P. MATTEO LA GRUA: LA PROFEZIA

Una bella catechesi di Padre Matteo La Grua, che riflette sulle varie forme di profezia.

Con il consueto equilibrio traccia le linee di discernimento per riconoscere Dio laddove si presenta. Con rigore argomentativo mette pure in guardia dalle facilonerie spirituali e dagli abusi di pratiche che possono verificarsi all’interno di alcuni gruppi per via di superficialità, eccesso di zelo o suggestione.

Edificante e, ad un tempo, istruttivo.
Buon ascolto.

Share This:

MASSIMO BIGLINO E LA BIBBIA EXTRATERRESTRE

In questo periodo sto venendo a contatto con i più disparati esotismi spirituali, i quali, al di là delle particolarità che potranno fare sorridere qualcuno, io credo che possano potere creare turbamento interiore e confusione culturale in coloro che si trovano in momenti di fragilità.

Nello specifico mi sto riferendo alle teorie di Massimo Biglino, autore gettonatissimo sul web, noto per le sue traduzioni alternative dell’Antico Testamento, che vorrebbero dimostrare la natura extra-terrestre dei racconti biblici, nonché supportare, di conseguenza, una completa rivisitazione della cristologia per come l’abbiamo fino a qui conosciuta, scenario da non prendere sottogamba visti i notevoli successi editoriali, nonché le sempre più gremite comunità on-line sostenitrici di queste tesi.

———–

Mauro Biglino è studioso di storia delle religioni e traduttore di ebraico antico. Ha collaborato con le Edizioni San Paolo per diversi anni, fino a quando non ha iniziato a pubblicare i suoi testi, frutto di 30 anni di analisi, a suo dire accurate, che avrebbero portato alla luce aspetti della Bibbia fino ad allora “volutamente omessi”.

La tesi sostenuta dal professore è che l’Uomo non sia stato creato da un Dio onnipotente, puro spirito e onnisciente, come vuole la tradizione cristiana, ma sia stato artificialmente progettato da una razza extraterrestre. A dire il vero questa non è una novità per il mondo pseudo-scientifico: il vero e più “insigne” iniziatore della teoria paleoastronautica* è l’americano di origini azero-ebraiche, nonché massone, Zecharia Sitchin (1920-2010).

Un aspetto, quello della affiliazione alla massoneria, da non sottovalutare. Lo stesso Mauro Biglino è stato membro della massoneria, e come si legge sul suo sito ufficiale: “Da oltre 10 anni si occupa inoltre di Massoneria in quanto riconosciuta come organizzazione iniziatica e simbolica che ha avuto notevole influenza nella storia dell’occidente” [1]. Egli sostiene di esserne uscito: se le cose stiano realmente così, non ce la sentiamo di poterlo affermare con assoluta certezza. Certamente il lavoro che Biglino sta portando avanti rientra perfettamente nel progetto massonico di infangare l’immagine pubblica della Chiesa Cattolica, con ogni sorta di menzogne, anche storiche. Non è un caso infatti che l’unico libro pubblicato dal professore sul tema si intitoli “Chiesa Romana Cattolica e Massoneria”.

Senza scendere ad analizzare i profondi legami che corrono tra massoneria, teosofia e ufologia (incredibile ma vero!), che pure sarebbero importantissimi da analizzare per comprendere meglio il fenomeno, e speriamo di trattarli in altro articolo, vediamo di capire se gli studi biblici del professor Biglino sono davvero attendibili.

Il problema della comparsa della vita.

Anzitutto è bene precisare che le teorie del prof. Biglino hanno una genesi filosofica, logica e scientifica ben precisa che ha interessato numerosi personaggi non solo del mondo parascientifico (al quale appunto appartengono Biglino, Sitchin & co.) ma anche personaggi di un certo rilievo come Francis Crick, premio nobel per aver scoperto nientemeno che l’elica del DNA, e Richard Dawkins, noto scienziato ateo ed evoluzionista militante. Com’è arcinoto, i tre principali quesiti a cui la scienza non sa ancora rispondere con precisione sono: 1) la nascita dell’Universo; 2) il passaggio da materia inanimata a materia animata, in altre parole la nascita della vita nel cosmo; 3) il passaggio dall’animale all’uomo, ovverosia la nascita della razionalità e della coscienza.

Biglino rientra in quella categoria di studiosi che hanno tentato di dare una risposta al secondo quesito, partendo da semplici osservazioni: la cellula procariote (quella dei batteri, per intenderci, e quindi quella più “primitiva”) è troppo complessa per essersi formata casualmente in un brodo primordiale su un pianeta che, secondo i calcoli geologici più affidabili, è antico solo 4,5 miliardi di anni. Dico “solo” perché, anche se sono esageratamente tanti per un essere umano, 4,5 miliardi di anni sono comunque pochissimi per la formazione di una cellula procariote, che per quanto primordiale possa risultare è comunque complessa e perfetta in sé.

Ricordiamo che per il pensiero scientifico contemporaneo (non condiviso da tutti gli scienziati, naturalmente) non esiste carattere né creativo né deterministico né finalistico del cosmo. Tutto è in continua trasformazione, niente si crea niente si distrugge, tutto è dovuto al caso (assenza di finalismo, casualità assoluta), infine non è detto che un determinato fenomeno dia origine necessariamente ad un altro ben preciso che risulta esserne conseguenza diretta: in altre parole, ogni fenomeno può dare origine a centinaia di conseguenze diverse, sarà il caso poi a decidere quale di queste conseguenze di fatto si attuerà (mancanza di determinismo).

Ovviamente, la teologia cattolica e anche il pensiero scientifico cristiano sono su tutt’altra lunghezza d’onda. C’è distinzione e al contempo collaborazione tra probabilità e provvidenza: per lo scienziato cattolico, esiste un Dio personale e creativo, che ha dato origine al cosmo e ne ha dettato leggi altamente precise. C’è dunque un carattere finalistico (tutto ha uno scopo, non c’è casualità), anche ammettendo la validità di teorie dubbie come l’evoluzionismo, anche in quel caso Dio avrebbe usato l’evoluzione delle specie per il fine di creare le piante, gli animali e infine l’uomo. Non necessariamente, infine, è presente nella visione cristiana della scienza un carattere deterministico: probabilità e provvidenza possono unirsi in vista di uno scopo maggiore e/o migliore. Questo lo sottolineo, per capire la sostanziale differenza tra pensiero scientifico ateo e pensiero scientifico cattolico. Ovviamente, per il cattolico, tutto l’Universo va verso la piena realizzazione finale della Parusia.

Più la scienza progredisce, tuttavia, più essa sembra dar ragione al pensiero scientifico cristiano e gli scienziati militanti atei, come Dawkins e Crick, pur di non mettere in discussione il proprio fanatico ateismo, approdano a teorie assurde come la paleoastronautica [2].

Ritornando alle evidenze scientifiche, già dicemmo che una vita di soli 4,5 miliardi di anni per un pianeta sono pochissimi – anche ammettendo la teoria del brodo primordiale – per ottenere un processo evolutivo tale che, partendo da semplici elementi chimici, si formino amminoacidi, infine proteine, fino ad arrivare ad una prima complessa cellula procariote. Lo scienziato ateo Fred Hoyle incaricò il suo assistente Chandra Wickramasinghe di calcolare il numero di probabilità secondo cui la prima cellula si fosse formata casualmente in così poco tempo (ricordiamo che la Terra ha, attualmente, 4 miliardi e mezzo di anni: i primissimi procarioti comparvero alla fine dell’Adeano, la prima delle ere geologiche, circa 4 miliardi di anni fa… dunque abbiamo meno di 500 milioni di anni per la formazione di organismi monocellulari complessi come i cianobatteri filosintetici che sono stati ritrovati nei sedimenti fossiliferi groenlandesi di 4 miliardi di anni fa). Il risultato del calcolo: una probabilità su 1040.000, in altre parole: “la stessa probabilità che si avrebbe di vincere alla roulette per 25.000 volte di seguito”. Attenzione: non 25.000 volte in totale, ma di seguito, una dietro l’altra: impossibile, o meglio… improbabile!

