LA PREGHIERA

 

Autore Agostino d’Ippona s.

PREGHIERA INCESSANTE – Il tuo desiderio è la tua preghiera; se continuo è il desiderio, continua è la preghiera. Perché non invano ha detto l’Apostolo: « Pregando senza interruzione » (1 Tes 5, 17). Forse noi senza interruzione pieghiamo il ginocchio, prostriamo il corpo, o leviamo le mani, per adempiere all’ordine: Pregate senza interruzione? Se intendiamo il pregare in tal modo, credo che non lo possiamo fare senza interruzione.

Ma c’è un’altra preghiera interiore che non conosce interruzione, ed è il desiderio. Qualunque cosa tu faccia, se desideri quel sabato, non smetti mai di pregare. Se non vuoi interrompere la preghiera, non cessar mai di desiderare.

Il tuo desiderio continuo sarà la tua continua voce. Tacerai se cesserai di amare. Chi sono quelli che hanno taciuto? Coloro dei quali è detto: « Poiché ha abbondato l’ingiustizia, si raggelerà la carità di molti » (Mt 24, 12). Il gelo della carità è il silenzio del cuore; l’ardore della carità è il grido del cuore. Se sempre permane la carità, tu sempre gridi; se sempre gridi, sempre desideri; e se desideri, ti ricordi della pace. (AGOSTINO D’IPPONA, Esposizioni sui Salmi, 37,14).

Autore Giovanna Di Chantal

Si può dire in un certo senso che tutto quel che facciamo, anche dormire e mangiare, è una preghiera quando lo facciamo semplicemente nell’ordine che ci è prescritto, senza aggiungervi o diminuirvi nulla per i nostri capricci e la nostra volontà. Quando giunge il momento di porci davanti a Dio per parlargli cuore a cuore, ciò si chiama propriamente preghiera, la sola presenza del nostro spirito davanti al suo e del suo davanti al nostro forma la preghiera, sia che abbiamo dei buoni pensieri e dei buoni sentimenti, sia che non ne abbiamo. Occorre solamente che, con tutta semplicità, senza fare alcun violento sforzo di spirito, noi ci teniamo davanti a lui con movimenti d’amore e un’attenzione di tutta la nostra anima, senza distrarci volontariamente; e allora tutto il tempo che noi siamo in ginocchio sarà considerato preghiera davanti a Dio, che ama tanto l’umile sofferenza dei pensieri vani e involontari che ci attaccano allora, quanto i migliori pensieri che abbiamo avuto in altri momenti; perché una delle più eccellenti preghiere è il desiderio amoroso del nostro cuore verso Dio e la sofferenza delle cose che non ci piacciono. Essa s’incontra allora con la pazienza, che è la prima delle virtù e quando dopo ciò, arriva il momento di finire l’orazione, si deve credere che si è pregato come se non si fosse sofferta alcuna distrazione. So che vi sono persone molto unite a Dio, che hanno pregato parecchi anni senza alcuna dolcezza sensibile; tuttavia, esse hanno superato le più grandi tentazioni e si sono mostrate così salde nelle occasioni in cui si trattava del servizio di Dio dando testimonianza (a Dio) della loro obbedienza e del loro amore, senza lasciarsi scuotere da nulla al mondo. Elle si stimavano perfino felici di non ricevere nulla di sensibile e di sentire e soffrire ogni sorta di pene e sofferenze per Dio. (GIOVANNA Di CHANTAL Colloquio IX, Sulla preghiera)

Autore Giovanni Crisostomo s.

Vi esorto, pertanto, a darle un risalto sempre maggiore (veste spirituale) e apprendiamo, in proposito quali sono i mezzi più efficaci per raggiungere questo scopo. Anzitutto la preghiera incessante, unita al rendimento di grazie per i doni ricevuti e alla supplica per la loro conservazione. La preghiera, infatti, significa salvezza. Essa ci suggerisce la medicina di cui la nostra anima ha bisogno, addita i mezzi per guarire dalle passioni, insorgenti dentro di noi. La preghiera è il contrafforte di difesa dei credenti e la nostra arma invincibile; è una purificazione dell’anima, un riscatto dai peccati, una sorgente di molti beni. Pregare significa intrattenersi a dialogo col Signore dell’universo. Quale fortuna è più invidiabile di quella di colui che ha l’onore di poter conversare, senza restrizioni di sorta, con il Signore? Il soccorso che ci viene dalla preghiera, ci permetterà di conservare lo splendore della nostra veste spirituale, e ci otterrà il più prezioso dei doni: la salvezza dell’anima, se vi uniremo anche l’esercizio dell’elemosina. L’esercizio della preghiera congiunto a quello dell’elemosina, può colmarci di tanti beni celesti, può spegnere l’incendio dei peccati, che divampa nelle nostre anime e fornirci della più ampia facoltà di intercessione. Fu, appunto, per merito delle sue elemosine, che le orazioni di Cornelio poterono penetrare fino in cielo e perciò  si sentì dire dall’angelo: Le tue preghiere e le tue elemosine sono salite come memoriale davanti a Dio (At 10,4). (GIVANNI CRISOSTOMO,Catechesi battesimali,Omelia settima25; 27).

Autore Giovanni Crisostomo s.

E’ un’arma potente la preghiera, un tesoro indefettibile, una ricchezza inesauribile, un porto al riparo delle tempeste, un serbatoio di pace; la preghiera è radice, fonte e madre di innumerevoli beni […]. Ma la preghiera di cui parlo non è mediocre, né incurante; è una preghiera ardente, scaturita dalla sofferenza dell’anima e dallo sforzo dello spirito. Ecco la preghiera che sale fino al cielo […]. Senti ciò che dice l’autore sacro: «Nella mia angoscia ho gridato al Signore ed egli mi ha risposto» (Sal 120,1). Chi prega così nel dolore, gusterà nella sua anima, dopo la preghiera, una grande gioia […].

Per preghiera non intendo quella che affiora solo sulle labbra, ma quella che scaturisce dal profondo del cuore. Come gli alberi dalle radici profonde, anche quando i venti scatenano mille assalti, non vengono schiantati, né divelti, perché sono radicati saldamente ben dentro al terreno, ugualmente le preghiere che emergono dal profondo del cuore, così radicate, si elevano sicure e nessun pensiero di mancanza di certezza o di merito può deviarne il corso. Ecco perché il salmista esclama: «Dal profondo a te grido, o Signore» (Sal 130,1) […].

Se raccontare agli uomini le tue sventure e descrivere le prove che ti hanno colpito porta qualche sollievo alle tue sofferenze, come se attraverso le parole si sprigionasse una brezza rinfrescante, a maggior ragione se dici al Signore le sofferenze della tua anima troverai consolazione e conforto in abbondanza! Succede spesso che la gente sopporti difficilmente chi viene a gemere o a lamentarsi; lo si respinge e lo si allontana. Dio, invece, non agisce così: ti fa avvicinare, anzi ti attira a sé; e anche se per l’intera giornata gli esponi i tuoi mali, sarà ancor più disposto ad amarti e ad esaudire le tue suppliche. (GIOVANNI CRISOSTOMO s.  Omelie sull’incomprensibilità di Dio, n° 5).

Autore Giovanni Paolo II b.

PREGHIERA DI GESU’ – La preghiera di Cristo al Getsèmani è l’incontro della volontà umana di Gesù Cristo con la volontà eterna di Dio, la quale, in questo momento preciso, diviene la volontà del Padre riguardo al Figlio. Il Figlio si è fatto uomo perché succedesse questo incontro della sua volontà umana con quella del Padre. Si è fatto uomo perché questo incontro fosse pieno di verità sulla volontà umana e sul cuore umano, questo cuore che vuole fare scomparire il male, la sofferenza, il giudizio, la flagellazione, la croce e la morte. Si è fatto uomo perché sul fondo di questa verità sulla volontà umana e sul cuore umano, apparisse tutta la grandezza dell’amore, che si esprime nel dono di sè e nel sacrificio: «Si, Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito» (Gv 3, 16). Nell’ora in cui Cristo prega, l’amore eterno deve essere confermato dall’offerta del cuore umano. E viene confermato: il Figlio non rifiuta che il suo cuore diventi l’altare, il luogo dell’elevazione, prima di diventare il luogo della croce.

La preghiera è quindi l’incontro della volontà umana con quella di Dio. Il suo frutto più eccelso è l’ubbidienza del Figlio al Padre: «Padre, sia fatta la tua volontà». Eppure, l’ubbidienza non significa in primo luogo la rinuncia alla propria volontà, bensì una reale apertura dello sguardo spirituale, dell’udito spirituale, a questo amore che è Dio stesso. Dio è questo amore (1 Gv 4, 16), lui che ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito (Gv 3, 16). Ecco dunque l’uomo, ecco Gesù Cristo, il Figlio di Dio; dopo la sua preghiera, ecco che si rialza rafforzato da questa ubbidienza per mezzo della quale ha raggiunto, nuovamente, questo amore, questo dono del Padre al mondo e a tutti gli uomini. (GIOVANNI PAOLO II, Ritiro al Vaticano 1979, n° 4).

Autore Matta El Meskin

La preghiera continua è una disciplina spirituale particolare che impegna le facoltà interiori dell’anima e tocca centri precisi del cervello con lo scopo d’acquisire la calma interiore neces­saria a pervenire a uno stato di veglia spirituale costante e di percezione permanente della presenza divina, accompagnata da un completo dominio dei pensieri e delle passioni. Costituisce l’opera spirituale più importante e più elevata che, condotta con successo, può farci raggiungere le vette della vita spirituale.

Questa forma di preghiera è già menzionata negli insegna­menti dei primi padri del deserto d’Egitto: Macario il Grande parla della recitazione costante del “dolce Nome di Gesù” e abba Isacco, discepolo di Antonio, fa un lungo elogio della ripetizione continua del versetto di un salmo. Entrambi hanno vissuto verso la fine del IV secolo e gli insegnamenti del secondo sono stati raccolti da Cassiano durante i suoi viaggi in Egitto.

Attraverso le parole di abba Isacco apprendiamo che questo metodo di preghiera, costitutivo di una delle tradizioni asce­tiche più importanti tra quelle che i padri avevano ricevuto dai loro predecessori, “è un segreto che ci è stato rivelato da quei pochi padri appartenenti al buon tempo antico, ma che vivono tutt’ora; noi lo riveliamo a nostra volta a quel piccolo numero di anime che dimostrano una vera sete di conoscerlo”.

Quanto agli effetti di questa pratica sulle facoltà dell’anima e della mente, essi erano noti ai padri fin dall’inizio,come si deduce dalle parole di Isacco: “(Questa preghiera) esprime tutti i sentimenti di cui è capace la natura umana; conviene perfettamente a tutti gli stati e a ogni sorta di tentazione […]. Che l’anima (mens) ritenga incessantemente questa formula, cosicché, a forza di ripeterla, acquisti la capacità di rifiutare e allontanare da sé tutte le ricchezze rappresentate dai nostri molteplici pensieri”.

Fin da allora, cioè dal IV secolo, la preghiera continua si è diffusa in Egitto e in tutto l’oriente cristiano fino a occupare un posto preponderante nella dottrina ascetica di tutte le chiese orientali. La ritroviamo, tra gli altri, negli insegnamenti di Nilo il Sinaita (+ 430), poi in quelli di Giovanni Climaco all’inizio del VII secolo (570-640), e di Esichio di Batos (Sinai, VII o VIII secolo). L’importanza accordata all’hesychìa (tranquillità) si amplifica progressivamente fino a raggiungere uno dei suoi vertici negli insegnamenti di Isacco ll Siro, vescovo di Ninive, verso la fine del VII secolo.

Gli elementi frammentari di questi insegnamenti furono raccolti in una dottrina sistematica solo con l’arrivo di Simeone il Nuovo Teologo (1022) e poi di Gregorio il Sinaita, che li organizzarono in una dottrina mistica di tipo specificamente bizan­tino. Gregorio il Sinaita, seguito dal discepolo Callisto che diverrà patriarca di Costantinopoli, la introdusse al Monte Athos alla fine del XIII secolo e fece della preghiera continua una pratica mistica fondamentale nella tradizione bizantina, dopo aver raccolto la quasi totalità delle parole dei padri riferite a questo argomento, ordinandole, spiegandole e commentandole.

Con il soggiorno di Nil Sorskij al Monte Athos, nella seconda metà del XV secolo, si aprì una porta molto ampia per l’impiantazione in Russia della preghiera continua. Tutta l’eredità orientale antica, con le sue ricchezze, si trovò trasferita ai padri russi che rivaleggeranno in ardore per applicarla con amore, fedeltà e devozione. Ormai, questa pratica occuperà un posto molto importante nella vita delle generazioni successive, come ci si può rendere conto leggendo i Racconti di un pellegrino russo.

Ma, lasciando il deserto d’Egitto, suo luogo d’origine, la pre­ghiera continua perse buona parte della sua semplicità originaria; chi la praticava nei primi secoli, viveva spontaneamente in profondità i suoi effetti spirituali senza esaminarne il come; ne raccoglieva i frutti senza che ciò suscitasse in lui ambizioni spirituali.

Questa forma di preghiera è dunque passata da un’umile pratica ascetica a una sistematizzazione mistica elaborata, provvista di discipline proprie, proprie condizioni, gradi e risultati. L’orante può prendere coscienza di tutto ciò ancor prima di cominciare a praticarla. Il che, naturalmente, non ha mancato di attribuire al metodo una buona parte di complessità, accresciuta da una dannosa mancanza di naturalezza. Nondimeno, la preghiera continua ha sempre i suoi adepti e i suoi praticanti esperti e, su coloro che l’amano, non cessa di versare in abbondanza i suoi effetti benefici, le sue grazie e le sue benedizioni. L’autore stesso confessa i benefici di questa preghiera per quanto lo riguarda personalmente. (MATTA EL MESKIN, L’esperienza di Dio nella preghiera, Qiqajon, p. 262).

Autore Taulero G.

PREGHIERA VERA E SOSTANZIALE – Quando il Figlio di Dio «alzati gli occhi al cielo, disse: ‘Padre, glorifica il Figlio tuo’» (Gv 17,1), ci ha insegnato con questa azione che dobbiamo elevare [molto] in alto i nostri sensi, le mani, le facoltà, l’anima, e pregare in lui, con lui e per lui. Ecco l’opera più bella e più santa che il Figlio di Dio ha fatto quaggiù: adorare il Padre prediletto. Ma ciò supera di molto ogni ragionamento, e non possiamo in alcun modo arrivarci e comprenderlo, se non con lo Spirito Santo. Sant’Agostino e Sant’Anselmo dicono che la preghiera è «l’elevazione dell’anima a Dio».

Io ti dico solo questo: distaccati, veramente, da te stesso e da tutte le cose create, ed eleva interamente l’anima a Dio al di sopra di tutte le creature, nell’abisso più profondo. Là, immergi il tuo spirito in quello di Dio, in un totale abbandono […], nella vera unione con Dio. Chiedi a Dio ciò che vuole gli si chieda, ciò che desideri e ciò che gli uomini desiderano da te. E sappi per certo: come una povera piccola moneta di fronte a cento monete d’oro, tale è qualsiasi preghiera esteriore di fronte a quella che è vera unione con Dio, immersione e fusione dello spirito creato in quello increato di Dio.

Se ti hanno chiesto una preghiera, è bene che tu la faccia esteriormente come sei stato pregato di fare e come hai promesso. Tuttavia, mentre così fai, orienta l’anima tua verso l’alto e nel deserto interiore; spingi là, come Mosé, tutto il tuo gregge (Es 3,1) […]. «I veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità» (Gv 4,23). E’ in questa preghiera interiore che culminano tutte le pratiche, le formule e le preghiere che da Adamo in poi sono state offerte e lo saranno fino all’ultimo giorno. Tutto diventa perfetto in un istante, in questo raccoglimento vero e sostanziale. (Taulero G., Omelia 15, per la veglia delle Palme).

Autore Teresa di Lisieux s.

Ah! La preghiera e il sacrificio sono tutta la mia forza: sono le armi invincibili che Gesù mi ha dato e che possono toccare le anime molto più delle parole. È un’esperienza che ho fatto molto spesso. […] Com’è grande il potere della preghiera! La si direbbe una regina, che ha sempre libero accesso al re e che può ottenere tutto ciò che chiede. Non è affatto necessario, per essere esauditi, leggere in un libro una bella formula composta per la circostanza; se fosse così […] Ahimè! Come sarei da compiangere!… All’infuori dell’Ufficio Divino, che sono veramente indegna di recitare, non ho il coraggio di sottopormi a cercare nei libri delle belle preghiere, mi fa venire mal di testa: ce ne sono talmente tante!. […] E poi sono tutte una più bella dell’altra… Non potrei recitarle tutte e, non sapendo quale scegliere, faccio come i bambini che non sanno leggere: dico semplicemente a Dio ciò che intendo dirgli, senza fare delle belle frasi, ed Egli mi capisce sempre […] Per me la preghiera è uno slancio del cuore, è un semplice sguardo rivolto al Cielo, è un grido di riconoscenza e d’amore nella prova come nella gioia. Insomma è qualcosa di grande, di soprannaturale, che mi dilata l’anima e mi unisce a Gesù. (TERESA DI LISIEUX, Storia di un’anima, Àncora Milano 1993, pp. 315-316).

