Quella società permeata di valori cristiani è un ricordo. Il processo di decristianizzazione è stato lento ma tenace, e, quel che è peggio, oggi ci scopriamo noi stessi responsabili di un secolarismo distruttore: distruttore di fede e di cultura; distruttore di valori e di costumi; distruttore di pace e di vita.

Ci siamo lasciati affascinare più dalle ideologie che dal “Padre Nostro”; ci siamo lasciati lusingare da una modernità senza tradizione; abbiamo voluto dimenticare il valore della nostra storia, consegnandola ad un nemico che abilmente l’ha distorta e manipolata; abbiamo rincorso le false promesse dell’Ingannatore e abbiamo strisciato nei bassifondi della morale barattando i nostri valori per un piatto di lenticchie; ci siamo lasciati convincere che Dio ha torto, erigendo altari alle scienze umane ed istituendo tabernacoli al nostro io; abbiamo abbandonato preghiera ed ascesi per inventarci religiosità a nostra immagine e somiglianza, con la sola proprietà di compiacere.

Nelle chiese sventolano bandiere dalle ideologie umane, dimentichi che il simbolo della vera pace è solo il Cristo crocifisso; il Santissimo Sacramento è abbandonato alla sua prigionia nel tabernacolo, mentre noi banchettiamo, tingendo di agape ciò che il più delle volte è solo divertimento mondano; si organizzano un numero sconsiderato di riunioni pastorali, in cui tutti si chiacchiera di ogni problema del mondo, ma in cui nessuno sembra ricordare di riformare la propria vita.

Il risultato è un mondo pagano, consapevole ed appagato di ogni sua idolatria, frutto delle triplici “S” sataniche (soldi, sesso, successo), dalle cui radici si ramifica un florilegio di vizi.

Bisogna tornare all’insegnamento del catechismo, anche questo bollato come noiosa ed inutile accozzaglia di nozioni, idea ovviamente scaturita dall’abile dialettica diffamatoria di intelligenze malvagie ed infingarde.

Per amare bisogna conoscere chi si ama. Amare ciò che Gesù ed il suo Corpo Mistico (la Chiesa) hanno insegnato, significa poterci conformare all’amato, vuol dire assimilare quel messaggio che tanto costò al nostro Dio, di cui noi oggi ci facciamo beffa.

Attraverso il conoscimento della dottrina il nostro cuore e la nostra intelligenza hanno l’oggetto su cui fare scendere la grazia dello Spirito Santo, la cui opera ordinaria prevede la collaborazione della natura umana.

Attraverso la dottrina abbiamo le armi per difenderci dalle false dottrine, dai seduttori di un mondo che luccica di buio.

Nessuno sa più niente. Tutti si interrogano nuovamente su un perduto senso della vita, ma sono pochi coloro che si impegnano nella ricerca, e ancor meno coloro che sono costanti nella pratica della verità tradotta nel bene.

Papa Luciani scrisse “Catechetica in briciole” nel quale, con parole semplici, ha voluto sottolineare l’importanza di questo strumento straordinario che è il Catechismo.

Basterebbe anche solo rileggersi il piccolo Catechismo di Pio X, che, nella sua semplicità, indica la strada da approfondire e valica i confini dei cuori, almeno laddove un cuore c’è ancora.

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1. – Che cos’è il Catechismo

1. — Catechismo è parola greca che significa: parlo dall’alto.
Oggi, questa parola viene adoperata in tre sensi:
a) insegnamento a viva voce della religione («frequentare il
catechismo»); b) libro che contiene le verità religiose in forma
semplice e piana («comperare un catechismo»); c) le verità
stesse contenute nel libro o esposte nell’insegnamento («il
catechismo» ci insegna che…).