Nel link a cui rimandiamo [3] si parla del calcolo del prof. Wickramasinghe e, si noti bene, anche qui si arriva alla conclusione “extraterrestre”. E’ interessante notare anche la conclusione di quest’altro blog che rimandiamo in nota [4]: “Dobbiamo credergli [al prof. Wickramasinghe, n.d.r.] oppure dobbiamo sostenere ancora una volta che l’uomo è stato creato da Dio?”.

Gli alieni sono più plausibili di Dio?

Quante volte abbiamo sentito anche atei o comunque persone che si professano non cristiane ridere – giustamente! – di fronte a certe trasmissioni televisive che parlano delle teorie dei vari pseudoprofessori Biglino, Sitchin e compagnia bella? La prossima volta ricordiamo loro che alla stessa conclusione sono giunti personaggi ben più accreditati dal mondo accademico come Crick, Dawkins, Hoyle, etc… La lista è veramente lunga e include astronauti, astronomi, fisici, archeologi, etc.

La scienza dunque ha reso evidente che il caso non può aver creato la vita sulla Terra, ma una intelligenza, un “disegno intelligente” che ha dato il primo vitale impulso. La domanda: chi è questa grandiosa intelligenza? Dio, oppure una civiltà aliena superavanzata che ha usato il nostro pianeta come gigantesco laboratorio?

Alla fin dei conti, la seconda soluzione non è poi così assurda, se pensiamo al livello tecnologico che noi oggi abbiamo raggiunto e che, un domani, anche noi potremo utilizzare altri pianeti come laboratori. Tuttavia esiste un paradosso che mette seriamente in crisi questa prospettiva: è noto come il paradosso di Fermi.

Analizzando la volta celeste, meditando la profondità e le incredibili dimensioni dell’Universo in cui viviamo, ci viene semplice pensare che lì, da qualche parte, possano esistere numerose altre civiltà che vivono proprio come noi e che magari ci stanno anche osservando! La sensazione che ci dà l’impressione che sia quasi ovvio che ci siano altre civiltà aliene nel cosmo va in contrasto con quello che, pertanto, viene definito paradosso di Fermi: se il Sole è una delle stelle più giovani della nostra galassia, ci sono stelle quindi ben più vecchie con pianeti che potenzialmente ospitano vita da molto più tempo. Ebbene, dove sono queste civiltà evolute? Perché ancora non ci hanno contattato ufficialmente?

Ci contattarono nel passato ed, anzi, ci hanno creato!

Si può tentare di rispondere al paradosso di Fermi risolvendo, allo stesso tempo, il quesito sull’origine della vita sulla Terra. “Risolvendo”, apparentemente: se infatti la vita è stata portata sul nostro pianeta da civiltà aliene, com’è comparsa la loro? Non si fa altro che reiterare il problema. E’ ciò che fanno studiosi come Mauro Biglino. La teoria che non solo l’uomo sia stato creato in laboratorio da extraterrestri, ma addirittura tutta la vita sulla Terra, è una costante presente in molti studiosi e addirittura è alla base di un culto cosiddetto appunto “ufologico” nato nel secolo scorso, i Raeliani, anch’esso di derivazione massonica, che predicano l’adorazione di una civiltà aliena superiore, detta degli Elohim, che in passato crearono in laboratorio piante, animali e uomini. Predicano l’inesistenza dell’anima, la libertà e l’operosità sessuale, l’instaurazione imminente di un governo globale e credono che dopo la morte gli Elohim clonino gli uomini più meritevoli sul loro pianeta, dove vivranno eternamente in mezzo ad ogni sorta di piacere materiale.

Tornando al nostro Biglino, il suo libro sul tema “Il libro che cambierà per sempre le nostre idee sulla Bibbia” contiene al suo interno numerose frodi e cattive traduzioni dall’ebraico, volutamente inserite, già smentite da rabbini, teologi, linguisti e professori universitari, a cui noi daremo voce in questo articolo. La maggior parte delle informazioni erronee che Biglino apporta nel suo libro sono prese dalle teorie di un altro già citato “studioso”, Zecharia Sitchin, sedicente traduttore della lingua sumerica e sostenitore della teoria degli Anunnaki. Smentito più volte da sumerologi e professori [4], Sitchin sosteneva che una civiltà aliena, detta in lingua sumera Anunnaki, scese sulla Terra e manipolò in laboratorio i geni dei nativi neanderthaliani per creare la nostra specie umana al fine di sottoporla ai lavori di recupero dell’oro, necessario per ricostruire l’atmosfera del loro pianeta Nibiru. Mah!

Prove di questo contatto, secondo Sitchin, sarebbero presenti nei testi sacri delle grandi civiltà del passato, Bibbia inclusa. La stessa teoria è ripresa dal prof. Biglino.

Il libro del professore inizia con una citazione di Osho, noto guru che diffonde spiritualità care alle logge e che auspica la fine del cristianesimo: “Tutto ciò che avete sentito dire sulla religione, o che avete letto, deve essere messo da parte una volta per tutte. Solo se ti presenti limpido, con la consapevolezza libera anche dal più minuscolo segno, conoscerai la religione. Le cosiddette religioni fanno esattamente la cosa opposta, e puoi vedere da te quali risultati ottengono. Il mondo intero vive frazionato in religioni: c’è chi va alla sinagoga, chi va al tempio e chi va in chiesa. Ma riesci a scorgere un bagliore di religiosità da qualche parte?”. È chiaro dunque che il libro non si pone come un imparziale studio scientifico, ma come un goffo tentativo di screditare, a causa di un pregiudizio negativo, la religiosità ebraica e cristiana. Leggendo l’introduzione, ci si imbatte subito in parole cariche di una somma ignoranza nei confronti del cristianesimo (“si sente spesso dire: la fede è cieca”, “Tutti i credo religiosi sono ciechi e si fondano sull’immaturità di fondo della mente umana”, etc.) e cariche di gnosticismo scadente (“Quando saremo veramente in grado di prenderci cura dei bambini da adulti responsabili, in modo non speculativo, ma per amore dell’evoluzione e della Verità, qualcosa comincerà a cambiare nella mente umana e l’evoluzione diventerà una conseguenza dello sviluppo della consapevolezza e quindi… un fenomeno conscio, perché finora abbiamo sempre sguazzato nel fango dell’inconscio”).

Le cattive traduzioni che Biglino fa dall’ebraico sono tantissime, non basterebbe un articolo per trattarle tutte. Parleremo delle più importanti.

