SAN TOMMASO E LA PUREZZA

La confermazione in grazia comporta una certa impeccabilità.
Si precisa però: non un’impeccabilità intrinseca, ma estrinseca, e cioè per una particolare assistenza divina.

Secondo il pensiero comune dei teologi chi è confermato in grazia rimane immune dal peccato mortale, ma non da quello veniale e dalle imperfezioni, come avvenne per san Pietro che a motivo della sua doppia condotta (fatta in buona fede) fu duramente ripreso da san Paolo.

Solo la Beata Vergine Maria ricevette un grado di grazia così alto da rimanere immune anche dal peccato veniale e dalle imperfezioni.

Il B. Raimondo da Capua, parlando del matrimonio spirituale di santa Caterina da Siena con Nostro Signore, afferma che la Santa ebbe come conseguenza quella confermazione in grazia di cui godettero gli Apostoli dal giorno di Pentecoste e di cui fruì anche San Paolo quando gli fu detto “Ti basti la mia grazia” (2 Cor 12,9) (S. Caterina da Siena, Legenda maior, I, 12).

Secondo san Tommaso gli apostoli furono tutti confermati in grazia nel momento della Pentecoste.
Lo fu anche San Giovanni fin dal grembo di sua madre.
Lo fu pure san Giuseppe nel quale, al dire di alcuni, il fomite della concupiscenza era inoperante e dal momento della coabitazione con Maria fu addirittura estinto.

Questa confermazione nella purezza fu così potente che per tutto il resto della vita non passò neanche il più piccolo pensiero impuro nella mente di San Tommaso, come egli stesso confidò prima di morire a fra Reginaldo, il suo primo segretario (Processus canonizationis S. Thomae, p. 291).
Fra Reginaldo raccolse l’ultima confessione di san Tommaso, prima di morire e disse in seguito che era così semplice e puro da parere un bambino di 5 anni.

L’articolo completo si trova qui: http://ht.ly/gMFY308SRsI

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ATTO DI PENTIMENTO

trinità nt«Gesù, infinita Misericordia, che perdonasti a Levi e lo vocasti a Te, perdonaci i nostri peccati, perché l’averti offeso è il nostro dolore.

Gesù, infinita Misericordia, che perdonasti alla Maddalena e la unisti alle Donne sante e fedeli, perdonaci i nostri peccati, perché l’averti offeso è il nostro dolore.

Gesù, infinita Misericordia, che perdonasti a Zaccheo e ne facesti un tuo discepolo, perdona i nostri peccati, perché l’averti offeso è il nostro dolore.

Gesù, infinita Misericordia, che perdonasti all’adultera e soltanto le desti il divino comando di non più peccare, perdona i nostri peccati, perché l’averti offeso è il nostro dolore.

Gesù, infinita Misericordia, che perdonasti al ladrone pentito conducendolo teco in Paradiso, perdona i nostri peccati, ché l’averti offeso è il nostro dolore.

Gesù, infinita Misericordia, che perdonasti a Pietro d’averti rinnegato, perdona i nostri peccati di infedeltà, perché l’averti offeso è il nostro dolore.

Gesù, infinita Misericordia, che dall’alto della croce invocasti il perdono del Padre per i tuoi nemici e crocifissori, ottienici il perdono del Padre per averlo offeso tante volte — Te offendendo, Ss. Verbo del Padre — perché di averlo offeso è il nostro dolore.

Gesù, infinita Misericordia, che tanto perdonasti gli Apostoli da ottenere per essi dal Padre lo Spirito Santo da essi offeso non amando Dio sopra ogni cosa – Te, Dio Incarnato, vilmente da loro abbandonato – e il prossimo loro – Te, Amico e Maestro perfetto – ottienici il perdono dello Spirito Santo per le nostre colpe contro il duplice amore, perché di avere offeso l’amore, essenza stessa di Dio, noi ci doliamo.

Perdonaci, Gesù – Tu, Specchio del Padre, Tu, Frutto del divino Amore – di tutte le nostre colpe contro il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, perché l’avere offeso la Triade Ss. è il nostro dolore, e Tu solo ci puoi levare le macchie delle colpe, perché per rendere monde le nostre anime hai versato tutto il tuo Ss. Sangue.
Vogliamo amarti, o Signore!

Soccorri la nostra debolezza. Soccorrici quando cadiamo.
Infondici il tuo amore perché Tu possa vivere in noi, instaurare in noi il Regno di Dio, farci “una cosa sola” con Te, con Te che sei Uno col Padre, e con Lui e lo Spirito Santo formi il Dio Uno e Trino, nostro Principio e nostro Fine, Origine d’ogni nostro bene presente ed eterno.

Vivi Tu solo in noi, vivi col tuo Spirito, con quel tuo Spirito tutto amore che è lo stesso Spirito che dal Padre e da Te procede, e le nostre anime assecondino i tuoi più leggeri impulsi, onde ogni nostra apparente azione non sia che la veste alle tue reali e nascoste azioni in noi. E così avvenga per la completa fusione, anzi più, per il completo annichilimento della creatura per far vivere solo Tu in noi.

Vivere ed agire, movendo, o eterno e santissimo Movente, ogni movimento delle nostre anime, delle nostre menti, dei nostri cuori, e persino della nostra umanità, perché tutto che è nostro si muova e ti serva nell’amore e con amore, o Dio che meriti tutto il nostro amore e ci chiedi di amarti, perché nell’amore è la Legge, e chi giunge ad amarti con tutto se stesso, e ad amare il prossimo suo come si ama, non pecca più ed ha il tuo Regno, in questa e nell’altra vita.

Vivi Tu solo in noi, o Figlio del Padre che col Padre e lo Spirito Santo sei un unico Dio, di modo che il Padre guardando noi, Te suo Diletto veda, e ci ami in Te e per Te nostro Ospite divino, e per stare con Te in noi inabiti.

Vivi Tu solo in noi, o Verbo incarnato, che fosti concepito per opera dell’Amore eterno, e che mai da Lui sei diviso, onde, pregando lo spirito nostro per lodare l’adorabilissima Divinità Una e Trina e per invocarla nelle nostre necessità e dolori, sia ancora la voce dello Spirito Santo che sale al Trono di Dio per dargli lode perfetta e supplica giusta, accettevoli entrambe al Signore.

Non ti chiedo, o Amore Ss., di farmi vivere una mia personale vita nella grazia, ma ti chiedo di vivere Tu, Grazia, in me, perché io viva realmente la vita della Grazia e mi trasformi e supericrei in un vero Cristo.»

M. Valtorta, Quaderni, 26 maggio 1949

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CARD. BURKE: GESÙ È SEMPRE LO STESSO

Il cardinale Burke contro la “manipolazione” informativa sul Sinodo. E molto netto sul resto.

Piace poco o nulla al mondo, il cardinale Raymond Leo Burke. E, se possibile, piace ancora meno alla chisignalesa che piace al mondo. D’altra parte, questo americano di sessantasei anni di Richland Center, Wisconsin, ha fatto di tutto per riuscire cattolicamente nell’intento di ustionare le coscienze cristiane troppo inclini alla tiepidezza. Partecipa alle marce per la vita, dice che non va data la comunione ai politici che sostengono leggi abortiste, denuncia il rapido progredire dell’agenda omosessualista, fa sapere a papa Francesco che la difesa dei principi non negoziabili non è una moda sottoposta agli umori dei pontefici, sostiene la messa in rito tradizionale. Recentemente ha firmato il libro collettivo “Permanere nella verità di Cristo. Matrimonio e comunione nella Chiesa cattolica”, scritto in aperta polemica con le misericordiose aperture del cardinale Walter Kasper su famiglia e comunione ai divorziati risposati. Nulla di strano, quindi, se il rimpasto curiale pensato da Bergoglio prevede che, da prefetto della Segnatura Apostolica, ora venga esiliato alla carica di cardinale patrono del Sovrano Ordine di Malta. Ma intanto, al Sinodo sulla famiglia, questo finissimo canonista figlio dell’America rurale ha assunto il ruolo di oppositore, verrebbe da dire di katechon, al cospetto della svolta attribuita, senza smentite, alla mens papale. Come recita l’antica “Bibbia poliglotta” aperta sul leggìo del suo studio alla pagina dell’Ecclesiaste, “Ogni cosa ha il suo tempo (…) c’è un tempo per tacere e un tempo per parlare”.

D. Cosa si vede oltre la cortina mediatica che avvolge il Sinodo?
R. Emerge una tendenza preoccupante perché alcuni sostengono la possibilità di adottare una prassi che si discosta dalla verità della fede. Anche se dovrebbe essere evidente che non si può procedere in questo senso, molti incoraggiano per esempio pericolose aperture sulla questione della comunione concessa ai divorziati risposati. Non vedo come si possa conciliare il concetto irreformabile dell’indissolubilità del matrimonio con la possibilità di ammettere alla comunione chi vive una situazione irregolare. Qui si mette direttamente in discussione ciò che ci ha detto Nostro Signore quando insegnava che chi divorzia da sua moglie e sposa un’altra donna commette adulterio.

D. Secondo i riformatori questo insegnamento è diventato troppo duro.
R. Dimenticano che il Signore assicura l’aiuto della grazia a coloro che sono chiamati a vivere il matrimonio. Questo non significa che non ci saranno difficoltà e sofferenze, ma che ci sarà sempre un aiuto divino per affrontarle ed essere fedeli sino alla fine.

D. Sembra che la sua sia una posizione minoritaria…
R. Qualche giorno fa ho visto una trasmissione in cui il cardinale Kasper ha detto che si sta camminando nella direzione giusta verso le aperture. In poche parole, i 5.700.000 italiani che hanno seguito quella trasmissione, hanno ricavato l’idea che tutto il Sinodo marci su quella linea, che la Chiesa sia sul punto di mutare la sua dottrina sul matrimonio. Ma questo, semplicemente, non è possibile. Molti vescovi intervengono per dire che non si possono ammettere cambiamenti.

