MEDUGORJE, TESTIMONIANZA DI LISA

Testimonianza riguardante il pellegrinaggio a Medugorje organizzato dal 9 al 15 ottobre dall’Associazione Falco Bianco.

Perché Medugorje?

Perché guardando e ascoltando Paolo Brosio parlare e raccontare storie di Medugorje, mi si è acceso forte il desiderio di partire in pellegrinaggio per quel paese?

Un anno fa desideravo partire, quest’anno l’ho fatto, capendone poi il motivo, perché mi chiedevo come mai lo desiderassi tanto, visto che sono una ragazza giovane, sana e sposata da poco con una persona speciale. Ho un lavoro a tempo determinato, ma lavoro, che di questi tempi non è poco, vengo da una famiglia stabile unita in cui, come in tutte le famiglie possono esserci stati dei brutti eventi, ma che si sono risolti e siamo andati avanti.

Da un anno vivo a 60 kilometri di distanza dai miei; mi sono trasferita dopo il matrimonio da Quarrata a Montaione: non sono paesi troppo vicini e nemmeno troppo lontani , ci vediamo una volta la settimana , ci sentiamo per telefono , ma ho sempre poche cose da dire, ma tanto lo sanno che voglio loro bene e so che loro me ne vogliono. Insomma non mi manca nulla, eppure sento il bisogno e il desiderio da andare a Medugorje.

Intanto, mentre meditavo se partire oppure no, un giorno di agosto, girando senza meta per Montaione con Claudio (mio marito), ci siamo trovati vicini al Santuario della Madonna della Pietrina, e incuriositi ci siamo andati… Abbiamo capito subito che lì ci tirava un’altra aria e siamo rimasti affascinati dalla vegetazione e dal panorama splendido, ed è diventato uno dei nostri luoghi preferiti dove andare a rilassarci. A settembre venne il momento di decidere se iscrivermi o no al pellegrinaggio, visto che sarei dovuta partire da sola. Spinta sempre dal desiderio ho detto sì.

Da allora non me ne sono mai pentita. Anzi, ho fatto bagaglio di tante esperienze e nuove amicizie.
La domanda che mi veniva fatta spesso era la stessa che mi facevo anch’io, cioè che cosa mi portasse a Medugorje. La mia risposta per i primi 2 giorni è stata il desiderio forte… poi ho cominciato a pregare, prima a modo mio, visto la scarsa frequenza e partecipazione alla Chiesa… poi, grazie a persone speciali, la preghiera si è intensificata, è diventata più profonda, e questo a mosso qualcosa dentro di me… Poco dopo una persona speciale mi ha avvicinato e grazie ad un suo forte abbraccio caloroso e soprattutto amoroso mi sono riconciliata con Dio: mi è sembrato di riceverlo dalla Madonna stessa, e a quel punto si è rotta la pietra che teneva imprigionato il mio cuore.

Continuando a pregare il mio cuore ha cominciato a battere più forte, quasi in dei momenti mi mancava il fiato, tipo come quando mi sono innamorata di mio marito , non sentivo più nemmeno la fame, mi sentivo sazia, mi sentivo a posto, in PACE… ed allora ho capito perché desideravo fare questo pellegrinaggio: io non ero sana, ero malata. Io non avevo tutto, mi mancava Dio.

Tutto il viaggio è stata una crescita e una presa di consapevolezza, un volere imparare tante cose. Voglio imparare ad amare, a perdonare sul serio chi mi sta intorno. Ho provato il desiderio di voler essere perdonata dei miei tanti peccati commessi nella vita , ma soprattutto a riconoscerli come tali. Sono sicura che Maria è venuta a cercarmi e che per mezzo di angeli custodi senza ali che ho incontrato, mi ha aiutato a riconoscerne alcuni e soprattutto a pentirmene profondamente fino al pianto…

Di strada ne devo fare ancora molta in questo cammino di pentimento, ma Maria mi tiene per mano. Infatti mi ha fatto incontrare “per caso “ una ragazza di La Spezia che mi ha detto di conoscere delle suore che proprio in quella settimana del viaggio avevano inaugurato una nuova casa chiamata “Oasi Cuore Immacolato di Maria”, che casualmente è a Montaione, posizionata in linea d’aria sotto al Santuario della Madonna della Pietrina, trovato per caso in agosto anche lui… Ma che caso!!!

