”. Ora rispondo: “Sono il Redentore”. Il Redentore deve consumare il sacrificio sino all’ultima immolazione. Del resto, credilo. Colui che salirà sulla croce e sarà esposto agli sguardi e agli scherni del mondo non sarà un vivo. Ma un morto. Io sono già un morto. Ucciso dal non amore più e prima che dalla tortura. E ancora una cosa, amico. Io domani all’aurora vado a Gerusalemme. E tu sentirai dire che Sionne ha acclamato come un trionfatore il suo Re mansueto, che entrerà in essa cavalcando un asinello. Non ti illuda questo trionfo e non ti faccia giudicare che la Sapienza che ti parla fu non sapiente in questa placida sera. Più ratto di astro che riga il cielo e scompare per spazi sconosciuti, dileguerà il favore popolare, ed Io fra cinque sere, a questa stessa ora, inizierò la tortura con un bacio d’inganno che aprirà le bocche, domani osannanti, in un coro di atroci bestemmie e di feroci voci di condanna.
    Sì. Lo avrai finalmente, o città di Sionne, o popolo d’Israele, l’Agnello pasquale! Lo avrai in questo prossimo rito. Eccolo. E’ la Vittima preparata dai secoli. L’Amore l’ha generata, preparandosi per talamo un seno in cui non fu macchia. E l’Amore la consuma. Ecco. E’ la Vittima conscia. Non come l’agnello che, mentre il beccaio affila il coltello per sgozzarlo, ancor bruca l’erbetta de prato, o ignaro urta col muso rosato contro il tondo capezzolo materno. Ma Io sono l’Agnello che cosciente dice: “Addio!” alla vita, alla Madre, agli amici, e va al sacrificatore e dice: “Eccomi!”. Io sono il Cibo dell’uomo. Satana ha messo una fame che mai si è saziata. Che non si può saziare. Solo un cibo la sazia, perché leva quella fame. E quel Cibo, eccolo. Ecco, uomo, il tuo Pane. Ecco il tuo Vino. Consuma la tua Pasqua, o Umanità! Passa il tuo mare, rosso delle fiamme sataniche. Tinta del mio Sangue tu passerai, razza dell’Uomo, preservata dal fuoco infernale. Puoi passare. I Cieli, premuti dal mio desiderio, già socchiudono le eterne porte. Guardate, o spiriti dei morti! Guardate, o uomini viventi! Guardate, angeli del Paradiso! Guardate, demoni dell’Inferno! Guarda, o Padre; guarda, o Paraclito! La Vittima sorride. Non piange più…
    Tutto è detto. Addio, amico. Te pure non ti vedrò più prima della morte. Diamoci il bacio di addio. E non dubitare. Ti diranno: “Era un folle! Era un demonio! Un mentitore! E’ morto mentre diceva che era la Vita”. A loro, e specie a te stesso rispondi: “Era ed è la Verità e la Vita. E’ il Vincitore della morte. Io lo so. E non può essere l’eterno Morto. Io lo attendo. E non sarà consumato tutto l’olio nella lampada, che l’amico tiene pronta per far luce al mondo, convitato alle nozze del Trionfatore, che Egli, lo Sposo, tornerà. E la luce, questa volta, non potrà mai più essere spenta”. Credi questo, Lazzaro. Ubbidisci al mio desiderio. Senti questo usignolo come canta dopo essersi taciuto per lo scoppio del tuo pianto? Così fa tu. La tua anima, dopo l’inevitabile pianto sull’Ucciso, canti l’inno sicuro della tua fede. Sii benedetto. Dal Padre, dal Figlio, dallo Spirito Santo.”.

  4. Ho trovato un altro brano che secondo me si inserisce bene nell’argomento sofferenza.
    Diciamolo pure. Pochi sono santi che accettano con pazienza e amore le sofferenze e spesso ci si chiede ma perchè? Io non ho chiesto di soffrire!
    Penso che questo spezzone di dialogo tra Pietro e Gesù possa rispondere a questo interrogativo.
    Capitolo 555.5 LEZIONE A SIMON PIETRO SUL DOLORE DEI BUONI E DEGLI INNOCENTI.

    ……..
    “E’ tardi Maestro. Tu devi dormire”.
    “Tu più di Me, Simone, che all’alba devi metterti in cammino”.
    “Oh! per me! Stare qui con Te è più riposo che stare sul letto”.
    “Parla, dunque. Tu sai che poco Io dormo…”
    “Ecco! Io sono uno zuccone, lo so e lo dico senza vergogna. E se fosse per me non mi importerebbe molto di sapere, perchè penso che la sapienza più grande sia amarti e seguirti e servirti con tutto il cuore. Ma Tu mi mandi qua e là. E la gente mi interroga e io devo rispondere. Perchè gli uomini hanno gli stessi pensieri. Tu dicevi ieri che sempre gli innocenti e i santi soffriranno, anzi saranno quelli che soffrono per tutti. Questo è duro per il mio intelletto, anche che Tu dica che essi stessi lo desidereranno. E penso che, come è duro per me, possa esserlo per altri. Se me ne chiedono, che cosa devo rispondere? In questo primo viaggio una madre mi disse: “Non era giusto che la mia bambina morisse con tanto dolore, perchè era buona e innocente”. E io, non sapendo che dire, le ho detto le parole di Giobbe: “Il Signore ha dato. Il Signore ha tolto. Sia Benedetto il Nome del Signore”. Ma non sono rimasto persuaso neppure io. E non ho persuaso lei. Vorrei un’altra volta sapere che dire…”.
    “E’ giusto. Ascolta. Pare un’ingiustizia, ed è una grande giustizia, che i migliori soffrano per tutti. Ma dimmi un poco, Simone. Cosa è la Terra? Tutta la Terra”.
    “La Terra? Uno spazio grande, grandissimo, fatto di polvere e acque, di rocce, con piante, animali e creature umane”.
    “E poi?”
    E poi basta…A meno che Tu non voglia che io dica che è il luogo di castigo dell’uomo e di esilio”.
    “La Terra è un altare, Simone. Un enorme altare. Doveva essere altare di lode perpetua al suo Creatore. Ma la Terra è piena di peccato. Perciò deve essere altare di perpetua espiazione, di sacrificio, su cui ardono le ostie. La Terra dovrebbe, come gli altri mondi sparsinel Creato, cantare i salmi a Dio che l’ha fatta. Guarda!”
    Gesù apre le imposte di legno, e dalla finestra spalancata entra il fresco della notte, il rumore del torrente, il raggio di luna, e si vede il cielo trapunto di stelle.
    “Guarda quegli altri! Essi cantano con la voce loro, che è di luce e di moto negli spazi infiniti del firmamento, le lodi di Dio. Da millenni dura il loro canto, che sale dagli azzurri campi del cielo al Cielo di Dio. Possiamo pensare astri e pianeti, stelle e comete come creature siderali che, come siderali sacerdoti, leviti, vergini e fedeli, devono cantare in un tempio sconfinato le laudi del Creatore. Ascolta, Simone. Senti il fruscio delle brezze fra le fronde e il rumore delle acque nella notte. Anche la Terra canta, come il cielo, coi venti, con le qcque, con la voce degli uccelli e degli animali. Ma, se per il firmamento basta la luminosa lode degli astri che lo popolano, non basta il canto dei venti, acque e animali per il tempio che è la Terra. Perchè in essa non sono solo venti, acque e animali, cantanti incoscentemente le lodi di Dio, ma in essa è anche l’uomo: la creatura perfetta sopra tutto ciò che è vivente nel tempo e nel mondo, dotata di materia come gli animali, i minerali e le piante, e di spirito come gli angeli del Cielo, e come essi destinata, se fedele nella prova, a conoscere e possedere Dio, con la grazia prima, col Paradiso poi. L’uomo, sintesi che abbraccia tutti gli stati, ha una missione che gli altri creati non hanno e che per lui dovrebbe essere, oltre che dovere, una gioia: amare Dio. Ripagare Dio dell’amore che Egli ha dato all’uomo dandogli la vita e dandogli il Cielo oltre la vita. Dare CULTO INTELLIGENTE. Considera, Simone. Che bene ritrae Dio dalla Creazione? Che utile? Alcuno. La Creazione non aumenta Dio, non lo santifica, non lo arricchisce. Egli è infinito. Tale sarebbe stato anche se la Creazione non fosse stata. Ma Dio-Amore voleva avere dell’amore. Ed ha creato per avere amore. Unicamente amore può trarre dal Creato Iddio, e questo amore, che è intelligente e libero unicamente negli angeli e negli uomini, è la gloria di Dio, la gioia degli angeli, la religione per gli uomini. Quel giorno che il grande altare della Terra tacesse di lodi e di suppliche d’amore, la Terra cesserebbe di essere. Perchè, spento l’amore,sarebbe spenta la riparazione, e l’ira di Dio annullerebbe l’inferno terrestre che sarebbe divenuta la Terra. LA TERRA, dunque, PER ESISTERE DEVE AMARE. E ancora: La Terra deve essere il Tempio che ama e prega con l’intelligenza degi uomini. Ma nel Tempio, in ogni Tempio, quali vittime si offrono? Le vittime pure, senza macchia nè tara. Solo queste sono gradite al Signore. Esse e le primizie. Percè al padre della famiglia vanno date le cose migliori, e a Dio Padre dell’umana Famigiglia va data la primizia di ogni cosa, e le cose elette.
    Ma ho detto che la Terra ha un duprlice dovere di sacrificiof: quello di lode e quello di espiazione. Perchè l’Umanità che la copre ha peccato nei primi uomini e pecca continuamente, aggiungendo al peccato di disamore a Dio quegli altri mille delle sue aderenze alle voi del mondo, deòòa carme e di Satana. Colpevole, colpevole Umanità che, avendo somiglianza con Dio, avendo intelligenza propria e aiuti divini, è peccatrice sempre, e sempre più. Gli astri ubbidiscono, le piante ubbidiscono, gli elementi ubbidiscono, gli animali ubbidiscono e, così come sanno, lodano il Signore. Ecco allora la necessità di anime ostie che animo ed espiino per tutti. Sono fanciulli che pagano, innocenti e ignari, l’amaro castigo del dolore per coloro che non sanno che peccare. Sono i santi che, volonterosi, si sacrificano per tutti.
    Fra poco – un anno o un secolo è sempre “poco” rispetto all’eternità – non si celebreranno più altri olocausti sull’altare de gran Tempio della Terra fuor di questi delle vittime-uomo, consumate co il perpetuo sacrificio: ostie con l’Ostia perfetta. Non ti scuotere, Simone. Non dico già che Io metterò un culto simile a quello di Moloc e di Baal e di Astarte. Gli uomini stessi ci immoleranno. E noi andremo lieti alla morte per espiare e amare per tutti. E poi verranno i tempi in cui gli uomini non immoleranno più gli uomini. Ma sempre vi saranno le vittime pure, che l’amore consuma insieme alla gran Vittima nel Sacrificio per perpetuo. Dico l’amore di Dio e l’amore per Dio. Invero esse saranno le ostie del tempo e del Tempio futuro. Non agnelli e capri, vitelli e colombi, ma il sacrificio del cuore + ciò che Dio gradisce. Davide lo ha intuito. E nel tempo nuovo, Tempo dello spirito e dell’amore, solo questo sacrificio sarà gradito.
    Considera, Simone, che se un Dio ha dovuto incarnarsi per placare la Giustizia divina per il gran Peccato, per i molti peccati degli uomini, nel tempo della verità solo i sacrifici degli spiriti degli uomini possono placare il Signore. Tu pensi: “Ma perchè allora Egli, l’Altissimo, dette ordine di immolargli i figli degli animali e i frutti delle piante?” Io te lo dico: perchè, prima della mia venuta, l’uomo era un olocausto macchiato, e per chè non era conosciuto l’Amore. Ora conosciuto sarà. E l’uomo, che conoscerà l’Amore, perchè Io renderò la Grazia per la quale l’uomo conosce l’Amore, uscirà dal letargo, ricorderà, compremderà, vivrà, si sostituirà ai capri e agli agnelli, ostia di amore e di espiazione, ad imitazione dell’Agnello di Dio, suo Maestro e Redentore. Il dolore, sin qui castigo, si muterà in amore perfetto, e beati quelli che lo abbracceranno per amore perfetto.”
    “Ma i bambini…”.
    “Vuoi dire coloro che ancor non sanno offrirsi…E sai tu quando Dio parli in essi? Il linguaggio di Dio è linguaggio spirituale. L’anima lo intende e l’anima non ha età. Anzi ti dico che l’anima fanciulla, perchè senza malizia, è , per capacità di intendere Dio, più adulta di quella di un gegliardo peccatore. Io ti dico, Simone, che tu vivrai tanto da vedere molti pargoli insegnare agli adulti, e anche a te stesso, la sapienza dell’amore eroico. Ma in quei piccoli che muoiono per ragioni naturali è Dio che opera direttamente, per ragioni di un così alto amore che non posso spiegati, rientrando esse nelle sapienze che sono scritte nei libri della Vita e che solo nel Cielo saranno letti dai beati. Letti, ho detto, Ma, in verità, basterà guardare Iddio per conoscere non solo Dio, ma anche la sua infinita sapienza…”Abbiamo fatto venire il tramonto della luna, Simone…Presto è l’alba e tu non hai dormito…”
    “Non importa, Maestro. Ho perduto poche ore di sonno e acquistato tanta sapienza. E sono stato con Te. Ma se Tu lo permetti, ora vado. Non a dormire. Ma a ripensare alle tue parole”. E’ già sulla porta e sta per uscire quando si ferma pensieroso e poi dice: “Ancora una cosa, Maestro. E’ giusto che io dica, a qualcuno che soffre, che il dolore non è n castigo ma è una….grazia, una cosa come…la nostra chiamata, bella anche se faticosa, bella anche se, a chi non sa, può parere brutta e triste cosa?”
    “Lo puoi dire, Simone. E’ la verità. Il dolore non è un castigo, quando lo si sa accogliere e usare con giustizia. Il dolore è come un sacerdozio, Simone. Un sacerdozio aperto a tutti. Un sacerdozio che dà un gran potere sul cuore di Dio. E un gran merito. Nato col peccato, sa placare la Giustizia. Perchè Dio sa usare al Bene anche quanto l’Odio ha creato per dare deldolore. Io non ho voluto altro mezzo er annullare la Colpa. Perchè non vi è mezzo più grande di questo”.

  5. LA MIA COLPA

    Oggi parlo di un argomento trattato da tanti.
    Argomento che spesso viene però trattato in terza persona, o come situazione già superata.
    Fatto sta che io ci sono proprio in mezzo.
    Bene, io ci faccio il bagno da mattino a sera e da sera a mattina.
    Vivo immersa nel brodo prodotto dal mio peccato.
    Denso e maleodorante, che mi riempie le narici provocandomi spasmi di vomito.
    Vomito che va a rimescolarsi nel brodo putrido.
    Mi faccio schifo da sola.
    Tanto schifo che non vorrei convivere con me, divorzierei se fosse possibile, ma non lo è.
    Il colmo dei colmi è che pur vedendomi così persisto a formulare pensieri, dire parole e compiere azioni che sono agli antipodi con i miei ideali ma che si combinano perfettamente con quello che sono.
    Risultato è credere e voler diventare una persona ma continuare ad essere un animale.
    Perché dico un animale?
    Gli animali seguono il loro istinto, mentre la persona ha in sé anche altri valori superiori e che dovrebbero mettere un limite e un freno anche al puro istinto di fare tutto per raggiungere il maggiore confort di benessere e comodità.
    Bene! Detto questo è dire: “Io so cosa voglio, so come bisognerebbe comportarsi per raggiungere il mio obbiettivo, ma….sto troppo bene così per mettermi in cammino.”
    Ho scoperto che sono attaccata al mio benessere.
    Ho scoperto che sono troppo attaccata alle mie comodità.
    Ho scoperto che mi voglio troppo bene.
    Ecco il punto.
    Mi voglio troppo bene per decidere di soffrire solo un po’, per far contento anche il mio spirito, la mia anima.
    Ma viene allora da domandarsi: “Il tuo io non è composto sia dal corpo che dallo spirito?”
    “Già! Verissimo. Indiscutibile. Il problema però è che anni di guerre hanno fatto prevalere, spero solo per il momento, le necessità fisiche a quelle spirituali.
    Ho riletto l’altro ieri il blog “Samurai Cristiani, una storia sconosciuta” pubblicato proprio qui su Falco Bianco. (Non lo riporto perché basta scorrere e lo si trova.) Bè, mi ha impressionato. Quarantamila persone che lasciano tutto, dico tutto, per la fede.
    Un conto è dirlo e un conto è farlo.
    Quando mi guardo e vedo e penso a come sono io e a quanto mi vedo pronta a fare veramente…è il momento che mi vomito.
    Torno al discorso.
    Spontaneo mi è venuto di paragonare il mio spirito con le sue necessità a quei quarantamila rinchiusi in quella fortezza pronti a combattere fino a morire contro un esercito di samurai super armati e capaci per difendere la loro fede.
    Il punto è che loro sono morti e il mio spirito a che punto è?
    E quell’ esercito super armato, non è altro che il mio corpo con le sue priorità, le sue abitudini e i suoi vizi.
    Provi a fare una cosa, dici: “mi piace”, perciò la rifai, la rifai, fino a diventare un’abitudine e poi un’esigenza…fino a dire: “non posso farne a meno”.
    Perciò non sei più tu che decidi di farla ma è lei, cosa, che ti comanda: “Falla!!!”.
    Così mi sento.
    Circondata da cose che dicono: “Fammi!!”.
    Prigioniera e non in grado di liberarmi.
    Il mio spirito, debole da tanti anni di peccato, di freddo, di isolamento, di non ascolto, non riesce a dire quel NO definitivo.
    Può vincere qualche piccola scaramuccia ma a fine giornata chi ha la meglio non è certo lui.
    E quando ha qualche piccola vittoria, purtroppo dura poco. “Perché?”, direte voi. Ci sono anche le battaglie post vittoria.
    Il corpo ti dice: “bè, allora come ti senti? Ti senti poi così bene? Non ti senti frustrata? Non ti senti giù? Anche un po’ sconsolata?”
    “In effetti”, gli rispondo: “è proprio così che mi sento”.
    “Allora, non ti meriti una ricompensa per la vittoria riportata?”
    E’ la fine.
    Una piccola vittoria a destra e poi ecco la grande sconfitta a sinistra.
    Tanto per darvi un’idea più chiara prendo come esempio una situazione della Bibbia.
    Vi ricordate cosa diceva il popolo d’Israele quando era assoggettato dagli egiziani?
    Pregava Dio di venire in suo aiuto e di liberarlo.
    Bene, il Signore è venuto, gli ha aiutati a liberarsi e gli ha condotti nel deserto.
    Erano contenti?
    Grandi ringraziamenti a Dio, subito ma poi?
    Appena sono rimasti soli si sono fatti gli idoli d’oro e poi anche in futuro non facevano altro che lamentarsi perché mancava l’acqua, perché dovevano mangiare solo manna e rimpiangevano la loro vita da schiavi perché potevano mangiare cibi saporiti.
    Bene questa è la mia schiavitù.
    Sono schiava del mio io egoistico.
    L’animale che è in me comanda e io subito ubbidisco.
    Bello.
    E questo cosa comporta?
    Mi faccio un esame di coscienza che è spicciolo spicciolo.
    Prendiamo il comandamento: Io sono il Signore Dio tuo, non avrai altro Dio all’infuori di me.
    La mia situazione è concorde?
    Se io non riesco a mettere al primo posto la sua legge e l’amore per Lui ma ci metto il ritrovo il vomitoso mio corpo allora che dio adoro? Che dio amo? Che religione è la mia?
    Quale dio contiene il mio tabernacolo?
    Contiene me stessa con i suoi sfizi, e le sue insulse esigenze.
    Voglio cambiare ma da sola proprio non ci riesco.
    “Sono pentita”, così dico. Ma chi è pentito veramente in realtà pur di non commette più il suo errore, muore.
    Allora cosa sono io?
    Annego nel putrido mio egoismo e chiedo aiuto al “Dio Vero” che mi allunghi una mano per salvarmi dalle sabbie mobili che non permettono al mio spirito di respirare.

  6. CONTINUA DA COMMENTO PRECEDENTE.
    LA MIA COLPA

    Come descrivere la sofferenza che con il passare del tempo diventa cronica?
    Se cerchi di confidarti la classica risposta che ti danno è: “Bè insomma bisogna che cerchi di accettare i tuoi limiti…sono le debolezze che più o meno tutti hanno. Chi per il fumo, chi per il bere, chi per il perfezionismo, chi per il calcio…se non peggio. Tanta gente se le porta dietro e ci convive per tutta la vita.
    Dire poi che mettiamo noi stessi al di sopra di tutto…prima ne avevi il sospetto, adesso lo sai come consapevolezza ma… bè siamo uomini, ed è così che siamo.”
    Questo è un discorso che potrebbe mettere il cuore in pace in tante coscienze, perché ti pareggia alla massa. Ma sii, in fondo siamo tutti così, non prendertela!…E’ il classico compromesso con noi stessi. Accettiamoci. Anzi già che siamo tutti così, non pensiamoci più e continuiamo a comportarci normalmente, come fanno tutti. Non viene però il sospetto che il non combattere si tramuta in una discesa spirituale? Povero spirito mio abbandonato ancora una volta dentro quella fortezza, solo, al freddo e senza armi e munizioni per difendersi dai samurai mercenari e ingordi di nuovi bottini.
    Cosa dice nostro Signore in merito? Vado a ritrovare sempre dal mio solito libro(: “Il Vangelo che mi è stato rivelato” di Maria Valtorta ) le parole che mi interessano. Vado al versetto 606.10 nel capitolo Giuda Iscariota è il nuovo Caino. La vera evoluzione dell’uomo è quella del suo spirito. Riporto solo il pezzetto che mi interessa.

    Dice il Signore a Caino: “Perché sei irritato?”. Perché, se tu manchi verso di Me, ti irriti che Io non ti guardi benigno?
    Quanti Caini sono sulla Terra! Essi mi danno un culto derisore e ipocrita o non me ne danno affatto, e vogliono che Io li guardi con amore e li colmi di felicità.
    Dio è vostro Re. Non vostro servo. Dio è vostro Padre. Ma un padre non è mai un servo, se si giudica secondo giustizia. Dio è giusto. Voi non lo siete. Ma Egli lo è. E non può certo, poiché vi colma a dismisura dei suoi benefici sol che lo amiate un poco, non darvi i suoi castighi poiché tanto lo schernite. La Giustizia non conosce due vie. Una è la sua via. Tale fate e tale avete. Se siete buoni, avete bene. Se siete malvagi, avete male. E, credetelo, è sempre molto più il bene che avete rispetto al male che dovreste avere per la vostra maniera di vivere in ribellione alla Legge divina.
    E’ detto da Dio: “Non è vero che se farai bene avrai bene e se farai male il peccato sarà subito alla tua porta?”. Infatti il bene porta ad una costante elevazione spirituale e rende sempre più capaci di compiere un bene sempre più grande, sino ad attingere la perfezione e divenire santi. Mentre basta cedere al male per degradarsi e allontanarsi dalla perfezione, conoscere il dominio del peccato che entra nel cuore e lo fa scendere per gradi a sempre maggiore colpevolezza.
    “Ma”, dice ancora Dio, “ma sotto di te sarà il desiderio di esso e tu lo devi dominare”. Sì. Dio non vi ha fatto schiavi del peccato. Le passioni sono sotto di voi. Non sopra di voi. Dio vi ha dato intelligenza e forza di dominarvi. Anche ai primi uomini, colpiti dal rigore di Dio, Egli ha lasciato intelligenza e forza morale. Ora, poi, da quando il Redentore ha consumato per voi il Sacrificio, voi avete ad aiuto dell’intelligenza e forza i fiumi della Grazia e potete, e dovete dominare il desiderio del male. Con la vostra volontà fortificata dalla Grazia lo dovete fare. Ecco perché gli angeli della mia Nascita cantarono alla Terra: “Pace agli uomini di buona volontà”. Io ero venuto per riportarvi al Grazia e, mediante il connubio di essa con la vostra buona volontà, sarebbe venuta agli uomini la Pace. La Pace: gloria del Cielo di Dio.

    Ecco perché io non mi posso accettare così.
    Ecco perché non voglio smettere di voler cambiare.
    Ok, riconosco che sono uno schifo perché ci ricado e ricado e alterno con periodi di tale senso di sconforto e sconfitta che non lotto neanche, ma non voglio dire: “va bene così!!”.
    Sto male se un mio famigliare è arrabbiato con me e non devo soffrire e cercare di cambiare per tornare in pace con Dio? Accettare le mie mancanze considerandole ormai parte di me, inganno me stessa e prendo in giro Dio.
    Le mie mancanze perciò mi procurano un dolore profondo perché so che sono degli affronti a Dio.
    Sono il mio No a Dio.
    Come posso pregare che mi aiuti?
    Immaginatevi la scena:
    Io schiaffeggio e prendo a calci e pugni un collega mentre lo supplico di aiutarmi dicendo una parolina al capoufficio per una promozione…chi mi ascolterebbe?
    Io collega penserei che tu sei proprio…avete capito.
    Ma poi mi metto davanti al Tabernacolo e guardo e poi abbasso gli occhi, e poi riguardo di continuo così, perché mi sento colpevole e obbrobriosa tanto da non poterlo neanche guardare ma nel contempo ho la necessità di guardarLo. Perché continuo ad avere la speranza di riuscire un giorno a poter dire, consapevolmente: “Mio Dio e Mio Signore”.
    Intanto sto lì, ricordando perché è venuto tra noi, tutta la sua vita, tutto ciò che ha fatto e detto, tutta la sua passione e tutto il suo Amore per me. Perché tutto quello che ha fatto lo ha fatto per me. Direte voi, lo ha fatto per tutti, ma io dico lo ha fatto per ognuno e ciò significa che lo avrebbe fatto anche solo per me. E questo Amore senza limiti mi riempie di dolore per come Lo tratto, per come mi comporto io con Lui.
    Mi faccio così schifo che delle volte mi viene addirittura di scappare via. Ma poi dove andrei? Davanti a un altro Tabernacolo? Perché solo Lui mi può dare la Vita, il desiderio di cambiare per Lui, mi può solo Lui riempire di quell’Amore che ti fa diventare eroi nell’Amare Lui e i fratelli.

  7. IL RIMORSO

    Ho peccato.
    Ormai non si può più tornare in dietro.
    Ripercorro più volte il momento che precede, l’attimo culminante e le sensazioni provate.
    Ogni parola viene ripetuta. Ogni pensiero. Ogni emozione.
    Mi si ripresentano davanti le alternative che avevo.
    La grande strada della bugia, che ti salva magari dal rimprovero, o quella della verità, che umilia e ti spiaccica davanti come minimo a una bella lavata di testa.
    Eccolo il bivio, la scelta.
    La mia volontà che sceglie il bene o il male consapevolmente.
    Perché che io lo voglia ammettere o no è una scelta meditata.
    Io ho scelto, la via facile, la salvezza del momento.
    Quella che mi ha fatto tirare un sospiro di sollievo e un sorrisetto godurioso interno che dice: “l’ha bevuta! Sono salva!”.
    Salva da che?
    Non ho fatto in tempo a finire di pensare la fatidica frase che già sento la vocina della coscienza che mi chiama a rapporto: “Che hai fatto?”.
    Da quel momento non ho avuto pace.
    Il mio cervello si è diviso in due.
    La parte che mi rimprovera e la parte che cerca tutte le possibili scusanti e motivazioni a mio vantaggio.
    Il dito dell’avvocato dell’accusa mi sta di fronte: “Tu hai mentito!” e la difesa: “Non preoccuparti, lo hai fatto per una buona ragione. Se non lo facevi ti avrebbe rimproverato come minimo perché non segui i suoi consigli. In fondo hai anche tu il diritto di fare come ti pare. Quelle sono cose tue, non può pretendere di comandarti su tutto. Hai diritto anche tu alla tua libertà. Deve imparare ad accettarti come sei.”
    L’accusa: “E’ vero che ti deve accettare come sei ma non è questo il sistema da utilizzare. La chiarezza e la sincerità nei rapporti questo sì. Tu hai mentito. Anche se pensi che il tuo fine sia giusto, non è bene ottenerlo con un mezzo sbagliato…”
    E così è andata avanti per ore e ore. Anche ripetendo inesorabile le stesse cose, gli stessi momenti.
    Ormai avevo una testa che scoppiava…non avevo più pace.
    Arriva la sera.
    Guardare un film?
    Sì certo, sembra che i miei occhi seguano le immagini e mi sento ridere alle varie gheg che ci sono, ma io cosa sto facendo?
    Sono in tribunale ancora nel banco degli imputati.
    Si spegne la luce e sfinita penso di riuscire a dormire.
    Dopo tanto cado in un sono agitato dominato chissà perché da una scena di un tribunale.
    Mi sveglio e tutto ricomincia, anzi continua perché non si è mai fermato.
    Alla fine decido di confessare appena ne ho l’occasione.
    L’accusa sembra che si sia data una calmata.
    Non so se si dice: sospensione della seduta in attesa di nuovi elementi.
    Appena rincontro la persona dico tutto e chiedo perdono.
    Cosa ho ottenuto?
    Il dispiacere di quella persona perché non ho seguito il suo consiglio.
    Il dispiacere di quella persona perché le ho mentito.
    Il mio tormento per non avere seguito la Volontà di Dio.
    La pena dell’umiliazione di aver dovuto non solo raccontare il fatto ma anche di aver mentito.
    Una nuova cicatrice nel nostro rapporto confidenziale.
    E pensate che tutto sia finito?
    Questa è la pena scontata a pronta consegna!
    Viene poi la penitenza vera, quella che dura tanto ma tanto tempo, che si chiama RIMORSO.
    Il rimorso lo si incontra al momento della consapevolezza del tuo errore ma che non termina con il perdono di esso, continua, continua e continua. Non ti abbandona.
    Diventa una costante nella tua meditazione, nella tua orazione a Dio.
    La somma dei rimorsi di tutti i miei peccati mi rende consapevole della mia miseria in confronto alla perfezione di Dio.
    E’ allora che diventa sprone.
    E’, sì, una meditazione su una colpa e un castigo ma può diventare punto di partenza e di spinta, se voglio, verso atti d’amore e di riparazione verso Dio e gli altri.
    “Il peccato è insanabile rovina”, dice Gesù (vers.630.17 l’evangelo come mi è stato rivelato), “soltanto se non è seguito da pentimento e riparazione. In caso contrario, con la contrizione del cuore si fa salda calcina a tener compatte le fondamenta della santità, le cui pietre sono le buone risoluzioni. Potreste tener unite le pietre senza calcina? Senza la sostanza in apparenza brutta e vile, ma senza la quale le pietre polite, i lucidi marmi non starebbero uniti a formar l’edificio?”.

  8. Nel pezzo sopra scritto ho detto che la somma di tutti i miei peccati ….ecc.
    Ho idea di non aver espresso il concetto in maniera chiara.
    Non è un totale globale indefinito ma è la presenza di ogni proprio peccato distintamente e chiaramente espresso.
    Come per Gesù che ha sofferto per ogni singolo peccato di ogni uomo così si arriva ad avere davanti alla propria coscienza ogni nostro singolo peccato e quindi si ha un rimorso singolo e complessivo insieme.

  9. LA SANTITà NEL MATRIMONIO

    Per motivi che ora non voglio affrontare, esistono sposi arrivati al matrimonio senza prima essersi confrontati sui punti cardine sui quali fare le fondamenta del loro rapporto.
    Uno di questi è la morale, la fede.
    Di solito l’argomento viene appena sfiorato con: “tu credi in Dio e io no ma per me non ci sono problemi. Io ti lascio andare alla Messa, rispetto il tuo credo. Se vuoi ti posso anche accompagnare, non ci sono problemi.”
    La controparte prova quella felicità di aspettativa: Verrà con me in Chiesa! Col tempo non potrà fare altro che seguirmi nella fede! insieme, che bello, lo porterò a credere.
    Il rapporto procede e il tempo passa.
    Prima possibilità: Il coniuge si converte e vissero felici e contenti.
    Seconda possibilità: meno gradita ma più frequente.
    Facciamo finta che sia il lui a essere l’incredulo per meglio inserire il discorso nel brano che riporterò.
    Sicuramente nel primo periodo lui s’impegna per fare lei contenta.
    Lei è indulgente perchè dice: “bisogna dargli tempo”.
    Il tempo passa ma le cose non vanno come la speranza faceva sognare a lei.
    Per lui il fatto di dover rovinare mezza giornata della suo sacro giorno di festa diventa veramente uno stillicidio. Ma per quieto vivere lo sopporta.
    Quando uno affronta l’argomento si pensa che la questione: “tu credi e io no” si riduca però sostanzialmente a questo. La realtà è molto diversa.
    Ogni decisione, ogni piccola azione, ogni momento della giornata, e così ogni pensiero e ogni parola hanno alla base. “io credo in Dio”.
    Credere in Dio significa affrontare tutto nell’ottica: “cosa farebbe Dio in questo momento al mio posto” e spesso non coincide con il maggior utile o divertimento che si potrebbe raggiungere.
    Ecco allora che i rapporti tra i coniugi cominciano ad incrinarsi.
    Lui non capisce l’esigenza di lei nel seguire strade che per lui sono sacrificio o addirittura da matti.
    Lei non può evitarlo, ne va della sua vita, se così non facesse morirebbe dentro.
    Questo è il problema.
    Quando ci si incontra e si trovano nell’altro quelle attrattive istintive che ti fanno dire: “questa è la persona giusta”, ci si dimentica di un futuro pieno di decisioni da prendere che mano a mano la vita ci metterà di fronte.
    Se le fondamenta di lui sono di acqua e quelle di lei sono d’olio non potranno mai assemblarsi insieme, anzi tenderanno a dividersi, a separarsi. Si noterà sempre di più, diventerà sempre più marcata la mancata fusione.
    Come bisogna comportarsi in un frangente di questo tipo?
    Riporto qui il capitoletto 622 dove Gesù, dopo la sua Risurrezione, appare a Giovanna di Cusa, disperata per il rapporto con il marito.( Dall’Evangelo che mi è stato rivelato d Maria Valtorta)

    In una ricca stanza, dove a mala pena filtra la luce esterna, piange Giovanna tutta abbandonata su un sedile presso il basso letto coperto di splendide coperture. Piange conun braccio appoggiato alla sponda e la fronte su braccio, tutta scossa dai singhiozzi che le devono rompere il petto. Quando, nell’affanno del piangere, solleva per un momento il viso, cercando aria, si vede una larga macchia d’umidosulla coperta presiosa, ed il suo viso è letteralmente inondato di lacrime. Poi torna a curvarlo sul braccio e torna a vedersi di lei solo il collo sottile e bianchissimo, la massa dei bruni capelli, le spalle e il sommo del tronco molto snelli. Il resto si perde nella penombra che annulla il corpo, fasciao nell’abito viola scuro.
    Senza spostare tenda o socchiudere porta, entra Gesù, e senza rumore le va vicino. Le sfiora i capelli con la Mano e chiede in un sussurro: “Perchè piangi, Giovanna?”.
    E Giovanna, che deve credere che sia il suo angelo che l’interroga, e che non vede nulla perchè non alza il capo dalla sponda del letto, con un pianto più desolato dice il suo tormento: “Perchè on ho più neppure il Sepolcro del Signore per andare a versare il mio pianto e non essere sola…”.
    “Ma è risorto. Non ne sei felice?”.
    “Oh! sì! Ma tutte lo hanno visto, meno io e Marta. E Marta certo lo vedrà a Betania…perchè là è casa amica. La mia…La mia non è più casa amica…Tutto ho perduto con la sua Passione…E il mio Maestro e l’amore dello sposo…e la sua anima…perchè non crede…non crede…e mi deride… e mi impone di non venerare neppure la memoria del mio Salvatore…per non rovinare lui….Per lui è più importante l’interesse umano…Io…io…io non so se continuare ad amarlo o ad averne ribrezzo. Non so se ubbidirlo come moglie o disubbidirlo, come l’anima vorrebbe, per il più grande sponsale dello spirito col Cristo a cui resto fedele…Io …io vorrei sapere…E chi mi dà consiglio se Lui non è più raggiungibile dalla povera Giovanna? Oh!…per il mio Signore la Passione è finita!…Ma per me è cominciata il Venerdì, e dura…Oh! che tanto debole sono e non ho forza di portare questa croce!…”.
    “Ma se Egli ti aiutasse, la vorresti portare per Lui?”.
    “OH! Sì! Purchè Egli mi aiuti…Egli sa cosa è portare da solo la croce…Oh! pietà della mia sventura!…”.
    “Sì, Io lo so cosa è portare da solo la croce. Per questo sono venuto e ti sono a fianco. Giovanna, comprendi Chi è che ti parla? La tua casa non è più amica del Cristo? Perchè? Se egli, lo sposo terreno, è come astro coperto da una nube di miasmi umani, tu sei sempre Giovanna di Gesù. Non ti ha lasciata il Maestro. Gesù non lascia mai le anime a Lui sposate. E’ sempre il Maestro, l’Amico, lo Sposo, anche ora che è il Risorto. Alza il capo, Giovanna. Guardami. In quest’ora di ammaestramento segreto, e più dolce che se ti fossi apparso come alle altre, Io ti dico quale deve essere la tua condotta futura. Quella che dovrà essere di tante tue sorelle. Ama con pazienza e sommissione il turbato sposo. Aumenta la tua dolcezza più egli fermenta in sè amarezza di umane paure. Aumenta la tua luminosità spirituale più egli genera da sè ombre di terreni interessi. Sii fedele per due. E sii forte nel tuo sponsale dello spirito. Quante, in futuro, dovranno scegliere fra il volere di Dio e quello del consorte! Ma saranno grandi quando, sopra l’amore e la maternità, seguiranno Iddio. La tua passione incomincia. Sì. Ma tu vedi che ogni passione termina in una risurrezione…”.
    Giovanna è andata piano piano alzando il capo. I suoi singhiozzi si sono diradati. Ora guarda e vede, e scivola in ginocchio, adorando e mormorando: “Il Signore!”.
    “Sì. Il Signore. Tu vedi che, come con te, con nessuna Io sono stato. Ma Io vedo le necessità particolari e graduo il soccorso da dare alle anime che da Me aspettano aiuto. Sali il tuo calvario di sposa coll’aiuto della mia carezza e di quela del tuo innocente. E’ entrato con Me in Cielo e mi ha dato la sua carezza per te. Io ti benedico, Giovanna. Abbi fede. Io ti ho salvata. Tu salverai se avrai fede.”
    Giovanna ora sorride e osa chiedere: “Dai bambini non vai?”.
    “Li ho baciati all’aurora mentre ancora dormivano nel loro lettino, e mi hanno creduto un angelo de Signore. Gli innocenti li posso baciare quando voglio. Ma non li ho destati per non turbarli troppo. La loro anima conserva il ricordo del mio bacio…e lo trasmetterà, a suo tempo, alla mente. Nulla si perde di quanto è mio. Tu sii sempre una madre per essi. E sempre sii figlia di mia Madre. Non ti staccare mai totalmente da Lei. Ella ti perpetuerà, con soavità materna, ciò che fu la nostra amicizia. E portale i bambini. Ella ha bisogno di bambini per sentirsi meno sola della sua Creatura…”.
    “Cusa non vorrà…”.
    “Cusa ti lascerà fare”.
    “Mi ripudietà, Signore?”, è un grido di nuovo strazio.
    “E’ un astro offuscato. Riportalo alla luce col tuo eroismo di sposa e di cristiana. Addio. Fuorchè alla Madre mia, non dire ad altri questa mai venuta. Anche le rivelazioni vanno dette a chi è quando è giusto farlo”.
    Gesù le sorride sfolgorando, e nel fulgore sparisce.

    ……..Il capitoletto continua.

  10. RIPERCUSSIONI DELLA MIA COLPA NELLA CHIESA E NEGLI ALTRI

    Non siamo soli.
    Intorno a noi ruota la nostra famiglia ma anche tutto un mondo di persone che incontriamo come amici, che salutiamo perchè già viste o anche non conoscenti ma che magari, a nostra insaputa sanno che esistiamo, per sentito dire in bene o in male.
    Il nostro comportamento ha un valore importante su ognuno di loro.
    Dobbiamo per prima cosa renderci conto che la gente guarda come ti comporti e fa le sue considerazioni.
    Questa considerazione assume un’importanza ancora più rilevante se conosce il tuo “patentino di CRISTIANA PRATICANTE”.
    Le tue colpe, le tue cadute, i tuoi comportamenti giudicati non a “norma” a questo ruolo si tramutano in accusa verso la Chiesa tutta.
    Non vi siete mai sentiti accusare con: “Io vedo persone che sono non frequentatori della chiesa che si comportano meglio di te! Sono coerenti con le loro idee! Tu cerchi di mantenere un’apparenza che non ha niente di vero con quello che è la realtà!”, o con qualcosa di simile.
    Un non praticante che ti guarda, estende, magari involontariamente la tua colpa a tutta la chiesa. ” I cristiani sono come i non cristiani se non peggio. Il loro modo di comportarsi è solo per essere stimati e considerati….e così sono tutti. Pochi sono quelli che si comportano bene. Andate in chiesa tutti i gjorni, vi confessate tutte le domeniche e poi appena usciti guardate come vi comportate…! Mi fate schifo! Tutto per farvi ammirare e stimare! Tutta apparenza! Fate tutto quello che vi pare tanto dopo basta confessarsi e tutto è perdonato!”
    E uno che dice queste cose secondo voi come può solo pensare di dire: “anche io voglio convertirmi a Dio, credere in Gesù e diventare un buon cristiano”. Può arrivare a dire: “Io credo in Dio e in Gesù ma di certo non rispetto la Chiesa” e perciò non arriverà mai alla vera verità perchè la Chiesa è il corpo di Gesù.
    Anche questa è una colpa che ricade su di noi.
    Il nostri peccati ci rendono testimoni non credibili, anzi dannosi alla Chiesa tutta.