2. — Il primo significato di insegnamento è più comune.
Si badi, però, che si tratta di un insegnamento speciale: non è istruzione della sola mente, ma educazione di tutta la vita: non mira solo a mettere in testa alcune nozioni, ma trasmette solide convinzioni, così vive e forti da portare alle opere buone, all’esercizio delle virtù.
Mi spiego. Ho due catechisti: il primo parla e spiega bene, ma non fa migliori i fanciulli; il secondo è meno bravo, ma sa fare così bene coll’esempio, con la convinzione che l’anima, con le sue esortazioni, che alla sua scuola i fanciulli diventano più buoni, si invogliano a frequentare la Chiesa, pregano volentieri. Il secondo vale molto di più dei primo come
catechista.
Ho due fanciulli: uno sa a memoria il testo e lo capisce, ma la sua vita non è quella insegnata dal testo. L’altro ricordapochino, ma si sforza di diventar migliore per mettere in
pratica ciò che ha studiato. Questi ha imparato il catechismosul serio.

3. — Chiesero a Michelangelo: «Come fate a produrre statue così piene di vita?» Rispose: «Le statue sono già nel marmo. Tutto sta a cavarle fuori».
I fanciulli sono, come il marmo, della materia grezza: se ne può ricavare dei galantuomini, degli eroi, perfino dei santi.
E questa, è l’opera del catechista.

4. — Messo da parte il catechismo, non saprete che mezzi adoperare per fare buoni piccoli e grandi.
Tirerete in campo la «dignità umana»? I piccoli non capiscono che cosa sia, i grandi se ne infischiano.
Metterete avanti «l’imperativo categorico»? Peggio che peggio.
E’ ben diverso, invece, se parlerete a piccoli e grandi di Dio che tutto vede, che premia e castiga, che ha dato una legge santa ed inviolabile, che offre i Sacramenti per rafforzare
la nostra volontà buona, ma tanto debole ed incostante.

5. — Lo so: parecchi hanno studiato il catechismo e ciononostante sono diventati cattivi.
Ma il catechismo avrà almeno messo nel cuore il rimorso:il rimorso non lascerà loro aver pace nel peccato e presto o tardi li ricondurrà al bene.

6. — Si dice che anche la filosofia e la scienza sono capaci di far buoni e nobili gli uomini.
Ma non c’è neppur confronto col catechismo, che insegna in breve la sapienza di tutte le biblioteche; risolve i problemi di tutte le filosofie e soddisfa alle ricerche più penose e difficili dello spirito umano.
Il catechismo spiega perché si soffre a questo mondo, come bisogna impiegare la ricchezza, perché tutti devono lavorare. Ci mette avanti Cristo per modello e ci dice: Fate come Lui! E’ vostro fratello. Vi vuol bene, vi perdona, viene a vivere in voi!
Il catechismo ci grida continuamente: Sii buono, sii paziente, sii puro, perdona, ama il Signore! Insomma non esiste al mondo forza moralizzatrice più potente del catechismo.

2. – C’è bisogno di Catechismo

7. — Peccato che questa immensa forza sia poco sfruttata! I fanciulli studiano poco il catechismo; gli adulti, perché si illudono di averlo studiato, non lo studiano più. E così c’è in
giro una Ignoranza religiosa incredibile: gente che conosce la scienza e ha letto cataste di libri non sa nulla del cristianesimo in mezzo a cui vive, non ha mai letto il Vangelo per intero,scambia un funerale della sera per una Messa ecc.
Senza dire di tant’altra gente, che frequenta la Chiesa e si crede pia ed invece manca completamente di idee religiose; crede di aver la fede ed ha solo del tenerume; cerca nella pietà non il volere di Dio, ma impressioni, sentimenti e vaghe ebbrezze; ignora la vera devozione e pratica un mucchio di devozioni legate a certe formule, a certi numeri, metà cabala, metà superstizioni; svuota la testa e il cuore e carica unicamente il sistema nervoso.

8. — Dei bambini piccolissimi, si dice: «Son tanto piccoli! È troppo presto per insegnar loro la religione»!
Ed invece un educatore a una mamma che chiedeva quando dovesse cominciare l’istruzione del suo bambino di due anni, rispose: Subito. Siete in ritardo per lo meno di tre anni! Voleva dire che i bimbi sono capaci di impressioni religiose fin dai primi istanti della loro vita.
E un altro educatore scrisse che nemmeno in quattro anni di università un uomo impara tanto quanto nei primi quattro anni della vita. Tanto sono decisive e indelebili le prime impressioni!