D. Però non emerge dal briefing quotidiano della Sala stampa vaticana. Lo ha lamentato anche il cardinale Müller.
R. Io non so come sia concepito il briefing, ma mi pare che qualcosa non funzioni bene se l’informazione viene manipolata in modo da dare rilievo solo a una tesi invece che riportare fedelmente le varie posizioni esposte. Questo mi preoccupa molto perché un numero consistente di vescovi non accetta le idee di apertura, ma pochi lo sanno. Si parla solo della necessità che la chiesa si apra alle istanze del mondo enunciata a febbraio dal cardinale Kasper. In realtà, la sua tesi sui temi della famiglia e su una nuova disciplina per la comunione ai divorziati risposati non è nuova, è già stata discussa trent’anni fa. Poi da febbraio ha ripreso vigore ed è stata colpevolmente lasciata crescere. Ma tutto questo deve finire perché provoca un grave danno per la fede. Vescovi e sacerdoti mi dicono che ora tanti divorziati risposati chiedono di essere ammessi alla comunione poiché lo vuole Papa Francesco. In realtà, prendo atto che, invece, finora non si è espresso sulla questione.

D. Però sembra evidente che il cardinale Kasper e quanti sono sulla sua linea parlino con il sostegno del Papa.
R. Questo sì. Il Papa ha nominato il cardinale Kasper al Sinodo e ha lasciato che il dibattito proseguisse su questi binari. Ma, come ha detto un altro cardinale, il Papa non si è ancora pronunciato. Io sto aspettando un suo pronunciamento, che può essere solo in continuità con l’insegnamento dato dalla Chiesa in tutta la sua storia. Un insegnamento che non è mai mutato perché non può mutare.

D. Alcuni prelati che sostengono la dottrina tradizionale dicono che se il Papa dovesse portare dei cambiamenti li accetterebbero. Non è una contraddizione?
R. Sì, è una contraddizione, perché il Pontefice è il Vicario di Cristo sulla terra e perciò il primo servitore della verità della fede. Conoscendo l’insegnamento di Cristo, non vedo come si possa deviare da quell’insegnamento con una dichiarazione dottrinale o con una prassi pastorale che ignorino la verità.

D. L’accento posto dal Pontefice sulla misericordia come la più importante, se non l’unica, idea guida della Chiesa, non contribuisce sostenere l’illusione che si possa praticare una pastorale sganciata dalla dottrina?
R. Si diffonde l’idea che possa esistere una Chiesa misericordiosa che non rispetta la verità. Ma mi offende nel profondo l’idea che, fino a oggi, i vescovi e i sacerdoti non sarebbero stati misericordiosi. Io sono cresciuto in una zona rurale degli Stati Uniti e ricordo che, quando ero bambino, nella nostra parrocchia c’era una coppia di una fattoria vicina alla nostra che veniva in chiesa a Messa, ma non faceva mai la comunione. Crescendo, chiesi il perché a mio papà e lui, con naturalezza, mi spiegò che vivevano in una condizione irregolare e accettavano di non accedere alla comunione. Il parroco era molto gentile con loro, molto misericordioso e applicava la sua misericordia nell’operare perché la coppia tornasse a una vita consona alla fede cattolica. Senza verità non può esserci vera misericordia. I miei genitori mi hanno sempre insegnato che, se noi amiamo i peccatori, dobbiamo odiare il peccato e dobbiamo fare di tutto per strappare i peccatori dal male nel quale vivono.

D. Nel suo studio c’è una statua del Sacro Cuore, nella sua cappella, sopra l’altare, c’è un’altra immagine del Cuore di Gesù, il suo motto episcopale è “Secundum Cor Tuum”. Allora, un vescovo può tenere unite misericordia e dottrina…
R. Sì, è presso la fonte inesauribile e incessante della verità e della carità, cioè dal glorioso trapassato Cuore di Gesù, che il sacerdote trova la sapienza e la forza di guidare il gregge secondo la verità e in carità. Il Curato di Ars definiva il sacerdote come l’amore dal Sacro Cuore di Gesù. Il sacerdote unito al Sacro Cuore non soccomberà alla tentazione di dire al gregge parole diverse da quelle di Cristo indefettibilmente trasmesseci nella Chiesa, non cadrà nella tentazione di sostituire alle parole della sana dottrina un linguaggio confuso e facilmente erroneo.

D. Ma i riformatori sostengono che la carità, per la chiesa, consista nel rincorrere il mondo.
R. Questo è il cardine dei ragionamenti di chi vuole mutare la dottrina o la disciplina. Mi preoccupa molto. Si dice che i tempi sono tanto cambiati, che non si può più parlare di diritto naturale, dell’indissolubilità del matrimonio… Ma l’uomo non è cambiato, continua a essere come Dio l’ha voluto. Certo, il mondo si è secolarizzato, ma questo è un motivo in più per dire in modo chiaro e forte la verità. E’ nostro dovere, ma per farlo, come ha insegnato San Giovanni Paolo II nell’Evangelium vitae, bisogna chiamare le cose con il loro nome, non possiamo usare un linguaggio quanto meno ambiguo per piacere al mondo.

D. La chiarezza non sembra essere una priorità dei riformatori se, per esempio, non si sentono in contraddizione quando sostengono che i divorziati risposati possono accedere alla comunione a condizione di riconoscere l’indissolubilità del matrimonio.
R. Se uno ribadisce sinceramente l’indissolubilità del matrimonio può solo rettificare lo stato irregolare nel quale si trova o astenersi dalla comunione. Non ci sono vie di mezzo.

D. Neanche quella del cosiddetto “divorzio ortodosso”?
R. La prassi ortodossa dell’economia o del secondo o terzo matrimonio penitenziale è storicamente e attualmente molto complessa. In ogni caso, la chiesa cattolica, che sa di questa prassi da secoli, non l’ha mai adottata, in virtù delle parole del Signore ricordate nel Vangelo secondo San Matteo (19, 9).

D. Non pensa che, se di dovesse concedere questa apertura, ne seguiranno tante altre?
R. Certamente. Ora si dice che questo verrà concesso solo in alcuni casi. Ma chi conosce un po’ gli uomini sa che, quando si cede in un caso, si cede in tutti gli altri. Se verrà ammessa come lecita l’unione tra divorziati risposati, verranno aperte le porte a tutte le unioni che non sono secondo la legge di Dio perché sarà stato eliminato il baluardo concettuale che preserva la buona dottrina e la buona pastorale che ne discende.

D. I riformatori parlano spesso di un Gesù disposto a tollerare il peccato per poter andare incontro agli uomini. Ma era così?
R. Un Gesù simile è un’invenzione che non ha riscontro nei Vangeli. Basti pensare allo scontro con il mondo nel Vangelo di San Giovanni. Gesù è stato il più grande oppositore del suo tempo e lo è anche al tempo di oggi. Penso a quanto disse alla donna sorpresa in flagrante adulterio: “Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più” (Gv 8, 11).

D. Ammettere alla comunione i divorziati risposati mina il sacramento del matrimonio, ma anche quello dell’eucaristia. Non le sembra una deriva che tocca il cuore della chiesa?
R. Nella Prima Lettera ai Corinzi, al capitolo 11, San Paolo insegna che chi riceve l’eucaristia in stato di peccato mangia la propria condanna. Accedere all’eucaristia significa essere in comunione con Cristo, essere conformi a lui. Molti oppongono l’idea che l’eucaristia non è il sacramento dei perfetti, ma questo è un falso argomento. Nessun uomo è perfetto e l’eucaristia è il sacramento di coloro che stanno combattendo per essere perfetti, secondo quando chiede Gesù stesso: di esserlo come il Nostro Padre che è in cielo (Mt 5, 48). Anche chi combatte per raggiungere la perfezione pecca, certo, e se è in stato di peccato mortale non può comunicarsi. Per poterlo fare deve confessare il suo peccato con pentimento e con il proposito di non commetterlo più: questo vale per tutti, compresi i divorziati risposati.

D. Oggi, la partecipazione all’eucaristia non viene quasi più visto come un atto sacramentale, ma come una pratica sociale. Non significa più comunione con Dio, ma accettazione da parte di una comunità. Non sta qui la radice del problema?
R. E’ vero, si sta diffondendo sempre di più questa idea protestante. E non vale solo per i divorziati risposati. Si sente spesso dire che, in momenti particolari come la prima comunione, la cresima dei figli o in occasione dei matrimoni, anche i non cattolici possono essere ammessi all’eucaristia. Ma questo, ancora una volta, è contro la fede, è contro la verità stessa dell’eucaristia.

D. Invece che un dibattito su questi temi, che cosa dovrebbe produrre il Sinodo.
R. Il Sinodo non è un’assemblea democratica dove i vescovi si radunano per cambiare la dottrina cattolica a seconda della maggioranza. Io vorrei che diventasse l’occasione per dare il sostegno dei pastori a tutte le famiglie che intendono vivere al meglio la loro fede e la loro vocazione, per sostenere quegli uomini e quelle donne che, pur tra molte difficoltà, non vogliono staccarsi da ciò che insegna il Vangelo. Questo dovrebbe fare un Sinodo sulla famiglia, invece che perdersi in inutili discussioni su argomenti che non possono essere discussi nel tentativo di cambiare verità che non possono essere cambiate. A mio avviso, sarebbe stato meglio togliere questi temi dal tavolo perché non sono disponibili. Si parli piuttosto di come aiutare i fedeli a vivere la verità del matrimonio. Si parli della formazione dei ragazzi e dei giovani che arrivano al matrimonio senza conoscere gli elementi fondamentali della fede e poi cadono alle prime difficoltà.

D. I riformatori non pensano a quei cattolici che hanno tenuto insieme la loro famiglia anche in situazioni drammatiche rinunciando a rifarsi una vita?
R. Tante persone che hanno fatto questa fatica mi chiedono ora se hanno sbagliato tutto. Chiedono se hanno buttato via la loro vita tra inutili sacrifici. Non è accettabile tutto questo, è un tradimento.