  11. INCHIODATO?

    Qualche settimana fa, ora non ricordo bene, stavo ricordando il momento della Crocefissione di Gesù, quando mi si blocca il cervello su un particolare da me mai preso in considerazione veramente: come mai i ladroni sono stati legati mentre Gesù è stato inchiodato?
    Ci deve essere stato un bel motivo. Non credo che la scelta del modo fosse casuale.
    Legare una persona a un palo si fa molto prima e certamente meno faticoso.
    Per inchiodare Gesù hanno dovuto cercare di far combaciare i buchi sul legno con i fori da fare, e per farlo, hanno dovuto mettersi di lena tirando fino a slogargli l’articolazione della spalla.
    Coi piedi poi hanno dovuto inchiodare e quasi schiodare per poi richiodare perchè non si combaciava nel punto giusto. Ma che fatica! Se era una scelta casuale, allora legatelo! Tanta fatica di meno sotto quel sole cocente! Secondo me dipende dal tipo di condanna. Forse per i romani il tipo di reato per il quale Gesù è stato accusato è più grave di quello dei ladroni. L’unica spiegazione che mi sono data è questa.
    Così per sfizio ho provato poi a fare un piccolo sondaggio su tre miei conoscenti.
    Il primo la pensava come me, anche se, ammetto che prima avevo detto la mia.
    Per gli altri è stata una rivelazione!
    Mi hanno risposto: “Ma io non lo so se Gesù è stato inchiodato! Non ci sono nè foto nè diapositive che lo dimostrano!Non è scritto da nessuna parte che Gesù è stato inchiodato! E poi cosa ti interessa a te? L’importante è che sia stato Crocefisso! questo è l’importante per il nostro credo, Che sia stato inchiodato o no, non cambia il nostro credo, non è vero?”
    Presa alla sprovvista ho risposto: “No no non cambia!” ma poi ci sono rimasta così…come se una parte di quello che credevo avesse subito un torto tremendo.
    Uno poi mi ha aggiunto: “Sai ti dico così perchè c’è in giro anche la teoria che Gesù sia stato anche solo legato. Ci sono infatti anche dei quadri dove Gesù è legato e poi, nei quadri o statue dov’è inchiodato, viene sempre rappresentato con i chiodi al centro delle mai e li sai, tiene su poco…!”
    Ci sono rimasta tanto male che appena ho potuto ho preso in mano i Vangeli e sono andata a controllare. Dunque ho trovato non nei punti dove si parla della Crocifissione ma dopo la Resurrezione ciò che mi interessava.
    Nel vangelo di S.Luca In 24,39 dove dice: “Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io!” Bè qui non è proprio specificato. ma come fanno a riconoscerlo se non ha dei segni particolari da mostrare?
    Altro punto più chiaro ancora è nel Vangelo di Giovanni da 20,25 a 20,29 dove dice: “Gli dicevano gli altri discepoli: “Abbiamo visto il Signore!”. Ma egli disse loro: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo”. Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: “”Pace a voi!, poi disse a Tommaso: “Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo ma credente!” Gli rispose Tommaso: “Mio Signore e mio Dio!”. Gesù gli disse: “Perchè mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!”.
    Per di più qualche giorno dopo ho sentito durante la celebrazione della S.Messa nella preghiera eucaristica della riconciliazione 1: “…Eravamo morti a causa del peccato e incapaci di accostarci a te, ma tu ci hai dato la prova suprema della tua misericordia, quando il tuo Figlio, il solo giusto, SI E’ LASCIATO INCHIODARE SULLA CROCE….”
    Senza considerare tutti i Santi che hanno “subito il dono” delle stigmate!
    Allora sono stati fatti Santi per la loro passione ma non considerati degni di testimonianza di verità per la loro compartecipazione alla Passione di Gesù?
    Il Vangelo testimonia la presenza dei fori dei chiodi nelle sue mani e nei suoi piedi.
    La Chiesa in una delle sue preghiere eucaristiche testimonia Gesù inchiodato in Croce.
    I Santi e con loro tanti fedeli che nel corso dei secoli pregano e meditano le piaghe di Gesù.
    Concludo dicendo: posso avere il dubbio su come sono stati crocefissi i due ladroni, perchè non ne ho trovato traccia nella piccola ricerca che ho fatto. (Trovato solo in Maria Valtorta.) certo però che sono pienamente convinta che Gesù è stato inchiodato alla Croce non solo per fede cieca ma anche per la testimonianza di tanti Santi che hanno testimoniato portando le stigmate giorno dopo giorno per tutta la vita.
    Per avere maggiori dettagli forse su perchè ci potrebbe essere stata differenza di crocefissione tra i ladroni e Gesù bisognerebbe conoscere le abitudini dei romani del tempo sui tipi di condanna a seconda dei reati. Se c’è qualcuno informato a riguardo mi piacerebbe saperlo, anche se su come i due ladroni sono morti, legati o inchiodati, non mi fa star male.
    Adesso che mi viene in mente: ma sulla Sindone non si vedono le ferite nelle mani e nei piedi?
    Ciao a tutti.

  12. PERCHE’ INCHIODATO?
    (continua dallo scritto sopra).

    Per prima cosa devo ammettere una mia colpa.
    Mi era venuta l’idea che nell’Antico Testamento ci fossero delle rivelazioni sul tipo di crocefissione o se non altro dei parallelismi figurati, ma io, ho deciso di non andare a controllare.
    La scusa? Bisogna essere dei biblisti per capirci qualcosa. Figuriamoci se io con le mie capacità ci riesco!
    La Verità? Al solo pensiero iniziavo a sbuffare! Leggere tutte quelle pagine! Ma hai un’idea di quanto è lungo? Lasciamo perdere! Tanto ho già trovato delle testimonianze sufficienti!
    Peccato di omissione! Peccato di pigrizia spirituale! Peccato di poco Amore!
    Dopo questa parentesi ritorno al discorso principale.
    Ogni azione di Dio ha un significato e una motivazione.
    Allora, perchè Gesù è stato inchiodato?
    Poteva morire ugualmente sulla Croce senza subire il tormento dei chiodi!
    Altra domanda che io non mi ero mai fatta ma è plausibile: perchè in Gesù Risorto e Glorificato sono rimaste le piaghe dei chiodi e del costato mentre tutte le altre piaghe, come quelle della flagellazione sono scomparse?
    Per caso e senza nessuna ricerca ho trovato tutte le risposte in un dialogo di Gesù con i suoi apostoli, avvenuto dopo la Risurrezione.

    (Gesù: )”……Ma tutti avete le lacrime nelle pupille. E tu, Giacomo, mio fratello, stai là gettato in quell’angolo come avessi perduto ogni bene. Perchè?”.
    “Perchè io speravo che…Tu le senti, dunque, le Ferite? Le senti ancora? Io speravo che tutto il dolore per Te fosse annullato, che cancellato fosse ogni segno. Anche per noi. Per noi peccatori. Quelle Piaghe!…Che dolore vederle!”.
    “Sì. Perchè non le hai cancellate? A Lazzaro non rimasero segni…Sono una…un rimprovero quelle Piaghe! Gridano con voce tremenda! Sono più folgoranti e paurose dei fulmini del Sinai”, dice Bartolomeo.
    “Gridano la nostra viltà. Perchè noi fuggimmo mentre le ricevevi…”, dice Filippo.
    “E più si guardano e più la coscienza rimprovera e rinfaccia viltà, stoltezza, incredulità”, dice Tommaso.
    “Per la nostra pace e quella di questo popolo peccatore, poichè sei morto e risorto per il perdono del mondo, cancella quelle accuse al mondo, o Signore!”, prega Andrea.
    “Esse sono la Salute del mondo. In esse è la Salute. Le ha aperte il mondo che odia, ma l’Amore ne ha fatto Medicina e Luce. Per esse fu inchiodata la Colpa. Per esse furono sospesi e sorretti tutti i peccati degli uomini perchè il fuoco dell’Amore li consumasse sul vero Altare. Quando l’Altissimo prescrisse a Mosè l’arca e l’altare del profumo, non li volle forati da anelli per essere elevati e portati dove voleva il Signore? Io pure forato. Sono più di arca e altare. Sono ben più di arca e d’altare. Ho bruciato il profumo della mia carità per Dio e per il prossimo, e ho portato il peso di tutte le iniquità del mondo. E il mondo DEVE ricordare questo. Per ricordare cosa esso è costato a un Dio. Per ricordare come lo ha amato un Dio. Per ricordare cosa producono le colpe. Per ricordare che non vi è che in Uno la salvezza: in Colui che hanno trafitto. Se il mondo non vedesse rosseggiare le mie Piaghe, in verità presto dimenticherebbe quale è il balsamo per le sue ferite. Qui è il balsamo. Venite e baciate. Ogni bacio è un aumento di purificazione e di grazia per voi. In verità vi dico che purificazione e grazia non sono sufficienti mai, perchè il mondo consuma ciò che il Cielo infonde, e occorre compensare col Cielo e i suoi tesori le rovine del mondo. Io sono il Cielo. Tutto il Cielo è in Me, e i celesti tesori fluiscono dalle aperte Piaghe”.
    Porge le Mani al bacio dei suoi apostoli. E deve premere Lui, quelle Mani ferite, sulle bocche avide e timorose, perchè il timore di accrescere il suo dolore trattiene quelle labbra dal premersi su quelle Ferite.
    “Non è questo ciò che dà dolore, anche se dà rigidezza. Il dolore è un altro!…”.
    “Quale Signore?”, chiede Giacomo d’Alfeo.
    “Di essere morto per troppi inutilmente…..”
    ……
    (Dall’Evangelo che mi è stato rivelato dal versetto 630,4 a 630,6)

    Mi riprometto comunque di prendere in mano la Bibbia e controllare se trovo qualcosa d’interessante sull’argomento. Non sono un biblista ma è doveroso che almeno ci provi.
    La scoperta di questo pezzetto di dialogo mi ha fatto sentire in colpa.
    Sento come una voce piena di dolore che mi condanna: “E’ questo l’interessamento per il dolore che Ho provato per te? E’ così che Mi ami?…”
    Che cosa rispondere?!

  13. Dopo del tempo passato sulla Bibbia cercado le profezie su l’utilizzo dei chiodi per la crocefissione mi è venuto in mente di utilizzare internet e in un battibaleno le risposte sono arrivate!
    Urrah a internet! e un finalmente a me che ho finalmente usato le nuove tecniche di ricerca.
    Dunque, questo è il risultato:
    In: “la codizione servile nella Roma antica” vi è scritto:
    Nella civiltà romana la condizione di schiavo rientrava in quella più generale di dipendenza che il cittadino romano riservava allo straniero, l’uomo alla donna, il padre ai figli.
    Si dichiarava schiavi sostanzialmente per due motivi:
    – sconfitta militare: i prigionieri di guerra, caduti in proprietà dello Stato, venivano venduti al miglior offerente;
    -indebitamento: chi non poteva pagare i proprio debiti diventava proprietà del creditore, dopo il relativo periodo di prigionia, oppure veniva venduto sui mercati di Trastevere.
    ………
    Per gli schiavi ribelli, terroristi, sediziosi vi era LA CROCEFISSIONE, CIOè L’INCHIODAMENTO A UNA TRAVE PER UNA LENTA AGONIA, PREVIA FLAGELLAZIONE…….

    Poi ho trovato addirittura tutto l’elenco dettagliato delle profezie messianiche dell’antico testamento con le relative conferme nel Nuovo Testamento; tra le quali ci sono proprio quelle dove risulta la parola TRAFITTO come in Zacharia 12,10 e Isaia 53:5.
    Ho pensato di ricopiarle tutte quante:

    Profezie Messianiche
    Study By: J. Hampton Keathley, III

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    Introduzione
    Una delle prove che autenticano l’ispirazione della Bibbia, la quale allo stesso tempo autentica le dichiarazioni di Gesù Cristo quale il Figlio di Dio e unico Redentore del mondo, sono le molte profezie adempiute le quali trovano il loro adempimento nella persona e nella vita di Cristo, Gesù di Nazareth. Noi abbiamo nelle Sacre scritture, una lista di profezie che si estendono su centinaia di anni e ancor di più, trovano il loro completo adempimento nel breve tratto di vita di un trentenne, Gesù di Nazareth molti dei quali si sono adempiuti in un giorno. Queste profezie veramente completano gli scopi degli scrittori dei Vangeli nel loro focalizzare attentamente sulla persona, parole, ed opere di Cristo.

    “Ma queste cose sono state scritte affinché voi crediate che Gesù è il Cristo il Figlio di Dio e affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome.” (Giovanni 20:31)

    “Ma tutto questo è avvenuto affinché si adempissero le Scritture dei profeti». Allora tutti i discepoli, lasciatolo, se ne fuggirono.” (Matteo 26:56)

    Allora egli disse loro: «O insensati e tardi di cuore a credere a tutte le cose che i profeti hanno detto! Non doveva il Cristo soffrire tali cose, e così entrare nella sua gloria?». E cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture le cose che lo riguardavano. (Luca 24:25-27)

    Poi disse loro: «Queste sono le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi: che si dovevano adempiere tutte le cose scritte a mio riguardo nella legge di Mosè, nei profeti e nei salmi». (Luca 24:44)

    Le seguenti venticinque profezie del Vecchio Testamento, trattano gli eventi intorno la crocifissione di Gesù Cristo incluso il Suo tradimento, prova, morte e sepoltura. Esse furono emesse da più bocche in un periodo di 500 anni, e poi tutte si adempirono in ventiquattro ore, il giorno in cui Egli morì per i peccati del mondo.

    Profezie Relative
    la Crocifissione di Cristo
    1. Venduto per trenta pezzi d’argento
    Profezia: Zaccaria 11:12 Allora dissi loro: «Se vi pare giusto, datemi il mio salario; se no, lasciate stare». Così essi pesarono il mio salario: trenta sicli d’argento.

    Adempimento: Matteo 26:14-15 Allora uno dei dodici, di nome Giuda Iscariota, andò dai capi dei sacerdoti, e disse loro: «Quanto mi volete dare, perché io ve lo consegni?». Ed essi gli contarono trenta sicli d’argento.

    2. Tradito da un Amico
    Profezia: Salmi 55:12-14 Poiché non è stato un mio nemico che mi ha schernito, altrimenti l’avrei sopportato; non è stato uno che mi odiava a levarsi contro di me altrimenti mi sarei nascosto da lui. 13 Ma sei stato tu, un uomo pari a me, mio compagno e mio intimo amico.Avevamo insieme dolci colloqui e andavamo in compagnia alla casa di DIO. (Vedi anche Salmo 41:9; Zacc. 13:6).

    Adempimento: Matteo 26:49-50 E in quell’istante, accostatosi a Gesù, gli disse: «Salve, Maestro!». E lo baciò caldamente. 50 E Gesù, gli disse: «Amico, cosa sei venuto a fare?». Allora essi, accostatisi a Gesù, gli posero le mani addosso e lo presero.

    3. I soldi gettati al Vasaio
    Profezia: Zaccaria 11:13 Ma l’Eterno mi disse: «Gettalo per il vasaio, il magnifico prezzo con cui sono stato da loro valutato». Allora presi i trenta sicli d’argento e li gettai nella casa dell’Eterno per il vasaio.

    Adempimento: Matteo 27:5-7 Ed egli, gettati i sicli d’argento nel tempio, si allontanò e andò a impiccarsi. 6 Ma i capi dei sacerdoti presero quei denari e dissero: «Non è lecito metterli nel tesoro del tempio, perché è prezzo di sangue». 7 E tenuto consiglio, comprarono con quel denaro il campo del vasaio, come luogo di sepoltura per i forestieri.

    NOTA: Da notare che sia nella profezia che nell’adempimento, troviamo affermato che (1) era argento; (2) c’erano 30 pezzi (Matt. 27:3); (3) loro furono gettati; (4) furono gettati nella Casa di Dio; e (5) i soldi furono usati per acquistare il campo del vasaio.

    4. I Discepoli lo Abbandonarono
    Profezia: Zaccaria 13:7 «Dèstati, o spada, contro il mio pastore e contro l’uomo che è mio compagno», dice l’Eterno degli eserciti. «Colpisci il pastore e siano disperse le pecore; poi volgerò la mia mano contro i piccoli

    Adempimento: Matteo 26:56 Ma tutto questo è avvenuto affinché si adempissero le Scritture dei profeti». Allora tutti i discepoli, lasciatolo, se ne fuggirono.

    5. Accusato da falsi Testimoni
    Profezia: Salmi 35:11 Testimoni spietati si levano contro di me e mi domandano cose delle quali non so nulla.

    Adempimento: Matteo 26:59 Ora i capi dei sacerdoti, gli anziani e tutto il sinedrio, cercavano qualche falsa testimonianza contro Gesù, per farlo morire, ma non ne trovavano alcuna; sebbene si fossero fatti avanti molti falsi testimoni, non ne trovarono. Ma alla fine vennero avanti due falsi testimoni

    6. Ricevette Percosse e Sputi
    Profezia: Isaia 50:6 Ho presentato il mio dorso a chi mi percuoteva e le mie guance a chi mi strappava la barba, non ho nascosto il mio volto all’ignominia e agli sputi.

    Adempimento: Matteo 27:30 Poi, sputandogli addosso, presero la canna e con quella lo percotevano sul capo.

    NOTA: Da notare i particolari che corrispondono sia nella profezia che nell’adempimento (1) Egli doveva essere percosso, (2) Egli venne percosso sulla faccia (così come sulle altre parti del corpo). Vedi Luca 22:64. (3) Egli doveva ricevere sputi, e (4) e ricevette sputi in faccia.

    7. Muto davanti ai suoi accusatori
    Profezia: Isaia 53:7 Maltrattato e umiliato, non aperse bocca. Come un agnello condotto al macello, come pecora muta davanti ai suoi tosatori non aperse bocca.

    Adempimento: Matteo 27:12-14 Accusato poi dai capi dei sacerdoti e dagli anziani, non rispose nulla. 13 Allora Pilato gli disse: «Non odi quante cose testimoniano contro di te?». 14 Ma egli non gli rispose neppure una parola, tanto che il governatore ne fu grandemente meravigliato

    8. Ferite e Lividi
    Profezia: Isaia 53:5 Ma egli è stato trafitto per le nostre trasgressioni, schiacciato per le nostre iniquità; il castigo per cui abbiamo la pace è caduto su di lui, e per le sue lividure noi siamo stati guariti.

    Adempimento: Matteo 27:26,29 26 Allora egli liberò loro Barabba; e dopo aver fatto flagellare Gesù, lo diede loro, perché fosse crocifisso. . . . 29 E, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero una canna nella mano destra; e, inginocchiandosi davanti a lui, lo schernivano dicendo: «Salve, o re dei Giudei!».

    9. Cedimento sotto la Croce
    Profezia: Salmi 109:24 Le mie ginocchia vacillano per il digiuno e il mio corpo si è fatto magro per mancanza di grasso.

    Adempimento: Giovanni 19:17 Ed egli, portando la sua croce, si avviò verso il luogo detto del Teschio che in ebraico si chiama Golgota Luca 23:26 Mentre lo conducevano via, presero un certo Simone di Cirene che veniva dai campi, e gli misero addosso la croce, perché la portasse dietro a Gesù.

    NOTA: Evidentemente il Signore era così debole che le Sue ginocchia cedettero sotto il peso della pesante croce. Quindi dovettero farla portare a qualcun altro.

    10. Mani e Piedi Forati
    Profezia: Salmi 22:16 Poiché cani mi hanno circondato; uno stuolo di malfattori mi ha attorniato; mi hanno forato le mani e i piedi.

    Adempimento: Luca 23:33 E quando giunsero al luogo, detto del Teschio, là crocifissero lui e i malfattori, l’uno a destra e l’altro a sinistra.

    NOTA: Cristo fu crucifisso nella consueta maniera Romana e, le mani e piedi vengono forati da punte enormi per assicurare il corpo alla croce di legno. Vedi Giovanni 20:25-27 “ . . . Se io non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi, e se non metto il mio dito nel segno dei chiodi e la mia mano nel suo costato . . . Poi disse (Gesù) a Tommaso, metti qua il dito e guarda le mie mani, stendi anche la mano e mettila nel mio costato; ” ecc.

    11. Crocifisso coi Malfattori
    Profezia: Isaia 53:12 Perciò gli darò la sua parte fra i grandi, ed egli dividerà il bottino con i potenti, perché ha versato la sua vita fino a morire ed è stato annoverato fra i malfattori; egli ha portato il peccato di molti e ha interceduto per i trasgressori.

    Adempimento: Marco 15:27-28 Crocifissero pure con lui due ladroni, uno alla sua destra e l’altro alla sua sinistra. 28 Così si adempì la Scrittura che dice: «Egli è stato annoverato fra i malfattori».

    12. Prayed For His Persecutors
    Profezia: Isaia 53:12 Perciò gli darò la sua parte fra i grandi, ed egli dividerà il bottino con i potenti, perché ha versato la sua vita fino a morire ed è stato annoverato fra i malfattori; egli ha portato il peccato di molti e ha interceduto per i trasgressori.

    Adempimento: Luca 23:34 E Gesù diceva: «Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno». Poi, spartite le sue vesti, le tirarono a sorte.

    Qui Gesù, come previsto da Isaia, “ha interceduto per i trasgressori” che lo inchiodarono alla croce.

    13. La Gente Scosse la Testa
    Profezia: Salmi 109:25 Sono diventato per loro un obbrobrio; quando mi vedono scuotono il capo

    Adempimento: Matteo 27:39 E coloro che passavano di là lo ingiuriavano scuotendo il capo,

    14. La Gente lo Derise
    Profezia: Salmi 22:8 dicendo: «Egli si è affidato all’Eterno; lo liberi dunque, lo soccorra, poiché lo gradisce».

    Adempimento: Matteo 27:41-43 Similmente, anche i capi dei sacerdoti, con gli scribi e gli anziani facendosi beffe, dicevano: 42 «Egli ha salvato gli altri e non può salvare se stesso, se è il re d’Israele, scenda ora giù dalla croce e noi crederemo in lui; 43 egli si è confidato in Dio; lo liberi ora, se veramente lo gradisce, poiché ha detto: io sono il Figlio di Dio.

    15. La Gente Attonita
    Profezia: Salmi 22:17 posso contare tutte le mie ossa; essi mi guardano e mi osservano.

    Adempimento: Luca 23:35 E il popolo stava là a guardare, ed anche i magistrati col popolo lo beffavano, dicendo: «Egli ha salvati gli altri, salvi se stesso se veramente egli è il Cristo. l’eletto di Dio».

    16. Le Vesti Spartite e Tirate a Sorte
    Profezia: Salmi 22:18 Spartiscono fra loro le mie vesti e tirano a sorte la mia tunica.

    Adempimento: Giovanni 19:23-24 Or i soldati, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti e ne fecero quattro parti, una parte per ciascun soldato, e la tunica. Ma la tunica era senza cuciture, tessuta d’un sol pezzo da cima a fondo. 24 Dissero dunque fra di loro: «Non stracciamola, ma tiriamola a sorte per decidere di chi sarà»; e ciò affinché si adempisse la Scrittura, che dice: «Hanno spartito fra di loro le mie vesti, e hanno tirato a sorte la mia tunica». I soldati dunque fecero queste cose.

    NOTA: Che esattezza la profezia inspirata! Gli indumenti erano da spartire fra loro, ma la tunica sarebbe stata tirata a sorte. Queste furono asserzioni dall’apparenza quasi contraddittoria a meno che vengano spiegate dalla registrazione della scena alla croce.

    17. Il Grido per il Suo Abbandono
    Profezia: Salmo 22:1 <> Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Perché sei così lontano e non vieni a liberarmi, dando ascolto alle parole del mio gemito?

    Adempimento: Matteo 27:46 Verso l’ora nona, Gesù gridò con gran voce dicendo: «Elì, Elì, lammà sabactanì?». Cioè: «Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?».

    18. Gli fu Dato Fiele e Aceto
    Profezia: Salmi 69:21 Mi hanno invece dato fiele per cibo, e per dissetarmi mi hanno dato da bere dell’aceto

    Adempimento: Giovanni 19:28-29 Dopo questo, sapendo Gesù che ogni cosa era ormai compiuta, affinché si adempisse la Scrittura, disse: «Ho sete». 29 Or c’era là un vaso pieno d’aceto. Inzuppata dunque una spugna nell’aceto e postala in cima ad un ramo d’issopo gliela accostarono alla bocca.

    19. Rimise se stesso a Dio
    Profezia: Salmi 31:5 Nelle tue mani io rimetto il mio spirito; tu mi hai riscattato, o Eterno, Dio di verità

    Adempimento: Luca 23:46 E Gesù, gridando con gran voce, disse: «Padre, nelle tue mani rimetto il mio spirito». E detto questo, rese lo spirito.

    20. Gli Amici Stavano a Distanza
    Profezia: Salmi 38:11 I miei amici e i miei compagni stanno lontani dalla mia piaga, e i miei vicini si fermano a distanza

    Adempimento: Luca 23:49 Ma tutti i suoi conoscenti e le donne che l’avevano seguito dalla Galilea se ne stavano a distanza, osservando queste cose.

    21. Nessun Osso Spezzato
    Profezia: Salmi 34:20 Egli preserva tutte le sue ossa, e nessuno di esse è spezzato.

    Adempimento: Giovanni 19:33,36 33 ma, arrivati a Gesù, come videro che era già morto, non gli spezzarono le gambe … 36 Queste cose infatti sono accadute affinché si adempisse la Scrittura: «Non gli sarà spezzato alcun osso».

    NOTA: È interessante notare che altre due profezie, riguardanti le Sue ossa ebbero indubbiamente un adempimento esatto, anche se ciò nella Scrittura non è asserito con svariate parole. Possiamo tirare le nostre conclusioni da una inferenza onesta. (1) Salmi 22:14 “tutte le mie ossa sono slogate”. Appendendo sulla croce per mani e piedi,facilmente si slogherebbero le ossa, specialmente quando ricordando che il corpo fu appeso alla croce mentre giaceva in terra. (2) salmo 22:17 “posso contare tutte le Mie ossa.”; Fu appeso alla croce nudo (Giovanni 19:23) e tutte le Sue ossa così poterono essere viste facilmente. Per il fatto che la trazione del corpo e gli spasmi del tormento della crocifissione farebbero le ossa più prominenti del solito.

    22. Il Cuore Rotto
    Profezia: Salmi 22:14 Sono versato come acqua, e tutte le mie ossa sono slogate il mio cuore è come cera che si scioglie in mezzo alle mie viscere.

    Adempimento: Giovanni 19:34 ma uno dei soldati gli trafisse il costato con una lancia, e subito ne uscì sangue ed acqua.

    NOTA: Il sangue e l’acqua che fuoriescono dal lato forato, presentarono un’evidenza che il cuore era letteralmente scoppiato.

    23. Il Suo Fianco Trafitto
    Profezia: Zaccaria 12:10 «Riverserò sulla casa di Davide e sugli abitanti di Gerusalemme lo Spirito di grazia e di supplicazione; ed essi guarderanno a me, a colui che hanno trafitto faranno quindi cordoglio per lui, come si fa cordoglio per un figlio unico, e saranno grandemente addolorati per lui, come si è grandemente addolorati per un primogenito

    Adempimento: Giovanni 19:34-37 ma uno dei soldati gli trafisse il costato con una lancia, e subito ne uscì sangue ed acqua. 35 E colui che ha visto ne ha reso testimonianza e la sua testimonianza è verace, ed egli sa che dice il vero, affinché voi crediate. 36 Queste cose infatti sono accadute affinché si adempisse la Scrittura: «Non gli sarà spezzato alcun osso». 37 E ancora un’altra Scrittura dice: «Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto».

    24. Oscurità su tutta la terra
    Profezia: Amos 8:9 In quel giorno avverrà», dice il Signore, l’Eterno, «che io farò tramontare il sole a mezzodì e oscurerò la terra in pieno giorno.

    Adempimento: Matteo 27:45 Dall’ora sesta fino all’ora nona si fecero tenebre su tutto il paese.

    NOTA: Gli ebrei calcolavano dodici ore dall’alba al tramonto. Questo fa si che la sesta ora era circa mezzogiorno, e la nona ora circa le tre del pomeriggio.

    25. Seppellito nella Tomba del Ricco
    Profezia: Isaia 53:9 Gli avevano assegnato la sepoltura con gli empi, ma alla sua morte fu posto col ricco, perché non aveva commesso alcuna violenza e non c’era stato alcun inganno nella sua bocca,

    Adempimento: Matteo 27:57-60 Poi verso sera giunse un uomo ricco di Arimatea, di nome Giuseppe, il quale era pure discepolo di Gesù. 58 Costui si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. Allora Pilato comandò che il corpo gli fosse consegnato. 59 E Giuseppe, preso il corpo, lo avvolse in un lenzuolo pulito; 60 e lo mise nel suo sepolcro nuovo, che egli si era fatto scavare nella roccia; poi, dopo aver rotolato una grande pietra all’ingresso del sepolcro, se ne andò.
    …..

    E poi ci sono anche scritte tutte le profezie sulla persona di Gesù.
    Provo a scrivere come ci si arriva ma non so se sarà corretto: bible.org/article/profezie-messianiche
    Ciao a tutti

  14. VENERDì SANTO: COME PREGARE.

    (Dal libro l’Evangelo che mi è stato rivelato di Maria valtorta 24.6 a 24.10)
    Dice Maria:
    “A chi riconosce il suo fallo e se ne pente e accusa con umiltà e cuor sincero, Dio perdona. Non perdona soltanto, compensa. Oh! il mio Signore quanto è buono con chi è umile e sincero! Con chi crede in Lui e a Lui si affida!
    Sgombrate il vostro spirito da quanto lo rende imgombro e pigro. Fatelo disposto ad accogliere la Luce. Come faro nelle tenebre, essa è guida e conforto santo.
    Amicizia con Dio, beatitudine dei suoi vedeli, ricchezza che nessuna altra cosa uguaglia, chi ti possiede non è mai solo nè sente l’amaro della disperazione. Non annulli il dolore, santa amicizia, perchè il dolore fu sorte di un Dio incarnato e può essere sorte di un uomo. Ma rendi questo dolore dolce nel suo amaro e vi mescoli una luce e una carezza che, come tocco celeste sollevano la croce.
    E’ quando la Bontà divina vi dà una grazia, usate del bene ricevuto per dar gloria a Dio. Non siate come dei folli che di un oggetto buono si fanno arma nociva, o come prodighi che di una ricchezza si fanno una miseria.
    Troppo dolore mi date o figli, dietro i cui volti vedo apparire il Nemico, colui che si scaglia contro il mio Gesù. Trppo dolore! Vorrei per tutti essere la Sorgente della Grazia. Ma troppi fra voi la Grazia non la vogliono. Chiedete “grazie”, ma con l’anima priva di Grazie. E come può la Grazia soccorrervi se voi le siete nemici?
    Il grande mistero del Venerdì santo si approssima. Tutto nei templi lo ricorda e celebra. Ma occorre celebrarlo e ricordarlo nei vostri cuori e battersi il petto, come coloro che scendevano dal Golgota, e dire: ” Costui è realmente il Figlio di Dio, il Salvatore”, e dire: “Gesù, per il tuo Nome, salvaci”, e dire: “Padre, perdonaci”. E dire infine: “Signore, io non son degno. Ma se Tu mi perdoni e vieni a me, la mia anima sarà guarita, ed io, no, non voglio più peccare, per non tornare ammalato e in odio a te”.
    Pregate, figli, con le parole del Figlio mio. Dite al Padre pei vostri nemici: “Padre perdona loro”. Chiamate il Padre che si è sdegnato dei vostri errori: “Padre, Padre, perchè mi hai Tu abbandonato? Io sono peccatore. Ma se Tu mi abbandoni io perirò. Torna Padre Santo che io mi salvi”. Affidate, all’Unico che lo può conservare illeso dal demonio, il vostro eterno bene, lo spirito vostro.:” Padre nelle Tue mani confido lo spirito mio”. Oh! Se umilmente e amorosamente cedete il vostro spirito a Dio, Egli ve lo conduce come un padre il suo piccino, nè permette che nulla allo spirito vostro faccia male.
    Gesù nelle sue agonie , ha pregato per insegnarvi a pregare.
    Io ve lo ricordo in questi giorni di Passione.
    E tu , Maria, tu che vedi la mia gioia di Madre e te ne estasi,, pensa e ricorda che ho posseduto Dio attraverso ad un dolore sempre crescente. E’ sceso in me col Germe di Dio e come albero gigante è cresciuto sino a toccare il cielo con la vetta e l’inferno con le radici, quando ricevetti nel grembo la spoglia esamine della carne della mia carne e ne vidi e numererai gli strazi e ne toccai il cuore squarciato per consumare il dolore sino all’ultima stilla.

    (25.11 a25,12)
    Figli, occorre sperare, pregare e perdonare per ottenere che Dio intervenga in nostro favore. Vivete anche voi la vostra passione. Meritata per le vostre colpe. Io vi insegno che superarla e mutarla in gioia.
    Perdonate per essere perdonati. Il perdono di Dio sarà la pace che desiderate, o figli.
    Null’altro per ora vi dirò. Sin dopo il trionfo pasquale sarà silenzio. E’ la Passione. Compassionate il Redentore vostro. Udite i lamenti e numeratene le ferite e lacrime. Ognuna di esse è scesa per voi e per voi fu patita. Ogni altra visione scompaia davanti a questa che vi ricorda la Redenzione compiuta per voi”.

  15. LAMENTO DELLA VERGINE NELL’ALBA PASQUALE (616,10 – 616,17 di L’Evangelo che mi è stato rivelato)

    Maria si pone in ginocchio come la sera avanti, viso a Viso col velo della Veronica. E prega e parla con il Figlio suo. Forte per dare forza agli altri, quano è sola piega sotto la sua schiacciante croce. Eppure ogni tanto, come una fiamma non più oppressa dal moggio, la sua anima si alza verso una speranza che in Lei non può morire. Che anzi cresce col passare delle ore. E dice la sua speranza anche al Padre. La sua speranza e la sua domanda.
    “Gesù, Gesù! Non torni ancora? La tua povera Mamma non resiste più a saperti là morto. Tu l’hai detto e nessuno ti ha capito. Ma io ti ho capito! “Distruggete il Tempio di Dio ed Io lo riedificherò in tre giorni”. Questo è l’inizio del terzo giorno. Oh! mio Gesù! Non attendere che sia compiuto per tornare alla vita, alla tua Mamma che ha bisogno di vederti vivo per non morire ricordandoti morto, che ha bisogno di vederti bello, sano, trionfante, per non morire ricordandoti in quello stato come ti ha lasciato!
    Oh! Padre! Padre! Rendimi il Figlio mio! Che io lo veda tornato Uomo e non cadavere, Re e non condannato. Dopo, lo so, Egli tornerà a Te, al Cielo. Ma io l’avrò visto guarito da tanto male, l’avrò visto forte dopo tanto languore, l’avrò visto trionfante dopo tanta lotta, l’avrò visto Dio dopo tanta umanità patita per gli uomini. E mi sentirò felice anche perdendo la sua vicinanza. Lo saprò con Te, Padre santo, lo saprò fuori per sempre dal Dolore. Ora invece non posso, non posso dimenticare che è in un sepolcro, che è là ucciso per tanto dolore che gli hanno fatto, che Egli, il mio Figlio-Dio, è accomunato alla sorte degli uomini nel buio di un sepolcro, Egli, il tuo Vivente.
    Padre, Padre, ascolta la tua serva. Per quel “sì”…Non ti ho mai chiesto nulla per la mia ubbidienza ai tuoi voleri; era la tua Volontà, e la tua Volontà era la mia; nulla dovevo esigere per sacrificio della mia a Te, Padre santo. Ma ora, ma ora, per quel “sì” che ho detto all’Angelo messaggero, o Padre, ascoltami!
    Egli è fuori dalle torture, perchè tutto ha compiuto con l’agnonia di tre ore dopo le sevizie del mattino. Ma io sono da tre giorni in questa agonia. Tu lo vedi il mio cuore e ne senti i parpiti. Il nostro Gesù l’ha detto che non cade piuma di uccello che Tu non la veda, che non muore fiore nel campo che Tu non ne consoli l’agnonia col tuo sole e la tua rugiada. Oh, Padre, io muoio di questo dolore! Trattami come il passero che rivesti di nuova piuma e il fiore che scaldi e disseti nella tua pietà. Io muoio assiderata dal dolore. Non ho più sangue nelle vene. Una volta è divenuto tutto latte per nutrire il Figlio tuo e mio; ora è divenuto tutto pianto perchè non ho più Figlio. Me l’hanno ucciso, ucciso, Padre, e Tu sai in che modo!
    Non ho più sangue! L’ho sparso con Lui nella notte del Giovedì, Venerdì funesto. Ho freddo come chi è svenato. Non ho più sole, poichè Egli è morto, il Sole mio santo, il Sole mio benedetto, il Sole nato dal mio seno per la gioia della sua Mamma, per la salute del mondo. Non ho più refrigerio, perchè non ho più Lui, la più dolce delle fonti per la sua Mamma che beveva la sua parola, che si dissetava della sua presenza. Sono come un fiore in una arena disseccata.
    Muoio, muoio, Padre santo. E di morire non ne ho spavento, poichè anche Egli è morto. Ma come faranno questi piccoli, il piccolo gregge del Figlio mio, così debole, così pauroso, così volubile, se non c’è chi lo sorregge? Sono nulla, Padre. Ma per i desideri del Figlio mio sono come una schiera d’armati. Difendo, difenderò la sua Dottrina e la sua eredità così come una lupa difende i lupicini. Io, agnella, mi farò lupa per difendere ciò che è del Figlio mio e, perciò, ciò che è tuo.
    Tu lo hai visto, Padre. Otto giorni or sono questa città ha spogliato i suoi ulivi, ha spogliato le sue case, ha spogliato i suoi giardini, ha spogliato i suoi abitanti e si è fatta roca per gridare: “Osanna al Figlio di Davide; benedetto Colui che viene nel nome del Signore”. E mentre Egli passava sui tappeti di rami, di vesti, di stoffe, di fiori, se lo indicavano i cittadini dicendo: “E’ Gesù, il Profeta di Nazareth di Galilea. E’ il Re d’Israele”. E mentre ancora non erano appassiti quei rami e la voce era ancor roca da tanto osannare, essi hanno mutato il loro grido in accuse e maledizioni ed in richieste di morte, e dei rami staccati per il trionfo hanno fatto randelli per per cuotere il tuo Agnello che conducevano alla morte. Se tanto hanno fatto mentre Egli era fra loro e parlava loro, e sorrideva loro, e li guardava con quel suo occhio che stempra il cuore, e ne tremano persin le pietre se ne son guardate, e li beneficava e li ammaestrava, che faranno quando Egli sarà tornato a Te?
    I suoi discepoli, lo hai visto. Uno lo ha tradito, gli altri sono fuggiti. E’ bastato che Egli fosse percosso perchè fuggissero come pecore vili, e non hanno saputo stargli intorno mentre moriva. Uno solo, il più giovane, è rimasto. Ora viene l’anziano. Ma ha già saputo rinnegare una volta. Quando Gesù no sarà più qui a guardarlo, saprà permanere nella Fede?
    Io sono un nulla, ma un pò del mio Figlio è in me, ed il mio amore mette il colmo alla mia manchevolezza e la annulla. Divengo così qualcosa di utile alla causa del tuo Figlio, alla sua Chiesa, che non troverà mai pace e che ha bisogno di mettere radici profonde per no essere divelta dai venti. Io sarò Colei che la cura. Come ortolana solerte veglierò perchè cresca forte e diritta nel suo mattino. Poi non mi preoccuperò morire. Ma vivere non posso se resto più a lungo senza Gesù.
    Oh! Padre, che hai abbandonato il Figlio per il bene degli uomini ma poi lo hai confortato, perchè certo l’hai accolto sul tuo seno dopo la morte, non lasciarmi oltre nell’abbandono. Io lo patisco e lo offro per il bene degli uomini. Ma confortami, ora, Padre. Padre, pietà! Pietà, Figlio mio! Pietà, divino Spirito Santo! Ricordati della tua Vergine!”.
    Dopo, prostrata fino a terra, Maria pare pregare col suo atto oltre che col suo cuore. E’ proprio una povera cosa abbattuta. Pare quel fiore morto di sete di cui Ella ha parlato.
    Non avverte neppure lo scuotio di un vreve ma violento terremoto che fa urlare e fuggire il padrone e la padrona di casa, mentre Pietro e Giovanni, pallidi come morti, si trascinano fin sulla soglia della stanza. Ma, vedendola così assorta nel suo orare, dimentica, lontana da tutto quello che non è Dio, si ritirano chiudendo la porta e tornano spauriti nel Cenacolo.

  16. LA RISURREZIONE (617,2 -617,6 Dall’Evangelo che mi è stato rivelato)

    Le guardie, infreddolite, annoiate, assonnate, in varie pose vegliano il Sepolcro, la cui porta di pietra è stata rinforzata, al suo orlo, da un grosso strato di calcina, come fosse un contrafforte, sul bianco opaco della quale siccano i larghi rosoni di cera rossa, impressi con altri, direttamente nella calcina fresca, del sigillo del Tempio.
    Le guardie devono avere acceso un fuochetto nella notte, perchè vi è della cenere e dei tizzi mal bruciati al suolo, e devono avere giucato e mangiato, perchè sono ancora sparsi resti di cibo e dei piccoli ossi puliti, certo usati per qualche giuco, uso il nostro domino o il nostro fanciullesco giuco delle biglie, giocati su una primitiva scacchiera tracciata sul sentiero. Poi si sono stancate ed hanno lasciato tutto in asso, cercando pose più o meno comode per dormire o per vegliare.
    Nel cielo, che ora ha, all’oriente, una plaga tutta rosata che sempre più si estende nel cielo sereno, dove peraltro ancora non è raggio di sole, si affaccia, venendo da profondità sconosciute, una meteora splendentissima, che scende, palla di fuoco di insostenibile splendore, seguita da una scia rutilante, che forse no è altro che il ricordo del suo fulgore nella nostra retina. Sende velocissima verso la Terra, spargendo una luce così intensa, fantasmagorica, paurosa nella sua bellezza, che la luce rosata dell’aurora se ne annulla, superata da questa incandescenza bianca.
    Le guardie alzano il capo stupite, anche perchè, con la luce, viene un boato potente, armonico, solenne, che empie di sè tutto il Creato. Viene da profondità paradisiache. E’ l’alleluia, il gloria angelico, che segue lo Spirito del Cristo che torna nella sua Carne gloriosa.
    La meteora si abbatte contro l’inutile serrame del Sepolcro, lo divelle, lo atterra, fulmina di terrore e di fragore le guardie messe a carcerieri del Padrone dell’Universo, dando, col suo tornare sulla Terra, un nuovo Terremoto, come lo aveva dato quando dalla Terra era fuggito questo Spirito del Signore. Entra nel buio Sepolcro, che si fa tutto chiaro della sua luce indescrivibile, e mentre questa permane sospesa nell’aria immobile, lo Spirito si riinfonde nel Corpo immoto sotto le funebri bende.
    Tutto questo non in un minuto, ma in frazione di minuto, tanto l’apparire, lo scendere, il penetrare e scomparire della Luce di Dio è stato rapido…
    Il Voglio del divino Spirito ala sua fredda Carne non ha suono. Esso è detto dall’Essenza alla Materia immobile. Ma nessuna parola viene percepita da orecchio umano. La Carne riceve il comando e ubbidisce ad esso con un fondo respiro…Null’altro per qualche minuto.
    Sotto il sudario e la sindone la Carne gloriosa si ricompone in bellezza eterna, si desta dal sonno di morte, ritorna dal “nente” in cui era, vive dopo essere stata morta. Certo il cuore si desta e Dà il primo battito, spinge nelle vene il gelato sangue superstite e subito ne crea la totale misura nelle arterie svuotate, nei polmoni immobili, nel cervello oscurato, e riporta calore, sanità, forza, pensiero.
    Un altro attimo, ed ecco un moto repentino sotto la sindone pesante. Così repentino che, dall’attimo in cui Egli certo muove le mani incrociate al momento in cui appare in piedi imponente, splendidissimo nella sua veste di immateriale materia, soprannaturalmente bello e maestoso, con una gravità che lo muta e lo eleva pur lascianolo Lui, l’occhio fa appena in tempo ad afferrarne i trapassi. Ed ora lo ammira: Così diverso da quanto la mente ricorda, ravviato, senza ferite nè sangue, ma solo sfolgorante della luce che scaturisce a fiotti dalle cinque piache e si emana da ogni poro della sua epidermide.
    Quando muove il primo passo – e nel moto i raggi scaturenti dalle Mani e dai Piedi lo aureolano di lame di luce: dal Capo innimbato di un serto, che è fatto dalle innumeri piccoel ferite della corona che non danno più sangue ma solo fulgore, all’orlo dell’abito quando, aprendo le braccia che ha incrociate sul petto, scopre la sona di luminosità vivissima che trapela dalla veste accendendola di un sol all’altezza del Cuore – allora realmente è la “Luce” che ha preso corpo.
    Non la pevera luce della Terra, non la povera lucedegli astri, non la povera luce del sole. Ma la Luce di Dio: tutto il fulgore paradisiaco che si aduna in un solo Essere e gli dona i suoi azzurri inconcepibili per pupille, i suoi fuochi d’oro per capelli, i suoi candori angelici per veste e colorito, e tutto quello che è, di non descrivibile con parola umana, il sopraeminente ardore della Ss. Trinità, che annulla con la sua potenza ardente ogni fuoco del Paradiso, assorbendolo in Sè per generarlo nuovamente ad ogni attimo del Tempo eterno. Cuore del Cielo che attira e diffonde il suo sangue, le no numerabili stille de suo sangue incorporeo: i beati, gli angeli, tutto quanto è il Paradiso: l’amore di Dio, l’amore a Dio, tutto questo è la Luce che è, che forma il Cristo Risorto.
    Quando si sposta, venendo verso l’uscita, e l’occhio può vedere oltre il suo fulgore, ecco che due luminositù bellissime, ma simili a stelle rispetto al sole, mi appaiono l’una di qua, l’altra di là della soglia, prostrate nell’adorazione al loro Dio, che passa avvolto nella sua luce, beatificante nel suo sorriso, ed esce, abbandonando la funebre grotta e tornando a calpestare la terra, che si desta di gioia e splende tutta nella sue rugiade, nei colori delle erbe e dei roseti, nelle infinite corolle dei meli, che si aprono per un prodigio al primo sole ch le bacia e al Sole eterno che sotto esse procede.
    Le guardie sono là, tramortite… Le forze corrotte dell’uomo non vedono Dio, mentre le forze pure dell’universo – i fiori, le erbe, gli uccelli – ammirano e venerano il Potente che passa inun nimbo di luce solare.
    Il suo sorriso, lo sguardo che si posa sui fiori, sulle ramaglie, che si alza al cielo sereno, tutto aumenta in bellezza. E più soffici e sfumati di un setoso rosare sono i milioni di petali che fanno una spuma fiorita sul capo del Vincitore. E più vividi sono i diamanti delle rugiade. E più azzurro è il cielo che specchia i suoi Occhi fulgenti, e festoso il sole ch pennella di letizia una nuvoletta portata da un vento leggero, che viene a baciare il suo Fe con fragranze rapite ai giardini e con carezze di petali setosi.
    Gesù alza la Mano e benedice e poi, mentre più forte cantano gli uccelli e profuma il vento, mi scompare alla vista, lasciandomi in una letizia che cancella anche il più lieve ricordo di tristezze e sofferenze e titubanze sul domani….