Ringrazio la Madonna per tutte le grazie che mi ha concesso e per starmi sempre vicina, la ringrazio per aver fatto conoscere tutte queste persone speciali, per aver affiancato Claudio che in tutto questo mi ha sempre appoggiato e incoraggiato ed è ed è stato un esempio di vero Amore, spero di esserne degna. Spero di essere degna di tutto l’Amore che Dio mi ha donato e del mio, anzi SUO, cuore che ha rigenerato.

Per ora ho imparato a dire ai miei genitori che voglio loro bene e li abbraccio; non lo voglio dare per scontato, non voglio che se ne dimentichino mai… io adesso sono felice, perché Dio ha dato un senso a tutte le scelte della mia vita.
Solo Dio è il senso della vita di tutti..

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FOTO MEDJUGORJE – OTTOBRE 2010

Ritornati dal pellegrinaggio a Medjugorje (9-15 ottobre) pubblichiamo prontamente le foto attraverso cui si sono immortalati alcuni dei ricordi più belli.
Qui sotto solo alcuni esempi delle oltre 1100 foto caricate, già visionabili sul nostro spazio flickr (clicca qui).
Si capisce che per una questione di spazio non è stato possibile inserire nelle anteprime qui pubblicate tutti i 144 pellegrini. Non è nostra intenzione escludere od offendere alcuno.
Se qualcuno avesse voglia di pubblicare qualche sua foto del pellegrinaggio non esiti a contattarci via email.
Chi ne avesse voglia possiamo continuare a condividere le nostre esperienze anche attraverso contatto facebook.

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ISCRIZIONE ON-LINE

Quest’anno Falco Bianco propone un’ulteriore novità: l’iscrizione on-line.

L’iscrizione on-line a Falco Bianco permette di divenire membro della nostra associazione con comodità e sicurezza.
L’iscrizione è un gesto importante. Esprime senso di appartenenza, unità, coesione, volontà di non essere uno spettatore passivo. Attraverso un semplice gesto puoi costituirti protagonista di un ideale, partecipe di un sussulto interiore comune, che non senti essere una cosa astratta e concettuale, bensì testimonianza concreta e personale.

Unisciti a noi e al nostro ideale:

Art. 3 – L’Associazione non ha fini di lucro. Essa si propone di perseguire finalità di solidarietà sociale nel campo della promozione culturale. Altresì si propone di beneficiare, attraverso sostegno umano ed economico, persone svantaggiate in ragione di condizioni fisiche, psichiche, economiche e familiari.
Nello specifico nella sua attività si propone di:

a)    diffondere un’ordinata disposizione del pensiero sull’uomo, nella sua dimensione personale e sociale. Falco Bianco, infatti, aderisce ad un orientamento cristiano della persona, ma non con l’intenzione di limitarsi alla diffusione astratta della dottrina cattolica, poiché quest’ultima, senza adeguata interiorizzazione, può risultare soggetta alla rigidità della definizione formale.
Falco Bianco, invece, si propone di agire integralmente sull’uomo, in modo tale da maturare in lui la sapienza derivante dalla profondità del sentimento e dall’altezza del pensiero, al fine di applicare con saggezza ciò che i princìpi propongono. Infatti, se le parole permangono vuote, acerbe nel loro significato, anche la dottrina più vera risulterà sterile e priva di reale interiorizzazione.
Visto quanto fino a qui enunciato, sarà finalità primaria di Falco Bianco coltivare, con tutti i mezzi a disposizione, una sana relazione tra i princìpi studiati, conosciuti e promulgati con la persona che se ne vorrà fare portatrice, attraverso una precisa testimonianza di vita, prima ancora che con la divulgazione. L’obiettivo di formare l’uomo concretamente congiunto al suo proprio pensiero, è concepito sulla base di una doverosa coerenza che il cristiano deve manifestare sia nella sua accezione personale, sia in quella comunitaria e sociale, al fine di permanere in una condizione non ideologica della ragione, della fede e di tutti gli aspetti che la condizione umana presenta.

b)    Riunire in sé coloro che si riconoscono vicini ai princìpi ed alle finalità proposte, che mai saranno intesi disgiunti dall’insegnamento della Chiesa Cattolica, esprimendo, così, implicita fedeltà a quanto essa propone di credere.

c)    L’insegnamento, l’approfondimento e l’educazione ai valori sociali, considerati come mezzo per un progresso teso al miglioramento individuale e collettivo. L’attuazione concreta ai princìpi suddetti è motivata dalla profonda sensibilità associativa verso la carità, carisma imprescindibile per coloro che intendono incarnare il percorso espresso nei precedenti punti. Falco Bianco, infatti, trova espressa la sua essenza nella vita evangelica integralmente intesa, al cui modello è implicito il soccorso verso il prossimo più sofferente, disagiato, sfortunato.