D. Non pensa che la crisi della morale sia legata alla crisi liturgica?
R. Certamente. Nel postconcilio si è verificata una caduta della vita di fede e della disciplina ecclesiale evidenziata specialmente dalla crisi della liturgia. La liturgia è diventata un’attività antropocentrica, ha finito per rispecchiare le idee dell’uomo invece che il diritto di Dio di essere adorato come Lui stesso chiede. Da qui, discende anche nel campo morale l’attenzione quasi esclusiva ai bisogni e ai desideri degli uomini, invece che a quanto il Creatore ha scritto nei cuori delle creature. La lex orandi è sempre legata alla lex credendi. Se l’uomo non prega bene, allora non crede bene e quindi non si comporta bene. Quando vado a celebrare la Messa tradizionale, per esempio, vedo tante belle famiglie giovani, con tanti bambini. Non credo che queste famiglie non abbiano problemi, ma è evidente che hanno più forza per affrontarli. Tutto questo vorrà pur dire qualcosa. La liturgia è l’espressione più perfetta, più completa della nostra vita in Cristo e quando tutto questo diminuisce o viene tradito ogni aspetto della vita dei fedeli viene ferito.

D. Che cosa può dire un pastore al cattolico che si sente smarrito davanti a questi venti di cambiamento?
R. I fedeli devono prendere coraggio perché il Signore non abbandonerà mai la sua Chiesa. Pensiamo come il Signore ha placato il mare in tempesta e le sue parole ai discepoli: “Perché avete paura, gente di poca fede?” (Mt 8, 26). Se questo periodo di confusione sembra mettere a rischio la loro fede, devono solo impegnarsi con più forza in una vita veramente cattolica. Ma mi rendo conto che vivere di questi tempi dà una grande sofferenza.

D. Riesce difficile non pensare a un castigo.
R. Questo lo penso prima di tutto per me stesso. Se io sto soffrendo adesso per la situazione della chiesa, penso che il Signore mi sta dicendo che ho bisogno di una purificazione. E penso anche che, se la sofferenza è così diffusa, ciò significa che c’è una purificazione di cui tutta la Chiesa ha bisogno. Ma ciò non dipende da un Dio che aspetta solo di punirci, dipende dai nostri peccati. Se in qualche modo abbiamo tradito la dottrina, la morale o la liturgia, segue inevitabilmente una sofferenza che ci purifica per riportarci sulla via stretta.

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IL VERO SENSO DELLA MISERICORDIA

Un Gesù che sia d’accordo con tutto e con tutti, un Gesù senza la sua santa ira, senza la durezza della verità e del vero amore, non è il vero Gesù come lo mostra la Scrittura, ma una sua miserabile caricatura.Una concezione del “vangelo” dove non esista più la serietà dell’ira di Dio, non ha niente a che fare con la vangelo biblico. Un vero perdono è qualcosa del tutto diverso da un debole “lasciar correre”.Il perdono è esigente e chiede ad entrambi – a chi lo riceve ed a chi lo dona – una presa di posizione che concerne l’intero loro essere.

Un Gesù che approva tutto è un Gesù senza la croce, perché allora non c’è bisogno del dolore della croce per guarire l’uomo. Ed effettivamente la croce viene sempre più estromessa dalla teologia e falsamente interpretata come una brutta avventura o come un affare puramente politico.La croce come espiazione, la come come “forma” del perdono e della salvezza non si adatta ad un certo schema del pensiero moderno. Solo quando si vede bene il nesso fra verità ed amore, la croce diviene comprensibile nella sua vera profondità teologica.

Il perdono ha a che fare con la verità e perciò esige la croce del Figlio ed esige la nostra conversione. Perdono è appunto restaurazione della verità, rinnovamento dell’essere e superamento della menzogna nascosta in ogni peccato. Il peccato è sempre, per sua essenza, un abbandono della verità del proprio essere e quindi della verità voluta dal Creatore, da Dio.

 

Da Joseph Ratzinger, “Guardare a Cristo”, pag. 76, Jaca Book 1986.

 

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PADRE PIO E LA MORMORAZIONE

Uno dei peccati per cui Padre Pio negava l’assoluzione era quello della mormorazione o maldicenza nella quale incorrono spesso anche quelli che si reputano cristiani..praticanti. Giustamente il Padre si mostrava severo con quelli che, forse senza rendersene conto del tutto, offendevano la giustizia e la carità. Disse ad un penitente : ” Quando tu mormori di una persona vuol dire che non l’ami, l’hai tolta dal tuo cuore. Ma sappi che, quando togli uno dal tuo cuore, con quel fratello se ne va anche Gesù”. Una volta, invitato a benedire una casa, arrivato all’ingresso della cucina, disse: ” Qui ci sono i serpenti, non entro”. E ad un sacerdote, che spesso vi si recava a mangiare, disse di non andarci più, perché lì si mormorava. Nella mormorazione oltre a mancare di carità si esprimono giudizi, contravvenendo a quanto dice Gesù: ” Non giudicate”. (Lc, 6,37)

Il Padre ammoniva ” Solo Dio può giudicare, non noi”. Padre Pio suggeriva un accorgimento: per evitare di emettere giudizi, bisogna non concepirne, altrimenti prima o poi si mette fuori quanto uno ha dentro l’animo. Anche se vediamo un delinquente, non possiamo dare su di lui nessun giudizio: solo Dio può vedere fino in fondo il cuore dell’uomo, né possiamo fare gli scandalizzati di fronte agli sbagli altrui, altrimenti il Signore permette che noi battiamo la testa nello stesso errore. Se qualche volta purtroppo siamo costretti ad esprimere un giudizio, facciamolo con larghezza di carità”. Qualora un penitente in confessione si accusava di aver inavvertitamente sbagliato nell’esprimere un giudizio o in esso vi era stata anche una sola lieve esagerazione, il Santo domandava ” L’hai ritrattato?”.

Anche dall’ironia il Padre metteva in guardia i suoi figli. Disse a Luciano Bellodi di Modena: ” Per fare dell’ironia o dello spirito occorre avere cuore e cervello e saper valutare chi ci sta ascoltando, cioè la persona che ci sta davanti, perché la nostra ironia potrebbe ferirla profondamente e andare al di là anche dei nostri intendimenti”. Sorella dell’ironia è la battuta mordace: Una signora, avendo saputo che una sua amica sarebbe scesa a San Giovanni Rotondo, la pregò di consegnare al Padre una lettera con l’offerta per una santa messa. Così davanti a lei infilò nella busta 10.000lire. Erano gli anni cinquanta e l’incaricata della commissione, vedendo questa generosa offerta, disse dentro di sé: Quanti soldi per una messa! Quando fu a San Giovanni Rotondo appena potè incontrare Padre Pio gli porse la missiva. Il Santo, guardando la busta chiusa, disse un po’ divertito: ” Quanti soldi per una messa!”. La signora capì allora davanti a chi si trovava. Ed accettò la lezione. A suor Pura Pagani, che in confessione gli manifestava delle incomprensioni e dei torti ricevuti nell’ambito ecclesiastico, il Padre disse: ” Devi perdonare.

Anch’io ho perdonato”. Narra Mario Sanci: ” Nel mio ufficio di collocamento in una accesa discussione, un operaio mi dà un forte schiaffo, ne segue una denuncia ai carabinieri e l’operaio è ricercato per essere arrestato. Non può rientrare a casa, neanche per dormire e siamo nel periodo della Pasqua 1956. Dopo moltissime pressioni di amici ritiro la denuncia. Parecchio tempo dopo, mi reco a San Giovanni Rotondo per confessarmi da Padre Pio. Appena mi inginocchio, il Padre mi chiede: ” Hai beneficato qualche padre di famiglia?”. Il mio pensiero vola subito alla denuncia ritirata e rispondo: ” Si, Padre, ma mi è costato uno schiaffo”. Appena dico questo, vedo Padre Pio piegarsi tutto da una parte, mettersi la mano sulla guancia, come se quello schiaffo lo stesso ricevendo lui in quel momento. Io rimango imbarazzato ed addolorato. Il Santo si rialza e comincia: ” Da quanto tempo non ti confessi?”. Segue la mia confessione, che si conclude con l’assoluzione.

Ogni tanto medito su questo episodio. Penso che il Padre abbia voluto mostrarmi che in realtà io ho dato a lui veramente uno schiaffo, quando, pur vantandomi di essere un suo figlio spirituale, non volevo perdonare a chi mi aveva offeso; ma devo aggiungere che da quel giorno, quando mi metto davanti al Crocifisso, vedo quanti schiaffi e colpi di flagelli ho dato a Gesù con i miei peccati. Quella lezione mi è stata salutare”. Un signore si confessa da Padre Pio; terminata l’accusa dei peccati rimane in attesa che parli il Padre, il quale domanda: “Hai altro?”. Avendo avuto risposta negativa, il confessore ripete la domanda. Al secondo no il santo chiede: ” Con tuo fratello come va? Quali sono i vostri rapporti?”. “Non mi parla, ma non è colpa mia. Mi ha fatto del male e si è allontanato da me. Io non so che fare”, risponde il penitente. “Và a far pace”, dice il Santo. “Ma , Padre, è lui che ha fatto del male a me, non io a lui”, si giustifica il penitente. Ed il Santo: “E Gesù che colpa aveva, quando è salito sulla croce. Non è morto per le colpe degli altri ed anche per le tue?” E non volle dargli l’assoluzione. Una giovane signora, che diceva a Padre Pio di essere continuamente umiliata dalla famiglia del suo sposo, al termine della confessione si sentì dire pieno di dolcezza e comprensione: Hai il cuore pieno di odio per i parenti di tuo marito. Ne avresti motivo, perché hai ragione tu, ma per amor di Dio devi perdonare”.