  17. L’OBBIETTIVO DEL CRISTIANO

    In un discorso è stato detto:
    “Cosa differenza ogni uomo dall’altro?; senza considerare naturalmente i caratteri fisici ecc.
    Pensateci bene…è l’obbiettivo più importante che la persona si dà. Quel qualcosa che fa sì che si attuino tante scelte tutte in vista di quel fine.
    C’è chi si vuole sposare, c’è chi vuole diventare un senatore, c’è chi vuole diventare un industriale, c’è chi vuole avere assolutamente dei figli, c’è chi vuole diventare un dottore e così ognuno di noi fa la sua scelta, ha il suo punto di arrivo.
    Per il cristiano quale deve essere il punto d’arrivo?
    Il Paradiso.
    Il cristiano deve fare tutte le sue scelte in vista di questo. Il formarsi una famiglia, il posto di lavoro importante, i soldi devono essere tutti dei traguardi intermedi ma non il fine ultimo.
    Il problema è che a volte le scelte che a noi paiono importanti, che ci darebbero lustro o guadagno, benessere o amore non coincidono con lo scopo ultimo. Metterebbero degli ostacoli o addirittura andrebbero contro al volere di Dio.
    Ecco la difficoltà, dire no a scelte che ci fanno luccicare gli occhi per raggiungere l’obbiettivo più importante: il Paradiso.
    Ecco la strada stretta che a volte conduce anche alla santità.”.

    Non possono essere le parole da lui pronunciate, anche perché questo signore è plurilaureato e con grande retorica mentre io…be mi conoscete…comunque il sunto è questo.
    Molto bello il discorso ma mi ha toccato su un punto, sul quale già, a dire la verità, qualche giorno prima ci avevo riflettuto: sto parlando dell’obbiettivo finale.
    Io non sono d’accordo che l’obbiettivo deve essere il Paradiso. Provate a pensare un attimo: a chi diamo amore dicendo che vogliamo andare in Paradiso? Solo a noi stessi, perché vogliamo stare bene per l’eternità, visto che qui sulla terra siamo costretti ad andare via. Diventa un amore interessato e solo a noi. Certo per arrivarci bisogna comportarsi bene e tutto il resto ma non può essere il vero obbiettivo, altrimenti tutti i nostri atti di così detta carità, saranno in verità atti interessati.
    Sapete chi mi ha fatto fare questo ragionamento?
    Uno dei soliti psicologi-professori e non so che altro che sono ospiti in qualche trasmissione.
    Bene, stava facendo un commento sull’amore e diceva: “….guardate bene che non esiste l’amore disinteressato, anche i cattolici hanno amore interessato perché fanno tutto per andare in Paradiso!”
    Non vi fa pensare anche a voi?
    Quale potrebbe essere il vero obbiettivo?
    Io l’ho pensata così:
    Ho capovolto il pensiero e dico:
    Il vero e ultimo obbiettivo del cristiano deriva dal comandamento che racchiude tutti i comandamenti: Il Signore Dio nostro è l’unico Signore. Tu amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima, con tutte le tue forze e amerai il prossimo tuo come te stesso.
    Ecco il punto di arrivo del cristiano: imparare ad amare e non con quell’amore umano, carnale e interessato che noi chiamiamo amore ma l’Amore di cui solo i Santi sanno dare: amare come noi stessi coloro che ci perseguitano e non avere rancori. Amarli a tal punto da cercare di fare qualsiasi cosa per cercare di aiutarli per raggiungere la salvezza. Facendo questo si compirà l’olocausto perfetto, l’offerta più gradita a Dio, si possiederà Dio.
    E il Paradiso?
    Andare in Paradiso naturalmente sarà la conseguenza diretta di questo amore.
    Quando viene annullato ogni altro desiderio che non sia Dio e tutto quanto è terreno perde valore, Dio si chinerà sul nostro spirito per istruirlo prima, per prenderlo poi, e noi ascenderemo con esso al Padre, al Figlio, allo Spirito Santo, per conoscerli e amarli per la beata eternità.
    Bello eh!?
    Ora mi guardo io.
    Ad un grande in Dio un giorno ho detto disperata: “Ce la metterò tutta per amare quella persona!”
    Mi ha risposto: “Che parola grande! Accontentati di cercare di avere un buon rapporto tranquillo”.
    E così ho capito un’altra cosa.
    Sono ancora molto distante dall’Amore.

  18. LA FIDUCIA

    Ho provato il dispiacere di sentirmi una persona non degna di fiducia.
    Vi voglio raccontare come è andata per farvi capire meglio.
    Conosco da anni una persona molto anziana bisognosa di cure e sostegno.
    Con gli anni sono diventata anche sua confidente.
    Chiamiamolo Dario. (Nome di fantasia)
    Suo fratello è stato ricoverato in ospedale per una vena o arteria che si tava otturando.
    Hanno telefonato al figlio di Dario per comunicarlo.
    Quando il figlio gli ha telefonato a casa ho preso io la telefonata.
    Prima di comunicarglielo ho richiamato la figlia del fratello per sapere come stavano precisamente le cose.
    Ho poi comunicato a Dario la situazione del fratello per lo scampato infarto senza però comunicargli un controllo che dovranno fare al fratello per una macchia in un polmone non chiara.
    Era inutile al momento aumentargli la preoccupazione e la paura per una questione ancora da chiarire.
    Dario, subito allarmato, teso, preoccupato mi ha fatto ripetere la diagnosi del fratello più volte, con particolari sul ricovero e come e quando sono venuta a saperlo.
    Vedendo che non mi credeva e sapendo che la questione avrebbe provocato nel breve periodo un picco di depressione e malessere in Dario ho preferito agire prontamente portandolo subito all’ospedale dal fratello. facendogli così toccare e raccontare direttamente da lui il suo stato di salute.
    Caso ha voluto che all’ospedale ci fosse anche la figlia del fratello.
    Dario rifà sia alla figlia che al fratello tutte le domande a cui io avevo risposto più volte.
    Ogni cosa coincideva e Dario si tranquillizza.
    Scampata la crisi depressiva di Dario posso porgli la domanda che mi premeva:
    “Perchè non ti fidavi di me?”
    “Quando io chiedo come sta una persona mi dicono tutti che sta bene e poi muore. Io non mi fido più”.
    Io mi sono sentita male perchè avevo omesso il controllo che a fine mese avrebbero dovuto fare al fratello. Pensandoci però non credo che sia un bene rivelare questo particolare a una persona soggetta a crisi depressive. Secondo me conviene aspettare di sapere realmente se ci sono dei problemi o no. Cosa ne pensate?
    Altra considerazione.
    La sfiducia di Dario non era rivolta direttamente a me ma a tutto un sistema che è in uso.
    Cioè quello di non dire, mentire, tenendo nascosto fin oltre l’evidenza la malattia.
    In una predica ho sentito il sacerdote che evidenziava l’impossibilità di impartire il viatico perchè venene chiamato quando ormai è troppo tardi. Si toglie quindi alle persone care, per paura che sappiano, questa grande grazia di Dio.
    Sulla stessa questione ho propro fatto una chiacchierata con Dario per sapere come la pensava.
    “Dario vuoi sapere se stai per morire?”
    “No, non lo voglio sapere.”
    “Dicendo così tu vorresti che io ti mentissi su come stai e poi in questo modo non potrai mai più avere fiducia in me su quello che ti dico”.
    Ora non ricordo cosa mi ha risposto ma l’argomento può condurre a una realtà grave che ha risvolti evidenti nella quotidianità.
    Basare il giudizio di come si comporta una persona partendo da come ci comporteremmo noi in quella situazione.
    Dario dice: “io mento e quindi anche lei mente”
    L’impossibilità quindi di avere fiducia anche nelle persone che per un motivo o per l’altro sono vicine a te e si occupano di te. In più sei tu stesso che chiedi che si comportino così. E’ autolesionismo.

    Ora però voglio affrontare il tema fiducia in una prospettiva più ampia.
    Prima cosa: secondo me come deve essere una persona a cui posso dare fiducia?
    Potrei andare alla ricerca di aggettivi e definizioni classiche ma secondo me tutto si condensa in una unica espressione: posso aver fiducia in chi Ama perfettamente. Lui non tradisce ma anzi farà di tutto per soddisfare tutte le mie esigenze non solo nell’utile ma anche dandomi quell’aiuto necessario per spingere le mie ali verso la speranza e la pace in Dio.

    Altro punto: vi siete mai chiesti se avete fiducia in Dio?
    Ho fatto fatica a pensarci perchè io sono abituata a partire da un fatto concreto che mi succede e da quello arrovellarmici attorno per trovare una risposta, ma con questo argomento bisogna farsi un serio esame di coscenza. Qui non vi dico il risultato perchè non so per quale motivo ma sento come un desiderio di riservatezza che mi chiede silezio e voglio rispettarlo. Vi lascio però un pezzetto di brano sempre sull’Evangelo che mi è stato rivelato 27,6 che parla proprio di questo argomento e come vedrete non è da sottovalutare.
    Dice Maria:
    “…..
    Altro punto su cui richiamo l’attenzione. Ne ho già parlato. Ma insisto: la fiducia in Dio.
    La fiducia riassume le virtù teologali. Chi ha fiducia è segno che ha fede. Chi ha fiducia è segno che spera. Chi ha fiducia è segno che ama. Quando uno ama, spera, crede in una persona, ha fiducia. Altrimenti no. Dio merita questa nostra fiducia. Se la diamo a dei poveri uomini capaci di mancare, perchè la si deve negare a Dio che non manca mai?
    La fiducia è anche umiltà. Il superbo dice: “Faccio da me. Non mi fido di costui perchè è uno incapace, un mentitore e un prepotente…”. L’umile dice: “Mi fido. Perchè non mi dovrei fidare? Perchè dovrei pensare che io sono meglio di lui?. E con più ragione così dice di Dio: “Perchè devo diffidare di Colui che è buono? Perchè io devo pensare che io sono capace di fare da me?”. Dio all’umile si dona. Ma si ritira a chi è superbo.
    La fiducia è anche ubbidienza. E Dio ama l’ubbidiente. Lìubbidienza è segno che noi ci riconosciamo figli di Lui e riconosciamo Dio per Padre. E un padre non può che amare quando è un vero padre. Dio ci è Padre vero e Padre perfetto.
    …..

    Ciao a tutti.

  19. Oggi è stata una giornata strana, tra meditazione, ricordo, dolore nel ricordare tanto da respingere il ricordo.
    E’ passata una settimana dal Venerdì Santo e così senza tanti preparativi mi è venuta l’idea di fare uno di quei viaggi nel passato per confrontarmi su la me stessa di oggi.
    Sento dire delle volte: “Ah se potessi ritornare in dietro, certamente non farei più questo errore!”, oppure: “Mi piacerebbe ritornare giovane!”.
    Anche io allora mi sono voluta immergere nel passato, ritrovare le atmosfere vissute e cercare di riviverle però con uno scopo preciso: volevo rivivere i momenti dei peccati più importanti, più grossi, che hanno lasciato un segno profondo nella mia vita e purtroppo nelle persone che mi erano accanto.
    Pensavo di sentirmi sicura, di sentire l’assoluta certezza, dentro di me, di non poter più commettere quelle atrocità. pensavo di potermi dire: “Ora sì che sei cambiata. Ce l’hai fatta! Sei una persona nuova! Sei risorta come la fenice dalle sue ceneri! Ti sei spogliata dai tuoi abiti sporchi e ti sei rivestita di abiti di luce!….”. Purtroppo non è andata per niente così. Ho provato a spogliarmi della conoscenza del dopo peccato e a immergermi in quei particolari momenti…o periodi…be non sono sicura di sapermi comportare meglio. Ancora sento dentro di me il pungolo del seme che vuole spuntare alla prima opportunità. Ancora c’è il seme della curiosità delle prime esperienze, il desiderio di sentirsi accettati, la necessità di beni materiali che scavalcano i bisogni di chi ti è vicino, il volere olre ciò che è volontà di Dio, e tante tante situazioni.
    Mi sento piena di marcio, di dolore per la consapevolezza che poco è cambiato. Ma è cambiato qualcosa? Ho l’idea che il mio spirito sia sempre quello. Pronto ad agitarsi e a scivolare via con un guizzo dal retto cammino alla minima difficoltà. Aggravato da tutti i peccati di una vita che mi fanno orrore e sono lì, non li posso cancellare…pensare che è stata colpa mia, solo mia…e per ognuno di quei peccati Gesù ha patito ma patito tanto…e io come una angulla sono pronta a sgusciare via.
    Lui poteva salvarsi, bastava uno sguardo per fulminare tutti, se voleva, ma è rimasto e si è lasciato Crocefiggere per me per salvarmi. Sono un mostro, sono cattiva, sono un serpente strisciante pronto a modificare anche la verità per salvarmi.
    Striscia Striscia Striscia ai piedi della croce chiedendo la Sua misericordia e il Suo aiuto per il tuo NON AMORE.

  20. Chi erano gli Scribi e i Farisei che Gesù condannò nel tempio?
    In tutti i Vangeli si trovano più volte gli Scribi e i Farisei.
    Ma da dove sono saltati fuori? Sono sempre esistiti?
    Il popolo israelita deve avere avuto una necessità specifica per creare questi sacerdoti?
    Domande che mi ero fatta ma, invece di ricercare le risposte giuste mi sono industriata con la fantasia.
    Nel mio immaginario avevo idealizzato la loro formazione nel periodo di Mosè, quando lui inizia a lasciare parte delle sue responsabilità agli anziani del popolo. Invece no! Anche se ci stava proprio bene!…
    Presa da una necessità impellente di scoprire la verità sono andata a cercare la risposta su internet. Adesso che mi è andata bene una volta comincio sempre da qui.
    Vi riporto qui sotto il risultato (anche se non dice niente che mi possa illuminare più di tanto sulla loro origine perciò non vi obbligo a leggerlo: come sono buona! Ma non vi perdete quello che ho scritto dopo! Quello si che è davvero interessante!):
    Scribi. All’epoca del ministero terreno di Gesù gli scribi si distinguevano quali insegnanti della Legge, ma non riconoscevano i veri problemi e bisogni del popolo. Come i farisei, gli scribi davano più importanza a regolamenti cavillosi e tradizioni che a misericordia, giustizia e fedeltà. Rendevano opprimente la Legge. (Matteo 23:2-4, 23, 24; Luca 11:45, 46) Il loro insegnamento non era così efficace come avrebbe potuto essere, perché assumevano un atteggiamento di superiorità nei confronti della gente comune e non davano essi stessi l’esempio. — Cfr. Matteo 23:3, 6, 7; Giovanni 7:48, 49.
    I Farisei. Importante setta religiosa del giudaismo presente nel I secolo E.V. Secondo alcuni studiosi, il nome letteralmente significa “separati; separatisti”, forse a indicare che evitavano ogni impurità cerimoniale o che si tenevano separati dai gentili; comunque non si sa con precisione quando la setta abbia avuto inizio. Gli scritti dello storico ebreo Giuseppe Flavio indicano che all’epoca di Giovanni Ircano I (seconda metà del II secolo a.E.V.) i farisei costituivano già un gruppo influente. Giuseppe Flavio scrive: “E così grande è la loro influenza sulle masse che anche quando parlano contro il re o il sommo sacerdote vengono subito creduti”. — Antichità giudaiche, XIII, 288 (x, 5).

    Le Scritture Greche Cristiane rivelano che i farisei digiunavano due volte la settimana, pagavano scrupolosamente la decima, e non erano d’accordo con i sadducei i quali dicevano che “non c’è né risurrezione né angelo né spirito”. (At 23:8) Si vantavano (ipocritamente) di essere giusti e disprezzavano la gente comune. (Luca 18:11, 12; Giovanni 7:47-49) Per far notare agli altri la propria giustizia i farisei allargavano gli astucci contenenti le scritture che portavano come protezione e allungavano le frange delle vesti. (Matteo 23:5) Amavano il denaro (Luca 16:14), desideravano la preminenza e i titoli onorifici. (Matteo23:6, 7; Luca 11:43) I farisei erano così prevenuti nell’applicare la Legge che la rendevano gravosa per il popolo, insistendo perché fosse osservata secondo le loro concezioni e tradizioni. (Matteo 23:4) Trascuravano completamente le cose importanti, cioè giustizia, misericordia, fedeltà e amore di Dio (Matteo 23:23; Luca 11:41-44), e ricorrevano a ogni mezzo per fare proseliti. — Matteo 23:15.
    Fonti:
    Volume I e II di Antichità giudaiche, dello scrittore Giuseppe Flavio, mia biblioteca
    TNM

    QUI C’E’ QUELLO IMPORTANTE!

    Torniamo a noi!
    Vi dicevo che non soddisfatta sono andata a cercare nel mio famoso libro “L’Evangelo che mi è stato rivelato” e ho trovato tutto quello che m’interessava, addirittura di più.
    Ci ho trovato il perché della loro origine e tutti i loro peccati, tanti dei quali, purtroppo, possiamo anche dire: mia colpa, mia grandissima colpa.
    Riporto il discorso di Gesù e non ci pensiamo più:
    (vers. 596,14 a 596,21)
    “Udite. Sulla cattedra di Mosè si assisero al tempo giusto scribi e farisei. Ore tristi, quelle, per la Patria. Finito l’esilio in Babilonia e ricostruita la nazione per magnanimità di Ciro, i reggitori del popolo sentirono la necessità di ricostruire anche il culto e la conoscenza della Legge. Perché guai a quel popolo che non li ha a sua difesa, guida e sostegno, contro i più potenti nemici di una nazione, che sono l’immoralità dei cittadini, la ribellione ai capi, la disunione fra le diverse classi e partiti, i peccati contro Dio e contro il prossimo, l’irreligiosità, tutti elementi disgregatori per se stessi e per le punizioni celesti che provocano!
    Sorsero dunque gli scribi, o dottori della Legge, per poter ammaestrare il popolo che, parlante il linguaggio caldeo, retaggio del duro esilio, non comprendeva più le scritture scritte in ebraico puro. Sorsero in aiuto dei sacerdoti, insufficienti per numero ad assolvere il compito di ammaestrare le folle. Laicato dotto e dedicato ad onorare il Signore, portando la conoscenza di Lui negli uomini e portando a Lui gli uomini, ebbe la sua ragione di essere e fece anche del bene. Perché, ricordatevelo tutti, anche le cose che per debolezza umana poi degenerano, come fu questa che si corruppe nell’andare dei secoli, hanno sempre qualche parte di buono e una ragione, almeno iniziale, di essere, per le quali cose l’Altissimo permette che sorgano e durino sinchè, la misura della degenerazione essendo colma, l’Altissimo non le disperde.
    Venne poi l’altra setta dei farisei, dalla trasformazione di quella degli Assidei, sorta per sostenere con la più rigida morale e la più intransigente ubbidienza la Legge di Mosè e lo spirito di indipendenza nel nostro popolo, quando il partito ellenista, formatosi per le pressioni e le seduzioni iniziatesi su chi non cedeva alle pressioni dell’astuto, che più che sulle armi contava sulla disgregazione della fede nei cuori per regnare sulla nostra Patria, tentava di farci servi.
    Ricordate anche questo: temete piuttosto le facili alleanze e le blandizie di uno straniero che le sue legioni. Perché, mentre se sarete fedeli alle leggi di Dio e della Patria vincerete anche se accerchiati da eserciti poderosi, quando sarete corrotti dal veleno sottile, dato come un miele inebriante dallo straniero che ha fatto disegni su voi, Dio vi abbandonerà per i vostri peccati, e sarete vinti e soggetti, anche senza che il falso alleato dia battaglia cruenta contro il vostro suolo. Guai a chi non sta all’erta come vigile scolta e non respinge l’insidia sottile di un astuto e falso vicino, o alleato, o dominatore che inizia la sua dominazione sui singoli, illanguidendo il loro cuore e corrompendolo con usi e costumi che nostri non sono, che santi non sono e che perciò ci rendono sgraditi al Signore! Guai! Ricordate tutti le conseguenze portate alla Patria dall’avere alcuni dei suoi figli adottato usi e costumi dello straniero per ingraziarsi lo stesso e godere. Buona cosa è la carità con tutti, anche con i popoli che non sono della nostra fede, che non hanno i nostri usi, che ci hanno nuociuto nei secoli. Ma l’amore a questi popoli, che sono sempre nostro prossimo, non ci deve mai far rinnegare la Legge di Dio e della Patria per il calcolo di qualche utile carpito così ai vicini. No. Gli stranieri disprezzano coloro che sono servili sino al ripudio delle cose più sante della Patria. Non è col rinnegare il Padre e la Madre – Dio e la Patria – che si ottiene rispetto e libertà.
    Bene dunque fu che al tempo giusto sorgessero anche i farisei a fare diga contro lo straripamento fangoso di usi e costumi stranieri. Lo ripeto: ogni cosa che sorge e che dura ha la sua ragione d’essere. E Bisogna rispettarla per ciò che fece, se non per ciò che fa. Chè, se essa è colpevole, ormai, non sta agli uomini insultarla e meno ancora colpirla. C’è chi sa farlo: Dio e Colui che Egli ha mandato e che ha il diritto e il dovere di aprire la sua bocca e di aprire i vostri occhi, perché voi e loro sappiate il pensiero dell’Altissimo e agiate con giustizia. Io e nessuno altro. Io perché parlo per mandato divino. Io perché posso parlare non avendo in Me nessuno dei peccati che scandalizzano quando li vedete fatti da scribi e farisei, ma che, se potete, fate voi pure”:
    …..
    “Questo vi ho detto per ricordarvi la ragione d’essere di scribi e farisei, e come e perché si sono seduti sulla cattedra di Mosè, e come e perché parlano e non vane sono le loro parole. Fate dunque come essi dicono. Ma non imitateli nelle loro azioni. Perché essi dicono di fare inuna data maniera, ma poi non fanno ciò che dicono che si deve fare. Infatti essi insegnano le leggi di umanità del Pentateuco, ma poi caricano di pesi grandi, insopportabili, inumani, gli altri, mentre per loro stessi non stendono neppur un dito, non a portare quei pesi, ma neppure a toccarli.
    Loro regola di vita è l’esser visti e notati e applauditi per le loro opere, che fanno in maniera atta a esser viste, per averne lode. E contravvengono alla legge dell’amore, perché amano definirsi separati e hanno sprezzo per coloro che non sono della loro setta, ed esigono il titolo di maestri e un culto dai loro discepoli quali essi non danno a Dio. Dei si credono per sapienza e potenza, superiori al padre e alla madre vogliono essere nel cuore dei loro discepoli, e pretendono che la loro dottrina superi quella di Dio ed esigono che sia praticata alla lettera, anche se è manipolazione della vera Legge, inferiore alla stessa come più non lo è questo monte rispetto all’altezza dei Grande Ermon che tutta la Palestina sovrasta; ed eretici sono, credendo, come i pagani, alla metempsicosi e alla fatalità alcuni, negando gli altri ciò che i primi ammettono e, di fatto se non di ottetto, ciò che Dio stesso ha dato per fede, definendosi unico Dio al quale va dato culto e dicendo il padre e la madre secondi a Dio soltanto, e come tali in diritto di essere ubbiditi più di un maestro che non sia divino.
    Chè se ora Io vi dico: “Colui che ama il padre e la madre più di Me non è atto al Regno di Dio”. Non è già per inculcarvi il disamore ai parenti, ai quali dovete rispetto ed aiuto, né è lecito levare un soccorso ad essi dicendo: “E’ denaro del Tempio”, o ospitalità dicendo: “La miacarica me lo vieta”, o la vita dicendo: “Ti uccido perché tu ami il Maestro”, ma è perché abbiate l’amore giusto ai parenti, ossia un amore paziente e forte nella sua mansuetudine, il quale sa – senza giungere all’odio verso il parente che pecca e dà dolore non seguendovi sulla via della Vita: la mia – il quale sa saper scegliere tra la legge mia e l’egoismo famigliare e la sopraffazione famigliare. Amate i parenti, ubbiditeli in tutto ciò che è santo. Ma siate pronti a morire, non già a dar morte ma a morire, dico, se essi vogliono indurvi a tradire la vocazione che Dio ha messa in voi di essere i cittadini del Regno di Dio che Io sono venuto a formare.
    Non imitate scribi e farisei, divisi fra loro sebbene aggettino di essere uniti. Voi, discepoli del Cristo, siate veramente uniti, uni per gli altri, i capi dilci ai soggetti, i soggetti dilci coi capi, uni nell’amore e nel fine della vostra unione: conquistare il mio Regno ed essere alla mia destra nell’eterno Giudizio. Ricordate che un regno diviso non è più un regno e non può sussistere. Siate dunque uniti fra voi nell’amore per Me e per la mia dottrina. Assisa del cristiano, chè tale sarà il nome dei sudditi miei, sia l’amore e l’unione, l’uguaglianza fra voi nelle vesti, la comunicanza negli averi, la fratellanza dei cuori. Tutti per uno, uno per tutti. Chi ha, dia umilmente. Chi non ha, accetti umilmente e umilmente esponga i suoi bisogni ai fratelli, sapendoli tali, e i fratelli ascoltino amorosamente i bisogni dei fratelli, sentendosi ad essi veramente tali. Ricordate che il Maestro vostro ebbe spesso fame, freddo e altri mille bisogni e disagi, e umilmente li espose agli uomini, Egli, Verbo di Dio. Ricordate che è dato un premio a chi è misericorde anche di un sol sorso d’acqua. Ricordate che dare è meglio che ricevere. In questi tre ricordi il povero trovi la forza di chiedere senza sentirsi umiliato, pensando che Io l’ho fatto prima di lui, e di perdonare se sarà respinto, pensando che molte volte al Figlio dell’uomo fu negato il posto e il cibo che si danno ai cani di guardia al gregge. E il ricco trovi la generosità di dare le sue ricchezze, pensando che la moneta vile, l’odioso denaro suggerito da Satana, causa dei nove decimi delle rovine del mondo, se dato per amore si muta in gemma immortale e paradisiaca. Siate vestiti della vostre virtù. Esse siano ampie ma note a Dio solo. Non fate come i farisei che portano le filatterie più larghe e le frange più lunghe e amano i primi seggi nelle sinagoghe e gli ossequi nelle piazze, e vogliono essere chiamati dal popolo: “Rabbi”. Uno solo è il Maestro: il Cristo. Voi che in futuro sarete i nuovi dottori, parlo a voi, miei apostoli e discepoli, ricordate che Io solo sono il vostro Maestro. E lo sarò anche quando non sarò più fra voi. Perché solo la Sapienza è colei che ammaestra. Non fatevi perciò chiamare maestri, perché siete voi stessi discepoli. E non esigete e non date il nome di padre ad alcuno sulla Terra, perché uno solo è il Padre di tutti: Il Padre vostro che è nei Cieli. Questa verità vi faccia saggi nel sentirvi veramente tutti fratelli fra voi, sia quelli che dirigono come quelli che sono diretti, e amatevi perciò da buoni fratelli. Né alcuno di quelli che dirigeranno si faccia chiamare guida, perché una sola è la vostra guida comune: il Cristo.
    Il più grande fra voi sia vostro servo. Non è umiliarsi esser servo dei servi di Dio. Ma è imitare Me che fui mite e umile sempre pronto ad avere amore ai fratelli miei nella carne di Adamo e ad aiutarli con la potenza che ho in Me come Dio. Né ho umiliato il divino, servendo gli uomini. Perché il vero re è colui che sa signoreggiare non tanto gli uomini quanto le passioni dell’uomo, prima fra tutte la stolta superbia. Ricordate. Chi si umilia sarà esaltato e chi si esalta sarà umiliato.
    La Donna di cui ha parlato nel II della Genesi il Signore, la Vergine di cui è parola in Isaia, la Madre-Vergine dell’Emmanuele, ha profetato questa verità del tempo nuovo cantando: “Il Signore ha rovesciato i potenti dal loro trono ed ha innalzato gli umili”. La Sapienza di Dio parlava sul labbro di Colei che era Madre della Grazia e Trono della Sapienza. E Io ripeto le ispirate parole che mi lodarono unito al Padre e allo Spirito Santo, nelle nostre opere mirabili, quando, senza offesa per la vergine, Io, l’Uomo, mi formavo nel suo seno senza cessare di essere Dio. Siano norma a quelli che vogliono partorire il Cristo nei loro cuori e venire al Regno di Cristo. Non vi sarà Cieli per coloro che sono superbi, fornicatori, idolatri, adorando se stessi e la loro volontà.
    Perciò guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che credete di poter chiudere con le vostre impraticabili sentenze – e realmente, se fossero avallate da Dio, sarebbero serrame infrangibile alla maggioranza degli uomini – che credete di poter chiudere il Regno dei Cieli in faccia agli uomini che alzano lo spirito ad esso per trovare forza nella loro penosa giornata terrena! Guai a voi che non ci entrate, non ci volete entrare perché non accogliete la Legge del celeste Regno, e non ci lasciate entrare gli altri che sono davanti a quella porta che voi, intransigenti, rinforzate di chiusure che Dio non ha messe.
    Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che andate per mare e per terra. Consumando gli averi non vostri, per fare un solo proselite e, fatto che sia tale, lo rendete figlio dell’inferno il doppio di voi!
    Guai a voi, guide cieche, che dite: “Se uno giura per il Tempio non è niente il suo giuramento, ma se giura per l’oro del Tempio allora resta obbligato al suo giuramento”. Stolti e ciechi! E chi è di più? L’oro , o il Tempio che santifica l’oro? E che dite: “Se uno giura per l’altare non ha valore il suo giuramento, ma se giura per l’offerta che è sull’altare allora è valido il suo giurare e resta obbligato al suo giuramento”. Ciechi! Che cosa è più grande? L’offerta, o l’altare che santifica l’offerta? Chi dunque giura per l’altare giura per esso e per tutte le cose sono sopra di esso, e chi giura per il Tempio giura per esso e per Colui che lo abita, e chi giura per il Cielo giura per il trono di Dio e per Colui che vi sta assiso.
    Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate le decime della menta e della ruta, dell’anice e dl cimino, e poi trascurate i precetti più gravi della Legge: La giustizia, la misericordia e la fedeltà. Queste sono le virtù che bisogna avere, senza tralasciare le altre cose minori!
    Guide cieche, che filtrate le bevande per paura di contaminarvi inghiottendo un moscerino affogato, e poi trangugiate un cammello senza sentirvi immondi per questo. Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che lavate l’esterno del calice e del piatto, ma dentro siete ricolmi di rapina e d’immondezza. Fariseo cieco, lava prima il di dentro del tuo calice e del tuo piatto, di modo che anche il di fuori divenga pulito.
    Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che volate come nottole nelle tenebre per le vostre opere di peccato e patteggiate nella notte coi pagani, ladroni e i traditori, e poi, al mattino, cancellati i segni dei vostri occulti mercati, salite al Tempio in bella veste.
    Guai a voi, che insegnate le leggi della carità e della giustizia contenute nel Levitino, e poi siete avidi, ladri, falsi, calunniatori, oppressori, ingiusti, vendicativi, odiatori, e giungete ad abbattere colui che vi dà noia, anche se è del vostro sangue, e a ripudiare la vergine che vi è divenuta moglie, e ripudiare i figli avuti da lei perché sono infelici, e ad accusare di adulterio la vostra donna che più non vi piace, o di malattia immonda, per esser liberi di essa, voi che immondi siete nel vostro cuore libidinoso, anche se non parete tali agli occhi della gente che non sa le vostre azioni. Siete simili a sepolcri imbiancati, che di fuori sembrano belli mentre dentro sono pieni d’ossa di morti e di marciume. Così anche voi. Sì. Così! Di fuori sembrate giusti, ma dentro siete ricolmi di ipocrisia e d’iniquità.
    Guai a voi scribi e farisei ipocriti, che innalzate sontuosi sepolcri ai profeti e abbellite le tombe dei giusti dicendo: “Se noi fossimo vissuti ai tempi dei nostri padri non saremmo stati complici e partecipi di coloro che sparsero il sangue dei profeti”. E così testimoniate contro di voi di essere i discendenti di coloro che uccisero i vostri profeti. E voi, del resto, colmate la misura dei padri vostri… O serpenti, razza di vipere, come scamperete alla condanna della Geenna?
    Per questo, ecco, Io, Parola di Dio, vi dico: Io, Dio, manderò a voi profeti e sapienti e scribi novelli. E, di questi, voi parte ne ucciderete, parte ne crocifiggerete, parte ne flagellerete nei vostri tribunali, nelle vostre sinagoghe, fuori delle vostre mura, e parte li perseguiterete di città in città, finchè non ricada su voi tutti il sangue giusto sparso sulla Terra, dal sangue del giusto Abele a quello di Zaccaria figlio di Barachia, che voi uccideste fra l’atrio e l’altare perché vi aveva, per amore di voi, ricordato il vostro peccato acciò ve ne pentiste tornando al Signore. Così è. Voi odiate coloro che vogliono il vostro bene e amorosamente vi richiamano sui sentieri di Dio.
    In verità vi dico che tutto ciò sta per avvenire, e il delitto e le conseguenze. In verità vi dico che tutto ciò si compirà su questa generazione.
    Oh! Gerusalemme! Gerusalemme! Gerusalemme!, che lapidi quelli che ti sono inviati e uccidi i suoi profeti! Quante volte Io ho voluto radunare i tuoi figli come la chioccia raduna i suoi pulcini sotto le sue ali, e tu non hai voluto! Or ecco,ascolta, o Gerusalemme! Or ecco, ascoltate voi tutti che mi odiate e odiate tutto ciò che viene da Dio. Or ecco, ascoltate voi che mi amate e che sarete travolti nel castigo serbato per i persecutori dei Messi di Dio. E ascoltate anche voi, che non siete di questo popolo ma che mi ascoltate ugualmente, ascoltate per sapere chi è Colui che vi parla e che predice senza bisogno di studiare degli animali sacrificati, né la fiamma e il fumo degli olocausti, perché tutto il futuro è il presente per Colui che vi parla. “Questa vostra Casa vi sarà lasciata deserta. Io vi dico, dice il Signore, che non mi vedrete più finchè voi pure non diciate: “Benedetto Colui che viene nel nome del Signore”.

  21. LE PRIME DOMANDE, IL PRIMO DESIDERIO.

    Una quindicina di giorni fa, mi sono arrabbiata con Dario (Vedere in commento 18 chi è).
    Di punto in bianco ho realizzato che lui capisce ma non apprende perchè non gliene interessava più di tanto dell’argomento: Dio.
    Vi racconto come sono andate le cose.
    Dopo più di cinque anni che gli parlo di Dio, mi viene da fargli una domanda: “ma tu Dario sai cosa ha fatto Gesù per noi?”
    Attimo di silenzio, i suoi occhi rivolti verso il cielo e poi la risposta: “Ma…cosa vuoi che sappia io!?”.
    Mi sono cascate le braccia!
    E’ iniziato poi il mio momento di meditazione.
    Non ero arrabbiata con lui perché sicuramente la colpa non era sua ma mia perché sicuramente avevo sbagliato il modo, il sistema per dire le cose. Magari lui ha difficoltà a capire e io ho parlato in maniera non chiara o dicevo troppi concetti. Chiedevo se capiva e lui mi diceva sì ma sicuramente è tutta colpa mia. E la cosa capisco che mi fa bene per scendere dal piedistallo di maestra e cadere nel bidone dei rifiuti. Le sconfitte servono proprio a capire ancora di più quanto si è schifosi e inutili.
    Ora poi mi faccio un’altra domanda: “E’ anche giusto obbligare una persona non solo ad ascoltarti ma anche a partecipare e impegnarsi a imparare un argomento che non gli interessa? Ora mi verrebbe da dire no. Dio non ha mai obbligato nessuno.
    E sono qui ora un po’ in crisi per come mi sono comportata. Gesù come faceva? Quando incontrava una persona gli diceva qualcosa, una frase, che sembrava messa lì per caso, e poi lasciava che quel seme crescesse e si sviluppasse nel terreno della coscienza. Io sembro un trattore con il braccio vangante! Obbligo! Mi verrebbe da sbattere la testa contro il muro, ma ora cosa può servire, il trattore è già passato.
    Bè tornando a noi. La storia è andata avanti.
    Non mi arrendo. Decido di cambiare metodo. Pochi concetti ma quelli più importanti e ripeterli allo sfinimento fino a quando non sono chiari.
    Mi scrivo un foglio da seguire con i concetti base.
    Chiedo consiglio se vanno bene e anche se mi dicono: “ma lascialo stare” io vado cocciuta per la mia strada.
    Lascio anche il foglio a Dario sul tavolo a lato del suo letto così può leggerlo, quando vuole.
    I concetti base sono:
    1 – L’uomo fin dalle origini ha peccato.
    A causa del peccato l’uomo non può più andare in paradiso.
    2 – Gesù per amore di Dio e degli uomini scende nel seno della Vergine Maria e si fa uomo per opera dello Spirito Santo.
    3 – Durante la sua vita ci dice e mette in pratica la Parola di Dio per farci vedere come dobbiamo comportarci.
    4 – Alla fine si lascia crocifiggere per espiare tutti i nostri peccati.
    5 – Risorge e sale al cielo. Si riaprono le porte del Paradiso e con il Battesimo diventiamo figli di Dio in Gesù.
    Difficile? Sì, ma pian pianino, speravo di raggiungere lo scopo.
    Passa il tempo. Non so esattamente ma più di un mese.
    Vedo che non ci sono miglioramenti. Ogni volta che ne parliamo è come se fosse la prima volta. Decido allora di ridurre ulteriormente e limitarmi al concetto: “Cosa ha fatto Gesù per noi? Gesù si è lasciato crocefiggere per espiare tutti i nostri peccati. Fine.
    Passa più di una settimana e arriviamo al dunque.
    In un momento in cui lui lo vedo disponibile gli ripeto il concetto. E lui: “Sìììì… Sììììì” e allora io dico: se dici: “Sì, Sì” chinando la testa in forma di sopportazione perché ti ripeto sempre la stessa cosa, vuol dire che lo sai…e lui:
    “Mi dici sempre la stessa cosa!”
    “Allora se lo sai, dimmi cosa ha fatto Gesù per noi?”
    “Ma!” silenzio e poi mi guarda, come aspettando che sia io a rispondere come faccio di solito.
    Ma questa volta non rispondo e ripeto la domanda: “Allora cosa ha fatto Gesù per noi?”
    “Gesù desidera spiare le persone del Paradiso…”
    “E tu sai cosa significa spiare?”
    “Spiare significa controllare di nascosto le persone”
    “E secondo te a nostro Signore interessa controllare di nascosto le persone del Paradiso?, perché dovrebbe farlo? Sono tutti santi, non peccano loro!”
    “Ma!…”
    “La parola è Espiare, che significa…? Ti ricordi il significato?….Subire la condanna. Gesù subisce la condanna per i nostri peccati. Lui prende su di sé tutti i nostri peccati e ne subisce la condanna al nostro posto. Ecco quello che fa Gesù per noi. Subisce la condanna, al posto mio e al posto di Dario, al posto di ogni uomo per permetterci di tornare in Paradiso…”
    “Cosa vuoi che sappia io! Non capisco niente!”
    “No non è vero che non capisci niente! Tu mi sai ripetere le trame dei films che guardi alla tv che ti interessano, riesci a ricordarti vita e miracoli dei giocatori di calcio e ti ricordi benissimo anche a distanza di settimane come sono andate le partite, chi ha fatto gol e tutti i problemi della tua squadra preferita! Ma non ti sforzi, non te ne frega niente di ricordati e di sapere cosa ha fatto Gesù per te!”
    “Non lo ha fatto per me ma per tutti gli uomini”
    “Se fosse servito solo a te lo avrebbe fatto anche solo per te”
    “Ma cosa vuoi che capisca io, sono cose difficili!”
    “E’ vero ho sbagliato parlandoti per tanto tempo di tante cose ma ultimamente parlavamo solo di pochi concetti che stanno su una mano e in questa ultima settimana solo di uno! Non mi sembra così difficile ricordarsi che Gesù è morto crocifisso per espiare tutti i nostri peccati! E’ così difficile ricordarlo? Il problema è che a te non te ne frega niente di Dio! Ecco qual è il punto! E il calcio non ti fa andare in Paradiso, rimane qui, non te lo porti di là. Questo è un peccato! E un peccato grave! Peccato che non te ne frega niente di Dio!
    Peccato contro l’Amore, contro lo Spirito Santo! Peccato mortale, vai all’inferno!” Ho detto così anche se a dire la verità non ne ho idea se è un peccato contro lo Spirito Santo e non sta a me giudicare Dario, ma l’ho detto per svegliarlo dal torpore del disinteressamento.
    “No, non è vero che io non mi interesso di Dio, non è vero, io mi interesso”
    “E allora cosa fai tu per il Signore?”
    “Io non rubo, non uccido…”
    “Quelle sono cose dovute, ma cosa fai tu realmente per Lui?”
    Il discorso si sospende perché è scoccata l’ora di mangiare.
    Nella sospensione torno sotto con la meditazione.
    Mia colpa mia colpa mia colpa.
    Mi sento uno schifo.
    Classico.
    Ormai è il mio stato abituale.
    Non dovevo comportarmi così. Che diritto ho di comportarmi così.?
    L’unica scusa che posso avere è che soffro perchè vedo Dario che si interessa a tante cose, a tutto ma dico tutto ciò che lo circonda e a tutto dalla politica ai personaggi dello spettacolo, insomma a tutto men che Dio. Ma che sono io per giudicare? Ancora più schifosa.
    Decido di andare a chiedergli scusa di come mi sono comportata. Non lo merita. E’ una persona buona, semplice, non si arrabbia mai, molto accomodante, accetta e perdona sempre e io mi comporto così…testa contro al muro più volte e anche forte dovrei batterla!
    Torno da lui la sera.
    Mi siedo di fianco a lui mentre cena.
    E’ l’ora solita in cui parliamo.
    E’ il momento in cui lui è disponibile. Non c’è nè la Mara Venier nè partite nè…:”Ti chiedo scusa Dario per questa mattina, non dovevo comportarmi così. Non dovevo arrabbiarmi. E poi ti ho anche detto delle cose che non dovevo dire. Ti ho detto che non interessarsi di Dio è un peccato contro lo Spirito Santo ma io non so se lo è. Anzi devo andare a riguardarli perchè non me li ricordo. E ti ho detto che vai all’inferno ma sono cose che io non so, io non posso saperle. Cosa sicura però che non interessarsi di Dio è peccato, Di questo sono sicura. Ti ho detto quelle cose perchè volevo che ti smuovessi da quel torpore, da questa indifferenza che ti ritrovi quando ti parlo di Dio. Ti chiedo ancora scusa, non dovevo comportarmi così.”
    “Non è successo niente. Tutto passato. Però io voglio bene a Dio.”
    “Ti ringrazio Dario per il tuo perdono. Scusami ancora. Però tu non vuoi bene a Dio. Non puoi volergli bene perchè non lo conosci. Non ti interessi di chi è, cosa ha fatto per te, cosa gli piace, cosa desidera. Come fai a dirgli che gli vuoi bene se non lo conosci? Ti spiego meglio. Quando tu hai visto per la prima volta tua moglie Loretta, l’amavi? No. Vedendola avrai pensato: “è carina mi piacerebbe conoscerla”, ma ancora non l’amavi. Hai iniziato a frequentarla e pian piano hai imparato a conoscerla. E più la vedevi, più ti piaceva e desideravi conoscere ogni cosa di lei, i suoi interessi, i suoi desideri, ciò che le piaceva fare…e più la conoscevi più cresceva dentro di te quel sentimento che poi si è trasformato in amore. Quindi quando inizia a piacerti una persona cerchi di conoscerla sempre meglio. Vuoi sapere tutto di lei, scoprire anche le più piccole cose, andare a fondo e stare sempre più con lei, perderti in lei. Ma tu questo sentimento per Dio non l’hai. Non lo hai mai dimostrato. Capisci perchè dico che tu non ami Dio?”
    “Sì è vero, hai ragione. Ma Dio non è concreto non lo posso toccare, vedere, dove lo trovo Dio? Come faccio a conoscerlo?”
    “Dio è dentro di te anche se non te ne accorgi. Non te ne accorgi perchè non lo hai mai cercato e Lui è li che ti chiama e aspetta che anche tu lo cerchi. Tu non Lo senti perchè, fa i conti che tu non cercadolo abbia messo Dio dentro a una scatola, tipo questo contenitore del formaggio. Dio è il formaggio. Fino a quando tu non cerchi il formaggio e non apri la scatola il formaggio non esce e tu non puoi sentire il formaggio. Hai capito?”
    “Questo è un esempio, Dio non è in una scatola?”
    “Questo è in un esempio.”
    “Allora come faccio a conoscere Dio?”
    “Dobbiamo comportarci come quando iniziamo a conoscere una persona che ci piace e abbiamo la voglia di instaurare un rapporto profondo con lei. Come hai fatto con Loretta. Purtroppo noi non riusciamo a comprenderlo appieno ma possiamo imparare a conoscerlo piano piano partendo da ciò che conosciamo, da ciò che ha fatto Lui per noi. Possiamo partire da quello che ha fatto Gesù per noi, che è la cosa più vicino a noi, più grande, e meditando quella possiamo iniziare a comprendere quanto Lui ci ama e da lì vedrai che tutto il resto viene da sè. Sarà il tuo spirito, la tua anima che si aprirà alla conoscenza di Dio con la forza della tua volontà e dalla Grazia di Dio che ti verrà in contro.
    “Si parto da questo e poi Dio mi verrà in contro”

    Adesso con Dario più impegnato siamo migliorati tanto e sa cosa ha fatto Dio per noi.
    Lode e Gloria a Dio.
    La pace di Dio sia con tutti voi.