Autore Teresa di Lisieux s.

PREGHIERE – Talvolta, quando il mio spirito è in una così grande aridità che non mi è possibile trovare un pensiero per unirmi al Buon Dio, recito molto lentamente un «Padre Nostro» e poi il saluto angelico. Allora queste preghiere mi coinvolgono, e nutrono il mio spirito molto più che se le avessi recitate precipitosamente un centinaio di volte. (TERESA DI LISIEUX, Storia di un’anima, Àncora Milano 1993, p. 317).

Autore Teresa di Lisieux s.

SECCHEZZA E DISTRAZIONI – Non posso dire di aver ricevuto spesso consolazioni durante le mie preghiere di ringraziamento, anzi fu forse il momento in cui ne ho avute di meno […]. Considero questo fatto del tutto naturale, perché mi sono offerta a Gesù non come una persona che desidera ricevere la sua visita per propria personale consolazione, ma al contrario per il piacere di Colui che si dà a me, immagino la mia anima come un terreno sgombro e prego la santa Vergine di togliere gliostacoli che potrebbero impedirgli di essere libero; poi la supplico di innalzare lei stessa un’ampia tenda degna del Cielo, di ornarla con i suoi stessi gioielli. Allora io invito tutti i Santi e gli Angeli perché vengano a tenere un magnifico concerto. Mi sembra che, quando Gesù discende nel mio cuore, sia contento di trovare una così buona accoglienza e ne sono contenta anch’io […] Tutto questo non impedisce al sonno e alle distrazioni di venire a farmi visita, ma, terminato il ringraziamento, se vedo che l’ho fatto così male, adotto la risoluzione di essere per tutto il resto della giornata in rendimento di grazie. (TERESA DI LISIEUX, Storia di un’anima, Àncora Milano 1993, pp. 230-231).

Autore Tommaso d’Aquino

PREGHIERA FIDUCIOSA – Una differenza distingue la preghiera che viene fatta a Dio da quella che si rivolge a un uomo. La preghiera rivolta a un uomo esige prima un certo grado di familiarità grazie alla quale si avrà accesso presso colui che si implora. Mentre la preghiera rivolta a Dio ci fa, essa stessa, gli intimi di Dio. Nella preghiera, la nostra anima si innalza verso di lui, si intrattiene affettuosamente con lui e lo adora in spirito e verità.

Questa intimità acquistata pregando, incita l’uomo a rimettersi in preghiera con fiducia. Perciò è detto nel Salmo : «Ho gridato», cioè ho pregato con fiducia «perché mi hai esaudito, Dio mio» (Sal 16, 6). Accolto nell’intimità di Dio mediante una prima preghiera, il salmista prega, in un secondo tempo, con una fiducia accresciuta. Così, nella preghiera a Dio, l’assiduità o l’insistenza della domanda non è importuna, bensì gradita a Dio. Perché « bisogna pregare sempre, dice il Vangelo, senza stancarsi» ; e altrove, il Signore ci invita a chiedere : «Chiedete e vi sarà dato, dice, bussate e vi sarà aperto» (Mt 7, 7). (TOMMASO D’AQUINO S.(1225-1274), Compendium theologiae, 2a parte, cap.1).

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  1. RACCONTO: “LA SCATOLA NERA”
    PRIMA PARTE

    Tommy aveva un padre che amava farlo volare.
    Lo prendeva con sé e lo portava a solcare i cieli più azzurri raccontandogli e spiegandogli con entusiasmo tutto ciò che ci fosse di meraviglioso.
    Entusiasta Tommy, quando diventò grande, decise di farne anche il suo lavoro oltre che la sua passione nella vita. Incominciò così a frequentare le scuole e le lezioni di volo per prendere il brevetto di pilota anche per il trasporto di passeggeri. Tutti quegli studi però non gli erano molto congeniali, a lui piaceva volare sì ma come piaceva a lui, senza tante regole e direttive. Mise su perciò una piccola ditta individuale, con un piccolo aereo con il quale trasportava le persone e dava anche qualche lezione di guida. Tutto questo darsi da fare a Tommy piaceva molto perché gli permetteva di stare a contatto con le persone e che per giunta lo ammiravano per la sua prodezza nel fare spettacolari impennate e piroette nel cielo. Era però il lavoro nascosto che gli pesava, controllare che le parti meccaniche dell’aereo fossero in perfetto assetto e il rispetto delle basilari regole di volo. Insomma Tommy con l’andare degli anni era diventato un autodidatta, voleva fare di testa sua e, senza accorgersene, influenzava i suoi allievi che assorbivano da lui questo stile di comportamento.
    La commissione disciplinare per il controllo dei brevetti lo informò più e più volte che tale comportamento non era consono e che rischiava la radiazione dall’albo, ma lui continuava imperterrito a volare e a comportarsi spregiudicatamente.
    Senza le dovute manutenzioni, se non i tagliandi obbligatori, portarono l’aereo a non essere più affidabile e la commissione disciplinare fu costretta a radiarlo. Tommy però non sapeva fare altro che pilotare, così si trasferì in uno stato dove in controlli erano minori e continuò fuori dalla legge a compiere il suo lavoro. Il brutto però è che anche Tommy con gli anni era cambiato. Gli piaceva ancora volare ma per l’utile che ne ricavava: per pagarsi le sue nuove passioni che cercava di tenere nascoste. La sua vita disordinata gli aveva fatto perdere anche la lucidità e la prontezza nel comprendere e destreggiarsi nelle situazioni di pericolo. Tutto ciò però non appariva. Era talmente in gamba da riuscire a nascondere tutto questo a tutti. Continuava a tenere lucidissimo il suo aereo e a curare moltissimo il suo aspetto così i suoi clienti e tutte le persone che lo conoscevano non potevano fare altro che stimarlo e fidarsi di lui.
    Vi erano solo due persone che lo guardavano con disapprovazione: Alfio e se stesso.
    Povero Alfio! Quanto soffriva nel vederlo rovinarsi la vita! Impotente, cercava comunque di essere un punto fermo e giusto, rimanendo a lui accanto cercando di dargli speranza e pregava.
    Tommy, invece, ormai sentiva, dentro di lui, schifo di se stesso. Desiderava dare un taglio a tutto quanto e ricominciare a respirare aria pulita ma non ce la faceva. S’imponeva di cambiare ma niente. La sua forza di volontà si era così ridotta in quegli anni che non riusciva a saltarci fuori
    Ma purtroppo avvenne l’irreparabile.
    Il carrello dell’aereo non voleva aprirsi.
    Bisognava fare un atterraggio di emergenza.
    Si voltò e guardò i passeggeri pieni di paura e in quel momento comprese che quelle persone erano nelle sue mani. Quel potere che fino a quel momento lo inorgogliva e insuperbiva, ora pesava come un macigno.
    Sapeva che poche erano le speranze di salvezza.
    Prima di atterrare vide ai lati della pista i camioncino rosso dei vigili del fuoco, l’ambulanza e sentì il suono della sirena che informava del pericolo…poi più niente.
    Sentì delle voci concitate intorno a sé. Aprì gli occhi a fatica perché gli bruciavano terribilmente. Lo stavano trasportando su una barella. Si ricordò in un lampo della situazione. Si mise a sedere sulla barella.
    “Sta giù, ti stiamo portando all’ambulanza!”.
    “Ma io sto bene, non ho niente. Il mio aereo è in fiamme! I passeggeri? Tutta quelle persone…sono vive?”
    “Adesso non ti posso dire niente, devi stare tranquillo. Vedrai che io e i miei colleghi faremo tutto quello che si può. Ora sei sotto schioc, non ti agitare. Tu ora non puoi fare niente.”
    Ma con uno strattone improvviso si butta giù dalla barella e dopo un attimo di sbandamento corre verso l’aereo. Gli faceva un gran male la spalla ma non era rotta.
    Lo spettacolo è terribile. Le fiamme lambiscono tutto l’aereo. I pompieri si danno da fare come possono ma ormai non c’è più niente da fare. Vede anche che la parte posteriore è distrutta, deve avere toccato la terra con quella…cade in ginocchio impotente.
    I soccorritori lo raggiungono e lo fanno salire sull’ambulanza.
    All’ospedale si scopre che a parte qualche contusione e una bella botta alla spalla e alla testa non ha assolutamente niente.
    Gli danno però un sonnifero per farlo riposare e tranquillizzare.
    Quando si sveglia, la stanza bianca e sconosciuta lo riporta velocemente alla realtà. Non era un sogno.
    Si guarda e vede che non ha niente di rotto. Fisicamente sta bene ma deve sapere, deve sapere cosa è successo.
    Il suo aereo in fiamme! Già ora ricorda…e ricorda anche lo sguardo di tutte quelle persone a bordo…che fine avranno fatto? Mio dio che tragedia!
    “Infermiera!, infermiera!”
    Appena arriva l’assale con tutte le sue domande ma l’unica cosa che ottiene è un tranquillante e la promessa che verrà a trovarlo una persona competente.
    Tommy non resiste. Senza dire niente trova dentro l’armadietto i suoi vestiti da pilota. Sono sporchi ma vanno benissimo e lascia l’ospedale.
    Prende un taxi e raggiunge l’aeroporto.
    Già, da lontano vede il suo aereo o quello che ne rimane sulla pista. Adesso è tutto nero, con tanti rottami tutti sparsi attorno. Ci sono delle persone che ci lavorano attorno come se lo studiassero e valutassero. Come un automa si avvicina passo dopo passo.
    “Signore, signore, non si può avvicinare! Ci sono delle indagini in corso, se ne vada!” dice uno che deve essere una guardia.
    Sente una mano posarsi sulla sua spalla.
    Lentamente si volta e vede il volto triste di Alfio.
    “Vieni con me ragazzo. Qui ormai non puoi più fare niente.”
    “Dimmi vecchio, cosa è successo ai passeggeri?”
    “Andiamo a sederci. A quanto pare non sai ancora niente, vieni con il vecchio Alfio che ti racconta tutto.”
    Lo fa sedere su un ex sedile da auto posto nell’officina dove lui lavora. Prende una bottiglia di acqua fresca e ne offre un po’ a Tommy.
    “Purtroppo tu sei l’unico che si è salvato. Il colpo a terra ha frantumato la coda dell’aereo e incendiato il carburante a bordo, non c’è stato niente da fare per i passeggeri, mi dispiace.”
    “Ma io come ho fatto a salvarmi?”
    “Non ti ricordi proprio niente? Un attimo prima dell’impatto hai aperto la porticina del pilota e ti sei buttato fuori. Sei salvo per quello. Vedo dalla tua faccia che avevi rimosso il ricordo…già non è bello sentirselo dire in faccia, ma è così? Toccati la spalla…ti fa male vero? Dev’esserci un bel livido. Strano che tu non ti sia rotto neanche un osso…Sono tutti morti bruciati. Che fine orrenda. Sì gli hai abbandonati…tutti quanti. Quanti erano ragazzo? Quante persone erano?
    Due o tre? Dimmelo, cosa credi che non si venga a scoprire il numero? Ho visto che almeno due li portavano via..Ce ne era un altro?”
    “Avevano due bambini, una ragazzina e l’altro in braccio, piccolo, non so quanto”.
    “Sei un disgraziato! Quel tipo di aereo non porta più di tre persone! Come hai potuto! Una famiglia intera cancellata, due bambini!…Già nascondi pure il viso tra le mani, ma ormai non si può più tornare indietro, l’irreparabile è successo. Presto ti verranno a prendere per portarti al commissariato per farti delle domande. Non credere, non ti conviene scappare, quando ci sono in ballo dei turisti stranieri anche in questo stato dimenticato da tutti si fanno in quattro per fare giustizia, non vogliono avere problemi con le ambasciate. E poi scappare…dove, posto più dimenticato di questo da tutti non c’è. Guardali, stanno già arrivando…ricorda questo che è importante: utilizza il tempo che hai per chiarirti le idee sui fatti successi e sforzati di ricordare come si è giunti alla tragedia.
    Incombe su di te la pena di morte ma non cercare di salvarti con verità modificate perché loro hanno la scatola nera dell’aereo e sanno, tutto sanno. L’unico a cui porterai danno è a te stesso perseverando nel tuo comportamento. Sii per una volta veramente sincero.”
    “Venga con noi, lei è in arresto”.
    Lo alzano e gli mettono le manette. Lo prendono sotto un braccio e lo fanno salire in auto.
    A Tommy pare di essere in un mondo parallelo, non reale. Possibile che stia succedendo tutto questo? La scatola nera, è vero, su ogni aereo c’è la scatola nera che raccoglie tutta la storia dell’aereo, è inutile provare a mentire…la giustizia mi condannerà sicuramente e qui vige la pena di morte…
    La macchina si ferma e Tommy viene portato davanti in una stanza arredata solo da un tavolo de due sedie.
    Entra un funzionario, dal suo comportamento si capisce che è un capo. Si siede davanti a lui e lo guarda severo.
    “Allora come sono andati i fatti? Ci racconti cosa è successo esattamente.”
    “Quello che so al momento è molto poco. Mi ricordo che il carrello dell’aereo non scendeva e dovevo fare un atterraggio di emergenza. Il ricordo successivo è la vista dell’aereo in fiamme mentre sono scappato dalla barella che mi voleva portare all’ambulanza. Quando mi sono risvegliato all’ospedale mi è venuto in mente l’incidente e allora sono voluto tornare all’aeroporto dal mio aereo.
    Lì ho incontrato Alfio che mi ha detto che i passeggeri sono tutti morti e che io mi sono salvato. Al momento è tutto quello che so.”
    “Sarà interrogato sui fatti. Usi il periodo in isolamento per schiarirsi le idee. Portatelo in cella, che non parli con nessuno”.
    “Voglio un avvocato!”.
    “Cosa crede, qui non siamo in Italia, qui l’accusa, la difesa e il giudice sono io! Portatelo via.”
    Fu portato su per una scala a chiocciola che non finiva più, tutta circondata da pareti senza finestre. Sto salendo la torre della prigione. Si sale tanto che manca il respiro. Quante volte aveva sfiorato quel cucuzzolo sfidando se stesso! Su vi è un’unica stanza, due metri per tre circa, dove fu messo senza tanti complimenti. C’è una branda con una coperta, i servizi igienici e in alto una piccolissima finestra con sbarre, dalla quale sarebbe dovuta filtrare un qualche raggio di luce ma è una notte oscura e quando la guardia chiuse la porta tutto fu buio.
    Si siede sulla sponda del letto, la testa fra le mani…

