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Dopo il peccato originale, l’integrità dell’uomo andò perduta. Adamo ed Eva ”scoprirono” di essere nudi e se ne vergognarono e si cinsero i fianchi con foglie di fico (Genesi 3,7), ma la sapienza di Dio trovò che tale misura fosse insufficiente, e diede loro tuniche di pelle di animali, affinché si vestissero (Genesi 3, 21). Infatti, non tutte le tentazioni che assalgono l’uomo vengono dal demonio; alcune traggono origine dalla propria concupiscenza, come dice l’apostolo San Giacomo: «Ognuno è tentato dalle proprie concupiscenze, che lo attraggono e seducono» (Gc. 1,14). I vestiti, dunque, ebbero da subito l’utilizzo primario di coprire il corpo contro la concupiscenza radicatasi in noi, per dare modo di dare precedenza ai valori dell’anima e, quindi, per ordinare il comportamento al vero valore della persona secondo la legge di Dio.

La purezza che siamo chiamati a vestire “esige il pudore. Esso è una parte integrante della temperanza. Il pudore preserva l’intimità della persona. Consiste nel rifiuto di svelare ciò che deve rimanere nascosto. È ordinato alla castità, di cui esprime la delicatezza. Regola gli sguardi e i gesti in conformità alla dignità delle persone e della loro unione” (CCC §2521)

“Il pudore detta un modo di vivere che consente di resistere alle suggestioni della moda e alle pressioni delle ideologie dominanti” (CCC §2523), e “appare come il presentimento di una dignità spirituale propria dell’uomo” (CCC §2524).

Entrando nella stagione in cui il diavolo è chiamato alla vendemmia (l’estate è la vendemmia del diavolo diceva San Giovanni Bosco), è opportuno interrogarci quale sia in noi l’attenzione rivolta al pudore, e se, quest’ultimo, sia realmente conforme alla Beata Vergine Maria, modello vivente di purezza.

Certamente, non possiamo limitare l’intendimento del pudore al solo aspetto materiale, ma, altrettanto certamente, non ci è lecito considerarlo aspetto secondario.

Infatti, da un punto di vista meramente materiale, è vero che l’indumento presta al corpo solamente il servizio di vestirlo o di proteggere ciò che socialmente è sconveniente mostrare, ma è altrettanto vero che è espressione di come la materia debba prestare servizio allo spirito.

In un articolo del 1952, Plinio Correa de Oliveira scriveva: “Per una proprietà che non è solo convenzionale o immaginaria, ma che ha radici nel cuore della realtà, certe forme, certi colori, le qualità dei tessuti, producono nell’uomo determinate impressioni, che sono più o meno le stesse per tutti gli uomini”. Queste impressioni, precisa Plinio, producono negli uomini “stati di spirito, atteggiamenti mentali, ed in certi casi tutta un’inclinazione della personalità” ed è in questo modo che “l’uomo può, attraverso il costume, esprimere in certa misura la sua personalità morale”.

La moda odierna pone come suo presupposto lo stimolo di quella concupiscenza da cui, in origine, ci si volle proteggere proprio per mezzo dei vestiti. E’ stata attuata una rivoluzione nel mezzo, così da alterare il fine: l’indumento non è più concepito come uno strumento per coprire, ma come mezzo che vorrebbe indurre a scoprire, dichiarandosi espressamente via contro la modestia e contro la purezza.

A tal proposito S. Tommaso d’Aquino, il dottore angelico, così si esprime: “Se dunque [le donne] si ornano con l’intenzione di provocare gli altri alla concupiscenza, peccano mortalmente” ed egualmente gli uomini.

Già agli inizi del XX secolo, diversi Papi, hanno messo in guardia contro i pericoli degli abiti immodesti e immorali che stavano emergendo in quel momento, ma la società secolarizzata e i cattolici mondani risposero che il vestiario deve essere determinato dai costumi del luogo e dalle circostanze, usando, così, una ragione formalmente vera maliziosamente argomentata su premesse false. Infatti, anche San Francesco di Sales scriveva nella Filotea: “Per quello che riguarda la stoffa e il taglio degli abiti, il decoro va collegato a diverse circostanze: di tempo, di età, di rango, di ambiente, di situazioni”, ma di certo non slegava questa affermazione dall’assioma per cui tutto deve trovare il suo fondamento in Cristo e radicamento nella virtù, tanto che aggiunge: “Abitualmente ci si veste meglio nei giorni di festa, tenuto conto anche della solennità che ricorre; in tempo di penitenza, come in Quaresima, si veste in tono molto dimesso; se vai a nozze ti vesti con l’abito adatto alle nozze; se vai a un funerale, con l’abito adatto al funerale; se vai dal principe, alzi il tono; se resti con i domestici, ti adegui a loro. La donna sposata, quand’è col marito, deve ornarsi per piacere a lui, se lo facesse quando lui è lontano sarebbe lecito chiedersi agli occhi’ di chi voglia essere piacente”.