E’ su questa falsariga che l’Associazione, come precisa e sentita responsabilità, non può dirsi insensibile alla malattia, alla povertà, alla solitudine, alla fame e alla sete ed a tutti quei mali che si ripercuotono sui singoli e sulla società tutta. L’azione diretta e costante per il recupero di sostentamenti economici e generi di prima necessità per singoli, gruppi o enti soggetti a disagi di qualsivoglia natura è da intendersi connaturata all’Associazione stessa e dovrà procedere di pari passo allo sviluppo spirituale e culturale precedentemente esposto, al fine di mantenere viva, concreta e tangibile lo spirito ed il carisma della carità, senza la quale siamo “come un bronzo che risuona od un cembalo che tintinna” (1 Cor. 13,1).

E’ semplicissimo. Compila il modulo che compare nella pagina dedicata, clicca su “Submit” e, ricevuta la conferma del buon esito dell’operazione, dovrai solo attendere il benvenuto che un nostro volontario ti invierà alla tua casella di posta elettronica.
Una volta iscritto potrai rimanere informato su tutte le nostre iniziative, partecipare attivamente alle nostre riunioni formative ed organizzative e avrai a disposizione un tutor che ti guiderà nel tuo percorso spirituale e formativo, sarà tuo riferimento per tutto il periodo che ti sarà necessario alla familiarizzazione con gli altri membri dell’associazione e con lo spirito associativo.
L’iscrizione, in sé, non prevede obblighi se non quelli statutari. L’iscrizione va rinnovata annualmente.
Una volta inviato il modulo ti verrà inviata anche la nostra tessera associativa.
Attendiamo la tua adesione!

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IL NATALE NON E’ UNA FAVOLA

Il Natale non è una favola per bambini.
Lo ha detto Benedetto XVI all’Angelus di questa domenica di vigilia. Nei giorni in cui le nostre città splendono di luci, e anche la neve, insieme a tanti problemi, ha portato nelle strade un candore da paese di Santa Klaus, la parola del Papa è netta, quasi brusca.

Nel mare dolciastro di Jingle bells che ci sommerge, quel dire netto: « Non è una favola » . Non una dolce leggenda da raccontare ai bambini, e in cui continuare a cullarsi poi, non più credendoci, per abitudine, da adulti. Non una vecchia cara fiaba cui si è affezionati, benché si sappia che è assolutamente irreale. Invece, il Natale è « la risposta di Dio al dramma dell’umanità in cerca di una vera pace » .
Parola quasi tagliente. E ci chiediamo se non sia particolarmente indirizzata a noi, ai credenti, piuttosto che ai ‘ lontani’. Perché la tentazione di confondere la memoria della Natività con la ‘ poesia’ del Natale, e i canti, e le tradizioni, e magari i teneri ricordi d’infanzia, è forte anche per i cristiani. Viviamo in un tempo sentimentale e furbo, che usa le note di Stille Nacht per farci comprare di più; implicitamente dicendoci che la festa è appendere un Babbo Natale alla finestra, fare regali e sentirci buoni; sentirci anche magari un po’ commossi, a mezzanotte, guardando i nostri bambini – loro che credono ancora alla favola, mentre noi, adulti, conosciamo purtroppo la realtà.

La sovrastruttura di tradizioni, di abitudini, di commercio che si è accumulata sul Natale è poderosa. Mentre i 2009 anni trascorsi da quel giorno sono un tempo immenso per gli uomini; un tempo che, da solo, basterebbe a circondare il più reale dei fatti dell’aura di una incerta leggenda. Ma, dice da sempre la Chiesa e lo ripete oggi Benedetto XVI, tutto invece è vero. Tutto è accaduto nella verità e nella carne. C’era una donna che aspettava un figlio, sfollata e senza casa con suo marito una notte in Palestina. Nessuno che aprisse la sua porta, e la stanchezza e la fatica nel portare quel ventre carico. C’era una grotta, un antro in cui quei due trovarono un estremo rifugio. Ci furono le doglie, e il parto, e poi un vagito – uguale, quel pianto, a quello di tutti gli uomini che vengono al mondo.
Ma il salto di audacia che ci viene chiesto – il coraggio e insieme l’umiltà di credere, con la semplicità di bambini – sta nell’accogliere la straordinaria, sbalorditiva novella: quel bambino è il figlio di Dio.