  2. “LA SCATOLA NERA” SECONDA PARTE

    Non riesco a capacitarmene, tutta la mia vita non esiste più. Il mio aereo era bruciato, non ho abbastanza soldi per comprarmene un altro, e l’assicurazione…già, quale assicurazione! Era un bel po’ che non la pagavo! Come minimo finirò nel lastrico con tutte le spese legali che ci saranno! Maledizione! Perché doveva capitare proprio a me! Tommy ha un attacco di rabbia. Si arrabbia con tutto e tutti. Sbatte i pugni contro il muro, urla, urla …ma a che pro, nessuno lo sente. Le sue urla si perdono nel buio della notte. E’ stato un incidente, che colpa ne ho io se quelle persone sono morte! Maledizione!
    Passa del tempo ma nessuno apre quella porta. Da una feritoia gli passano ogni tanto un vassoio con una brocca di vino e un pane. Tommy cerca di avere informazioni ma niente. Se ne vanno senza proferire parola. La solitudine è terrificante. Non un rumore, non una figura umana. Vede solo buio. Dicevano che mi avrebbero interrogato ma nessuno è venuto. Perde la cognizione del tempo, ma la rabbia persiste. Le sue urla però si focalizzano in quell’unico contatto: il momento del pane e del vino. “Apritemi, non voglio stare qui, fatemi uscire!” E’ solo, chiuso con se stesso e il suo dramma. Ha provato a guardare fuori ma niente da fare, la finestrella è troppo in alto, è un vero incubo. Passa ancora del tempo e la rabbia che ottenebra la mente pian piano lo lascia. Ora può iniziare a pensare…non ha altro da fare. Pensa all’appuntamento che avrebbe avuto quella sera con quella sventola…chissà come ci sarà rimasta della buca…un riso disperato. Con tutti i problemi che ho vado a pensare all’appuntamento mancato! Non voleva pensarci all’incidente, quello che lo disgustava di più è la sua vigliaccata. Lui che si era sempre vantato delle sue imprese impossibili, della sua sfida continua nel mettersi alla prova… ora sarà chiamato vigliacco! Il suo ego ha preso una bella botta! Il suo aereo, lo aveva visto, irrecuperabile! Aveva bisogno di una bella botta di alcool, qualsiasi tipo, una bella sbornia per dimenticare tutto…niente da fare. Aveva sperato più e più volte che risvegliandosi scopriva che era tutto un brutto sogno ma niente di che, quelle pareti sono sempre là, oppressive, imponenti e buie. Aveva un bisogno di luce…di gente, di baccano, di tutto. Morto ecco quello che era, dimenticato da tutti. Possibile che nessuno si ricordasse di lui? Già gli amici, quando hai bisogno si vede quello che valgono…non sono amici. Sono morto al mondo, chiuso in questa scatola di pietra! Neanche difendermi posso! Io sono innocente! E’ stato un incidente! Che colpa né ho io se quelle persone sono morte! Non l’ho premeditato! Io addirittura ho perso il mio aereo…Gli manca di volare. Io sono abituato a spazi aperti, a stare qui chiuso divento matto. Prova a chiudere gli occhi per volare con la fantasia. Si rivede solo mentre porta i turisti in voli rasoterra per permettere loro di vedere meglio e lo sfioramento della torre che faceva fare urla di terrore. Niente di che. Ma quanto tempo era che non faceva uno di quei voli nel cielo infinito? Quanto tempo era passato! Come un lampo gli appare l’immagine di lui con il padre e che volavano felici. Si ricorda l’azzurro, gli spazi immensi, l’aria tersa e limpida, la luce accecante, il calore sul viso sorridente…tempi spensierati quelli…Ora non provava più nessuna gioia nel volare, l’unico suo divertimento era far passare brutte paure ai passeggeri…fare sempre lo stesso giro panoramico, raccontare sempre la stessa storiella alla gente aveva fatto perdere ogni bellezza al volo.
    Ma perché si era ridotto così?
    Era già un po’ che provavo lo schifo di quello che ero ma più ci provavo a cambiare e più mi precipitavo dentro. Credevo sempre di avere raggiunto il fondo ma scoprivo che c’era sempre un altro fondo. Appena provavo a mettermi d’impegno per migliorarsi un po’ capitava uno scherzo degli amici, una festa e purtroppo davanti a tanto ben di dio non riuscivo a trattenermi. Così buona parte di quello che prendevo andava tutto nel divertimento.
    Tenere l’aereo in assetto, ben revisionato ci volevano impegno, costanza e volontà che certo io non avevo usato. Già, il mio aereo, tanto bello fuori ma pieno di magagne all’interno! Me lo sentivo che prima o poi sarebbe successo, ma era una sfida pure questa! La sfida contro che? No! questa non era una sfida come le altre, questa era un desiderio di suicidio! Volevo cambiare, non ci riuscivo e allora volevo morire! Ecco la verità nascosta! La disperazione di sentirmi imprigionato in una vita che non volevo più, che mi toglieva il respiro, che mi toglieva la libertà di scegliere. Perché non avevo più scelta. Nella disperazione interiore che avevo ero fin giunto a pregare quel Dio, che da tanto avevo dimenticato, che mi aiutasse, ma niente. Cambiamenti? Nessuno. Ora tutta la mia vita non esiste più. Tutta distrutta! Un momento. Che sia questo l’aiuto che Dio mi ha dato? Il mondo che mi circondava qui non c’è. Gli amici che mi trascinavano qui non ci sono…c’è solo il vuoto intorno a me. Sembra che non ci sia più neanche il tempo. Il passare delle ore si scandisce con quello che si fa ma qui…qui è solo buio. Ma questo aiuto ha distrutto una famiglia…un attimo! Non diamo la colpa a Dio per mie responsabilità! Chi non teneva a posto l’aereo? Chi commetteva continue imprudenze? Chi si è buttato giù dall’aereo lasciandoli al loro destino? Ma siamo sicuri che sia successo veramente così? L’unico che l’ha detto è Alfio. Io non ricordo…povera famiglia! Non me ne è mai fregato molto dei passeggeri. Tante facce tutte uguali, vogliosi di tanti salamelecchi e delle stesse cose! Oddio! Quei volti! Credevo di non ricordarli più! Ma eccoli! Terrorizzati prima dell’atterraggio. Ora ricordo quello sguardo di supplica e di spavento…La mamma che stringeva il piccolino inconsapevole e il papà che stringeva la ragazzina che strillava…Quella famiglia ora non c’è più per colpa mia. Magari era anche felice…E’ stato un incidente…ma premeditato con il mio comportamento. Magari erano anche persone per bene. Merito tutto questo. Io sciagurato per eliminare me, ho coinvolto altri che non avevano colpa di quello che io sono…loro sono morti e io sono ancora qua. Illeso. La spalla mi duole veramente…possibile che sia stato così vigliacco? Alfio non mi ha mai mentito. L’ho sempre considerato un uomo integro e se dice una cosa è quella, puoi starne certo! Il cervello mi scoppia, non vedo, non ricordo! La scatola nera! Devo vedere, devo sapere cosa è successo! Per superare questa situazione devo sapere! Chiederò di vedere la scatola nera! Con tutti gli insulti che ho gridato al secondino che mi porta da mangiare sai tu come ha voglia di aiutarmi? Ma devo provare! Che mi ci vogliano mesi ma devo provare! Ma se sono loro che mi vogliono interrogare…me la faranno vedere la scatola nera? Provare mi costa di umiltà. Chiedere aiuto non l’ho mia voluto fare…ma non posso fare altro. Devo anche scusarmi prima…che colpa ha il secondino di tutto quello che è successo? Lui fa solo il suo dovere.

  3. PARTE TERZA: “LA SCATOLA NERA”

    Deve essere il momento del pasto, sento dei rumori.
    Vado tentoni verso la porta, vedo la luce dalla feritoia da dove passa il vassoio.
    “Aspetta non andare! Senti, scusami per tutto quello che ti ho detto! Tu non hai colpa! Stai solo facendo il tuo dovere! Ti prego aiutami…ho bisogno di vedere la scatola nera del mio aereo per vedere esattamente cosa è successo, non ricordo niente! Ti prego aiutami!”. Non sento più nessun movimento. Deve essere andato via…Lo posso capire, sai io quanto ci impiegherei a perdonare uno che non ha fatto altro che insultarmi da quando lo conosco per il solo fatto che faccio il mio lavoro! Continuerò a chiedergli perdono e aiuto tutte le volte che verrà. Non sono tutti come me, magari lui mi perdonerà e mi vorrà aiutare. E il capitano? Mi sembrava una persona tutta di un pezzo. Ci vuole anche il suo permesso per poterla vedere! Una cosa alla volta…!
    A ogni pasto la stessa storia. L’aiuto non arriva. E per giunta in questo buio la mia mente mi fa lo scherzo di rivivere attimo dopo attimo tutta la mia vita. Rivedere tutti i momenti più schifosi con una crudezza di particolari incredibile, come se li rivivessi davvero ma con una prospettiva in più, quella di sentire il male che sto compiendo. Come un auto accusa, come se mi giudicassi da solo. In più sempre più spesso mi appaiono quelle facce, quegli occhi terrorizzati! Mi distruggono! Mi sento il viso bagnato. Sono lacrime! Sai quanto tempo era che non piangevo! Non ricordo più. Comincio a piangere e piango. Piango tutto il mio schifo e piango tutto il male che ho fatto. Tutto il male che ho fatto a tutte quelle persone che ho incontrato nella mia vita! A tutti quei ragazzi a cui ho detto: “Questa è la vera vita!” e, sul mio esempio, si sono incatenati in una via senza speranza!
    Senza tempo in questo posto segnato solo dal dolore e da quel pane e da quel vino. Inizio a chiedere perdono anche a tutte quelle persone! Quante! Non ho fatto altro che fare del male io nella mia vita? Quello che è sicuro, è che ne ho fatto tanto, ma tanto, ma tanto. Capisco che è giusto e me lo merito quel posto. Sono fin contento di esserci. Sì, sono contento perché così ho chiuso con tutto il mio passato da schifo. Chiuso con il mio passato da omicida di persone! E non parlo solo di quelle dell’aereo ma parlo anche di tutti quei giovani che si fidavano di me, della mia esperienza. Ma quale esperienza! Sapienza nel male! Merito tutto! Merito di morire qui, solo, in mezzo al dolore di questo passato così presente! Questo male che stritola le viscere e che non ti lascia mai. E’ come un incendio che mi brucia piano piano, l’incendio di quell’amore che io non ho donato e sostituito con l’odio. Che sia questo il purgatorio? Rido al pensiero. Io sono uno da inferno! “Dio, Dio perdonami anche Tu! Lo so che esisTi! Io ti ho pregato poco durante la mia vita, anzi, non ti volevo, ma mi ricordo di Te! In passato ho già chiesto il tuo aiuto e sono sicuro che questo è l’aiuto che tu mi hai dato. Sembra strano ma sono sicuro che quello che mi sta capitando qui dentro è per Tuo volere, mi stai dando una possibilità…grazie Signore, grazie Signore e perdonami nella Tua infinita bontà!”.
    Sprofondato in ginocchio piango ancora…mi ritornano in mente i voli alti nel cielo e l’amore…quanto amore e gioia che provavo in quei giorni! Avevo lasciato tutto questo per che cosa? Fango e putredine!
    Sento i passi del secondino che sta arrivando…sono distrutto, non ho più neanche la forza di rimettermi seduto. E quando vedo quel raggio di luce dalla feritoia urlo con quella voce che non sembra neanche mia: “Signore, ti prego abbi pietà di me! Mi sono comportato male, ho sbagliato ma ti prego aiutami!”.
    Sento il catenaccio girare nella serratura e un fiotto di luce abbagliarmi gli occhi. Devo chiudere gli occhi perché mi fa male tanto è forte! Rimango così, in ginocchio, accecato mentre sento i passi avvicinarsi. Sento una mano posarsi sulla mia spalla che con delicatezza mi aiuta a sedermi sulla branda.
    “Cosa vuoi da me Tommaso?”
    “Ti chiedo il tuo perdono per come mi sono comportato con te e la grazia di vedere la scatola nera del mio aereo. Ti prego!”
    “Perché vuoi vedere la scatola nera?”
    “La voglio vedere perché non ricordo tante cose del mio passato, soprattutto dell’incidente, la cosa mi sta distruggendo. Donami la possibilità di far luce! Il buio mi uccide!”.
    “E sia! Ogni tanto io verrò e ti farò vedere un po’ alla volta ciò che contiene…aspettami” Poi sento che la porta si richiude e io rimango ancora solo.

  4. QUARTA PARTE: “LA SCATOLA NERA”

    Un fiotto di speranza mi invade. Potrò vedere! Sì, potrò vedere e non mi sento più solo. Quel secondino, che io ho tanto ingiuriato, mi ha perdonato! A me, che non merito niente, che ho fatto io per lui? Niente! Mi ha detto che torna e mi aiuterà. Ma come può un secondino prendere decisioni così importanti? Prendere in mano una prova così importante e utilizzarla ci vuole uno importante! Che sia il capitano? Non gli ho neanche chiesto chi è, come si chiama. Fa tanto per me e io non mi sono interessato per niente di lui. Al momento ero tranquillo mentre parlavo con lui, mi dava un senso di pace, come se lo conoscessi da tempo…dava fiducia. Spero che torni presto. Il buio non era più così buio. Guardo verso l’alto e vedo un raggio di luce entrare dalla finestrella. Starà cambiando la stagione. Presto arriverà la primavera.
    Sento la porta della cella che si apre e vedo l’alta figura entrare. La porta si richiude alle sue spalle.
    “Ciao Tommaso, ho portato la scatola nera.”
    “Oh sì grazie!”.
    “Oggi vedremo la scena dell’incidente. Solo quella.”
    “Sì”
    L’immagine partì davanti a me preceduta da un campanellino. E vidi quello a cui non volevo credere, e risentii le urla di spavento e di terrore. E sentii le urla di supplica nell’attimo in cui le persone comprendono che mi butto e le ultime, atroci, di dolore nello schianto e nell’incendio.
    Sono solo. Il secondino se ne è andato e io non me ne sono neanche accorto. Solo per modo di dire, sono insieme al ricordo. Tutto è tornato presente. Vedendo le immagini mi sono ritornate in mente anche tutte le emozioni che provavo in quegli attimi ma con una successione lenta e ben scandita e addirittura ogni singolo pensiero. Non potevo ingannare il mio giudizio. Mi sembra di essere un testimone ma così vicino ai fatti da esservi dentro.
    Prendo coscienza e sprofondo nel dolore. Dolore che riempie lo spirito a tal punto da sbordare nel fisico. Perdo le forze a tal punto da non reggermi. Mi sdraio sulla branda, tutto raggomitolato e con il cuscino sulla testa. No non posso cancellare quello che è successo, neanche il cuscino che ho cacciato sul viso come protezione serve a qualcosa. Urlo e piango dal dolore. Poi spossato e sfinito mi addormento. Mi risveglio di soprassalto, niente è cambiato. Sento il rumore della feritoia. Arriva il pane e il vino. Corro alla porta!
    “Grazie, Grazie per quello che ha fatto per me!” urlo mentre lo sento allontanarsi. Non so ancora come si chiama, anche questa volta non gli ho chiesto il suo nome. Continuo a stare male, non c’è momento di tregua, soffro. Ma sono contento di soffrire. Soffro e chiedo di soffrire ancora di più. Volevo soffrire tanto da uccidermi in tutto quello che ero stato ma…non potevo far rivivere quelle persone. Avevo ammazzato delle persone innocenti! E’ un peso che schiaccia e toglie il fiato. Merito ogni istante di tormento e di dolore! Passa il tempo, non so quanto ma il cibo, si sussegue uno dopo l’altro. Non dico più niente se non: “Grazie di tutto”. Rimango lì, seduto sulla branda. Il dolore intenso si trasforma piano piano in un dolore sordo, profondo ma più sopportabile e giunge la spossatezza, la stanchezza.
    Gli improvvisi colpi di sonno e i risvegli dall’incubo ricorrente si trasformano in sonni più profondi e lunghi. L’incidente è sì dolore ma calmo come interiorizzato. C’è ma è controllato. Lo ricordi ma non ti distrugge.
    Mi accorgo che per tutto il tempo non ho fatto altro che chiedere pietà a Dio. La sua misericordia il suo perdono e attraverso a Lui a quelle persone. Le sbarre, che tagliano la luce della finestrella, formano una croce sulla parete dirimpetto. E’ lì il mio sguardo e la mia speranza. La giustizia deve fare il suo corso ma la misericordia di Dio è grande. Cosa diceva Alfio? “Ragazzo, se ti penti e cambi, Dio ti perdonerà perché è Giustizia ma è anche infinita la Sua misericordia! Ricordati però, Dio non s’inganna, Lui ti guarda dentro! Qui nel petto e qui nella testa, il tuo pentimento deve essere grande e dimostrato dal tuo comportamento da quel momento in poi. Ma non credere di riuscirci da solo devi chiedere aiuto a Dio, ragazzo. Tu non puoi da solo, è Dio che ti dà prima il pentimento e poi la forza e la costanza per cambiare! Devi chiedere aiuto a Dio! Devi chiedere aiuto a Dio!”. Quante volte glielo aveva ripetuto! Guarda quella Croce continuamente. Non ha più altra speranza se non in quella per ricevere il perdono. Non ci sono parole, ma vive in quello sguardo.
    La porta della prigione si riapre.
    “Sono tornato per farti vedere un altro filmato”
    “Grazie”
    E così come la prima volta si susseguono le immagini, il dolore e la speranza nel perdono nel Crocefisso.
    Il guardiano torna più volte.
    Altro tempo passa. Tommy non sa quanto ma la luce che intaglia la Croce sulla parete è sempre più viva, più presente e più calda e anche lui si sente meno oppresso e più tranquillo.
    Il secondino non torna da tempo.
    I filmati della scatola nera sono terminati. Tutti i ricordi dei momenti più brutti vissuti nella sua vita sono ben presenti ma assorbiti. Tommy ora è consapevole dello schifo che fa e accetta il presente sapendo che se lo merita. E’ poco, lo sa, ma lo offre ugualmente a Dio, sapendo più che sperando che riceverà il suo perdono.
    Dio ha promesso. Dio mantiene le sue promesse e…guarda la Croce.
    Sente la serratura e la porta cigolare.
    Torna?
    “Ciao Tommaso. Ora puoi uscire è finita!”
    “Finità?”
    “Vieni con me, ti porto in una stanza dove ti potrai sistemare. Verrà anche un barbiere.”
    Vedendo che Tommy restava fermo come imbambolato il secondino allunga le mani per invitarlo a venire verso la porta. Ma Tommy non vede, ancora abbagliato dalla luce. Allora gli si avvicina gli prende la mano ancora a penzoloni lungo il corpo e lo conduce verso la luce. Tommy non può fare altro che coprirsi gli occhi con il braccio. Scendono le scale. “Per un po’ non vedrai ancora bene, vivrai perciò nella semioscurità per abituarti piano piano alla luce. Ma stai tranquillo tutto tornerà luminoso.
    “Aspetta non lasciarmi, mi piacerebbe sapere chi sei, non so neppure il tuo nome!”.
    “Tu sai chi Io Sono!” e va.
    Tommy si sistema. Il barbiere lo rade e gli taglia i capelli. Finalmente si guarda allo specchio. E smagrito, con le occhiaie sotto gli occhi, bianco cadaverico ma ha una luce negli occhi che non ricordava.
    “C’è una visita per te!”: gli dice una guardia.
    “Una visita per me dopo tutto questo tempo! Chi mai può essere?”
    “Accetta la visita?”
    “Sì sì, certo che l’accetto!”
    “Gli mettono le manette e lo accompagnano nella stessa stanza spoglia di quando è arrivato.
    Dopo un attimo si apre la porta.
    “Alfio!”
    Tommy fa per corrergli incontro ma è ammanettato al tavolo.
    “Ragazzo mio” e il vecchio Alfio lo va ad abbracciare commosso.
    Stanno così per un po’ poi Alfio prende la seggiola che c’è dall’altra parte del tavolo e si siede davanti al lui.
    “Allora, è stato doloroso?”
    “Sì, tanto. Non pensavo una cosa così però. Quando succedono questi incidenti di solito si viene interrogati subito, invece io sono stato messo in isolamento fino a poche ora fa. Non mi spiego”.

  5. QUINTA PARTE. “LA SCATOLA NERA”
    “Il Capitano non segue la prassi solita. Ha deciso di seguire la stessa logica che utilizza Dio. Sa che tutti non si pentono ma vuole darne ugualmente la possibilità e così ha fatto con te. Tommy, ci sei riuscito. Hai scacciato da te la rabbia e l’odio che ti accecava e hai aperto le porte all’umiltà e al riconoscimento del tuo peccato. La solitudine aiuta a pensare e il dolore interiore è l’unica via che si può seguire, purtroppo, non ve ne sono altre. Credo che abbia preso aspirazione dalla Bibbia. Tutta la storia è costellata da grandi peccati dell’uomo sui quali Dio ha donato grandi grazie di salvezza. Il più importante naturalmente è la crocifissione del Cristo. A pensarci bene direi che il personaggio che più si può agganciare alla tua storia potrebbe essere Mosè. Te lo ricordi?”
    “E’ quello che ha diviso il Mar Rosso. Ma che ha in comune con me?”
    “Ti ricordi le sue origini?”
    “Le cose classiche. Trovato nel Nilo dalla figlia del Faraone che poi lo ha adottato. Viene svezzato dalla vera madre israelita che lo istruisce anche nella loro legge. Diventato grande quando vede un romano maltrattare un israelita lo ammazza. Scoperto è costretto a scappare nel deserto. Si sposa e vive là fino a quando non viene chiamato da Dio a condurre il suo popolo fuori dall’Egitto. Con me può avere il fatto che ha ucciso delle persone, magari senza volere…per il resto…”
    “Pensaci bene. Prova a pensare al conflitto che aveva dentro di lui mentre viveva nel palazzo e vedeva i suoi fratelli schiavi. La sua impotenza come era la tua impotenza nel distaccarti dai tuoi vizi. Prova pensarci. Arriva fino alla disperazione. Poi cosa succede, la disgrazia. Uccide una guardia romana. Deve lasciare tutto e scappare nel deserto. Là è solo, abbandonato e privo di affetti. Tempo per pensare, meditare e comprendere. Il grande silenzio interiore necessario per sentire Dio che parla alla nostra coscienza. L’abbandono di tutto ciò che per noi è importante, di tutte quelle necessità che mettiamo al primo posto anziché Dio. Poi trova la famiglia. Questa gli da il tempo di riprendersi e di crescere anche spiritualmente. Prova a pensare quanto tempo aveva per meditare mentre faceva il pastore tra le montagne: quasi tutta la giornata. Siamo noi ad avere fretta. E a te cosa è successo? Non sei stato isolato dopo l’incidente? Cosa ne pensi?”
    “In effetti. Qualche somiglianza c’è. Però io non ho trovato una moglie. Sono stato rinchiuso per non so quanto tempo e basta! L’aver ucciso ed essere stati soli un po’ ma niente di più ci accomuna!”
    “Tu sei ancora all’inizio ragazzo, prima cosa. Che ti credi, di essere già in alto per così poco? Ne hai ancora di strada e tanto ma tanto da soffrire! Ritorniamo ora alla prima parte: il momento della solitudine e confronta. Dio ha ascoltato la vostra preghiera? E il cammino che hai intrapreso? Ma non ti accorgi ragazzo che sei libero? Non guardarmi con quella faccia! Non parlo di quelle manette! Sto parlando di tutte quelle brutte abitudini che avevi…ti sei disintossicato! Non hai più quelle catene che ti impedivano di staccarti da quella vita! Sei libero, te ne rendi conto?”
    “E’ vero, adesso che mi ci fai pensare… ci sono rimasto un bel po’ dentro quella stanza e non ho mai bevuto alcolici. Un po’ di vino sì ma non certo da perdere la testa. Niente donne e niente bagordi e stramberie con gli amici. Però ammetto che a pensarci mi ritorna voglia…”
    “Ha volte scompare e a volte rimane. Ora ne sei fuori, puoi gestirla se vuoi. Se ti è rimasto il desiderio vuol dire che ti si chiede lo sforzo di resistere. Ora se vuoi ci riesci”
    “Il Capitano ti vuole nel suo ufficio” dice una guardia facendo capolino dalla porta.
    “Vengo subito.”
    “Signore, chiede il Capitano se può aspettare un attimo. Avrebbe bisogno di lei dopo”, dice la guardia mentre libera Tommy dalla tavola.
    “Non c’è problema aspetto”, risponde Alfio e a Tommy: “Comportati bene ragazzo!”.
    Viene fatto accomodare davanti alla scrivania del Capitano, ancora impegnato a leggere e poi firmare delle carte.
    Poi alza gli occhi e sorride. “Allora Tommaso ti senti meglio adesso lavato e sbarbato?”
    “Quella voce! Lei è il secondino! Era Lei che mi portava la scatola nera!”
    “Le cose importanti mi piace farle da me!”
    “La ringrazio tanto Capitano per tutto quello che ha fatto per me!”
    “Sei stato tu Tommaso a scegliere se bere tutto il calice della giustizia o miscelarlo con una grande abbondanza di misericordia. E tu Tommaso hai scelto la via della conoscenza e dell’amore. Ora Tommaso è venuto il momento di raccontarmi tutto, senza tralasciare niente.”
    “Ma lei sa già tutto. Cosa serve che io lo ripeta?”
    “Sei tu più grande di me per giudicare come io opero?”
    “No, Signore. Ora le racconto tutto”.
    Tommy racconta tutta la sua vita, tutti i suoi errori, tutte le sue cadute e mentre le diceva sentiva il loro peso diventare sempre più leggero, meno opprimente. Stava svuotando tutto quel marciume.
    “Ora Tommaso io considero sufficiente la pena che hai scontata e perciò considero finito il tuo debito con la giustizia nel mio regno. Non ti dimenticare però l’accaduto. Tienilo sempre presente per fare meglio in futuro e comportarti nella stessa maniera con gli altri. Opera sempre con giustizia e grandissima misericordia”.
    “Cercherò Capitano”
    “Purtroppo, però, non posso dire la stessa cosa per le leggi dell’Italia. Vuole la tua estradizione per processarti lei stessa con le sue leggi. Fra qualche giorno arriveranno le guardie italiane per portati là. Mi dispiace ma non posso fare niente per impedirlo.”
    “Oh, lei ha fatto tanto per me. Ancora non me ne rendo conto bene ma da quello che mi ha detto Alfio io sono guarito, stando qui, da vizi tremendi.”
    “Un conto è stare qui, al chiuso, senza la possibilità di ricadere ma nel mondo, in mezzo alle tentazioni ci vuole una grande volontà per non ricadere. Ti sentiresti tu in grado di provare? Sperimentare il cambiamento che è avvenuto in te, ti aiuterebbe tanto nel periodo che dovrai affrontare in Italia, perciò decido che questi giorni che rimangono tu li passerai libero. Naturalmente mi devi promettere di non lasciare lo Stato e di farti accompagnare docilmente nelle mani italiane quando sarà il momento…”
    “Non si preoccupi Capitano. Rispetterò l’accordo e passerò i giorni come lei ha detto”.
    “Chiama dentro il signor Alfio”.
    “Subito Capitano!”
    “Si accomodi signor Alfio. Lo fatta aspettare perché volevo domandarle un piacere. Ho domandato al ragazzo di passare i giorni che rimangono prima della partenza per l’Italia nei luoghi dove ha abitato e lavorato fino ad adesso per fargli toccare con mano i cambiamenti che sono avvenuti in lui e vedere anche se riesce a controllarsi nei suoi vizi. Vorrei tanto che lei gli desse un occhio, pensa di farmi questa cortesia?”
    “Ci proverò capitano”.
    “Bene. Tommaso ho deciso di fidarmi di te. Vai a casa tua. Ci rivediamo fra qualche giorno.
    Accompagni i Signori alla porta”.
    “Subito Capitano”.

  6. SESTA PARTE: “LA SCATOLA NERA”

    RACCONTO: “LA SCATOLA NERA”
    SESTA PARTE
    “Tommy mentre eri via mi sono permesso di entrare nel tuo appartamento per svuotare il frigo, prendere la posta.”
    “Hai fatto bene! Sarebbe marcito tutto! Ma dove hai preso le chiavi?”
    “Ti ho visto spesso nasconderle dentro l’armadietto dei medicinali. Credo che non sia un posto molto segreto per nessuno quello!”
    “Ti ringrazio Alfio. Anzi se non ti dispiace continua a farlo anche mentre mi trovo in Italia.”
    “Ci penso io, non preoccuparti. E’ là la jip”.
    “Senti mi puoi portare in chiesa? Devo ringraziare una persona…” con un sorriso sulle labbra e gli occhi scintillanti.
    “Fa conto di essere già lì”.
    “C’è ancora don Felipe?”
    “Puoi ben dirlo e con lui ci sono anche tre suore! Ne sono successe di cose in tutto questo tempo!”
    “Bè ma quanto sono stato nella torre? Che giorno è oggi?”
    “La tragedia è successa il 21 settembre e oggi è l’11 settembre. E’ passato quasi un anno ragazzo. Guarda. E’ stata costruita una scuola e un piccolo ospedale vicino alla chiesa.”
    Mentre entrano in chiesa don Felipe va a loro incontro.
    “Ciao Alfio, chi mi hai portato oggi? Tommy sei tu, da lontano e così dimagrito non ti avevo riconosciuto! Come va?”
    “Ora va molto meglio. Sono venuto per ringraziare Dio per quello che ha fatto per me e, se ha tempo, vorrei confessarmi padre.”
    “Sì Tommy, sono a tua disposizione. Mettiamoci seduti laggiù in quell’angolo così staremo tranquilli.”
    Così Tommy al sacerdote racconta non solo dell’incidente ma di tutti i peccati che aveva commesso nella sua vita. Poi si mise in ginocchio e ringraziò il Dio altissimo.
    “Ora andiamo a casa” dice ad Alfio che lo aspettava in disparte.
    “E’ proprio una bella sera e questa aria fraschetta si lascia respirare a pieni polmoni. Dopo tanto tempo al chiuso è magnifica! Ecco casa mia, mi sembra un miraggio. A proposito, sei stato tu a portarmi la biancheria e i vestiti puliti?”
    “Sì ragazzo, ho frugato un po’ nei tuoi cassetti.”
    “Grazie ancora vecchio.” E lo abbraccia. Sapeva di avere un grande amico ma ora ne ha la prova. L’unico che è rimasto al suo fianco. “Ora, strano a dirsi ma vorrei rimanere un po’ da solo”.
    “Ne hai bisogno. Ora vado. Ti ho lasciato qualcosa da mangiare dentro al frigo. Passa una buona notte” dandogli una pacca sulla spalla.
    “Pensi sempre a tutto! Ci vediamo vecchio” e si avvia verso casa.
    E’ così strano aprire la porta di casa, sembra di vivere una vita parallela. Tutto è a posto. Alfio deve anche aver cambiato l’aria. Tutto è pulito. Sul tavolo della cucina c’è una pagnotta enorme di pane. Vediamo in frigo. “C’è un bel salame e una bella caciotta! Grande Alfio! C’è del vino? Niente vino. Alfio mi ha sempre sgridato per quelli! Coca magnifico. Nella dispensa ci dovrebbe essere qualche scatoletta…no no questa sera si fa baraca!”.
    Con la pancia piena Tommy si sdraia sul letto e mentre ringraziava sprofonda in un sonno profondo.
    “Ma cosa succede!” E’ il campanello! “Arrivo, un attimo!”
    “Ben tornato! C’è tutta la banda di sotto che vuole portarti a festeggiare! Abbiamo fatto un programmino da urlo! Dai che andiamo!”.
    Attimo di terrore, non di piacere. Questa è stata la prima sensazione che ha provato nel rivedere il suo amico. Terrore di pericolo. Subito si ritrova tutto sveglio e con i sensi pronti allo scatto come se stesse per affrontare un grande pericolo. No che non ci voleva andare! Il solo pensiero gli faceva paura.
    “Jeky porta le mie scuse a tutti quanti ma proprio non me la sento. Ho bisogno di riprendermi e devo stare solo. Ringrazia tutti da parte mia per il pensiero e divertitevi voi anche per me.” Cerca di chiudere la porta in sua difesa ma Jeky la brocca. “Ma cosa fai? Non vieni neanche a salutarci? Veniamo qui tutti bardati, pronti per far festa e tu ci tratti in questo modo? Non te lo posso permettere. Dai vieni giù, almeno per salutarci tutti di persona”.
    “Sono troppo stanco. Lasciami Jeky non tirare!”
    “E’ inutile non ti mollo” mentre da un tirotto alla porta.
    “Ragazzi eccolo!”
    “W Tommy ippy urrà urrà”
    Tommy li guardava mentre si avvicinava all’auto. Ma chi sono quelli? Ero anche io così? Gli facevano pena, tutti così fuori di testa e con le bottiglie di alcool in mano. Loro pena, l’alcool orrore. Nello stesso tempo però sente affiorare il desiderio di seguirli. Che combinazione!
    No non voglio e scuotendo la testa cancella quel pensiero. Doveva andarsene! Non era pronto ancora ad affrontare tutto di petto! “Ciao a tutti ragazzi! Che bella sorpresa!”
    “Sei fuori! Bisogna festeggiare! Ti abbiamo prenotato una seratina da Polet, che ne dici? Non siamo degli amici?”
    “Veramente avete pensato a tutto. Ma ora sono veramente stanco. Ho avuto un periodo molto difficile e mi ci vuole un po’ di tranquillità. Scusatemi ma non me la sento…” girandosi per ritornare in casa.
    “Tommy lasci i tuoi amici così?”
    “Scusatemi ma non mi va. E poi non c’è niente da festeggiare. Fra non molto mi verranno a prendere per andare in Italia, dove mi processeranno. Come vedete non c’è proprio niente da festeggiare. Ho bisogno di star solo nel poco tempo che mi rimane. Scusatemi.”
    “Se è così non dovresti perdere nemmeno un secondo di divertimento. Dai unisciti a noi!”
    “Ragazzi per piacere, addio!” e si impone di non correre nel rientrare in casa. Sente la macchina sgommare e le loro urla allontanarsi nella notte. E’ finita.
    Stanco come avesse fatto una maratona entra in casa e si accascia sul divano.
    Mezzanotte, l’ora dei fantasmi. Il passato che ritorna, che vuole ridiventare presente. No, ora posso dire basta. Strani quei sentimenti. Pena vedere delle persone ridotte così e nello stesso tempo il desiderio di prendere anche io quella bottiglia. Strano ma è così. Ora però sono contento di non esserci andato. Sono ancora agitato. Devo calmarmi. Mi faccio un bel panino, proprio quello che ci vuole. Chissà in che stato è la nutella? Un po’ sul duretto ma decisamente commestibile. “Ebbene affoghiamo tutti i nostri pensieri in questa leccornia”.
    Che cosa mi propongo di fare in questi giorni? Vediamo un po’ di programmare la giornata di domani.
    Prima cosa vado all’aeroporto. Voglio vedere come vanno le cose e sistemare tutto ciò che posso aver lasciato in sospeso. Devo anche passare con Alfio dalla banca per lasciare la sua firma sul mio conto, così potrà pagare le bollette e fare tutto ciò che serve. A proposito devo anche pagargli tutto quanto. E poi? Direi che per domani, anzi oggi mi fermerei a qui col programma, poi vedrò. Torno a letto.