  22. I 10 COMANDAMENTI

    Quando io penso ai 10 comandamenti, mi viene da provare a elencarli.
    Ci provo, faccio fatica anche solo a dirli tutti, metterli nell’ordine arrivo sicura ai primi tre. Che vergogna!
    Provo a pensarli uno per uno e mi accorgo che il mio ragionamento è molto frettoloso, non approfondisco, non riesco ad approfondire. Rimane così un comando generale che non fa meditare, non fa pensare nè riflettere se io veramente posso dire: “Sì io rispetto la Legge di Dio”.
    Ho trovato nel mio solito libro (L’Evangelo…) la spiegazione di ogni comandamento. Vi assicuro che la legge di Dio di 10 ordini riempie tutti gli aspetti della vita. Provate a meditarla articolo per articolo. Io leggevo e più leggevo più mi prendeva tanto che non riuscivo a smettere. E’ un discorso lungo che scriverò piano piano ma sono sicura che ne vale la pena. Apre gli occhi e vedi luce su comportamenti sbagliati che hai tenuto. anche sul modo di rapportarti con Dio. Oh me peccatrice! Come posso alzare ancora gli occhi! Misericordia prego, perchè niente merito!

  23. DISCORSO DI APERTURA sui 10 comandamenti.

    Dice Gesù:
    “L’uomo cade in un errore nel considerare la vita e la morte e nell’applicare questi due nomi. Chiama “vita” il tempo in cui, partorito dalla madre, inizia il respiro, il nutrimento, il moto, il pensiero, l’azione; e chiama “morte” il momento in cui cessa di respirare, mangiare, muoversi, pensare, operare, e diviene una spoglia fredda e insensibile, pronta a rientrare in un seno, quello di un sepolcro. Ma non è così. Io voglio farvi capire la “vita”, indicarvi le opere atte alla vita.
    Vita non è esistenza. Esistenza non è vita. Esiste anche questa vigna che si lega a queste colonne. Ma non ha la vita di cui Io parlo. Esiste anche quella pecora che bela legata a quell’albero lontano. Ma non ha la vita di cui Io parlo. La vita di cui Io parlo non comincia con l’esistenza e non ha termine col finire della carne. La vita di cui Io parlo ha inizio non in un seno materno. Ha inizio quando dal Pensiero di Dio viene creata un’anima per abitare una carne, ha termine quando i Peccato la uccide!
    Prima l’uomo non è che un seme che cresce, (dovrebbe intendersi non in senso temporale, ma in senso ipotetico e modale, come per dire: Se fosse senz’anima, l’uomo concepito non sarebbe altro che un seme di carne. Il discorso, infatti, non si prefigge di stabilire il momento dell’infusione dell’anima, ma di far capire in termini semplici che la vita vera è quella spirituale.) seme di carne, invece che di glutine o di midollo come lo è quello delle biade o quello delle frutta. Prima non è che un animale che si forma, un embrione di animale non dissimile da quello che ora gonfia nel seno di quella pecora. Ma dal momento che in questo concepimento d’uomo si infonde questa parte incorporea, e che pure è la più potente nella usa incorporeità che sublima, ecco che allora l’embrione animale non solo esiste come cuore pulsante, ma “vive” secondo il Pensiero creatore, e diviene l’uomo, creato ad immagine e somiglianza di Dio, il figlio di Dio, il cittadino futuro dei Cieli.
    Ma questo avviene se la vita dura, l’uomo può esistere avendo immagine d’uomo, ma già non essendo più uomo. Essendo cioè un sepolcro in cui putrefà la vita. Ecco perciò che Io dico: la vita non comincia con l’esistenza e non ha termine col finire della carne. La vita ha inizio prima della nascita. La vita, poi, non ha più termine perché l’anima non muore, ossia non si annulla. Muore al suo destino, che è quello celeste, ma sopravvive nel suo castigo se così ha meritato. A questo destino beato muore col morie alla Grazia. Questa via, colpita da una cancrena che è la morte al suo destino, dura nei secoli nella dannazione e nel tormento. Questa vita, conservata invece tale, raggiunge la perfezione del vivere facendosi eterna, perfetta, beata come il suo Creatore.
    Abbiamo dei doveri verso la vita? Sì. Essa è un dono di Dio. Ogni dono di Dio va usato e conservato con cura, perché è cosa santa quanto il Donatore. Malmenereste voi il dono di un re? No. Passa agli eredi, e agli eredi degli eredi, come gloria della famiglia. E allora perché malmenare il dono di Dio? Ma come lo si usa e conserva questo dono divino? In che modo tenere in vita il paradisiaco fiore dell’anima per conservarlo ai Cieli? Come ottenere di “vivere” al di sopra ed oltre l’esistenza?
    Israele ha chiare leggi in proposito e non ha che osservarle.
    Israele ha profeti e giusti che danno esempio e parola per praticare le leggi. Israele ha anche ora i suoi santi. Non può, non dovrebbe errare quindi Israele. Invece Io vedo macchie nei cuori e spiriti morti pullulare da ogni dove. Onde vi dico: fate penitenza; aprite l’animo alla Parola; mettere in pratica la Legge immutabile; rinsanguate l’esausta “vita” che langue in voi; se già l’avete morta, venite alla Vita vera, a Dio. Piangete sulle vostre colpe. Gridate: “Pietà!”. Ma risorgete. Non siate dei morti viventi per non essere domani degli eterni penanti. Io non vi parlerò d’altro che del modo di giungere o di conservare la vita.
    Un altro vi ha detto: “Fate penitenza. Mondatevi dal fuoco impuro delle lussurie, dal fango delle colpe”. Io vi dico: poveri amici, studiamo insieme la Legge. Riudiamo in essa la voce paterna del Dio vero. E poi insieme preghiamo l’Eterno dicendo: “La tua misericordia scenda sui nostri cuori”.
    Ora è cupo inverno. Ma fra poco verrà primavera. Uno spirito moto è più triste di un bosco spogliato dal gelo. Ma se umiltà, volontà, penitenza e fede penetreranno in voi, come bosco a primavera la vita tornerà in voi, e voi fiorirete a Dio per portare poi domani, nel domani dei secoli e dei secoli, perenne frutto di vita vera.
    Venite alla Vita! Cessate di esistere solamente e cominciate a “vivere”. La morte allora non sarà “fine”, ma principio sarà. Il principio di un giorno senza tramonto, di una gioia senza stanchezza e misura. La morte sarà il trionfo di ciò che visse prima della carne, e trionfo della carne che sarà chiamata, alla risurrezione eterna, a compartecipare a questa Vita, che Io prometto nel nome del Dio vero a tutti coloro che avranno “voluto” la “vita” per la loro anima calpestando il senso e le passioni per godere della libertà dei figli di Dio.
    Andate. Ogni giorno a quest’ora Io vi parlerò dell’eterna verità. Il Signore sia con voi.”

  24. IO SONO IL SIGNORE DIO TUO


    La giornata è fredda ma serena. La gente parlotta fra sé…
    “Io vorrei essere guarito. Vedi? Ho una gamba in cancrena. Ho sofferto la morte a venire qui sul ciuco. Ma l’avevo cercato a Sionne e non c’era più…”, dice uno.
    “L’hanno minacciato i morte”, risponde un altro.
    “Cani!”.
    “Sì. Di dove vieni?”.
    “Da Lidda”.
    “Lunga la strada!”.
    “Io…io vorrei dirgli un mio errore…L’ho detto al Battista…ma sono scappato, tanto mi ha assalito di rampogne. Penso non poter essere più perdonato…”, dice un altro ancora.
    “Che hai fatto mai?”.
    “Molto male. A Lui lo dirò. Che dite? Mi maledirà?”.
    “No. Io l’ho sentito parlare a Betsaida. Per caso ero là. Che parole!1 Parlava di una peccatrice. Ah! Quasi avrei voluto essere lei per meritarle!…”, dice un vecchio imponente.
    “Eccolo che viene”, gridano in diversi.
    “Misericordia! Mi vergogno!”, dice il colpevole e fa per fuggire.
    “Dove fuggi, figlio mio? Tanto nero hai nel cuore da odiare la Luce al punto di doverla fuggire? Tanto hai peccato da avere paura di Me: Perdono? Ma che peccato puoi avere commesso? Neppure se avessi ucciso Iddio dovresti temere, se avessi in te VERO pentimento. Non piangere! Oppure vieni, piangiamo insieme.”.
    Gesù che alzando una mano ha imposto al fuggente un arresto, ora lo tiene stretto a Sé, e poi si volge a chi attende e dice: “Un solo momento. Per sollevare questo cuore. E poi vengo a voi”.
    E si dilunga oltre la casa, urtando, nello svoltare l’angolo, contro la donna velata, al suo posto d’ascolto. Gesù la guarda fisso un attimo, poi fa ancora un dieci passi e si ferma: “Che hai fatto?”.
    L’uomo cade in ginocchio. E’ un uomo sui cinquant’anni. Un volto bruciato da molte passioni e devastato da un tormento segreto. Tende le braccia e grida: “Per godere con le femmine tutta l’eredità paterna, ho ucciso la madre e il fratello…Non ho avuto più pace…Il mio cibo…sangue! Il mio sonno…incubo!…Il mio piacere…Ah! Nel seno delle femmine, nel loro grido di lussuria, sentivo il gelo della madre morta e il rantolo del fratello avvelenato. Maledette le femmine di piacere, aspidi, meduse, murene insaziabili, rovina, rovina, rovina mia!”.
    “Non maledire. Io non ti maledico…”.
    “Non mi maledici?”.
    “”No. Piango e mi addosso il tuo peccato!…Come è pesante! Mi frange le membra. Sì. Io ti rimetto il tuo grande peccato”. Stende le mani sul capo dell’uomo singhiozzante e prega: “Padre, anche per lui il mio Sangue sarà versato. Per ora ecco tuo Figlio, al cui giudizio ogni cosa è rimessa, così vuole!…” gli dice:”La colpa è rimessa. A te ora espiare con una vita di penitenza quanto resta del tuo delitto”.
    “Dio mi ha perdonato? E la madre? E il fratello?”.
    “Ciò che Dio perdona, da chiunque è perdonato. Và e non peccare mai più”.
    L’uomo piange più forte e gli bacia la mano. Gesù lo lascia al suo pianto. Torna verso la casa. La donna velata fa n atto come per andargli incontro, ma poi china il capo e non si muove. Gesù le passa davanti senza guardarla.
    E’ al suo posto. Parla:
    “Un’anima è tornata al Signore. Sia benedetta la sua onnipotenza che strappa dalle spire demoniache le anime sue create e le riporta sulla via dei Cieli. Perché quell’anima si era perduta? Perché aveva perduto di vista al Legge. E’ detto nel Libro che il Signore si manifestò sul Sinai in tutta la sua terribile potenza, per dire anche con essa: Io sono Dio. Questo è il mio volere. E questi sono i fulmini che ho pronti per coloro che saranno ribelli al volere di Dio”. E prima di parlare impose che nessuno del popolo salisse per contemplare Colui che è, e che anche i sacerdoti si purificassero prima di accostarsi al limite di Dio, per non essere percossi. Questo perché era tempo di giustizia e di prova. I Cieli erano chiusi come da pietra sul mistero del Cielo e sul corruccio di Dio, e solo le lame della Giustizia saettavano dia Cieli sui figli colpevoli. Ma ora no. Ora il Giusto è venuto a consumare ogni giustizia ed è venuto il tempo in cui, senza folgori e senza termini, la Parola divina parla all’uomo per dare all’uomo Grazia e Vita.
    La prima parola del Padre e Signore è questa: “Io sono il Signore Dio tuo”.
    Non vi è attimo del giorno che questa parola non suoni e non sia scritta dalla voce e dal dito di Dio. Dove? Dovunque.
    Tutto lo dice continuamente. Dall’erba alla stella, dall’acqua al fuoco, dalla lana al cibo, dalla luce alle tenebre, dalla sanità alla malattia, dalla ricchezza alla povertà. Tutto dice: “Io sono il Signore. Per Me hai questo. Un mio pensiero te lo dona, un altro te lo leva, né vi è forza di eserciti né di difese che ti può preservare dalla mia volontà”: Urla nella voce del vento, canta nel riso dell’acqua, profuma nell’olezzo del fiore, s’incide sui dossi montani e sussurra, parla, chiama, grida nelle coscienze: “Io sono il Signore Iddio tuo”.
    Non ve lo dimenticate mai! Non chiudetevi gli occhi, le orecchie, non strozzate la coscienza per non udirla, questa parola. Tanto essa è, e viene il momento che sulla parete del convito o sull’onda sconvolta del mare, sul labbro ridente del fanciullo o sul pallore del vecchio che muore, sulla fragrante rosa o sul fetido sepolcro, viene scritta dal dito di fuoco di Dio. Tanto viene il momento che fra le ebbrezze del vino e del piacere, fra il turbine degli affari, nel riposo della notte, in una solitaria passeggiata, essa alza la sua voce e dice: “Io sono il Signore Iddio tuo” e non questa carne che baci avido, e non questo cibo che ingordo ingolli, e non quest’oro che avaro accumuli, e non questo letto su cui poltrisci; e non serve il silenzio, l’esser soli, dormenti, a farla tacere.
    “Io sono il Signore Iddio tuo”, il Compagno che non ti abbandona, l’Ospite che non puoi cacciare. Sei buono? Ecco che l’ospite e compagno è l’Amico buono. Sei perverso e colpevole? Ecco che l’ospite e compagno diviene il Re irato e non dà pace. Ma non lascia, non lascia, non lascia. Solo ai dannati è concesso separarsi da Dio. Ma la separazione è il tormento insaziabile ed eterno.
    “Io sono il Signore Iddio tuo” e aggiunge: “che ti trassi dalla terra D’Egitto, dalla casa della schiavitù”. Oh! Che invero, ora, proprio lo dice! Da che Egitto, da che Egitto ti trae, verso la terra promessa che non è questo luogo, ma il Cielo! L’eterno Regno del Signore in cui non sarà più fame e sete, e freddo e morte, ma tutto stillerà gioia e pace, e di pace e di gioia sarà sazio ogni spirito.
    Dalla schiavitù vera ora vi trae. Ecco il Liberatore. Io sono. Vengo a spezzare le vostre catene. Ogni dominatore umano può conoscere morte e per la sua morte essere liberi i popoli schiavi. Ma Satana non muore. E’ eterno. Ed è il dominatore che vi ha messo in ceppi per trascinarvi dove vuole. Il Peccato è in voi. E il Peccato è la catena con cui Satana vi tiene. Io vengo a spezzare la catena. In nome del Padre vengo. E per desiderio mio. Ecco perciò che si compie la NON COMPRESA promessa:” ti trassi dall’Egitto e dalla schiavitù”.
    Ora questo ha spiritualmente compimento. Il Signore Iddio vostro vi trae dalla terra dell’idolo che sedusse i Progenitori, vi strappa alla schiavitù della Colpa, vi riveste di Grazia, vi ammette nel suo Regno. In verità vi dico che coloro che verranno a Me potranno, con dolcezza di paterna voce, sentire l’Altissimo dire nel cuore beato: “Io sono il Signore Iddio tuo e ce ti traggo a Me, libero e felice”.
    Venite. Volgete al Signore cuore e volto, preghiera e volontà. L’ora della Grazia è venuta”.
    Gesù ha terminato. Passa benedicendo e carezzando una vecchietta ed una bambinella morettina e tutta ridente.
    “Guariscimi, Maestro. Ho tanto male!”. Dice il malato di cancrena.
    “Prima l’anima, prima l’anima. Fai penitenza…”
    “Dammi il battesimo come Giovanni. Non posso andare a lui. Sono malato”.
    “Vieni”.
    Gesù scende verso il fiume che è oltre due grandissimi prati e il bosco che lo nasconde. Si scalza e così l’uomo, che si è trascinato lì con le stampelle. Scendono alla riva e Gesù, facendo coppa con le due mani unite, sparge l’acqua sul capo dell’uomo, che è nell’acqua fino a mezzo stinco.
    “Ora leva le bende”, ordina Gesù mentre risale sul sentiero. L’uomo ubbidisce. La gamba è risanata. La folla grida il suo stupore.
    “Anche io!”, “Anche io”, “Io pure il battesimo da Te!”, gridano in molti.
    Gesù, che è già a mezza strada, si volge: “Domani. Ora andate e siate buoni. La pace sia con voi”.
    Tutto ha fine e Gesù torna a casa, nella cucina oscura nonostante siano ancora le prime ore del pomeriggio.
    I discepoli gli si affollano intorno. E Pietro chiede: “Quell’uomo che hai condotto dietro casa, che aveva?”.
    “Bisogno di purificazione”.
    “Non è però tornato, né c’era a chiedere il battesimo”.
    “E’ andato dove l’ho mandato”.
    “Dove?”.
    “All’espiazione, Pietro”.
    “In carcere?”.
    “No. Alla penitenza per tutta la vita che gli resta.”
    “Non si purifica allora con l’acqua?”.
    “E’ acqua anche il pianto”.
    “Questo è vero…..”.

    “…Ma ricordate che il mio amore è molto, ma ci vuole anche la vostra buona volontà. Un passo più avanti nella vostra vita di miei discepoli lo farete da domani. Ma pesate che ogni passo in avanti è un onore e un obbligo”.
    “Maestro…un giorno hai detto a me, Giovanni, Giacomo e Andrea che ci avresti insegnato a pregare. Io penso che, se pregassimo come Tu preghi, saremmo capaci di essere degni del lavoro che Tu vuoi da noi”, dice Pietro.
    “Ti ho anche risposto, allora: “Quando sarete abbastanza formati, vi insegnerò la preghiera sublime. Per lasciarvi la mia preghiera. Ma anche essa sarà nulla se non la dirà che la bocca. Per ora ascendete con l’anima e la volontà a Dio”. La preghiera è un dono che Dio concede all’uomo e che l’uomo dona a Dio”.
    “E come? non siamo ancora degni di pregare? Tutto Israele prega…”, dice l’Iscariota.
    “Sì, Giuda. Ma tu vedi dalle sue opere come prega Israele. Io non voglio fare di voi dei traditori. Chi prega non l’esterno, e dentro è contro il bene, è un traditore”.
    “E i miracoli quando ce li fai fare?”, chiede sempre Giuda.
    “Noi i miracoli, noi? Misericordia eterna! Ma pure si beve acqua pura! Noi i miracoli? Ma, ragazzo, farnetichi?”. Pietro è scandalizzato, spaventato, fuori di sé.
    “L’ha detto Lui a noi, in Giudea. Non è forse vero?”.
    “Sì E’ vero. Io l’ho detto. E voi li farete. Ma finchè in voi sarà troppa carne, non avrete miracoli.”
    “Faremo dei digiuni”, dice l’Iscariota.
    “Non serve. Per carne intendo le passioni corrotte, la triplice fame, e dietro a questa perfida trinità il codazzo dei suoi vizi…Pari a figli di una lurida bigama unione, la superbia della mente genera, con l’avidità della carne e del potere, tutto il male che è nell’uomo e nel mondo”.
    “Noi per te tutto abbiamo lasciato”, ribatte Giuda.
    “Ma non voi stessi”.
    “Dobbiamo morire allora? Pur di esser con Te lo faremmo. Io almeno…”.
    “No non chiedo la vostra morte materiale. Chiedo che muoia l’animalità e la satanicità in voi, e questa non muore finchè la carne viene saziata e menzogna, orgoglio, ira, superbia, gola, avarizia, accidia, sono con voi”.
    “Siamo tanto uomini presso Te tanto santo!”, mormora Bartolomeo.
    “E fu sempre così santo. Noi lo possiamo dire”, asserisce il cugino Giacomo.
    “Egli lo sa come siamo…non dobbiamo accasciarci perciò. Ma dirgli solo: dacci giorno per giorno la forza di servirti. Se noi dicessimo: “siamo senza peccato” saremmo ingannati e ingannatori. E di chi poi? Di noi che sappiamo ciò che siamo, anche se non lo vogliamo dire? Di Dio che non si inganna? Ma dicendo: “Siamo deboli e peccatori. Aiutaci con la tua forza e il tuo perdono”, Dio allora non ci deluderà, e nella sua bontà e giustizia ci perdonerà e ci purificherà dalle iniquità dei nostri poveri cuori”.
    “Te beato, Giovanni. Poiché la Verità parla sulle tue labbra che hanno profumo di innocenza e non baciano che l’adorabile Amore”, dice Gesù alzandosi e si attira sul cuore il prediletto che ha parlato dal suo angolo buio.

  25. “NON TI FARAI DEGLI DEI NEL MIO COSPETTO”

    Dice Gesù:
    “E’ detto: “Non ti farai degli dei nel mio cospetto. Nn ti farai nessuna scultura, né rappresentazione di quello che è lassù nel cielo o quaggiù in terra o nelle acque sotto la terra. Non adorerai tali cose, né presterai loro culto. Io sono il Signore Iddio tuo, forte e geloso, che visito l’iniquità dei padri sopra i figli fino alla terza e quarta generazione di quelli che mi odiano, e faccio misericordia fino alla millesima di quelli che mi amano e osservano i miei comandamenti”.

    “Non ti farai degli dei nel mio cospetto”.
    Avete udito come Dio sia onnipresente col suo sguardo e la sua voce. In verità sempre siamo al suo cospetto. Chiusi nell’interno di una camera o fra il pubblico del Tempio, ugualmente siamo al suo cospetto. Benefattori nascosti che anche al beneficato celiamo il nostro volto, o assassini che assaliamo il viandante in una gola solitaria e lo trucidiamo, ugualmente siamo al suo cospetto. Al suo cospetto è il re in mezzo alla sua corte, il soldato sul campo di battaglia, il levita nell’interno del Tempio, Il saggio curvo sui libri, il contadino sul solco, il mercante al suo banco, la madre curva sulla cuna, la sposa nella camera nuziale, la vergine nel segreto della paterna dimora, il bimbo che studia nella scuola, il vecchio che si stende per morire. Tutti al suo cospetto e tutte le azioni dell’uomo ugualmente al suo cospetto. Tutte le azioni dell’uomo! Tremenda parola! E consolante parola! Tremenda se azioni di peccato, consolante se azioni di santità. Sapere che Dio vede. Freno al mal fare.Conforto al ben fare. Dio vede che bene agisco. Io SO che Egli non dimentica ciò che vede. Io CREDO che Egli premia le buone azioni. Perciò sono certo di avere di queste premio e su questa certezza mi riposo. Essa mi darà serena vita e placida morte, perché in vita e in morte sarà lamia anima consolata dal raggio stellare dell’amicizia di Dio. Così ragiona colui che agisce bene.
    Ma colui che agisce male, perché non pensa che fra le azioni proibite sono i culti idolatrici? Perché costui non dice: “Dio vede che, mentre fingo culto santo, adoro un dio o degli dei bugiardi, ai quali ho eretto un altare segreto agli uomini ma noto a Dio? Quali dei, direte, se neppure nel Tempio è figura di Dio? Quale volto hanno questi dei, se al vero Dio ci fu impossibile dare un volto?
    Sì. Impossibile dare un volto, perché il Perfetto e il Purissimo non può essere degnamente raffigurato dall’uomo. Solo lo spirito intravede la sua incorporea e sublime bellezza e ne ode la voce, ne gusta la carezza quando Egli si effonde presso un suo santo meritevole di questi contatti divini. Ma l’occhio, l’udito, la mano dell’uomo non possono vedere e udire, e perciò ripetere con il suono sulla cetra, col mazzuolo e lo scalpello sul marmo, ciò che è il Signore. Oh! Felicità senza fine quando,o spiriti dei giusti, vedrete Iddio! Il primo sguardo sarà l’aurora della beatitudine che nei secoli e dei secoli vi sarà compagna. Eppure ciò che non potemmo fare per il vero Dio, ecco che l’uomo fa per gli dei bugiardi. Ed uno erige l’altare alla donna; l’altro all’oro; l’altro al potere; l’altro alla scienza; l’altro ai trionfi militari; l’uno adora l’uomo potente, suo simile in natura, solo superiore in prepotenza o fortuna; l’altro adora se stesso e dice: “Non c’è altri pari a me”. Ecco gli dei di coloro che sono del popolo di Dio.
    Non stupitevi dei pagani che adorano animali, rettili ed astri. Quanti rettili! Quanti animali! Quanti astri spenti adorate nei vostri cuori! Le labbra pronunziano parole di menzogna per adulare, per possedere, per corrompere. E non sono queste le preghiere degli idolatri segreti? I cuori covano pensieri di vedetta, di mercimonio, di prostituzione. E non sono questi i culti agli dei immondi del piacere, dell’avidità, del male?
    E’ detto: “Non adorerai nulla di ciò che non è il tuo Dio vero, unico, eterno”.
    E’ detto: “Io sono il Dio forte e geloso”.
    FORTE: nessuna altra forza è più della sua. L’uomo è libero di fare, Satana è libero di tentare. Ma quando Dio dice: “Basta”, l’uomo non può più male agire e Satana non può più tentare. Respinto questo nel suo inferno, abbattuto quello dal suo abuso nel mal fare, perché vi è un limite ad esso, oltre il quale Dio non permette si vada.
    GELOSO: Di che? Di quale gelosia? La meschina gelosia dei piccoli uomini? No. La santa gelosia di Dio sui suoi figli. La giusta gelosia. L’amorosa gelosia. Vi ha creati. Vi ama. Vi vuole. Sa ciò che vi nuoce. Conosce ciò che è atto a separarvi da Lui. Ed è geloso di questo “che”, che si intromette fra il Padre ed i figli e li svia dall’unico amore che è salute e pace: Dio.
    Comprendete questa sublime gelosia che non è gretta, che non è crudele, che non è carceriera. Ma che è amore infinito, che è infinita bontà, che è libertà senza limiti, che si dà alla creatura finita per aspirarla nell’eternità a Sé e in Sé e farla compartecipe della sua infinità. Un padre buono non vuole godere le sue ricchezze da solo. Ma vuole che i figli con lui le godano. In fondo, più per i figli che per sé le ha accumulate. Ugualmente Dio. Ma portando in questo amore e desiderio la perfezione che è in ogni sua azione. Non delude il Signore. Egli promette castigo sui colpevoli e sui figli dei figli colpevoli. E Dio non mente mai nelle sue promesse. Ma non abbattete l’animo vostro, o figli dell’uomo e di Dio. Udite, ed esultate, l’altra promessa.: “ E faccio misericordia fino alla millesima di quelli che mi amano e osservano i miei comandamenti”. Fino alla millesima generazione dei buoni. E fino alla millesima debolezza dei poveri figli dell’uomo, i quali cadono non per malizia ma per sventatezza e per tranello di Satana. Più ancora. Io vi dico che Egli vi are le braccia se col cuore contrito e col volto lavato dal pianto voi dite: “Padre, io ho peccato. Lo so. Me ne umilio e a Te mi confesso. Perdonami. Il tuo perdono sarà la mia forza per tornare a “vivere” la vera vita.
    Non temete. Prima che voi peccaste per debolezza Egli sapeva che avreste peccato. Ma solo il suo Cuore di chiude quando persistete nel peccato volendo peccare, facendo di un dato peccato o di molti peccati i vostri dei d’orrore. Abbattete ogni idolo, fate posto al Dio vero. Egli scenderà con la sua gloria a consacrare il vostro cuore quando i vedrà Lui solo in voi.
    Rendete a Dio la sua dimora. Non nei templi di pietra, ma nel cuore degli uomini essa è. Lavatene la soglia, liberate l’interno da ogni inutile o colpevole apparato. Dio solo. Solo Lui. Tutto è Lui! E per nulla è inferiore al Paradiso il cuore di un uomo in cui sia Dio, il cuore di un uomo che canti il suo amore all’Ospite divino.
    Fate di ogni cuore un cielo. Iniziate la coabitazione con l’Eccelso. Nel vostro eterno domani essa si perfezionerà in potenza e gioia. Ma qui sarà già tale da superare il tremebondo stupore di Abramo, Giacobbe e Mosè. Perché non sarà più l’incontro folgorante e spaurente col Potente, ma la permanenza col il Padre e l’Amico che scende per dire: “La mia gioia è stare fra gli uomini. Tu mi fai felice. Grazie, figlio”.
    La folla, che supera il centinaio, esce dopo qualche tempo dall’incantesimo. Chi si accorge di piangere, chi di sorridere per la stessa speranza di gioia. Infine la folla pare svegliarsi, ha come un brusio, un sospiro potente, e infine u grido come di liberazione: “Te benedetto! Tu ci apri la via della pace!”.
    ….

  26. NON PROFERIRE INVANO IL MIO NOME


    Dice Gesù: “…Andate. Io resto con Giuda”.
    I discepoli vanno.
    Gesù guarda Giuda ancora lacrimoso e chiede: “Ebbene? Non hai nulla da dirmi? Tutto Io so di te. Ma voglio SAPERLO DA TE. Perché questo pianto? E soprattutto perché questo squilibrio che ti tiene sempre così malcontento?”.
    “Oh! Sì, Maestro. Lo hai detto. Io sono di natura geloso. Tu lo sai certo. E soffro a vedere che…a vedere tante cose. Questo mi rende inquieto e … ingiusto. E divento cattivo mentre non lo vorrei, no…”.
    “E non piangere di nuovo! Di che sei geloso? Abituati a parlare con la tua VERA anima. Tu parli molto, anche troppo. Ma con che? Con l’istinto e con la mente. Segui tutto un faticoso e continuo lavoro per dire ciò che vuoi dire: parlo di te, del tuo io, perché per quello che devi dire degli altri e agli altri non ti poni redine e confine. Ugualmente non poni redine e confine alla tua carne. Essa è il tuo cavallo pazzo. Sembri un auriga al quale l’intendente delle corse abbia dato due cavalli pazzi. L’uno è il senso, l’altro…vuoi udire quale è l’altro? Sì? E’ l’errore che non vuoi domare. Tu, auriga capace ma imprudente, ti fidi della tua capacità e credi sia sufficiente. Vuoi giungere primo…non perdi tempo a mutare almeno UN cavallo. E anzi li aizzi e sferzi. Vuoi essere “il vincitore”. Vuoi l’applauso…Non sai che ogni vittoria è certa quando è conquistata con costante, paziente, prudente lavoro? Parla con al tua anima. E’ da lì che voglio venga la tua confessione. O devo dirti Io quello che hai dentro?”.
    “Trovo che anche Tu non sei giusto e non sei fermo, e ne soffro”.
    “Perché mi accusi? In che ho mancato agli occhi tuoi?”.
    “Quando io volevo portarti dai miei amici Tu non hai voluto dicendo: “Preferisco stare fra gli umili”. Poi Simone e Lazzaro ti hanno detto che era bene mettersi sotto la protezione di un potente e Tu hai accettato. Tu dai preferenza a Pietro, a Simone, a Giovanni…Tu…”.
    “Che altro?”.
    “Null’altro, Gesù”.
    “Nuvole!…Vesciche nella spuma dell’onda. Mi fai pena, perché sei un miserabile che ti torturi potendo gioire. Puoi dire che è lussuoso questo luogo? Puoi dire che non ci fu una grande ragione che mi spinse ad accettarlo? Se Sionne fosse meno matrigna ai suoi profeti sarei qui, nascosto come un che teme la giustizia umana e che si rifugia in un luogo d’asilo?”.
    “No”.
    “E allora? Puoi dire che a te non ho dato missioni come agli altri? Puoi dire che fui acerbo con te quando anche hai mancato? Tu non fosti sincero…Le vigne!…Oh! le vigne! Che nome avevano quelle vigne? Tu non fosti compiacente con chi soffriva e si redimeva. Tu non fosti neppur rispettoso verso di Me. E gli altri hanno visto…Eppure una sola voce si è alzata a difesa, e sempre. La mia. Gli altri avrebbero diritto di esser gelosi perché, se c’è stato uno protetto, sei tu”.
    Giuda piange avvilito e commosso.
    “Io vado. E’ l’ora in cui sono di tutti. Tu resta. E medita”.
    “Perdonami Maestro. Non potrò avere pace se non ho il tuo perdono. Non essere triste per causa mia. Sono un ragazzo cattivo…Amo e tormento…Così con la madre…Così con te…Così con la sposa se domani avessi una sposa…Sarebbe meglio morissi!…”
    “Sarebbe meglio che ti ravvedessi. Ma sei perdonato. Addio”.
    Gesù esce e accosta l’uscio.

    Poi raggiunge il suo posto e inizia a parlare.
    “L pace sia a voi tutti e con la pace vi venga luce e santità.
    E’ detto: “Non proferire invano il mio Nome”.
    Quando è che lo si nomina invano? Solo quando lo si bestemmia? No. Anche quando lo si nomina senza rendersi degni di Dio. Può dire un figlio: “Amo il padre e l’onoro” se poi a tutto quello che il padre da lui desidera, oppone opere contraria? Non è dicendo: “padre, padre” che si ama il genitore. Non è dicendo: “Dio, Dio” che si ama il Signore.
    In Israele in cui, come ieri l’altro ho spiegato, vi sono tanti idoli nel segreto ei cuori, vi è anche una ipocrita lode a Dio, lode alla quale non corrispondono le opere dei lodatori. In Israele vi è anche una tendenza: quella di trovare tanti peccati nelle cose esteriori, e a NON VOLERLI trovare, là dove realmente sono, nelle cose interiori. In Israele vi è anche una stolta superbia, una antiumana e antispirituale abitudine: Quella di giudicare bestemmia il Nome del nostro Dio su labbra pagane, e si giunge a proibire ai gentili di accostarsi al Dio vero perché si giudica ciò sacrilegio..
    Questo fino ad ora. Ora non più.
    Il Dio d’Israele è lo stesso Dio che ha creato tutti gli uomini. Perché impedire che i creati sentano l’attrazione del loro Creatore? Credete voi che i pagani non sentano qualcosa nel fondo del cuore, qualcosa di insoddisfatto che grida, che si agita, che cerca? Chi? Che? Il Dio ignoto. E credete voi che se un pagano tende se stesso all’altare del Dio ignoto –a quell’altare incorporeo che è l’anima in cui sempre è un ricordo del suo Creatore, è l’anima che attende di esser posseduta dalla gloria di Dio, così come lo fu il Tabernacolo eretto da Mosè secondo l’ordine avuto, e che piange finchè questo possesso non la tiene – Dio respinga il suo offrirsi come si respinge una profanazione? E credete voi che sia peccato quell’atto, suscitato da un onesto desiderio dell’anima che svegliata da appelli celesti dice: “Vengo” al Dio che le dice: “Vieni”, mentre sia santità il corrotto culto di un d’Israele che offre al Tempio quanto avanza dal suo godimento, ed entra al cospetto di Dio e lo nomina, questo Purissimo, con anima e corpo che è tutta una verminaia di colpe? No. In verità vi dico che la perfezione del sacrilegio è in quell’israelita che con anima impura pronuncia invano il Nome di Dio. E’ pronunciarlo invano quando, e stolti non siete, quando per lo stato dell’anima vostra sapere che inutilmente lo pronunciate. Oh! Che Io vedo il volto sdegnato di Dio che si volge con disgusto altrove quando un ipocrita lo chiama, quando lo nomina un impenitente! E ne ho terrore, Io che. pure non merito quel corruccio divino.
    Leggo in più di un cuore questo pensiero. “ma allora, fuorché i pargoli, nessuno potrà chiamare Iddio, perché dovunque nell’uomo è impurità e peccato”. No. Non dite così. E’ dai peccatori che quel Nome va invocato. E’ da coloro che si sentono strozzati da Satana e che vogliono liberarsi dal peccato e dal Seduttore. VOGLIONO. Ecco ciò che muta il sacrilegio in rito. VOLERE GUARIRE. Chiamare il Potente per essere perdonati e per essere guariti. Invocarlo per mettere in fuga il Seduttore.
    E’ detto nella Genesi che il Serpente tentò Eva nell’ora in cui il Signore non passeggiava nell’Eden. Se Dio fosse stato nell’Eden, Satana non avrebbe potuto esservi. Se Eva avesse invocato Iddio, Satana sarebbe fuggito. Abbiate sempre nel cuore questo pensiero. E con sincerità chiamate il Signore. Quel Nome è salvezza.
    Molti di voi vogliono scendere a purificarsi. Ma purificatevi il cuore, incessantemente, scrivendovi sopra con l’amore la parola: Dio. Non bugiarde preghiere. Non consuetudinarie pratiche. Ma col cuore, col pensiero, con gli atti, con tutto voi stessi dite quel Nome: Dio. Ditelo per non essere soli. Ditelo per essere sostenuti. Ditelo per essere perdonati.
    Comprendete il significato della parola del Dio del Sinai. “Invano” è quando dire “Dio” non è mutazione in bene. Ed è peccato allora. “Invano” non è quando, come battito di sangue nel cuore, ogni minuto del vostro giorno e ogni vostra onesta azione, bisogno, tentazione, dolore, vi riporta sulle labbra la figliale parola d’amore: “Vieni, Dio mio!”. Allora, in verità, non peccate nominando il Nome santo di Dio. Andate. La pace sia con voi”.

  27. ONORA IL PADRE E LA MADRE


    “Ma è guarito per volontà tua o per potere del Nome tuo?” chiedono in molti.
    “Per volontà del Padre, sempre benigno al Figlio. Ma anche il mio Nome è salvezza. Voi lo sapete: Gesù vuol dire Salvatore. La salvezza è dell’anima e dei corpi. Chi dice il Nome di Gesù con vera fede risorge dai morbi e dal peccato, perché in ogni malattia spirituale o fisica è l’unghia di Satana, il quale crea le malattie fisiche per portare alla ribellione e alla disperazione attraverso la sofferenza della carne, e quelle morali o spirituali per portare ala dannazione.”
    “Allora per Te in ogni afflizione del genere umano non è estraneo Belzebù”.
    “Non è estraneo. Per lui malattia e morte sono entrate nel mondo. E delitto e corruzione ugualmente per lui sono entrati nel mondo. Quando vedete un o tormentato da qualche sventura, pensate pure che egli soffre per Satana. Quando vedere che uno è causa di sventura, pensate anche che egli è strumento di Satana”.
    “Ma le malattie vengono da Dio”.
    “Le malattie sono un disordine nell’ordine. Perché Dio ha creato l’uomo sano e perfetto. Il disordine, portato da Satana nell’ordine dato da Dio, ha portato seco le infermità della carne e le conseguenze delle stesse, ossia la morte, oppure le ereditarietà funeste. L’uomo ha ereditato da Adamo ed Eva la macchia di origine. Ma non quella sola. E la macchia sempre più si estende abbracciando i tre rami dell’uomo: la carne sempre più viziosa e perciò sempre più debole e malata, il morale sempre più superbo e perciò corrotto, lo spirito sempre più incredulo ossia sempre più idolatra. Perciò occorre, come ho fatto Io con quel deficiente, insegnare il Nome che fuga Satana, scoprirlo nella mente e nel cuore, metterlo sull’io come un sigillo di proprietà”.
    “Ma Tu ci possiedi? Chi sei che tanto ti credi?”
    “Fosse così! Ma non è. Vi possedessi, sareste già salvi. E sarebbe il mio diritto. Perché io sono il Salvatore e dovrei avere i miei salvati. Ma coloro che avranno fede in Me li salverò”.