9. — C’è chi dice con Rousseau: Voglio rispettare la libertà di mio figlio, non voglio imporre alcun insegnamento religioso.
A vent’anni sceglierà.
Ma pensano questi genitori che in realtà ai loro figlioli hanno imposto tutto? La vita, intanto, perché non hanno chiesto il permesso dei figli per metterli al mondo: e poi il cibo, i vestiti, la casa, la scuola…
D’altra parte, chi si metterà, a vent’anni, a studiar religione? Vent’anni! L’età di tutti gli esami per quelli che studiano, l’età del lavoro, del mestiere, dell’officina, dell’ufficio per gli altri. L’età delle passioni, dei divertimenti, dei dubbi. Chi avrà voglia o tempo di prendersi i grossi volumi, studiarvi sopra tutte le religioni di questo mondo per vedere quale sia la vera e migliore? E poi, non aspettano, i genitori, che le malattie siano entrate nel corpo dei figli per cacciarle a forza di medicine; fanno invece di tutto, perché non entrino nel corpo.
Altrettanto si deve fare con l’anima: metterci il catechismo, il timor di Dio, affinché i vizi non entrino: non aspettare che i vizi siano entrati per aver la consolazione di cacciarli con la religione.

10. — Il nostro ragazzo deve lavorare, deve studiare!
— Ma prima ancora deve diventar buono, deve essere premunito contro tutte le seduzioni e le tentazioni di domani.
Non è con la tavola di Pitagora o con un banco da falegname o con un diploma che si sbarra la via alle passioni.
Questo ragazzo è atteso al varco: domani la donna, il giornale, il cinema, l’osteria se lo disputeranno. Mandar avanti dei giovani o delle figliole senza catechismo sulla strada del
mondo è lo stesso che mandare dei soldati alla guerra senza giberne, senza cartucce, e farne degli sconfitti e degli infelici.
11. — I grandi si scusano: abbiamo già studiato, il catechismo!
Ma da ragazzi; ed era catechismo per ragazzi, fatto di poche nozioni, con immagini, parole e sentimenti infantili, roba che accarezzava l’immaginazione, il cuore. Ma adesso che
siete adulti occorre qualcosa di più sostanzioso che rischiari la testa e guidi la vita. Adesso occorrono ragioni solide, chiare, risposte convincenti, per respingere vittoriosamente gli
attacchi che d’ogni parte volano contro la fede.
Mai come oggi s’è sentito bisogno di catechismo.

[…]
II
IL MAESTRO DI CATECHISMO
1. La missione del Catechista

1. — C’è un quadro del Murillo chiamato «I fanciulli della conchiglia». In uno sfondo tranquillo e sereno, mentre Angeli dall’alto guardano e sorridono, Gesù Fanciullo dà a bere, in una conchiglia, al piccolo Giovanni Battista l’acqua attinta ad un limpidissimo ruscello che scorre ai piedi.
Ecco la missione del catechista: sostituire Gesù e dare ai fanciulli, col catechismo, l’acqua della vita eterna.

