PONDERATEZZA NELL’AGIRE

Non dobbiamo credere a tutto ciò che sentiamo dire; non dobbiamo affidarci a ogni nostro impulso.

Al contrario, ogni cosa deve essere valutata alla stregua del volere di Dio, con attenzione e con grandezza d’animo. Purtroppo, degli altri spesso pensiamo e parliamo più facilmente male che bene: tale è la nostra miseria.

Quelli che vogliono essere perfetti non credono scioccamente all’ultimo che parla, giacché conoscono la debolezza umana, portata alla malevolenza e troppo facile a blaterare.

Grande saggezza, non essere precipitosi nell’agire e, d’altra parte, non restare ostinatamente alle nostre prime impressioni.

Grande saggezza, perciò, non andare dietro a ogni discorso della gente e non spargere subito all’orecchio di altri quanto abbiamo udito e creduto.

Devi preferire di farti guidare da uno migliore di te, piuttosto che andare dietro alle tue fantasticherie; prima di agire, devi consigliarti con persona saggia e di retta coscienza.

Giacché è la vita virtuosa che rende l’uomo l’uomo saggio della saggezza di Dio, e buon giudice in molti problemi.

Quanto più uno sarà inutilmente umile e soggetto a Dio, tanto più sarà saggio, e pacato in ogni cosa.

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  1. RACCONTO: LA SCELTA DI PIETRO
    Da una vicenda realmente accaduta.
    Nomi, parentele inventate.

