LA VANAGLORIA

Dagli scritti di Don Antonio Roscelli

La vanagloria, che da S. Gregorio viene anche chiamata peccato capitale, è la terza figlia della superbia. Questa è un desiderio disordinato di gloria e di lode umana. Ma dunque, direte voi, bramare la gloria della propria eccellenza è sempre peccato? Rispondo: questa brama può essere anche buona, quando è ordinata; vale a dire quando si brama solo la gloria che merita un bene come la gloria di Dio, il profitto del prossimo e l’utile proprio purché sia onesto.

È sempre poi cattiva, quando è contro la retta ragione: il che succede quando si brama la gloria per un bene che non si ha, o si brama maggior gloria di quella che merita un tal bene. Ma la vanagloria, soggiungerete voi, è peccato grave o veniale? Regolarmente parlando, è peccato veniale: ho detto regolarmente, perché in alcuni casi può essere anche peccato grave, come sarebbe se ci si gloriasse di essere lodato per aver commesso qualche grave peccato; così parimenti sarebbe peccato grave la vanagloria, quando ne seguisse danno notevole al prossimo.

La vanagloria ha anch’essa le sue figlie, come la superbia: la prima è la iattanza ed è quando uno si loda e si gloria eccessivamente di qualche cosa. Dico eccessivamente, perché lodarsi, come faceva S. Paolo, per un buon fine, vale a dire per la gloria di Dio e a profitto del prossimo, non è peccato.

La iattanza, di per sé, è peccato veniale. In tre casi, però, può essere anche colpa grave, cioè: 1° quando uno si loda e si gloria con disprezzo di Dio; 2° quando si loda con ingiuria del prossimo, come faceva il fariseo del Vangelo il quale, lodando se stesso, disprezzava il pubblicano; 3° finalmente, quando uno si vanta e si gloria di qualche grave peccato.

La seconda figlia della vanagloria è l’ipocrisia, che è la simulazione della virtù che non si ha, o il nascondere qualche vizio e difetto che si hanno. Questa, essendo come una specie di bugia, sarà sempre, per lo meno, peccato veniale.

La terza figlia della vanagloria è la pertinacia, la quale consiste in ostinarsi nella propria opinione e volerla difendere contro la verità. Questa sarà colpa grave quando la verità che ostinatamente s’impugna riguarda la fede o i buoni costumi, la pietà o la pace od altro bene notevole che tocchi l’onor di Dio o l’utile del prossimo.

La quarta è l’invenzione di novità ed è quando uno per cattivarsi l’altrui lode, vuole esporre cose mirabili e nuove e, quando questo fosse di cose contrarie alla fede ed ai buoni costumi, o generasse danno al prossimo, sarebbe anche peccato grave.

La quinta è la curiosità ed è uno sregolato desiderio di vedere, udire o sapere cose che non convengono. Se questo si fa in cose leggere solo per curiosità, non sarà che peccato veniale, ma sarebbe colpa grave quando ci fosse pericolo di peccare gravemente, come se si volesse guardare deliberatamente oggetti osceni, o saper gli altrui difetti, o conoscere ciò che altri è tenuto ad occultare del suo prossimo.

La sesta figlia della vanagloria è la disubbidienza formale, per cui si trasgredisce il precetto del Superiore. Quando la disobbedienza è con disprezzo del Superiore o del comando, è sempre peccato grave, quand’anche non fosse che in piccole cose perché, essendo un Superiore un ministro di Dio, Dio stesso ne resta in lui disprezzato, secondo il detto di Cristo: «Chi disprezza voi, disprezza me». Quando poi non si osserva il comando del Superiore per altri motivi, la colpa è mortale o veniale, secondo la gravità o la parvità della materia.

 Da http://www.immacolatine.it/Manoscritti_vol_3/La_superbia_1.html

Share This:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *