A. LIVI: RAGIONARE PER CREDERE

Trascrizione dell’intervento di mons. Antonio Livi durante la conferenzaFede o ideologia? La libertà al bivio. Il caso della teologia della liberazione. – Presentazione del libro di Julio Loredo “Teologia della liberazione. Un salvagente di piombo per i poveri”, svoltasi il 15 giugno 2015 presso la chiesa abbazia di Santo Stefano a Genova.

Mons. ANTONIO LIVI

Dopo quello che avete ascoltato dall’avv. Artiglieri, sarà difficile che ascoltiate altre cose, perché ho la gola in riparazione… forse le corde vocali sono già state attaccate dal male… In ogni caso, mi sforzerò di parlare. Volevo dire, a parte lo scherzo, che dopo quello che abbiamo sentito dall’avv. Artiglieri – puntualissimo, giustissimo e ben calibrato – devo aggiungere qualcosa che conferma, non allarga l’orizzonte di quanto abbiamo sentito.

Le prime parole. Siamo in una chiesa: non è un salotto, non è un’assemblea politica; è un posto di preghiera, di riflessione e di maturazione di buoni propositi per la vita. E i buoni propositi che fa un cristiano sono sempre racchiusi in questa parola: apostolato.

Perché noi siamo nella Chiesa, che è la Chiesa degli apostoli, i quali trasmettono fedelmente, infallibilmente, la Dottrina di Gesù. Hanno il carisma dell’infallibilità, ma hanno, soprattutto, l’indefettibilità. La Chiesa è sempre capace di amministrare i sacramenti della Grazia; è sempre di capace di “confezionare” il Corpo e il Sangue del Signore. La Chiesa, dal Battesimo all’Eucarestia, all’Unzione degli infermi, – per investitura divina – ha la capacità di santificare, oltre che di governare e di insegnare.

I tre munera Christi (insegnare, santificare e governare) sono tutti nella persona di Gesù (maestro o profeta, sacerdote e re). Pertanto gli apostoli – non eletti dal popolo, non rappresentati del popolo – sono presenza viva di Cristo nelle generazioni, fino a noi.

Noi pertanto siamo nella Chiesa apostolica e uniti a Cristo – nella Chiesa apostolica – e siamo chiamati all’azione apostolica. Ognuno col suo carisma, ognuno con la sua capacità, ognuno con le possibilità che storicamente la Provvidenza mette a nostra disposizione. Tutti abbiamo una vita apostolica.

Che cosa significa? L’apostolato è appunto fare la nostra parte nella funzione che hanno gli apostoli di trasmettere la Dottrina, di avvicinare alla Grazia dei sacramenti, di testimoniare la carità di Cristo.

Dico questo perché poi dirò che la funzione della Chiesa in rapporto ai problemi socio-politici ed economico-sociali, di cui si occupa maldestramente la teologia della liberazione. Questa funzione della Chiesa di intervenire nella società l’ha sempre fatto, e nell’epoca moderna anche in forma anche dottrinale: i cento anni e passa della Dottrina sociale della Chiesa, dalla Rerum Novarumdi Leone XIII alla Centesimus Annus di Giovanni Paolo II.

La Chiesa ha fatto proprio una teologia ufficiale, una teologia che io chiamo interpretazione autentica del Vangelo, anche per quanto riguarda l’intervento della Chiesa come tale nei problemi economico-sociali.

La Chiesa ha una duplice maniera di fare apostolato. C’è l’apostolato gerarchico e c’è l’apostolato dei laici. Adesso lo sappiamo anche in forma dottrinale molto chiara, dopo il Concilio Vaticano II, dopo l’Apostolicam Acusitatem.

E quando mi rivolgo ai laici, dico loro: “Attenti, a voi non spettano missioni gerarchiche, ma spettano missioni qualificate, qualificatissime, sante, cristiane, come laici.

Quale differenza c’è? C’è una grande differenza.

L’apostolato dei laici si fa a nome proprio, singoli o associazioni, a proprio rischio e pericolo, non in nome della Gerarchia. La Gerarchia, invece, a proprio nome, fa quello che le spetta con iniziative – che si chiamano genericamente “pastorale” – con le norme del diritto canonico, con l’elezione delle persone messe a capo di questa o di quell’altra diocesi. In ogni caso, in un terreno come quello economico-sociale, è chiamata ad agire, la Chiesa conta soprattutto sull’apostolato dei laici, sulla loro personale responsabilità.

Apostolicam acusitatem, in accusativo, per cui in nominativo apostolica acutitas. Che significa: l’iniziativa generosa, persino a volte eroica, nell’apostolato che a loro compete.

E qual è il campo dell’apostolato dei laici? Giovanni Paolo II lo ripeteva mille volte: la famiglia.