2. — E’ una missione nobile. Il catechista continua l’opera di Gesù, degli Apostoli; si mette in linea coi Vescovi, coi sacerdoti, coi missionari; aiuta la famiglia che non sempre può
e sa da sola educare i figli; aiuta la patria col formare buoni cittadini. Aiuta soprattutto la Religione. Certo, al centro della Religione sono la S. Messa, i Sacramenti, le sacre funzioni. Si
pensi alle tracce che lascia una prima Comunione, il rito delle Nozze, una Confessione ben fatta.
Ma cosa si raccoglie in una prima Comunione, in un Matrimonio ben celebrato? Quel che il catechista ha seminato.
E chi va alla S. Messa, alle funzioni, e chi ne ricava un frutto pratico? Chi è stato preparato con catechismo serio, continuato.
Chi si confessa con accusa sincera, con vero dolore e proposito fermo? Chi ha avuto un bravo catechista che gli ha comunicato circa la Confessione idee, convinzioni e buoneabitudini.
Uomini grandi come Alessandro Volta, Silvio Pellico e Cesare Cantù ritennero onore spiegare quasi tutte le domeniche il catechismo ai bambini nella Chiesa parrocchiale.
Anche Napoleone insegnò il catechismo negli ultimi anni e Carlo Alberto istruiva personalmente i figli sul modo di confessarsi, comunicarsi e ascoltare la S. Messa.
Pio X ha detto: quello del catechista è oggi il più grande di tutti gli apostolati.

3. — E’ una missione difficile. Le difficoltà vengono anzitutto dagli alunni. I fanciulli sono spesso leggeri, incostanti, irrequieti, distratti da cento cose. Le famiglie talvolta aiutano
poco l’opera del catechista e perfino la ostacolano o la distruggono.
Altre difficoltà riguardano il catechista stesso, che si sente impreparato a insegnare, ha poco tempo, teme di legarsi, deve sottostare alle fatiche della preparazione, della disciplina da
tenere ecc. ecc. E poi il catechista va incontro allo scoraggiamento, tanto più facile quanto maggiore era stato l’entusiasmo nel cominciare. Non si vedono frutti, si incontrano resistenze, si provano delusioni, amarezze, viene voglia di piantare tutto…

4. — Eppure, è una missione che porta frutti. Le difficoltà si superano. Chi ha passione e insiste e ritenta e soprattuttocerca di prepararsi per rendere piacevole, attraente la lezione,
riesce a interessare i ragazzi. I frutti non possono mancare.
Sicura, intanto, è la ricompensa del Signore, che ha detto:
«Tutto quanto avrete fatto a uno di questi piccoli, l’avrete fatto a me», e: «Coloro che avranno insegnato la giustizia a molti, brilleranno come le stelle nell’eternità».
Poi c’è anche il risultato qui in terra. Il contadino raccoglie la messe parecchi mesi dopo aver gettato il seme. Il catechista è un seminatore: spesso l’effetto del suo insegnamento si vede più in là, in età più avanzata, una disgrazia, in punto di morte: spesso il frutto è visibile subito nei fanciulli che imparano, che diventano più buoni e ci sono riconoscenti.

2. – Le doti del Catechista

Dipende soprattutto dal catechista che la sua missione riesca o no. S. Filippo Neri e S. Giovanni Bosco catechizzavano i ragazzi in qualche angolo di sacrestia, perfino in istrada, senza lusso di ambienti, senza mezzi, eppure incantavano come maghi e trasformavano. Avevano quel che occorre più di tutto: le belle doti, che si possono dividere così:
Doti religiose che fanno il cristiano;
Doti morali che fanno l’uomo;
Doti professionali, o del mestiere, che fanno il maestro;
Doti esterne che non fanno niente di nuovo, e non sono indispensabili, ma danno pieno risalto alle doti precedenti e permettono al catechista di brillare davanti ai ragazzi nella luce
completa di cristiano, uomo e maestro.

a) Doti religiose
5. — Buona condotta. E’ una dote capitale. I fanciulli leggono più sul catechista che sul catechismo; imparano più dalla condotta che dalle parole, più cogli occhi che con le orecchie.
Sono come le spugne: assorbono soprattutto quello che vedono. E vedono molto: hanno antenne finissime per captare tutto quello che il catechista è interiormente. Se il catechista non è buono, la sua voce esterna può dire quello che vuole, ma cento altre voci escono da lui a smentire ciò che le labbra pronunciano.
Non si riesce a insinuare nei fanciulli la dolcezza, il perdono, quando, lunghi pensieri di astio o di vendetta hanno dato una piega dura al nostro volto.
Non si porta alla purezza con le belle parole, quando brutte abitudini o pensieri cattivi oscurano la nostra anima.
Il catechista non può dare ciò che non possiede: anzi, egli non insegna nemmeno ciò che ha, o ciò che sa, ma ciò che è.