  7. RACCONTO: “LA SCATOLA NERA”
    SETTIMA PARTE

    Strano però che il Capitano abbia dato ad Alfio il compito di mio supervisore con una tale facilità. C’è qualcosa sotto. Secondo me si conoscono piuttosto bene. Appena lo vedo voglio domandarlo ad Alfio. Ecco l’aeroporto, non è cambiato proprio niente, manca solo il mio aereo. “Alfio, ci sei?” urla Tommy mentre entra dentro all’officina. “Sono qui dietro all’aereo!”.
    “Un po’ vecchiotto, di chi è?” dice tommy passando la mano sulla carrozzeria.
    “Per il momento è mio” con un sorriso un po’ imbarazzato Alfio.
    “Tuo? Ma io non ti ho mai visto volare!”
    “Già, ma un tempo anche io ero un pilota. Questo è un vecchio amico. E’ stato il mio aereo. Ah tanti anni e tanti chilometri. L’anno messo anche lui in pensione e il suo padrone ha voluto regalarmelo. Adesso sto verificando in che stato è il motore.”
    “Pensi che possa ancora volare?”
    “La carrozzeria è un po’ datata ma direi che è decisamente funzionante e abile al volo. E’ come una macchina d’epoca ben tenuta.”
    “Ti ha fatto proprio un bel regalo! Deve essere uno che ha molti soldi, perché deve valere parecchio!”
    “Mi ha regalato tanti bei ricordi. Sì mi ha fatto il regalo più bello che poteva farmi.”
    “Ma perché te lo ha regalato?”
    “Io lavoravo per suo padre, il grande proprietario terriero”
    “Mi sto accorgendo che io non so niente del tuo passato. Ti ho sempre visto lavorare qui, credevo che non ti fossi mai mosso.”
    “Ho lavorato per il padrone della grande piantagione. Vedi qui tutte le terre agricole che si trovano appena fuori dalla cittadina appartengono tutte alla stessa persona. Adesso il nuovo proprietario ha diviso il terreno in tanti piccoli lotti e gli ha dati in gestione agli indigeni. Un tempo non era così. Il vecchio Padrone trattava gli abitanti dell’isola come schiavi. Li faceva lavorare dando loro solo il necessario per vivere. Brutti ricordi. Tu sei arrivato che qui era già tutto cambiato e il clima era pieno di pace e serenità. Ma gli indigeni sanno e ricordano. Ma veniamo a te. Hai passato una buona notte nel tuo letto?”
    “Puoi ben dirlo! Poi ho trovato quel bel salame! Grazie Alfio, ancora di tutto. Anzi, quando avrai un po’ di tempo, vorrei andare alla banca con te per pagarti tutte le spese che hai sostenuto per me e darti la delega sul mio conto, così potrai operare per me. Non so quanto starò via e posso fidarmi solo di te.”
    “Come vuoi. Non preoccuparti, penserò io a tutto. Prima però che ne dici di portarmi a fare un giretto su questo vecchietto. Ti va di collaudarlo?”
    “Se mi va! Non vedo l’ora! Ma non so se ho il permesso e il patentino!” un po’ triste.
    “Tranquillo ho già chiesto il permesso al Capitano. Basta che sull’aereo ci sia anch’io possiamo andare” dice Alfio con un bel sorriso.
    “Tu mi nascondi qualcosa sui tuoi rapporti col Lui. Poi mi racconti. Adesso ho una tale adrenalina che non riesco a ragionare. Dai che andiamo. C’è già il carburante? Sali Alfio che partiamo!” dice Tommy balzando al posto di guida.
    “Vai piano e non strapazzarlo, ha i suoi anni e bisogna trattarlo come una vecchia signora.”
    “Tranquillo lo farò volare su un tappeto rosso! Si parte!”
    L’aereo prende il volo. Piano all’inizio e rasoterra ma quando vedono che risponde bene hai comandi puntano verso l’alto. “Uuuuhhh verso il cielo” dice Tommy e ride felice come non faceva da anni. Si sente libero, sereno e in pace con se stesso come non provava da tempo. Alfio lo guarda più composto e commosso. Ricorda il passato e gioisce del presente. Tommy guarda il vecchio seduto accanto a se e ricorda suo padre. Quanti anni fa. Ma così vivi ancora dentro di lui! “Raccontami di te. Cosa facevi con questo aereo?”
    “Io ero il suo pilota e tuttofare. Lo portavo in giro per i grandi mercati del continente per contattare i suoi clienti. Mi occupavo della sua auto, del suo aereo e del giardino. Tutto qui”.
    “E’ stato in quel periodo che hai conosciuto il Capitano?”
    “Ecco dove volevi arrivare! Sei furbo ragazzo…ma si hai ragione l’ho conosciuto proprio in quel periodo.”
    “Raccontami.”
    “Cosa ti può interessare a te che sei giovane la vita di un vecchio…” un po’ sornione.
    “E va bene. Sono curioso di conoscere i tuoi rapporti con il Capitano. Ti deve conoscere molto bene per affidarmi a te con una tale fiducia. Ti ha addirittura dato il permesso di farmi volare! Ora io potrei prenderti scappare senza problemi, lasciando l’isola e non farmi più vedere e Lui si troverebbe in guai seri. Deve fidarsi moltissimo del tuo giudizio perché di me ancora non può.”
    “Hai ragione.”
    “Dai raccontami.”
    “Non è bene essere curiosi ma questa volta voglio accontentarti perché è una bella e buona storia.
    Come ti ho detto lavoravo presso questo Padrone. Tutti lo chiamavano così. Si era trasferito qui dopo la prima grande guerra e aveva comprato tutto per una cifra irrisoria. Gli indigeni, per dire gli abitanti dell’isola, non erano abili negli affari e non sapevano a cosa andavano incontro. La situazione nel giro di poco tempo però è precipitata. La gente pensava che il gruzzoletto, che per loro era una enormità, durasse per sempre, ma si sbagliavano di grosso. Il piccolo salario che prendevano nel lavorare per lui non bastava e a poco a poco tutti i risparmi finirono. Uno dopo l’altro finirono tutti per indebitarsi con lui e così diventò il Padrone. Arrivarono anche altri suoi connazionali ma più per costruire qualche albergo turistico per gli svaghi dei ricchi connazionali ma niente di più. Lui era il Padrone. Si sposò con una connazionale molto gracilina che odiava gli indigeni, con i loro modi semplici, e passava tutto il suo tempo negli alberghi sulla costa, a divertirsi. Io sono arrivato proprio in questo periodo. Lui cercava un pilota e io ero un giovane senza legami e guidavo un aereo di rifornimento dell’esercito. Non ne potevo più di guerre e sofferenze e così ho accettato il lavoro. Quando sono arrivato qui e mi sono guardato intorno mi sembrava di essere tornato indietro nella storia e sprofondato in un posto dove certo non si poteva dire che mancasse la sofferenza. Così mi proposi di aiutare la gente per quello che potevo mentre cercavo un posto di lavoro migliore. Poi però capitò un fatto che mi fece cambiare idea. Il Padrone non riusciva avere un erede. La giovane moglie doveva essere sterile perché lui di certo non lo era. Infatti aveva avuto, poco prima del matrimonio, un bambino, Jacob, da una bella ragazza del villaggio. Vista la situazione decise di prenderlo con sé e farlo diventare suo erede. La moglie però non ne voleva sapere ma alla fine, messa alle strette, dovette accettare l’inevitabile, se voleva restare signora in quella casa. La madre del bambino però doveva sparire. Così le fu dato un bel gruzzoletto e spedita sulla terra ferma. Quel povero bambino di tre anni era solo. Non aveva più nessuno che gli volesse bene e gli mostrasse un po’ di affetto in quella grande casa.
    All’inizio era troppo piccolo per un precettore e le cameriere poverette avevano appena il tempo di tenerlo pulito, erano oberate di lavoro. Così Jacob iniziò a seguirmi nel mio lavoro di giardinaggio. Stavamo sempre insieme e nel tempo libero giocavo con lui. Diventai la sua famiglia e lui la mia. Gli piaceva ascoltare storie che poi si industriava a mettere in pratica nei suoi giochi. Mi venne l’idea di prendere come libro la Bibbia. E’ piena di grandi storie e racconti. I bimbi a quell’età imparano in un baleno. Era insaziabile. Ma la storia che preferiva di più era quella di Mosè. Usava le pozzanghere come mare. Che ricordi…Diventò il mio piccolo Mosè. A lui piaceva essere chiamato così e così nel giro di poco tempo diventò per tutti il piccolo Mosè. Mi ricordo quando facevo i falò per bruciare le potature. Restava lì incantato e immaginava il cespuglio infuocato che Mosè vide sul monte. Sperava sempre che la legna non bruciasse…Il mio piccolo Mosè. Poi arrivò un precettore connazionale del Padrone. Iniziò a studiare e a essere molto impegnato ma appena aveva un minuto correva da me. Andavamo spesso a fare delle passeggiate e vedere quella povera gente che lavorava e soffriva lo faceva star male. Non sapeva come fare. Lui sapeva di essere uno di loro ma aveva le mani legate. Era troppo piccolo. A dieci anni fu mandato in collegio nel continente. Mi tornò la voglia di scappare via da quel posto ma non potevo. Cosa avrebbe detto Mosè tornado a casa e non trovandomi? E quando tornava riprendevamo in mano il nostro Libro e tutto era come prima. Aveva solo un desiderio, finire gli studi per poter aiutare tutta quella gente. Suo padre non aveva il diritto di trattare così degli esseri umani. Quante discussioni faceva con lui su questo argomento e tutte finivano con un gran sbattere di porte. Il vecchio non mollava. L’unica cosa che poteva fare era andare dalla gente, aiutarla con i soldi che aveva per le sue spese personali e promettere loro un futuro migliore quando lui sarebbe tornato. Il popolo viveva con quella speranza resa credibile dalle gesta che faceva.”
    “Ma Mosè è il Capitano?”
    “Lo hai detto.”
    “Tommy ci conviene atterrare, continueremo la storia davanti a un bel piatto di pasta. Direi che l’aereo è perfetto.”
    “Sì è fantastico. Atterriamo”.

  8. RACCONTO: “LA SCATOLA NERA”
    OTTAVA PARTE

    “Sono stanco. Dopo mangiato siamo solo stati in banca e mi sento spossato”.
    “Non sei abituato a muoverti, il tuo fisico deve riprendersi. Tommy, ascoltami bene. Questa che ti dico è una cosa importante. Oggi stiamo passando una giornata un po’ spensierata, ed è giusto così, ma ricordati bene, anche se il Capitano ti ha perdonato questo non significa che tu debba dimenticare l’incidente e quelle persone che sono morte. Ricordalo sempre. Sappiamo tutti e due che il carrello di un aereo che non si apre può essere dovuto sì a un guasto improvviso ma magari poteva essere evitato con maggiori controlli sull’aereo.”
    “Sì, Alfio, lo so. Non preoccuparti, dentro al mio cervello questo pensiero non mi abbandona mai.”
    “Guarda, ho conservato il giornale italiano del giorno dell’incidente. Ci sono state pubblicate le foto delle vittime. Vorrei che lo conservassi tu, perché i loro volti ti rendano ben consapevole che erano persone vere e non degli esseri senza volto. Pensa anche alle persone che li aspettavano a casa. Quanta gente ha sofferto in conseguenza ai tuoi comportamenti sbagliati. Che ti serva di lezione per non ricadere e comportarti sempre bene.”
    Tommy è lì seduto al tavolo con in mano il giornale aperto. Vedere quei volti in faccia lo sprofonda nuovamente nel ricordo di quel momento. E’ giusto così, lui è ancora vivo ma a quale prezzo! Deve portare quei volti con sé anche in Italia. Di certo gli saranno da monito e poi c’è scritto anche il nome del paese di provenienza. Se potrà, quando tutto con la legge sarà finito, andrà a visitare quel posto.
    “Scusami ragazzo se ti ho fatto incupire ma dovevo dirtelo. Adesso basta, oggi deve essere una giornata di serenità. Su dai vieni, lo so che sei stanco, ma andiamo a fare una passeggiata così ridai un po’ di vita a quelle lunghe zampe!” e lo stiracchia da un braccio.
    “Vengo però mi continui la storia di questa mattina. Tra una cosa e l’altra me l’hai troncata a metà!”
    “Come vuoi. Prendiamo il viale alberato?”
    “Sì così arriviamo al mare”.
    “Dunque dove eravamo rimasti?”
    “Che lui studiava all’estero e non vedeva l’ora di tornare per salvare il suo popolo”.
    “Già ora ricordo…Passano gli anni e finalmente il mio Mosè finisce gli studi. Appena tornato non perde tempo, va nell’ufficio del padre. Il Padrone è molto vecchio ma la testa è ancora ben funzionante. Conosce fin troppo bene le intenzioni del figlio e non si fida a lasciarlo agire nella sua proprietà. Cerca di affibbiare al figlio il controllo del mercato all’estero, con la scusa che lui è meglio che stia al riposo. Jacob però non è d’accordo. Lui vuole restare a casa e prendere nel giro di poco tempo il controllo della società. Il mercato estero è gestito benissimo dai venditori che sono già nei varie zone. Lui serve qui. -Tu sei vecchio e devi ora lasciare che sia io ad occuparmi di tutto. Ormai hai il cuore molto debole. – Gli diceva, cercando di prenderlo con le buone. Ma il Padrone era troppo legato alle sue cose. Desiderava proprio sguazzarci in mezzo. Così ripartì la discussione. Le urla si sentivano fin nel giardino. Il padre cacciò di casa il mio Jacob. Non lo voleva più rivedere, così diceva. Ma per lo sforzo e la rabbia ebbe un nuovo attacco di cuore. Subito soccorso dal dottore sempre presente riuscì anche questa volta a salvarsi.
    Jacob lascia così di nuovo la grande casa. Non sapendo dove andare stette per qualche tempo a casa mia, di nascosto al padrone, e poi trovato il lavoro nella polizia si trasferì in caserma. Io non me la sentivo più di continuare a vedere quella serpe e così lasciai il lavoro e la casa e con i soldi che avevo risparmiato mi comprai la mia officina e il piccolo appartamento di sopra per viverci. Jacob intanto fu subito notato dal capitano di allora che lo prese subito come aiuto prima e poi come consigliere. Non passò più di un anno che il Padrone morì. Sai dov’era? Era in macchina. Si tava recando dal notaio per diseredare il figlio. Diceva: “Piuttosto lo lascio ai parenti di mia moglie piuttosto di lasciare anche solo un centesimo a quello sciagurato!” Non è mai arrivato dal notaio.
    Così finalmente il mio Jacob ha avuto carta bianca nella proprietà. Tutti rimasero meravigliati per quello che voleva fare. Tutta la proprietà del padre fu divisa in lotti, che vennero distribuiti ai contadini non in maniera tutta uguale ma secondo un ordine che lui solo conosceva. A chi uno, a chi due, a chi tre in vista di un piano superiore di insieme che lui aveva in mente.
    I contadini però non erano ancora in grado di gestirsi da soli, tanti anni di dipendenza completa li avevano schiacciati completamente. Prese allora lui il controllo del commercio creando una cooperativa di piccole aziende agricole alle quali lui faceva capo. Scelse poi degli uomini che lo avrebbero seguito in ogni suo spostamento per insegnargli tutto quanto lui conosceva per affidargli poi in futuro tutta la società.
    L’unica cosa che chiedeva è che tutti rispettassero le sue leggi non per oppressione ma con libero desiderio di far parte della sua gente. Prova a immaginare le persone come rimasero incantate da lui e come continuassero a domandarsi per quale motivo lui si comportasse così. Non si raccapezzavano. Nessun uomo, di loro conoscenza, avrebbe regalato tutto e impiegato anche il suo patrimonio liquido per il bene di tutti.
    Troppo curiosi, andarono a chiederglielo e sai cosa ha risposto? “Perché agisco come il mio Dio mi ha insegnato. La sua legge è quella dell’amore che si può riassumere nel comandamento: Ama Dio sopra ogni cosa e il prossimo tuo come te stesso. Tutto è scritto in questo libro” e presentò loro la Bibbia. Nessuno dei loro dei aveva mai insegnato loro cose del genere. E così per la curiosità di conoscere meglio la legge che seguiva il loro liberatore cominciarono a leggere il grande Libro riunendosi alla sera dopo il lavoro. Ma non comprendevano, non capivano. Quel linguaggio era per loro incomprensibile e così tornarono dal Capitano. Ogni sera così egli spiegava a chi voleva la volontà del suo Dio. Tu dovevi vederli come tutti restavano a bocca aperta ad ascoltarlo, anche perché non erano favole, l’amore di cui si parlava nel libro lo stavano sperimentando sulla loro pelle. Nel giro di poco tempo eressero un nuovo altare al Dio di Mosè per la coincidenza del soprannome del Capitano e del Mosè della Bibbia. Una buona parte però non riuscì a compiere il grande passo, quello cioè di distruggere tutti gli altri altari e dedicarsi solo al nostro Dio. Però ora conoscevano la Verità, non erano più ignari. Ha fatto anche arrivare un sacerdote che mise a capo della nuova comunità di fedeli.”
    “Il nostro don?”
    “Per l’appunto. E così piano le cose si sono sistemate sempre meglio. L’unica cosa che ha chiarito che vuole gestire tutta lui è la legge e la giustizia. Nessuno deve cambiare la legge che lui ha stabilita e nessuno può giudicare se non lui. E questo tu lo sai già” dice Alfeo con un sorriso.
    “Non mi spiego però come mai, io che sono tanti anni che abito qui non ne sapevo niente di tutta questa storia”.
    “Ma tu chi hai frequentato in questi anni? Della gente del popolo o degli europei?”
    “Lo sai, i miei amici. Con la gente del posto ho sempre e solo avuto piccoli incontri formali di lavoro.”
    “Per l’appunto. Gli europei cercano di insabbiare ogni cosa. Il suo nome è tabu. Lo odiano perché con quello che ha fatto ha tolto a loro il potere e la supremazia. Anzi, in quel periodo hanno cercato più volte di fermarlo con le buone ma anche con macchinazioni subdole, ma niente. Tutto è stato inutile, lui imperterrito, con dolore sì perché non veniva accettato da loro, ha continuato a compiere la Sua Volontà. Ancora adesso continuano a compiere degli atti contro di Lui ma non hanno esito. Tutto qui. Piaciuta la storia?”
    “E’ proprio un grande uomo…”
    “Tutti noi potremmo essere grandi se seguissimo la leggi di Dio.”
    “Ma si seguono in genere, non rubare, non uccidere ecc.”
    “Ma tu ami veramente Dio e il tuo prossimo?”
    “Certo che amo Dio e il mio prossimo, che discorso fai!”
    “Mi sa che ti devi fare un buon esame di coscienza in merito! Prova a partire da un concetto essenziale: quali sono le tue priorità? Vedrai che il primo posto nel tuo cuore non è il Dio altissimo ma te stesso. Dio per la persona è ciò che nel suo cuore occupa il primo posto. Rifletti. Guarda che bello il tramonto all’orizzonte sul mare! Non so come possono pensare gli scienziati che tutto è nato per caso. Non vogliono accettare che esista qualcosa che loro non possono studiare e sperimentare con i loro esperimenti. Poveri illusi, ridurre l’Immensità alla possibile conoscenza umana!”.
    “Sta venendo buio. Ci conviene rientrare, ti potresti prendere un malanno con la guazza notturna.”
    “Già le mie vecchie ossa hanno sempre qualche acciacco nuovo”
    “Mettiti anche la mia giacchetta ti proteggerà un po’ di più”.
    “Grazie ragazzo”