Il Padre ha indicato alla penitente la via della pace interiore; insegna inoltre che la motivazione del perdono sta tutto e solo nell’amore che noi portiamo a Dio, al quale in realtà facciamo umile dono della nostra sofferenza, senza chiedere vendetta. Anche per S.L., insegnante – la quale aveva subito una grave ingiustizia che aveva segnato tutta la sua vita – c’è stata comprensione ed accoglienza da parte del Padre, ma in modo del tutto particolare. Nel 1956 andò a San Giovanni Rotondo, ma era un po’ scettica nei riguardi di Padre Pio; vedendo che le donne facevano toccare le corone del rosario al confessionale, dove il santo svolgeva il suo apostolato, disse: “E’ feticismo”. Ma subito dopo aggiunse come una preghiera: “Signore, se veramente questo frate è un uomo di Dio, dammi un segno”.

La notte alle 2,30 si svegliò sentendo un intenso profumo di rose. Si domandò donde potesse prevenire: con lei non aveva nessuna boccetta di essenza odorosa e sul comodino c’era solo la cicca che aveva spento prima di addormentarsi. La mattina volle controllare se ci fosse un roseto nell’ambito della pensione che la ospitava. Niente! Recatasi in chiesa, si confessò da Padre Pio, accusando per primo il peccato che le pesava più sulla coscienza: ” Io maledico la mamma del mio fidanzato, perché è stata causa della rottura del possibile matrimonio”. Padre Pio le gridò: E chi sei tu, per giudicare? Quando ti sarai pentita tornerai qua”. E le sbattè in faccia lo sportello del confessionale. Ritornata in albergo in preda ad una crisi isterica cominciò ad inveire: ” Che santo è questo , che a me danneggiata non dà una parola di sollievo!? Aspettavo conforto ed ho trovato giustizia. E continuava su quel tono. Ma più passava il tempo e più aumentava la rabbia. All’improvviso avvertì un’ondata di profumo di viole . Tacque. Chiese poi alle altre amiche se lo sentissero; risposero di no. Si rese conto allora che Padre Pio le stava vicino nonostante la durezza dimostrata. Nel giro di un giorno cominciò a calmarsi. Ma con l’andar del tempo constatò con sua meraviglia che nel suo cuore non c’era più odio. Dopo un mese tornò a San Giovanni Rotondo ed il Padre le diede l’assoluzione.

Il Padre chiese un giorno ad un penitente: ” Tu sai fare l’esame di coscienza?”. L’altro non fu pronto a dare la risposta, ed il Padre continuò “Vediamo. Se uno ti fa un torto, come ti comporti?”. Rispose: “Ma! Padre, io da primo reagisco, poi mi pento e mi sforzo di perdonare”. “Tu sei in errore, figliolo. Se uno ti fa un torto, mentre subisci il torto devi avergli già perdonato, senza reagire: il perdono, dopo aver reagito, è tardivo”. Cleonice Morcaldi ricorda che negli anni 20 – durante il periodo in cui da parte di certa gente del posto si facevano arrivare a Roma voci calunniose sul conto di Padre Pio – un professionista di San Giovanni Rotondo, di ritorno dalla capitale, ove era andato per accusare il Santo, si recò in convento. Un frate, che era addentro alle cose, quando lo vide, avrebbe voluto impedirgli di avvicinarsi al confessionale della sagrestia, dove il Padre stava confessando. Ma il Santo disse al suo confratello di lasciar passare il dottore. Eh, quanto tempo sei stato fuori!… Diamoci un abbraccio!” E lo abbracciò davanti a tutti. Il Padre metteva nella sfera dell’odio anche l’antipatia, avversione istintiva ed immotivata. In confessione una donna gli disse: “Padre, faccio fatica a salutare gli antipatici”. E Padre Pio pronto: ” Anche i pagani fanno così”.

Da: https://www.facebook.com/IstruzioneCattolica

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LA RAGIONE DIMOSTRA, LA BELLEZZA RIVELA

La bellezza è la vita stessa della Chiesa. Ed espressione di questa vita a diversi livelli è la creazione della bellezza. Nell’arte, tale bellezza rappresenta lo stesso senso e la stessa perfezione che in qualsiasi altro ambito della vita. Le grandi epoche d’arte dei cristiani testimoniano che si tratta di un’arte essenziale e capace della rivelazione della presenza del mistero. La perfezione di tale arte consiste nel presentare questo mondo – come anche la figura umana – nei suoi tratti essenziali, per rendere visibile l’atteggiamento della persona nel suo compimento.

La persona si compie nella relazione con Dio e con gli altri. Perciò i gesti sono puliti, il volto essenziale e il corpo è espressione di questa relazionalità, in modo che tutto esprima lo spazio per l’intervento di Dio, la sua discesa e manifestazione nella persona. L’uomo nella sua fragilità, imperfezione e mortalità di peccatore si apre con l’invocazione a Dio che risponde con la sua venuta, agendo nella persona per salvarla. La fragilità dell’uomo completato dall’azione di Dio – queste due realtà unite esprimono la perfezione dell’arte delle grandi epoche: il romanico, il primo bizantino, e così via. E questa perfezione, questa bellezza, racchiude il senso di tutte le attività dell’uomo: lavoro, famiglia, politica, conoscenza, tutto ciò che è umano si compie come perfezione nella sua divinoumanità.

Ciò che è dunque la bellezza nell’arte lo è in ogni aspetto della vita dell’uomo, proprio perché la bellezza intesa così esprime quella comunione alla vita divina che è la santità della Chiesa e che i martiri hanno testimoniato con il sangue.

Credo anzitutto che vada riscoperta una vera ecclesiologia comunionale, il che significa riprendere seriamente tutta la teologia, la liturgia, la spiritualità e la pastorale a partire della comunione. Non possiamo avere una ecclesiologia di comunione se insistiamo su una teologia scientifica concettuale, espressione dell’individuo, dove la sostanza delle cose diventa il contenuto ultimo della verità senza che la comunione sia più costitutiva dell’essere (come è nel Dio della fede cristiana, il Dio trinitario), per cui la conoscenza diventa un’adaequatio tra la res e un intellectus posti uno di fronte all’altro. Se le nostre comunità cristiane non esprimeranno la bellezza della vita battesimale, se non diventeranno teofania attraverso la nostra stessa umanità, non susciteremo il desiderio per Dio e per la vita nello Spirito Santo.
Perché ci siano queste comunità, bisogna far sì che i nostri seminaristi e le nostre giovani religiose e religiosi siano formati partecipando e maturando nell’arte della comunione, nell’arte della partecipazione alla vita del Dio trino che trasforma l’individuo in «ipostasi ecclesiale», come si esprimerebbe Zizioulas. Se i seminari e gli altri luoghi formativi non diverranno luoghi di ecclesialità, luoghi di esperienza dell’amore pasquale che solo genera alla comunione fraterna, non giova a nulla tanta enfasi sulla preparazione culturale e intellettuale, perché le persone che usciranno da tali luoghi non saranno in grado di far innamorare di Dio, mentre la forza della bellezza consiste non nella dimostrazione, ma nella rivelazione che affascina e attira, che “contagia”.

La bellezza nell’arte, come affermava Giovanni Paolo II, è via della conoscenza, perché è percezione unita della totalità e della cattolicità della vita. Non va dimenticato che in oriente, fino a oggi, i grandi temi teologici vengono sviluppati non solo concettualmente, ma anche artisticamente nell’arte figurativa e nella poesia. Il nostro itinerario di studio si è rivelato assolutamente insufficiente per la trasmissione della fede, perché soffre del dualismo tra una conoscenza concettuale, che colloca la sua verità dentro agli schemi del linguaggio e pone tutto il suo sforzo nel voler costruire una teologia oggettiva e scientifica, e la prassi, cioè la concretezza della vita. Mentre l’arte non può per se stessa essere separata dalla vita. Dunque nell’itinerario formativo va certamente contemplata l’arte.

Non si tratta semplicemente di inserire la storia dell’arte nei curricula, ma di fare una lettura teologico-spirituale dell’arte. Per questo ci vogliono persone preparate, che non verniciano semplicemente ciò che hanno imparato nella facoltà di storia dell’arte con qualche impalcatura religiosa. Si tratta di persone che hanno un discernimento sulla storia dell’arte, capaci di aiutare a scoprire il valore dell’arte popolare o di un’arte grande come l’arte classica, sempre indicando le categorie della bellezza che sta a monte di un’epoca o di un’altra, di un popolo o di un altro, in modo che le persone comincino a essere iniziate alla distinzione necessaria tra un’arte che suscita ammirazione (l’arte classica), un’arte che dice qualcosa sulla fede e sui suoi contenuti (rinascimento e barocco) e infine un’arte che suscita l’unione con Dio, la preghiera, una vita secondo Cristo e nell’umanità di Cristo (l’arte liturgica). Un’arte quindi che è autenticamente liturgica, perché continua il dinamismo trasfigurante del sacramento che la liturgia celebra e pertanto è testimonianza della Chiesa, in maniera che le pareti dell’edificio ecclesiale lavorate secondo una tale arte siano l’autoritratto della Chiesa.

L’arte liturgica che si manifesta sulle pareti dell’edificio sacro fa vedere la trasfigurazione che i sacramenti e la liturgia attuano nel mondo e nella storia. Perciò i cristiani hanno considerato la bellezza come espressione della santità, mentre nell’epoca moderna la secolarizzazione è avvenuta anche perché la bellezza è stata considerata non come una dimensione indispensabile della santità e della sacralità, ma come una dimensione della ricchezza economica e dei sentimenti estetici del soggetto.

Se mettessimo in atto piccoli passi di cambiamento nelle nostre strutture formative, certamente non avremmo spazi liturgici come quelli attuali, espressione non solo di una grave secolarizzazione, ma anche di una tragica superficialità del clero, vittima di uno spirito postmoderno soggettivista, dove ciascuno fa come gli pare. Questo aspetto rende particolarmente preoccupante la situazione nelle terre delle giovani Chiese dove, negli ultimi decenni, lo spazio liturgico sconfessa praticamente ciò che il missionario vuole annunciare. Le nostre chiese non sono lo spazio di eventi liturgici che scandiscono il ritmo della vita e disegnano le assi portanti di un’antropologia cristiana. Ad esempio, difficilmente vi troviamo marcati i passaggi necessari dal battesimo all’eucaristia, dalla purificazione alla comunione.