L’ipotesi di base, dice il professore, a pag. 16, è che la civiltà più antica, quella sumera (e di cui gli ebrei si sarebbero fatti “imitatori”), parla di “un pianeta che esiste nel Sistema Solare di cui noi ufficialmente non conosciamo ancora l’esistenza: un pianeta chiamato NIBIRU che ha un’orbita retrograda rispetto a quella di tutti gli altri pianeti e la cui durata è pari a 3.600 anni terrestri. Il nome NIBIRU significherebbe “Pianeta dell’attraversamento” proprio perché questo corpo celeste attraversa in senso contrario le ellissi percorse dai suoi “colleghi” (quelle di Marte e Giove in particolare). L’orbita retrograda ci fa pensare che NIBIRU non può essere stato generato con il Sole, come gli altri pianeti, per cui deve necessariamente essere stato “attratto e catturato” dalle forze gravitazionali del nostro Sistema solare: questo è proprio ciò che affermano i racconti dei Sumeri (secondo le interpretazioni degli autori considerati “alternativi” rispetto alla scienza ufficiale). Un satellite di questo pianeta avrebbe addirittura impattato con la Terra, producendo la grande depressione che si trova sotto l’Oceano Pacifico: nel corso di questo scontro dalle dimensioni cosmiche si sarebbero originate l’orbita attuale della Luna e la fascia degli asteroidi”. Le teorie qui esposte sono praticamente copiate da Zecharia Sitchin. Biglino prosegue con un elenco di presunte prove scientifiche sull’esistenza di questo fantomatico pianeta X. Date le condizioni, tuttavia, è scientificamente impossibile che si sviluppi la vita su un simile pianeta con un’orbita lunga quasi 4000 anni, lo sbalzo di temperatura sarebbe estremamente eccessivo per qualsiasi forma di vita, almeno quelle superiori a quella batterica (forse soltanto gli estremofili sopravviverebbero, ma non ne sono sicuro…). Tuttavia, Sitchin tenta di rispondere a questo evidente paradosso sostenendo che gli Anunnaki crearono una specie di atmosfera ad effetto serra intorno al pianeta con l’oro (sic!): una risposta che non dice nulla, perché ad ogni modo non spiega in che modo la vita potè comparire su un pianeta così ostile… Da notare inoltre che gli anni di rivoluzione di Nibiru indicati da Sitchin e che Biglino riprende, in realtà totalmente assenti negli scritti sumeri, coincidono putacaso con il periodo che separa cronologicamente la nostra civiltà da quella sumerica: come a dire, gli Anunnaki stanno tornando. Un modo alquanto patetico per incentivare le attese millenaristiche nei confronti di presunti extraterrestri salvatori. Il professore di ebraico e archeologo Michael Eiser riporta nel suo sito (vedi nota 4) che: non esiste alcun pianeta chiamato Nibiru dai sumeri e posto oltre Plutone, collegata ad una presunta civiltà detta Anunnaki, con un’orbita di 3600 anni [5]. Per spiegare la fallacia delle traduzioni di Sitchin, il professor Eiser si rifà a veri testi sumeri, a differenza dello studioso massone, che saltuariamente li cita male e peggio li traduce. La parola “nibiru” negli scritti cuneiformi non indica un pianeta. Nell’epopea di Gilgamesh per esempio compare con il significato di “punto di attraversamento” (e non pianeta di attraversamento), in riferimento ad un cancello che l’eroe protagonista Gilgamesh deve attraversare. In alcuni testi militari accadici, indica un traghetto o altre imbarcazioni, intese come “punti di attraversamento” di un fiume. Nei testi astronomici, Nibiru non indica un pianeta preciso, ma vari corpi in relazione al loro “attraversare qualcosa” nella volta celeste. Tuttavia mai indica un corpo celeste oltre Plutone. Talvolta Nibiru indica Giove, altre volte una cometa, altre volte Mercurio o Venere, mai un pianeta transplutoniano (vedi secondo link di nota 5).

Gli errori linguistici che Sitchin, Biglino e gli altri esponenti della “teoria paleoastronautica” commettono sono numerosissimi, ma se l’ipotesi di base (come il prof. Biglino stesso la chiama) crolla, possiamo dire che tutta l’idea del contatto uomini-Anunnaki viene meno.

Per dare un’altra idea delle cattive e malintenzionate traduzioni: a pag. 87, Biglino scrive che “Mosè si presenta al popolo con il volto arrossato, come bruciato, al punto da richiedere di essere costantemente coperto da un velo, che viene tolto solo quando entra nella tenda alla presenza dell’Elohìm (Es 34, 29 e segg.). Ma che cos’è successo? È stato esposto a una potente fonte di energia? È stato colpito da una radiazione che, come quella solare, produce ustioni?”. In realtà, il verbo adoperato nella Scrittura in ebraico non è saraf (come Biglino lascerebbe intendere e che significa “bruciare”, verbo da cui deriva la parola serafim, i serafini che “ardono” di amore per Dio) ma qaran, che significa “irradiare”. Dunque il volto di Mosè non apparve ustionato (Biglino, con questa mala traduzione, vuole portare acqua al suo mulino, cioè dimostrare che Mosè fu esposto alle forti radiazioni di un’astronave), ma raggiante, e tale è la traduzione della Vulgata: “Cumque descenderet Moyses de monte Sinai, tenebat duas tabulas testimonii et ignorabat quod resplenderet cutis faciei suae ex consortio sermonis Domini”.

O ancora, a proposito dei giganti citati in Genesi 6, Sitchin e Biglino scrivono che si tratta in realtà di “esseri caduti dal cielo”, cioè alieni. Ma la parola ebraica Nephilim non viene da naphal, perché il plurale sarebbe stato nephulim. Nephilim viene da nephil. Significa gigante, non caduto.

Gaetano Masciullo,
con la collaborazione di Massimo Genovese, studente di ebraico a Londra alunno del prof. Israel Avraham.

*Teoria pseudoscientifica secondo cui l’Uomo è stato creato da entità intelligenti aliene, che i popoli antichi finirono per adorare come divinità. Secondo i sostenitori di questa tesi, tracce del passaggio extraterrestre sono rintracciabili ancora oggi in numerosi reperti archeologici.

[1] Vedi su: http://www.maurobiglino.it/?page_id=2
[2] Vedi “Richard Dawkins: Aliens seeded Earth?”: http://www.youtube.com/watch?v=SL7CCyuXAS4; Francis Crick teorizzò la panspermia guidata: http://profiles.nlm.nih.gov/SC/B/C/C/P/_/scbccp.pdf

[3] Vedi “Chandra Wickramasinghe: Evidence in the Trial at Arkansas, December, 1981”: http://www.panspermia.org/chandra.htm

[4] Visita il sito: www.sitchiniswrong.com del professor Michael Eiser

[5] Vedi: http://www.sitchiniswrong.com/nibiru/nibiru.htm e http://www.sitchiniswrong.com/nibirunew.pdf

Da: http://radiospada.org/2014/05/il-dio-mortale-di-mauro-biglino-confutazioni/

Share This:

LA PREGHIERA

 

Autore Agostino d’Ippona s.

PREGHIERA INCESSANTE – Il tuo desiderio è la tua preghiera; se continuo è il desiderio, continua è la preghiera. Perché non invano ha detto l’Apostolo: « Pregando senza interruzione » (1 Tes 5, 17). Forse noi senza interruzione pieghiamo il ginocchio, prostriamo il corpo, o leviamo le mani, per adempiere all’ordine: Pregate senza interruzione? Se intendiamo il pregare in tal modo, credo che non lo possiamo fare senza interruzione.

Ma c’è un’altra preghiera interiore che non conosce interruzione, ed è il desiderio. Qualunque cosa tu faccia, se desideri quel sabato, non smetti mai di pregare. Se non vuoi interrompere la preghiera, non cessar mai di desiderare.

Il tuo desiderio continuo sarà la tua continua voce. Tacerai se cesserai di amare. Chi sono quelli che hanno taciuto? Coloro dei quali è detto: « Poiché ha abbondato l’ingiustizia, si raggelerà la carità di molti » (Mt 24, 12). Il gelo della carità è il silenzio del cuore; l’ardore della carità è il grido del cuore. Se sempre permane la carità, tu sempre gridi; se sempre gridi, sempre desideri; e se desideri, ti ricordi della pace. (AGOSTINO D’IPPONA, Esposizioni sui Salmi, 37,14).

Autore Giovanna Di Chantal

Si può dire in un certo senso che tutto quel che facciamo, anche dormire e mangiare, è una preghiera quando lo facciamo semplicemente nell’ordine che ci è prescritto, senza aggiungervi o diminuirvi nulla per i nostri capricci e la nostra volontà. Quando giunge il momento di porci davanti a Dio per parlargli cuore a cuore, ciò si chiama propriamente preghiera, la sola presenza del nostro spirito davanti al suo e del suo davanti al nostro forma la preghiera, sia che abbiamo dei buoni pensieri e dei buoni sentimenti, sia che non ne abbiamo. Occorre solamente che, con tutta semplicità, senza fare alcun violento sforzo di spirito, noi ci teniamo davanti a lui con movimenti d’amore e un’attenzione di tutta la nostra anima, senza distrarci volontariamente; e allora tutto il tempo che noi siamo in ginocchio sarà considerato preghiera davanti a Dio, che ama tanto l’umile sofferenza dei pensieri vani e involontari che ci attaccano allora, quanto i migliori pensieri che abbiamo avuto in altri momenti; perché una delle più eccellenti preghiere è il desiderio amoroso del nostro cuore verso Dio e la sofferenza delle cose che non ci piacciono. Essa s’incontra allora con la pazienza, che è la prima delle virtù e quando dopo ciò, arriva il momento di finire l’orazione, si deve credere che si è pregato come se non si fosse sofferta alcuna distrazione. So che vi sono persone molto unite a Dio, che hanno pregato parecchi anni senza alcuna dolcezza sensibile; tuttavia, esse hanno superato le più grandi tentazioni e si sono mostrate così salde nelle occasioni in cui si trattava del servizio di Dio dando testimonianza (a Dio) della loro obbedienza e del loro amore, senza lasciarsi scuotere da nulla al mondo. Elle si stimavano perfino felici di non ricevere nulla di sensibile e di sentire e soffrire ogni sorta di pene e sofferenze per Dio. (GIOVANNA Di CHANTAL Colloquio IX, Sulla preghiera)

Autore Giovanni Crisostomo s.