  9. RACCONTO: “LA SCATOLA NERA”
    NONA PARTE

    “Domani è probabile che tu possa incontrare i tuoi amici…ormai la voce che sei libero si sarà sparsa”.
    “Li ho già incontrati ieri notte. Mi sono venuti a suonare alla porta per andare tutti insieme a festeggiare la mia libertà”.
    “Bè, com’è andata?”
    “Ho ringraziato del pensiero che hanno avuto per me ma sono rimasto a casa, non sono andato con loro.”
    “Perché?” mentre si ferma per guardarlo negli occhi.
    “Perché ho provato nausea per quello che si sarebbe andato a fare e pena per loro che ancora erano succubi da questa necessità.”
    “Tutto qui?”
    “No, più passava il tempo con loro e più l’idea cominciava a essere allettante e idee in proposito ricominciavano a farsi strada. Ho capito allora che dovevo andarmene e al più presto. Così ho fatto.”
    “E’ proprio così che funziona. Bisogna dare subito un taglio netto altrimenti, anche se in quell’occasione non sei caduto, la prossima volta sarai più debole e così via.”
    “Ciò non toglie che quando incontro una ragazza mi viene spontaneo…”
    “Cerca di limitare sempre di più i tuoi pensieri. Ricordati che le donne non sono oggetti ma persone con un’anima immortale, come te, e come tali vanno trattate. Sei ancora uno spirito fragile, incapace ancora d’importi alle forti tentazioni, cerca perciò di evitare più che puoi la loro compagnia.”
    “Lo avevo già pensato. In effetti questa notte sono rimasto molto turbato, anche dopo che se ne sono andati”.
    “Ora in tuo compito è quello di rinforzare con la perseveranza quello che ti è stato donato. Vivere a contatto con gli altri implica per forza tentazioni e situazioni nelle quali è difficile discernere e scegliere la cosa giusta da fare e seguirla. Fin quando è possibile, ragazzo, ti conviene confidarti con me o con il capitano, prima di prendere decisioni importanti. L’altra cosa che devi ora fare è lavorare su di te.”
    “Di me? E che cosa potrei fare?”
    “Imparare a fare silenzio. Non dico solo di parlare poco di cose non necessarie, spegnere radio e tv ma di fare proprio tacere quei pensieri futili che ronzano inesorabili nel tuo cervello.”
    “Ma non è possibile! Il solo fatto di pensare di non pensare è già pensare!”
    “Tommy! Ho detto pensieri inutili! Bisogna liberare lo spirito di tutto quello che è superfluo e per farlo bisogna cercare di chiudere tutte le porte in entrata e concentrarti su quello che veramente è importante: Dio”
    “Ma è una cosa impossibile a farsi!”.
    “Non ho detto che è semplice. Devi riuscire ad arrivare al punto che ogni tuo pensiero, non legato al lavoro che stai o devi fare, sia una lode o un ascolto silenzioso alle parole di Dio. E’ la preghiera di desiderio..”
    “Sentimi bene. Io sono stato solo per un bel po’ di tempo ma ti assicuro che Dio non mi ha mai parlato”.
    “Ne sei così sicuro? Chi ti ha fatto rivivere nello spirito tutti i tuoi errori? Chi ti ha donato il vero pentimento? Chi ti ha sorretto in questo periodo perché la prova non ti facesse sprofondare nella disperazione? La realtà purtroppo è questa: il peccato ci rende sempre più sordi e insensibili alla voce di Dio e Dio si allontana sempre di più da noi perché lo rigettiamo con il nostro no continuo detto con il nostro comportamento. Allora il tuo compito di questo momento è ristabilire le basi perché Lui possa tornare da te. Come fare? Sradicare tutto ciò che ti riempie. Dio non ama essere uno di tanti ma essere il solo e desiderato. Tutto ciò che intralcia con questo obbiettivo deve essere eliminato. Gli dei non sono solo il dio sole e il dio mare che questa popolazione adora ma sono anche tutti quei desideri che mettiamo sopra Dio. Tutto può diventare il tuo dio. Se non vuoi metterti d’impegno è inutile che andiamo avanti su questo discorso!”.
    “Non agitarti, stavo solo realizzando! E’ un impegno radicale, cambia la vita!…Io me ne sono andato di casa per essere libero di fare quello che mi pareva e adesso anche tu mi vuoi imporre delle cose così fuori di testa!
    Quello che mi chiedi è fuori dal mondo! Tutti i giovani ascoltano musica a tutto volume! Si va in discoteca e ci si lascia un po’ andare…”
    “L’hai detto! Ti lasci andare. Quando fai quelle cose a che pensi?”.
    “Mi diverto e caccio via tutti i pensieri. Cerco di non pensare”.
    “Perché non vuoi pensare?”
    “Ma perché ci sono tanti problemi e poi perché dentro si sente quella insoddisfazione, quella ricerca di felicità che non si riesce a trovare. Si cerca di dimenticare tutto questo almeno per qualche ora anche se si sa che domani sarà tutto come prima.”
    “Se desideravi saltare fuori dalla china senza fondo nella quale eri precipitato significa che hai già capito che in quella direzione non c’è niente di duraturo ma tutto è effimero.”
    “Sì, ma almeno ci si diverte un po’”.
    “Il problema del disagio e dell’insoddisfazione continua che ti ritrovi è il tuo spirito che cerca di farti sentire le sue esigenze. Come il corpo ha bisogno di cibo così pure lui ha bisogno di alimentarsi. Visto però che lui è spirituale ed eterno ha bisogno dell’unico cibo che lo rigenera: Dio”.
    “Le so queste cose, ma accidenti perdo la mia libertà”.
    “Ti sbagli, in realtà è proprio il contrario. Anche per i tuoi vecchi piaceri dai quali non riuscivi a staccarti, capendo che sono male, all’inizio pensavi che esprimessero la tua libertà. Non è vero?”
    “E’ vero”.
    “La stessa cosa vale per queste pratiche. La differenza è che tu ancora non te ne sei reso conto. Il problema principale è che sono diventate tanto di uso comune che non ci si riflette più. Siamo inchiodati dalla necessità di sentire baccano, musica, tv, di tutto purchè non ci sia silenzio nella nostra testa. Ci farebbe riflettere e riconsiderare ciò che è veramente importante. E’ la tua scelta, non ci sono sconti o vie di mezzo.”
    “Alfio, voglio impegnarmi sul serio.” Guardandolo negli occhi.
    “Bravo ragazzo, allora andiamo avanti. Stavo dicendo, impara a fare silenzio fuori e dentro di te. Creati nella tua anima un posto segreto, separato dai tuoi pensieri di lavoro e dalle necessità quotidiane, un bel posto dove aspetti e lodi Dio.”
    “Ma come deve essere? Grande, piccolo, una stanza, non so”.
    “Come vuoi ti ho detto. Come più ti aggrada, non ha importanza.”
    “Bè già che devo usare la fantasia penso che sarà qualcosa di grandioso!”
    “Mi piace il tuo entusiasmo!” dice sorridendo.
    “Finalmente sono arrivato a casa, tu hai i reumatismi ma io ho i muscoli fuori allenamento! Voliamo ancora domani?”
    “Considereremo la possibilità. Buon riposo, ragazzo”.

  10. RACCONTO: “LA SCATOLA NERA”
    DECIMA PARTE

    Fare silenzio. Mi disorienta, non so come fare. Al solo pensarlo mi si riempie la testa di tutto quello che non devo pensare, compresa la voglia di accendere la tv. “Accidenti, il proibito è veramente allettante. Adesso ti stacco la spina e ti copro con un bel telo così non mi guardi con quel bell’occhio nero. Sei proprio una spudorata, se continui mi costringerai a mezzi radicali. Ecco fatto.” Mentre la copre con un lenzuolo bianco. Si butta sul letto e spegne la luce. La luce fievole che penetra dall’esterno mette in evidenzia il bianco. “Adesso sembri un fantasma! Devi scomparire!” e si gira dall’altra parte. Poi ci ripensa. Accende la luce e toglie il lenzuolo bianco. Apre l’armadio e inizia a spostare e ammonticchiare la roba. Controlla lo spazio e poi soddisfatto prende la tv e la posiziona dentro l’armadio. Chiude le ante e soddisfatto si butta sul letto facendo un bel sospirone: “Ora va meglio”. Cerchiamo di fissare il pensiero su qualcosa di costruttivo, mentre cerco di mettermi tranquillo. Creiamo il luogo. Lo facciamo all’aperto o al chiuso? Direi all’aperto. I luoghi chiusi sono sempre riduttivi. Però deve essere protetto da sguardi estranei: un isola? No troppo complicato, dovrei sempre prendere la barca per andarci. Hi Hi…Un luogo contornato da monti molto alti che lo proteggono da sguardi indiscreti e con una entrata nascosta. Sì così mi va bene. Nascosta da cosa? Da una cascata? No, tutte le volte mi dovrei bagnare. No diciamo da uno zigozago di massi e di cespugli. E come porta la classica pietra che si sposta con la parola magica. Poco innovativo il sistema ma decisamente pratico. Invece della parola potrei modernizzare il sistema con il controllo della pupilla…e vai, così mi piace! Poi vediamo, la porta si apre e si entra in una galleria illuminata dall’apertura che ci troviamo in faccia perché la porta alle spalle naturalmente si chiude al mio passaggio. Prima di raggiungere l’apertura la grotta si allarga e forma una bella stanza grande. Meglio farsi anche un riparo comodo. Poi arrivo all’apertura, cosa vedo? Vedo una bella vallata circondata da dei boschi e più in alto naturalmente le montagne innevate. Ghiacciai perenni tanto sono alte. Ci vorrebbero degli aerei speciali per superarle, niente a che vedere con quelli da turismo. Così abbiamo sistemato anche i curiosi. Mettiamoci anche una bella sorgente di acqua purissima che sgorga dalla roccia e forma un fiume fino alla pianura. Bello! Un fiume che mantiene alimentato un grande lago al centro della valle. L’acqua tranquilla riflette il cielo azzurro e i cucuzzoli innevati. Ora voglio un posto privilegiato. Facciamo così: il lago da un lato ha un ripiegamento su se stesso di terra. Una specie di piccolo stradello che conduce a una penisola di circa cinquanta metri per lato. Al centro della stessa c’è un grande albero, enorme, direi vecchio di millenni che la ombreggia dal sole. Decisamente magnifico. Sarà quello il luogo privilegiato. Le sue radici grandi e sporgenti formano comodi schienali alle pietre levigate che si trovano alla sua base. E così abbiamo anche sistemato i sedili. Se ci devo restare del tempo meglio essere comodi. Il clima poi è sempre costante, decisamente perfetto. Non piove mai ma tutto è rigoglioso. E’ un posto inventato perciò evitiamo che necessiti la pioggia. Basta il fiume e il lago per l’acqua. Animali? Sì, mettiamoli ma tutti amici e simpatici. Niente zanzare o altri insetti rompi. Le rifiniture le faremo poi. Ora dormo: “buonanotte Dio.”