La Contessa Laura di Baezia, scrisse nel suo libretto intitolato “La sposa cristiana”: “L’ornamento di una donna cristiana, ben differente di una donna del mondo, deve servire a distinguerla fra le altre. Semplice e nobile come la sua anima, quest’ornamento deve evitare ogni ricercatezza, ogni singolarità, e dirò ancora ogni eleganza da farla primeggiare. La modestia è quasi sempre la compagna della grazia, e tutte due sono l’indizio di un’anima bella, assai più bella di quella che regna con un sì grande impero. Per chi si ornano le donne con tanto lusso, e con tanta sollecitudine? Forse per piacere al loro marito? Ohimè! no, o almeno quasi mai. Sì, cosa troppo dolorosa a dirsi e più ancora ad immaginarla: è per piacere ad altri uomini, per comparire ai loro sguardi più bella e più amabile delle altre donne, e non di bada, così inebriandosi del piacere d’essere ammirata, che una donna cristiana deve piacere solo a suo marito: e più si renderà amabile a suo marito, quanto meno si sforzerà di piacere meno agli altri. Nell’abbandonarsi così a questo eccesso di vanità e di follia si dimentica che si va incontro al pericolo di eccitarsi nei cuori delle passioni funeste, dei pensieri, dei desiderii, dei quali ogni donna onorata dovrebbe arrossire, e dei quali queste povere stolte, saranno forse un giorno responsabili, quantunque non v’abbiano preso parte, e severamente punite”.

L’attuale sensibilità pastorale sembra avere dimenticato questo aspetto, per ragioni che meriterebbero un capitolo a parte, ma non sarebbe giusto puntare il dito solo verso una sensibilità ecclesiale malata, perché i nostri figli, nipoti, amici, conoscenti, hanno perso conoscenza del pudore perché anche noi non siamo testimoni credibili e coerenti, perché se possiamo essere portatori di un modo di intendere sul piano estetico, diveniamo volgari nelle movenze, nelle espressioni e nei pensieri, vanificando quegli sforzi che, alla fine, divengono accusatori di un certo formalismo che deteriora la nostra testimonianza.

Quanto abbiamo detto è ben lungi dal proporre un modello comportamentale per il quale la sobrietà voglia tradursi in disordine, sporcizia e sciatteria, poiché ciò sottolineerebbe un disordine spirituale da cui vogliamo egualmente fuggire. Il Card. Siri, infatti, sosteneva: “L’abbigliamento […] è la prima cosa che si vede, l’ultima che si depone. Esso ricorda impegni, appartenenze, decoro, colleganze, spirito di corpo, dignità! Questo fa in modo continuo. Crea pertanto dei limiti alla azione, richiama incessantemente tali limiti, fa scattare la barriera del pudore, del buon nome, del proprio dovere, della risonanza pubblica, delle conseguenze, delle malevoli interpretazioni. Obbliga a riflettere, a contenersi, ad essere in consonanza con l’ambiente al quale l’abito ci ascrive. Ha la capacità di dare, per salvaguardare quel pudore, una forza che senza di esso non esisterebbe affatto; riesce ad impedire che si oltrepassino certe soglie; trattiene le espansioni, le curiosità morbose”.

Il nostro apparire, dunque, sia degno della presenza di Dio in noi (1Cor 6,19), poiché leggerezza e negligenza su tale argomento ci dispone facilmente a gravose cadute, così come insegnava il santo di Pietralcina: “Desidero che voi tutti, miei carissimi figli spirituali, attacchiate con l’esempio e senza alcun rispetto umano una santa battaglia contro la moda indecente.

Dio sarà con voi e vi salverà!… Le donne che cercano la vanità nelle vesti non possono mai appartenere a Cristo, e codeste perdono ogni ornamento dell’anima non appena questo idolo entra nei loro cuori. Si guardino da ogni vanità nei loro vestimenti, perché il Signore permette la caduta di queste anime per tali vanità”.

Di Paolo De Bei

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