Vi esorto, pertanto, a darle un risalto sempre maggiore (veste spirituale) e apprendiamo, in proposito quali sono i mezzi più efficaci per raggiungere questo scopo. Anzitutto la preghiera incessante, unita al rendimento di grazie per i doni ricevuti e alla supplica per la loro conservazione. La preghiera, infatti, significa salvezza. Essa ci suggerisce la medicina di cui la nostra anima ha bisogno, addita i mezzi per guarire dalle passioni, insorgenti dentro di noi. La preghiera è il contrafforte di difesa dei credenti e la nostra arma invincibile; è una purificazione dell’anima, un riscatto dai peccati, una sorgente di molti beni. Pregare significa intrattenersi a dialogo col Signore dell’universo. Quale fortuna è più invidiabile di quella di colui che ha l’onore di poter conversare, senza restrizioni di sorta, con il Signore? Il soccorso che ci viene dalla preghiera, ci permetterà di conservare lo splendore della nostra veste spirituale, e ci otterrà il più prezioso dei doni: la salvezza dell’anima, se vi uniremo anche l’esercizio dell’elemosina. L’esercizio della preghiera congiunto a quello dell’elemosina, può colmarci di tanti beni celesti, può spegnere l’incendio dei peccati, che divampa nelle nostre anime e fornirci della più ampia facoltà di intercessione. Fu, appunto, per merito delle sue elemosine, che le orazioni di Cornelio poterono penetrare fino in cielo e perciò  si sentì dire dall’angelo: Le tue preghiere e le tue elemosine sono salite come memoriale davanti a Dio (At 10,4). (GIVANNI CRISOSTOMO,Catechesi battesimali,Omelia settima25; 27).

Autore Giovanni Crisostomo s.

E’ un’arma potente la preghiera, un tesoro indefettibile, una ricchezza inesauribile, un porto al riparo delle tempeste, un serbatoio di pace; la preghiera è radice, fonte e madre di innumerevoli beni […]. Ma la preghiera di cui parlo non è mediocre, né incurante; è una preghiera ardente, scaturita dalla sofferenza dell’anima e dallo sforzo dello spirito. Ecco la preghiera che sale fino al cielo […]. Senti ciò che dice l’autore sacro: «Nella mia angoscia ho gridato al Signore ed egli mi ha risposto» (Sal 120,1). Chi prega così nel dolore, gusterà nella sua anima, dopo la preghiera, una grande gioia […].

Per preghiera non intendo quella che affiora solo sulle labbra, ma quella che scaturisce dal profondo del cuore. Come gli alberi dalle radici profonde, anche quando i venti scatenano mille assalti, non vengono schiantati, né divelti, perché sono radicati saldamente ben dentro al terreno, ugualmente le preghiere che emergono dal profondo del cuore, così radicate, si elevano sicure e nessun pensiero di mancanza di certezza o di merito può deviarne il corso. Ecco perché il salmista esclama: «Dal profondo a te grido, o Signore» (Sal 130,1) […].

Se raccontare agli uomini le tue sventure e descrivere le prove che ti hanno colpito porta qualche sollievo alle tue sofferenze, come se attraverso le parole si sprigionasse una brezza rinfrescante, a maggior ragione se dici al Signore le sofferenze della tua anima troverai consolazione e conforto in abbondanza! Succede spesso che la gente sopporti difficilmente chi viene a gemere o a lamentarsi; lo si respinge e lo si allontana. Dio, invece, non agisce così: ti fa avvicinare, anzi ti attira a sé; e anche se per l’intera giornata gli esponi i tuoi mali, sarà ancor più disposto ad amarti e ad esaudire le tue suppliche. (GIOVANNI CRISOSTOMO s.  Omelie sull’incomprensibilità di Dio, n° 5).

Autore Giovanni Paolo II b.

PREGHIERA DI GESU’ – La preghiera di Cristo al Getsèmani è l’incontro della volontà umana di Gesù Cristo con la volontà eterna di Dio, la quale, in questo momento preciso, diviene la volontà del Padre riguardo al Figlio. Il Figlio si è fatto uomo perché succedesse questo incontro della sua volontà umana con quella del Padre. Si è fatto uomo perché questo incontro fosse pieno di verità sulla volontà umana e sul cuore umano, questo cuore che vuole fare scomparire il male, la sofferenza, il giudizio, la flagellazione, la croce e la morte. Si è fatto uomo perché sul fondo di questa verità sulla volontà umana e sul cuore umano, apparisse tutta la grandezza dell’amore, che si esprime nel dono di sè e nel sacrificio: «Si, Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito» (Gv 3, 16). Nell’ora in cui Cristo prega, l’amore eterno deve essere confermato dall’offerta del cuore umano. E viene confermato: il Figlio non rifiuta che il suo cuore diventi l’altare, il luogo dell’elevazione, prima di diventare il luogo della croce.

La preghiera è quindi l’incontro della volontà umana con quella di Dio. Il suo frutto più eccelso è l’ubbidienza del Figlio al Padre: «Padre, sia fatta la tua volontà». Eppure, l’ubbidienza non significa in primo luogo la rinuncia alla propria volontà, bensì una reale apertura dello sguardo spirituale, dell’udito spirituale, a questo amore che è Dio stesso. Dio è questo amore (1 Gv 4, 16), lui che ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito (Gv 3, 16). Ecco dunque l’uomo, ecco Gesù Cristo, il Figlio di Dio; dopo la sua preghiera, ecco che si rialza rafforzato da questa ubbidienza per mezzo della quale ha raggiunto, nuovamente, questo amore, questo dono del Padre al mondo e a tutti gli uomini. (GIOVANNI PAOLO II, Ritiro al Vaticano 1979, n° 4).

Autore Matta El Meskin

La preghiera continua è una disciplina spirituale particolare che impegna le facoltà interiori dell’anima e tocca centri precisi del cervello con lo scopo d’acquisire la calma interiore neces­saria a pervenire a uno stato di veglia spirituale costante e di percezione permanente della presenza divina, accompagnata da un completo dominio dei pensieri e delle passioni. Costituisce l’opera spirituale più importante e più elevata che, condotta con successo, può farci raggiungere le vette della vita spirituale.

Questa forma di preghiera è già menzionata negli insegna­menti dei primi padri del deserto d’Egitto: Macario il Grande parla della recitazione costante del “dolce Nome di Gesù” e abba Isacco, discepolo di Antonio, fa un lungo elogio della ripetizione continua del versetto di un salmo. Entrambi hanno vissuto verso la fine del IV secolo e gli insegnamenti del secondo sono stati raccolti da Cassiano durante i suoi viaggi in Egitto.

Attraverso le parole di abba Isacco apprendiamo che questo metodo di preghiera, costitutivo di una delle tradizioni asce­tiche più importanti tra quelle che i padri avevano ricevuto dai loro predecessori, “è un segreto che ci è stato rivelato da quei pochi padri appartenenti al buon tempo antico, ma che vivono tutt’ora; noi lo riveliamo a nostra volta a quel piccolo numero di anime che dimostrano una vera sete di conoscerlo”.