    Il sole forte inonda il letto. Tommy infastidito dalla troppa luce inizia a svegliarsi. “Ma che ore sono? Vediamo: quasi le dieci!” e si butta giù dal letto. Una bella doccia e poi vado da Alfio. Ho voglia di tornare a fare un’altra volata. Apre l’armadio per prendere i vestiti e vede “l’oggetto nero”. Fa una smorfia. “Sono rimasto senza te per un anno, posso riuscirci anche per…esageriamo, per un altro centinaio!” La prima cosa che fa entrando in bagno è premere il pulsante della radio. La musica parte a tutto volume. Spegne. Il silenzio ritorna. Mentre si lava sente solo il rumore dell’acqua e poi solo il suo respiro appena affaticato dallo sfregare dell’asciugamano. Questo silenzio gli fa ricordare la torre. Opprimente silenzio, è una tortura. Cerca di affrettarsi per raggiungere Alfio e scappare dalla sensazione di vuoto.
    Trova Alfio per la strada. “Ciao Tommy, stavo venendo ta te per vedere cosa ti era successo. Non ti vedevo arrivare…tutto bene? Hai un viso un po’ tirato.”
    “Il silenzio mi fa ricordare al periodo della torre. E’ molto difficile abituarcisi.”
    “Non ti ho mai detto che sia una via piacevole. Il traguardo è meraviglioso ma la via è decisamente in salita e molto impervia. Stavo venendo da te perché mi è rimasta in mente una frase che tu hai detto ieri sera e non riesco a scordarla: -Te ne sei andato di casa-. Voglio sapere cosa vuoi dire con questa frase. Nei dettagli, è molto importante.”
    “Andiamo prima a fare un bel giro in aereo? Altrimenti dopo viene troppo tardi…”
    “Tommy, ciò che riguarda lo spirito è prioritario su tutto! Vieni sediamoci su quella panchina.”
    Di malavoglia lo segue.
    “Racconta”.
    I miei in Sardegna hanno un allevamento di pecore e capre. Da piccolo stavo molto bene con loro e mi piaceva seguire mio padre al lavoro e soprattutto quando usava il piccolo aereo per raggiungere il continente più velocemente per portare i formaggi e il latte fresco.
    Il problema è che vivevamo piuttosto isolati e poche sono le distrazioni. Così ho cominciato a usare l’aereo per andare a divertirmi la sera e tornavo alla mattina. I miei cominciarono a dirmi che la spesa da sostenere è troppo alta e poi che la nuova vita che conducevo non è moralmente corretta. In effetti dormivo di giorno e mi divertivo di notte. Le discussioni divennero all’ordine del giorno e così il solo vederli mi faceva perdere le staffe. Presi così la decisione di andarmene. Andai da mio padre e mia madre mentre erano a tavola e dissi: “Ho deciso di andarmene da qui perché non è la mia vita questa! Mi fa schifo. Non c’è altro che lavoro, lavoro e solitudine! Voglio farmi una nuova vita lontano da qui. Hanno provato a farmi cambiare idea ma non volevano lasciarmi libero di continuare a condurre la vita che io avevo scelto. Allora mentre salivo sul vecchio aereo mio padre mi ha dato quel po’ di risparmi che aveva da parte e poi me ne sono andato. L’ultima volta che gli ho visti c’era mio padre che sosteneva mia madre in lacrime. Mentre ero nella torre ho pensato tanto a loro. Ho pensato a come gli ho uccisi con la sofferenza che ho fatto provare loro, e ho chiesto perdono a Dio e a loro. Poi l’ho anche confessato al sacerdote. Perciò Dio mi ha perdonato. Tutto qui.”
    “Tutto qui un corno!. Dove si può bisogna riparare concretamente! Non basta chiedere perdono a Dio e confessarsi ma dimostrare che si è veramente pentiti ritornando sui propri passi e riparare dov’è possibile il male fatto! Tu non hai neanche pensato di riparare. Fino a quando non ci provi con tutto te stesso nulla è risolto! Come stanno adesso i tuoi? Gli hai sentiti dopo che sei uscito dalla torre?”
    “No non gli ho sentiti. A dire la verità non li sento da quando me ne sono andato. Sono anni che non so più niente di loro. Non gli ho neanche detto dove andavo per evitare che loro mi venissero a riprendere.”
    “Ma non ti senti colpevole per quello che hai fatto? Hai un cuore di pietra!”
    “Non dire così! Ho sofferto tanto nella torre anche per quello che avevo fatto a loro ma ora sono stato perdonato”.
    “Sei stato perdonato in vista di una tua riparazione concreta altrimenti sarai anche colpevole di aver preso in giro Dio col tuo comportamento superficiale. “Continuo la mia vita tanto ormai…”. Ormai che cosa? Essere pentiti significa anche sforzarsi, mettercela tutta e tutta la vita per salvare e riportare nella giusta via ciò che il comportamento scorretto ha modificato e distrutto! Il fatto che tu non abbia neanche pensato a dare un colpo di telefono ai tuoi dopo che sei uscito dalla torre è molto grave!”
    “Ma cosa vuoi che dica loro dopo tutto questo tempo? Non saprei come comportarmi?”
    “Mi fai schifo! E’ questa la tua umiltà? E’ questa la tua mortificazione? Ci sono due genitori che soffrono per un figlio di cui non sanno niente da anni, che potrebbe essere morto. Come hai detto tu li hai uccisi di una morte lenta che continua ancora e ancora. Tu devi porre fine a tutto questo e chiedere a loro perdono! Non solo, se è possibile, riparare per tutto il resto della tua vita il male che hai loro fatto! Le persone sull’aereo sono morte, ormai per loro non puoi fare niente se non pregare, ma speriamo che i tuoi siano ancora vivi e non morti con questo dolore! Ora va a casa e prepara tutte le tue cose. Ho in testa una cosa…vado a parlare con il Capitano.”
    “Che cosa?”
    “Fai quello che ti ho detto…se si fa come penso farai quel volo che speravi. Ora vai, provo un disgusto per il tuo comportamento che…torna a casa e fa i bagagli!”
    “Sì” dice mortificato guardando basso.

  11. RACCONTO: “LA SCATOLA NERA”
    UNDICESIMA PARTE

    Vede Alfio che a passo svelto si allontana.
    Lui invece di botto si sente pesante e stanco. Tutta l’energia e la gioia che aveva qualche minuto prima non esiste più. Si avvia verso casa come un vecchietto, alquanto piegato in avanti con piccoli passi. Sembra un’altra persona. Una cappa gli è piombata addosso di una pesantezza incredibile. Non riesce a reagire. Il mondo intorno a lui è completamente scomparso. Ora esiste solo la consapevolezza di ciò che ha commesso, che inesorabile, avanza impadronendosi di tutto il suo essere e portandolo in un mare pieno solo di dolore. Non ci aveva neanche pensato di telefonare? No, Sì, Forse…Sì, una vocina cercava di dirmelo ma io l’ho scacciata via subito…il solo pensiero era un affronto al mio orgoglio. Avrei dovuto chiedere scusa e magari mi avrebbero sbattuto il telefono in faccia. Come minimo, dopo che gli dico: “Sai torno in Italia perché devono mettermi in carcere perché c’è stato un incidente e sono morte tre persone…” no, ha ragione Alfio, non ha nessuna importanza il cosa sarebbe successo avrei dovuto almeno provare. Sarebbe stato il segno del mio pentimento. Ora, che così non ho fatto cosa significa? Apre la porta di casa e si lascia cadere a terra a carponi. Il corpo non lo regge più. Si mette a singhiozzare. “Ora cosa significa Signore? Che non sono più perdonato? Che il mio peccato invece è aumentato perché mi sono preso gioco di Te? Signore dammi un’altra possibilità, lasciami provare a rimediare veramente a tutto quanto. Farò tutto quello che vuoi ma non negarmi il Tuo perdono, non abbandonarmi. Dimmi cosa devo fare e promesso che lo faccio. Subito lo faccio.” Guarda il telefono e prende in mano la cornetta pronto a telefonare mentre con l’altra mano si frega il naso stracolmo di muco. “No è meglio che aspetti Alfio, lui mi ha detto di aspettarlo e fare i bagagli. Voglio almeno essere ubbidiente.” Mette giù la cornetta e prova a fare i bagagli. E’ un’impresa eroica. Il dolore interiore sovrasta i suoi pensieri. Il suo spirito sembra impazzito. E’ come fosse diventato matto a correre di qua e là dentro all’anima alla ricerca di quel Qualcuno che ora non c’è più. Gli appare davanti agli occhi quel quadro intitolato Urlo. Proprio così, forse quell’autore aveva proprio in mente il suo spirito impazzito nel cercare l’Unico che lo saziasse. Ora capisce la differenza tra chi è abituato a vivere nel peccato e chi invece ci capita dopo un periodo di serenità. Nel primo caso c’è lo spirito talmente in coma che ormai non ha più le energie e le capacità di far sentire il suo stato. Al massimo senti quell’insoddisfazione che credi noia e desiderio di un qualcosa che non si sa, ma ora, ora è tutto diverso. Il suo spirito sa cosa vuole e sa cosa ha perso ed è disperato. Ha l’energia per dirglielo e protesta e lo accusa perché lui sa di chi è la colpa e punta il dito. La stanza gira, si muove a fatica e ogni suo movimento sembra guardato al rallentatore. Non ha più vita, non sente più quella luce che lo sprona e lo riempie di gioia. C’è solo quel vuoto! E lui che diceva che il silenzio era tremendo! Non capiva! Quel silenzio era Pieno! Pieno di tante parole non dette, di tanti sguardi che Dio gli rivolgeva e che lui dovevo riconoscere e ora sa che se potrà si impegnerà a imparare a ricambiare! Questo è il vuoto! Non esiste più quel calore di luce che riscalda e ti fa vivere in un perenne sorriso…
    ”dove sei? Farò di tutto per riaverti, non abbandonarmi, Ti prego ritorna!”
    Passano ore. Alfio non torna. Ma cosa succede? Ormai Tommy è disperato. In qualche modo è riuscito a fare i bagagli e ora è accovacciato sul letto. Il cuscino imbevuto di lacrime e muchi vari sulla faccia e la testa. Meglio una coltellata che quello che sta provando. Poteva almeno telefonare. Tra il dolore e l’ansia dell’attesa non sa come andare avanti.
    Arriva l’alba ma per Tommy è ancora notte fonda. Quando sente suonare il campanello della porta non sa se è nella sua testa o un sogno. Va ad aprire. Falso allarme, è il vicino che gli ha fatto il piacere di compragli il giornale. Quando lo vede sembra che il dirimpettaio abbia visto un fantasma. Se ne va scusandosi e un po’ balbettando un impegno chissà dove.
    Passano altri due giorni. Non aveva mai provato niente di simile. Quelli della Torre erano uno scherzo rispetto a questi. Prova a chiamare Alfio all’officina ma non risponde nessuno. Ha detto che andava dal Capitano. Telefonare in caserma? Al solo pensiero gli vengono i brividi, ma decide di provare. Gli dicono che il Capitano è molto impegnato e non possono passarglielo. Con mano tremante allora decide di provare a telefonare a casa sua. Chiede istruzioni alle informazioni e poi fa il numero. Sente fare uno squillo, due squilli, tre squilli e poi la voce inconfondibile della mamma che dice: “pronto?…pronto? ma chi parla!”
    Non riesce a proferire parola, le labbra si muovono, tremano ma non emettono suono. Alla fine riaggancia e cade in ginocchio singhiozzando. La testa gli batte forte. Si ribella al continuo piangere e gli occhi accecati bruciano e vedono solo immagini sfuocate. Si ributta sul letto sfinito e decide di aspettare Alfio. Gli aveva detto di fare i bagagli e che poi lui sarebbe venuto…deve aspettare.
    Sente una mano che lo scuote. Cerca di guardare ma gli occhi non vogliono collaborare tanto sono appiccicati. Doveva essersi addormentato.
    “Tommy svegliati!, non sei stato in grado neanche di stare un po’ in preghiera mentre mi aspettavi?”
    “Credo di essermi addormentato senza accorgermene”.
    “su alzati che ti dobbiamo parlare!”
    E in quel momento vede più in là sulla porta della camera da letto il Capitano molto serio che lo guarda.
    “Capitano!” fa per alzarsi ma le gambe non lo reggono e cade a ginocchioni per terra. Non osa neanche alzare gli occhi e rimane a terra senza più proferire parola. Sa di non meritare perdono alcuno. Sa di non potere chiedere niente. Rimane lì e piange, sperando in un atto di misericordia. Non so quanto tempo passa così ma alla fine sente la mano del Capitano sul suo braccio che gentilmente ma con decisione lo aiuta ad alzarsi. “Vieni Tommaso, so che tu credi che io ti possa concedere ancora la possibilità di rimediare e perciò così sia. Va in bagno e fatti una doccia, getta via quei vestiti che sanno di vecchio o mettiti qualcosa di nuovo. Alfio intanto ti spezzerà il pane e ti preparerà un calice di vino. Ti daranno la forza necessaria per compiere ciò per cui ora sono venuto.”
    Tommy ubbidisce. Si muove come in un mondo a parte. Come un automa. Non sa se ciò che sta accadendo è veramente la realtà o è un sogno ma con la forza della speranza agisce. Cambiato e ripulito si presenta sulla porta della cucina dove sente il profumo del pane caldo.
    “Prima cosa volevo ringraziarla per questa possibilità che mi ha data. Se volete telefono subito.” Andando verso il telefono.
    “No Tommy, vieni qui. Siediti e mangia ne hai bisogno. Il cibo ti rigenererà.”
    Tommy si siede e il Capitano allunga un boccone pucciato nel vino.
    “Ora Tommy ascoltami bene. Tre giorni fa ti avevo detto che sarei andato dal Capitano perché avevo un’idea in testa. Purtroppo però c’è voluto più tempo del previsto per riuscire a metterla in pratica.”
    “Potevi almeno darmi un colpo di telefono per avvisarmi, qui io stavo malissimo.”
    “Lo so Tommaso ma c’era anche un altro motivo. Tu stai andando a scuola e l’Amore è un insegnante molto esigente. Mentre Lui opera non bisogna interferire. Lui conosce il modo e il tempo per agire e ad Esso bisogna sottostare. Il suo strumento è il dolore e non ve ne sono altri. Ti assicuro che le Sue lezioni l’anima le ricorda perfettamente, sono come incise a fuoco sulle sue pareti. Ora però non agitarti perché poi non sei neanche nella posizione per poterti lamentare” dice il Capitano.
    “Ha ragione Capitano. Mi scusi non dovevo neanche protestare.”
    “Tommaso, a questo punto non mi basta più la telefonata, voglio che tu torni a casa e ti scusi personalmente.”
    “Ma come faccio, io non posso prendere l’aereo e andarmene così. Potrebbero venire i soldati e se io non ci sono chissà quale nuova condanna sono capaci di darmi!”
    “Non avrai niente da temere. Siamo riusciti ad avere un permesso dal giudice italiano di poterti portare noi stessi in Italia e dopo una sosta in casa tua, ti avremmo accompagnato nella prigione locale.”
    “Il tuo sguardo interrogativo e un pò allarmato mi fa comprendere che hai capito bene. Purtroppo non possiamo più riportarti indietro. Ti dovremo affidare alla polizia locale. Saranno loro a scortarti fino al carcere della capitale. Accetti Tommy di partire subito?”
    “Accetto Capitano. Qui ho già sistemato tutto. Spero che i miei genitori possano perdonarmi. Volevo dirvi che mentre vi aspettavo ho provato a telefonare a casa ma quando ho sentito la voce di mia madre non sono riuscito a proferire sillaba e così ho riagganciato”.
    “Almeno sappiamo che tua madre è viva. Ora carichiamo i bagagli sulla Jip, andremo in Italia con il piccolo aereo di Alfio.”

  12. RACCONTO: “LA SCATOLA NERA”
    DODICESIMA PARTE

    “Alfio, per piacere, porta con noi il pane e il vino. Tommaso si nutrirà ancora prima di atterrare”.
    Chiudono casa e raggiungono l’aereo già pronto sulla pista.
    “Sei stato tu Alfio a prepararlo?”
    “Mentre il Capitano cercava di accordarsi con i giudici italiani io sono venuto a sistemare tutto qui, non ero in grado di aiutarlo in quelle faccende burocratiche. Ora saliamo, prima arriviamo e più tempo avrai per stare con la tua famiglia”
    “Piloto io?”
    “No, ora non soffri più ma ci vuole qualche giorno perché il tuo spirito si riprenda completamente. Condurrò io l’aereo. Approfitta del viaggio per dormire, necessiti di silenzio e riposo assoluto. Sistemati negli ultimi sedili così ti potrai sdraiare. Alfio tu sarai il mio secondo”.
    Tommy spossato e stanco non impiega che pochi minuti dopo che l’aereo ha preso quota per addormentarsi.