    “La Legge dice: Ama il tuo prossimo come te stesso”. Io penso e dico: come mostrerei di amare i fratelli se chiudessi il mio cuore ai loro bisogni anche fisici? E concludo: darò loro ciò che mi fu dato. Stendendo la mano ai ricchi chiederò per il pane dei poveri, levandomi il letto accoglierò in esso lo stanco e il sofferente.
    Siamo tutti fratelli. E l’amore non si prova a parole, ma a fatti. Colui che chiude il cuore al suo simile ha cuor di Caino. Colui che non ha amore è un ribelle al comando di Dio. Siamo tutti fratelli. Eppure Io vedo, e voi vedete, che anche nell’interno delle famiglie – là dove il sangue uguale ribadisce, anche col sangue e la carne, la fratellanza che ci viene da Adamo – vi sono odi e attriti. I fratelli sono contro fratelli, i figli contro ai genitori, i consorti l’uno all’altro nemici. Ma per non essere malvagi fratelli sempre, e adulteri sposi un giorno, bisogna imparare sino dalla prima età il rispetto verso la famiglia, organismo che è il più piccolo ed il più grande del mondo. Il più piccolo rispetto all’organismo di una città, di una regione, di una nazione, di un continente. Ma il più grande perché il più antico; perché messo da Dio quando ancora il concetto di patria, di paese non esisteva, ma già era vivo e piccolo regno in cui l’uomo è re, la donna regina, i sudditi i figli,. Può mai un regno durare se diviso e nemico fra i suoi singoli abitanti? Non può durare. E in verità non dura una famiglia se non c’è ubbidienza, rispetto, economia, buona volontà,operosità, amore.
    “Onora il padre e la madre”, dice il decalogo. Come si onorano? Perché si devono onorare?
    Si onorano con vera ubbidienza, con esatto amore, con confidente rispetto, con un timore riverenziale che non preclude la confidenza ma nello stesso tempo non ci fa trattare i maggiori come fossimo sevi ed inferiori. Si devono onorare perché, dopo Dio, i datori della vita e di tutte le necessità materiali della vita, i primi maestri, i primi amici del giovane essere nato alla Terra, sono il padre e la madre.
    Si dice: “Dio ti benedica”, si dice: “grazie” a quello che ci raccoglie un oggetto caduto o ci dà un tozzo di pane. Ed a questi che si spezzano nel lavoro per sfamarci, per tesserci le vesti e tenerle monde, per questi che si alzano per scrutare il nostro sonno, si negano riposo per curarci, ci fanno letto del loro seno nelle nostre stanchezze più dolorose, non diremo, con l’AMORE: “Dio ti benedica”, “grazie”?.
    Sono i nostri maestri. Il maestro è temuto e rispettato. Ma esso ci prende quando già sappiamo l’indispensabile per reggerci e nutrirci e dire le cose essenziali, e ci lascia quando il più arduo insegnamento della vita, ossia “il vivere”, ci deve ancora essere insegnato. E sono il padre e la madre che ci preparano alla scuola prima, alla vita poi.
    Sono i nostri amici. Ma quale amico può essere più amico di un padre? E quale più amica di una madre? Potete tremare di essi? Potete dire: “Sarò tradito da lui, da lei”? Eppure ecco il giovane stolto e la ancora più stolta fanciulla che si fanno amici degli estranei, e chiudono il cuore al padre e alla madre, e si guastano mente e cuore con contatti che sono imprudenti se pure non sono colpevoli, cagione di lacrime paterne e materne che rigano come gocce di piombo fuso il cuore dei genitori. Quelle lacrime però, Io ve lo dico, non cadono nella polvere e nell’oblio. Dio le raccoglie e le numera. Il martirio di un genitore calpestato avrà premio dal Signore. Ma l’atto del figlio suppliziatore di un genitore neppure sarà dimenticato, anche se il padre e la madre supplicano, nel loro dolente amore, pietà di Dio per il figlio colpevole.
    “Onora il padre e la madre se vuoi vivere lungamente sulla Terra”, è detto. “Ed eternamente in Cielo”, Io aggiungo. Troppo poco sarebbe il castigo di vivere poco qui per avere mancato ai genitori! L’al di là non è fola, e nell’al di là si avrà premio o castigo a seconda di come vivemmo. Chi manca ad un genitore manca a Dio, perché Dio ha dato per il genitore comando l’amore, e chi non ama pecca. Perde perciò così, più della vita materiale, la vera vita di cui vi ho parlato, e va incontro ad una morte, ha anzi già in sé il delitto perché ferisce l’amore più santo dopo Dio, ha già in sé i germi dei futuri adulteri perché da cattivo figlio viene perfido sposo, ha già in sé gli stimoli del pervertimento sociale perché da un figlio cattivo sboccia il futuro ladro, il truce e violento assassino, il freddo strozzino, il libertino seduttore, il gaudente cinico, il ripugnante traditore della patria, degli amici, dei figli, della sposa, di tutti. E potete aver stima e fiducia in colui che ha saputo tradire l’amore di una madre e deridere i capelli bianchi di un padre?
    Però, udite ancora, però al dovere dei figli corrisponde un pari dovere dei genitori. Maledizione al figlio colpevole! Ma maledizione anche al colpevole genitore. Fate che i figli non vi possano criticare e copiare nel male. Fatevi amare per un amore dato con giustizia e misericordia. Dio è Misericordia. I genitori, secondi a Dio solo, siano misericordia. Siate esempio e conforto dei figli. Siate pace e guida. Siate i primo amore dei vostri figli. Una madre è sempre la prima immagine della sposa che noi vorremmo. Un padre per le figlie giovinette ha il volto che esse sognano per lo sposo. Fate che soprattutto i figli e le figlie scelgano con saggia mano i reciproci consorti pensando alla madre, al padre, e volendo nel consorte ciò che è nel padre e nella madre: una virtù verace.
    Se avessi a parlare finchè è esaurito l’argomento, non basterebbe il giorno e la notte. Onde aggravio per amore di voi. Il resto ve lo dica lo Spirito eterno. Io getto il seme e poi passo. Ma il seme nei buoni getterà radica e farà spiga. Andate. La pace sia con voi.

  28. NON FORNICARE

    “Non dite, voi che siete venuti costanti a Me, che Io non parlo con ordine e salto via qualcuno dei dieci comandi. Voi udite. Io vedo. Voi ascoltate. Io applico ai dolori ed alle piaghe che vedo in voi. Io sono il Medico. Un medico va prima ai più malati, a quelli che sono più prossimi a morte. Pi si volge ai meno gravi. Io pure.
    Oggi dico: “Non fornicate”.
    Non volgete intorno lo sguardo cercando di leggere sul volto di uno la parola “lussurioso”. Abbiate carità reciproca. Amereste che uno la leggesse su voi? No. E allora non cercate leggerla nell’occhio turato del vicino, sulla sua fronte che arrossa e si curva al suolo. E poi…Oh! Dite, voi uomini in specie, Quale fra voi non ha mai messo i denti in questo pane di cenere e sterco che è la soddisfazione sessuale? Ed è lussuria solo quella che si spinge per un’ora fra braccia meretrici? Non è lussuria anche il profanato connubio con la sposa, profanato perché è vizio legalizzato essendo reciproca soddisfazione del senso, evadendo alle conseguenze dello stesso?
    Matrimonio vuole dire procreazione, e l’atto vuol dire e deve essere fecondazione. Senza ciò è immoralità. Non si deve del talamo fare un lupanare. E tale diventa se si sporca di libidine e non si consacra con delle maternità. La terra non respinge il seme. Lo accoglie e ne fa pianta. Il seme non fugge dalla zolla dopo esservi deposto. Ma subito genera radice e si abbranca per crescere e fare spiga, ossia la creatura vegetale nata dal connubio fra la zolla e il seme. L’uomo è il seme, la donna è la terra, la spiga è il giglio. Rifiutarsi a far la spiga e spendere la forza in vizio è colpa.
    E’ meretricio commesso sul tetto nuziale, ma per nulla dissimile dall’altro, anzi aggravato dalla disubbidienza al comando che dice: “Siete una sola carne e moltiplicatevi nei figli”.
    Perciò vedete, o donne volutamente sterili, mogli legali e oneste non agli occhi di Dio ma del mondo, che ciononostante voi potete essere come prezzolate femmine e fornicare ugualmente pur essendo del solo marito, perché non alla maternità ma al piacere andate troppo spesso. E non riflettete che il piacere è un tossico che aspirato da qual che sia bocca contagia, fa arsi di un fuoco che credendo saziarsi si spinge fuor dal focolare e divora, sempre più insaziabile, lasciando acre sapor di cenere sotto la lingua e disgusto e nausea e sprezzo di sé e del compagno di piacere, perché quando la coscienza risorge – e fra l’una febbre e l’altra essa sorge – non può non nascere questo sprezzo di sé, avviliti fino a sotto la bestia?
    “Non fornicate” è detto.
    E’ fornicazione molta parte delle azioni carnali dell’uomo. E non contemplo neppure quelle inconcepibili unioni da incubo che il Levitino condanna con queste parole: “Uomo, non ti accosterai all’uomo come fosse una donna”, e: “Non ti accosterai ad alcuna bestia per non contaminarti con essa. E così farà la donna e non si unirà a bestia perché è scellerataggine”. Ma dopo avere accennato al dovere degli posi verso il matrimonio, che cessa d’esser santo quando, per malizia, diviene infecondo, che cessa d’esser sano quando, per malizia, diviene infecondo, vengo a parlare della vera e propria fornicazione fra uomo e donna per vizio reciproco e per compenso in denaro o in doni.
    Il corpo umano è un magnifico tempio che racchiude un altare. Sull’altare dovrebbe essere Dio. Ma Dio non è dove è corruzione. Perciò il corpo dell’impuro ha l’altare sconsacrato e senza Dio. Pari a colui che si avvoltola ebbro nel fango e nei rigurgiti della propria ebbrezza, l’uomo avvilisce se stesso nella bestialità della fornicazione e diviene peggio del verme e della bestia più immonda.
    E ditemi, se fra voi è alcuno che ha depravato se stesso sino a commerciare il suo corpo come si fa mercato di biade o di animali, quale bene ve ne è venuto? Prendetevi proprio il vostro cuore in mano, osservatelo, interrogatelo, ascoltatelo, vedete le sue ferite, i suoi brividi di dolore di un cuore che era nato puro e che voi avete costretto a vivere in un corpo impuro, a battere per dare vita e calore alla lussuria, a logorarsi nel vizio?
    Ditemi: ma siete tanto depravate da non singhiozzare nel segreto, sentendo una voce di bimbo che chiama: “mamma” e pensando alla vostra madre, o donne di piacere, fuggite da casa, e cacciate da essa perché il frutto marcito non rovinasse col suo trasudante marciume gli altri fratelli? Pensando alla vostra madre che forse è morta dal dolore di doversi dire: “Ho partorito un obbrobrio”?
    Ma non vi sentite cadere il cuore per terra, incontrando un vecchio solenne nella sua canizie e pensando che su quella del padre voi avere gettato il disonore come un fango preso a piene mani, e col disonore lo scherno del paese natio?
    Ma non vi sentite torcere le viscere di rimpianto vedendo la felicità di una sposa o la innocenza di una vergine, e dovendo dire: “Io tutto questo l’ho rinunciato e non lo avrò mai più!”?
    Ma non sentite come scotennarvi dalla vergogna il volto, incontrando lo sguardo degli uomini o bramoso o pieno di spregio?
    Ma non sentite la vostra miseria quando avete sete di un bacio di bimbo e non osate più dire: “Dammelo”, perché avete ucciso delle vite all’inizio, respinte da voi come peso noioso e un inutile impiccio, staccate dall’albero che pur le aveva concepite, e gettate a far letame, e ora quelle piccole vite vi gridano “assassine!”?
    Ma non tremate, soprattutto, di quel Giudice che vi ha create e vi attende per chiedervi: “Che hai fatto di te stessa? Per questo, forse, ti ho dato la vita? Pullulante nido di vermi e putrefazione, come osi stare al mio cospetto? Tutto avesti di ciò che per te era il dio: il piacere. Và nella maledizione senza termine”?
    Chi piange? Nessuno? Voi dite: nessuno? Eppure l’anima mia va incontro ad un’altra anima che piange. Perché le va incontro? Per lanciarle l’anatema perché meretrice? No. Perché mi fa pietà l’anima sua. Tutto in Me repelle per il suo corpo sozzo, sudato nella fatica lasciva. Ma la sua anima!
    Oh! Padre! Padre! Anche per quest’anima Io ho preso carne ed ho lasciato il Cielo per essere il Redentore suo e di tante sue anime sorelle! Perché devo non raccogliere questa pecora errante e portarla all’ovile, mondarla, unirla al gregge, darle pascoli e un amore che sia perfetto come solo il mio può essere, così diverso da quelli che ebbero fin qui per lei nome di amore e non erano che odii, così pietosi, completo soave che ella più non rimpianga il tempo passato, o lo rimpianga solo per dire: “Troppi giorni ho perduto lungi da Te, eterna Bellezza. Chi mi rende il tempo perduto? Come gustare nel poco che mi resta quanto avrei gustato se fossi sempre stata pura?”.
    Eppure non piangere, anima calpestata da tutta la libidine del mondo. Ascolta: sei un cencio lurido. Ma puoi tornare fiore. Sei un letamaio. Ma puoi divenire aiuola. Sei animale immondo. Ma puoi tornare angelo. Un giorno lo fosti. Danzavi sui prati fioriti, rosa fra le rose, fresca come esse, olezzante di verginità. Cantavi serena le tue canzoni di bambina e poi correvi dalla madre, dal padre, e dicevi loro: “Voi siete i miei amore”.
    E l’invisibile custode che ogni creatura ha al fianco sorrideva dalla tua anima bianco-azzurra…E poi? Perché? Perché hai strappato le tue ali di piccolo innocente? Perché hai calpestato un cuore di padre e di madre per correre ad altri cuori insicuri? Perché hai piegato la voce pura a menzognere frasi di passione? Perché hai infranto lo stelo della rosa e violato te stessa?
    Pentiti, figlia di Dio. Il pentimento rinnova. Il pentimento purifica. Il pentimento sublima. L’uomo non ti può perdonare? Neppure tuo padre potrebbe più? Ma Dio può. Perché la bontà di Dio non ha paragone con la bontà umana e la sua misericordia è infinitamente più grande della umana miseria. Onora te stessa tendendo, con una vita onesta, onorevole la tua anima. Fatti un nome nuovo presso Dio. E’ quello che vale. Sei il vizio. Diventa l’onestà. Diventa il sacrificio. Diventa il martire del tuo pentimento. Sapesti bene martirizzare il tuo cuore per far godere la carne. Ora sappi martirizzare la carne per dare un’eterna pace al tuo cuore.
    Vai. Andate tutti. Ognuno col suo peso e col suo pensiero, e meditate. Dio tutti attende e non rigetta nessuno di quelli che si pentono. Il Signore vi dia la sua luce per conoscere al vostra anima. Andate”.

  29. SANTIFICA LA FESTA

    La giornata meno tremenda, per quanto ancora piovosa, permette alla gente di venire dal Maestro.
    Gesù ascolta in disparte due o tre che hanno grandi cose da dirgli e che poi raggiungono più quieti il loro posto.
    Benedice anche un bambinello che ha le bambine fratturate malamente e che nessun medico volle curare dicendo: “E’ inutile. Sono rotte in alto, presso la spina.” Lo dice la madre tutta in lacrime, e spiega: “Correva con la sorellina sulla via del paese. E’ venuto avanti di galoppo col suo carro un erodiano e lo ha travolto sotto il carro. Ho creduto fosse morto. Ma è peggio. Lo vedi. Lo tengo su quest’asse perché…non c’è altro da fare. E soffre, soffre perché l’osso buca. Ma poi, quando l’osso non bucherà più, allora soffrirà perché non potrà che giacere sul dorso.
    “Hai molto male?”, chiede pietoso Gesù al fanciullino piangete.
    “Sì”.
    “Dove?”.
    “Qui…e qui”, e si tocca con la manina incerta le due ossa iliache. “E poi qui e qui”, e tocca le reni e le spalle. “E’ dura l’asse e io voglio muovermi, io…”, e piange disperato. “Vuoi venire in braccio a Me? Ci vieni? Ti porto là in alto, vedi tutti mentre Io parlo”.
    “Sììì” (il sì è pieno di desiderio). Il poverino tende le braccine supplici:
    “Vieni, allora”.
    “Ma non può, Maestro, è impossibile! Ha troppo dolore…Neppur lo posso muovere io per lavarlo”.
    “Non gli farò del male”.
    “Il medico…”.
    “Il medico è il medico, Io sono Io. Perché sei venuta?”.
    “Perché sei il Messia”, risponde la donna che sbianca e arrossa in volto, presa fra una speranza e una disperazione.
    “E allora? Vieni, piccino”: E Gesù, passando un braccio sotto le inerti bambine, uno sotto le piccole spalle, prende il bambino e gli chiede: “Ti faccio male? No? E allora di’ addio alla mamma e andiamo”.
    E va, fra la folla che si fende, col suo carico. Va fino in fondo, sale sulla specie di predella ce gli hanno costruita perché sia visto da tutti, anche nella corte, si fa dare una panchetta e si siede, si aggiusta sulle ginocchia il bambino e gli chiede: “Ti piace? Ora sta’ buono e ascolta anche tu”; e inizia a parlare gestendo con una mano sola, la destra, perché con la sinistra sorregge il bambino che guarda la gente, felice di vedere qualcosa, sorride alla mamma palpitante di speranza là in fondo, e giocherella col cordone della veste di Gesù e anche con la morbida barba del Maestro e con una ciocca dei suoi lunghi capelli.
    “E’ detto: “Lavora di un onesto lavoro e il settimo dì dedicalo al Signore e allo spirito tuo”. Questo è detto col comando del riposo sabbatico.
    L’uomo non è da più di Dio. Eppure Dio fece in sei giorni la sua creazione e il settimo riposò. Come allora l’uomo si permette di non imitare il Padre e di non ubbidire al suo ordine? E’ ordine stolto? No. In verità è un ordine salutare sia nell’ordine della carne, sia in quello morale, sia in quello dello spirito.
    Il corpo affaticato ha bisogno di riposo così come lo ha quello di ogni creato essere. Riposa pure, e noi lo lasciamo riposare per non perderlo, il bove usato nel campo, l’asino che ci porta, la pecora che ci figlia l’agnello e ci dà latte, Riposa pure, e noi la lasciamo riposare, la terra del campo, perché nei mesi che è priva di seme si nutra e si saturi dei Sali che ad essa piovano dal cielo o affiorano dal suolo. Riposano bene, anche senza chiedere il nostro beneplacito, gli animali e le piante che ubbidiscono a leggi eterne di un riprodurre saggio. Perché allora l’uomo vuole non imitare il Creatore, che il settimo dì riposò, e non l’inferiore che, vegetale o animale che sia, senza aver avuto che un comando all’istinto, si sa regolare secondo esso e ad esso ubbidire?
    E’ un ordine morale oltre che fisico. Per sei giorni l’uomo fu di tutti e di tutto. Preso come un filo dal congegno del telaio, andò su e giù senza mai poter dire: “Ora mi occupo di me stesso, dei miei più cari. Sono il padre e oggi sono dei figli, sono lo sposo ed oggi mi dedico alla sposa, sono il fratello e gioisco dei fratelli, sono il figlio e curo la vecchiezza dei genitori”.
    E’ un ordine spirituale. Santo il lavoro. Più santo l’amore. Santissimo Iddio. E allora ricordarsi di dare almeno un giorno su sette al nostro buono e santo Padre, che ci ha dato la vita e ce la mantiene. Perché non ricoverarsi dopo sei giorni di lavoro nella casa del Padre? Perché non essere come il figlio che torna da un viaggio durato sei giorni e dice: “eccomi a passare il mio giorno di riposo con te?
    Ma, ora udite, Io ho detto: “Lavora di un ONESTO lavoro”.
    Voi sapete che la nostra Legge ordina l’amore del prossimo. L’onestà del lavoro rientra nell’amore del prossimo. L’onesto nel lavoro non ruba nel commercio, non defrauda la mercede all’operaio, non lo sfrutta in maniera colpevole, si ricorda che il servo e l’operaio sono una carne e un’anima pari a lui e non li tratta come pezzi di pietra senza vita, che è lecito spezzare e percuotere col piede e col ferro. Chi non fa così non ama il prossimo e pecca perciò agli occhi di Dio. Maledetto è il suo guadagno, anche se da esso ne trae obolo per il Tempio.
    Oh! Che bugiarda offerta! E come può osare di metterla ai piedi dell’altare quando gronda di lacrime e sangue dell’inferiore sfruttato, o ha nome “furto”, ossia tradimento verso il prossimo, perché il ladro è un traditore del suo prossimo? NON E’, CREDETELO, SANTIFICATA LA FESTA SE NON E’ USATA A SCRUTARE SE STESSO ED IMPIEGATA A MIGLIORARE SE STESSO, A RIPARARE I PECCATI COMMESSI DURANTE I SEI GIORNI. ECCO LA SANTIFICAZIONE DELLA FESTA! Questa e non un’altra tutta esteriore e che non muta di uno iota il vostro modo di pensare.
    Dio vuole opere vive, non simulacri d’opere. E’ simulacro il falso ossequio alla sua Legge. E’ simulacro la santificazione mendace del sabato, ossia il riposo compiuto per mostrare ubbidienza al comando agli occhi degli uomini, ma usando poi quelle ore di ozio nel vizio, nella lussuria, nella crapula, nella cogitazione sul come sfruttare e nuocere al prossimo nella veniente settimana. E’ simulacro la santificazione del sabato, ossia il riposo materiale che non si accoppia al lavoro intimo, spirituale, santificante di un retto esame di sé, di un umiferi conoscimento della propria miseria, di un serio proposito di fare meglio nella prossima settimana.
    Voi direte: “E se poi si torna a cadere in peccato?”. Ma che direste voi di un bambino, che per essere caduto non volesse più fare un passo per non tornare a cadere? Che è uno stolto. Che non si deve vergognare di essere incerto nel passo, perché tutti lo fummo quando eravamo piccini e non per questo il padre non ci amò. Chi non ricorda come le nostre cadute hanno fatto piovere su noi una pioggia di baci materni e di carezze paterne? Lo stesso fa i Padre dolcissimo che è nei Cieli. Egli si china sul suo piccolo che piange al suolo e gli dice: “Non piangere. Io ti rialzo. Starai più attento un’altra. Ora vieni nelle mie braccia. Qui passerà ogni tuo male e poi tornerai via irrobustito, risanato, felice”. Questo dice il Padre nostro che è nei Cieli. Questo Io vi dico.
    Se riusciste ad avere fede nel Padre, tutto vi riuscirebbe. Una fede, fate attenzione, come quella di un pargolo. Il pargolo crede tutto possibile. Non si chiede se e come può avvenire un fatto. Non misura la profondità di esso. Crede in chi gli ispira fiducia e fa ciò che costui gli dice. Siate come i pargoli presso l’Altissimo. Come li ama questi sperduti angeli che sono la bellezza della Terra! Ugualmente ama le anime che si fanno semplici, buone, pure come è il bambino.
    Volete vedere la fede di un bambino per imparare ad avere fede? Osservate. Tutti voi avete compassionato il piccolino che Io tengo sul petto e che, contrariamente a ciò che i medici e la madre dicevano, non ha pianto nello stare seduto nel mio grembo. Vedete? Lui, che da molto tempo non faceva che piangere notte e giorno senza trovare riposo, qui non ha pianto e si è addormentato placido sul mio cuore. Gli ho chiesto: “Vuoi venire in braccio a Me?”, e lui ha risposto: “sì” senza ragionare sul suo misero stato, sul probabile dolore che avrebbe potuto sentire, sulle conseguenze di essere mosso. Ha visto nel mio volto amore e ha detto: “sì” ed è venuto. E non ha sentito dolore. Ha goduto di esser qui in alto e vedere, lui inchiodato su quella piatta tavola. Ha goduto di essere messo sul morbido di una carne e non sul duro di un legno, ha sorriso, ha giocato e si è addormentato con ancora una ciocca dei miei capelli fra le piccole mani. Ora lo sveglio, con un bacio…”, e Gesù bacia sui capellucci castani il bambino, finchè si sveglia con un sorriso.
    “Come ti chiami?”.
    “Giovanni”.
    “Ascolta, Giovanni. Vuoi camminare? Andare dalla mamma e dirle: “Il Messia ti benedice per la tua fede”?.
    “Sì! Sì!!”; e il piccolo batte le manine, poi chiede: “Tu mi fai andare? Sui prati? Più la brutta tavola dura? Più i medici che fanno male?”.
    “Più, mai più”.
    “Ah! Come ti voglio bene!”, e getta le braccine intorno al collo di Gesù e lo bacia, e per baciarlo meglio salta in ginocchio sui ginocchi di Gesù, e una grandine di baci innocenti scende sulla fronte, sugli occhi, sulle guance di Gesù.
    Il bambino nella sua gioia neppure si accorge di essersi potuto muovere, lui fino allora spezzato. Ma l’urlo della madre e della folla lo riscuote e lo fa volgere stupito. I suoi occhini innocenti nel volto smagrito guardano interrogativamente. Sempre in ginocchio, col braccino destro intorno al collo di Gesù, gli chiede confidenzialmente – accennando alla gente in tumulto, alla madre che nel fondo lo chiama unendo il suo nome a quello di Gesù: “Giovanni! Gesù! Giovanni! Gesù” -: “Perché urla la folla e la mamma? Che hanno? Sei Tu Gesù?”.
    “Sono io. La gente grida perché è contenta che tu possa camminare. Addio, piccolo Giovanni (Gesù lo bacia e benedice). Vai dalla mamma e sii buono”.
    Il bambino scende sicuro dai ginocchi di Gesù, da questi in terra, e corre dalla sua mamma, le salta al collo e dice: “Gesù ti benedice. Perché piangi allora?”.
    Quando la gente è un poco più zitta, Gesù tuona: “Fate come il piccolo Giovanni, voi che cadete in peccato e vi ferite. Abbiate fede nell’amore di Dio. La pace sia con voi”.

  30. NON AMMAZZARE

    “Non ammazzare” è detto. A quale dei due gruppi di comandi appartiene questo? “Al secondo” dite voi? Sicuri? Vi chiedo ancora: è peccato che offende Dio o il colpito? Voi dite: “Il colpito”? Anche di questo ne siete sicuri? E ancora vi domando: non è che peccato di omicidio? Uccidendo non fate che questo unico peccato? “Questo solo” dite? Nessuno ne ha dubbio? Dite a voce alta le vostre risposte. Uno parli per voi tutti. Io attendo.
    E Gesù si china ad accarezzare una bambinella che è venuta vicino a Lui e che lo guarda estatica, dimenticando persino di rosicchiare la mela che la madre le ha dato per tenerla quieta.
    Si alza un vecchio imponente e dice: “Ascolta, Maestro. Io sono un vecchio sinagoga e mi hanno detto di parlare per tutti. Parlo. Mi sembra, e ci sembra, di avere risposto secondo giustizia e secondo quanto ci hanno insegnato. Appoggio la mia sicurezza al capo della legge sull’omicidio e le percosse. Ma Tu lo sai perché siamo venuti: Se dunque io sbaglio, illumina la mia tenebra acciò il vecchio servo vada al suo Re vestito di luce. E, come con me, fallo a questi che sono del mio gregge e che sono venuti col loro pastore a bere le fonti della Vita”, e si inchina, avanti di sedersi, col massimo rispetto.
    “Chi sei, padre?”.
    “Cleofa, di Emmaus, tuo servo”.
    “Non mio, di Colui che mi ha mandato, perché al Padre va data ogni precedenza ed ogni amore in Cielo, in Terra e nei cuori. Ed il primo a dargli questo onore è il suo Verbo che prende ed offre, sulla tavola senza difetto, i cuori dei buoni come fa il sacerdote coi pani della proposizione. Ma ascolta, Cleofa, acciò tu vada a Dio tutto illuminato come è tuo santo desiderio.
    Nel misurare una colpa occorre pensare alle circostanze che precedono, preparano, giustificano, spiegano la stessa.
    Chi ho colpito? Che cosa ho colpito? Dove ho colpito? Con quali mezzi ho colpito? Perché ho colpito? Come ho colpito? Quando ho colpito?”: questo si deve chiedere, prima di presentarsi a Dio per chiedergli perdono, quello che uccide.
    Chi ho colpito? Un uomo.
    Io dico: un uomo. Non penso e non considero se è ricco o se è povero, se è libero o se è schiavo. Per Me non esistono schiavi o potenti. Esistono solo degli uomini creati da un Unico, perciò il più potente monarca della Terra. E ai suoi ed ai miei occhi non esiste che una schiavitù: quella del peccato e perciò sotto Satana. La Legge antica distingue i liberi dagli schiavi e sottilizza fra l’uccidere di un colpo e l’uccidere lasciando sopravvivere un giorno o due, e così se la donna incinta è condotta a morte per la percossa, o se ucciso è solo il suo frutto. Ma questo fu detto quando la luce della perfezione era ancora lontana. Ora è fra voi e dice: “Chiunque colpisce a morte un suo simile pecca”. E non solo verso l’uomo pecca, ma anche contro Dio.
    Cosa è l’uomo? L’uomo è la creatura sovrana che Dio ha creato per essere re nel creato, creato a sua immagine e somiglianza, dandogli la somiglianza secondo lo spirito, e l’immagine traendo questa perfetta immagine dal suo pensiero perfetto. Guardate nell’aria, sulla terra e nelle acque. Vedete forse un animale od una pianta che, per belli che siano, uguaglino l’uomo? L’animale corre, mangia, beve, dorme, genera, lavora, canta, vola, striscia, si arrampica. Ma non ha favella. L’uomo anche sa correre e saltare, e nel salto è così agile che emula l’uccello; sa nuotare, e nel nuoto è tanto veloce che pare il pesce; sa strisciare e pare il rettile; sa arrampicarsi e pare la scimmia; sa cantare e pare l’uccello. Sa generare e riprodursi. Ma inotre sa parlare.
    E non dite: “Ogni animale ha il suo linguaggio”. Sì. L’uno mugge, l’altro bela, l’altro faglia, l’altro cinguetta, l’altro gorgheggia, ma dal primo bovino all’ultimo sempre avranno lo stesso ed unico muggito, e così l’ovino belerà sino alla fine del mondo, e l’asino raglierà come ragliò il primo, e il passero sempre dirà il suo corto cinguettio, mentre l’allodola e l’usignolo diranno lo stesso inno al sole la prima, alla notte stellata il secondo, anche se sarà l’ultimo giorno della Terra, così come salutarono il primo sole e la prima notte di essa. L’uomo invece, perché non ha solo un’ugola e una lingua, ma un complesso di nervi che si accentrano nel cervello, sede dell’intelletto, sa afferrare le sensazioni nuove e pensare su esse e dare ad esse un nome. Adamo chiamò cane il suo amico e leone quello che gli pareva più somigliante nella chioma folta, ritta sulla faccia appena barbuta. Chiamò pecora l’agnella che lo salutava mite, e disse uccello quel fiore di penne che volava come la farfalla ma diceva dolce un canto che la farfalla non ha. E poi, nei secoli, ecco che i figli di Adamo crearono sempre nuovi nomi, mano mano che “conobbero” le opere di Dio nelle creature o che, per la scintilla divina che è nell’uomo, non generarono solo figli ma crearono anche cose utili o nocive ai figli stessi, a seconda che erano con Dio o contro Dio.
    Sono con Dio quelli che creano e operano cose buone. Sono contro Dio quelli che creano cose malvagie di danno al prossimo. Dio fa le vendette dei figli suoi torturati dal mal genio umano.
    L’uomo è dunque la creatura prediletta di Dio. Anche se ora è colpevole, è dunque quello a Lui più caro. E testimonia di ciò l’avere mandato il suo Verbo stesso, non un angelo, non un arcangelo, non un cherubino, non un serafino, il suo Verbo, rivestendolo della umana carne, per salvare l’uomo. Non ha riputato essere indegna questa veste per rendere passibile di soffrire ed espiare Colui che, per essere come Lui purissimo Spirito, non avrebbe potuto soffrire ed espiare la colpa dell’uomo.
    Il Padre mi ha detto: “Sarai uomo: L’Uomo. Io ne avevo fatto uno. Perfetto come tutto ciò che Io faccio. A lui erano destinati una dolce vita, una dolcissima dormizione, un beato risveglio, un beatissimo soggiorno eterno nel mio celeste Paradiso. Ma, Tu lo sia, in esso Paradiso non può entrare ciò che è contaminato, perché in esso Io-Noi, uno e trino Iddio, abbiamo trono. E davanti ad esso non può stare che santità. Io sono Colui che sono. La mia divina Natura, la misteriosa nostra Essenza non può essere nota che da coloro che sono senza macchia. Ora l’uomo, in Adamo e per Adamo, è sozzo. Vai. Mondalo. Lo voglio. Sarai Tu, d’ora in poi, l’Uomo. Il Primogenito. Perché per primo entrerai qui con carne mortale priva di peccato, con anima priva di colpa d’origine. Quelli che ti hanno preceduto sulla terra e quelli che ti seguiranno avranno vita per la tua morte di Redentore”. Non poteva morire che uno che era nato. Io sono nato ed Io morrò.
    L’uomo è la creatura prediletta di Dio. Ora ditemi: se un padre ha molti figli, ma uno è il suo prediletto, la pupilla del suo occhio, e questo viene ucciso, quel padre non soffre più che se l’ucciso fosse un altro figlio? Ciò non dovrebbe essere, perché il padre dovrebbe essere giusto con tutti i suoi figli. Ma avviene perché l’uomo è imperfetto. Dio lo può fare con giustizia perché l’uomo è l’unica creatura, fra i creati, che abbia comune col Padre Creatore l’anima spirituale, segno innegabile della paternità divina.
    Uccidendo un figlio al padre, si offende solo il figlio? No. Anche il padre. Nella carne il figlio, nel cuore il padre. Ma ad ambi è data ferita. Uccidendo un uomo, si offende solo l’uomo? No. Anche Dio. Nella carne l’uomo, nel suo diritto Dio. Perché la vita e la morte da Lui solo devono essere date e tolte. Uccidere è fare violenza a Dio e all’uomo. Uccidere è penetrare nel dominio di Dio. Uccidere è mancare al precetto d’amore. Non ama Dio chi uccide, perché disperde un suo lavoro: un uomo. Non ama il prossimo chi uccide, perché leva al prossimo ciò che l’uccisore per sé vuole: la vita.
    Ed ecco che ho risposto alle prime due domande.
    Dove ho colpito?
    Si può colpire per via, nella casa dell’aggredito o attirando la vittima nella propria. Si può colpire l’uno o l’altro organo dando sofferenza più grave, e facendo anche due omicidi in uno se si è colpita la donna che ha il seno gravido del suo frutto. Si può colpire per via senza averne intenzione. Un animale che ci prenda la mano può uccidere il passante. Ma allora in noi non c’è premeditazione, mentre se uno si reca, armato di pugnale sotto le ipocrite vesti di lino, nella casa del nemico – e sovente è nemico chi ha il torto di essere migliore – oppure lo invita nella sua casa con segni d’onore e poi lo sgozza e lo getta nella cisterna, allora c’è premeditazione e la colpa è completa di malizia e ferocia e violenza.
    Se uccido il frutto con la madre, ecco che di due Dio me ne chiederà ragione. Perché il ventre che genera un nuovo uomo secondo il comando di Dio è sacro, e sacra è la piccola vita che in esso matura, alla quale Dio ha dato un’anima.
    Con quali mezzi ho colpito?
    Invano uno dice: “Non volevo colpire” quando è andato armato di arma sicura. Nell’ira anche le mani divengono arma, e arma la pietra raccolta per terra, o il ramo strappato alla pianta. Ma chi freddamente osserva il pugnale o la scure e, se gli paiono poco taglienti, li affila e poi se li assicura al corpo in modo che non siano visti ma possano essere branditi con facilità e va dal rivale così pronto, non può certo dire: “Non c’era in me voglia di colpire”. Chi prepara un veleno cogliendo erbe e frutti tossici e ne fa polvere o bevanda e poi la offre alla vittima come spezie o come sicera, non può certo dire: “Io non volevo uccidere”.
    Ed ora ascoltate, voi, donne, tacite ed impunite assassine di tante vite. E’ uccidere anche staccare un frutto che cresce nel seno perché è di colpevole seme o perché è un germe non voluto, peso inutile ai vostri fianchi e alla vostra ricchezza. Vi è un solo modo di NON avere quel peso: rimanendo caste. Non unite omicidio a lussuria, violenza a disubbidienza, e non crediate che Dio non veda perché l’uomo non vede. Dio tutto vede e tutto ricorda. Ricordatevelo voi pure.
    Perché ho colpito?
    Oh! Per quanti perché! Dall’improvviso squilibrio che crea in voi un’emozione violenta, quale è quella di trovare il talamo profanato, o il ladro in casa, o un lurido intento a far violenza alla propria figlia fanciulla, al freddo e meditato calcolo di liberarsi da un testimonio pericoloso, da un che intralcia la via, da uno di cui si aspira il posto o la borsa: questi sono tanti e altrettanti perché. E se ancora Dio può perdonare a chi nella febbre del dolore diviene assassino, non perdona a chi lo diviene per avidità di potere o di stima fra gli uomini.
    Agite sempre bene e non temerete l’occhio di alcuno né la parola di alcuno. State contenti del vostro e non aspirerete all’altrui fino a divenire assassini per avere ciò che è del prossimo.
    Come ho colpito?
    Infierendo anche oltre e dopo il primo scatto impulsivo? Talora l’uomo non si può frenare. Perché Satana lo getta nel male come il frombolatore getta la pietra. Ma che direste di una pietra che, dopo aver raggiunto il segno, tornasse da sé alla frombola per essere di nuovo lanciata e tornare a colpire? Direste: “E’ posseduta da una forza magica ed infernale!. Così è l’uomo che dopo il primo desse un secondo, un terzo, un decimo colpo, senza che la sua ferocia cada. Perché l’ira cade e subentra ragione subito dopo il primo impeto, se è impeto che viene da ancora giustificabile motivo. Mentre la ferocia aumenta, più la vittima è colpita, nel vero assassino ossia nel satana che non ha, non può avere pietà del fratello perché, essendo satana, è odio.
    Quando ho colpito?
    Nel primo impeto? Dopo che questo è caduto? Fingendo perdono mentre è sempre più lievitato i rancore? Ho atteso forse degli anni a colpire per dare doppio dolore uccidendo il padre attraverso i figli?
    Voi vedete che ammazzando si offende il primo e il secondo gruppo di comandi. Perché vi arrogate il diritto di Dio e perché conculcate i prossimo. Peccato dunque contro Dio e contro il prossimo. Fate non solo un peccato di omicidio. Ma fate peccato di ira, di violenza, di superbia, di disubbidienza, di sacrilegio, e talora, se uccidete per rubare un posto o una borsa, di cupidigia. Né, ve lo dico appena, ma ve lo spiegherò un altro giorno meglio, né si pecca di omicidio solo con l’arma e il veleno. Ma anche con la calunnia. Meditate.
    E ancora vi dico: il padrone che, percuotendo uno schiavo, lo fa con l’astuzia che non gli muoia fra le mani, è doppiamente colpevole. L’uomo schiavo non è denaro del padrone: è anima del suo Dio. E maledetto in eterno sia colui che lo tratta peggio del bue”.
    ….

  31. NON TENTARE IL SIGNORE DIO TUO.

    Troppe volte si dimentica questo comando. Si tenta Dio quando si vuole imporre a Lui la nostra volontà. Si tenta Dio quando imprudentemente si agisce contro le regole della Legge, che è santa e perfetta e nel suo lato spirituale, il principale, rioccupa e preoccupa anche di quella carne che Dio ha creata. Si tenta Dio quando, perdonati da Lui, si torna a peccare. Si tenta Dio quando, beneficati da Lui, si volge a danno il beneficio ricevuto perché fosse un bene per noi e ci richiamasse a Dio.
    Dio non si irride e non si deride. Troppe volte questo avviene. Ieri avete visto quale castigo attende i derisori di Dio. L’eterno Iddio, tutto pietoso a chi si pente, è all’opposto tutto severità coll’impenitente che per nessuna cosa modifica se stesso.
    Voi venite a Me per udire la parola di Dio. Venite per avere miracolo. Vi venite per avere perdono. E il Padre vi dà parola, miracolo e perdono. Ed Io non rimpiango il Cielo, perché vi posso dare miracolo e perdono e posso farvi conoscere Iddio.
    L’uomo è caduto ieri fulminato, come Nadab ed Abiu, dal fuoco del divino corruccio. Ma voi astenetevi dal giudicarlo. Solo quanto è avvenuto, miracolo nuovo, vi faccia meditare sul come occorre agire per avere amico Iddio. Egli voleva l’acqua penitenziale ma senza spirito soprannaturale. La voleva per spirito umano. Come una pratica magica che lo sanasse dal morbo e lo liberasse dalla iattura. Il corpo e il raccolto. Ecco i suoi fini. Non la povera anima sua. Quella non aveva valore per lui. Il valore per lui era la vita e il denaro.
    Io dico: “Il cuore è là dove è il tesoro, e il tesoro è lò dove è il cuore. Perciò il tesoro è il cuore”.
    Egli nel cuore aveva la sete di vivere e di avere molto denaro. Come averlo? Con qualunque modo. Anche col delitto. E allora chiedere il Battesimo non era irridere e tentare Iddio? Sarebbe bastato il pentimento sincero per la sua lunga vita di peccato a dargli santa morte e anche quanto era giusto avere sulla Terra. Ma egli era l’impenitente. Non avendo mai amato nessuno fuorché se stesso, giunse a non amare neppure se stesso. Perché l’odio uccide anche l’animale amore egoista dell’uomo a se stesso. Il pianto del pentimento sincero doveva essere la sua acqua lustrale. E così sia per tutti voi che udite. Perché senza peccato non vi è alcuno, e perciò tutti avete bisogno di quest’acqua. Essa scende spremuta dal cuore, e lava, rinverginizza chi è profanato, rialza chi è prostrato, rinvigorisce chi dissanguato dalla colpa.
    Quell’uomo si preoccupava solo della misura della Terra. Ma un’unica materia deve rendere pensoso l’uomo. Ed è l’eterna miseria del perdere Iddio. Quell’uomo non mancava di fare le offerte rituali. Ma non sapeva offrire a Dio sacrificio di spirito,ossia allontanarsi dal peccato, fare penitenza CHIEDERE CON GLI ATTI il perdono. Le ipocrite offerte fatte con ricchezze di male acquisto sono simili a inviti a Dio perché si faccia complice di male operare dell’uomo. Può mai questo avvenire? Non è irridere Dio osare questo? Dio rigetta da Sé colui che dice: “Ecco, sacrifico”, ma arde di continuare il suo peccato. Giova forse il digiuno corporale quando l’anima con digiuna dal peccato?
    La morte dell’uomo qui avvenuta vi faccia meditare sulle condizioni necessarie per essere bene amati da Dio. Ora nel suo ricco palazzo i parenti e le piangenti fanno cordoglio sulla salma che fra poco verrà portata al sepolcro. Oh! Vero cordoglio e vera salma! Non più che una salma! Non altro che uno sconfortato cordoglio. Perché l’anima già morta sarà per sempre separata da coloro che amò per parentela e affinità d’idee. Anche se un’uguale dimora li unirà in sempiterno, l’odio che là regna li farà divisi. E allora la morte è “vera” separazione. Meglio sarebbe che, in luogo degli altri, fosse l’uomo che fa piano su se stesso, quando ha l’anima uccisa. E per quel piano di contrito ed umile cuore, rendere all’anima la vita col perdono di Dio.
    Andate. Senza odio o commenti. Senza altro che umiltà. Come Io che, senza odio, ma per giustizia ho parlato di lui. La vita e la morte sono maestre per ben vivere e ben morire, e per conquistare la Vita senza morte. La pace sia con voi”.

  32. NON DESIDERARE LA DONNA D’ALTRI

    Gesù passa in mezzo ad un vero piccolo popolo che lo chiama da tutte le parti. Chi mostra le sue ferite, chi enumera le sue sventure, chi si limita a dire: “Abbi pietà di me” e chi gli presenta il proprio figliolino perché sia benedetto. La giornata serena e senza vento ha condotto molta molta gente.
    Quando Gesù è già quasi al suo posto, viene dalla stradetta che conduce verso il fiume un lamento pietoso: “Figlio di Davide pietà del tuo infelice!”.
    Gesù si volta in quella direzione, e popolo e discepoli con Lui. Ma un ciuffo folto di bossi nasconde colui che supplica.
    “Chi sei? Vieni avanti”.
    “Non posso. Sono infetto. Devo recarmi dal sacerdote per essere radiato dal mondo. Ho peccato e la lebbra m’è fiorita sul corpo. Spero in Te!”.
    “Un lebbroso! Un lebbroso! Anatema! Lapidiamolo!”. La folla tumultua.
    Gesù fa un gesto che impone silenzio e immobilità. “E’ uno non più infetto di colui che è in peccato. Agli occhi di Dio è ancor più immondo il peccatore impenitente che il lebbroso pentito. Chi è capace di credere venga con Me”.
    Dei curiosi, oltre che i discepoli, vanno dietro a Gesù. Gli altri allungano il collo ma rimanendo dove sono.
    Gesù si inoltra oltre la casa e la strabella verso il ciuffo di bossi. Ma poi si arresta e ordina: “Mostrati!”.
    Viene fuori un poco più che giovanetto, ancor bello nel volto appena velato dai baffi e dalla barba leggera, un viso ancor fresco e pieno, dagli occhi arrossati di pianto.
    In grande grido lo saluta partendo da un gruppo di donne tutte coperte, che già piangevano nella corte della casa al passaggio di Gesù e più forte si erano date a piangere per le minacce della folla: “Figlio mio!”, e la donna si accascia nelle braccia di un’altra, non so se parente o amica.
    Gesù solo avanza ancora verso l’infelice: “Sei molto giovane. Come lebbroso?”.
    Il giovane abbassa gli occhi e diventa di fiamma, balbetta, ma non osa di più. Gesù ripete la domanda. Quello dice qualche cosa più nettamente. Ma non si afferrano le parole: “…il padre…andai…e peccammo..non solo io…”.
    “Là è tua madre che spera e che piange. In Cielo è Dio che sa. Qui sono Io che so. Ma che, PER AVERE PIETA’ HO BISOGNO DELLA TUA UMILIAZIONE. Parla”.
    “Parla, figlio. Abbi pietà delle viscere che ti hanno portato”, geme la madre che si è strascinata fin presso Gesù e ora, in ginocchio, tenendo inconsciamente un lembo della veste di Gesù in una mano, tende l’altra verso il figlio e mostra un povero volto arso dalla lacrime.
    Gesù le pone la mano sul capo. “Parla”, torna a dire.
    “Sono il primogenito e aiuto il padre nei commerci. Egli mi ha mandato a Gerico molte volte per parlare coi suoi clienti e…e uno…uno aveva una bella e giovane moglie…Mi…mi piacque. Andai anche più che dovessi…Le piacqui…Ci desiderammo e…peccammo nelle assenze del marito…Non so come fu, perché ella era sana. Sì. Non solo io ero sano e la volli…Ma lei era sana e mi volle. Non so se…se con me volle altri e si contagiasse…So che lei sfiorì presto, ed ora è già nei sepolcri a morire da viva…E io…e io…Mamma! Tu l’hai visto. E’ poca cosa, ma dicono che è lebbra…e ne morirò. Quando?…Più vita…più casa…più mamma!…Oh! mamma! Ti vedo e non ti posso baciare!…Oggi vengono a scucirmi le vesti ed a scacciarmi di casa…dal paese…Io sono peggio che morto. E non avrò neppure il pianto della mamma sul mio cadavere…”.
    Il giovane piange. La madre pare una pianta squassata dal vento, tanto la scuotono i singhiozzi. La gente commenta fra opposti sentimenti.
    Gesù è mesto. Parla: “E quando peccavi non pensavi a tua madre? Tanto folle eri da non ricordare più di avere una madre sulla Terra e un Dio in Cielo? E se la lebbra non fosse apparsa, ti saresti mai sovvenuto che avevi offeso Dio e prossimo? Che ne hai fatto della tua anima? Che della tua giovinezza?”.
    “Fui tentato…”.
    “Sei un infante per non sapere che quel frutto era maledetto? Meriteresti di morire senza pietà”.
    “Oh! Pietà! Solo tu puoi…”.
    “Non Io. Dio. E se qui giuri di non peccare più”.
    “Lo giuro. Lo giuro. Salvami, Signore. Ho solo poche ore prima della condanna. Mamma!…Mamma! Aiutami col tuo pianto!…Oh! mamma mia!”.
    La donna non ha neanche più voce. Solo si abbranca alle gambe di Gesù e alza il suo viso dagli occhi dilatati dal dolore, un tragico viso di un che affoga e sa che quello è l’ultimo sostegno che lo regge e che lo può salvare.
    Gesù la guarda. Le sorride pietoso: “Alzati, madre. Tuo figlio è guarito. Ma PER TE. Non per lui”.
    La donna non crede ancora. Le pare che così a distanza egli non possa essere stato sanato, e fa cenni di diniego fra i singhiozzi continui.
    “Uomo, levati la tunica dal petto. Là avevi la macchia. Che tua madre sia consolata.”
    Il giovane si cala la veste apparendo nudo agli occhi di tutti. Non ha che una pelle unita e liscia di giovane ben robusto.
    “Guarda, madre”, dice Gesù e si china ad alzare la donna.
    Mossa che serve anche a trattenerla quando il suo amore di madre e la vista del miracolo la lancerebbe contro il figlio senza attendere che sia purificato. Sentendosi impossibilitata di andare là dove la spinge l’amore materno, si abbandona sul petto di Gesù e lo bacia in un vero delirio di gioia. Piange, ride, bacia, benedice…e Gesù la carezza con pietà. Poi dice al giovane: “Vai dal sacerdote. E ricordati che Dio ti ha sanato per tua madre e perché tu sia giusto in futuro. Và”.
    Il giovane se ne va dopo aver benedetto il Salvatore e, a distanza, lo seguono la madre e le altre che erano con lei. La folla ha dei gridi di osanna.
    Gesù torna al suo posto.
    “Anche colui aveva dimenticato che vi è un Dio il quale ordina onestà nei costumi. Aveva dimenticato che è proibito farsi degli dèi che Dio non siano. Aveva dimenticato di santificare il sabato come ho insegnato. Aveva dimenticato il rispetto amoroso verso la madre. Aveva dimenticato che non si deve fornicare, non rubare, non essere falsi, non desiderare la donna altrui, non ammazzare se stesso e la propria anima, non fare adulterio. Tutto aveva dimenticato. Vedete come era stato colpito.
    “Non desiderare la donna d’altri” si unisce al “non fare adulterio”. Perché il desiderio precede sempre l’azione. L’uomo è troppo debole per potere desiderare senza poi giungere a consumare il desiderio. E, quello che è sommamente triste, l’uomo non sa fare lo stesso nei giusti desideri. Nel male si desidera e poi si compie. Nel bene si desidera e poi ci si ferma, se pure non si retrocede.
    Come ho detto a lui, dico a voi tutti, perché il peccato di desiderio è diffuso come la gramigna che da sé si propaga: siete infanti per non sapere che quella tentazione è venefica e va fuggita? “Fui tentato”. L’antica parola! Ma siccome è anche un antico esempio, dovrebbe l’uomo sovvenirsi delle conseguenze di esso e sapere dire: “No”. La nostra storia non manca di esempi di casti che rimasero tali nonostante tutte le seduzioni del sesso e le minacce dei violenti.
    E’ la tentazione un male? Non lo è. E’ l’opera del Maligno. Ma si muta in gloria per il vittorioso su essa. Il marito che va ad altri amori è un assassino della sposa,dei figli, di se stesso. Colui che entra nell’altrui dimora per fare adulterio è un ladro, e dei più vili. Pari al cuculo, code senza spesa del nido altrui. Colui che carpisce la buona fede dell’amico è un falsario, perché testimonia una amicizia che in realtà non ha. Colui che così agisce disonora se stesso e i genitori. Può avere allora Dio con sé?
    Ho fatto il miracolo per quella povera madre. Ma tanto mi fa schifo la lussuria che ne sono rivoltato. Voi avete urlato per paura e ribrezzo della lebbra. Io, con l’anima mia, ho avuto urlo per il ribrezzo della lussuria. Tutte le miserie sono intorno a Me e per tutte Io sono il Salvatore. Ma preferisco toccare un morto, un giusto già infracidito con la sua carne che fu proba, e che è già in pace con il suo spirito, ad avvicinare colui che sa di lussuria. Sono il Salvatore, ma sono l’Innocente. Lo ricordino tutti coloro che qui vengono o di Me parlano prestando alla mia personalità i fermenti della loro.
    Comprendo che voi vorreste altro da Me. Ma non posso. La rovina di una giovinezza appena formata e demolita dalla libidine mi ha turbato più che se avessi toccato la Morte. Andiamo dai malati. Non potendo, per la nausea che mi strozza, essere la Parola, sarò la Salute di chi spera in Me.
    La pace sia con voi”:
    Infatti Gesù è molto pallido, come sofferente. Non ripiglia il sorriso altro che quando si curva su dei bambini malati e su degli infermi nelle loro barelline. Allora torna ad essere Lui. Specie quando, mettendo il suo dito nella bocca di un mutolino di circa dieci anni, gli fa dire “Gesù” e poi “Mamma”.
    La gente se ne va piano piano.

  33. NON DIRAI FALSA TESTIMONIANZA

    “Quanta gente!”, esclama Matteo.
    E Pietro risponde: “Di’,guarda! Ci sono anche dei galilei…Ahi! Ahi! Andiamo a dirlo al Maestro. Sono tre onorati briganti!”.
    “Vengono per me, forse. Anche qui mi perseguitano…”.
    “No, Matteo. Il pescecane non mangia il pesciolino. Vuole l’uomo. Preda nobile. E solo se proprio non lo trova si pappa un grosso pesce. Ma io, te, gli altri, siamo pesciolini…robetta”.
    “Per il Maestro dici?”; interroga Matteo.
    “E per chi allora? Non vedi come guardano da tutte le parti? Sembrano fiere che annusano le peste della gazzella”.
    “Vado a dirlo…”
    “Aspetta! Lo diciamo ai figli di Alfeo (cugini di Gesù e apostoli). Lui è troppo buono. Bontà sciupata quando cade in quelle bocche”.
    “Hai ragione”:
    I due vanno al fiume e chiamano Giacomo e Giuda. “Venite. Ci sono dei tipi…Buoni per il supplizio. Certo vengono per importunare il Maestro”.
    “Andiamo. Lui dove è?”.
    “Ancora in cucina. Facciamo presto, perché se se ne accorge non vuole”.
    “Sì. E fa male”.
    “Lo dico anche io”.
    Ritornano sull’aia. Il gruppo, designato “Galileo”, parla con sussiego ad altra gente. Giuda di Alfeo si accosta come per caso. E ode: “…parole devono essere appoggiate sui fatti”.
    “E Lui li fa! Anche ieri ha guarito un romano indemoniato!”, ribatte un robusto popolano”.
    “Orrore! Guarire un pagano! Scandalo! Odi, Eli?”.
    “Tutte le colpe in Lui: amicizie con pubblicani e meretrici, commerci coi pagani e…”.
    “E sopportazione dei maldicenti. Anche questa è una colpa. Ai miei occhi la più grave. Ma, posto che Lui non sa, non vuole difendere Se stesso, parlate con me. Sono il suo fratello (un tempo i anche tra cugini si chiamavano fratelli) e a Lui maggiore, e questo è l’altro fratello, ancor più adulto. Parlate”.
    “Ma per chi te la pigli? Credi che noi si parli male del Messia? Ohibò! Noi siamo venuti da tanto lontano per fama di Lui.
    Lo dicevamo anche a questi…”.
    “Mentitore! Mi fai tanto schifo che ti volgo le spalle”. E Giuda d’Alfeo, sentendo forse in pericolo la carità verso i nemici, se ne va.
    “Non è forse vero? Ditelo voi tutti…”.
    Ma i “tutti”, ossia gli altri coi quali questi galilei parlavano, tacciono. Non vogliono mentire e non osano smentire. Perciò stanno zitti.
    “Non sappiamo neanche come è Lui…”, dice il Galileo Eli.
    “Non lo hai insultato in casa mia, non è vero?”, chiede Matteo ironico. “O sei smemorato per malattia?”.
    “Il “Galileo” si ammanta e se ne va cogli altri senza rispondere.
    “Vigliacco”, gli grida dietro Pietro.
    “Volevano dirci cose di inferno di Lui…”, spiega un uomo.
    “Ma noi abbiamo visto i fatti. E noi sappiamo invece come sono loro, i farisei. A chi credere allora? Al Buono che è proprio buono, o ai malvagi che da loro si dicono buoni, ma che poi sono un castigo? Io so che da quando vengo non mi conosco più, tanto sono mutato. Ero un violento, duro alla moglie e ai figli, ero senza rispetto del vicino e ora… Lo dicono tutti al paese: “Azaria non è più lui”. E allora? Per la santità nostra? Oh! Che davvero è un bizzarro satanasso se lavora per il Signore!”.
    “Dici bene, uomo. E Dio ti protegga perché sai bene comprendere, bene vedere e bene operare. Prosegui così e sarai un vero discepolo del benedetto Messia. Una gioia per Lui che vuole il vostro bene e che tutto sopporta pur di portarvi ad esso. Non scandalizzatevi che del VERO male. Ma quando vedete che in nome di Dio Egli opera, non abbiate scandalo, e non credete a quelli che vi vorrebbero persuadere di scandalo, anche se lo vedete fare cose nuove. Questo è il tempo nuovo. Come un fiore nato dopo secoli che la radice lavora, esso è venuto. Se non fosse stato preceduto da quella, non avremmo potuto comprendere la sua Parola. Ma secoli di ubbidienza alla Legge del Sinai ci hanno dato quel minimo di preparazione per potere, dal nuovo tempo, fiore divino che la Bontà ci ha concesso di vedere, aspirare tutti gli incensi e tutti i succhi per purificarci, fortificarci, renderci profumati di santità come un altare. Essendo il tempo nuovo, ha nuovi sistemi, non contrari alla Legge, ma tutti infusi di misericordia e carità, perché Egli è la Misericordia e l’Amore sceso dal Cielo”. Giacomo d’Alfeo fa un gesto di saluto e va verso casa.
    “Come parli bene, tu!”, dice ammirato Pietro. “Io non so mai che dire. Dico solo: “Siate buoni. Amatelo, ascoltatelo, credetelo”. Proprio non so come possa essere contento di me!”.
    “Eppure lo è tanto”, risponde Giacomo d’Alfeo.
    “Davvero lo dici o lo dici per bontà tua?”.
    “In verità così è. Me lo diceva anche ieri”.
    “Sì?! Allora oggi sono più contento del giorno che mi fu portata la sposa. Ma tu…dove hai imparato a parlare così bene?”.
    “Sulle ginocchia di sua Madre e al suo fianco. Che lezioni! Che parole! Solo Lui può parlare ancora meglio di Lei. Ma quello che a Lei manca in potenza, Ella te lo aggiunge in dolcezza…ed entra…Le sue lezioni! Hai mai visto un panno che tocchi con un angolino un olio odoroso? Piano piano beve non l’olio ma il profumo e, se anche l’olio viene levato, il profumo resta sempre a dire: “Io ci fui”. Così di Lei. Anche in noi, stoffe ruvide e lavate poi dalla vita, Ella è penetrata con la sua sapienza e grazia, e il suo profumo è in noi”.
    “Perché non la fa venire? Diceva che lo faceva! Si diventerebbe più buoni, meno zucconi…io almeno. E anche questa gente…Davanti a Lei sarebbero più buoni anche quegli aspidi che vengono ogni tanto…”.
    “Lo credi? Io no. Noi si diventerebbe più buoni, e anche gli umili lo diventerebbero. Ma i potenti e i cattivi!…Oh! Simone di Giona! Non prestare mai agli altri i tuoi sentimenti onesti! Gesù esce dalla cucina avendo per mano un bambinello, che gli trotterella di fianco morsicando una crosta di pane unta d’olio. Gesù regola il suo lungo passo alle piccole gambette del suo amico. “Una conquista!”, dice allegro. “Mi ha detto questo uomo di quattr’anni, che si chiama Asrael, che lui vuole essere un discepolo e imparare tutto: a predicare, a fare guarire i bambini malati, a far venire uva sui tralci anche in dicembre, e poi vuole andare su un monte e gridare a tutto il mondo: “Venite, c’è il Messia!”. Non è così, Asrael?”.
    E il bambino ridente dice di sì, di sì, e intanto mangia.
    “Sai appena mangiare, tu!”, lo stuzzica Tommaso. “Non sai neanche dire chi è il Messia”.
    “E’ Gesù di Nazaret”.
    “E che vuole dire “Messia”?”.
    “Vuole dire…vuole dire: l’Uomo che è stato mandato per esser buono e farci buono tutti”.
    “E come fa per farci buoni? Tu che sei un monello come farai?”.
    “GLI VORRO’ BENE. E FARO’ TUTTO. E LUI FARA’ TUTTO PERCHE’ IO GLI VORRO’ BENE. FA’ ANCHE TE COSI’ E DIVENTERAI BUONO”.
    “E la lezione è data, Tommaso. Hai il precetto: “VOGLIMI BENE E FARAI TUTTO, PERCHE’ IO TI AMERO’ SE MI VORRAI BENE, E L’AMORE FARA’ TUTTO IN TE”. Lo Spirito Santo ha parlato. Vieni, Asrael. Andiamo a predicare”.
    E’ cos’ lieto Gesù quando ha un bambino, che vorrei portargli tutti i bambini e farlo conoscere a tutti i bambini. Ce ne sono tanti che non lo conoscono neppure di nome!”
    Passa davanti alla velata e prima di giungere dice al bambino: “Di’ a quella donna: “La pace sia con te”.
    “Perché?”.
    “Perché ha la “bua come te quando cadi. E piange. Ma se tu le dici così, le passa”.
    “La pace sia con te, donna. Non piangere. Me lo ha detto il Messia. Se gli vuoi bene, Lui ti vuol bene e guarisci”, grida il bambino mentre Gesù lo trascina seco senza fermarsi. C’è proprio in Asrael la stoffa del missionario. Anche se per ora è un poco…intempestivo nella sue predicazioni e dice più che non gli si sia detto di dire.
    “La pace a tutti voi.
    “Non dirai falsa testimonianza”, è detto.
    Cosa c’è di più nauseante di un bugiardo? Non si può dire che egli accentra crudeltà con impurità? Sì, che si può. Il bugiardo, parlo del bugiardo in cose gravi, è crudele. Egli uccide una stima con la sua lingua. Dunque non è diverso dall’assassino. Anzi dico: è più di un assassino. Costui uccide solo un corpo. Il bugiardo uccide anche il buon nome, il ricordo di un uomo. Perciò è due volte assassino. E’ l’assassino impunito perché non sparge sangue, ma lede un onore, e del calunniato e della sua intera famiglia. E non contemplo neppure il caso di uno che giurando il falso mandi un altro a morte. Su questo già sono accumulati i carboni della Geenna. Ma parlo solo di chi con bugiarda parola insinua e persuade altri in sfavore di un innocente. Perché lo fa? O per odio senza ragione. O per avidità di avere ciò che l’altro ha. Oppure per paura.
    ODIO. Ha l’odio solo chi è amico di Satana. Il buono non odia. Mai. Per nessuna ragione. Anche vilipeso, anche danneggiato, perdona. Non odia mai. L’odio è la testimonianza che un’anima perduta dà di se stessa, e la testimonianza più bella che viene data all’innocente. Perché l’odio è la rivolta del male contro il bene. Non si perdona a chi è buono.
    AVIDITA’. “Colui ha ciò che io non ho. Io voglio ciò che lui ha. Ma solo con lo spargere disistima su lui io posso giungere ad avere il suo posto. Ed io lo faccio. Mento? Che importa? Derubo? Che importa? Posso giungere a rovinare tutta una famiglia? Che importa?”. Fra tante domande che l’astuto mentitore si fa, dimentica, VUOLE dimenticare, una domanda. Questa: “E se venissi smascherato?”. Questa non se la fa perché, preso dall’orgoglio e dall’avidità, è come uno dagli occhi tappati. Non vede il pericolo. E’ ancora come uno ebbro. E’ ebbro del vino satanico, e non pensa che Dio è più forte di Satana e si incarica di fare le vendette del calunniato. Il mentitore si è dato alla Menzogna e fida stoltamente nella sua protezione.
    PAURA. Molte volte uno calunnia per scusare se stesso. E’ la forma più comune di menzogna. Si è fatto il male. Si teme venga scoperto e riconosciuto come opera nostra. Allora, usando ed abusando della stima che ancora si ha presso gli altri, ecco che si capovolge il fatto, e quello che noi si è fatto lo si addossa all’altro di ci si teme solo l’onestà. Ancora lo si fa perchè l’altro, delle volte, è stato, senza volere, testimonio di una nostra mala azione, e allora ci si vuole mettere al sicuro da una sua testimonianza. Lo si accusa per renderlo inviso onde, se lui parla, nessuno lo cresa.
    Ma agite bene! Agite bene! E di questa menzogna non avrete mai bisogno. Non pensate, quando mentite, come vi mettete un giogo pesante? Esso è fatto della soggezione al demonio, della paura perpetua di una smentita e della necessità di ricordare la menzogna detta, coi fatti ed i particolari con cui fu detta, anche dopo degli anni, senza cadere in contraddizione. Una fatica da galeotto. E servisse al Cielo! Ma serve solo a prepararsi il posto nell’inferno!
    Siate schietti. Così bella la bocca dell’uomo che non conosce menzogna! Sarà povero, sarà rozzo, sarà sconosciuto? Lo è, anzi? Sì. Ma è sempre un re. Perché è un sincero. E la sincerità è regale più dell’oro e del diadema, ed eleva sulle folle più di un trono, e dà corte di buoni più di quanta ne ha un monarca. Sicurezza e sollievo dà la vicinanza dell’uomo sincero. Mentre disagio dà l’amicizia dell’insincero e anche solo l’averlo vicino dà un senso di disagio. Non pensa chi mente che, poiché presto la menzogna affiora per mille cause, dopo egli è sempre tenuto in sospetto? Come poter accettare più quanto egli dice? Anche se dice il vero, e chi l’ode lo vuol credere, in fondo c’è sempre un dubbio: “Mentirà anche ora?”.
    Voi direte: “Ma dove è la testimonianza falsa?”. Ogni menzogna è testimonianza falsa. Non solo legale.
    Siate semplici come semplice è Dio e il fanciullo. Siate veritieri in tutti i vostri momenti della vita. Volete essere reputati buoni? Siatelo in verità. Se anche un maldicente volesse dire di voi male, cento buoni direbbero: “No è vero. Egli è buono. Le sue opere parlano per lui”.
    In un libro sapienziale è detto: “L’uomo apostata procede con la perversità sulle labbra…nel suo cuore perverso prepara il male e in ogni tempo semina discordie…Sei cose odia il Signore e la settima l’ha in esecrazione: gli occhi superbi, la lingua bugiarda, le mani che spargono sangue innocente, il cuore che medita iniqui disegni, i piedi che corrono frettolosi al male, il falso testimonio che proferisce menzogne, e colui che semina discordie fra i fratelli…Per i peccati della lingua la rovina si avvicina al malvagio…Chi mentisce è un testimone fraudolento. Il labbro veritiero non muta in eterno, ma è testimonio di un momento chi imbastisce linguaggio di frode. Le parole del sussurrane sembrano semplici, ma penetrano le viscere. Il nemico si riconosce al suo parlare quando cova tradimento. Quando parla con voce sommessa non te ne fidare, perché porta nel core sette malizie. Egli con finzione nasconde i suo odio, ma la sua malizia sarà rivelata… Chi scava la fossa vi cadrà e la pietra cadrà addosso a chi la rotola”.
    Vecchio come il mondo è il peccato di menzogna e senza mutazione è il pensiero del sapiente in proposito, come senza mutazione è il giudizio di Dio su chi è bugiardo.
    Io dico: “Abbiate la spontaneità del fanciullo che va per istinto da chi sente buono senza cercare altro che bontà. E che dice ciò che la sua stessa bontà gli fa pensare, senza calcolare se dice troppo e ne può avere un biasimo”.
    Andate in pace. E la Verità vi diventi amica”.
    Il piccolo Asrael, che è sempre stato seduto ai piedi di Gesù col capino alzato come un uccellino che ascolta il canto del genitore, ha una mossa tutta dolcezza: si strofina col visetto contro i ginocchi di Gesù e dice. “Io e Te siamo amici perché Tu sei buono e io ti voglio bene. Ora lo dico anche io”; e sforzando la vicina per farsi udire per tutto il vasto stanzone dice, gestendo come ha visto fare a Gesù: “Tutti, ascoltate. Io so dove vanno le persone che non dicono bugie e vogliono bene a Gesù di Nazaret. Vanno su per la scala di Giacobbe. Su, su, su…insieme agli angeli e poi si fermano quando trovano i Signore”, e ride felice mostrando tutti i dentini.
    Gesù lo carezza e scende fra la gente. Riporta il piccolo alla madre: “Grazie, donna, di avermi dato il tuo bambino”.
    “Ti ha dato noia…”.
    “No. Mi ha dato amore. E’ un piccolo del Signore, e il Signore sia sempre con lui e con te. Addio”.
    Tutto ha fine.

  34. NON RUBARE E NON DESIDERARE CIO’ CHE E’ D’ALTRI

    Dio dà ad ognuno il necessario. Questo è in verità. Cosa è necessario all’uomo? Il fasto? Il grande numero di servi? Le terrre i cui campi non si possono contare? I banchetti che vedono da un tramonto sorgere un’aurora? No. Necessario all’uomo è un tetto, un pane, una veste. L’indispensabile per vivere.
    Guardatevi intorno. Chi sono i più allegri ed i più sani? Chi gode di una sana vecchiezza serena? I gaudenti? No. Quelli che onestamente vivono, lavorano, e desiderano. Essi non hanno veleno di lussuria e rimangono forti. Non veleno di crapule e rimangono agili. Non veleno di invidie e rimangono allegri. Mentre chi desidera avere sempre più uccide la sua pace e non gode, ma precocemente invecchia, arso da livore o da abuso. Potrei unire il comando del “non rubare” a quello del “non desiderare ciò che è d’altri”. Perché infatti il desiderio eccessivo spinge al furto. Non è che un passo breve da questo a quello. E’ illecito ogni desiderio? Io non dico questo. Il padre di famiglia che, lavorando nel campo o nell’officina, desidera trarne di che assicurare pane alla prole, non pecca in verità. Anzi ubbidisce al suo dovere di padre. Ma quello che invece non desidera altro che godere di più, e si appropria di ciò che è d’altri per giungere a godere di più, costui pecca.
    L’invidia! Perché, che è il desiderio della cosa altrui se non avarizia e invidia? L’invidia separa da Dio, figli miei, e unisce a Satana. Non pensate che il primo che desiderò la roba d’altri fu Lucifero? Era il più bello degli arcangeli, godeva di Dio. Avrebbe dovuto esser contento di questo. Invidiò Dio e volle essere lui Dio e divenne il demonio. Il primo demonio. Secondo esempio: Adamo ed Eva tutto avevano avuto, godevano del terrestre paradiso, godevano dell’amicizia di Dio, beati nei doni di grazia che Dio aveva loro dati. Avrebbero dovuto accontentarsi di questo. Invidiarono a Dio la conoscenza del bene e del male e furono cacciati dall’Eden divenendo proscritti invisi a Dio. I primi peccatori.
    Terzo esempio: Caino invidiò Abele per la sua amicizia col Signore. E divenne il primo assassino.
    Maria, sorella di Aronne e Mosè, invidiò il fratello e divenne la prima lebbrosa della storia d’Israele.
    Potrei passo passo condurvi per tutta la vita del popolo di Dio, e vedreste che il desiderio smodato fece, di chi lo ebbe, un peccatore, e della nazione un castigo. Perché i peccati dei singoli si accumulano e provocano i castighi delle nazioni, così come granelli e granelli e granelli di rena, accumulati in secoli e secoli, provocano una frana che sommerge i paesi e chi è in essi.
    Vi ho sovente citato ad esempio i pargoli, perché semplici e fidenti. Oggi vi dico: imitate gli uccelli nella libertà dai desideri.
    Guardate. Ora è inverno. Poco cibo è nei frutteti. Ma si preoccupano essi nell’estate di accumularlo? No. Fidano nel Signore. Sanno che un verdolino, un granello, una mica, un ragnetto, una meschina sull’acqua la potranno sempre catturare per il loro gozzetto. Sanno che un comignolo caldo o un bioccolo di lana ci sarà sempre per il loro rifugio d’invero, come sanno che, quando verrà il tempo in cui necessita loro avere fieni per i nidi e maggior pasto per la prole, ci sarà fieno fragrante sui prati e succoso cibo nei frutteti e nei solchi, e di insetti sarà ricca l’aria e la terra. E cantano piano: “Grazie, Creatore, per quanto ci dai e ci darai”, pronti ad osannare a piena gola quando nell’epoca degli amori godranno della sposa e si vedranno moltiplicati nella prole.
    C’è creatura più lieta dell’uccello? Eppure che è la sua intelligenza rispetto a quella umana? Una vaschetta di silice rispetto ad un monte. Ma vi insegna. In verità vi dico che possiede la letizia dell’uccello colui che vive senza desiderio impuro. Egli si fida di Dio e lo sente Padre. Egli sorride al giorno che sorge e alla notte che cala, perché sa che il sole è suo amico e la notte è sua nutrice. Egli guarda senza rancore gli uomini e non teme le loro vendette, perché non li danneggia in alcun modo. Egli non trema per la salute né per il sonno, perché sa che una vita onesta tiene lontane le malattie e dà dolce riposo. Non teme infine la morte perchè sa che una vita onesta tiene lontane le malattie e dà dolce riposo. Non teme infine la morte perché sa che, avendo bene agito, non può che avere il sorriso di Dio.
    Anche il re muore. Anche il ricco muore. Non è lo scettro che allontana la morte né il denaro che compera l’immortalità. Come davanti al Re dei re e al Signore dei signori sono cosa risibile le corone e le monete, ma ha solo valore una vita vissuta nella Legge!
    Cosa dicono quegli uomini là in fondo? Non abbiate paura di parlare”.
    “Dicevamo: l’Antipa di che peccato è colpevole? Di furto o di adulterio?”.
    “Non vorrei guardaste gli altri ma i vostri cuori. Però ci rispondo che egli è colpevole di idolatria adorando la carne più di Dio, di adulterio, di furto, di illecito desiderio e presto di omicidio”.
    “Sarà salvato da Te, Salvatore?”.
    “Io salverò coloro che si pentono e tornano a Dio. Gli impenitenti non avranno redenzione”.
    “Hai detto che è ladro. Ma che ha rubato?”.
    “La moglie al fratello. Il furto non è di solo denaro. E’ furto anche levare l’onore a un uomo, levare la verginità ad una fanciulla, levare ad un marito la moglie, come lo è levare un bue al vicino o prendere delle sue piante. Il furto, poi, aggravato da libidine o da falsa testimonianza, si aggrava di adulterio, o di fornicazione, o di mendacio”.
    “E una donna che si prostituisce che peccato fa?”.
    “Se è sposata, di adulterio e di furto verso il marito. Se è nubile, di impurità e di furto a se stessa”.
    “A se stessa? Ma dà via del suo!!”.
    “No. Il nostro corpo è creato da Dio per essere tempio dell’anima che è tempio di Dio. Perciò deve essere conservato onesto, perché altrimenti l’anima viene derubata dell’amicizia di Dio e della vita eterna”.
    “Allora una meretrice non può più essere che di Satana?”.
    “Ogni peccato è meretricio con Satana. Il peccatore, come una femmina prezzolata, si dà a Satana per illeciti amori, sperandone sozzi guadagni. Grande, grandissimo il peccato di prostituzione che rende simili ad animali immondi. Ma credete che non lo è da meno ogni altro peccato capitale. Che dirò dell’idolatria? Che dell’omicidio? Eppure Dio perdonò agli israelite dopo il vitello d’oro. Perdonò a Davide dopo il suo peccato, e che era duplice. Dio perdona a chi si pente. Sia il pentimento in proporzione del numero e della grandezza delle colpe, ed Io vi dico che a chi più si pente più sarà perdonato. Perché il pentimento è forma d’amore. DI OPERANTE AMORE. Chi si ente dice perché ti amo e voglio essere amato”. E Dio ama chi lo ama. Perciò Io dico: più uno ama e più è amato. Chi ama totalmente ha TUTTO perdonato. E questa è verità.
    Andate. E prima però sappiate che vi è alle porte del paese una vedova, carica di prole, nella fame più assoluta. Cacciata dalla casa per debiti. E ancora può dire “grazie” al padrone per non averla che cacciata. Ho usato l’obolo vostro per il loro pane. Ma hanno bisogno di un asilo. La misericordia è il più gradito dei sacrifici al Signore. Siate buoni ed in suo nome vi assicuro il premio”.

  35. DISCORSO CONCLUSIVO DOPO I DIECI COMANDAMENTI

    Dice Gesù:
    “Figli miei nel Signore, la festa della Purificazione è ormai imminente e ad essa Io, Luce del mondo, vi mando preparati con quel minimo necessario a ben compierla. Il primo lume della festa da cui trarrete fiamma per tutti gli altri. Perché ben stolto sarebbe colui che pretendesse accendere molti lumi non avendo come accendere il primo. E ancora più stolto sarebbe colui che pretendesse iniziare la sua santificazione dalle cose più ardue, trascurando ciò che è la base dell’edificio immutabile della perfezione: il Decalogo.
    Si legge nei Maccabei che Giuda ed i suoi, avendo con la protezione del Signore ripreso il Tempio e la Città, distrussero gli altari agli dèi stranieri e i tempietti e purificarono il Tempio. Poi alzarono un altro altare e con le pietre focaie suscitarono il fuoco, offersero i sacrifici, fecero ardere l’incenso, posero i lumi e i pani della proposizione e poi, prostrati tutti a terra, supplicarono il Signore a non farli più peccare o, se per loro debolezza venissero di nuovo al peccato, che venissero trattati con divina misericordia. E questo avveniva il venticinque del mese di casleu (dicembre).
    Consideriamo e applichiamo il racconto a noi stessi, perché ogni parola della storia d’Israele, essendo il popolo eletto, ha un significato spirituale. La vita è sempre insegnamento. La vita d’Israele è insegnamento non solo per i giorni terreni, ma per la conquista dei giorni eterni.
    “Distrussero gli altari ei tempietti pagani”.
    Ecco la prima operazione. Quella che Io vi ho indicato di fare col nominarvi gli dei individuali che sostituiscono il Dio vero: le idolatrie del senso, dell’oro, dell’orgoglio, i vizi capitali che portano alla profanazione e morte dell’anima e del corpo e al castigo di Dio.
    Io non vi ho schiacciati sotto le innumerabili formule che ora opprimono i fedeli, e sono di baluardo alla vera Legge, oppressa, nascosta da cumuli e cumuli di proibizioni tutte esteriori, che con la loro oppressione conducono il fedele a perdere di vista la lineare, chiara, santa voce del Signore che dice: “Non bestemmiare. Non idolatrare. Non profanare le feste. Non disonorare i genitori. Non uccidere. Non fornicare. Non rubare. Non mentire. Non invidiare le cose altrui. Non appetire la moglie altrui”. Dieci “non”. E non uno di più. E sono le dieci colonne del tempio dell’anima. Sopra splende l’oro del precetto santo fra i santi: “Ama il tuo Dio. Ama il tuo prossimo”. E’ il coronamento del tempio. E’ la protezione delle fondamenta. E’ la gloria del costruttore. Senza l’amore uno non potrebbe ubbidire alle dieci regole e cadrebbero le colonne, tutte od alcuna, e il tempio rovinerebbe o totalmente o parzialmente. Ma sempre sarebbe rovinato e non più atto ad accogliere il Santissimo.
    Fate ciò che vi ho detto, abbattendo le tre concupiscenze. Dando un nome schietto al vostro vizio, così come schietto è Dio nel dirvi: “Non fare questo e quello”. Inutile sottilizzare sulle forme. Chi ha un amore più forte di quello che dà a Dio, quale che sia questo amore, è idolatra. Chi nomina Dio professandosi suo servo e poi lo disubbidisce, è un ribelle. Chi per avidità lavora in sabato è un profanatore ed è un diffidente e presuntuoso. Chi nega un soccorso ai genitori adducendo pretesti, anche se dice che sono opere date a Dio, è uno in odio a Dio, che ha messo i padri e le madri a sua figura sulla Terra. Chi uccide è sempre assassino. Chi fornica è sempre lussurioso. Chi ruba è sempre un ladro. Chi mente è sempre un abbietto. Chi vuole ciò che non è suo. È sempre un ingordo della più esecrata fame. Chi profana un talamo è sempre un immondo.
    Così è. E vi ricordo che dopo l’erezione del vitello d’oro venne l’ira del Signore, dopo l’idolatria di Salomone lo scisma che divise e indebolì Israele, dopo l’ellenismo accettato, e anzi ben accolto e introdotto da giudei indegni sotto Antioco Epifanie, vennero le nostre attuali sventure di spirito, di fortuna e di nazionalità. Vi ricordo che Nabal e Abiù, falsi servi di Dio, furono percossi da Geovè. Vi ricordo chenon era santa la manna del sabato. Vi ricordo Cam e Assalonne. Vi ricordo il peccato di Davide su Uria e quello di Assalonne su Amnon. Vi ricordo la fine di Assalonne e quella di Amnon. Vi ricordo la sorte di Eliodoro ladro, e Simone e Menelao. Vi ricordo la ignobile fine dei due rettori falsi che avevano testimoniato con menzogna su Susanna. E potrei continuare senza trovare fine agli esempi.
    Ma torniamo ai Maccabei.
    “E purificarono il Tempio”.
    Non basta dire: “Distruggo”. Occorre dire: “Purifico”. Vi ho detto come si purifica l’uomo: col pentimento umile e sincero. Non vi è peccato che Dio non perdoni se il peccatore è realmente pentito. Abbiate fede nella Bontà divina. Se voi poteste giungere a capire cosa è questa Bontà, anche fossero su voi tutti i peccati del mondo, non fuggireste da Dio, ma anzi correreste ai suoi piedi, perché solo il Buonissimo può perdonare ciò che l’uomo non perdona.
    “E alzarono un altro altare”.
    Oh! Non tentate inganno col Signore. Non siate falsi nel vostro agire. Non mescolate Dio a Mammona. Avreste un altare vuoto: quello di Dio. Perché inutile alzare un altare nuovo se permangono anche resti dell’altro. O Dio o l’idolo. Scegliete.
    “E suscitarono il fuoco con la pietra e l’esca”.
    Pietra è la ferma volontà di essere di Dio. Esca è il desiderio di annullare con tutto il restante della vita anche il ricordo del vostro peccato dal cuore di Dio. Ecco allora che si suscita il fuoco: l’amore. Perché il figlio che cerca di riconfortare l’offeso genitore con tutta una vita onorata, che fa se non amare il padre, volendolo lieto del figlio suo, già lacrima e ora gioia? Ora, giunti a questo, potete offrire i sacrifici, ardere gli incensi, porre i lumi e i pani. Non saranno invisi a Dio i sacrifici, e grate saranno le preghiere, veramente illuminato l’altare, ricco del cibo della vostra offerta giornaliera. Potrete pregare dicendo: “Siici protettore”, perché Egli amico vi sarà.
    Ma la sua misericordia non ha atteso che voi chiamaste pietà. Ha precorso il vostro desiderio. E vi ha mandato la Misericordia a dirvi: “Sperate. Io ve lo dico: Dio di perdona. Venite al Signore”. Un altare è già fra voi: il nuovo altare. Da esso sgorgano i fiumi di luce e di perdono. Come un olio si spandono, medicano, rinforzano. Credete nella Parola che da esso viene.
    Pregate con Me sui vostri peccati. Come il levita che guida il coro, Io dirigo le vostre voci a Dio, e non sarà respinto il vostro gemito se è unito alla mia voce. Con voi mi annichilo, Fratello agli uomini nella carne, Figlio al Padre nello spirito, e dico per voi, con voi: “Da questo profondo abisso, dove Io-Umanità sono caduto, grido a Te, Signore. Ascolta la voce di chi si guarda e sospira, e non chiudere il tuo udito alle mie parole. Orrore è il vedermi, o Dio. Orrore io sono anche agli occhi miei! E che sarò agli occhi tuoi? Non guardare alle mie colpe, o Signore, perché altrimenti io non potrò resistere innanzi a Te, ma usa su me la tua misericordia. Tu l’hai detto : “Io Misericordia sono”. Ed io credo alla tua parola. L’anima mia, ferita ed abbattuta, confida in Te, nella tua promessa, e dall’alba a notte, dalla giovinezza alla vecchiaia io spererò in Te”.
    Colpevole di omicidio e di adulterio, riprovato da Dio, ben ottiene Davide perdono, dopo aver gridato al Signore: “Abbi pietà non per mio rispetto ma per onore della tua misericordia, che è infinita. E per essa cancella il mio peccato. Non vi è acqua che possa lavare il mio acqua che possa lavare il mio cuore se non è presa nelle acque profonde della tua santa bontà. Con essa lavami della iniquità mia e purificami dalla mia sozzura. Non nego d’aver peccato. Ma anzi io confesso il mio delitto e come un testimonio accusatore la colpa mi è sempre davanti. Ho offeso l’uomo nel prossimo e in me stesso, ma di avere peccato contro Te particolarmente mi dolgo. E questo ti dica che riconosco che Tu sei gusto nelle tue parole e temo i tuo giudizio che trionfa su ogni potenza umana. Ma considera, o Eterno, che in colpa sono nato e che peccatrice fu chi mi ha concepito, e che pure Tu tanto mi hai amato da giungere a svelarmi la tua sapienza ed a darmela per maestra nel comprendere i misteri delle tue sublimi verità. E se tanto hai fatto, devo temere di Te? No. Non temo. Aspergimi coll’amaro del dolore e sarò purificato. Lavami col pianto e diverrò come neve alpina. Fammi sentire la tua voce ed esulterà il tuo servo umiliato, perché la tua voce è gioia e letizia anche se rampogna. Volgi il tuo volto ai miei peccati. Il tuo sguardo cancellerà le mie iniquità. Il cuore che Tu mi hai dato mi fu profanato da Satana e dalla mia debole umanità. Creami un nuovo cuore che sia puro e distruggi ciò che è corruzione nelle viscere del tuo servo, perché regni solo in lui uno spirito retto. Ma non mi scacciare dalla tua presenza e non mi levare l’amicizia tua, perché solo la salute che da Te viene è gioia per l’anima mia, e il tuo spirito sovrano è conforto dell’umiliato. Fa che io divenga colui che va fra gli uomini dicendo: “Osservate quanto è buono il Signore. Andate sulle sue vie e sarete benedetti come io lo sono, io aborto dell’uomo e che ora torno figlio di Dio per la grazia che rinasce in me”. E a Te si convertiranno gli empi. Il sangue e la carne ribollono e urlano in me. Liberami da essi, o Signore, salvezza dell’anima mia, ed io canterò le tue lodi. Non sapevo. Ma ora ho compreso. Non un sacrificio d’arieti Tu vuoi, ma l’olocausto d’un cuore contrito. Un cuore contrito e umiliato ti è più gradito di arieti e montoni, perché Tu per Te ci hai creati, e vuoi che noi di ciò ci ricordiamo e ti rendiamo ciò che è tuo. Sii a me benigno per la tua grande bontà e riedifica la mia e tua Gerusalemme: quella di uno spirito purificato e perdonato sul quale posa venire offerto il sacrificio, l’oblazione e l’olocausto per il peccato, per il grazie e per la lode. Ed ogni mio nuovo giorno sia un’ostia di santità consumata sul tuo altare per salire coll’odore de mio amore sino a Te”.
    Venite! Andiamo al Signore. Io avanti, voi dietro. Andiamo alle acque di salute, andiamo nei pascoli santi, andiamo nelle terre di Dio. Dimenticate il passato. Sorridete al futuro. Non pensate al fango, ma guardate le stelle. Non dite: “Son tenebra”; dite: “Dio è Luce”. Io sono venuto ad annunziarvi la pace, a dire ai mansueti la Buona Novella, a curare quelli che hanno il cuore infranto da troppe cose, a predicare la libertà a tutti gli schiavi, primi fra tutti quelli di Mammona, a liberare i prigionieri dalle concupiscenze.
    Io vi dico: L’anno di grazia è venuto. Non piangete voi tristi della tristezza di chi si sente peccatore, non lacrimate, esuli dal Regno di Dio. Io sostituisco la cenere con l’oro, l’olio alle lacrime. A festa vi vesto per presentarvi al Signore e dire: “Ecco le pecorelle che Tu mi mandasti a cercare. Io le ho visitate e radunate, le ho contate, ho cercato le disperse e te le ho portate sottraendole ai nuvoli e alle caligini. Le ho prese frammezzo a tutti i popoli, le ho riunite da tutte le regioni per condurle alla Terra non più terra che per esse Tu hai preparato, o Padre santo, per portarle sulle cime paradisiache dei tuoi monti opimi dove tutto è luce e bellezza, lungo i rivi delle celesti beatitudini dove si satollano di Te gli spiriti da Te amati. Sono andato in cerva anche delle ferite, ho guarito le fratturate, ho ristorato le deboli, non ne ho trascurato una sola. E la più sbranata dagli avidi lupi dei sensi me la sono messa come un giogo d’amore sulle spalle e te la poso ai piedi, Padre benigno e santo, perché ella non può più camminare, non sa le tue parole, è una povera anima inseguita dai rimorsi e dagli uomini, è uno spirito che rimpiange e trema, è come un’onda spinta e respinta dal flutto sul lido. Viene col desiderio, la respinge la cognizione di sé…Aprile il tuo seno, Padre tutto amore, perché in esso trovi pace questa creatura smarrita. Dille: “Vieni”. Dille: “Sei mia”. Fu di tuoo un mondo. Ma ne ha nausea e paura. Dice: “Ogni padrone è uno sgherro lurido”. Fa che possa dire: “Questo mio Fe mi ha dato LA GIOIA DI ESSERE PRESA!”. Non sa cosa sia l’amore. Ma se Tu l’accogli saprà cosa è questo amore celeste che è l’amore nuziale fra Dio e lo spirito umano, e come un uccello liberato dalle gabbie dei crudeli salirà, salirà, sempre più in alto, sino a Te, al Cielo, alla gioia, alla gloria, cantando: “Ho trovato Colui che cercavo. Non ha altro desiderio il mio cuore. In Te mi poso e giubilo, Signore eterno, nei secoli dei secoli beata!””.
    Andate. Con spirito nuovo celebrate la festa della Purificazione. E la luce di Dio si accenda in voi”.