Quanto agli effetti di questa pratica sulle facoltà dell’anima e della mente, essi erano noti ai padri fin dall’inizio,come si deduce dalle parole di Isacco: “(Questa preghiera) esprime tutti i sentimenti di cui è capace la natura umana; conviene perfettamente a tutti gli stati e a ogni sorta di tentazione […]. Che l’anima (mens) ritenga incessantemente questa formula, cosicché, a forza di ripeterla, acquisti la capacità di rifiutare e allontanare da sé tutte le ricchezze rappresentate dai nostri molteplici pensieri”.

Fin da allora, cioè dal IV secolo, la preghiera continua si è diffusa in Egitto e in tutto l’oriente cristiano fino a occupare un posto preponderante nella dottrina ascetica di tutte le chiese orientali. La ritroviamo, tra gli altri, negli insegnamenti di Nilo il Sinaita (+ 430), poi in quelli di Giovanni Climaco all’inizio del VII secolo (570-640), e di Esichio di Batos (Sinai, VII o VIII secolo). L’importanza accordata all’hesychìa (tranquillità) si amplifica progressivamente fino a raggiungere uno dei suoi vertici negli insegnamenti di Isacco ll Siro, vescovo di Ninive, verso la fine del VII secolo.

Gli elementi frammentari di questi insegnamenti furono raccolti in una dottrina sistematica solo con l’arrivo di Simeone il Nuovo Teologo (1022) e poi di Gregorio il Sinaita, che li organizzarono in una dottrina mistica di tipo specificamente bizan­tino. Gregorio il Sinaita, seguito dal discepolo Callisto che diverrà patriarca di Costantinopoli, la introdusse al Monte Athos alla fine del XIII secolo e fece della preghiera continua una pratica mistica fondamentale nella tradizione bizantina, dopo aver raccolto la quasi totalità delle parole dei padri riferite a questo argomento, ordinandole, spiegandole e commentandole.

Con il soggiorno di Nil Sorskij al Monte Athos, nella seconda metà del XV secolo, si aprì una porta molto ampia per l’impiantazione in Russia della preghiera continua. Tutta l’eredità orientale antica, con le sue ricchezze, si trovò trasferita ai padri russi che rivaleggeranno in ardore per applicarla con amore, fedeltà e devozione. Ormai, questa pratica occuperà un posto molto importante nella vita delle generazioni successive, come ci si può rendere conto leggendo i Racconti di un pellegrino russo.

Ma, lasciando il deserto d’Egitto, suo luogo d’origine, la pre­ghiera continua perse buona parte della sua semplicità originaria; chi la praticava nei primi secoli, viveva spontaneamente in profondità i suoi effetti spirituali senza esaminarne il come; ne raccoglieva i frutti senza che ciò suscitasse in lui ambizioni spirituali.

Questa forma di preghiera è dunque passata da un’umile pratica ascetica a una sistematizzazione mistica elaborata, provvista di discipline proprie, proprie condizioni, gradi e risultati. L’orante può prendere coscienza di tutto ciò ancor prima di cominciare a praticarla. Il che, naturalmente, non ha mancato di attribuire al metodo una buona parte di complessità, accresciuta da una dannosa mancanza di naturalezza. Nondimeno, la preghiera continua ha sempre i suoi adepti e i suoi praticanti esperti e, su coloro che l’amano, non cessa di versare in abbondanza i suoi effetti benefici, le sue grazie e le sue benedizioni. L’autore stesso confessa i benefici di questa preghiera per quanto lo riguarda personalmente. (MATTA EL MESKIN, L’esperienza di Dio nella preghiera, Qiqajon, p. 262).

Autore Taulero G.

PREGHIERA VERA E SOSTANZIALE – Quando il Figlio di Dio «alzati gli occhi al cielo, disse: ‘Padre, glorifica il Figlio tuo’» (Gv 17,1), ci ha insegnato con questa azione che dobbiamo elevare [molto] in alto i nostri sensi, le mani, le facoltà, l’anima, e pregare in lui, con lui e per lui. Ecco l’opera più bella e più santa che il Figlio di Dio ha fatto quaggiù: adorare il Padre prediletto. Ma ciò supera di molto ogni ragionamento, e non possiamo in alcun modo arrivarci e comprenderlo, se non con lo Spirito Santo. Sant’Agostino e Sant’Anselmo dicono che la preghiera è «l’elevazione dell’anima a Dio».

Io ti dico solo questo: distaccati, veramente, da te stesso e da tutte le cose create, ed eleva interamente l’anima a Dio al di sopra di tutte le creature, nell’abisso più profondo. Là, immergi il tuo spirito in quello di Dio, in un totale abbandono […], nella vera unione con Dio. Chiedi a Dio ciò che vuole gli si chieda, ciò che desideri e ciò che gli uomini desiderano da te. E sappi per certo: come una povera piccola moneta di fronte a cento monete d’oro, tale è qualsiasi preghiera esteriore di fronte a quella che è vera unione con Dio, immersione e fusione dello spirito creato in quello increato di Dio.

Se ti hanno chiesto una preghiera, è bene che tu la faccia esteriormente come sei stato pregato di fare e come hai promesso. Tuttavia, mentre così fai, orienta l’anima tua verso l’alto e nel deserto interiore; spingi là, come Mosé, tutto il tuo gregge (Es 3,1) […]. «I veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità» (Gv 4,23). E’ in questa preghiera interiore che culminano tutte le pratiche, le formule e le preghiere che da Adamo in poi sono state offerte e lo saranno fino all’ultimo giorno. Tutto diventa perfetto in un istante, in questo raccoglimento vero e sostanziale. (Taulero G., Omelia 15, per la veglia delle Palme).

Autore Teresa di Lisieux s.

Ah! La preghiera e il sacrificio sono tutta la mia forza: sono le armi invincibili che Gesù mi ha dato e che possono toccare le anime molto più delle parole. È un’esperienza che ho fatto molto spesso. […] Com’è grande il potere della preghiera! La si direbbe una regina, che ha sempre libero accesso al re e che può ottenere tutto ciò che chiede. Non è affatto necessario, per essere esauditi, leggere in un libro una bella formula composta per la circostanza; se fosse così […] Ahimè! Come sarei da compiangere!… All’infuori dell’Ufficio Divino, che sono veramente indegna di recitare, non ho il coraggio di sottopormi a cercare nei libri delle belle preghiere, mi fa venire mal di testa: ce ne sono talmente tante!. […] E poi sono tutte una più bella dell’altra… Non potrei recitarle tutte e, non sapendo quale scegliere, faccio come i bambini che non sanno leggere: dico semplicemente a Dio ciò che intendo dirgli, senza fare delle belle frasi, ed Egli mi capisce sempre […] Per me la preghiera è uno slancio del cuore, è un semplice sguardo rivolto al Cielo, è un grido di riconoscenza e d’amore nella prova come nella gioia. Insomma è qualcosa di grande, di soprannaturale, che mi dilata l’anima e mi unisce a Gesù. (TERESA DI LISIEUX, Storia di un’anima, Àncora Milano 1993, pp. 315-316).

Autore Teresa di Lisieux s.

PREGHIERE – Talvolta, quando il mio spirito è in una così grande aridità che non mi è possibile trovare un pensiero per unirmi al Buon Dio, recito molto lentamente un «Padre Nostro» e poi il saluto angelico. Allora queste preghiere mi coinvolgono, e nutrono il mio spirito molto più che se le avessi recitate precipitosamente un centinaio di volte. (TERESA DI LISIEUX, Storia di un’anima, Àncora Milano 1993, p. 317).

Autore Teresa di Lisieux s.