    “Tommy, Tommy! Svegliati stiamo entrando nel territorio Italiano, fra non più di un quarto d’ora dovremmo sorvolare le coste della Sardegna. E’ ora che mangi il pane e il vino che abbiamo portato con noi, poi ci indicherai casa tua”.
    “Ma che ore sono?”
    “E’ quasi mezzogiorno. Come stai?”
    “Sto meglio.”
    “Mangia con calma e preparati a incontrare i tuoi genitori. Ricordati quello che hanno passato per colpa tua e perciò se hanno reazioni forti non reagire ma sopporta con sottomissione e, con umiltà, chiedi il loro perdono.”
    “Sì Capitano. Ecco la mia terra e quella è casa mia!” segnando con il dito. “Lì può scendere è lo sterrato che usavamo per pista.”
    L’aereo si ferma a un centinaio di metri dalla casa.
    Quando Tommy scende dall’aereo c’era una donna dai capelli bianchi che correva verso l’aereo.
    “Mamma!”.
    “Figlio mio!” e nell’urlare e nell’allungare le braccia per protendersi mentre corre inciampa e cade.
    Tommy allora si scuote dal torpore e raggiungendola la prende tra le braccia. “Mamma” e le guarda il viso stretto tra le mani. Ha gli occhi pieni di lacrime e si divincola per poterlo baciare e abbracciare. “Figlio mio, sei tornato dalla tua mamma! Sei vivo, sei sano e stai bene! Quanto ho pregato Iddio Altissimo perché si prendesse cura di te!”
    “Sì, Dio ha ascoltato tutte le sue preghiere e non una sua lacrima si è persa. Come vede suo figlio ora vive ed è ritornato a casa. Oggi è giorno di grande festa!” dice il Capitano.
    “Non so chi è lei Signore ma la ringrazio tanto per avermi riportato mio figlio.”
    “Il papà dov’è?”
    La madre si gira e guarda verso casa.
    Anche gli altri allora si voltano e vedono un uomo su una carrozzina ai margini del porticato.
    “Tuo padre ha avuto un incidente poco dopo che tu te ne sei andato. Purtroppo è rimasto paralizzato dalla vita in giù. E’ stata una tragedia dopo l’altra, da quando te ne sei andato. La siccità e poi un virus ha colpito le capre e le pecore uccidendone la maggior parte. Tuo padre ha dovuto assumere un sovrintendente per portare avanti l’azienda ma…è andato tutto storto e ora siamo disperati. Non pensiamo però ora a queste cose. Tu sei tornato e oggi è un grande giorno. Vieni andiamo da tuo padre. Venite anche voi, siete i benvenuti.”
    Accetta l’aiuto del figlio per rialzarsi e si avvia con lui per mano verso il portico.
    Tommy ora ha tutto il tempo di guardare il volto così invecchiato prematuramente della sua povera mamma e una fitta gli trafigge il cuore. E’ colpa sua. Quanto dolore povera mamma e io nel frattempo me la stavo spassando…Volta gli occhi e si trova a faccia a faccia con lo sguardo di suo padre. Vigile, attento e serio. Lo stava studiando. Suo padre non è un emotivo, ma è sempre stato un uomo integro, da grande sentimento e dall’animo retto.
    Tommy lascia la mano della madre e si ferma a qualche metro dal porticato. “Padre, non merito che tu mi accetti ancora come figlio, non lo merito. Ho sbagliato enormemente a lasciarvi e ad andarmene. Ora l’ho capito e sono tornato per chiedere il vostro perdono. E se ora non è possibile io aspetterò e cerchèrò di meritarmelo negli anni a venire.”
    Silenzio.
    “Per quanto riguarda il mio stile di vita l’ho completamente cancellato. Anche su quello tu avevi ragione. Ho passato questi anni da depravato, ero caduto tanto in basso che non riuscivo più a saltarci fuori anche se negli ultimi tempi lo desideravo…Ho iniziato a pregare, sai papa. Ho pregato tanto ma anche con questo sistema ricadevo. Poi è successo un incidente. Per colpa forse della mia negligenza sul controllo dell’efficienza dell’aereo sono morte quattro persone. Io sono vivo perché mi sono buttato fuori dall’aereo appena prima dell’impatto. Una famiglia è stata completamente distrutta. Sono stato allora accompagnato in carcere e lì nella solitudine ho ritrovato la pace di Dio e il mio spirito, liberato dalle catene dei miei peccati, si è rigenerato. Ora sono qui padre per chiederti perdono. Vorrei dirti che resterò qui per sempre per servirti e aiutarti in riparazione di tutto il dolore che hai passato ma non posso, fra qualche ora mi verranno a prendere per andare in carcere. Devo essere processato per l’incidente secondo le leggi italiane. Padre non mi interessa quanti anni mi danno ma ciò che ha importante per me è il tuo perdono.” Mentre parlava Tommy aveva abbassato sempre di più gli occhi. Non vedeva più suo padre e nel suo monologo non nota il cambiamento di quello sguardo. Ora però lo vede. Si accorge di quegli occhi commossi e di quelle braccia aperte che lo pregano di avvicinarsi. E allora prima con esitazione e poi di corsa si butta tra le braccia del padre. “Mamma ci ha lasciato un figlio morto ed ora è toranto vivo! Lode, gloria e grazie al Dio Altissimo! Tutti i problemi che ci sono si risolveranno, quello che è importante è che tu sei tornato vivo, figlio”.
    Ora possiamo entrare tutti in casa a festeggiare. Benvenuti anche voi nella nostra umile casa. Siamo povera gente ora, ma divideremo quel po’ che abbiamo con voi con grande gioia. Cara quando puoi va a prendere in cantina quel prosciutto e due bottiglie del vino buono, oggi bisogna fare festa.”
    Mentre mangiano tutti insieme Tommy racconta la sua metamorfosi e i genitori i gravi problemi in cui sono sprofondati.
    “Purtroppo la banca non vuole più attendere e presto dovremo lasciare tutto quanto. Mi dispiace che tu sia tornato proprio quando dobbiamo andarcene figliolo.
    Stiamo cercando un piccolo appartamento in affitto giù in paese e la mamma si adatterà a fare qualche lavoretto nelle case vicine.”
    “Ma di quanto è il debito da pagare alla banca?”
    “Ormai sono tanti di quei soldi e ogni mese con gli interessi salgono sempre di più. Cara va sulla mia scrivania a prendere il libro.”
    La signora torna con una cartella e dentro ci sono tante ma tante raccomandate. Il padre apre l’ultima e mostra l’importo al figlio. Lo sguardo di Tommy s’illumina e passa la raccomandata ad Alfio.
    “Cosa ne pensi Alfio?”
    “Penso che se vendi il tuo appartamento e la macchina e ci unisci tutti i soldi che hai in banca potremmo forse raggiungere la cifra. Bisognerà vendere molto bene l’appartamento…cosa ne dici Capitano?”
    “Penso che riceverai il giusto valore per l’appartamento, ci penserò io stesso”.
    “Alfio allora non perdere tempo. Appena torni a casa vai in banca e mandami tutto quanto. Poi vendi la macchina e l’appartamento. Anzi manda tutto ai miei perché io non credo che potrò operare almeno per un po’”.
    “Tommy ma quei soldi ti potrebbero servire per pagarti l’avvocato e magari la libertà vigilata.”
    “Lascia stare. Io desidero usarli per pagare il debito, così voi potrete stare ancora in questa casa. Mi dispiace solo che non potrò aiutarvi nel mandare avanti la ditta per non so quanto tempo…” dice con la testa bassa.
    “Oh ragazzo, per me e tua madre basta molto poco per tirare avanti, le pecore e l’orto ci danno da vivere e vendendo i prodotti della terra riusciamo a pagarci quel po’ di luce e di gas che ci serve per star caldi l’inverno. Staremo benissimo non preoccuparti. Dio penserà a noi. Come vedi anche adesso è venuto in nostro aiuto, l’importante è affidarsi completamente a Lui.”
    Il Capitano si alza in piedi: “Scusate se vi disturbo ma io e Alfio dobbiamo andare. Ho alcune faccende da risolvere molto importanti prima di sera. Tommy tu rimani con la tua famiglia. Non preoccuparti non ti verranno a prendere prima del nostro ritorno. Ci vediamo più tardi” stringendo la mano al padre e alla madre. Escono di casa e vanno verso l’aereo.
    “Sai cosa devono fare?”
    “No, non ne hanno mai parlato durante il viaggio. Ora non pensiamo a loro, parlatemi piuttosto dettagliatamente di tutto quello che è successo.”

  13. RACCONTO: “LA SCATOLA NERA”
    TREDICESIMA PARTE

    “E’ sera e non sono ancora tornati, inizio a preoccuparmi.”
    “I tuoi amici mi sembrano persone di cui uno si possa fidare, vedrai che stanno per arrivare.”
    “Provo a dare un colpo di telefono ad Alfio, magari ha il cellulare con se…. L’utente non è raggiungibile, come non detto. Cerchiamo di stare tranquilli, in fondo, al massimo, mi vengono a prendere e non li posso salutare. Tutto qui. Papà ci credi che vorrei rimanere qui a prendermi cura di te e della mamma? Ce la metterei tutta per portare avanti la nostra attività e anche prendermi cura nel vero senso della parola di voi due, sollevando la mamma dalle mansioni più pesanti e aiutando te in tutto quello che ora fai fatica a fare da solo. Sono stato per tanti anni un ribelle e poi vi ho addirittura abbandonato…oh mi sento così male per il mio comportamento…vorrei, desidero enormemente fare di tutto per recuperare per quanto è possibile.” Mentre parlava si era inginocchiato davanti alla carrozzina e guardava suo padre dal basso verso l’alto bevendo quello sguardo di amore misericordioso. Abbassa e appoggia la testa sul suo grembo, lasciandosi accarezzare da quelle forti mani callose e ruvide.
    Come sta bene! Nel silenzio della sera sente il rumore del motore di un aereo. Subito torna in se dal torpore che lo aveva preso.
    “Sono loro, sono tornati!” e corre fuori.
    Alfio e il Capitano stanno scendendo dall’aereo,
    “Avevo paura di non potervi salutare, ormai è sera e staranno per arrivare a prendermi.”
    “Andiamo in casa Tommaso. Dirò tutto là così sentono anche i tuoi genitori.”
    Suo padre e sua madre gli stavano aspettando in salotto.
    “Capitano si accomodi pure e anche lei Signor Alfio, sarete stanchi, prego. Posso offrirvi una limonata fresca?”
    “Sì signora, io la prendo molto volentieri”
    “ Anche io”.
    “Allora cosa dovevate dirmi?”
    “Buone notizie, ragazzo. Racconta tu Capitano.”
    “Siamo andati direttamente a trovare il giudice italiano che si occupa del tuo caso. Abbiamo spiegato la situazione nella quale la tua famiglia ora si trova e trattato con giuste argomentazioni il caso. Non scendo nei particolari perché non sono importanti ma la conclusione è che tu non andrai via di casa.”
    “Hurra.”
    “Calma, non ho detto che sei stato assolto, ho detto che sei agli arresti domiciliari. Non ti puoi muore di qui, ma almeno è già un miglioramento. Dovrai andare a Roma solo per il processo. In ogni caso la pena più grave che ti possono dare è un prolungamento degli arresti domiciliari. Hanno le carceri piene e considerando il periodo che hai già trascorso in carcere da noi non possono richiedere niente di più pesante.”
    “E’ una notizia meravigliosa! E’ magnifico!”
    La mamma piange a dirotto e abbraccia prima il figlio e poi non riesce a resistere e si mette a inzuppare di pianto anche la giubba del Capitano che docilmente lascia fare.
    “Mamma adesso basta, guarda come hai ridotto la giacca del Capitano!” prendendola per le spalle e abbracciandola per scostarla.
    “Mi scusi, non volevo è solo che…sono così felice. Grazie…” e di nuovo giù singhiozzi.
    “Non si preoccupi è solo appena umida, fra pochi minuti non si vedrà più niente”.
    “Ora ragazzo potrai subito impegnarti nel riorganizzare la ditta e prendere in mano il lavoro.”
    “Lo puoi ben dire Alfio.”
    “Mio padre mentre non c’eravate mi ha raccontato tutto quello che ci sarebbe da fare e ora sono pieno di adrenalina. L’unico problema è che mancano anche i di clienti. Qui sull’isola di formaggi e prodotti caprini ce n’è in abbondanza, bisognerebbe andare nel continente…ma mi verrà qualche idea.”
    “Penso che nella nostra isola la popolazione potrebbe gradire dei buoni formaggi, considera anche che ci sono tanti alberghi e stranieri che vengono a passare le loro vacanze, potrebbe essere un buon inizio di mercato.”
    “Sarebbe magnifico! Troveremo il sistema per portare i nostri prodotti. Questo è sicuro!”
    “Io penso che a questo punto un aereo potrebbe fare comodo. Vorrei regalarti il mio vecchio amico, Tommy”
    “Alfio ma ci sei legatissimo! Non posso permettertelo, è un ricordo troppi importante per te. Ti sono tanto grato del pensiero ma vedrai che ce la faremo ugualmente, non ti preoccupare.”
    “Se Alfio vuole farlo , lasciaglielo fare! Questo suo gesto non passerà senza un grande contraccambio. Vi manderemo l’aereo fra qualche giorno. Tu però Tommaso non potrai viaggiare per un bel periodo di tempo. Sarà perciò necessario un uomo che si occupi di trovare e mantenere i clienti. Inoltre ti servirebbe una ragazza che aiuti tua madre qui in casa. So che hai intenzione di pensarci tu ma cerca di considerare i fatti concretamente. Il lavoro qui sarà pesantissimo, almeno fino a quando tutto non sarà rimesso ben in assetto, non ci riusciresti a fare tutto da solo…”
    “Noi però abbiamo già un fattore, sono già degli anni che si occupa di tutto…”
    “Direi che è meglio dargli ciò che gli spetta e mandarlo via al più presto. Non è bene che lui frequenti questa casa. Trovate forse che sia riuscito a portare avanti l’attività nel migliore dei modi?”.
    Tutti tacciono.
    “Allora prendete questa come scusa. Naturalmente è solo un consiglio, ma sono sicuro che ne farete buon uso. Vi stavo dicendo: conosco molto bene una coppia di fratelli che ora vivono sulla nostra isola, Jon e Sarah. Lei ha un passato ma deve rifarsi una vita, proprio come te Tommaso. Lasciare la nostra terra le farebbe molto comodo perché la allontanerebbe da tutta quella gente che diffida di lei. Non preoccupatevi, ora è cambiata completamente, come vostro figlio, ha bisogno solo di una possibilità. Jon, invece, ha lavorato per me fin da quando ha lasciato la scuola. Sa pilotare, conosce le lingue e ha buone capacità commerciali. Mi servo di lui da anni, ma vuole aiutare la sorella e sicuramente sarà contento di venire a lavorare con te per lei.”
    “Ma noi non abbiamo possibilità di assumere nessuno almeno per un bel po’ di tempo…”
    “Al momento quello che gli interessa è aiutare la sorella. Vi metterete d’accordo, ne sono convinto. State tranquilli, di loro potete fidarvi. Jon conosce anche molto bene la nostra gente e sa come trattare con loro. L’unica cosa che vi chiedo è di trattarli come membri della famiglia. Sono orfani da quando erano piccoli, hanno bisogno anche loro di trovare un luogo dove possono sentirsi ben accetti, a casa”.
    “Capitano, è meglio che partiamo. Arriveremo che è già notte fonda”.
    “Rimanete qui. E’ ora di cena e potremo stare un po’ tutti insieme…”
    “Sì, rimanete! Potrete dormire di sopra. Le stanze non mancano. Partirete domani mattina con la luce.” Dice il padre.
    “No, ho già degli impegni per domani mattina presto. Grazie dell’invito ma dobbiamo andare via. Ci puoi accompagnare Tommaso all’aereo? Ho ancora alcune cose da dirti. La saluto signora e mi raccomando di trattare bene Sarah. Le insegni a essere una brava ragazza. Lei sarà molto docile e vogliosa di imparare. Sia mamma per lei nella vita ma anche nello spirito.”
    “Io ho sempre desiderato una figlia. Grazie ancora di tutto Capitano e anche lei Signor Alfio…grazie per essersi preso cura per tutti questi anni di mio figlio e anche per l’aereo!”
    Alfio è un po’ imbarazzato e con il rossore sulle guance gesticola un po’ senza proferire parola.
    “Seguiremo i suoi consigli, Capitano. Prenderemo Jon e Sarah sotto il nostro tetto e saranno per noi parte della famiglia, se loro lo vorranno. Io e mia moglie abbiamo sempre desiderato una famiglia numerosa. Grazie anche da parte mia a tutti e due.” Stringendo a entrambi le mani.
    Poi i tre si avviano verso l’aereo.
    “Tommaso, lascia a Jon tutta la parte commerciale. E’ veramente molto bravo, lascialo fare. Tu occupati di sistemare tutta la fattoria e degli animali. Per ora è bene che tu faccia vita molto riservata. Il tuoi compiti qui ti permetteranno di lavorare su te stesso. La tua mente e le tue energie devono essere dirette al tuo combattimento spirituale. La lotta contro se stessi è quella più complicata perché il tuo nemico non ti abbandona mai, ti conosce perfettamente e sfrutta tutte le tue debolezze. Chiedi a Dio la grazia della luce spirituale per comprendere e discernere. Hai capito bene?”
    “Sì, Capitano”.
    “Da ora non possiamo fare più niente per te, dovrai perfezionarti da solo, ma se hai delle decisioni importanti da prendere, noi saremo disponibili per un consiglio. Ora dobbiamo proprio andare. Dio ti benedica”.
    “Grazie Capitano e anche a te Alfio, di tutto. Sei stato come un padre per me nel momento del bisogno.” E si abbracciano.
    “Se hai bisogno vieni o telefonami, mi raccomando. Non prendere iniziative importanti senza prima darmi un colpo di telefono.” Un po’ commosso.
    “Sì, Alfio stai tranquillo.”
    E mentre sale sull’aereo Alfio si gira e dice sorridendo: “Hai visto che adesso l’hai anche tu una famiglia e delle pecore come Mosè?”
    “Da non credere ma è proprio così!”
    “Facci un pensierino con Sarah. Il Capitano non lo dice perché vi vuole lasciare liberi ma potrebbe essere una buona moglie per te”. Strizzando l’occhiolino.
    “Alfio zitto”. Si sente dire dal posto accanto.
    Tommy ride.
    La porta dell’aere si chiude e il motore copre ogni altra possibile parola.

    FINE RACCONTO.

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