6. — Pietà, Dio ha riservato a sé solo di produrre nelle anime la vita soprannaturale, ossia la Grazia e le virtù. Il catechista è soltanto uno strumento di cui Dio si serve: se resta unito a
Dio, vivendo in stato di Grazia, farà del bene ai fanciulli;
staccato da Dio, col peccato mortale, la sua opera sarà sterile.
E’ come la lampadina elettrica: unita alla corrente, fachiaro; staccata dalla corrente, lascia all’oscuro.
Ci sono stati dei catechisti che, privi di doti esteriori, scarsi di ingegno e di cultura, hanno tuttavia ottenuto frutti meravigliosi. Avevano una pietà profonda che conquistava i
fanciulli più che tutta l’eloquenza di questo mondo.
Catechisti che non solo insegnavano Dio, ma Lo mostravano e facevano sentire, come il Curato d’Ars, del quale si disse: Andiamo a vedere una trasparenza di Dio!
Non si concepisce un catechista senza vera pietà. Come può far amare il Signore se egli, primo, non l’ama? Come insegnerà a pregare, a frequentare i Sacramenti, se non ha gusto per la preghiera, passione per le funzioni, se non fa bene le genuflessioni, il segno di croce, ecc.? E la pietà non è una maschera che si mette e si leva: è un profumo che esce da un’anima desiderosa di piacere a Dio e che i fanciulli fiutano e riconoscono con una facilità straordinaria.

7. — Convinzione profonda. Il catechista deve essere un entusiasta, un convinto. Convinto che la sua missione è una cosa grande, che le cose che insegna sono vere, che i fanciulli,
a furia di sforzi, verranno elevati, migliorati. Queste convinzioni daranno anima, ali al suo apostolato; con esse egli diventerà un artista del catechismo: senza di esse, resterà un
manovale del catechismo, incapace di edificare e trascinare.
Due alpinisti scalano una roccia; il primo, perché è di moda; il secondo, per passione.
Sentiteli al ritorno: “Cosa ho veduto? — dice il primo — Oh! nulla di speciale: quattro corde, quattro alberi, deitorrenti, dei prati, un cantoncino di cielo e nient’altro!”. E sbadiglia.
Dice il secondo: “Cosa ho veduto? Non lo dimenticherò mai più! Rocce, poi ancora rocce, e prati e torrenti e azzurro e sole e cose meravigliose!”. E mentre parla pare che tali meraviglie gli ridano ancora nello sguardo e nell’anima.
Quei due dicono la stessa cosa, ma è il modo di dire, diverso. Il primo non invoglia nessuno a tentare una scalata; il secondo invece col suo entusiasmo accenderà la passione della
montagna in altri e guiderà proseliti a nuove vette.
Così il catechista: non basta che dica, ma, dicendo, deve invogliare, appassionare e trascinare.

b) Doti morali
8. — Amare i fanciulli. Lacordaire ha scritto: «Dio volle che nessun bene si facesse agli uomini fuorché amandoli». Ed è vero.
Se i fanciulli si sentono amati, spalancano la porta del loro cuore, si fidano, ascoltano, si lasciano persuadere e fanno.
Se non si sentono amati, restano diffidenti, fanno per forza, o affatto non fanno.
Il catechista stesso, poi, sé non vuol bene, ai fanciulli, non troverà mai la forza di superare gli insuccessi, le noie, le ingratitudini inerenti al suo ufficio; tanto meno sarà capace di
aver fiducia in loro, di compatirli, e di aver pazienza.
9. — Pazienza. Perché la pazienza è necessaria al catechista.
«Coi fanciulli — dice S. Francesco di Sales — occorre: un bicchierino di sapienza, un barile di prudenza ed un mare di pazienza».
E lo sanno tutti, tanto è vero che quando un maestro non riesce coi fanciulli, il popolo dice senz’altro: «Non riesce, perché non ha pazienza Quando invece un maestro è capace,
virtuoso, il popolo senz’altro esclama: «Quanta pazienza!».

