INCARNARE LA FEDE NELLA VERITA’

“[…] Credo che sia importante sottolineare che la fede, perché sia concepita in modo corretto, debba trovare riscontro in una pratica di vita. Fede e vita non vanno mai scisse tra di loro, pena un’inaridimento della fede ed uno svuotamento della vita. Tuttavia, non si deve dimenticare, innanzitutto, che astrarre significa rendere intelligibile ciò che, a causa della sua materialità, non lo è.

Quindi il termine astrarre non indica quello che troppi pensano, cioè usare un linguaggio arido che prescinde dalla concretezza della realtà, bensì semplicemente usare l’intelligenza, così come ci è stata donata, per conoscere ciò che è realmente intelligibile, tenendo conto del principio che dice: de singolaribus non est scientia. Vale a dire: solo Dio ha la conoscenza dell’individuale, poiché il nostro modo di conoscere non può che basarsi sull’universale in quanto astratto, appunto, dalla cosa singola e quindi sempre in stretto rapporto con essa, senza però identificarsi in essa.

[…] Incarnare la fede non richiede svuotarla dei suoi dogmi, delle sue verità, perché l’atto del credere è sempre e comunque un assenso dell’intelletto speculativo e non un sentimento individuale. Certamente, tale atto è preparato dalla volontà in quanto mossa dalla grazia, ma non va confuso con l’atto proprio della carità che è specifico della volontà.

E’ pur vero, tuttavia, che la fede, essendo atto soprannaturale che partecipa all’intellettualità divina in cui la sfera speculativa e quella pratica sono tutt’uno, avrà anche in sé, come elemento proprio, l’esigenza di realizzare nella vita ciò in cui si crede, quindi una certa unione dell’elemento speculativo con quello pratico, in forza, appunto, della sua partecipazione alla intellettualità divina”.

 

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