Soprattutto la famiglia, cellula fondamentale della società, tutta la società intera: il parlamento, le elezioni, i sindacati, l’attività imprenditoriale, la promozione delle opere di carità e di assistenza, di volontariato, tutto un campo immenso. Il nucleo, però, è la famiglia. Dalla santità della famiglia c’è la possibilità per il resto.

Poi vedremo dalla presentazione del libro del prof. Loredo che la sua attività da laico responsabile e apostolica ha già nella parola stessa del suo movimento la parola “famiglia”.

L’attività del cristiano, attività apostolica, è variegata, multiforme, dal punto di visti delle attività. Ma, variegate e multiforme, anche dal punto di vista della riflessione teorica, della speculazione, della dottrina. In questo senso, l’unità di vita del cristiano, che è sempre apostolica, comprende anche quello che io chiamo – ma non è un’invenzione mia –, apostolato della dottrina.

La parola dottrina – didachè – è tipica proprio dell’epoca apostolica, o sub-apostolica. La Dottrina dei 12 Apostoli è uno dei primi libri patristici che fanno capire come si è svolta la catechesi universale della Chiesa cattolica.

La Dottrina. Dalla Dottrina viene il catechismo, da lì viene la catechesi, da lì viene tutto quello che ha spiegato Paolo VI[1] nella Catechesi Tradendae; quello che ultimamente ha detto papa Francesco nell’Evangelii Gaudium.

La Dottrina è fatta di parole, frasi, ragionamenti che hanno come anima la logica.

Per cui una dottrina illogica non è dottrina. Così come una terapia senza diagnosi, senza obiettivi di guarigione, non è terapia.

La dottrina ha bisogna di logica, in tutti i livelli, da quello più semplice del catechismo dei bambini, all’assoluzione che si dà al moribondo, alla confessione delle persone lontanissime che dopo tanto tempo si riavvicinano alla Chiesa.

Tutto è dottrina, che deve essere logica. Che cos’è la logica?

Qui entra in ballo il motivo per cui io sto qua a parlare di queste cose.

La logica è intrinseca alla nostra santa fede. Non solo alla fede che si propone, si propaga, e si spiega (catechesi e teologia), ma alla fede che si accetta, alla fede che si vive momento per momento.

Ognuno, quando crede – come ha insegnato già a suo tempo Sant’Agostino –, significa che ha pensato quello che Gesù ha detto è vero, va creduto e va vissuto. La fede è pensata, se non è pensata non è fede. Il pensiero è la logica.

La logica è il pensiero che ha come oggetto la Verità.

Ragionando, dopo cinquant’anni, su questi argomenti, sto per pubblicare un libro che riassume tutto questo, detto frammentariamente in tanti libri.

L’essenza del pensiero umano – pertanto della dottrina sia dogmatica e morale della Chiesa, sia la dottrina filosofica, sia quella scientifica, qualunque dottrina, anche quella politica, nei suoi limiti ipotetici – è la Verità.

La formula che uso è logica aletica. Ogni cosa che si pensa deve avere una logica, perché deve puntare alla Verità e riconoscerla nei suoi elementi propri. Non si può pensare che sia vero qualche cosa se non si è convinti che questa verità è fondata. Non si può comunicare la verità a nessuno se non si mostra in maniera comprensibile e partecipata la fondazione aletica di quello che uno dice.

Piano piano mi sto avvicinando a quello che voglio dire.

Voglio dire che io qua, in questo pomeriggio – grazie all’invito dell’avv. Artiglieri e al fatto che vengo accolto da tante persone che conosco e poi l’ausilio tecnologico del dottor Smeraldi che è qui con la telecamera, che ringrazio (tutto volontariato, tutto apostolato) –, sono qui per dire che il rifiuto che dobbiamo opporre alla teologia della liberazione comincia proprio da questo presupposto.

Cerchiamo di vedere che cosa può esserci di vero in questa proposta dottrinale che nasce da ambienti cattolici; i più illustri sono, tra l’altro, un sacerdote peruviano, un altro brasiliano, avendo come capi scuole dei sacerdoti tedeschi, teologi come Johann Baptist Metz. Nell’ambiente cristiano, dove tutti devono essere apostoli, alcuni si presentano dicendo: “Noi siamo apostoli della rivoluzione marxista”. Di fronte a questo, con tranquillità e serenità, uno dice: “Sarà vero?”.

Sarà vero che questa è una proposta non solo fattibile, ma addirittura da seguire? Possiamo essere oggetti del proselitismo dei teologi della liberazione? Chi sono, che autorità hanno, quanto può essere vero quello che dicono? Che cosa stanno dicendo, di che cosa parlano e in nome di che cosa?

Questo si chiama spirito critico che scientificamente è la logica aletica.

La logica aletica significa: in ogni cosa che penso e in ogni cosa che altri mi propongono, vado a vedere in che grado, in che misura, fino a dove può essere vero; indipendentemente dal fatto che possa essere bello, commuovente, entusiasmante, spaventoso, contrario ai miei interessi. Questi sono altri tipi di logica, si chiamano logica estetica, logica pragmatica, ma quello che interessa al pensiero è la Verità. In tutti i campi è così.

Quando, recentemente, un medico illustre di uno dei principali ospedali di Roma mi disse – in maniera molto bella e persuasiva – che invece di cercare di guarire dovevo pensare al giudizio di Dio, a salvarmi l’anima – non era un prete, ma un professore di medicina – la cosa era bella, anche commuovente, ma era falsa, perché io, in quel momento, volevo una diagnosi, una terapia, qualche cosa che rispondesse alla funzione del medico, per di più profumatamente pagato.

In quel momento mi interessava sapere: è vero non è vero che non c’è rimedio e che devo solo affidarmi a Dio? Che poi sia bello affidarsi a Dio me lo può dire anche il mio confessore, lo leggo nel Vangelo, lo capisco da solo, ma non c’entra con quello che in quel momento chiedo nel dialogo.

Ecco, questo è il punto. La logica aletica prevale, per motivi logici, su ogni altro tipo di logica, su ogni altro tipo di considerazioni.

Purtroppo la teologia della liberazione punta sul fatto che, nel mondo contemporaneo, questo criterio di logica aletica non viene assolutamente preso in considerazione. La retorica, che è tipica delle ideologie – come l’avv. Artiglieri ha, giustissimamente, nominato il termine “ideologia”.

Che cos’è l’ideologia, tecnicamente parlando? È una dottrina che non cerca, né si fonda sulla verità; cerca un interesse e si fonda sulla retorica che consenta a questo interesse di apparire come fondato, quando in realtà non è fondato.

Chi ha inventato questo termine, in un certo senso, è stato proprio Marx, “padre” della teologia della liberazione. Il quale diceva: tutta la filosofia di Hegel, tutta la dottrina della Chiesa, tutte sono ideologie al servizio della classe dominante. Non che la classe dominante cerchi la verità o insegni la verità, ma cerca quello che può servire per mantenere il potere. Questa è l’ideologia secondo Marx.

In realtà, anche il marxismo è una pura ideologia. Pubblicai, anni fa, un libro intitolato Il marxismo, ideologia della rivoluzione.

Si tenta di inculcare, nell’opinione pubblica, che quella politica – molto spesso rivoluzionaria, militare, guerrafondaia – è non solo utile, ma necessaria, eticamente necessaria, perché bisogna stare dalla parte del popolo, perché bisogna reagire all’ingiustizia, etc…

E, parlando, si fa leva sul sentimento della morale, che Marx diceva essere semplicemente una sovrastruttura dell’economia. Contraddicendosi – l’ideologia fa così, è piena di contraddizioni – la morale non esiste, però io, per motivi morali, vi dico: entrate insieme a noi in questa azione politica rivoluzionaria.

Questo lo ha appreso molto bene, in Italia, Gramsci, che ha detto: Io sono un intellettuale, di famiglia borghese, ma faccio la scelta di stare con il popolo. Voglio essere un intellettuale organico alla rivoluzione. Chi non lo è, invece, è un intellettuale che tradisce il popolo, che sta dalla parte degli sfruttatori.

Vedete che argomenti sono? Non sono argomenti logici, che richiederebbero un aggancio alla legge naturale, alla realtà sociologica.

E lui diceva: A forza di propaganda riusciremo a cambiare il senso comune degli italiani che attualmente – diceva, negli anni ’30, Antonio Gramsci – è agricolo, pre-industriale e cattolico. Con la propaganda il partito comunista farà la rivoluzione culturale, il popolo italiano sarà adeguato alle esigenze dell’industrialismo e non sarà più cattolico.

Questo lo diceva negli anni ’30. Adesso come siamo? Siamo in una situazione fenomenica dove si può perfettamente dire che ci è riuscito, anche se Mussolini lo mise in carcere, e vi morì per malattia. La realtà è questa, non solo in Italia, ma in tante parti.

Quando il comunismo, il marxismo, vince attraverso la rivoluzione culturale, significa che l’ideologia è fortissima e usa i mezzi tipici dell’ideologia: la persuasione attraverso la retorica.

La retorica significa: fare appello al cuore delle persone, alla suggestione, non con ragionamenti e dati scientifici inoppugnabili, ma attraverso la psicologia della massa, attraverso l’egemonia dei mezzi di comunicazione.

Quando degli sventurati vescovi europei dicono che “i fedeli delle nostre diocesi non accettano più questa morale, non l’accettano più, sono su altre strade”, di cosa stanno parlando? Stanno parlando di una sociologia della cultura, influenzata da un’ideologia anti-cristiana.

Le masse sono così… Poi vai a vedere se uno ha veramente responsabilità pastorale, le singole persone, le singole anime, che si distanziano dalla massa. Il moribondo non è lo stesso di un ragazzo che è riuscito a vincere un trofeo. Un operaio che deriva da una famiglia contadina, con le sue tradizioni, non è la stessa cosa di un’intellettuale pieno di vizi ostentati.

Le singole anime, accostate dalla vera pastorale, non hanno la psicologia della massa, hanno i problemi e le soluzioni della singola anima che in fondo risponde al suo Creatore con la coscienza.

Come, in maniera mirabile, ha scritto Giovanni Paolo II nella Veritatis Splendor, dove dice: “Chi, alla fine, decide tutto è il dettame della coscienza personale”, che a volte non funzione perché uno è stordito dalla droga, dal sesso, dal divertimento, dal bisogno. Però questi sono episodi della vita, prima o poi una persona fa come il figliol prodigo, rientra in se stesso e dice: “Come stanno le cose? Mio padre come mi ha trattato? Come mi tratterà?”.

Detto questo, entriamo nell’argomento.

Che cosa c’entra la filosofia? Mi ha presentato l’Avvocato gentilmente come filosofo, infatti lo sono. Ha detto anche – gli è sfuggito – che ho scritto libri di teologia. Non è esatto. Ho scritto di filosofia, di quel ramo della filosofia che si chiama, appunto, logica aletica, che applicata alle scienze si chiamaepistemologia.

L’epistemologia è uno studio logica del linguaggio, del metodo di una scienza, per vedere che valore ha questa scienza, che limiti, che oggetto, che possibilità, che valore aletico ha.

E facendo questo lavoro, epistematicamente, mi è toccato farlo con spirito cristiano, con spirito apostolico, come sacerdote, sulla teologia. Così come attualmente si presente nel nostro mondo occidentale, in questo secolo che è passato, il ‘900, e adesso.

Epistemologia della teologia. Quando la teologia è vera, pertanto merita attenzione, quando la teologia è falsa, e merita di essere ignorata, o addirittura respinta. La teologia, da un punto di vista logico, è quello che la Chiesa ha sempre voluto che fosse, fin dall’inizi: interpretazione scientifica della fede,scienza della fede.

La fede precede la teologia.

La teologia non è assolutamente indispensabile per la vita personale di ciascuno, per la fede personale di ciascuno. Ma una spiegazione, un’illustrazione, un approfondimento, un’applicazione della fede, da parte di una scienza piena di logica – com’è appunto la teologia – è utilissima alla Chiesa. Per questo tutti i grandi pastori, Dottori della Chiesa dei primi secoli, hanno fatto filosofia per fare teologia. Fino all’arrivo di San Tommaso d’Aquino che, addirittura, ha teorizzato perfettamente il metodo della teologia.

Tommaso d’Aquino è al contempo un Dottore della Chiesa, un mistico e il più grande filosofo della storia della filosofia. Allo stesso tempo e con la stessa finalità, con un’unità di vita assoluta.

Se un giorno avrete la possibilità di prendere il testo del cosiddetto ritmo di S. Tommaso d’Aquino per la festa dell’Eucarestia, del Corpus Domini, Adoro te devote, – è un latino facile da capire – ma tutto pieno di termini metafisici, tutto pieno di una logica stringente. Dove, addirittura, c’è la definizione di che cos’è la fede, c’è la definizione di che cos’è la speranza, c’è la definizione di che cos’è l’amore, c’è la definizione di che cos’è il rapporto, nell’Eucarestia, fra le specie visibile e la sostanza. C’è tutto. C’è tutta la teologia, in termini filosofici, perfettamente comprensibili, perché rigorosamente logici. E, allo stesso tempo, è un canto mistico, commuovente. È commuovente nell’immagine del pellicano che si ferisce per alimentare, col suo sangue, i suoi piccoli. È mistica. Tant’è vero che il Doctor Mellifluus, San Bonaventura[2], quando lesse l’Adoro te devote di San Tommaso d’Aquino – lui aveva scritto un altro inno in concorrenza, era un concorso – disse: “No, no, il mio non vale niente. Quello di San Tommaso d’Aquino, dal punto di vista mistico, mi batte”.

Un domenicano che viene riconosciuto da un francescano! Quando le persone sono intelligenti, riescono pure a fare questi “miracoli”, riescono a superare le barriere di gruppo, di partito, di ordine, etc.

La teologia è una cosa seria. La teologia è una scienza. Se non è scienza, automaticamente diventa o catechesi – se è fatta bene, con rispetto della fede, – o se invece è confusionaria, è ideologia, pura e semplice, che fa solo danno. Perché, ripeto, quello che alla Chiesa interessa è che la scienza, col suo rigore metodologico, aiuti a credere, faccia credere di più e meglio, non che distolga dalla fede, non che metta in dubbio la fede. Altrimenti è un controsenso.

Che apostolato è, per un teologo, distruggere la fede del popolo? È un suicidio, della sua stessa anima, ed è un tentativo di omicidio del popolo che gli è affidato.

Per questo mi rifaccio di nuovo a quello che ha detto perfettamente l’avv. Artiglieri. Violenza e menzogna sono le caratteristiche del male. Ossia del demonio. E questo che lui ha detto, lo ha detto anche pensando che lo ha detto Gesù. Per questo è vero. Non perché lo ha detto l’avv. Artiglieri o lo ripeto io, ma perché lo ha detto Gesù.

Come Gesù ha definito Satana? In due termini che sono proprio questi. Satana è omicida fin dall’inizio. Satana è il padre della menzogna. Vedete? L’omicidio è la violenza. E la menzogna è occultare o dissimulare la verità.

Allora qual è la teologia? In termini tecnici, la vera teologia è interpretazione scientifica della fede. Pertanto non domanda se la cosa va creduta o no. Ma, dando per scontato che va creduta, nei motivi razionali per credere, si scopre tutto un filone di approfondimento scientifico, che riguarda le fonti, le articolazioni, le connessioni, riguarda soprattutto le applicazioni.

Quando invece la teologia – la presunta teologia – ignora la fede, i limiti ben precisi che la fede mette a ciò che l’uomo può comprendere e a come l’uomo può praticarla; soprattutto quando la teologia ignora che la fede è dono di Dio, offerta all’uomo che liberamente rispondere, ai fini della salvezza: “Chi crederà e si farà battezzare si salverà. Chi non crederà sarà dannato”.

Approfitto di ogni conferenza scolastica o chiesa, o conventicolo, per ripetere questa frase di Gesù, che sorprendentemente è la frase più chiara del Vangelo, è proprio l’attività missionaria della Chiesa e l’apostolato, e non viene mai ripetuta, perché la parola “dannare” sembra che sia priva di misericordia e poco elegante. Ma nel Vangelo non c’entra niente l’eleganza o la bellezza formale. È la Verità che entusiasma. Perché il bello di questa frase è il fatto che Gesù ci promette la vita eterna, al prezzo di una cosa così facile che è credere ad una cosa così credibile, com’è il suo Vangelo.

L’essenza della fede è la salvezza personale.

Qui siamo nel cuore di quello che volevo dire. La teologia della liberazione, come la “madre” di essa, che è la teologia politica, parte proprio col piede sbagliato perché fa come oggetto della rivelazione il popolo, la massa, la storia, la classe.

Ogni storicismo, per sua natura, a cominciare da quello hegeliano, abbandona il valore dell’individuo, col suo destino, con la sua libertà, e col motivo per cui Dio lo ha creato e lo assiste con la sua Provvidenza.

Il motivo per cui ci ha creati è quello che Gesù stesso ha detto: Dio vuole che tutti gli uomini, singolarmente – non l’uomo genericamente, non la massa –, siano salvati e giungano alla conoscenza della Verità (cfr. 1Tm 2,4).

Questa è logica aletica del Vangelo.

Dio vuole – lo martello questo, perché è importantissimo lo dice San Paolo nella lettera a Timoteo ed è Sacra Scrittura, è parola di Dio – che tutti gli uomini siano salvati. (Vuole: la sua volontà è il suo piano.) E che giungano alla conoscenza della Verità.

Questo e, nel linguaggio biblico soprattutto, di fonte semitica, è chiaramente un’eliade.

Dio vuole che ciascuno di noi sia salvato attraverso la conoscenza della Verità. Pertanto, la fede è per la salvezza di ogni uomo, che trascende, metafisicamente, i movimenti delle masse e i movimenti della storia.

Una volta a Roma, in Vaticano, in una riunione della CEI, alcuni teologi – entusiasti dello storicismo progressistico – dicevano: L’escatologia cosmica, di cui parla Johan Baptist Metz, sarebbe la realizzazione del paradiso in terra, la società senza classi, la giustizia temporale, etc… questa meta è raggiunta dal popolo in cammino.

Già allora, nelle chiese, per lo meno in Italia, a Roma, continuamente si cantava Il tuo popolo in cammino: sembrava tutto così bello. La storia, la storia…

Io dicevo: Questa parola “storia”, non è teologica. Non c’è nella Sacra Scrittura, non c’è nei Padri. Questa parola “storia” – la storia come soggetto di attività, e la storia come oggetto di interesse di Dio, come oggetto di movimento dello Spirito Santo, è una cosa idealistica.

Cosa c’entra con la nostra fede cattolica, la storia? La storia che ci obbliga ad andare in una certa linea, perché questa è la linea della storia; la storia che ci fa cambiare tutto perché la storia richiede il mutamento. Dov’è questa “storia”?

Quella che conosce la Scrittura è la storia personale di ciascuno, o la storia della salvezza che è un’iniziativa di Dio. L’iniziativa di Dio, appunto, per la salvezza personale.

A me interessa – dicevo (e suscitai tante risate) – la Salvezza, la salvezza mia, la mia storia, l’escatologia personale.

Siccome ridevano tanto, chiesi: Come interpretate voi le parole di San Paolo quando diceva: “Non vedo l’ora d’incontrare Cristo, il giorno di Cristo”? E si riferiva alla sua morte. E poi diceva: “È vicino il momento di terminare la mia corsa. Sono stato fedele, adesso mi attendo il premio che Dio ha preparato per coloro che lo amano, non solo a me, ma anche a tutti gli altri che attendono la sua venuta”. C’è un corso: fidem et babi, cursum consumarium. È la storia sua, di San Paolo. Non parlava nemmeno di tutta la comunità cristiana, non parlava di tutta l’umanità, la storia non c’era lì.

Invece lo storicismo è l’essenza della teologia della liberazione. Dove il soggetto, attivo e passivo, della fede non esiste, secondo la fede. E sarebbe il popolo. “Popolo” poi identificato in una classe sociale, che ha dei diritti e che vuole rivendicare attraverso la lotta, la liberazione.

Per cui, dicevo – teologia della liberazione –, la parola teologia è abusiva. Non è teologia, perché non è interpretazione scientifica della fede.

Pure la parola liberazione è ambigua, usata in maniera ipocrita. Perché Gesù ha detto: “Veritas liberabit vos” (cfr. Gv 10). Ma la “verità” che libera non è quella inventata dai teologi tedeschi del ‘900 con la teologia politica.

La teologia politica è intrinsecamente anticristiana, sia perché è temporalistica, sia poi perché è materialistica, sia perché è sociologica. Tutti termini che stridono, sono in contrasto con l’essenza del cristianesimo.

Il che non toglie, come dicevo all’inizio, che ci sia una dottrina sociale della Chiesa; che ci sia un’azione libera, responsabile, dei cattolici in politica, in economia.

Quando si tratta di una dottrina politica, siamo nel campo dell’opinabile umano. Quando si tratta di dottrine politiche nell’ambito della teologia, si tratta pure di ipotesi, d’interpretazione del Vangelo, che però devono essere in consonanza con l’interpretazione del Vangelo già ufficialmente la Chiesa ha fatto.

Come può essere un’interpretazione del Vangelo autentica quella contrasta con la dottrina sociale della Chiesa? Come può la teologia della liberazione presentarsi ai cattolici come qualcosa di credibile se è in contrasto con la dottrina sociale della Chiesa?

La Chiesa ha ufficialmente smentito la legittimità della teologia della liberazione con quei famosi documenti firmati dal cardinale Ratzinger e approvati da Giovanni Paolo II, anzi direttamente ispirati da lui, per dire come realmente sono le cose.

Né teologia, né liberazione.

Perché la liberazione di cui parla Gesù è chiaramente la liberazione dal pericolo di perdere il fine per il quale Dio ci ha creati, cioè il pericolo di perdere l’anima.

Come si diceva tranquillamente prima, adesso è una cosa che fa un po’ sorridere quelli che hanno una mentalità modernistica.

Il bene delle anime e il bene della propria anima sono termini desueti. Ma io non ne faccio a meno perché ho vissuto sempre così e mi sembrano, da un punto di vista logico, così semplici e chiari.

Dio ci ha creati perché liberamente possiamo corrispondere alla sua Grazia ed avere il premio eterno: la felicità eterna.

Certamente portando con noi quanti possiamo. Certamente testimoniando la nostra fede, il nostro amore, attraverso anche la solidarietà con tutti gli altri.

Però è sempre il soggetto individuo che, attraverso la Chiesa, è in dialogo col soggetto Dio, che ci ha creati, ci ha redenti, con la sua Provvidenza ci conduce per le strade del mondo, in certi momenti da soli, in certi momenti in compagnia, per questo fine ultimo che è la salvezza della mia anima. È il buon frutto da ricavare dal sacrificio di Cristo, attraverso il sacrificio eucaristico.

Che cosa posso aggiungere a tutto questo? Posso aggiungere che, da un punto di vista scientifico, l’analisi linguistica della teologia della liberazione fa vedere che si tratta proprio di ideologia.

Proprio perché gli argomenti di una scienza sono argomenti logici che possono ottenere la persuasione, non la suggestione.

Ogni scienza, anche quando rimane nell’ipotetico, propone ipotesi accettabili.

Gli scienziati – ho un amico fisico di Firenze che si chiama Tito Arecchi, il quale dice: Noi parliamo ormai da tanto tempo della realtà fisica sull’atomica, ma sono tutte ipotesi, sono modelli; i protoni, i neutroni non si vedono, sono calcoli matematici che facciamo su certi eventi su certi eventi visibili attraverso il microscopio elettronico.