La bellezza si crea quando la materia del mondo accoglie la forza, l’energia, la luce della comunione. Quando una persona vuole esprimere l’amore che sente per un altro, l’amicizia che lo lega a un altro e prende una realtà del mondo per farne dono a quella persona, la materia si trasfigura. Questa azione, che di per sé è un’azione artistica sulla materia del mondo, partecipa dell’azione di Dio sulla materia del mondo nel sacramento. Lo sfondo sul quale va capita la creazione artistica è pertanto l’eucaristia, dove la materia del mondo, tramite il lavoro dell’uomo e la discesa dello Spirito, diventa apertura per accogliere l’intervento di Cristo. Bisogna smettere di pensare all’artista in un modo romantico, rinascimentale, come qualcosa di straordinario. L’arte intesa in questo senso è finita.

Siamo all’inizio di un’epoca in cui di nuovo si intenderà l’arte come un servizio, come tante altre attività dell’uomo, un servizio che partecipa, con la sua missione, alla trasfigurazione del mondo, dell’uomo e della storia. Se vogliamo che tale mentalità si radichi in mezzo a noi, occorre essere preoccupati che nei nostri ambiti formativi ci sia davvero l’amore. Se non c’è l’amore, non c’è la forza della creatività, perché nessuno cambierà l’aspetto di un pugno di terra, povera materia del mondo, per sorprendere l’altro, per rallegrarlo, per dirgli la sua amicizia. Dobbiamo inoltre avere un linguaggio teologico profondamente simbolico nel senso patristico, e dunque liturgico, un linguaggio che chi fa passare per le sue mani la materia del mondo capisce molto bene. Il lavoro manuale è assai importante per una mentalità simbolica. Quando una cultura o una civiltà non riesce più a tenere insieme nel cuore l’intelletto e le mani, è all’inizio del suo declino.

Da: www.tempi.it

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S. AGOSTINO – ESORTAZIONE ALLA PERFEZIONE

“Pertanto, tu, credendo a queste cose, guàrdati dalle tentazioni (perché il diavolo cerca chi perisca con lui). Guàrdati perché quel nemico non ti seduca non solo attraverso coloro che sono fuori della Chiesa, siano pagani o Giudei o eretici, ma anche perché tu non voglia imitare coloro che, in seno alla stessa Chiesa cattolica, abbia visto vivere male o indulgere senza ritegno ai piaceri del ventre e della gola o essere impudichi o dediti alle vane ed illecite curiosità degli spettacoli o dei rimedi sacrileghi o delle diaboliche arti divinatorie o vivere nel fasto e nella vanagloria propri dell’avarizia e della superbia o avere una condotta di vita che la legge condanna e punisce.

[…]

Non credere poi che gli uomini malvagi, sebbene entrino fra le pareti di una chiesa, possano entrare nel regno dei cieli; giacché, se non muteranno in meglio se stessi, a tempo debito saranno separati dai giusti. Imita dunque gli uomini buoni, sopporta i malvagi, ama tutti, poiché non sai che cosa sarà domani chi oggi è malvagio. E non amare la loro ingiustizia, ma amali perché apprendano la giustizia. Poiché non ci è stato solo comandato l’amore a Dio ma anche l’amore del prossimo: due comandamenti nei quali si raccoglie tutta la Legge e i profeti.

[…]

Per parte sua il diavolo induce in tentazione non solo attraverso le passioni, ma anche attraverso le paure provocate dagli scherni, dai dolori e dalla morte stessa. Ma qualunque cosa l’uomo avrà patito per il nome di Cristo e per la speranza della vita eterna, e avrà sopportato perseverando, varrà ad accrescergli la ricompensa. Se avrà acconsentito al diavolo, con lui sarà dannato. Ma le opere di misericordia, accompagnate da una devota umiltà, ottengono dal Signore che egli non permetta che i suoi servi siano tentati più di quanto possano tollerare” (S. Agostino – Prima catechesi cristiana, § 27,55)

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L’IMPORTANZA DEL CATECHISMO

Quella società permeata di valori cristiani è un ricordo. Il processo di decristianizzazione è stato lento ma tenace, e, quel che è peggio, oggi ci scopriamo noi stessi responsabili di un secolarismo distruttore: distruttore di fede e di cultura; distruttore di valori e di costumi; distruttore di pace e di vita.

Ci siamo lasciati affascinare più dalle ideologie che dal “Padre Nostro”; ci siamo lasciati lusingare da una modernità senza tradizione; abbiamo voluto dimenticare il valore della nostra storia, consegnandola ad un nemico che abilmente l’ha distorta e manipolata; abbiamo rincorso le false promesse dell’Ingannatore e abbiamo strisciato nei bassifondi della morale barattando i nostri valori per un piatto di lenticchie; ci siamo lasciati convincere che Dio ha torto, erigendo altari alle scienze umane ed istituendo tabernacoli al nostro io; abbiamo abbandonato preghiera ed ascesi per inventarci religiosità a nostra immagine e somiglianza, con la sola proprietà di compiacere.

Nelle chiese sventolano bandiere dalle ideologie umane, dimentichi che il simbolo della vera pace è solo il Cristo crocifisso; il Santissimo Sacramento è abbandonato alla sua prigionia nel tabernacolo, mentre noi banchettiamo, tingendo di agape ciò che il più delle volte è solo divertimento mondano; si organizzano un numero sconsiderato di riunioni pastorali, in cui tutti si chiacchiera di ogni problema del mondo, ma in cui nessuno sembra ricordare di riformare la propria vita.

Il risultato è un mondo pagano, consapevole ed appagato di ogni sua idolatria, frutto delle triplici “S” sataniche (soldi, sesso, successo), dalle cui radici si ramifica un florilegio di vizi.

Bisogna tornare all’insegnamento del catechismo, anche questo bollato come noiosa ed inutile accozzaglia di nozioni, idea ovviamente scaturita dall’abile dialettica diffamatoria di intelligenze malvagie ed infingarde.

Per amare bisogna conoscere chi si ama. Amare ciò che Gesù ed il suo Corpo Mistico (la Chiesa) hanno insegnato, significa poterci conformare all’amato, vuol dire assimilare quel messaggio che tanto costò al nostro Dio, di cui noi oggi ci facciamo beffa.

Attraverso il conoscimento della dottrina il nostro cuore e la nostra intelligenza hanno l’oggetto su cui fare scendere la grazia dello Spirito Santo, la cui opera ordinaria prevede la collaborazione della natura umana.

Attraverso la dottrina abbiamo le armi per difenderci dalle false dottrine, dai seduttori di un mondo che luccica di buio.

Nessuno sa più niente. Tutti si interrogano nuovamente su un perduto senso della vita, ma sono pochi coloro che si impegnano nella ricerca, e ancor meno coloro che sono costanti nella pratica della verità tradotta nel bene.

Papa Luciani scrisse “Catechetica in briciole” nel quale, con parole semplici, ha voluto sottolineare l’importanza di questo strumento straordinario che è il Catechismo.

Basterebbe anche solo rileggersi il piccolo Catechismo di Pio X, che, nella sua semplicità, indica la strada da approfondire e valica i confini dei cuori, almeno laddove un cuore c’è ancora.

————

1. – Che cos’è il Catechismo

1. — Catechismo è parola greca che significa: parlo dall’alto.
Oggi, questa parola viene adoperata in tre sensi:
a) insegnamento a viva voce della religione («frequentare il
catechismo»); b) libro che contiene le verità religiose in forma
semplice e piana («comperare un catechismo»); c) le verità
stesse contenute nel libro o esposte nell’insegnamento («il
catechismo» ci insegna che…).

2. — Il primo significato di insegnamento è più comune.
Si badi, però, che si tratta di un insegnamento speciale: non è istruzione della sola mente, ma educazione di tutta la vita: non mira solo a mettere in testa alcune nozioni, ma trasmette solide convinzioni, così vive e forti da portare alle opere buone, all’esercizio delle virtù.
Mi spiego. Ho due catechisti: il primo parla e spiega bene, ma non fa migliori i fanciulli; il secondo è meno bravo, ma sa fare così bene coll’esempio, con la convinzione che l’anima, con le sue esortazioni, che alla sua scuola i fanciulli diventano più buoni, si invogliano a frequentare la Chiesa, pregano volentieri. Il secondo vale molto di più dei primo come
catechista.
Ho due fanciulli: uno sa a memoria il testo e lo capisce, ma la sua vita non è quella insegnata dal testo. L’altro ricordapochino, ma si sforza di diventar migliore per mettere in
pratica ciò che ha studiato. Questi ha imparato il catechismosul serio.

3. — Chiesero a Michelangelo: «Come fate a produrre statue così piene di vita?» Rispose: «Le statue sono già nel marmo. Tutto sta a cavarle fuori».
I fanciulli sono, come il marmo, della materia grezza: se ne può ricavare dei galantuomini, degli eroi, perfino dei santi.
E questa, è l’opera del catechista.

4. — Messo da parte il catechismo, non saprete che mezzi adoperare per fare buoni piccoli e grandi.
Tirerete in campo la «dignità umana»? I piccoli non capiscono che cosa sia, i grandi se ne infischiano.
Metterete avanti «l’imperativo categorico»? Peggio che peggio.
E’ ben diverso, invece, se parlerete a piccoli e grandi di Dio che tutto vede, che premia e castiga, che ha dato una legge santa ed inviolabile, che offre i Sacramenti per rafforzare
la nostra volontà buona, ma tanto debole ed incostante.

5. — Lo so: parecchi hanno studiato il catechismo e ciononostante sono diventati cattivi.
Ma il catechismo avrà almeno messo nel cuore il rimorso:il rimorso non lascerà loro aver pace nel peccato e presto o tardi li ricondurrà al bene.