  36. PERCHè DIO NON OPERA L’IMMEDIATO MIRACOLO DELLA NOSTRA CONVERSIONE FACENDOCI DIVENTARE SANTI TUTTI QUANTI?


    Dice Gesù: “(Avrebbero voluto) l’immediato miracolo di Me su lei. E l’avrei potuto fare.
    Ma non voglio una risurrezione forzata nei cuori. Forzerò la morte e mi renderà le sue prede. Perchè Io sono i Padrone della morte e della vita. Ma sugli spiriti, che non sono materia che senza soffio è priva di vita, ma sono immortali essenze capaci di risorgere per volontà propria, Io non forzo la risurrezione. Do il primo appello e il primo aiuto, come uno che aprisse un sepolcro dove uno fu chiuso mal vivo e dove morrebbe se a lungo rimanesse in quelle tenebre asfissianti, e lascio entrare aria e luce…poi attendo. Se lo spirito è voglioso di uscirne, esce. Se non vuole così, si infosca ancor più e sprofonda. Ma se esce!…Oh! se esce, in verità ti dico che nessuno sarà più grande del risorto di spirito. Solo l’Innocenza assoluta è più grande di questo morto che torna vivo per forza di proprio amore e per gioia di Dio…I miei più grandi trionfi!
    Guarda il cielo, Simone. Tu vedi in esso stelle e stelline, e pianeti di diverse grandezze. Tutti hanno vita e splendore per Dio che li ha fatti e per il sole che li illumina, ma non tutti sono ugualmente splendidi e grandi. Anche nel mio cielo sarà così. Tutti i redenti avranno vita per Me e splendore per la mia luce. Ma non tutti saranno ugualmente splendidi e grandi. Taluni saranno un semplice polvere d’astri, come quella che fa lattea Galatea, e saranno quelli, innumerevoli, che dal Cristo avranno avuto, meglio, avranno aspirato solo quel minimo indispensabile per non essere dei dannati, e soltanto per l’infinita misericordia di Dio, dopo lungo purgatorio, verranno al Cielo. Altri saranno più fulgidi e formati: I giusti che avranno unito la loro volontà – nota: volontà, non buona volontà – al volere del Cristo e avranno ubbidito, per non dannarsi, alle mie parole. Poi vi saranno i pianeti, le buone volontà, oh! splendidissimi! Della luce di puro diamante o di gemmeo splendore dai diversi colori – rossi di rubino, violacei d’ametista, biondi di topazio, candidi di perle – gli innamorati fino alla morte per l’amore, i penitenti per amore, gli operanti per amore, gli immacolati per amore.
    E ve ne saranno alcuni, di questi pianeti, e saranno le mie glorie di Redentore, che avranno in loro bagliori di rubino, di ametista, di topazio e di perla, perchè TUTTO saranno per amore. Eroici per giungere a perdonarsi di non aver saputo amare prima, penitenti per saturarsi di espiazione come Ester prima di presentarsi ad Assuero si saturò di aromi, instancabili per fare in poco, nel poco che loro resta, quanto non fecero negli anni che spesero nel peccato, puri fino all’eroicità per dimenticare, anche nelle viscere oltre che nell’anima e nel pensiero, che vi è un senso. Saranno quelli che attireranno per il loro multiforme splendore gli occhi dei credenti, dei puri, dei penitenti, dei martiri, degli eroi, degli asceti, dei peccatori, e per ognuna di queste categorie il loro splendore sarà parola, risposta, invito, assicurazione…”

  37. L’ORDINE

    In questi giorni sto prendendo coscienza di un concetto nuovo: quello dell’ordine.
    Non esiste solo l’ordine nelle cose materiali ma anche di pensiero.
    Nel senso che non si può comprendere bene una Verità vertice se prima non si è presa bene consapevolezza di tutti i ragionamenti e pilastri di Verità che portano e conducono alla somma.
    Vi faccio un esempio che ho provato sulla mia pelle.
    A fine anno della terza magistrale affronto l’interrogazione per la salvezza in geometria.
    Tutte le dimostrazioni, imparate a memoria, andavano bene, ma quando ha cominciato a farmi fare esercizi, tipo la dimostrazione di una teoria, non riuscivo perché non sapevo e non vedovo quale dovevo applicare e in quale maniera. L’insegnante mi disse: “tu studi ma purtroppo a te mancano le basi, le conoscenze fondamentali dei due anni precedenti, e quindi impari ma ti manca la capacità di mettere in pratica, ti manca il discernimento, il conoscimento della materia nel suo insieme e quindi non riesci a collegare e integrare, a utilizzare nella pratica i principi appresi”.
    Non so se mi sono spiegata.
    Comunque apprendere saltando di qua e di là come ho fatto fino adesso vedo che mi lascia sempre un po’ insoddisfatta. Mi faccio domande, cerco le risposte ma come le comprendo? E’ giusto, completo il significato che io do?
    Non vedo una giusta prospettiva nel raggiungimento della Verità ultima. E’ isolata.
    Il mio mosaico non dà un’immagine unica completa chiara. Non è un quadro quando uno lo guarda ma ha tanti pezzettini isolati uno dall’altro da degli spazi vuoti. Manco dell’insieme.
    Mi manca la conoscenza pulita lineare nel suo sviluppo.
    Non è una bella retta verso l’infinito. No. Alla mia conoscenza manca la successione del pensiero. La semplicità di uno sviluppo armonico, che non ha turbamenti ed esitazioni su ciò che precede e quindi va sicuro verso il traguardo.
    Conclusione: devo mettermi a studiare in forma ordinata.
    Devo farlo, ho la necessità di farlo, ho sete di bere la conoscenza di chi mi ha preceduto per avere le basi per poter andare “oltre”. Scusate la superbia. Ma non credo che sia superbia cattiva, il desiderio di conoscere sempre più Dio.
    Non so se scriverò molto nel periodo che seguirà perché dedicherò tutto il mio tempo allo studio.
    Dentro di me prego Iddio che mi dia la Luce per comprendere, assimilare e il Suo amore per poterLo amare di più.
    Ciao a tutti.

  38. Sto leggendo: “Teologia della perfezione cristiana” di Royo Marin.
    Ho trovato alcuni approfondimenti e consigli per me veramente interessanti.
    Ho pensato di riportarli per condividerli con voi.

    LOTTA CONTRO IL PECCATO

    Il peccato è il nemico numero uno della nostra santificazione e, il nemico unico, giacchè tutti gli altri lo sono solo in quanto derivano dal peccato o ad esso conducono. Il peccato è una trasgressione volontaria della legge di Dio. Suppone sempre tre elementi essenziali MATERIA PROIBITA (o almeno ritenuta tale), AVVERTENZA da parte dell’intelletto e CONSENSO o accettazione da parte della volontà. Se la materia è grave e l’avvertenza e il consenso perfetti, abbiamo il peccato MORTALE; se la materia è leggera o l’avvertenza e il consenso imperfetti, il peccato VENIALE.

    IL PECCATO MORTALE
    Sono troppi, purtroppo, gli uomini che vivono abitualmente in peccato mortale. Assorbiti quasi completamente dalle preoccupazioni della vita, occupati negli affari professionali, divorati da una sete insaziabile di piaceri e di divertimenti e immersi in una ignoranza religiosa che giunge spesso a estremi incredibili, non si pongono neppure il problema dell’al di là. Alcuni soprattutto se hanno ricevuto nell’infanzia una certa educazione cristiana e conservano ancora un barlume di fede, sogliono reagire dinanzi alla morte imminente e ricevono con dubbie disposizioni gli ultimi sacramenti prima di comparire davanti a Dio; ma molti altri scendono nel sepolcro rattristati solo dal pensiero di dover abbandonare per sempre questo mondo, al quale avevano profondamente attaccato il cuore. Questi infelici sono delle “anime paralitiche – dice S. Teresa – alle quali se il Signore non comanderà di alzarsi, toccherà serio pericolo e sventura assai grave”.
    Infatti, li sovrasta il pericolo dell’eterna dannazione. Il peccato mortale abituale ha talmente adombrato le loro anime, ce “non vi sono tenebre sì folte, né cose tanto tetre e buie, che non siano superate e di molto”. S. Teresa afferma che, se i peccatori conoscessero la condizione di un’anima che pecca mortalmente, “sarebbe impossibile che alcuno potesse ancora peccare, anche se per fuggirne le occasioni dovesse soffrire i maggiori tormenti immaginabili”.
    Tuttavia, non tutti coloro che vivono abitualmente in peccato hanno contratto la medesima responsabilità davanti a Dio. Possiamo distinguere quattro specie di peccati rappresentanti altrettante categorie di peccatori.
    a) I PECCATO DI IGNORANZA. – Non ci riferiamo all’ignoranza totale e invincibile – che toglierebbe ogni responsabilità morale – ma a quella che è frutto di una educazione antireligiosa o indifferente e che si associa ad una intelligenza mediocre e ad un ambiente ostile e refrattario ad ogni influenza religiosa. Coloro che vivono in tali condizioni avvertono, di solito, una certa malizia nel peccato. Si rendono perfettamente conto che certe azioni ripetute di frequente non sono moralmente rette. Hanno, quindi una sufficiente capacità per commettere liberamente un vero peccato mortale che li allontana dalla via della salvezza. Però è necessario riconoscere che la loro responsabilità è molto attenuata davanti a Dio. Se hanno conservato l’orrore per quello che pareva loro più ingiusto e peccaminoso; se il fondo del loro cuore, nonostantele debolezze esterne, si è mantenuto retto in quello che è fondamentale e se hanno coltivato, sia pure in modo superficiale, qualche devozione alla Vergine, se si sono astenuti dall’attaccare la religione e i suoi ministri e, soprattutto, se nell’ora della morte innalzano il loro cuore a Dio pentiti e fiduciosi nella sua misericordia, non v’è dubbio che saranno giudicati con benignità allorché si troveranno di fronte al tribunale divino. Se Cristo ha detto che molto sarà chiesto a chi molto fu dato, è lecito pensare che poco sarà chiesto a chi poco ha ricevuto. Costoro sogliono tornare a Dio con relativa facilità quando se ne presenta l’occasione. Siccome la loro vita dissipata non proviene da vera malvagità, ma da una profonda ignoranza, tutto ciò che impressiona fortemente la loro anima – come la morte di un familiare, la predica di un missionario, un dissesto finanziario – d’ordinario basta per riportarli sul retto cammino. Tuttavia non brilleranno mai né per fervore né per dottrina e il sacerdote deve ammonirli spesso dell’obbligo che hanno di completare la loro formazione onde on correre rischio di ritornare al loro stato primitivo.
    b) I PECCATI DI FRAGILITA’. – Sono molte le persone sufficientemente istruite in fatto di religione i cui disordini non si possono attribuire alla semplice ignoranza o disconoscenza dei propri doveri. Ciononostante, non peccano per calcolata e fredda malvagità. Sono deboli, di scarsa energia di volontà, fortemente inclinate ai piaceri sensuali, irriflessive. Lamentano le loro cadute, ammirano i buoni, “vorrebbero” essere come loro, però poco si impegnano per divenirlo veramente. Queste disposizioni non le scusano dal peccato; anzi, sono più colpevoli di coloro che peccano per ignoranza, dal momento che vi si abbandonano con maggior cognizione di causa. Tuttavia, in fondo, sono più deboli che cattive. Chi ha il compito di vigilare su di esse deve preoccuparsi, anzitutto, di renderle salde nei loro buoni propositi, portandole alla frequenza dei sacramenti, alla riflessione, alla fuga delle occasioni, ecc., onde sottrarle definitivamente alla loro triste condizione e orientarle verso le vie del bene.
    c) I PECCATI DI INDIFFERENZA. – La terza categoria è costituita da coloro che peccano per meditata indifferenza. Peccano pur sapendo di peccare; non perché vogliono il male in quanto offesa di Dio, ma perché non sanno rinunciare ai propri piaceri e poco si curano se la loro condotta non è accetta agli occhi di Dio. Peccano con meditata indifferenza, senza rimorsi di coscienza e se anche questi sopraggiungono li mettono a tacere per continuare indisturbati sulla loro via. La loro conversione è molto difficile, data la continua infedeltà alle mozioni della grazia, la consapevole noncuranza dei principi morali e il disprezzo sistematico dei buoni consigli che possono ricevere da coloro che hanno a cuore il loro bene.
    d) I PECCATI DI OSTINAZIONE E DI MALIZIA. – C’è. Infine. Una quarta categoria di peccatori, la peggiore di tutte. Sono coloro che si danno al male per raffinata malizia e satanica ostinazione. Il loro peccato più abituale è la bestemmia, intesa come espressione di odio verso Dio. All’inizio furono forse buoni cristiani, però sdrucciolarono a poco a poco; le passioni, sempre più accontentate, acquistarono proporzioni gigantesche, e arrivò il momento in cui si considerarono definitamene perduti. Frutto della disperazione, la defezione e l’apostasia. Infrante le ultime barriere che li trattenevano sull’orlo del precipizio, si abbandonarono, per una specie di vendetta contro Dio e contro la propria coscienza, ad ogni sorta di delitti e di disordini. Attaccano fieramente la religione, combattono la Chiesa, odiano i buoni, fanno parte delle sette anticattoliche e, perseguitati dai rimorsi della propria coscienza, si immergono sempre più nel male. E’ il caso di Giuliano l’Apostata, Lutero, Calvino, Voltaire e di tanti altri che hanno trascorso la vita rifiutando ostinatamente la luce e odiando Dio e tutto quanto è santo. Si direbbe che sono come un’incarnazione di Satana. Uno di questi disgraziati giunse a dire: “Io non credo nell’esistenza dell’inferno; però, se esiste ed io vi andrò, almeno avrò il piacere di non curvarmi mai davanti a Dio”. E un altro, prevedendo forse che nell’ora della morte gli sarebbe giunta dal cielo la grazia del pentimento, si precluse volontariamente la possibilità del ritorno a Dio, dicendo ai suoi familiari: “Se nell’ora della morte chiedessi un sacerdote per confessarmi, non chiamatelo perché starò delirando”. Solo un miracolo della grazia può convertire uno di questi infelici. La persuasione e il consiglio restano inutili; anzi, potrebbero conseguire un effetto contrario. Non rimane che la via soprannaturale: l’orazione, il digiuno, le lacrime, l’incessante ricorso alla Vergine Maria, avvocata e rifugio dei peccatori.

    Coloro che peccano per fragilità o per ignoranza, quella folta schiera di gente che in fondo ha fede, pratica qualche devozione, rivolge talora il pensiero alle cose dell’anima e dell’eternità, ma che, assorbita in affari e preoccupazioni mondane, conduce una vita quasi puramente naturale, sollevandosi e ricadendo continuamente, rimanendo forse per lunghi anni in stato di peccato mortale, sono i così detti del “programma minimo”: messa domenicale, confessione annuale, qualche preghiera. In essi è poco sviluppato il senso cristiano, e si abbandonano ad una vita senza orizzonti soprannaturali, nella quale gli istinti hanno il sopravvento sulla ragione e la fede e molti corrono rischio di perdersi.

    L’ORRORE PER IL PECCATO MORTALE. – Per conseguirlo, non c’è niente di meglio, dopo l’orazione, che la considerazione della sua gravità e delle sue terribili conseguenze. Ascoltiamo S. Teresa:
    “Non vi sono tenebre più folte, né cose tanto tetre e buie, che non ne siano superate e di molto (parla dell’anima in peccato mortale)…Finchè dura in peccato mortale, non le giovano a nulla per l’acquisto della gloria neppure le sue buone opere, perché non procedono da quel principio per cui la nostra virtù è virtù… Io so di una persona (parla di se stessa) a cui il Signore volle far vedere lo stato di una anima in peccato mortale. Secondo lei, sarebbe impossibile, comprendendolo bene, che alcuno potesse ancora peccare, anche se per fuggirne le occasioni dovesse soffrire i maggiori tormenti immaginabili. Anime redente dal sangue di Gesù Cristo, aprite gli occhi ed abbiate pietà di voi stesse. Com’è possibile che persuase di questa verità, non procuriate di togliere la pece che copre il vostro cristallo? Se la morte vi sorprende in questo stato, quella luce non la godrete mai più!… Oh Gesù!.. Che spettacolo vedere un’anima priva di quel lume! Come rimangono le povere stanze del castello! Che turbamento s’impossessa dei sensi che ne sono gli abitanti! In che stato di accecamento e mal governo cadono le potenze che ne sono le guardie, i maggiordomi e gli scalchi! Ma siccome l’albero è piantato nella stessa terra del demonio, che altro potrebbe dare? Udii una volta una persona spirituale meravigliarsi non tanto di ciò che faccia un’anima in peccato mortale, quanto di ciò che non faccia. Ci liberi Iddio, nella sua misericordia, da un male così funesto, il solo che quaggiù possa meritare questo nome, degno di castighi che non avranno fine in eterno”.

    L’anima che vuole sottrarsi dal peccato mortale deve inculcarsi queste verità:
    1) Il peccato mortale deve essere un male gravissimo dal momento che Dio lo punisce con tanto rigore. Nonostante la sua infinita giustizia e la sua sconfinata misericordia, che non gli consentono di castigare i colpevoli più di quel che meritano, sappiamo che per un solo peccato mortale:
    a) Mutò gli angeli ribelli in orribili demoni per tutta l’eternità.
    b) Cacciò dal paradiso i nostri progenitori e sommerse l’umanità in un mare di lacrime, di malattie e di morte.
    c) Alimenterà per tutta l’eternità il fuoco dell’inferno onde punire coloro che furono sorpresi dalla morte in peccato mortale.
    d) Gesù Cristo, nel quale il Padre aveva riposto tutte le sue compiacenze, quando volle rendersi mallevadore per l’uomo colpevole, dovette soffrire i tormenti della passione e soprattutto sperimentare su di sé l’indignazione della divina giustizia, fino ad esclamare: “Dio mio! Perché mi hai abbandonato?”
    2) Tutto questo perché il peccato è un’ingiuria fatta a Dio, maestà infinita, e racchiude una malizia in certo modo infinita.
    3) Il peccato mortale nell’anima che lo commette causa:
    a) La perdita della grazia santificante, delle virtù infuse e dei doni dello Spirito Santo.
    b) La perdita dell’amorosa presenza della Santissima Trinità.
    c) La perdita di tutti i meriti acquistati nella vita passata.
    d) Una bruttissima macchia (macula animae), che la ottenebra e la rende orribile.
    e) La schiavitù di Satana, il rafforzamento delle cattive inclinazioni, i rimorsi di coscienza.
    f) La pena eterna: il peccato mortale è l’inferno in potenza.
    Il peccato mortale rappresenta il crollo di tutta la nostra vita spirituale e costituisce un vero suicidio dell’anima.

    Oltre ad avere un grande orrore del peccato, l’anima deve cercare di preservarsi con la fuga dalle occasioni pericolose, la frequenza ai sacramenti, l’esame di coscienza quotidiano che serva a prevenire le sorprese ed evitare le cadute, una tenera devozione a Maria, l’allontanamento dell’ozio, padre di tutti i vizi, e la preghiera fervente al Signore perché le conceda la grazia efficace di non mai più offenderlo.

  39. IL PECCATO VENIALE
    Dopo il peccato mortale non c’è nulla che debba essere evitato con maggior cura che il peccato veniale. Benchè molto meno disastroso del peccato mortale, esso si trova ancora sul piano del male MORALE, che è il maggiore di tutti i mali. Al suo confronto impallidiscono tutti i mali e le disgrazie di ordine fisico che possono ricadere su di noi e sul mondo intero. Né le malattie, né la morte sono così gravi. La conquista di tutte le ricchezze del mondo e il controllo sull’intera creazione non riuscirebbero a compensare il danno soprannaturale arrecato all’anima da un solo peccato veniale.
    E’ necessario, quindi, studiarne la natura, la specie, la malizia e le conseguenze, onde concepirne un grande orrore e adottare tutti i mezzi per evitarlo.

    NATURA DEL PECCATO VENIALE. – Il peccato veniale a differenza del peccato mortale, rappresenta una semplice deviazione, non una totale opposizione all’ultimo fine; è una malattia, non la morte dell’anima. Il peccatore che si rende responsabile di una mancanza grave somiglia al viaggiatore che, volendo raggiungere una determinata meta, si avvia per la strada che conduce al lato opposto. Chi commette un peccato veniale, invece, devia solo dal retto sentiero, senza perdere l’orientamento fondamentale alla meta.

    DIVISIONE. – Si danno tre specie di peccati veniali:
    a) Ex genere suo: sono quelle mancanze che per loro stessa natura non implicano se non un leggero disordine o una leggera deviazione ( es: un bugia che non reca pregiudizio a nessuno).
    b) Ex parvitate materiae: sono quelle mancanze che, di per sé gravemente proibite, per l’esiguità della materia non implicano se non un leggero disordine (per es: il furto di una piccola somma di denaro).
    c) Ex imperfectione actus: sono quelle mancanze che difettano del pieno consenso o della piena avvertenza in materia per sé grave (per es: i pensieri impuri semideliberati o semiavvertiti).
    I peccati veniali non mutano di specie anche se vengono ripetuti con frequenza. Mille peccati veniali non faranno mai un peccato mortale. Tuttavia un peccato v3niale potrebbe diventare mortale:
    a) Per la coscienza erronea o anche seriamente dubbiosa riguardo alla malizia grave di un’azione che tuttavia si eseguisce.
    b) Per il suo fine gravemente cattivo (per es.: colui che ingiuria leggermente il prossimo allo scopo di fargli pronunciare una bestemmia).
    c) Per il pericolo prossimo di cadere in peccato mortale.
    d) Per lo scandalo grave cui potrebbe dare occasione ( per es.: Un sacerdote che per semplice curiosità entrasse durante la festa in una sala da ballo malfamata).
    e) Per il disprezzo formale di una legge che obbliga leggermente.
    f) per l’accumularsi della materia di molti peccati veniali (per es.: Colui che commette a ripetizione piccoli furti sino a giungere alla materia grave).

    MALIZIA DEL PECCATO VENIALE. – Un abisso separa il peccato veniale dal mortale. Tuttavia, il peccato veniale costituisce una vera offesa di Dio, una disobbedienza volontaria alle sue leggi e una ingratitudine ai suoi benefici. Da una parte, ci si propone la volontà di Dio e la sua gloria, dall’altra, i nostri gusti e le nostre soddisfazioni; e volontariamente preferiamo questi ultimi! E’ certo che non li preferiremmo se sapessimo che ci allontanerebbero radicalmente da Dio ( e in questo si distingue il peccato veniale da mortale); però non c’è dubbio che la mancanza di rispetto e di delicatezza verso Dio è di per sé Grandissima anche nel peccato veniale.
    A ragione scrive S. Teresa:
    “Ma per piccoli che siano, dai peccati avvertitamene voluti si degni Iddio di preservarci. Che vi può essere di piccolo nell’offesa di una Maestà così grande, i cui sguardi sono sempre fissi su di noi? Con questa considerazione il peccato è già fin troppo premeditato. E’ come se dicessi: “Signore, io so che questo vi dispiace, capisco che mi vedete, so che non lo volete, ne sono pienamente convinto, ma lo voglio fare ugualmente: amo meglio seguire il mio capriccio e il mio appetito che la vostra volontà”. E un peccato di tal fatta sarà piccolo? Io per me non lo credo. Per leggero che possa essere come colpa, io lo trovo grave assai”.
    E’ tanto grave la malizia di un peccato veniale per l’offesa che arreca a Dio, che non lo si dovrebbe mai commettere, anche se con esso fosse possibile liberare tutte le anime del purgatorio o estinguere per sempre le fiamme dell’inferno.
    Tuttavia, occorre distinguere tra i peccati veniali di pura fragilità e quelli che si commettono con piena avvertenza. I primi non li potremo evitare mai del tutto e Dio, che conosce il fango di cui siamo impastati, facilmente ce li compatirà. L’unica cosa che conviene fare è cercare di diminuirne il numero ed evitare lo scoraggiamento, che suppone sempre un fondo di amor proprio più o meno dissimulato che si rivelerebbe fatale nel conseguimento della perfezione.
    Scrive San Francesco di Sales:
    “Sebbene la ragione voglia che, quando commettiamo errori, ne proviamo dispiacere e rincrescimento, bisogna però che ci guardiamo dall’averne un dispiacere amaro, affannoso, dispettoso, collerico… Credetemi, Filotea, che come le ammonizioni fatte da un padre con dolcezza e cordialità ad un figliuolo, per correggerlo, hanno maggior forza delle collere e degli sdegni; Così quando il nostro cuore avrà commesso qualche fallo, se lo riprenderemo con maniere dolci e tranquille, avendo più di compassione per lui, che di passione contro di lui, e animandolo ad emendarsi, il dolore che ne concepirà, sarà molto più vivo e profondo di un dolore dispettoso, collerico e tempestoso… Rialzate, dunque, dolcemente il vostro cuore quando cadrà, umiliandovi davanti a Dio per la cognizione della vostra miseria, senza punto stupirvi della vostra caduta; non è da meravigliarsi che l’infermità sia inferma, la debolezza debole, e miserabile la miseria; nondimeno detestate con tutte le forze l’offesa che Dio ha ricevuto da voi e con gran coraggio e fiducia nella sua misericordia rimettetevi sul sentiero della virtù che avete abbandonato”.

    Reagendo prontamente, con un pentimento vivo ma pieno di mansuetudine, di umiltà e di fiducia nella misericordia del signore, queste mancanze di fragilità lasciano appena un traccia nell’anima e non costituiscono un serio ostacolo per la nostra santificazione. Quando, invece, i peccati veniali sono frutto di una piena avvertenza e di un deliberato consenso, rappresentano un grave impedimento al perfezionamento dell’anima. E’ impossibile progredire nella via della santità. Tali peccati contristano lo Spirito Santo, come dice S. Paolo, e paralizzano completamente la sua azione santificante nell’anima. Il P. Lallemant scrive:
    “Uno si meraviglia al vedere tanti religiosi che, dopo aver vissuto quaranta o cinquanta anni in grazia, dicendo messa tutti i giorni e praticando tutti i santi esercizi della vita religiosa e, di conseguenza, possedendo tutti i doni dello Spirito Santo in un grado fisico molto elevato e corrispondente a questa specie di perfezione della grazia che il teologi chiamano graduale, o di crescita fisica; uno si meraviglia, dico, nel vedere questi religiosi non danno nulla a conoscere dei doni dello Spirito Santo nei loro atti e nella loro condotta; al vedere che la loro vita è completamente naturale; che, quando sono ripresi o disgustati, mostrano il loro risentimento; che manifestano tanta sollecitudine per le lodi, per4 la stima e il plauso del mondo, si dilettano in questo, amano e cercano le proprie comodità e tutto quello che favorisce l’amor proprio.
    Non c’è motivo di meravigliarsene: i peccati veniali che commettono continuamente trattengono come legati i doni dello Spirito Santo; non meraviglia che non se ne vedano in essi gli effetti. E vero che questi doni crescono insieme con la carità abitualmente e nel loro essere fisico, ma non attualmente e nella perfezione che corrisponde al fervore della carità e che aumenta in noi il merito, perché i peccati veniali, opponendosi al fervore della carità, impediscono l’operazione dei doni dello Spirito Santo.
    Se questi religiosi procurassero la purezza del cuore, il fervore della carità crescerebbe in essi sempre più e i doni dello Spirito Santo brillerebbero in tutta la loro condotta; però non si vedranno ami molto appariscenti, perché vivono senza raccoglimento, senza attenzione al loro interno, lasciandosi portare e trascinare dalle loro inclinazioni, on evitando se non i peccati più gravi e trascurando le piccole cose”.

    EFFETTI DEL PECCATO VENIALE DELIBERATO
    IN QUESTA VITA.
    Quattro sono le conseguenze del peccato veniale deliberato ripetuto con frequenza:
    1) CI PRIVA DI MOLTE GRAZIE ATTUALI che lo Spirito Santo aveva condizionate alla nostra fedeltà. Questa privazione determinerà alcune volte la caduta in una tentazione; altre volte, l’assenza di un ulteriore progresso nella vita spirituale; sempre, una diminuzione del grado di gloria eterna. Solo alla luce dell’eternità ci renderemo conto che si trattava di un tesoro di gran lunga superiore a tutti i beni di questo mondo, da noi sciupato con incredibile leggerezza!
    2) DIMINUISCE IL FERVORE DELLA CARITA’ e la generosità nel servizio di Dio. Generosità e fervore che suppongono un sincero desiderio di perfezione e uno sforzo costante verso di essa, incompatibili con il peccato veniale deliberato, che rappresenta una rinuncia all’ideale di santità e un arresto volontario nella lotta intesa a conseguirla.
    3) AUMENTA LE DIFFICOLTA’ PER L’ESERCIZIO DELLE VIRTU’. Privati di molte grazie attuali di cui avremmo bisogno per mantenerci sulla via del bene e diminuito il fervore e la generosità nel servizio di Dio, l’anima a poco a poco si debilita e perde sempre più energie. La virtù appare difficile, l’esperienza dei passati falli porta allo scoraggiamento e l’anima, per poco che il mondo l’attiri con le sue seduzioni e il demonio intensifichi i suoi assalti, abbandona il cammino della perfezione e forse si lascia andare senza resistenza in balia del peccato.
    4) PREDISPONE AL PECCATO MORTALE. – Afferma lo Spirito Santo che “chi non fa conto del poco cadrà in miseria”. L’esperienza conferma appieno la parola divina. Rare volte si registra la caduta improvvisa in un’anima ricca di vita e di rigoglio soprannaturale, per quanto violento sia l’attacco dei suoi nemici. Le cadute che debilitano l’anima quasi sempre sono state preparate lentamente. L’anima ha ceduto sempre più terreno al nemico, ha diminuito sempre più il vigore con le sue imprudenze volontarie in cose che giudicava di poca importanza; si sono affievolite le luci e le ispirazioni divine, si sono smantellate le difese che la presidiavano finchè giunse il momento in cui il nemico, con un assalto più vigoroso, se ne impadronì.

    NELL’ALTRA VITA. Il peccato veniale ha, ancora, una triste ripercussione nel purgatorio e nel cielo.
    1) NEL PURGATORIO. – L’unica ragion d’essere delle pene del purgatorio è il castigo e la purificazione dell’anima. Ogni peccato, oltre la colpa, comporta un reato di pena che occorre soddisfare in questa vita o nell’altra. “Tutto si paga”, diceva Napoleone prigioniero nell’isola di S. Elena; e in nessun campo questa sentenza è tanto vera quanto in quello relativo al peccato. Dio non può rinunciare alla sua giustizia e l’anima dovrà pagare fino all’ultimo quadrante. Le pene che dovrà soffrire nel purgatorio per le mancanze che adesso commette con tanta disinvoltura definendole “Bagattelle”, “scrupoli”, peccata minuta, sorpassano ogni altra pena di questo mondo. Lo insegna S. Tommaso, e le sue ragioni sono confortate dal fatto che le pene di questa vita, per quanto terribili possano apparire, non trascendono il carattere proprio della natura umana, mentre le pene del purgatorio appartengono all’ordine soprannaturale della grazia e della gloria. E’ l’abisso esistente tra i due ordini si ritroverà nella pene corrispondenti.
    2) NEL CIELO.- Gli aumenti di grazia santificante di cui l’anima rimase priva in questa vita per la sottrazione di tante grazie attuali in pena dei suoi peccati veniali, avranno una ripercussione eterna. L’anima avrà in paradiso una gloria minore di quella che avrebbe potuto conseguire con una maggiore fedeltà alla grazia e, realtà ancora più deprecabile, glorificherà meno Dio per tutta l’eternità. Il grado di felicità propria e di gloria divina sono commisurati al grado di grazia conseguito in questa vita. Perdita irreparabile, che causerebbe un vero tormento ai beati se potessero soffrire!

    MEZZI PER COMBATTERE IL PECCATO VENIALE.
    Anzitutto , è necessario concepirne un grande orrore, senza di cui non faremo nessun vero progresso nella perfezione. A tal fine, ci sarà di grande aiuto la considerazione delle ragioni che abbiamo esposte sulla malizia e le conseguenze del peccato. Dobbiamo lottare contro il peccato veniale con insistenza, senza mai darci pace, con il pretesto di “riprendere fiato”, in queste soste, è solo il peccato, fatto fiero della nostra indolenza e codardia. Occorre, inoltre, essere fedeli all’esame di coscienza, generale e particolare; incrementare lo spirito di sacrificio e di orazione; conservare il raccoglimento interno ed esterno nella misura che lo permettono gli obblighi del proprio stato; essere disposti, sull’esempio dei santi, a tutto sostenere pur di non commettere un solo peccato veniale deliberato. Quando saremo giunti a radicare nella nostra anima questa disposizione in modo permanente e abituale, quando saremo in grado di praticare, con prontezza e facilità, qualsiasi sacrificio pur di evitare un peccato veniale volontario, anche lievissimo, saremo giunti al secondo grado negativo (cioè di spogliamento di tutto ciò che costituisce un nostro impedimento al raggiungimento della perfezione) della nostra vita di pietà. Non è una impresa facile. Tuttavia, mediante un lavoro costante e l’umile orazione, è possibile avvicinarci a questo ideale e conseguirlo nella misura in cui vi riuscirono i santi.

  40. LE IMPERFEZIONI
    Il terzo grado di perfezione, nel suo aspetto negativo, è l’assenza di imperfezioni volontarie.
    Benché sia una questione ancora vivamente dibattuta tra i teologi, riteniamo che l’imperfezione, anche volontaria, si differenzia dal peccato veniale. Un atto buono in se stesso non cessa di essere sulla linea del bene anche se poteva essere migliore. Il peccato veniale, anche il più lieve, si trova, invece, sulla linea del male. In teoria, quindi, la distinzione tra peccato veniale e imperfezione sembra non ammettere dubbi.
    Ciò non toglie che, nella pratica, l’imperfezione volontaria abbia delle conseguenze funeste, impedendo all’anima di dirigersi con slancio verso la santità. Secondo S. Giovanni della Croce, peccato veniale e imperfezione si distinguono nettamente. Egli scrive:
    “Ma tutti gli altri appetiti volontari, o che siano di peccati mortali e perciò più gravi, o siano di peccati veniali e quindi meno gravi, o siano solamente di imperfezioni che sono i più lievi, tutti si devono eliminare: da tutti, per minimi che siano, l’anima deve essere affatto immune, per giungere all’unione perfetta con Dio. La ragione di ciò che or ora abbiamo detto è che lo stato dell’unione divina consiste precisamente nel tenere l’anima secondo la volontà del tutto trasformata in quella di Dio, in modo che non vi sia in lei alcuna cosa contraria alla volontà divina, ma bensì i suoi moti siano in tutto e per tutto solamente volontà di Dio”.
    Il santo dà la ragione fondamentale per cui è necessario rinunciare nel modo più assoluto all’imperfezione volontaria. Chiarendo il suo pensiero, aggiunge:
    “Ora, se l’anima desiderasse qualche imperfezione, che Dio senza dubbio non può volere, non si formerebbe una unica volontà divina, perchè l’anima vorrebbe ciò che Dio non vuole. Evidentemente, quindi, affinché l’anima venga ad unirsi perfettamente con Dio per volontà ed amore, fa d’uopo soprattutto che si vuoti di ogni appetito di volontà, per piccolo che sia, cioè si richiede che non consenta con cognizione e avvertenza a veruna imperfezione, e che abbia anche il potere e la libertà di non consentirvi mentre l’avverte.
    Come si vede, il santo sottolinea con forza la volontarietà di queste imperfezioni per distinguerle da quelle di pura fragilità e inavvertenza, che è impossibile evitare del tutto. Ed ancora:
    “Dico così, perché, senza avvertenza e cognizione e senza libertà, l’anima potrà di certo cadere in imperfezioni e peccati veniali e negli accennati appetiti naturali, essendo che di tali peccati non tanto volontari sta scritto che il giusto vi cadrà sette volte al giorno, e se ne rialzerà. Ma, in quanto agli appetiti volontari, che sono peccati veniali avvertiti, benché di minime cose, basta un solo appetito immortificato per impedire l’anima”.
    E’ chiaro che occorre distinguere tra qualche atto isolato, benché volontario, e l’abito (cioè la qualità che dispone la sostanza bene o male in se stessa) radicato di volontaria imperfezione. Quest’ultimo impedisce la perfetta unione con Dio.
    “Per appetito immortificato, però, qui intendo il tale abito, perché alcuni atti sporadici di appetiti differenti non sono di tanto impedimento quando gli abiti sono mortificati: qualunque, diciamo, anche di questi atti l’anima deve al fine giungere a non commettere, perché sempre procedono da abito di imperfezione. Alcuni abiti di imperfezioni volontarie, se non si finisce col vincerli, non soltanto impediscono l’unione divina, ma anche il progresso nella perfezione.”
    In seguito, a modo di esempio, indica alcune di queste imperfezioni volontarie:
    “Tali imperfezioni abituali sono, per esempio, l’abitudine di parlare spesso, l’attaccamento a piccole cose che l’anima mai si decide di superare, come sarebbe l’affetto ad una persona, ad un vestito, ad una stanza, a quel tale genere di cibi, di relazioni, a quelle piccole soddisfazioni, alla mania di udire novità, e simili”.
    Torna nuovamente ad esaminare i danni che tali abiti di imperfezioni volontarie causano all’anima, usando l’esempio dell’uccello legato a un filo che gli impedisce di prendere il volo:
    “Se l’anima porta affetto abituale a qualsivoglia di queste imperfezioni e peccati veniali saltuari, i quali non procedessero da mala consuetudine. Finchè duri uno degli accennati abiti, è impossibile che l’anima progredisca nella perfezione, benché l’imperfezione sia piccolissima. Difatti, che importa se un uccellino è legato, ad un filo sottile, è sempre legato ad un filo sottile e fino a che non lo spezzi non potrà volare. Senza dubbio il filo più tenue è più facile a rompersi, ma pur deve rompersi, chè altrimenti l’uccello non si potrà liberare. Così avviene all’anima unita con l’affetto a qualche cosa: benché fornita di molte virtù, non giungerà alla libertà dell’unione divina”.
    La dottrina di S. Giovanni dela Croce trova la sua migliore conferma nella dottrina romana dell’aumento degli abiti (= qualità che dispone la sostanza bene o male in se stessa nel tempo). Secondo S. Tommaso, la carità e tutti gli altri abiti infusi (cioè abiti operativi da Dio infusi nelle potenze dell’anima per disporle ad operare secondo il dettame della ragione illuminata dalla fede) crescono soltanto per un atto più intenso dell’abito che attualmente si possiede. L’imperfezione è, per sua natura, un atto debole, la negazione volontaria dell’atto più intenso. E’ impossibile, quindi, progredire nella perfezione se non si rinuncia alle imperfezioni volontarie.
    Questa è la causa per cui nella pratica si frustrano tante santità in potenza e scarseggiano i veri santi. Sono moltissime le anime che vivono abitualmente in grazia di Dio, che non cadono mai in peccati mortali e si sforzano anche di evitare i peccati veniali. Tuttavia, si vedono paralizzate nella vita spirituale; passano gli anni ma rimangono sempre uguali se non con maggiori imperfezioni. Che cosa è avvenuto? E’ semplice: non si sono preoccupate di sradicare le loro imperfezioni volontarie; non hanno cercato di spezzare “Il filo sottile” che le teneva legate alla terra e non hanno potuto spiccare il volo verso le altezze. Con quale accento di tristezza se ne lamenta S. Giovanni della Croce:
    “E’ un vero peccato vedere alcune anime che, mente a guisa di navi cariche di ricche mercanzie sono ricolme di tesori di opere ed esercizi spirituali, di virtù e doni celesti, non di meno, perché non hanno il coraggio di finirla con qualche piccolo gusto o attacco o affetto (il che è tutt’uno), non vanno mai innanzi, e non arrivano al porto della perfezione. Eppure il porto sarebbe tanto vicino! Basterebbe non più che spiccare un buon volo, rompere quel filo di affetto, staccarsi da quella remora di appetito.
    Cosa veramente lacrimevole! Il Signore ha loro concesso di spezzare altre funi più grosse di affetti e peccati e vanità; ed esse poi, non volendo staccarsi da un’inezia che Dio chiede loro di vincere per amor suo, non volendo, dico, recidere quel filo, quel capello, trascurano di arrivare a un tanto bene! Ed il peggio è che, non solamente non vanno innanzi, ma bensì a cagione di quell’affetto tornano indietro, perdendo così il vantaggio del cammino che con tanto tempo e fatica avevano percorso (c’è nota importante in fondo al segno*). Poiché si sa bene che, in questo camino, il non andare avanti è un tornare indietro; il non guadagnare è perdere. Ciò appunto il Signore volle significare quando disse: “Chi non è con me, è contro di me; e chi non raccoglie con me, disperde”. Colui che non si cura di riparare la fenditura di un vaso, benché sottilissima, vedrà trapelare a poco a poco tutto il liquido in esso contenuto. Giustamente l’Ecclesiastico ci ammonisce dicendo: “Chi disprezza le cose piccole, a poco a poco andrà cadendo”. E altrove il medesimo ci rammenta che da una sola scintilla si sviluppa un incendio. Una sola imperfezione basta a trarne con sé un’altra, e tutte e due un’altra ancora: dimodochè quasi mia si vedrà un’anima negligente nel reprimere un appetito, che non ne abbia insieme molti altri, i quali scaturiscono dalla stessa imperfezione e fiacchezza che l’anima mostra nel vincere il primo, e così va sempre cadendo. Noi stessi abbiamo già visto molte persone, a cui Iddio faceva grazia di condurle molto innanzi con grande distacco e libertà di spirito. Ebbene, avendo esse cominciato ad infischiarsi in qualche piccolo affetto, sotto colore di bene, di conversazione e amicizia, si sono andate affievolendo nello spirito e nel gusto di Dio e della santa solitudine; e decaddero così dalla primiera devozione e diligenza negli esercizi spirituali. Ed infine, per non essersi arrestate in tempo, sono arrivate al punto di perdere tutto quel bene che avevano; e ciò, perché non troncarono quel principio di piacere e di appetito sensitivo, e non seppero custodirsi in solitudine per il Signore”.
    S’impone, quindi, come qualche cosa di indispensabile, se vogliamo giungere alla perfetta unione con Dio, la lotta incessante contro le imperfezioni volontarie. L’anima deve porre tutto il suo impegno e spiegare tutte le sue energie, facendo uso di tutti i mezzi a sua disposizione, per diminuirne il numero e tendere sempre verso quello che è più perfetto, procurando di fare tutte le cose con la maggiore intensità possibile. Naturalmente, non si deve pensare questa maggiore intensità come qualcosa di ordine fisico od organico, quasi sia necessario scuotere il sistema nervoso e stringere con forza i denti per compiere un atto di amore di Dio. Non è questo. Si tratta solo di perfezionare i motivi che ci spingono ad operare, facendo tutte le cose ogni volta con maggior purezza d’intenzione, con l’ansia di glorificare Dio, con il desiderio di rimanere sotto l’azione dello Spirito Santo nel tempo e per l’eternità, senza riguardo per i nostri gusti e i nostri capricci. Consiste semplicemente in una conformità sempre più perfetta e docile alla volontà di Dio su di noi, fino a lasciarci portare da lui, senza resistenza, ovunque egli vorrà; fino alla morte dei nostri personali egoismi e alla piena trasformazione in Cristo, che ci permetta di dire con S. Paolo: “Non sono più io che vivo; è Cristo che vive in me”.
    E’ evidente che questa profonda trasformazione del nostro essere e questo rinnegamento totale del nostro io egoista è un’impresa superiore alle forze umane, anche se sostenute dalla grazia attuale (cioè grazie ordinate agli abiti infusi. Servono a disporre l’anima a riceverli quando ancora ne fosse sprovvista o a metterli in atto quando già li possiede. La grazia attuale non è altro che l’influsso divino il quale ha mosso questo abito all’azione.). Finchè l’uomo conserva l’iniziativa della sua vita cristiana mediante l’esercizio ascetico delle virtù al modo umano, non può conseguire la purificazione della parte più intima del suo essere. E’ necessario che lo Spirito Santo compia questa trasformazione profonda nel suo duplice aspetto negativo e positivo. Così ritiene S. Giovanni della Croce e così dovrebbe ritenere chiunque si renda conto della elevatezza dell’impresa.