Però questi modelli, finché non sono smentiti, valgono. Anche le teorie fisiche più accreditate scientificamente sono opinabili – il Papa lo ha detto, – sono tutte falsificabili in una certa misura. Però, nella misura in cui sono accettate, sono accettate perché persuasive, attraverso argomenti logici, attraverso induzioni e deduzioni.

Nella teologia della liberazione non c’è nulla di questo. Sono tutte cose fantasiose, sono estrapolazioni: da un dato viene fuori tutto. Soprattutto perché ogni dottrina socio-politica che basa su una sociometria che è, per sua natura, la scienza più inesatta e più approssimativa che si possa immaginare.

Il linguaggio della teologia della liberazione è un linguaggio retorico, che fa appello al cuore, al senso di responsabilità, al senso della giustizia. Questo quanto al linguaggio, ma il contenuto è materialistico.

Anche l’interpretazione che, per 50 anni, è stata fatta della scelta preferenziale dei poveri, da parte di Cristo e della Chiesa, è un’interpretazione sistematicamente falsa. Perché nella Sacra Scrittura, Antico e Nuovo Testamento, i poveri non sono identificati con una classe sociale materiale economica.

Io, questo, lo so per certo perché ho dedicato tre anni allo studio del termine “povero” nella Sacra Scrittura. Lo so per certo! Ci sono mille considerazioni da fare, ma nessuna che coincide che è stata adottata per scopi retorici dalla teologia della liberazione.

Molto spesso i poveri sono considerati, nella S. Scrittura, i più disgraziati dal punto di vista della salvezza della loro anima, i più ingannati dal demonio, i più sedotti dalla carne, dal mondo, i più lontani dalla Grazia di Dio, i più immersi nell’ignoranza. Questi sono i poveri.

E poi basta vedere il comportamento di Gesù.

Mi piace tanto perché la figura di quelle tre persone, che sono i tre fratelli Lazzaro, Marta e Maria, che erano evidentemente ricchi – una famiglia ricca, che sono gli amici di Gesù, al di fuori della cerchia degli Apostoli – a cui Gesù voleva molto bene, ma proprio molto bene. Quindi amici particolari. Amici che Gesù amava. Nell’umanità di Cristo questo è fantastico. Così come, fra gli apostoli, prediligeva Giovanni. Nel Cuore di Gesù c’è questa amicizia. Ed erano ricchi. E piange non per la loro povertà – perché non c’era – ma perché c’è una malattia, perché vede Maria commossa per la morte del fratello.

E Nicodemo? E quell’amico sconosciuto che prepara la Pasqua per Lui? Una grande sala con tappetti, una cosa di lusso, extra-lusso, un albergo di 5 stelle.

Insomma, il comportamento di Gesù non ha nessuna connotazione di preferenza per chi soffre per motivi economici a dispetto di chi soffre per motivi spirituali, per motivi familiari o per motivi di altro genere.

Quando Gesù dice: “Mi commuovo, soffro per questa gente perché sono come pecore senza pastore”. Ecco i poveri per cui si commuove Gesù. Ecco la scelta preferenziale.

Adesso, se Gesù getta uno sguardo a questa nostra città di Genova, a tutta l’Italia, a tutto il mondo, geme allo stesso modo: tante pecore senza pastore. Povere pecore perché non hanno pastore. Perché non hanno chi insegna la buona dottrina e naturalmente questo vuoto viene riempito dalle cattive dottrine.

Per cui, da un punto di vista filosofico, logico, il motivo più che sufficiente per rifiutare al teologia della liberazione – anzitutto non è teologia, come scienza, pertanto non ha nessun argomento valido per essere condivisa – è che utilizza, in maniera sporca, come si dice in Italia, la retorica. Fa leva su sentimenti buoni, di chi ha la fede, grazie a Dio. E poi questa fede viene applicata in maniera contraria alla logica stessa della fede.

Termino dicendo che chi si presenta come teologo, si presenta come pastore; ma non è un buon pastore, in molti casi. È un cattivo pastore. Si presenta come profeta, ma è un falso profeta.

La Chiesa attuale pullula di falsi profeti e di cattivi pastori. E a Gesù non resta che ricordare quello che ha detto nel Vangelo: Attenti ai falsi profeti. Attenti! Ragionate, usate la logica. La logica della deduzione. Perché non si raccoglie un frutto buono da un albero cattivo. Pertanto, guardate, esaminate criticamente le loro opere, che cosa fanno.

Per esempio, l’ipocrisia è un’opera. La retorica è un’altra opera. Sono opere cattive.

Quando mai la Chiesa ha evangelizzato con motivi subdoli, con retorica? Anzi, San Paolo dice: Se non vi piace questo, e perché non lo volete accettare, ma io vi dico cose anche spiacevoli, ma sono la verità.

Anche questo appello allo spirito critico, è un appello alla logica, all’intelligenza, che premia sul cuore.