10. — Senso della giustizia. Il fanciullo non sopporta le parzialità e le ingiustizie e, quando le vede o crede di vederle, soffre, si allontana chiudendosi in se stesso.
In questa materia, cose che per noi sono sciocchezze, per il fanciullo acquistano una importanza straordinaria. Bisogna badare di evitarle, cercando di trattare tutti alla stessa maniera, guardandosi da simpatie verso i più ricchi, i più intelligenti, i meglio vestiti, ecc. Se qualche preferenza si può avere e mostrare è verso i più poveri, i più ignoranti, i deficienti.

11. — Rispetto della verità. Anche alla verità i fanciulli sono sensibilissimi. Essi hanno una grande fiducia nel catechista.
Questi per tanto non deve mai permettersi, neppure per scherzo, di dire cose non vere o di parlare con sottintesi o doppi sensi.
Non sarà mai troppa, a questo riguardo, la prudenza e la cura di non perder davanti al fanciullo il prestigio di essereuomini di parola. Per esempio, si stia attenti quando si racconta, a non cambiare i particolari. Il fanciullo, che ha memoria fedele soprattutto per i particolari concreti, resta male, se nella seconda volta, li trova diversi dalla prima; nel
suo animo sorge il dubbio, che poi passa con tutta facilità dai dettagli insignificanti alla sostanza e alle verità insegnate.

c) Doti professionali
12. — Sapere. Per insegnare bisogna sapere: per insegnare uno bisogna sapere dieci, per insegnare bene, bisogna sapere benissimo.
Ed ecco una scala: chi sa benissimo, insegna bene; chi sa bene, insegna discretamente; chi sa appena passabilmente, insegna male.
Alle scuole elementari una maestra insegna non molte cose e  più facili che le verità del catechismo. Eppure si pretende da lei che studi almeno tredici anni, che superi difficili esami.
Si dice: Oh! si tratta poi di ragazzi! Tanto più è necessario sapere ed avere idee chiare e
precise. Se no, non si può parlare con linguaggio facile e semplice.
Ecco cosa succede quando il catechista sa poco; nelle teste dei fanciulli entrano errori, dubbi e confusioni; — il catechista parla e va avanti senza disinvoltura, senza brio e fiducia in sé; — i ragazzi si accorgono della sua poca scienza, e addio prestigio di maestro!
13. — Saper insegnare. Non è lo stesso che «sapere». Altro è avere le idee nella testa propria e altro farle passare nella testa degli altri.
Ci sono dei pozzi di scienza che non riescono a comunicarla agli altri.
E ci sono degli oratori, bravissimi a parlare ai grandi, che non riescono a fare stare attenti i piccoli.
E ci sono dei maestri capaci di insegnare bene ai fanciulli storia e geografia, ma niente capaci di insegnare il catechismo, che è una materia con difficoltà tutte sue.
Un catechista quindi non solo deve sapere o avere, la scienza; ma deve avere l’abilità di comunicare ai piccoli la sua scienza con la didattica, anzi con la didattica catechistica.

14. — Per arrivare al possesso di questa abilità, sono utilissimi:

1) Il senso di adattamento, e cioè, il saper proporzionare ciò che si dice a chi ci ascolta. Si parla in maniera diversa a bambini di età diversa; e, se i bambini hanno la stessa età, in
una maniera ai meno intelligenti e in un’altra ai più intelligenti. Si cerca sempre di dire cose facili e di dire in modo facile le cose difficili. Si devono sempre presentare le cose sotto un aspetto simpatico che piaccia ai fanciulli e le faccia amare.

2) La chiarezza: idee poche, ma colorite e incisive; meglio poco e bene che tanto e confuso; parole facili, che i fanciulli già conoscono e capiscono, concrete e, se possibile, accompagnate da immagini. Non si dirà: «La sapienza divina», ma «Dio che è tanto bravo». Non si dirà: «Pierino si vergognò», ma «Pierino è diventato tutto rosso per la vergogna». Meglio ancora «Pierino, per la vergogna è diventato rosso come un galletto».