    * Queste parole hanno bisogno di una spiegazione. I meriti contratti davanti a Dio non diminuiscono mai, qualunque sia il numero dei peccati veniali. Finchè il peccato mortale non distrugge totalmente la vita della grazia, i meriti acquisiti rimangono intatti al pari del grado abituale degli abiti infusi. Questo avviene perché la conservazione di una cosa dipende dalla sua causa. Ora, la causa delle virtù acquisite sono gli atti umani; quindi, se gli atti umani vengono a mancare, le virtù acquisite diminuiscono e possono, anche, scomparire del tutto. Ma questo non vale per la carità, perché la carità, come virtù infusa, non è frutto degli atti umani; ma è causata unicamente da Dio. Perciò, anche se cessano gli atti, non diminuisce né si corrompe, a meno che alla cessazione degli atti non si accompagni il peccato. S. Tommaso continua a spiegare come in realtà il peccato veniale non faccia diminuire l’abito della carità – e, quindi, neanche delle altre virtù infuse – né effettivamente né meritoriamente. Dunque, a maggior ragione, bisogna dire che non lo fanno diminuire le semplici imperfezioni.
    Tuttavia, rettamente inteso, è vero quello che dice S. Giovanni della Croce perché una imperfezione commessa volontariamente quasi mai rimane sola; ad essa se ne aggiungono molte altre, che indeboliscono le forze dell’anima e la predispongono sempre più a cadere in peccati veniali e, infine, nel mortale. In questo senso anche S. Tommaso concede che il peccato veniale – e quindi anche le imperfezioni volontarie, benché in una forma meno immediata – diminuiscono indirettamente la carità, in quanto la predispongono alla scomparsa per mezzo del peccato mortale.

  41. LOTTA CONTRO IL MONDO

    Dopo aver trattato, nelle sue linee fondamentali, la lotta contro il peccato mortale e veniale – principali nemici della nostra anima – e aver ribadito la necessità di combattere le imperfezioni volontarie, che ne sono come la preparazione, rimane da considerare le caratteristiche dei nemici secondari della nostra santificazione: il mondo, il demonio e la carne nonché i mezzi più efficaci per neutralizzare le loro malsane influenze.
    CHE COS’E’ IL MONDO. – E’ difficile definirlo a motivo della sua stessa complessità. Si tratta, in ultima analisi, del clima anticristiano che si forma tra le persone che vivono dimentiche di Dio e dedite solo alle cose della terra. Questo ambiente malsano è costituito e si manifesta in quattro forme principali:
    a) FALSE MASSIME, in diretta opposizione a quelle del Vangelo. Il mondo esalta le ricchezze, i piaceri, la violenza l’inganno e la frode posti al servizio del proprio egoismo, l’illimitata libertà per darsi ad ogni specie di eccessi e di peccati. “Siamo giovani, dobbiamo goderci la vita”; “Dio è buono e comprensivo e non ci danneremo solo perché godiamo e ci divertiamo”; “Occorre guadagnare molto denaro, in qualsiasi modo”; “La cosa più importante è la salute, la vita lunga, il mangiare e il vestire bene, il divertirsi più possibile”; ecc. Queste sono le massime consacrate dal mondo. Non riesce a concepire nulla di più nobile e di più elevato; lo stancano e lo infastidiscono le massime contrarie, che sono appunto quelle del Vangelo. E si spinge tanto avanti, il mondo, nella sovversione dei valori, che un volgare ladro viene reputato “un uomo abile nei suoi affari”, un seduttore, “ un uomo allegro”; un empio e un libero pensatore, “un spirito forte”; una donna abbigliata in modo indecente e provocante, una persona ce “segue la moda”; e così via.
    b) BURLE E PERSECUZIONI contro la vita di pietà; i vestiti decenti ed onesti; gli spettacoli morali, definiti ridicoli e noiosi; la delicatezza di coscienza negli affari; le leggi sante del matrimonio, giudicate antiquate e impossibili a praticarsi; la vita cristiana del focolare; la sottomissione e l’obbedienza della gioventù, ecc.
    c) PIACERI E DIVERTIMENTI sempre più numerosi, raffinati e immorali: teatri, cinema, balli, centri di perversione, spiagge e piscine con promiscuità di sessi; giornali, riviste, romanzi, mode indecenti, conversazioni turpi, barzellette procaci, frasi a doppio senso, ecc. Non si pensa e non si vive se non per il piacere e il divertimento, a cui si sacrifica spesso il riposo e lo stesso stipendio indispensabile alle necessità più urgenti della vita.
    d) SCANDALI E CATTIVI ESEMPI quasi continui, fino al punto che non è possibile uscire sulla strada, aprire un periodico, guardare una vetrina, udire una conversazione senza che appaia in tutta la sua crudezza l’istigazione al male. A ragione diceva S. Giovanni che il mondo è immerso nel male. Il divino Maestro ci ha messo in guardia contro le seduzioni del mondo annunciandoci il terribile destino che attende gli scandalosi.

    MODO DI COMBATTERLO. – Il rimedio più efficace sarebbe di fuggire materialmente da esso. Poiché ciò non è possibile, i cristiani devono cercare di far proprio lo spirito di Gesù Cristo, che è diametralmente opposto allo spirito del mondo. Per questo con ogni decisione ed impegno, cercheranno di:
    a) FUGGIRE LE OCCASIONI PERICOLOSE. – Soprattutto, l’anima che aspira alla santità deve rinunciare volentieri agli spettacoli, nella maggior parte dei quali il mondo inocula il suo veleno, semina i suoi errori ed eccita le passioni più basse. Qui più che altrove vale il detto dello Spirito Santo: “Colui che ama il pericolo in esso perirà”. E’ istruttivo il caso di Alipio, intimo amico di S. Agostino, che, sollecitato da alcuni amici, acconsentì ad assistere ad uno spettacolo pericoloso con l’intenzione di dimostrare loro che aveva sufficiente forza di volontà per rimanere tutto il tempo con gli occhi chiusi. Ma alla fine si ritrovò che aveva tenuto gli occhi spalancati più degli altri e più degli altri aveva applaudito e gridato. E’ necessaria una severa mortificazione per raggiungere l’unione con Dio. A nessuno sembri eccessiva la rinuncia alla maggior parte degli spettacoli e dei divertimenti. In realtà, a nulla rinuncia chi lascia tutte le cose per Dio, giacchè tutte le creature, al dire di S. Giovanni della Croce, sono come se non esistessero davanti a Lui. Soltanto alla nostra cecità appare troppo caro il prezzo della santità.
    b) RAVVIVARE LA FEDE, che ci dà la vera vittoria contro il mondo. Illuminati da essa, dobbiamo opporre alle false massime del mondo le parole di Cristo; alle sue lusinghe e seduzioni, le promesse eterne; ai suoi piaceri e divertimenti, la pace e la serenità di una buona coscienza; alle sue ironie e ai suoi disprezzi, il coraggio dei figli di Dio; ai suoi scandali e cattivi esempi, la condotta dei santi e la costante affermazione di una vita irreprensibile davanti a Dio ed agli uomini.
    c) CONSIDERARE LA VANITA’ DEL MONDO. – Il mondo passa velocemente e con esso svaniscono i suoi piaceri e le sue concupiscenze. Non c’è niente di stabile sotto il cielo; tutto si muove e si agita come il mare quando infuria la tempesta. Il mondo, inoltre, cambia continuamente i suoi giudizi, le sue affermazioni, i suoi gusti e capricci; a volte rinnega quello che prima aveva applaudito con frenesia, andando da un estremo all’altro senza scrupolo, rimanendo solo costante nella facilità della menzogna e nell’ostinazione per il male. Tutto passa e svanisce, solo “Dio non muta”, diceva S. Teresa. E con Lui rimane per sempre la sua verità, la sua giustizia e colui che compie la sua divina volontà.
    d) CALPESTARE IL RISPETTO UMANO. – Il prestare attenzione a quello che diranno gli altri sminuisce la nostra dignità di cristiani e reca offesa a Dio. Per non disgustare quattro esseri insignificanti, che vivono in peccato mortale, si calpesta la legge di Dio e si ha rossore di mostrarsi discepoli di Gesù Cristo. Il divino Maestro ci avverte chiaramente nel Vangelo che misconoscerà davanti al Padre colui che lo avrà rinnegato davanti agli uomini. Occorre assumere un atteggiamento franco e deciso davanti a Gesù, perché chi non è con Lui è contro di Lui. S. Paolo afferma di se stesso che non sarebbe discepolo di Cristo se cercasse di piacere agli uomini. Il cristiano desideroso di conseguire la santità non deve tenere in considerazione quanto il mondo può dire o pensare. Ed è meglio adottare fin dal primo momento una condotta chiara e risoluta affinché nessuno sia tentato di dubitare dei nostri veri propositi e delle nostre reali intenzioni. Il mondo vi odierà e vi perseguiterà ci ha detto il Maestro divino; Però se troverà in noi delle persone decise e irremovibili finirà con il lasciarci in pace. Solo con i codardi torna continuamente alla carica per attrarli nella sue file. Il mezzo migliore per vincere il mondo è quello di non cedere un solo passo, di affermare con forza la propria volontà, di rinunciare per sempre alle sue massime e alle sue vanità.

  42. LOTTA CONTRO IL DEMONIO
    Il secondo nemico eterno contro il quale dobbiamo rivolgere la nostra lotta è il demonio. Supponendo noto quanto insegna la Teologia dogmatica circa l’esistenza dei demoni, la loro natura e la loro inimicizia nei riguardi dell’uomo, limiteremo il nostro studio all’azione che essi esercitano sulle anime mediante la tentazione.

    LA TENTAZIONE
    Il Dottore angelico afferma che il compito specifico del demonio quello di tentare. Ma aggiunge subito che non tutte le tentazioni che assalgono l’uomo vengono dal demonio; alcune traggono origine dalla propria concupiscenza, come dice l’apostolo San Giacomo: “Ognuno è tentato dalle proprie concupiscenze, che lo attraggono e seducono”.
    E’ fuori dubbio, tuttavia, che invidia l’uomo e detesta Dio. Lo attesta espressamente la divina rivelazione: “Rivestitevi dell’armatura di Dio per poter resistere agli agguati del diavolo. Poiché non abbiamo noi da lottare contro la carne e il sangue ma contro i principati e le potestà, contro i dominatori di questo mondo tenebroso, contro gli spiriti maligni sparsi nell’aria”. E S. Pietro paragona il demonio ad un leone ruggente che gira attorno cercando di divorarci.
    Non c’è una norma fissa o un segno chiaro che ci permetta di riconoscere quando una tentazione proviene dal demonio o da un’altra causa. Tuttavia, quando essa è repentina, violenta e tenace; Quando non si è posta nessuna causa prossima o remota capace di suscitarla, quando turba profondamente l’anima, suggerisce il desiderio di cose straordinarie e appariscenti, o spinge a diffidare dei superiori, a tacere con il direttore spirituale la si può ritenere come un intervento più o meno diretto del demonio.
    Dio non tenta mai nessuno incitandolo al male. Quando la Scrittura parla elle tentazioni di Dio usa il termine “tentazione” in un senso lato, come semplice esperimento di una cosa, non per perfezionare la scienza divina, ma per accrescere la conoscenza e l’utilità dell’uomo. Dio consente che siamo provati dai nostri nemici spirituali per offrirci l’occasione di maggiori meriti. Egli non permetterà mai che siamo tentati sopra le nostre forze: “Dio è fedele, e non permetterà che siate tentati oltre il vostro potere, ma con la tentazione provvederà anche il buon esito dandovi il potere di sostenerla”. Sono innumerevoli i vantaggi della tentazione superata con l’aiuto di Dio. Umilia Satana, fa risplendere la gloria di Dio, purifica la nostra anima, ci riempie di umiltà, pentimento e fiducia nell’aiuto divino; ci obbliga a star sempre vigili, a diffidare di noi stessi, sperando tutto da Dio, a mortificare i nostri gusti e capricci; stimola all’orazione; aumenta la nostra esperienza, e ci rende più circospetti e cauti nella lotta. A ragione afferma S. Giacomo che è “beato l’uomo che sopporta la tentazione, perché una volta provato riceverà la corona della vita che Dio ha promesso a coloro che lo amano”.

    PSICOLOGIA DELLA TENTAZIONE. – Forse in nessun’altra pagina ispirata appare con tanta evidenza la strategia usata dal demonio come nel racconto della tentazione della rima donna, che cagionò la rovina di tutta l’umanità. L’esame della narrazione biblica è ricco di insegnamenti.
    a) SI AVVICINA IL TENTATORE. – Non sempre lo abbiamo al nostro fianco. Alcuni Padri e teologi hanno ritenuto che accanto all’angelo custode, deputato da Dio per provvedere al nostro bene ci sia un demonio, designato da Satana per tentarci e spingerci al male. Tale supposizione non trova, però, riscontro nelle pagine della Scrittura. E’ più probabile che la presenza del demonio non sia continua ma circoscritta ai momenti della tentazione. Nel Vangelo si legge che il demonio, dopo aver tentato i Signore nel deserto si ritirò da Lui per qualche tempo. Però, benché a volte se ne allontani, rimane il fatto che il demonio spesso ci tenta. A volte si presenta improvviso allo scopo di sorprenderci; più sovente si insinua cauto e, piuttosto che proporre subito l’oggetto della tentazione, preferisce avviare un colloquio con l’anima.
    b) PRIMA INSINUAZIONE. – “Perché Dio vi ha comandato di non mangiare del frutto di tutti gli alberi del paradiso?”. Il demonio non tenta ancora, però fa scivolare la conversazione sul terreno a lui più propizio. La sua tattica rimane la stessa oggi come sempre. A persone particolarmente proclive alla sensualità o ai dubbi contro la fede proporrà in termini generici, senza istigarle ancora al male, il problema della religione o della purezza. “E’ vero che Dio esige il consenso cieco della vostra intelligenza o l’illuminata immolazione dei vostri appetiti naturali?”.
    c) LA RISPOSTA DELL’ANIMA. – Se l’anima, quando avverte che il semplice fatto che il problema sia posto rappresenta un pericolo, rifiuta di iniziare il dialogo con il tentatore – deviando il suo pensiero e la sua immaginazione ad altri argomenti – la tentazione viene soffocata nella sua stessa preparazione e la vittoria è tanto facile quanto manifesta: il tentatore si ritira umiliato. Ma se l’anima imprudentemente accetta il dialogo si espone ad un grave pericolo. “E la donna al serpente: I frutti degli alberi del giardino possiamo mangiarli; ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino, Dio disse di non mangiare e di non toccarlo, per non averne a morire”. L’anima si rende conto che Dio le proibisce di compiere quell’azione, d’intrattenersi su quel dubbio, di fomentare quel pensiero o di alimentare quel desiderio. Non vuole disobbedire a Dio, però sta perdendo tempo ricordando che non deve fare questo.
    d) PROPOSTA DIRETTA DEL PECCATO. – L’anima ha ceduto terreno al nemico, che si fa più audace e tenta apertamente l’assalto: “E il serpente alla donna: No, che non morirete. Anzi Iddio sa che quando ne mangiate, si aprirebbero i vostri occhi e diverreste come Lui,n conoscendo il bene e il male”. Il demonio riesce a persuadere l’anima che dietro il peccato si occulta la felicità. Non le suggerisce i pensiero che “sarebbe come Dio” – una simile utopia ha potuto farla credere soltanto una volta – però le dice che sarà felice se si abbandonerà in quella circostanza al peccato. “Ad ogni modo – aggiunge – Dio è infinitamente misericordioso e ti perdonerà facilmente. Godi ancora una volta del frutto proibito. Non ti succederà niente di male. Non hai l’esperienza delle altre volte? Quanto godrai e quanto facile cosa sarà per te uscire dal peccato con un immediato pentimento!”. Se l’anima accondiscende a queste insinuazioni, è perduta. Assolutamente parlando, è ancora in tempo per retrocedere – la volontà non ha dato ancora il suo consenso -; ma il pericolo si è fatto gravissimo. Le sue forze vanno indebolendosi, le grazie di Dio sono meno intense e il peccato le appare sempre più suggestivo.
    e) L’ESITAZIONE. – Dice il sacro testo: “Allora la donna osservò che il frutto dell’albero era buono a mangiare e piacevole a vedere e appetibile per acquistare conoscenza…” L’anima incomincia a vacillare e a turbarsi intimamente. Il cuore batte con violenza nel petto. Uno strano nervosismo si impossessa di tutto il suo essere. Non vorrebbe offendere Dio, ma d’altra parte, è tanto seducente la visione che le si para davanti! Ha inizio una lotta troppo violenta perché possa durare a lungo. Se l’anima, in un supremo sforzo e sotto l’influsso di una grazia efficace, della quale si è resa indegna per la sua imprudenza, si decide a rimanere fedele al suo dovere, ne uscirà sostanzialmente vincitrice, ma con un peccato veniale sulla coscienza (negligenza, semiconsenso, esitazione davanti al male). Il più delle volte compirà il passo fatale verso l’abisso.
    f) IL CONSENSO DELLA VOLONTA’. – “Perciò ne colse un frutto e ne mangiò, e ne diede anche a suo marito insieme con lei, ed egli pure ne mangiò”. L’anima ha ceduto alla tentazione, ha commesso il peccato, e molte volte – a motivo dello scandalo e della complicità – lo fa commettere anche agli altri.
    g) LA DISILLUSIONE. – Nella sua realtà, il peccato quanto differisce dalla rappresentazione che ne aveva fatta la suggestione diabolica! Dopo averlo consumato, l’anima esperimenta d’improvviso una grande delusione e prova un immane sconforto. “Subito si apersero gli occhi ad ambedue si avvidero di essere nudi onde intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture”. L’anima si rende conto d’aver perso tutto. E’ rimasta completamente nuda davanti a Dio: senza la grazia santificante, senza le virtù infuse, senza i doni dello Spirito Santo, senza l’amorosa in abitazione della SS. Trinità, senza i meriti acquisitati in tanti anni di penosi sacrifici. La sua vita soprannaturale è crollata di schianto. In mezzo ad un cumulo di rovine rimane solo la delusione e il sogghigno sarcastico del tentatore.
    h) LA VERGOGNA E IL RIMORSO. – Inevitabile si fa sentire la voce della coscienza, che rimprovera il delitto commesso: “Udirono il suono del Signore Iddio che trascorreva per il giardino alla brezza giornaliera; e si nascose, Adamo con la sua compagna, dalla vista del Signore Iddio tra gli alberi del giardino. Ma il Signore Iddio chiamò Adamo dicendogli: Dove sei?”. La stessa domanda pone al coscienza al peccatore che invano cerca una risposta. Non gli rimane che cadere in ginocchio e domandare perdono a Dio per l’infedeltà commessa, imparando dalla dolorosa esperienza a resistere al tentatore sin dal primo momento per l’avvenire.

    CONDOTTA PRATICA DAVANTI ALLA TENTAZIONE. – Vogliamo precisare meglio la condotta dell’anima prima, durante e dopo la tentazione. Non solo servirà a completare la nostra trattazione, ma riuscirà di grande utilità nella lotta contro il nemico.
    1) La migliore strategia per prevenire le tentazioni fu suggerita dal Signore stesso ai discepoli nel Getsemani: “Vigilate e pregate per non entrare in tentazione”: vigilanza e preghiera.
    a) LA VIGILANZA. – Il demonio non rinuncia mai al possesso della nostra anima. Se a volte sembra che ci lasci in pace è soltanto per ritornare all’assalto nel momento in cui meno ce l’aspettiamo. E’ necessario stare all’erta per non lasciarsi sorprendere. Questa vigilanza ci deve portare alla fuga di tutte le occasioni più o meno pericolose; al controllo di noi stessi, particolarmente della vita e della immaginazione; all’esame preventivo; alla frequente rinnovazione del proposito di non peccare mia, alla lotta contro l’ozio, ecc.
    b) L’ORAZIONE. – La vigilanza da sola non basta. Il controllo più attento e gli sforzi più generosi risulterebbero vani se non ci soccorresse l’aiuto divino. La vittoria sulla tentazione richiede una grazia efficace e solo la preghiera può ottenercela. S. Alfonso de’ Liguori, trattando della necessità della grazia efficace, affermava che essa si può conseguire soltanto con l’orazione e ripeteva: “ Chi prega si salva e chi non prega si danna”. Quando si trovava di fronte ad un’anima in dubbio se aveva ceduto alla tentazione, soleva domandarle semplicemente: “Avete fatto orazione chiedendo a Dio la grazia di non cadere?”. Ci si rende conto, allora, perché il Signore nel “Padre nostro” ci abbia esortati a chiedere a Dio di “non indurci in tentazione”. In questa orazione preventiva è opportuno invocare anche l’aiuto di Maria, che mai conobbe il peccato, e del nostro Angelo custode, che ha la missione di difenderci contro gli assalti del demonio.

    2) DURANTE LA TENTAZIONE. – La nostra condotta durante la tentazione si può riassumere in una sola parola: RESISTERE. Non basta mantenere un atteggiamento puramente passivo, ma è necessaria una azione positiva, che può essere diretta o indiretta.
    a) LA RESISTENZA DIRETTA ci porta ad affrontare la stessa tentazione e a superarla facendo il contrario di quanto ci suggerisce. Per es.: ci fa parlar bene di una persona quando avremmo una gran voglia di criticarla; ci spinge a fare un’abbondante elemosina quando l’avarizia cerca di serrarci la mano; ci induce a prolungare l’orazione quando il nemico suggerisce di abbreviarla o di ometterla; ci dà il coraggio di manifestare in pubblico la nostra fede quando il rispetto umano vorrebbe renderci succubi, ecc. Questa resistenza diretta è sempre consigliabile, a meno che non si tratta di tentazioni contro la fede o la purezza.
    b) LA RESISTENZA INDIRETTA, più che ad affrontarla, ci induce a fuggire la tentazione, rivolgendo la nostra attenzione altrove. La si consiglia di preferenza nelle prove contro la fede e la castità nelle quali non è indicata la lotta diretta, dato il carattere pericoloso e sdrucciolevole della materia. In questi casi è meglio impegnare con serenità e calma le facoltà interne, soprattutto la memoria e l’immaginazione, con altri pensieri, richiamando alla mente l’elenco delle rivince d’Italia, il titolo dei libri che abbiamo letto su un determinato argomento, i quindici migliori monumenti di nostra conoscenza, ecc. Sono tutti accorgimenti che danno risultati positivi ed eccellenti, soprattutto se si adottano fin dal primo apparire della tentazione.
    A volte la tentazione perdura, nonostante i nostri sforzi, e il demonio ritorna alla carica con una instancabile tenacia. Non ci si deve scoraggiare. Questa insistenza costituisce la migliore prova che l’anima non ha ceduto. Insista nel suo diniego una e mille volte se è necessario, con grande serenità e pace, evitando il nervosismo e il turbamento. Ogni assalto ricacciato costituisce un nuovo merito davanti a Dio e un nuovo irrobustimento dell’anima. E il demonio finirò con il lasciarci in pace, soprattutto se non riesce neppure a turbare la pace del nostro spirito, che era forse l’unico obiettivo dei suoi rei reiterati assalti.
    Conviene sempre, specialmente quando abbiamo a che fare con tentazioni prolungate, manifestare quello che passa nella nostra anima al direttore spirituale.
    Il Signore suole compensare con nuovi vigorosi aiuti tale atto di umiltà e semplicità, dal quale il demonio cerca di ritrarci. Dobbiamo avere il coraggio di manifestare ogni cosa senza circonlocuzioni, soprattutto quando ci sentiamo fortemente inclinati a tacere. Non dimentichiamo quello che insegnano i maestri della vita spirituale: una tentazione manifestata, è già per metà superata.

    3) DOPO LA TENTAZIONE. – Ci troviamo in uno di questi tre casi: o abbiamo vinto; o siamo stati vinti; o siamo nel dubbio.
    a) SE ABBIAMO VINTO non dimentichiamo che la vittoria è unicamente opera della grazia. Dobbiamo ringraziare il Signore con un atto semplice e breve, accompagnando il nostro ringraziamento con una nuova richiesta di aiuto per altre occasioni del genere. Possiamo compendiare il nostro atto in questa o in una equivalente invocazione: “Grazie, o Signore; devo tutto a voi; continuate ad aiutarmi in tutte le occasioni pericolose e abbiate pietà di me”.
    b) SE SIAMO CADUTI non dobbiamo scoraggiarci. Ricordiamo l’infinita misericordia di Dio, gettiamoci come il figliuol prodigo tra le sue braccia paterne, chiediamogli sinceramente perdono e promettiamo con il suo aiuto di non offenderlo mai più. Se la caduta è stata grave, non possiamo limitarci a un semplice atto di contrizione; accorriamo quanto prima al tribunale della penitenza e approfittiamo della nostra caduta per raddoppiare la vigilanza e intensificare il fervore.
    c) SE SIAMO NEL DUBBIO di avere o meno acconsentito, non tormentiamoci con un esame minuzioso ed estenuante, perché un’imprudenza così grande provocherebbe un’altra volta la tentazione e aumenterebbe il pericolo. Lasciamo passare un certo tempo, e quando sarà tornata la calma, la coscienza ci dirà con sufficiente chiarezza se siamo caduti oppure no. In ogni caso conviene fare un atto di contrizione perfetta e manifestare al confessore, al momento opportuno, quello che ci è capitato, così come l’ha avvertito la nostra coscienza.

    NOTA. – Un anima che fa la comunione quotidiana, potrebbe continuare a comunicarsi fino al giorno stabilito per la confessione nel dubbio di aver acconsentito ad una tentazione?
    Non si può dare una risposta assoluta, che valga per tutte le anime e per tutti i casi. Il Confessore giudicherà di volta in volta tenendo presente il temperamento e le disposizioni abituali del penitente ed applicando il principio morale della presunzione. Se si tratta di un’anima abitualmente ben disposta e piuttosto propensa agli scrupoli, dovrà comandarle di fare la comunione, senza tener conto di tali dubbi e limitandosi a fare un previo atto di contrizione. Se, invece, ci si trova alla presenza di un’anima che cade con facilità in peccato mortale, di coscienza larga e senza scrupoli, la presunzione sta contro di essa; è probabile che abbia acconsentito alla tentazione e non le deve permettere di fare la comunione senza avere prima ricevuto l’assoluzione sacerdotale. Il penitente dovrà attenersi sempre con umiltà a quello che gli manifesterà il suo confessore o direttore spirituale, senza discutere con lui.

  43. LA LOTTA CONTRO LA PROPRIA CARNE

    Il mondo e il demonio sono i nostri principali nemici esterni. Però ne portiamo tutti uno interno: la nostra carne con le sue esigenze.
    In due maniere la nostra carne ci muove guerra:
    a) con l’orrore istintivo per la sofferenza;
    b) con la sua insaziabile brama di godere.

    LA SETE INSAZIABILE DI GODIMENTI
    E’ la tendenza caratteristica della nostra sensualità. L’orrore della sofferenza non è che la conseguenza logica e l’aspetto negativo di questa sete. Questa tendenza al piacere prende il nome di CONCUPISCENZA.
    NATURA DELLA CONCUPISCENZA. – S. Tommaso, sulle orme i Aristotele, definisce la concupiscenza come l’appetito del piacere. Risiede propriamente nell’appetito sensitivo; ma appartiene anche all’anima, giacchè, data l’intima unione dell’anima e del corpo, il bene dei sensi è pure il bene del tutto.
    Il piacere – anche sensibile e corporale – per se non è cattivo. E’ stato Dio, autore della natura, a porlo nell’esercizio di certe attività naturali – quelle che tendono soprattutto alla conservazione dell’individuo e della specie – per facilitarle e stimolarle. Tuttavia, dopo la colpa originale, venne meno l’equilibrio delle nostre facoltà, che sottometteva pienamente alla ragione i nostri appetiti inferiori; da allora la concupiscenza o appetito del piacere si leva molte volte contro le esigenze della ragione e ci spinge al peccato. Nessuno mai ha espresso con maggiore vivacità e drammaticità di S. Paolo questo contrasto tra la carne e lo spirito, questa lotta accanita e incessante che tutti dobbiamo sostenere contro noi stessi onde sottomettere i nostri istinti corporali al controllo e al governo della ragione illuminata dalla fede.
    E’ difficile stabilire il limite che separa il lecito dall’illecito nel piacere e mantenersi sempre nella sfera dall’onesto. Questa difficoltà appare evidente qualora si consideri che l’uso dei piaceri leciti serve spesso di attrattiva e d’incentivo per quelli disordinati e illeciti. La mortificazione cristiana consigliò sempre di privarsi di molte cose lecite e di molti piaceri onesti; non perché si ostini a vedere il peccato dove non c’è, ma a difesa e garanzia del bene, troppo esposto al pericolo quando ci si avvicina imprudentemente ai confini del male. Le soddisfazioni concesse ad un senso risvegliano spesso gli appetiti degli altri. Il motivo è che il piacere, localizzato nei cinque sensi, si trova diffuso per tutto il corpo, e quando se ne tocca uno si fa vibrare tutto l’organismo. L’affermazione vale soprattutto per il senso del tatto, che è presente in ogni punto del corpo e che, dopo il peccato originale, tende ai piaceri animaleschi con una vivacità e una violenza di gran lunga superiore a quella degli altri sensi. Nonostante la molteplicità degli istinti corporali, la lotto a principale si orienta attorno alle due tendenze che presiedono alla conservazione dell’individuo e della specie: la nutrizione e la generazione. Le altre si mettono quasi sempre al servizio di queste, che assorbono e tiranneggiano l’uomo. Ed è necessario aggiungere che in queste due operazioni vitali, la concupiscenza cerca unicamente il piacere e il godimento, senza nessun riguardo per il suo fine provvidenziale e morale, che è la conservazione dell’individuo e della specie. Ecco come Bossuet descrive questi due eccessi che costituiscono la vergogna dell’uomo:
    “Il piacere del cibo li rende schiavi; invece di mangiare per vivere, sembra – come dice un antico e dopo di lui S. Agostino – che vivano per mangiare. Anche coloro che sanno regolare i loro desideri e prendono il cibo per sovvenire alle necessità della natura, ingannati e sedotti dal piacere, vanno oltre i giusti limiti; si lasciano vincere insensibilmente dal loro appetito, e non credono ami di aver soddisfatto interamente alle loro necessità finchè i cibi e le bevande solleticano i loro gusti. Così, dice S. Agostino, la concupiscenza non sa mai dove termina la necessità. Ci troviamo alla presenza di una malattia che il contagio della carne comunica allo spirito: una malattia contro la quale non si deve mai cessare di combattere adottando come rimedi la sobrietà e la temperanza, l’astinenza e il digiuno.
    Chi oserà pensare agli eccessi che si presentano in forma molto più perniciosa in un altro piacere dei sensi? Chi avrà l’ardire di parlare o di pensare ad essi, dal momento che non se ne può parlare senza vergogna e non si possono pensare anche solo per fuggirli e detestarli, senza pericolo? Oh Dio! Chi avrà il coraggio di parlare di quella piaga profonda e vergognosa della natura, di quella concupiscenza che assoggetta l’anima al corpo con legami tanto dolci e stretti, così difficili a spezzare e fonte di tanti spaventosi disordini nel genere umano? Maledetta la terra, maledetta la terra una e mille volte maledetta la terra, dalla quale sale continuamente un fumo tanto denso, vapori tanto neri, che si sprigionano da queste tenebrose passioni, occultandoci il cielo e la luce, e attirandoci i fulmini della giustizia divina!”.
    Queste due specie di piaceri vergognosi stanno in intima relazione tra loro: una lauta mensa prepara i bollori della carne; la gola è l’anticamera della lussuria. La S. Scrittura spesso li associa e l’esperienza conferma ogni giorno la parola ispirata. La radice di questa mutua e perniciosa influenza va ricercata nella natura stessa dell’uomo. E’ incalcolabile il danno che tali appetiti non mortificati ci possono arrecare: non solo ci impediscono la perfezione, ma mettono a repentaglio la stessa eterna salvezza. Tale slittamento verso il fango della terra è diametralmente opposto alla perfezione cristiana, che distacca l’uomo dalle creature inferiori e lo eleva fino all’intima unione con Dio. L’uomo sensuale non solamente non sta unito a Dio, ma perde il senso delle cose divine, come dice S. Paolo; la sua vita riposa nei piaceri del corpo. Schiavo delle sue passioni, ha abbandonato le altezze luminose dello spirito per immergersi nella voluttà della carne. Il mondo della fede rimane chiuso per lui e non vede in esso che contraddizioni e assurdità.
    Quanto abbiamo detto della sensualità in genere risulta particolarmente vero nella degradazione dell’impurità. Essa sovverte completamente i sensi e distrae gli occhi dell’anima dal cielo e dalle verità eterne.
    “Volere che un uomo carnale – dice Bourdaloue – nutra pensieri spirituali è volere che la carne diventi spirito; ed ecco perché l’apostolo afferma che un uomo posseduto da questa passione, anche se intelligente per altri aspetti, non comprende e non conosce le cose di Dio; esse non hanno a che vedere con quelle che costituiscono il suo infelice patrimonio… E così vediamo queste persone, schiave della loro sensualità, quando la passione le sollecita, chiudere gli occhi a tutte le considerazioni divine e umane… Perdono, soprattutto, tre fondamentali conoscenze: di se stessi, del proprio peccato, di Dio”.

    RIMEDI CONTRO LA CONCUPISCENZA. – La lotta contro la propria sensualità termina solo con la morte. Essa tuttavia assume un carattere di particolare violenza agli inizi della vita spirituale (via purgativa), soprattutto per un’anima tornata a Dio dopo una vita di disordini e di peccati. La ragione naturale ci suggerisce alcuni rimedi utili nella pratica; i più efficaci, però, ci provengono dalla fede e sono d’indole soprannaturale.
    1) MORTIFICARSI NELLE COSE LECITE. – La pria precauzione da prendere nella lotta contro la propria sensualità è quella di non giungere mai al limite delle soddisfazioni permesse. Pretendere di fermarsi in tempo e, con l’ausilio della ragione, di avvertire il limite preciso oltre il quale comincia il peccato, è una stoltezza. A ragione afferma Clemente Alessandrino che “ben presto faranno quello che non è permesso coloro i quali fanno tutto quello che è permesso”. D’altra parte, come si può conciliare con la perfezione una condotta che non fa caso dei consigli e non tiene in considerazione se non i precetti gravi? E’ incredibile fin dove si può giungere nella mortificazione dei propri gusti e capricci senza compromettere affatto, favorendo anzi, la salute del corpo e il benessere dell’anima! Se vogliamo mantenerci lontani dal peccato e camminare a grandi passi verso la perfezione, è necessario sbarazzarsi senza esitazione di un gran numero di sensazioni intese a soddisfare la vista, l’udito, l’olfatto, il gusto e il tatto.
    2) AMARE LA SOFFERENZA E LA CROCE. – Nulla si oppone tanto agli assalti della sensualità quanto il soffrire con calma e costanza d’animo gli assalti del dolore e l’imporselo volontariamente. Tale è stata sempre la condotta di tutti i santi, che giunsero, a volte, fino all’incredibile nella pratica positiva della mortificazione cristiana. La ricompensa per tali privazioni è splendida anche su questa terra. Viene un momento in cui non possono più soffrire perché hanno trovato la loro gioia nel dolore. Frasi come queste: “O patire o morire” (S. Teresa), “Non morire, ma patire” (S. Maria Maddalena de’ Pazzi), “Patire, Signore, ed essere disprezzato per voi” (S. Giovanni della Croce), “Sono giunta al punto di non poter più soffrire, perché mi è dolce ogni patimento” (S. Teresina del bambino Gesù) suppongono un meraviglioso dominio di sé e rappresentano la migliore salvaguardia contro gli assalti della sensualità.
    3) COMBATTERE L’OZIO. – Il seme della sensualità trova un terreno propizio nell’anima oziosa. L’ozio è il padre di tutti i vizi, ma specialmente della voluttà della carne. Tra tutte le occupazioni, quelle di indole intellettuale sono particolarmente indicate per ostacolare la sensualità. Infatti l’esercizio predominante dell’intelletto sottrae alle passioni sensuali gli oggetti che le alimentano. E l’esperienza quotidiana sta lì ad insegnarci che le voluttà della carne oscurano e debilitano lo spirito, mentre la temperanza e la castità predispongono in modo mirabile al lavoro intellettuale.
    4) FUGA DALLE OCCASIONI PERICOLOSE. – E’ il più importante e decisivo rimedio d’ordine naturale. La volontà più energica cade con la facilità se viene sottomessa imprudentemente alla dura prova di una occasione suggestiva. S. Agostino parlando del suo amico Alipio, ci ha lasciato una pagina drammatica a questo proposito. Non tengono propositi energici né determinazioni irremovibili: tutto cede davanti alla forza terribile affascinatrice di un’occasione. I sensi si eccitano, la fantasia si accende, la passione aumenta di forza, si perde il controllo di sé e soggiunge, inevitabile, la caduta. Soprattutto bisogna esercitare la più rigorosa vigilanza sul senso della vista. Si ricordi la profonda sapienza racchiusa nell’adagio popolare: “occhio non vede, cuore non duole”. Ci sono dei temperamenti che non hanno difficoltà a mantenersi buoni quando i loro occhi non incontrano inciampi, ma soccombono con incredibile facilità quando una immagine suggestiva ferisce il loro sguardo. Finora abbiamo parlato di mezzi naturali, ora vogliamo ricordare quelli che ci propone la fede. La fede ci consiglia:
    5) CONSIDERARE LA DIGNITA’ DEL CRISTIANO. – L’uomo dotato di un’anima razionale è superiore al mondo animale. Non dovrebbe quindi lasciarsi sopraffare dalla sensualità, che ha in comune con le bestie, abbassando e sminuendo la sua dignità. Che dire poi della sua vocazione cristiana? Mediante la grazia è stato elevato all’ordine soprannaturale, ha ricevuto una misteriosa, ma reale, partecipazione alla natura divina, è divenuto figlio di Dio mediante un’adozione intrinseca, di gran lunga superiore alle adozioni umane. Finchè si conserva in tale stato è erede del cielo per diritto proprio. La sua dignità è tanto alta, che non trova riscontro in tutto il resto della creazione, supera anche la natura angelica considerata in sé stessa. Per questo, S. Tommaso non esita ad affermare che il bene soprannaturale di un solo individuo, frutto della grazia santificante, vale più del bene naturale di tutto l’universo. Ora, sarà mai possibile che un cristiano, il quale crede e pensa seriamente a queste verità, si lasci trascinare dalle passioni più vili, privandosi all’improvviso della sua divina grandezza e abbassandosi al livello dei bruti? S. Paolo non trovava argomento più forte per tener lontani dai disordini della carne i primi cristiani: Non sapete che i vostri corpi sono le membra di Cristo? Prenderò io dunque le membra del Cristo per farne le membra del Cristo per farne le membra di una meretrice?…O non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo, che è in voi, che avete da Dio, e che voi non vi appartenete? Poiché siete stati comprati a caro prezzo. Glorificate dunque Dio nel vostro corpo”.
    6) CONSIDERATE IL CASTIGO DEL PECCATO. – Se la nobiltà di motivi tanto elevati non impressionasse le intelligenze avvilite dal peccato, potrà tornare utile considerare i castighi riservati ai vizi della gola e della lussuria nel purgatorio o nell’inferno. La S. Scrittura ce lne offre numerosi esempi. Il salmista chiede a Dio che il timore dei suoi giudizi penetri nella sua carne allo scopo di rimanere fedele ai suoi comandamenti. S. Paolo castigava il suo corpo e lo riduceva in servitù, per non perdere se stesso dopo aver predicato agli altri, ecc. Contro l’impeto della passione che ricerca avidamente il piacere, non v’è nulla di più opportuno che richiamare alla mente i tormenti dell’inferno o del purgatorio. Perché, anche nell’ipotesi in cui l’uomo si sollevi dalla colpa certa e che può mancare con facilità – cosa molto incerta e che può mancare con facilità -, gli rimane ancora un reato di pena temporale, che dovrà espiare in questa vita con una dura penitenza o nell’altra con le terribili pene del purgatorio. E io dolore che dovrà sopportare supera di gran lunga il brevissimo piacere che ha conseguito peccando. Anche da questo solo punto di vista, il peccatore realizza un cattivo affare: la sua perdita è sicura.
    7) IL RICORDO DELLA PASSIONE DI CRISTO. – I motivi ispirati dall’amore sono molto più nobili di quelli che provengono dal timore. Gesù Cristo fu inchiodato sulla croce a causa dei mostri peccati. Il peccatore approva tale misfatto dal momento che crocifigge di nuovo Gesù Cristo, rinnovando la causa della sua morte. La più elementare gratitudine e la delicatezza verso il Redentore deve trattenerci dal male. Anche nella supposizione che nulla abbiano a che vedere i nostri peccati con la sua sofferenza, la considerazione di un capo coronato di spine dovrebbe farci arrossire ogni volta che andiamo alla ricerca del piacere, come dice S. Bernardo. S. Paolo fa della mortificazione della carne la prova decisiva della reale appartenenza a Cristo. E S. Pietro afferma che è necessario farla finita con il peccato perché Cristo patì nella carne.
    8) L’ORAZIONE UMILE E PERSEVERANTE. – Senza la grazia di Dio è impossibile trionfare della concupiscenza e dai desideri lascivi. S. Paolo chiese tre volte al Signore di essere liberato dallo stimolo della carne, e il Signore gli rispose che gli bastava la sua grazia, la quale si perfeziona nell’infermità. L’efficacia dell’orazione ben fatta fu già ampiamente dimostrata nel paragrafo corrispondente.
    9) LA DEVOZIONE FILIALE A MARIA. – L’Immacolata, Madre di Dio e Madre nostra, è anche la Mediatrice di tutte le grazie, l’Avvocata e il Rifugio dei peccatori. Una profonda e tenera devozione a Maria, la invocazione fiduciosa d ardente del suo nome nell’ora del pericolo costituisce una infallibile garanzia di vittoria. S. Alfonso Maria de’ Liguori soleva domandare a chi temeva di avere acconsentito alla tentazione: “Hai invocato Maria?”. La risposta affermativa rappresentava per il santo una prova decisiva della vittoria di quell’anima.
    10) LA FREQUENZA AI SACRAMENTI. – E’ il rimedio più sicuro ed efficace contro ogni specie di peccato, soprattutto contro gli assalti della concupiscenza. La Confessione non solamente cancella le mancanze passate ma ci dà forze ed energie onde preservarcene in futuro. L’anima che si sente schiava dei vizi della carne deve accorrere anzitutto a questa fonte di purificazione, regolando la frequenza delle sue confessioni secondo le forze di cui ha bisogno per non cadere, non per sollevarsi dalla colpa dopo la caduta. E’ errata l’abitudine di accostarsi al sacramento solo dopo che si è registrata la caduta; così facendo non si giungerà mai all’estirpazione dell’abito vizioso, anzi esso andrà sempre più radicandosi, per la ripetizione degli stessi atti. E’ necessario prevenire le cadute, avvicinandosi al sacramento della penitenza ogni qualvolta l’anima avverte che sta calando di forze e non si sente più sicura di ricacciare la tentazione. Se, per conseguire la stabilità spirituale, agli inizi lo si ritiene necessario, non bisogna esitare a confessarsi anche due o tre volte alla settimana. Né si pensi di esagerare. Non si è mai troppo solleciti quando si tratta di liberarsi dalla schiavitù del peccato e incominciare a respirare l’aria pura della libertà propria dei figli di Dio. Sarà di grande utilità avere un confessore fisso al quale manifestare tutta la nostra anima e dal quale ricevere l’aiuto e il consiglio. Il dover sempre rendere conto della propria anima allo stesso confessore impedisce i voli dell’immaginazione e frena l’impeto delle passioni. La S. Comunione ha un’efficacia sovrana contro le concupiscenze della carne, poiché in essa riceviamo, vero e reale, l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo. La sua carne purissima a contatto con la nostra peccatrice la spiritualizza e divinizza. Non per nulla l’Eucaristia è stata chiamata pane degli angeli e il vino che genera i vergini. I giovani, soprattutto, necessitano di questo divino rimedio. L’esperienza nella direzione delle anime mostra chiaramente che non c’è nulla di tanto utile ed efficace per mantenere un giovane nella temperanza e nella castità quanto la Comunione frequente e quotidiana.

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