Perché io posso avere un’enorme simpatia – e ce l’ho – per il popolo sudamericano, in particolare per i peruviani. E ho molto rispetto per tutti sacerdoti, miei confratelli.

E quando il fondatore in America Latina della teologia della liberazione, Gustavo Gutiérrez, mi dice certe cose, non lo guardo né con odio, né con antipatia, né con prevenzione, ma gli dico: “Ma, fratello mio, che stai dicendo? Bisogna intenderci, facciamo insieme apostolato. Se c’è qualcosa di cui hanno bisogno i sudamericani peruviani, è di catechesi, non di istigazione alla lotta violenta. Se la vuoi fare, falla a nome di un partito politico – è legittimo essere di sinistra e rivoluzionari (legittimo ipoteticamente) –, ma non in nome di Dio. Non in nome della Chiesa”.

I peruviani, che stanno a Roma, che conosco, che assisto, sono tutti molto buoni; gente molto semplice, con un gran senso della famiglia, dell’onore, dell’onestà, vanno volentieri alla processione del Signor de l’Opinagros (anche a Roma fanno questa processione), ma non vanno mai a Messa. E se ci vanno, lo fanno solo per un matrimonio o per un funerale.

Perché? Perché non hanno, da secoli, catechesi sulla Messa. Alla Messa non ci si va se non si capisce che cos’è.

E per fare una catechesi sul sacrificio eucaristico, ce ne vuole e ce ne vuole! Ce ne vuole – come faceva qui a Genova il card. Siri – ce ne vuole di buona volontà, non di retorica, ma di dottrina e di logica.

È vero o non è vero che Gesù è morto per noi? È vero o non è vero che il sacrificio della Messa applica a noi i meriti? È vero o non è vero che l’Eucarestia è degna di essere adorata?

Questa catechesi è quella di cui c’è bisogno.

Ho detto l’America Latina, il Perù, per fare un esempio, ma tutto il mondo è paese. Le statistiche religiose dicono che sempre meno gente frequenta la Messa, soprattutto giovani.

La colpa è di noi sacerdoti che non abbiamo fatto – e non facciamo – sufficiente catechesi, dottrina. Dottrina, dottrina, dottrina!

Se invece della dottrina sull’Eucarestia, facciamo comizi politici per, come si fa a Roma, soprattutto per la rivoluzione di sinistra – avranno, questi motivi, qualcosa di fondato – ma certamente è un tradimento della missione apostolica. Perché la missione apostolica ha delle priorità in ordine alla finalità stessa del Vangelo.

Concludo con questo. Quando, anche in Italia, certi falsi profeti e cattivi maestri, cattivi pastori, addirittura parlano di cose umane sbagliate, in nome del Vangelo, io mi sento fremere d’indignazione e poi mi freno – freno il fremito –, e cerco di parlare con soavità e rispetto; ma fremo d’indignazione.

Parlare in nome del Vangelo, in nome addirittura dello Spirito con la maiuscola. Non dicono Spirito Santo perché è troppo antiquato. “Lo Spirito guida la Chiesa verso…” quello che vogliono loro.

Ma questa è un’arroganza blasfema!

Lo Spirito ha parlato in Gesù Cristo che lo ha dato alla sua Chiesa e assiste gli Apostoli, quando esercitano la missione divina, carismatica, che hanno.

Ma non è lo Spirito che può essere, a proprio piacimento, invocato per dare una patente di teologia a quella che è pura e semplice ideologia politica. Che riguardi la rivoluzione o l’ecumenismo, o la riforma liturgica, qualunque cosa.

Invocare lo Spirito, quando noi sappiamo che il dogma dell’infallibilità è proprio lo Spirito Santo che impedisce che anche il peggiore dei pastori – peggiore dal punto di vista della sua personale anima, virtù – possa dire qualcosa che non sia perfettamente in linea con la Verità del Vangelo.

Per questo io, qualunque sia la persona del papa, del vescovo, quando parla con il carisma dell’infallibilità, dico: “Questa è Parola di Dio”.

Parola di Dio, Parola del Signore: come diciamo nella Messa.

Quando invece è parola di uomo, non dico niente di nuovo. Perché Gesù ha voluto che fosse stampata nella S. Scrittura questa distinzione logica. È una distinzione logica anche questa.

Quando San Paolo, anche lui indignato, dice: Sono contento che abbiate ricevuto la dottrina che vi ho dato, la mia parola, non come parola di uomo, ma come veramente è, Parola di Dio.

Grazie.

[1] Mons. Livi si confonde. Giovanni Paolo II è l’autore della Catechesi Tradendae.

[2] Mons. Livi si confonde: San Bonaventura è il Doctor Seraphicus. San Bernardo invece è il Doctor Mellifluus.

Fonte: http://www.cooperatoresveritatis.net/it/ragionare-per-credere

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