3) Il saper raccontare: è una delle migliori risorse per riuscire coi ragazzi, che sono desiderosi di racconti e bevono avidamente le storie narrate con garbo ed ampiezza.

d) Doti esterne
15. — Il fanciullo è un caricaturista terribile: un minimo di ridicolo che ci sia nel catechista, lo scopre subito.
Ma insieme, tutto ciò che esorbita dal comune, che è bravura vera, o armonia, o grazia, conquista e incanta il fanciullo.
Basta poco per farei beffeggiare da lui e basta poco per suscitare il suo entusiasmo.
Per questo, bisogna che il catechista sorvegli e controlli il suo esterno.

16. — Stia attento all’espressione del volto. I fanciulli la osservano, vi leggono i pensieri che la parola non è stata capace di dire, ma soprattutto i sentimenti che il catechista nutre per loro.
Niente, quindi, sguardo truce. Niente tristezza esagerata. Il fanciullo la prende per cattiveria. Se abbiamo dei crucci, dei malanni, non facciamoli vedere agli alunni: e se fuori piove o
tuona, il nostro viso sia egualmente sereno, tranquillo in modo che i fanciulli dicano: il catechista è contento di essere con noi, egli è buono, ci vuol bene.

17. — Sorvegli lo sguardo. Ai fanciulli parla più l’occhio che la bocca del catechista: nell’occhio essi vedono le sfumature della parola. D’altra parte, è con l’occhio che il catechista li domina e fa sentire che li vuoi dominare. Un occhio vigile, penetrante, acuto impressiona e soggioga i fanciulli.

18. — Sorvegli il gesto. Un gesto naturale, sobrio rende più vivace ed attraente la parola, soprattutto coi piccoli, che sono abituati a supplire i vocaboli che mancano con la vivacissima mimica, mettendo in moto occhi, mani, persona, tono di voce, testa, tutto ma il gesto meccanico e goffo ci rende ridicoli e distrae.

19. — Merita una cura speciale la voce. Il minimo che si domanda è di articolare bene le parole, senza precipitare, senza mangiar sillabe, senza ingarbugliarsi. Non gridare,
assordando, ma neanche parlar troppo basso o fra i denti, in maniera che i ragazzi non capiscano o facciano fatica a capire.
Cominciando, si parla piuttosto piano per attirare l’attenzione; si prosegue facendo degli alto e dei basso, dei piano e dei forte, rallentando in certi momenti e accelerando in altri.
Chi ha un bel timbro di voce, ne approfitti. Un bel timbro,  tradendo o entusiasmo o pietà, può rendere seducenti anche le cose più comuni, come le fate che trasformavano le
pastorelle in principesse.
Il catechista ha qualche intercalare, ossia una parola o frase  che ripete con predilezione ogni tanto? Si sorvegli; altrimenti lo sorvegliano gli alunni che alla fine della lezione avranno
contato 50 o 60 «insomma» o «non è vero» o altre simili perluzze.

20. — Il portamento esterno ha pure la sua importanza.
L’eleganza esagerata, il profumo, la cipria, il rossetto della catechista o l’aria da taglia cantoni del catechista farebbero ridere i fanciulli, ma la trascuratezza, la sciatteria li
impressionerebbero male.
Andando a far catechismo si va a fare una cosa grande: il vestito sia conveniente, la capigliatura composta, non manchi la proprietà e il decoro. Lo meritano il catechismo ed anche i ragazzi.

21. — E finalmente, se il catechista possiede delle abilità che impressionano favorevolmente il ragazzo, non le nasconda, ma le usi a favore dell’insegnamento. Il fatto che egli è un bravoportiere, manda in visibilio gli alunni? E faccia il portiere, nelle partite, perché i fanciulli attaccano spesso la loro stima proprio a queste bravure. La catechista ha una bella voce, fa
dei bei disegni? Esterni talvolta queste qualità, non per mettersi in mostra, ma per far del bene.