6. — Si dice che anche la filosofia e la scienza sono capaci di far buoni e nobili gli uomini.
Ma non c’è neppur confronto col catechismo, che insegna in breve la sapienza di tutte le biblioteche; risolve i problemi di tutte le filosofie e soddisfa alle ricerche più penose e difficili dello spirito umano.
Il catechismo spiega perché si soffre a questo mondo, come bisogna impiegare la ricchezza, perché tutti devono lavorare. Ci mette avanti Cristo per modello e ci dice: Fate come Lui! E’ vostro fratello. Vi vuol bene, vi perdona, viene a vivere in voi!
Il catechismo ci grida continuamente: Sii buono, sii paziente, sii puro, perdona, ama il Signore! Insomma non esiste al mondo forza moralizzatrice più potente del catechismo.

2. – C’è bisogno di Catechismo

7. — Peccato che questa immensa forza sia poco sfruttata! I fanciulli studiano poco il catechismo; gli adulti, perché si illudono di averlo studiato, non lo studiano più. E così c’è in
giro una Ignoranza religiosa incredibile: gente che conosce la scienza e ha letto cataste di libri non sa nulla del cristianesimo in mezzo a cui vive, non ha mai letto il Vangelo per intero,scambia un funerale della sera per una Messa ecc.
Senza dire di tant’altra gente, che frequenta la Chiesa e si crede pia ed invece manca completamente di idee religiose; crede di aver la fede ed ha solo del tenerume; cerca nella pietà non il volere di Dio, ma impressioni, sentimenti e vaghe ebbrezze; ignora la vera devozione e pratica un mucchio di devozioni legate a certe formule, a certi numeri, metà cabala, metà superstizioni; svuota la testa e il cuore e carica unicamente il sistema nervoso.

8. — Dei bambini piccolissimi, si dice: «Son tanto piccoli! È troppo presto per insegnar loro la religione»!
Ed invece un educatore a una mamma che chiedeva quando dovesse cominciare l’istruzione del suo bambino di due anni, rispose: Subito. Siete in ritardo per lo meno di tre anni! Voleva dire che i bimbi sono capaci di impressioni religiose fin dai primi istanti della loro vita.
E un altro educatore scrisse che nemmeno in quattro anni di università un uomo impara tanto quanto nei primi quattro anni della vita. Tanto sono decisive e indelebili le prime impressioni!

9. — C’è chi dice con Rousseau: Voglio rispettare la libertà di mio figlio, non voglio imporre alcun insegnamento religioso.
A vent’anni sceglierà.
Ma pensano questi genitori che in realtà ai loro figlioli hanno imposto tutto? La vita, intanto, perché non hanno chiesto il permesso dei figli per metterli al mondo: e poi il cibo, i vestiti, la casa, la scuola…
D’altra parte, chi si metterà, a vent’anni, a studiar religione? Vent’anni! L’età di tutti gli esami per quelli che studiano, l’età del lavoro, del mestiere, dell’officina, dell’ufficio per gli altri. L’età delle passioni, dei divertimenti, dei dubbi. Chi avrà voglia o tempo di prendersi i grossi volumi, studiarvi sopra tutte le religioni di questo mondo per vedere quale sia la vera e migliore? E poi, non aspettano, i genitori, che le malattie siano entrate nel corpo dei figli per cacciarle a forza di medicine; fanno invece di tutto, perché non entrino nel corpo.
Altrettanto si deve fare con l’anima: metterci il catechismo, il timor di Dio, affinché i vizi non entrino: non aspettare che i vizi siano entrati per aver la consolazione di cacciarli con la religione.

10. — Il nostro ragazzo deve lavorare, deve studiare!
— Ma prima ancora deve diventar buono, deve essere premunito contro tutte le seduzioni e le tentazioni di domani.
Non è con la tavola di Pitagora o con un banco da falegname o con un diploma che si sbarra la via alle passioni.
Questo ragazzo è atteso al varco: domani la donna, il giornale, il cinema, l’osteria se lo disputeranno. Mandar avanti dei giovani o delle figliole senza catechismo sulla strada del
mondo è lo stesso che mandare dei soldati alla guerra senza giberne, senza cartucce, e farne degli sconfitti e degli infelici.
11. — I grandi si scusano: abbiamo già studiato, il catechismo!
Ma da ragazzi; ed era catechismo per ragazzi, fatto di poche nozioni, con immagini, parole e sentimenti infantili, roba che accarezzava l’immaginazione, il cuore. Ma adesso che
siete adulti occorre qualcosa di più sostanzioso che rischiari la testa e guidi la vita. Adesso occorrono ragioni solide, chiare, risposte convincenti, per respingere vittoriosamente gli
attacchi che d’ogni parte volano contro la fede.
Mai come oggi s’è sentito bisogno di catechismo.

[…]
II
IL MAESTRO DI CATECHISMO
1. La missione del Catechista

1. — C’è un quadro del Murillo chiamato «I fanciulli della conchiglia». In uno sfondo tranquillo e sereno, mentre Angeli dall’alto guardano e sorridono, Gesù Fanciullo dà a bere, in una conchiglia, al piccolo Giovanni Battista l’acqua attinta ad un limpidissimo ruscello che scorre ai piedi.
Ecco la missione del catechista: sostituire Gesù e dare ai fanciulli, col catechismo, l’acqua della vita eterna.

2. — E’ una missione nobile. Il catechista continua l’opera di Gesù, degli Apostoli; si mette in linea coi Vescovi, coi sacerdoti, coi missionari; aiuta la famiglia che non sempre può
e sa da sola educare i figli; aiuta la patria col formare buoni cittadini. Aiuta soprattutto la Religione. Certo, al centro della Religione sono la S. Messa, i Sacramenti, le sacre funzioni. Si
pensi alle tracce che lascia una prima Comunione, il rito delle Nozze, una Confessione ben fatta.
Ma cosa si raccoglie in una prima Comunione, in un Matrimonio ben celebrato? Quel che il catechista ha seminato.
E chi va alla S. Messa, alle funzioni, e chi ne ricava un frutto pratico? Chi è stato preparato con catechismo serio, continuato.
Chi si confessa con accusa sincera, con vero dolore e proposito fermo? Chi ha avuto un bravo catechista che gli ha comunicato circa la Confessione idee, convinzioni e buoneabitudini.
Uomini grandi come Alessandro Volta, Silvio Pellico e Cesare Cantù ritennero onore spiegare quasi tutte le domeniche il catechismo ai bambini nella Chiesa parrocchiale.
Anche Napoleone insegnò il catechismo negli ultimi anni e Carlo Alberto istruiva personalmente i figli sul modo di confessarsi, comunicarsi e ascoltare la S. Messa.
Pio X ha detto: quello del catechista è oggi il più grande di tutti gli apostolati.

3. — E’ una missione difficile. Le difficoltà vengono anzitutto dagli alunni. I fanciulli sono spesso leggeri, incostanti, irrequieti, distratti da cento cose. Le famiglie talvolta aiutano
poco l’opera del catechista e perfino la ostacolano o la distruggono.
Altre difficoltà riguardano il catechista stesso, che si sente impreparato a insegnare, ha poco tempo, teme di legarsi, deve sottostare alle fatiche della preparazione, della disciplina da
tenere ecc. ecc. E poi il catechista va incontro allo scoraggiamento, tanto più facile quanto maggiore era stato l’entusiasmo nel cominciare. Non si vedono frutti, si incontrano resistenze, si provano delusioni, amarezze, viene voglia di piantare tutto…

4. — Eppure, è una missione che porta frutti. Le difficoltà si superano. Chi ha passione e insiste e ritenta e soprattuttocerca di prepararsi per rendere piacevole, attraente la lezione,
riesce a interessare i ragazzi. I frutti non possono mancare.
Sicura, intanto, è la ricompensa del Signore, che ha detto:
«Tutto quanto avrete fatto a uno di questi piccoli, l’avrete fatto a me», e: «Coloro che avranno insegnato la giustizia a molti, brilleranno come le stelle nell’eternità».
Poi c’è anche il risultato qui in terra. Il contadino raccoglie la messe parecchi mesi dopo aver gettato il seme. Il catechista è un seminatore: spesso l’effetto del suo insegnamento si vede più in là, in età più avanzata, una disgrazia, in punto di morte: spesso il frutto è visibile subito nei fanciulli che imparano, che diventano più buoni e ci sono riconoscenti.

2. – Le doti del Catechista

Dipende soprattutto dal catechista che la sua missione riesca o no. S. Filippo Neri e S. Giovanni Bosco catechizzavano i ragazzi in qualche angolo di sacrestia, perfino in istrada, senza lusso di ambienti, senza mezzi, eppure incantavano come maghi e trasformavano. Avevano quel che occorre più di tutto: le belle doti, che si possono dividere così:
Doti religiose che fanno il cristiano;
Doti morali che fanno l’uomo;
Doti professionali, o del mestiere, che fanno il maestro;
Doti esterne che non fanno niente di nuovo, e non sono indispensabili, ma danno pieno risalto alle doti precedenti e permettono al catechista di brillare davanti ai ragazzi nella luce
completa di cristiano, uomo e maestro.

a) Doti religiose
5. — Buona condotta. E’ una dote capitale. I fanciulli leggono più sul catechista che sul catechismo; imparano più dalla condotta che dalle parole, più cogli occhi che con le orecchie.
Sono come le spugne: assorbono soprattutto quello che vedono. E vedono molto: hanno antenne finissime per captare tutto quello che il catechista è interiormente. Se il catechista non è buono, la sua voce esterna può dire quello che vuole, ma cento altre voci escono da lui a smentire ciò che le labbra pronunciano.
Non si riesce a insinuare nei fanciulli la dolcezza, il perdono, quando, lunghi pensieri di astio o di vendetta hanno dato una piega dura al nostro volto.
Non si porta alla purezza con le belle parole, quando brutte abitudini o pensieri cattivi oscurano la nostra anima.
Il catechista non può dare ciò che non possiede: anzi, egli non insegna nemmeno ciò che ha, o ciò che sa, ma ciò che è.