SECCHEZZA E DISTRAZIONI – Non posso dire di aver ricevuto spesso consolazioni durante le mie preghiere di ringraziamento, anzi fu forse il momento in cui ne ho avute di meno […]. Considero questo fatto del tutto naturale, perché mi sono offerta a Gesù non come una persona che desidera ricevere la sua visita per propria personale consolazione, ma al contrario per il piacere di Colui che si dà a me, immagino la mia anima come un terreno sgombro e prego la santa Vergine di togliere gliostacoli che potrebbero impedirgli di essere libero; poi la supplico di innalzare lei stessa un’ampia tenda degna del Cielo, di ornarla con i suoi stessi gioielli. Allora io invito tutti i Santi e gli Angeli perché vengano a tenere un magnifico concerto. Mi sembra che, quando Gesù discende nel mio cuore, sia contento di trovare una così buona accoglienza e ne sono contenta anch’io […] Tutto questo non impedisce al sonno e alle distrazioni di venire a farmi visita, ma, terminato il ringraziamento, se vedo che l’ho fatto così male, adotto la risoluzione di essere per tutto il resto della giornata in rendimento di grazie. (TERESA DI LISIEUX, Storia di un’anima, Àncora Milano 1993, pp. 230-231).

Autore Tommaso d’Aquino

PREGHIERA FIDUCIOSA – Una differenza distingue la preghiera che viene fatta a Dio da quella che si rivolge a un uomo. La preghiera rivolta a un uomo esige prima un certo grado di familiarità grazie alla quale si avrà accesso presso colui che si implora. Mentre la preghiera rivolta a Dio ci fa, essa stessa, gli intimi di Dio. Nella preghiera, la nostra anima si innalza verso di lui, si intrattiene affettuosamente con lui e lo adora in spirito e verità.

Questa intimità acquistata pregando, incita l’uomo a rimettersi in preghiera con fiducia. Perciò è detto nel Salmo : «Ho gridato», cioè ho pregato con fiducia «perché mi hai esaudito, Dio mio» (Sal 16, 6). Accolto nell’intimità di Dio mediante una prima preghiera, il salmista prega, in un secondo tempo, con una fiducia accresciuta. Così, nella preghiera a Dio, l’assiduità o l’insistenza della domanda non è importuna, bensì gradita a Dio. Perché « bisogna pregare sempre, dice il Vangelo, senza stancarsi» ; e altrove, il Signore ci invita a chiedere : «Chiedete e vi sarà dato, dice, bussate e vi sarà aperto» (Mt 7, 7). (TOMMASO D’AQUINO S.(1225-1274), Compendium theologiae, 2a parte, cap.1).

Share This:

LA TENTAZIONE

 

Autore Barsanufio s. e Giovanni monaci reclusi

 – Sono stremato dalle tentazioni! – Non darti per vinto, fratello. Dio non ti ha abbandonato e non ti abbandonerà. Conosci il giudizio di Dio contro il nostro comune padre Adamo: «Mangerai il pane col sudore della tua fronte» (Gen 3,19); ed è immutabile. Come l’oro è scaldato nella fornace e diventa puro e malleabile, così l’uomo attraverso il fuoco della sofferenza diviene cittadino del Regno dei Cieli, se sopporta con gratitudine. Reputa che tutto ciò che ti avviene è per il tuo bene, per renderti accetto a Dio. (S. BARSANUFIO e GIOVANNI monaci reclusi, Lettere ascetiche, 49)

Autore Francesco di Sales s.

RIMEDI ALLE TENTAZIONI – Chiedete rimedi ai fastidi che vi procurano le tentazioni che il maligno suscita in voi contro la fede e contro la Chiesa. In tentazioni di questo genere, conviene non disputare né molto, né poco .Non bisogna rispondere minimamente, né dimostrare d’aver udito quello che il nemico dice, ma lasciare che bussi alla porta. Bisogna avere pazienza e parlarsi a segni. Bisogna prostrarsi dinanzi a Dio e rimanere così ai suoi piedi. […].Le tentazioni contro la fede vanno diritte all’intelligenza per indurla a disputare. Sapete cosa dovete fare? Uscite attraverso la porta della volontà e attaccatele decisamente. Non so se mi faccio capire bene. Voglio dire che bisogna vincere con l’amore e non con i ragionamenti, e con le considerazioni. Bisogna avere pazienza: il nostro  Dio, dopo la burrasca, manderà la bonaccia. (FRANCESCO DI SALES, Lettere di amicizia spirituale, San Paolo 2003, p. 32, 33).

Autore Francesco di Sales s.

Non potete credere, carissima Figlia, che le tentazioni contro la fede e contro la Chiesa possano venire da Dio. Ma chi vi ha mai insegnato che Dio ne sia l’autore?  Le tentazioni di bestemmia, d’infedeltà, di miscredenza, questo no, non possono venire dal buon Dio: il suo seno è così puro, che non può concepire tali oggetti. Sapete come si comporta Dio in questo?  Egli permette che il maligno fabbricante di tali oggetti venga a presentarceli per venderceli, affinché disprezzandoli possiamo dimostrare il ns. amore per le cose divine. Lasciate che si ostini a bussare e tenete ben chiuse tutte le entrate; presto o tardi si stancherà e, se non si stancherà, Dio lo obbligherà a levare l’assedio. (FRANCESCO DI SALES, Lettere di amicizia spirituale,San Paolo 2003,  p. 69).

Autore Francesco di Sales s.

Prendete nota di questo: finché la tentazione vi dispiacerà, non ci sarà motivo per temere, perché essa vi può dispiacere unicamente perché non la volete. Del resto queste tentazioni così importune vengono dalla malizia del diavolo; ma la pena e la sofferenza che ne proviamo vengono dalla misericordia di Dio il quale, contro la volontà del suo nemico, sa ricavare dalla sua malizia la santa afflizione. Per questo, vi dico: le vostre tentazioni vengono dal diavolo e dall’inferno, ma le vostre pene e afflizioni vengono da Dio e dal paradiso. Disprezzate le tentazioni e abbracciate le tribolazioni. (FRANCESCO DI SALES,Lettere di amicizia spirituale, San Paolo 2003, p. 70).

Autore Giovanni Crisostomo s.

«Dopo il suo battesimo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, dove fu tentato dal diavolo». […].Tutto ciò che è stato fatto e sopportato da Gesù, era destinato a istruirci. Perciò egli ha voluto essere condotto in quel luogo per lottare contro il diavolo, affinché nessuno fra i battezzati sia turbato, se subisce dopo il suo battesimo grandi tentazioni, come se questo fosse straordinario ; invece, occorre sopportare tutto questo poiché è nell’ordine naturale delle cose. Per questo motivo avete ricevuto delle armi : non per rimanere oziosi, bensì per combattere.

Ecco i motivi per i quali Dio non impedisce le tentazioni nelle quali vi trovate. Prima di tutto, per farvi sapere che siete divenuti molto più forti. Poi, perché rimaniate nella giusta misura, e non vi inorgogliate dei grandi doni che avete ricevuti. Infatti le tentazioni hanno il potere di umiliarvi. Inoltre sarete tentati affinché questo spirito cattivo, il quale si domanda ancora se avete veramente rinunciato a lui, si convinca, dall’esperienza, che l’avete totalmente abbandonato. In quarto luogo, siete tentati per essere allenati ad essere più forti, più solidi dell’acciaio. In quinto luogo, affinché abbiate la certezza assoluta che vi sono stati affidati dei tesori. Infatti il demonio non vi avrebbe assalito se non avesse visto che aveste ricevuto un onore più grande.  (GIOVANNI CRISOSTOMO s. Omelie su Matteo,13,1 ; PG 57, 207-209).

Autore Origene

«Gesù ordinò ai suoi discepoli di salire sulla barca e di precerderlo sull’altra sponda, mentre egli avrebbe congedato la folla». La folla non era in grado di partire verso l’altra sponda, visto che essa non era Ebrea, nel senso spirituale della parola che si traduce : « La gente dell’altra riva ». Questa invece era il compito dei discepoli di Gesù : partire per l’alta riva, superare quello che è visibile e corporeo, queste realtà temporanee, e giungere per primi a quelle cose invisibili ed eterne […].