    La prima volta che incontrai Pietro non ci siamo neanche parlati. Lui stava dormendo profondamente nel letto di ospedale accanto a quello di mio padre Paolo.
    Anzi vi dico di più, in tutto il periodo che abbiamo condiviso la stessa stanza non ci siamo detti che poche parole. Sembrava che tra di noi non ci fosse niente in comune, anzi, con la scusa che a mio padre dava fastidio la luce, tenevamo spesso la tenda di separazione tirata.
    Questo però non c’impediva di studiarci.
    Quello che notavo di lui non mi piaceva molto.
    Sembrava un tipo freddo, non incline ai rapporti umani, abituato a comandare e a tenere a distanza anche i suoi figli che cercavano di assisterlo: indisponente oserei dire.
    L’immaginavo ancora giovane come un dittatore e signore all’interno della famiglia, dove e nessuno poteva disubbidire alla sua volontà, anche se questa non era pienamente logica in quella data situazione. Arrivai a pensare: “poveri figli, educati così severamente…”.
    La figlia poi mi disse che Pietro stava attraversando un momento difficilissimo. Soffriva molto dalla punta dei piedi a quella delle mani. I dottori non si erano ancora espressi molto chiaramente ma si pensava a un tumore alle ossa o qualcosa del genere. Gli avevano dato pochi mesi, non un anno di vita. In più, proprio in quei giorni, gli avevano tolto la possibilità di introdurre qualsiasi liquido perché altrimenti gli entra nei polmoni e gli viene la polmonite. Pietro così si ritrova con una grande sete e costretto a bere solo gelatina. Per curiosità ho voluto provarla anche io. Sa di riso, sembra di bere gelatina di riso. Perciò è nervoso e arrabbiato con tutti quelli che gli impediscono di bere, per il male e perché i dottori non gli vogliono dire che cos’à.
    Sarei indisponente anche io. Gliel’ho anche detto: “Pietro ora che l’ho assaggiata ti comprendo pienamente e ti assicuro che sarei nervosa e agitata anche io. Arrabbiata per dover dissetarmi con questa roba che almeno a me non disseta. Come minimo ci metterei un pochino di zucchero qui dentro!”
    Pensate poi prendere le pastiglie con quella roba…non ho provato ma dev’essere decisamente problematico.
    Fin dal primo giorno viene un diacono a chiedere per la comunione. Paolo accetta ma non Pietro.
    “Perché non vuole fare la comunione? Eppure lei prega, ne sono convinto”, dice il diacono.
    “No, non posso”, risponde Pietro.
    “Guardi, mio padre, è un tipo all’antica, deve confessarsi prima di fare la comunione, altrimenti non la farà mai”, interviene la figlia.
    “Se è solo per quello le mando un sacerdote, questa sera stessa,
    ha ottantadue anni ed ha confessato a Mediugorie per ben sette anni, ne ha sentite di tutti i colori, vedrà si troverà a suo agio con lui,…lo facciamo venire?”
    “No, mi lasci stare, non posso…” dice Pietro girandosi dall’altro lato e mostrando le spalle.
    “Bè io lo faccio venire lo stesso anche solo per fare una chiacchieratina, così da buoni vecchietti. Ciao Pietro ci vediamo”.
    “Mi scusi”, domando io, “ho visto che qui in ospedale non vi è la Messa tutti i giorni. C’è un posto nelle vicinanze alla mattina presto?”
    “Purtroppo abbiamo pochi sacerdoti in paese, l’unico posto è al monastero delle carmelitane scalze su per la montagna che sovrasta il paese. E’ alle sette e un quarto.”
    “Mi sta proprio bene, grazie mille per l’informazione e buona serata”.
    “Buona serata anche a te Paolo”
    “Grazie”.
    Così comincio a frequentare quel monastero alcuni giorni la settimana.
    I giorni che vado invece in ospedale il diacono mi dice sempre: “questa sera porto la comunione a tuo padre”.
    Provo a dirgli: “Fa lo stesso basta la domenica…” per fargli capire che per mio padre è troppo più volte a settimana, ma dire di no a quel diacono è veramente un’impresa.
    Sembra che solo Pietro ci riesca.
    Quasi quasi penso che usi la scusa di portare la comunione a Paolo per poter rivedere Pietro, infatti, tutte le volte che viene sospira e dice: “ E qui c’è anche Pietro. Allora come va, ci hai ripensato? Io lo so che preghi, anche se non lo vuoi ammettere. Guarda io mi prendo la responsabilità, perché comprendo come sei, fidati di me, leggo in te il tuo pentimento, il dolore per tutti i tuoi peccati e considerandolo io ti posso dare ora la comunione, ti prego accetta di comunicarti…”
    Pietro rimane girato di spalle, chiuso nel suo dolore. Non so se risponde ma certo non da alcun segno visibile.
    Così il diacono si allontana sempre più serio.
    Questi incontri si ripetono più volte, con discorsi più o meno simili ma senza alcun esito.
    Arriva il giorno che ci comunicano che la mattina dopo sia Paolo che Pietro sarebbero stati dimessi dall’ospedale. Per entrambe il verdetto era: Tutto quello che potevamo fare è stato fatto perciò ora dobbiamo dimetterli.
    Stavo male nel sapere che Pietro lasciava l’ospedale senza essersi almeno comunicato. A casa sicuramente raggiungere il sacerdote sarebbe diventato estremamente più difficile.
    Così mi venne l’idea di provare a fare qualcosa. Ma cosa?
    Indegna sono di chiedere una grazia così grande a Dio, come potevo fare?
    Ero lì che stavo meditando queste cose quando all’istante mi appare in un lampo la soluzione: dovevo chiedere aiuto alle suore di clausura. Sarebbero state loro a chiedere a Dio questa grazia.
    Ora mi trovo di fronte a questo nuovo problema: come fare?
    Aprono le paratie di vetro e le tende quando comincia la preghiera e altri modi non so come raggiungerle, anche perché c’è così poco tempo…La prima idea è di arrivare presto in chiesa, quando ancora non c’è nessuno, e urlare alle suore il mio problema per farmi sentire dall’altra parte della parete di separazione.
    Più mi rigiravo nel letto, più l’idea non mi piaceva.
    Urlare è essenzialmente l’opposto di quello che si fa in quei luoghi…infine mi viene l’idea di infilare un foglio sotto al vetro. Facevo affidamento sul fatto che esista un filino di spazio sotto al vetro di separazione.
    Decido, io scrivo il foglio, se proprio non passa mi invento qualcosa sul momento.
    Sono costretta ad alzarmi per scrivere il biglietto altrimenti continua il mio cervello a dettarmi il contenuto e non riesco a dormire.
    Così scrivo:

    URCENTE E IMPORTANTE
    Nel letto di ospedale accanto a mio padre vi sta un uomo che non ha ancora molto da vivere.
    Gli è stato chiesto più volte di ricevere la comunione ma lui ha sempre rifiutato.
    Questa mattina, forse per l’ultima volta, gli verrà ancora chiesto.
    Vi chiedo di pregare perché Pietro, questo è il suo nome, abbia la possibilità, questa mattina, di decidere liberamente senza alcun tipo d’impedimento, in piena coscienza e lucidità quello che veramente vuole fare della sua anima: affidarsi alla Misericordia di Dio o alla Sua Giustizia.
    In più bisognerebbe pregare perché l’indegna persona che gli parlerà trovi le argomentazioni e le parole giuste per convincerlo.
    So che vi chiedo di soffrire ma io sono troppo indegna e miserabile per chiedere a Dio una grazia così grande.
    Tutto a lode e gloria di Dio.
    Grazie.