Verbum caro factum est.
Un Dio che si incarna in un uomo, l’infinito che si fa volto, mani, membra, povere ossa. Perché? Per misericordia al nostro destino, per essere accanto, in mezzo, fra gli uomini. Per portare insieme a loro il dramma del dolore e della morte, e condurli verso l’unica risposta che non sia disperazione, o non senso, o il nulla.

Quanto radicalmente reale è quel nascere esule, nella povertà, fra uomini distratti; venire al mondo senza avere nulla, già così annunciando che la vera vita non sta in alcun possesso. E paradossale è come questo evento così concreto e umile sia oggi avviluppato nell’aura del mito, colonizzato dal consumismo, snaturato nella leggenda nordica. Di modo che ci possano credere ormai solo i bambini, e forse nemmeno. O che, per crederci, occorra ritornare davvero i bambini: e attendere con audace certezza lo straordinario che accade, e taglia e ricomincia la Storia.

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LA PIU’ BELLA NOTIZIA

La notizia che arriva a Natale, la notizia che da un punto oscuro della Palestina continua a girare, si mischia, si è mischiata, si confonderà con mille e mille notizie. Il Natale per molti, forse per i più ormai è una ‘ non- notizia’. È una ricorrenza. Una cosa risaputa. Che a un certo punto deve arrivare e arriva. E porta con sé un corredo di cose di contorno anch’esse più o meno risapute.

Rituali, nel senso stanco del termine. Chi ha ridotto il Natale così? La più grande notizia in una non- notizia? Coloro che non vogliono che la notizia circoli. E anche coloro che non vogliono che l’uomo viva la domanda più radicale, il bisogno più radicale. Il bisogno più vero di tutti i bisogni indotti e utili a chi vuole trarre profitto dagli altri, o consenso dagli altri.

Perché quella di Dio che si fa carne è una notizia che fa venire un salto al cuore. Se uno ha voglia di Dio. Se uno desidera conoscere il destino. Se uno riconosce e non censura l’abisso di desiderio che ognuno porta addosso.

La notizia del Natale colpisce chi sa di aver bisogno di una buona notizia. Il Natale è la notizia della risposta di Dio all’eterna domanda dell’uomo. Ma se l’uomo non domanda più, o meglio se non prende più sul serio il proprio essere domanda, quella notizia si riduce a non- notizia, a rituale, a orpello un po’ ingombrante. A musichetta da carillon.

Così lo riducono coloro che sono contro Gesù, perché disturba i loro piani di profitto e di consenso. E coloro che sono contro la domanda radicale, sempre urgente, dell’essere umano a riguardo del suo destino, del senso della vita. Perché disturba la loro presunzione di sapere la risposta, di fornirla con le loro teorie e con i loro trucchi.

Tanto festeggiato anche perché tanto osteggiato. Si può dire così. Tanto infiocchettato quanto anestetizzato. Così da rendere la notizia una ricorrenza, una tradizione senza attualità, un’occasione per rituali buoni sentimenti. Invece che essere la risposta alla ferita. La risposta di Dio alla domanda che di più anima la vita degli uomini. La grande questione.

Ma gli uomini che sentono premere la domanda di senso, gli uomini che la prendono sul serio, che la riconoscono mentre amano, mentre si ammalano, mentre godono o mentre muoiono, e la rivolgono al cielo, e a tutto, ecco questi uomini guardano al Natale come alla notizia interessante. Alla notizia necessaria. Alla notizia sperata.

Finché ci sarà un uomo abitato dal desiderio di conoscere il segreto della vita, e finché ci sarà un uomo ferito e inquieto di fronte alle circostanze della sua esistenza, il Natale sarà una notizia.
Basterebbe un solo uomo. E invece ce ne sono miliardi. E il mondo si dividerà tra coloro per cui Natale è una notizia e coloro che vogliono ignorare quella notizia. O occultarla. Fin dall’inizio è stato così. Già di fronte alla notizia data la prima volta ci furono atteggiamenti diversi. Ci sarà sempre la tentazione di farla passare come una non- notizia. Come una invenzione, bella e pittoresca.
Qualcosa da non considerare. O un pericolo da controllare. Eppure, proprio un servizio televisivo trasmesso in questi giorni mostrava quanto molti stranieri che ora vivono in Italia apprezzano il Natale. Ne apprezzano la festa, la gioia e l’atmosfera. Perché il Natale è la notizia che molti cuori desiderano e ne riconoscono il gusto, anche senza conoscerne bene contenuti e rito. La vita è visitata dal suo destino, è abitata dal suo significato, incontrabile fisicamente e non più perduto in quel che Pasolini chiamava « un puro intuire in solitudine » .
La notizia di Dio che viene a rompere la nostra solitudine è la più grande notizia.