6. — Pietà, Dio ha riservato a sé solo di produrre nelle anime la vita soprannaturale, ossia la Grazia e le virtù. Il catechista è soltanto uno strumento di cui Dio si serve: se resta unito a
Dio, vivendo in stato di Grazia, farà del bene ai fanciulli;
staccato da Dio, col peccato mortale, la sua opera sarà sterile.
E’ come la lampadina elettrica: unita alla corrente, fachiaro; staccata dalla corrente, lascia all’oscuro.
Ci sono stati dei catechisti che, privi di doti esteriori, scarsi di ingegno e di cultura, hanno tuttavia ottenuto frutti meravigliosi. Avevano una pietà profonda che conquistava i
fanciulli più che tutta l’eloquenza di questo mondo.
Catechisti che non solo insegnavano Dio, ma Lo mostravano e facevano sentire, come il Curato d’Ars, del quale si disse: Andiamo a vedere una trasparenza di Dio!
Non si concepisce un catechista senza vera pietà. Come può far amare il Signore se egli, primo, non l’ama? Come insegnerà a pregare, a frequentare i Sacramenti, se non ha gusto per la preghiera, passione per le funzioni, se non fa bene le genuflessioni, il segno di croce, ecc.? E la pietà non è una maschera che si mette e si leva: è un profumo che esce da un’anima desiderosa di piacere a Dio e che i fanciulli fiutano e riconoscono con una facilità straordinaria.

7. — Convinzione profonda. Il catechista deve essere un entusiasta, un convinto. Convinto che la sua missione è una cosa grande, che le cose che insegna sono vere, che i fanciulli,
a furia di sforzi, verranno elevati, migliorati. Queste convinzioni daranno anima, ali al suo apostolato; con esse egli diventerà un artista del catechismo: senza di esse, resterà un
manovale del catechismo, incapace di edificare e trascinare.
Due alpinisti scalano una roccia; il primo, perché è di moda; il secondo, per passione.
Sentiteli al ritorno: “Cosa ho veduto? — dice il primo — Oh! nulla di speciale: quattro corde, quattro alberi, deitorrenti, dei prati, un cantoncino di cielo e nient’altro!”. E sbadiglia.
Dice il secondo: “Cosa ho veduto? Non lo dimenticherò mai più! Rocce, poi ancora rocce, e prati e torrenti e azzurro e sole e cose meravigliose!”. E mentre parla pare che tali meraviglie gli ridano ancora nello sguardo e nell’anima.
Quei due dicono la stessa cosa, ma è il modo di dire, diverso. Il primo non invoglia nessuno a tentare una scalata; il secondo invece col suo entusiasmo accenderà la passione della
montagna in altri e guiderà proseliti a nuove vette.
Così il catechista: non basta che dica, ma, dicendo, deve invogliare, appassionare e trascinare.

b) Doti morali
8. — Amare i fanciulli. Lacordaire ha scritto: «Dio volle che nessun bene si facesse agli uomini fuorché amandoli». Ed è vero.
Se i fanciulli si sentono amati, spalancano la porta del loro cuore, si fidano, ascoltano, si lasciano persuadere e fanno.
Se non si sentono amati, restano diffidenti, fanno per forza, o affatto non fanno.
Il catechista stesso, poi, sé non vuol bene, ai fanciulli, non troverà mai la forza di superare gli insuccessi, le noie, le ingratitudini inerenti al suo ufficio; tanto meno sarà capace di
aver fiducia in loro, di compatirli, e di aver pazienza.
9. — Pazienza. Perché la pazienza è necessaria al catechista.
«Coi fanciulli — dice S. Francesco di Sales — occorre: un bicchierino di sapienza, un barile di prudenza ed un mare di pazienza».
E lo sanno tutti, tanto è vero che quando un maestro non riesce coi fanciulli, il popolo dice senz’altro: «Non riesce, perché non ha pazienza Quando invece un maestro è capace,
virtuoso, il popolo senz’altro esclama: «Quanta pazienza!».

10. — Senso della giustizia. Il fanciullo non sopporta le parzialità e le ingiustizie e, quando le vede o crede di vederle, soffre, si allontana chiudendosi in se stesso.
In questa materia, cose che per noi sono sciocchezze, per il fanciullo acquistano una importanza straordinaria. Bisogna badare di evitarle, cercando di trattare tutti alla stessa maniera, guardandosi da simpatie verso i più ricchi, i più intelligenti, i meglio vestiti, ecc. Se qualche preferenza si può avere e mostrare è verso i più poveri, i più ignoranti, i deficienti.

11. — Rispetto della verità. Anche alla verità i fanciulli sono sensibilissimi. Essi hanno una grande fiducia nel catechista.
Questi per tanto non deve mai permettersi, neppure per scherzo, di dire cose non vere o di parlare con sottintesi o doppi sensi.
Non sarà mai troppa, a questo riguardo, la prudenza e la cura di non perder davanti al fanciullo il prestigio di essereuomini di parola. Per esempio, si stia attenti quando si racconta, a non cambiare i particolari. Il fanciullo, che ha memoria fedele soprattutto per i particolari concreti, resta male, se nella seconda volta, li trova diversi dalla prima; nel
suo animo sorge il dubbio, che poi passa con tutta facilità dai dettagli insignificanti alla sostanza e alle verità insegnate.

c) Doti professionali
12. — Sapere. Per insegnare bisogna sapere: per insegnare uno bisogna sapere dieci, per insegnare bene, bisogna sapere benissimo.
Ed ecco una scala: chi sa benissimo, insegna bene; chi sa bene, insegna discretamente; chi sa appena passabilmente, insegna male.
Alle scuole elementari una maestra insegna non molte cose e  più facili che le verità del catechismo. Eppure si pretende da lei che studi almeno tredici anni, che superi difficili esami.
Si dice: Oh! si tratta poi di ragazzi! Tanto più è necessario sapere ed avere idee chiare e
precise. Se no, non si può parlare con linguaggio facile e semplice.
Ecco cosa succede quando il catechista sa poco; nelle teste dei fanciulli entrano errori, dubbi e confusioni; — il catechista parla e va avanti senza disinvoltura, senza brio e fiducia in sé; — i ragazzi si accorgono della sua poca scienza, e addio prestigio di maestro!
13. — Saper insegnare. Non è lo stesso che «sapere». Altro è avere le idee nella testa propria e altro farle passare nella testa degli altri.
Ci sono dei pozzi di scienza che non riescono a comunicarla agli altri.
E ci sono degli oratori, bravissimi a parlare ai grandi, che non riescono a fare stare attenti i piccoli.
E ci sono dei maestri capaci di insegnare bene ai fanciulli storia e geografia, ma niente capaci di insegnare il catechismo, che è una materia con difficoltà tutte sue.
Un catechista quindi non solo deve sapere o avere, la scienza; ma deve avere l’abilità di comunicare ai piccoli la sua scienza con la didattica, anzi con la didattica catechistica.

14. — Per arrivare al possesso di questa abilità, sono utilissimi:

1) Il senso di adattamento, e cioè, il saper proporzionare ciò che si dice a chi ci ascolta. Si parla in maniera diversa a bambini di età diversa; e, se i bambini hanno la stessa età, in
una maniera ai meno intelligenti e in un’altra ai più intelligenti. Si cerca sempre di dire cose facili e di dire in modo facile le cose difficili. Si devono sempre presentare le cose sotto un aspetto simpatico che piaccia ai fanciulli e le faccia amare.

2) La chiarezza: idee poche, ma colorite e incisive; meglio poco e bene che tanto e confuso; parole facili, che i fanciulli già conoscono e capiscono, concrete e, se possibile, accompagnate da immagini. Non si dirà: «La sapienza divina», ma «Dio che è tanto bravo». Non si dirà: «Pierino si vergognò», ma «Pierino è diventato tutto rosso per la vergogna». Meglio ancora «Pierino, per la vergogna è diventato rosso come un galletto».

3) Il saper raccontare: è una delle migliori risorse per riuscire coi ragazzi, che sono desiderosi di racconti e bevono avidamente le storie narrate con garbo ed ampiezza.

d) Doti esterne
15. — Il fanciullo è un caricaturista terribile: un minimo di ridicolo che ci sia nel catechista, lo scopre subito.
Ma insieme, tutto ciò che esorbita dal comune, che è bravura vera, o armonia, o grazia, conquista e incanta il fanciullo.
Basta poco per farei beffeggiare da lui e basta poco per suscitare il suo entusiasmo.
Per questo, bisogna che il catechista sorvegli e controlli il suo esterno.

16. — Stia attento all’espressione del volto. I fanciulli la osservano, vi leggono i pensieri che la parola non è stata capace di dire, ma soprattutto i sentimenti che il catechista nutre per loro.
Niente, quindi, sguardo truce. Niente tristezza esagerata. Il fanciullo la prende per cattiveria. Se abbiamo dei crucci, dei malanni, non facciamoli vedere agli alunni: e se fuori piove o
tuona, il nostro viso sia egualmente sereno, tranquillo in modo che i fanciulli dicano: il catechista è contento di essere con noi, egli è buono, ci vuol bene.

17. — Sorvegli lo sguardo. Ai fanciulli parla più l’occhio che la bocca del catechista: nell’occhio essi vedono le sfumature della parola. D’altra parte, è con l’occhio che il catechista li domina e fa sentire che li vuoi dominare. Un occhio vigile, penetrante, acuto impressiona e soggioga i fanciulli.

18. — Sorvegli il gesto. Un gesto naturale, sobrio rende più vivace ed attraente la parola, soprattutto coi piccoli, che sono abituati a supplire i vocaboli che mancano con la vivacissima mimica, mettendo in moto occhi, mani, persona, tono di voce, testa, tutto ma il gesto meccanico e goffo ci rende ridicoli e distrae.

19. — Merita una cura speciale la voce. Il minimo che si domanda è di articolare bene le parole, senza precipitare, senza mangiar sillabe, senza ingarbugliarsi. Non gridare,
assordando, ma neanche parlar troppo basso o fra i denti, in maniera che i ragazzi non capiscano o facciano fatica a capire.
Cominciando, si parla piuttosto piano per attirare l’attenzione; si prosegue facendo degli alto e dei basso, dei piano e dei forte, rallentando in certi momenti e accelerando in altri.
Chi ha un bel timbro di voce, ne approfitti. Un bel timbro,  tradendo o entusiasmo o pietà, può rendere seducenti anche le cose più comuni, come le fate che trasformavano le
pastorelle in principesse.
Il catechista ha qualche intercalare, ossia una parola o frase  che ripete con predilezione ogni tanto? Si sorvegli; altrimenti lo sorvegliano gli alunni che alla fine della lezione avranno
contato 50 o 60 «insomma» o «non è vero» o altre simili perluzze.