    Quella mattina metto in opera il piano.
    La lettera giunge a destinazione verso le sei e trenta del mattino.
    Mi metto poi in postazione per bloccare il sacerdote. Ho deciso anche di far celebrare la S. Messa con quella intenzione.
    Purtroppo mi comunica che è già impegnata ma che si pregherà anche per questo. Infatti, durante le preghiere dei fedeli fa un’intenzione per tutti i moribondi che non vogliono i sacramenti.
    Finita la S. Messa mi sono diretta verso l’ospedale.
    Pensavo ed ero preoccupata.
    Uno, speravo che ci fosse la figlia Tania, quella con cui mi trovavo più a mio agio perché sapevo che frequentava la chiesa e quindi mi sarebbe stato più facile chiederle il permesso di parlare con suo padre;
    due non sapevo ancora assolutamente cosa dire a Pietro per fargli cambiare idea e perciò confidavo in un aiuto celeste; terzo ero forse io più del diacono per pensare di avere qualche speranza?
    Almeno di questa domanda potevo darmi la risposta: non ero io che portavo miglioramento ma l’offerta e la preghiera delle monache.
    Arrivai con il desiderio di parlargli immediatamente ma i miei piani venivano subito annullati da una serie di eventi.
    La porta era chiusa perché li stavano cambiando.
    Tania era lì fuori che stava passeggiando avanti e indietro in attesa di poter entrare.
    Intanto il mio primo desiderio che ci fosse lei si era realizzato.
    Prendo il coraggio a due mani e opto per usare quel tempo per chiederle il permesso.
    “Tania tutto bene? Ti vedo un po’ pensierosa…”
    “C’è il babbo che non sta molto bene, ha ripreso a tossire. Pensano che gli sia tornata l’acqua nei polmoni. Ci hanno dato la colpa di lasciarlo bere qualche volta e di aver lasciato la bottiglietta di acqua sul comodino così lui beve durante la notte…Oggi non andiamo a casa”.
    “Mi dispiace.”
    “In effetti sono due mattine che troviamo il comodino completamente sommerso dall’acqua ma lui dice che non beve acqua durante la notte…E’ una situazione che stringe il cuore”.
    “So che è un brutto momento ma io ho da chiederti un piacere e dopo sai che noi, se non ci sono delle novità, andiamo via perciò non c’è più tempo.”
    “Dimmi pure, se posso…”
    “Questa mattina ho chiesto alle suore di clausura di pregare per tuo padre.”
    “Ti ringrazio tanto”.
    “Aspetta a ringraziarmi perché non l’ho fatto per la sua guarigione fisica ma per il suo spirito, perché lui accetti di confessarsi e fare la comunione…”
    “Ma non hai visto come si è comportato le altre volte? Ti dirà sicuramente ancora no…è inutile”
    “Ti prego, lasciami provare, al massimo dirà di no ma io saprei che ho fatto tutto quello che potevo e sarei tranquilla…lasciami provare ti prego…”
    “Pensavo di chiederglielo io poi, ma se vuoi prova pure, al massimo dirà ancora di no. Lui è un tipo che più uno glielo chiede e più si intestardisce nell’opporsi. E’ un sardo, duro come la roccia.”
    “Grazie Tania, ti chiedo solo il piacere di non farti vedere da lui, mettiti dietro alla tenda e ascolta tutto se vuoi ma non farti assolutamente vedere”.
    “Va bene”.
    Possiamo entrare.
    Subito Paolo appena si accorge che ci sono richiede il mio aiuto per sedersi e per altre necessità.
    Il tempo passa inesorabile.
    Sto per andare e in quel momento ecco che arriva la colazione, tutto viene nuovamente rimandato.
    Stiamo finendo la colazione e a Tania viene in mente che io devo andare a prendere le medicine per il continuo della terapia a casa. Devo andare subito ( la dottoressa mi aveva detto che di solito le dimissioni si facevano dalle 8,30 alle 9,30) perché se poi arrivano i volontari AVAP a prendere mio padre devo consegnare loro la carta di dimissioni dove sopra ci sono le medicine. Corro per fare presto. La farmacia dell’ospedale è chiusa, apre più tardi e c’è già una fila sostenuta.