I discepoli, tuttavia, non hanno potuto precedere Gesù sull’altra sponda… Egli voleva forse insegnare loro con l’esempio che senza di lui non era possibile giungervi […]. Cos’è questa barca nella quale Gesù ordina ai suoi discepoli di salire? Non sarà forse la lotta contro le tentazioni e le circostanze difficili ?… Lui, il Salvatore, ordina dunque ai discepoli di salire sulla barca delle prove per giungere all’altra riva, superando le circostanze difficili mediante la sua vittoria su di esse […].

Poi è salito sul monte, solo, a pregare. In favore di chi prega? Probabilmente, in primo luogo per la folla, affinché, congedata dopo aver mangiato i pani benedetti, non faccia nulla di contrario all’invio di Gesù; per i discepoli in seguito, affinché sul mare non soffrano a causa delle onde, né per il vento contrario. Ho voglia di dire che proprio grazie alla preghiera che Gesù rivolge a suo Padre, i discepoli non patirono danni sul mare.

Se quando siamo soggetti al pericolo delle tentazioni, ci ricordassimo che il Signore ci ha obbligati a imbarcarci, perché vuole che lo precediamo sull’altra riva! Chi non ha sopportato la prova dei flutti e del vento contrario, è impossibile che giunga all’altra riva. Perciò quando ci vediamo accerchiati da numerose difficoltà, e stanchi ci troviamo immersi in esse, pensiamo che la nostra barca sta in mezzo al mare, sbattuta dai flutti, che vorrebbero vederci «naufragare nella fede» (1 Tm 1,19) […]. Siamo certi che all’arrivo della quarta ora, quando «la notte è avanzata e il giorno è vicino» (Rm 13,12), si accosterà a noi il Figlio di Dio camminando sul mare per rendercelo tranquillo. (ORIGENE, Commento al vangelo di Matteo, 11, cap. 5-6 ; PG 13, 913 ; SC 162).

Da http://www.verginemontecarmelo.org/lettura-spirituale-dizionario.asp?lemma=Tentazione

Share This:

I DONI DELLO SPIRITO SANTO

I doni dello Spirito Santo sono regali che Dio ci fa per affinarci di più a sé.

Troviamo questi doni enumerati nel Libro del profeta Isaia al capitolo 11 dove parlando del Messia che verrà il profeta dice che sarà ricoperto dello Spirito del Signore che è spirito di Sapienza ecc…

È interessante notare che nell’originale ebraico erano nominati solo sei doni, mancava la pietà, quando invece è stata preparata la versione greca chiamata dei 70 (circa un secolo prima di Cristo), essi introdussero anche la pietà perché nella lingua greca il termine timore di Dio non rendeva la pienezza di significati del corrispondente ebraico.

I 7 doni ci sono dati perché nello Spirito Santo portiamo frutti, noi che ora siamo innestati nella vite vera. I frutti dello Spirito santo li conosciamo da Galati 5,22-23.

Nella sequenza allo Spirito Santo diciamo: “Senza il tuo spirito non c’è nulla nell’uomo senza colpa”. Il Signore vuole darci questi doni ma tocca a noi aprirci. Nel Vangelo secondo Giovanni (7,37) è scritto: “Chi ha sete venga a me e beva, chi crede in me, fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno. E diceva questo riferendosi allo Spirito Santo”. Abbiamo dunque la certezza di questi doni.

Il dono della Sapienza

È l’esperienza gioiosa delle realtà soprannaturali. Ci da una conoscenza di Dio che non passa dalla conoscenza delle cose ma dalla condivisione della sua stessa vita. È fondamentale nella vita Cristiana, Risponde alle nostre esigenze di felicità. In Sapienza 8 abbiamo la sposa che offre tutte le gioie dell’intimità con Dio. È la gioia degli Apostoli dopo la Pentecoste. È l’anticipazione del Paradiso.

Sapienza 7,24-27: “Lei penetra in tutte le cose in virtù della sua purezza. È un aura del Dio potente e una pura effusione della gloria dell’Altissimo. Lei può tutto e rinnova tutto mentre lei rimane intatta. Passando in anime sante di ogni età produce amici di Dio e profeti”.

Sapienza 9,10: “Mandami la tua sapienza che sia con me e lavori con me perché io conosca ciò che piace a te”.

Matteo 5,13-16: “Voi siete il sale della terra e la luce del mondo. La vostra luce deve risplendere di fronte agli altri, essi devono vedere le vostre opere buone e rendere gloria al Padre dei cieli”.

La gente si sente attratta dal “Sapiente” perché sa che non è solo conoscenza quella che riceve ma stile di vita, capacità di approfondire le cose, provocazione ai valori veri della vita. Il sapiente capisce l’animo, le attese le speranze di chi gli sta di fronte.

Il sapiente non si allinea alle mode ma sa andare contro corrente e provocare la massa.

Un ragazzo ha visto una ragazza cento volte, ed essa era una delle tante, bruttina e noiosa. Ad un certo punto si innamora di essa e vede tutto in modo diverso, gode di averla vicina, tutto l’affascina in lei, cerca tutti i modi per stare con lei. Questo è l’effetto della fede in noi quando è arricchita dalla sapienza. Da questa nuova esperienza di Dio scaturisce anche un modo nuovo di vedere e valutare la vita e le cose. L’anima vede le cose con gli occhi di Dio e le valuta come le valuta Dio.

Frutto della sapienza è la contemplazione.

Preghiamo: Donaci, Signore, lo Spirito di Sapienza, per contemplare le meraviglie del tuo amore, per riconoscerti nel creato, nel cosmo, nelle persone, in ogni essere vivente. Concedici di adorarti, come Maria, la Madre di Gesù, in Spirito e Verità. Amen. Alleluia.

 

Il dono dell’intelletto

È la risposta al bisogno di conoscenza e verità. Ci fa comprendere in maniera chiara quello che la luce della fede ci fa comprendere in maniera crepuscolare. Nell’ultima cena Gesù dice: “Vi ho detto queste cose ma il Padre vi manderà lo Spirito Santo che vi insegnerà ogni cosa”. È indispensabile nell’Evangelizzazione e nella catechesi, sia per chi parla che per chi ascolta. Fa capire in profondità la Parola di Dio e fa gustare la bellezza delle realtà rivelate.

Salmo 119,104: “Attraverso i tuoi precetti io guadagno l’intelletto per cui odio le vie false”.

Pensate a tutti i dogmi della fede. “Ti ringrazio Padre perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli”.

Il dono dell’intelletto coinvolge non solo la mente ma anche il cuore, la volontà, la passione, e persino l’azione.

Per gli antichi Ebrei della Bibbia, sede dell’Intelletto non è il cervello ma il cuore perché la conoscenza che si raggiunge col cuore è più profonda di quella fredda del cervello.

Non è puro calcolo, ma adesione. Intelletto, da intus legere. Chi conosce con l’intelletto non si ferma all’esteriorità e al momento ma sa cogliere le conseguenze delle cose e accettarle. L’intelletto è strettamente legato alla fortezza che gli darà la capacità di portare avanti le scelte.

Altra caratteristica dell’intelletto è quella di saper fare unità tra i diversi aspetti della fede.

Chi vive di intelletto sa che la vita è sempre un misto di vittorie e sconfitte, gioie e dolori. Si arriva a capire il modo di agire di Dio che è diverso dal nostro.

È un dono indispensabile quando si legge la Bibbia. Frutto dell’intelletto è la profezia.

Preghiamo: Donaci, o Padre, il dono dell’intelletto, per scrutare il tuo Mistero, per essere profeti di verità in questo nostro tempo così difficile. Fa’ che le nostre menti e i nostri cuori si aprano alla conoscenza del tuo amore. Amen. Alleluia.

 

Il dono del Consiglio

Offre un discernimento intuitivo e sicuro nelle scelte che facciamo per conoscere la volontà di Dio. Pensate alla scelta vocazionale. Accresce la virtù della Prudenza. Fa sì che le nostre azioni siano degne di Dio; ci fa agire sempre per la gloria di Dio.

Matteo 6,25-34: “Quando pregate non fate come i pagani… quando digiunate … quando fate l’elemosina …”; “Guardate i Gigli del campo e gli uccelli del cielo”.