3. – La formazione del Catechista

22. — Per poter diventare bravi catechisti è indispensabile un minimo di doti spontanee, ossia una certa attitudine naturale a fare l’educatore.  Caio, che è gran buon figliuolo, ma che non ha memoria e che parlando balbetta e s’ingarbuglia, non ha stoffa di
catechista.
Sempronio che è nervoso, eccitabilissimo, e lascia andar continuamente e per cose da nulla cazzotti e scappellotti, non ha stoffa.
Tizio che ha una timidità straordinaria, che chiude gli occhi parlando ai fanciulli e non osa guardare le persone in viso, solo se si corregge può esser messo a tener una classe di
ragazzi.
Resta quindi che a formare il catechista giovano molto la buona volontà, la perseveranza tenace, lo studio, l’esercizio: ma a patto che ci sia un fondo di disposizioni naturali.

23. — Per acquistare le doti religiose e morali servono lapreghiera, la frequenza ai sacramenti, la meditazione, lo sforzo continuato per farsi un carattere lieto, paziente, leale,
ottimista. Senza la meditazione, soprattutto, le convinzioni non scendono fino alle profondità dell’anima. Anche la pratica dell’esame di coscienza e del ritiro mensile giova molto.

24. — Per possedere la scienza sufficiente, occorre lo studio diligente, assiduo del catechismo.
Non basta aver studiato: occorre studiare ancora, su testi più  ampi, ben fatti, senza dir mai basta, con attenta riflessione.  Non si richiede, certo, che ogni catechista ne sappia
quanto il Parroco, ma è certo che per insegnare agli altri, per quanto si studi, non se ne sa mai abbastanza.

25. — L’abilità didattica si acquista soprattutto colla pratica. E’ sbagliato dire: adesso frequento un corso o imparo un trattato di pedagogia, e poi son bell’e pronto per insegnare. Ci si forma solo insegnando.
Seguire il corso e leggere il trattato, va benissimo; a patto che si applichi subito quel che s’è sentito e letto. E quando si è messo in pratica, si tornerà a sentire e a leggere, per vedere
dove s’è fatto giusto e dove s’è sbagliato.
E’ stato detto: nei primi dieci anni, il maestro insegna a spese degli alunni. Questo, forse, è un po’ troppo, ma è un fatto che il «mestiere» dell’insegnamento si resta «garzoni»
molto tempo.

26. — Ed anche quando si è fatto pratica e si ha un po’ di esperienza si trema e si sente sempre il bisogno di imparare. I fanciulli si rinnovano, ed anche le classi. Il catechista pure
deve rinnovarsi e non può gettar l’ancora e dire: adesso basta.

27. — Oltre che al corso catechisti, si partecipi, potendo, a raduni, giornate per catechisti. Buona cosa interrogare catechisti sperimentati: ci possono suggerire esperienze che sui
libri non si trovano. Meglio ancora, ascoltare le lezioni che essi tengono ai loro scolari. Ottima cosa abbonarsi a una rivista  («Sussidi», «Catechesi», «Via, Verità e Vita»), avere a
disposizione una biblioteca catechistica, fornita di testi, di cartelloni, disegni e riviste.
Oltre a tutto questo, preoccuparsi di farsi uno zibaldone, ossia una raccolta propria di esempi, racconti, disegni. E’ vero che ce n’è già, stampate, di raccolte simili, ma quella è roba di tutti, e non sempre adatta ai nostri alunni, o al nostro temperamento. Occorre avere a disposizione del materiale proprio, che si è esperimentato efficace, che si sa adatto.
Questo materiale va preparato un po’ alla volta. Sento un bel paragone in una predica? — Me lo metto via! A casa lo scrivo, lo ripongo. Domani potrò tirarlo fuori a dottrina.
Leggo un bel racconto? Giù, due righe sulla carta. Domani lo ripeterò ai miei fanciulli. E così si diventa ricchi di bel materiale.

[…]

 

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