    Decido di prendere il numero e di utilizzare quel tempo per parlare con Pietro.
    Dico a Tania: “La farmacia è chiusa, apre fra dieci minuti e ci sono già tante persone in attesa. Sono venuta su così uso questo tempo per parlare con tuo padre”.
    “Vai pure”.
    Pietro è semisdraiato e si lamenta tenendo gli occhi chiusi.
    Mi avvicino a lui.
    “Ciao Pietro, sono venuta qui perché ti devo raccontare una storia”.
    Immediatamente apre gli occhi interessatissimo. La cosa mi meraviglia ma provo a continuare come se niente fosse.
    “Tu hai un nome molto importante, lo sai?”
    “Tanti si chiamano come me, non c’è niente di particolare”.
    “Quando ti sento chiamare mi fa sempre venire in mente quel pezzo di vangelo dove Gesù chiede a Pietro: -Tu mi ami?- per ben tre volte. Te lo ricordi?”
    “Sì, è quando gli dice: – Tu sei Pietro e su questa pietra fonderò la mie Chiesa – me lo ricordo”.
    Io a dire la verità non lo ricordavo se i due momenti coincidono ma non era quello il momento per guardare queste finezze.
    “Ma tu Pietro credi che Gesù è il figlio di Dio incarnato, morto e risorto per la nostra salvezza?”
    “Caspita che ci credo! E credo anche che esiste il diavolo. Prego giorno e notte perché Dio mi aiuti, sento che sto morendo. Provo in tutte le maniere a darmi forza ma non ci riesco, ormai non c’è nessuna speranza per me.”
    Intanto intorno a noi sembra che si sia scatenato il pandemonio. Il mio cellulare che squilla in continuazione ma decido di non rispondere. Tania che parla al suo telefono. Un’infermiera che viene e va per mettergli a posto il flebo. Quattro infermiere che mi chiedono di liberare il posto letto per permettere a loro di sistemare per il nuovo paziente che deve arrivare.
    Io però non posso fermarmi adesso, così di malavoglia chiedo a Tania di fare su tutte le mie cose, le sistemerò poi. Arrivano in quel momento anche tre volontari per il trasporto di mio padre in anticipo, tutto in quel momento, sembra una congiura. Dico all’infermiera che lo possono portare via tanto a casa c’è mio marito che gli aspetta, per quanto riguarda la roba ci penso io. Per le medicine, per fortuna, scopro che posso tenere la copia della lettera di dimissioni, la dottoressa aveva fatto due originali, che previdente!
    In mezzo ad almeno infermiere che chiacchierano forte nella stanza dietro alla piccola tenda e al trambusto di Tania che cerca di sistemare la roba, i volontari che non so con quali problemi e parlano a gran voce con la caposala, i cellulari che suonano, c’è Pietro che rimane calmo e concentratissimo ad ascoltarmi come se ci fosse il più assoluto silenzio. Io invece faticavo a restare con la testa lì, sembrava che il mondo mi chiamasse a tutti i miei doveri di figlia. Ora però non potevo, dovevo fare questa cosa così importante, cerco di estraniarmi da tutto il resto.
    “Ma lo sai Pietro che proprio non ti capisco!”
    “Tu dici di credere in Gesù, tu pensi che devi morire e poi non vuoi fare la comunione, proprio non ti capisco. Perché ti comporti così?”
    “Sai io sono un po’ scettico…”
    “E’ il demonio che ti mette in testa certe idee! Hai detto che credi che esista. Tu ti stai comportando all’opposto di quello che mi dici di credere. Dici di no a Dio mentre sei lì che lo preghi di aiutarti in continuazione. Lo capisci che non ha senso?”
    Lo vedo che pensa.
    “Questa mattina ho chiesto alle suore di pregare per te. Lo sai vero che vado a Messa al convento la mattina?”
    “Sì, pregano per me?” con una luce di speranza negli occhi.
    “Sì, pregano per te, ma solo questa mattina, per dare a te la possibilità di decidere cosa tu voglia fare liberamente e in piena coscienza.