Sia che la festa possa accadere grande e appariscente, sia che accada piccola e celebrata come in tanti luoghi segretamente, questa notizia è la più grande notizia della storia.

di Davide Rondoni

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LE RAGIONI DEL NOSTRO ESSERCI

Intervento del Presidente Paolo De Bei al consiglio direttivo di Falco Bianco, in data 3/10/2008
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In un recente colloquio ho tentato di sottolineare la necessaria coincidenza tra la coscienza personale, la formazione del pensiero e l’esperienza vissuta. Senza la dinamicità e l’effettivo intrinsecarsi di queste dimensioni, qualunque sia lo stato d’essere della persona, non ci è dato possibile una matura operatività associativa.
Se la quantità delle iniziative organizzate e svolte ci propone come una realtà viva, ciò non significa essere conseguentemente capaci di un’affermazione di identità personale e sociale, che, in ultima analisi, vorrebbe e dovrebbe essere l’anima creatrice di una qualunque praticità.
Disgiungere le proprietà dello spirito dal filamento operativo ed organizzativo non può che portare ad un’alienazione dell’intenzionalità del nostro impegno. Raccogliere denaro e materia di prima necessità per i bisognosi, animare realtà locali, proporre incontri culturali, cineforum, ritiri spirituali o qualunque altro genere di attività, rischia di ridursi in un palliativo spirituale per un pubblico in cerca di intrattenimento.
La reazione a questo modello per civiltà decadenti, ampiamente diffuso in ogni ramificazione sociale e religiosa, fu uno sprone che mosse i fondatori di Falco Bianco ad istituire un’associazione che fondasse il motivo del suo esserci proprio nell’obiettivo di formare se stessi ad una relazione inscindibile e necessitante fra teoria e prassi, fra ciò che si comprende e ciò che si attua, fra diversità ed identità, fra coscienza ed esperienza, fra singolo e comunità.
Trattare come astrattismo intellettuale una delle basi spirituali che dovrebbero fondare la nostra appartenenza all’associazione non è che la manifesta ammissione verso noi stessi di una mancato senso dell’onore nei confronti di un ideale che la nostra presenza qui vorrebbe invece pretendere di servire.
Un ideale si serve con il cuore, con la mente con il corpo: la dissonanza di una delle componenti non è che l’inizio di un tradimento che, presto o tardi, collasserà nelle più inconciliabili contraddizioni dell’essere.

Con ciò non voglio insinuare di voler sacrificare l’aspetto quantitativo del nostro agire, ma solamente di sviluppare nella giusta proporzione quello qualitativo, poiché per noi il rapporto che unisce la coscienza con l’esperienza è ciò che ci permette di dare una sostanzialità, un carattere metafisico, un fondamento identitario, un fine ultimo da perseguire che supera il significato dell’agire strettamente inteso. E’ per tale motivo che è strettamente necessario il non limitarsi ad una vaga percezione selvatica della coscienza personale e comunitaria, ma dobbiamo costringerci ad un pensiero che ne traduca adeguatamente le vibrazioni, ne discerna i contenuti e ne assimili le risultanti.
L’intelletto, inteso come impegno di comprensione e sviluppo delle ragioni del cuore e della mente, non è un’opzione facoltativa dell’essere umano, ma un preciso dovere che, nella nostra associazione, assume un carattere formale ed imprescindibile. Se la misura dell’intelligenza, intesa come talento naturale, è data da un’imperscrutabile decisione della sorte, ciò non toglie che ciascuno debba farne adeguato uso secondo quanto gli è concesso.
La teoria non deve valere né più né meno della prassi, poiché se aspiriamo ad una coincidenza di queste componenti, non possiamo prediligere l’una all’altra.
Potremmo dire che per noi il pensiero deve essere la traduzione effettiva della coscienza e dell’esperienza, e a tale rapporto noi diamo mediazione e movimento per mezzo di Falco Bianco. Al di fuori di questa dialettica, la nostra dimensione associativa verrebbe a mancare, nonché la ragione più profonda del nostro esserci costituiti in un organismo che, sì, vuole essere di utilità sociale, ma vuole esserlo secondo quel codice d’onore che rende un uomo degno di essere tale.

L’identificazione tra il nostro pensiero ed il nostro agire e tra la nostra coscienza ed il nostro essere vuole e deve divenire il nostro carattere identificativo, la condizione senza la quale il molteplice operare rimane privo di vero significato e di reale identità personale e associativa, poiché senza onore non può esserci né l’uomo né Falco Bianco.

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