20. — Il portamento esterno ha pure la sua importanza.
L’eleganza esagerata, il profumo, la cipria, il rossetto della catechista o l’aria da taglia cantoni del catechista farebbero ridere i fanciulli, ma la trascuratezza, la sciatteria li
impressionerebbero male.
Andando a far catechismo si va a fare una cosa grande: il vestito sia conveniente, la capigliatura composta, non manchi la proprietà e il decoro. Lo meritano il catechismo ed anche i ragazzi.

21. — E finalmente, se il catechista possiede delle abilità che impressionano favorevolmente il ragazzo, non le nasconda, ma le usi a favore dell’insegnamento. Il fatto che egli è un bravoportiere, manda in visibilio gli alunni? E faccia il portiere, nelle partite, perché i fanciulli attaccano spesso la loro stima proprio a queste bravure. La catechista ha una bella voce, fa
dei bei disegni? Esterni talvolta queste qualità, non per mettersi in mostra, ma per far del bene.

3. – La formazione del Catechista

22. — Per poter diventare bravi catechisti è indispensabile un minimo di doti spontanee, ossia una certa attitudine naturale a fare l’educatore.  Caio, che è gran buon figliuolo, ma che non ha memoria e che parlando balbetta e s’ingarbuglia, non ha stoffa di
catechista.
Sempronio che è nervoso, eccitabilissimo, e lascia andar continuamente e per cose da nulla cazzotti e scappellotti, non ha stoffa.
Tizio che ha una timidità straordinaria, che chiude gli occhi parlando ai fanciulli e non osa guardare le persone in viso, solo se si corregge può esser messo a tener una classe di
ragazzi.
Resta quindi che a formare il catechista giovano molto la buona volontà, la perseveranza tenace, lo studio, l’esercizio: ma a patto che ci sia un fondo di disposizioni naturali.

23. — Per acquistare le doti religiose e morali servono lapreghiera, la frequenza ai sacramenti, la meditazione, lo sforzo continuato per farsi un carattere lieto, paziente, leale,
ottimista. Senza la meditazione, soprattutto, le convinzioni non scendono fino alle profondità dell’anima. Anche la pratica dell’esame di coscienza e del ritiro mensile giova molto.

24. — Per possedere la scienza sufficiente, occorre lo studio diligente, assiduo del catechismo.
Non basta aver studiato: occorre studiare ancora, su testi più  ampi, ben fatti, senza dir mai basta, con attenta riflessione.  Non si richiede, certo, che ogni catechista ne sappia
quanto il Parroco, ma è certo che per insegnare agli altri, per quanto si studi, non se ne sa mai abbastanza.

25. — L’abilità didattica si acquista soprattutto colla pratica. E’ sbagliato dire: adesso frequento un corso o imparo un trattato di pedagogia, e poi son bell’e pronto per insegnare. Ci si forma solo insegnando.
Seguire il corso e leggere il trattato, va benissimo; a patto che si applichi subito quel che s’è sentito e letto. E quando si è messo in pratica, si tornerà a sentire e a leggere, per vedere
dove s’è fatto giusto e dove s’è sbagliato.
E’ stato detto: nei primi dieci anni, il maestro insegna a spese degli alunni. Questo, forse, è un po’ troppo, ma è un fatto che il «mestiere» dell’insegnamento si resta «garzoni»
molto tempo.

26. — Ed anche quando si è fatto pratica e si ha un po’ di esperienza si trema e si sente sempre il bisogno di imparare. I fanciulli si rinnovano, ed anche le classi. Il catechista pure
deve rinnovarsi e non può gettar l’ancora e dire: adesso basta.

27. — Oltre che al corso catechisti, si partecipi, potendo, a raduni, giornate per catechisti. Buona cosa interrogare catechisti sperimentati: ci possono suggerire esperienze che sui
libri non si trovano. Meglio ancora, ascoltare le lezioni che essi tengono ai loro scolari. Ottima cosa abbonarsi a una rivista  («Sussidi», «Catechesi», «Via, Verità e Vita»), avere a
disposizione una biblioteca catechistica, fornita di testi, di cartelloni, disegni e riviste.
Oltre a tutto questo, preoccuparsi di farsi uno zibaldone, ossia una raccolta propria di esempi, racconti, disegni. E’ vero che ce n’è già, stampate, di raccolte simili, ma quella è roba di tutti, e non sempre adatta ai nostri alunni, o al nostro temperamento. Occorre avere a disposizione del materiale proprio, che si è esperimentato efficace, che si sa adatto.
Questo materiale va preparato un po’ alla volta. Sento un bel paragone in una predica? — Me lo metto via! A casa lo scrivo, lo ripongo. Domani potrò tirarlo fuori a dottrina.
Leggo un bel racconto? Giù, due righe sulla carta. Domani lo ripeterò ai miei fanciulli. E così si diventa ricchi di bel materiale.

[…]

 

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NATURA DELLO SPIRITO SANTO

“Lo Spirito Santo è lo Spirito SS. del SS. Increato, Purissimo Spirito che è il Signore.

L’essenza di Dio, il suo principale attributo è la Carità. Ecco: il fuoco della Carità Divina, l’immenso, perfettissimo Fuoco della Carità Divina, che genera il Figlio e per il Figlio tutte le cose create, sia mortali o peribili, sia immortali (lo spirito nostroe gli angeli) e tutte vede nella Carità e a tutte provvede, è Il Santo Spirito di Dio.

Come in noi l’anima è lo spirito nostro, così l’anima di Dio (mi si conceda il paragone) è l’amore, è l’amore che anima Dio in tutte le sue azioni così come in noi è lo spirito che anima la carne e ci dà somiglianza con Dio.

Senza il suo Sprito Santo Dio non sarebbe più Dio perché non sarebbe più amore”.

Maria Valtorta il 25/7/1948 in “Quadernetti”, Centro Editoriale Valtortiano, 2006, p. 120-121.

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LA VANAGLORIA

Dagli scritti di Don Antonio Roscelli

La vanagloria, che da S. Gregorio viene anche chiamata peccato capitale, è la terza figlia della superbia. Questa è un desiderio disordinato di gloria e di lode umana. Ma dunque, direte voi, bramare la gloria della propria eccellenza è sempre peccato? Rispondo: questa brama può essere anche buona, quando è ordinata; vale a dire quando si brama solo la gloria che merita un bene come la gloria di Dio, il profitto del prossimo e l’utile proprio purché sia onesto.

È sempre poi cattiva, quando è contro la retta ragione: il che succede quando si brama la gloria per un bene che non si ha, o si brama maggior gloria di quella che merita un tal bene. Ma la vanagloria, soggiungerete voi, è peccato grave o veniale? Regolarmente parlando, è peccato veniale: ho detto regolarmente, perché in alcuni casi può essere anche peccato grave, come sarebbe se ci si gloriasse di essere lodato per aver commesso qualche grave peccato; così parimenti sarebbe peccato grave la vanagloria, quando ne seguisse danno notevole al prossimo.

La vanagloria ha anch’essa le sue figlie, come la superbia: la prima è la iattanza ed è quando uno si loda e si gloria eccessivamente di qualche cosa. Dico eccessivamente, perché lodarsi, come faceva S. Paolo, per un buon fine, vale a dire per la gloria di Dio e a profitto del prossimo, non è peccato.

La iattanza, di per sé, è peccato veniale. In tre casi, però, può essere anche colpa grave, cioè: 1° quando uno si loda e si gloria con disprezzo di Dio; 2° quando si loda con ingiuria del prossimo, come faceva il fariseo del Vangelo il quale, lodando se stesso, disprezzava il pubblicano; 3° finalmente, quando uno si vanta e si gloria di qualche grave peccato.

La seconda figlia della vanagloria è l’ipocrisia, che è la simulazione della virtù che non si ha, o il nascondere qualche vizio e difetto che si hanno. Questa, essendo come una specie di bugia, sarà sempre, per lo meno, peccato veniale.

La terza figlia della vanagloria è la pertinacia, la quale consiste in ostinarsi nella propria opinione e volerla difendere contro la verità. Questa sarà colpa grave quando la verità che ostinatamente s’impugna riguarda la fede o i buoni costumi, la pietà o la pace od altro bene notevole che tocchi l’onor di Dio o l’utile del prossimo.

La quarta è l’invenzione di novità ed è quando uno per cattivarsi l’altrui lode, vuole esporre cose mirabili e nuove e, quando questo fosse di cose contrarie alla fede ed ai buoni costumi, o generasse danno al prossimo, sarebbe anche peccato grave.

La quinta è la curiosità ed è uno sregolato desiderio di vedere, udire o sapere cose che non convengono. Se questo si fa in cose leggere solo per curiosità, non sarà che peccato veniale, ma sarebbe colpa grave quando ci fosse pericolo di peccare gravemente, come se si volesse guardare deliberatamente oggetti osceni, o saper gli altrui difetti, o conoscere ciò che altri è tenuto ad occultare del suo prossimo.

La sesta figlia della vanagloria è la disubbidienza formale, per cui si trasgredisce il precetto del Superiore. Quando la disobbedienza è con disprezzo del Superiore o del comando, è sempre peccato grave, quand’anche non fosse che in piccole cose perché, essendo un Superiore un ministro di Dio, Dio stesso ne resta in lui disprezzato, secondo il detto di Cristo: «Chi disprezza voi, disprezza me». Quando poi non si osserva il comando del Superiore per altri motivi, la colpa è mortale o veniale, secondo la gravità o la parvità della materia.

 Da http://www.immacolatine.it/Manoscritti_vol_3/La_superbia_1.html

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