    Fai finta che questa sia la tua ultima possibilità di scelta e che qui di fronte a te non ci sia io ma Gesù che ti domanda: – Tu Pietro dici di credere in me, chiedi il mio aiuto, perché allora mi rifiuti? – Riusciresti in quel caso a dirgli di no, sapendo che Lui ti ha amato tanto da dare la Sua Vita per te?”
    “No. Io però mi sento così scettico, non so.”
    “Questa sensazione è il demonio che te la mette perché non vuole che tu acconsenta. Devi dare uno smacco al diavolo e comportarti secondo quello che veramente credi, devi dare la prova della tua fede, ora. Non pensare di avere altre possibilità, non lo sai, ora devi decidere per la tua anima!
    Chiamo il sacerdote?”
    Silenzio.
    “Si, chiamalo che faccia presto!”
    Non me lo faccio ripetere, corro a telefonargli.
    “Dieci minuti” mi dice.
    Torno da Pietro, non lo voglio lasciare solo, sicuramente è pieno di pensieri.
    “Ti dispiace se ti accarezzo?”
    “No anzi…”
    “Oltre a confessarti e a comunicarti c’è anche l’Olio Santo che potresti ricevere. Si dà agli ammalati per aiutarli a superare il momento difficile della malattia e a chiedere a Dio la guarigione. Ma se questo non è nei Suoi piani, ti darà la pace e la serenità per sopportare la malattia. Ti và di ricevere anche quello?”
    “Sì, ma sono molto preoccupato perché io è tanto che non mi confesso…”
    “Quello che viene è un sacerdote anziano che sicuramente ne ha sentite di tutti i colori, vedrai che ti aiuterà lui, quello che devi fare è avere fede e pentirti sinceramente di tutti i tuoi peccati. Il resto lo farà Dio e il sacerdote, stai tranquillo. Ora ti lascio solo un altro momento che ritelefono al sacerdote per dirgli di portare anche l’Olio Santo.
    Mentre mi sposto vedo mio padre ancora seduto sulla sedia.
    “Ha accettato!” dico a Tania che è accanto a lui per controllare che non cada.
    “Ha accettato e ora vado a telefonare che porti anche per l’Olio Santo!”
    “Ha accettato?” ripete stupita e incredula.
    “Come mai mio padre è ancora qui?”
    “Sono andati a prendere qualcun altro e per Paolo viene un altro gruppo”.
    “Meglio così, vado a telefonare. Senti potresti andare tu a prendere le medicine? Io preferirei stare con tuo padre mentre aspettiamo il sacerdote.”
    “Se mi spiegano come prendere le medicine cosa devo fare?”
    “Non preoccuparti io so tutto, tu devi solo prenderle. Grazie.”
    “ Grazie a te!”
    Dopo la telefonata torno da lui in attesa del sacerdote.
    Cerco di stare tranquilla ma sono agitatissima, ma quanto ci mette…
    Poi lo vedo e faccio le presentazioni. Li lascio soli e vado da mio padre che in mezzo a tutto quel trambusto è un po’ frastornato perché non capisce cosa stava succedendo. Lo abbraccio e lo tranquillizzo rassicurandolo che presto sarebbe andato a casa.
    Alle otto e trentasette minuti Pietro si era confessato, comunicato e aveva anche ricevuto gli oli santi.
    Ho telefonato alle suore e per segreteria ho lasciato il messaggio della bellissima notizia e le ho nuovamente ringraziate.
    Sono tornata da Pietro e ho cominciato ad accarezzarlo.
    Tania mi guarda stupita.
    “E’ vero Pietro che adesso ti piace essere accarezzato e coccolato?”
    “Sì tanto”.
    Allora la figlia ancora più stupita si china a baciarlo.
    L’ultima volta che ho visto Pietro era con la figlia che lo baciava e lo guardava con affetto. Ho sentito che gli ha chiesto: “E il santino di Gesù che ti ha dato il sacerdote dov’è?” Pietro non risponde con la voce ma si batte il petto prima di sprofondare nel sonno ristoratore che da l’antidolorifico.
    L’ha messo sotto la maglietta, sul cuore.
    Ora posso stare tranquilla, ci pensa Dio al mio amico Pietro.
    Fine

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