Qui si va al di là delle scelte legate solo ai doveri morali. Di per sé non si tratta di scegliere di seguire delle regole, quello è scontato. Non si tratta di scegliere tra un bene e un male, quello è scontato. Si tratta di scelte più impegnative che ci avvicinano a Dio.

Però è anche vero che al giorno d’oggi sorgono molteplici problematiche nuove per le quali non è più sufficiente applicare le regole vecchie alla lettera. Ad esempio tutte le problematiche dell’etica medica e scientifica.

Inoltre oggi è sempre più forte la problematica innalzata dall’incontro della società occidentale sempre più in crisi di valori religiosi e le culture diverse, per cui anche i valori tradizionali sembrano perdere o cambiare significato. Cosa vuol dire libertà, rispetto della vita, famiglia, ecc.? Fino a che punto il pluralismo è valore e non confusione? Dobbiamo ripartire da Babele per arrivare alla Pentecoste dove la diversità delle lingue scaturisce dall’unità dello Spirito.

Naturalmente, fondamento del consiglio è l’esperienza e siccome qui si parla di consiglio come dono di Dio è necessario far esperienza di Dio sia nella preghiera che nella coerenza di vita. Primo dovere di ogni consigliere è pregare.

Frutto del consiglio è soprattutto la riscoperta della propria vocazione e di quella degli altri: il così detto discernimento spirituale.

Preghiamo: Abbiamo, bisogno, o Padre, del dono del Consiglio: per fare esperienza di te, per aiutare gli altri nel discernimento, per interpretare i fatti della nostra storia, per essere coerenti nella vita. Liberaci dalla confusione, dai pensieri sbagliati, dalle suggestioni del male. Donaci, o Padre, lo Spirito di Consiglio: per confortare, per illuminare, per esortare. Amen. Alleluia.

Il dono della Fortezza

La Fortezza ci abilita a sopportare fatiche e sofferenze ma anche ad affrontare tentazioni e difficoltà. È lo spirito dei martiri, di coloro che sono ammalati da tempo e offrono queste sofferenze. Solo un amore grande riesce a superare tutte le difficoltà. “Non ci spaventino le prove o i dolori, a chi ama, Dio moltiplica i dolori. È dai dolori più grandi che sorgono le gioie più grandi”. “Vivere, palpitare, morire ai piedi della croce o in cima alla croce”. “Non domandiamo a Cristo che ci liberi dalle croci, sarebbe la nostra rovina, domandiamo che ce le aumenti, e ci dia la capacità di portarle con gioia con lui”.

Siracide 2,1: “Quando vieni a servire il Signore preparati per le prove. Sii retto di cuore e forte, non ti smarrire nel tempo dell’avversità”.

Salmo 46: “Dio è per noi rifugio e forza, aiuto sempre vicino nelle angosce”.

Matteo 10,16-33: “Vi mando come pecore in mezzo ai lupi. … Non preoccupatevi di cosa e come dovete dire, vi sarà suggerito in quel momento. Non sarete infatti voi a parlare ma lo Spirito del Padre”.

La troviamo sia tra le virtù cardinali che tra i doni dello Sp. S. Alla virtù si riferisce l’azione decisa della persona, al dono si riferisce la capacità di farsi guidare e plasmare dallo Spirito Santo nonostante le difficoltà. Il dono è quindi la completezza della virtù stessa.

Si ha di fronte il bene, con l’intelletto e il consiglio si sono fatte le scelte, ora si tratta di portarle a termine, di essere fedeli.

Si esprime più nella fedeltà del quotidiano anche se può arrivare alla grandezza del martirio.

È necessaria contro lo scoraggiamento, le tentazioni, l’egoismo, ma è necessaria anche nel cammino spirituale di santificazione, ne sono prova le così dette notti oscure attraverso le quali passarono i grandi mistici.

Frutto della fortezza è la gioia interiore.

Preghiamo: Donaci, o Padre, lo Spirito di Fortezza, per vincere le suggestioni del male, per essere testimoni coraggiosi del Vangelo in un mondo che cambia e si allontana sempre più da te, dalla Verità, dalla Vita. Donaci la Fortezza, Signore, per non assimilarci alla mentalità di questo secolo, per rigettare ogni messaggio di morte (la vendetta, la guerra, l’eutanasia, l’aborto), per sopportare con fiducia e speranza le nostre sofferenze e infermità, le tribolazioni e le fatiche di ogni giorno. Amen. Alleluia.


Il dono della Scienza

Dell’intelletto abbiamo detto che ci fa intuire le verità, la scienza ci da la capacità di vedere le cose come le vede Dio. Fa sì che possiamo vedere sempre tutte le creature con gli occhi della fede. Fa percepire con sensibilità viva la presenza del Creatore nelle creature e la presenza di Gesù in tutti gli uomini. È alla base della santità perché ci pone sempre alla presenza del Signore.

Salmo 49: “L’uomo nella prosperità non comprende è come gli animali che periscono. … Ma Dio potrà riscattarmi, mi strapperà dalla mano della morte. Se vedi un uomo arricchirsi non temere, se aumenta la gloria della sua casa. Quando muore con sé non porta nulla”.

Marco 12,38-40: “Guardatevi dagli scribi che amano passeggiare …”.

Marco 12,41-44: “L’obolo della vedova”.

Qui si rivolge il sapere umano che il dono della scienza sa cogliere e porre all’interno della scala di valori di Dio.

È capacità di conoscere e capire le cose e di usarle per il bene, per incamminarsi verso Dio. È un sapere che non può essere appreso solo sui libri ma diventa affinità con la materia, diventa vita.

In una cultura sempre più laica e atea che vuol escludere Dio perché di lui non ci sono prove scientifiche, la scienza si rilancia come strumento di cammino verso Dio, dando la capacità alla conoscenza umana di fare il salto verso l’assoluto e accettare quello che non possiamo comprendere. È quindi strettamente collegata con la Fede. Fa capire la limitatezza del sapere umano. È il dono dei filosofi cristiani, ma, più in generale di tutte le scuole cristiane.

Frutti della scienza sono ammirazione, stupore e riflessione.

Preghiamo: Donaci Signore la Scienza: per vedere le cose come le vedi tu, per contemplarti in noi stessi, in ogni uomo e donna creati a tua immagine e somiglianza, per lodarti in eterno, per rendere ragione della speranza che è in noi. E, in modo più semplice, per alimentare lo stupore della vita, la nostra capacità di riflessione, di ragionamento. Donaci la Scienza, o Padre, per ritrovarti in tutte le cose che hai creato: perché anche la ragione ci porta a te e non solo la fede. Donaci la vera Scienza per comprendere che il mondo si salverà non con le scoperte scientifiche, né con i progressi della tecnica, ma con l’amore che viene da te. Amen. Alleluia.

 

Il dono della Pietà

La pietà ci fa sperimentare la tenerezza del Padre e ci fa sentire figli prediletti. “Come un bimbo sereno in braccio alla madre”. Ci da il senso della Divina Provvidenza, che riconosce che siamo figli di Dio e che lui provvede a tutto. “Il Signore non turba mai la pace dei suoi Figli se non per darne una maggiore” (Don Orione). È la forza del pentimento dei peccati. È l’amore dei figli verso il Padre. Esempio è Enea che fugge da Troia portando in spalle il padre.

Osea 11,3-4: “Gli ho insegnato a camminare, l’ho tirato su fino alla mia guancia e mi sono chinato su di lui per dargli il mio cibo”.

Galati 4,6: “È lui che ci sussurra di dire Padre”.

Lo spirito di pietà ci introduce nell’intimità della famiglia trinitaria.

Sapienza 12,20-22: “Se hai punito con riguardo e indulgenza i nemici dei tuoi figli concedendo loro tempo di ravvedersi, con quanta più attenzione lo fai coi figli della promessa? Mentre dunque ci correggi colpisci i nemici perché riflettiamo e speriamo nella tua misericordia”.

È un dono che coinvolge volontà, azione, sentimenti delle persone. È una sensibilità del cuore, di quel cuore di carne che Dio ha messo al posto del cuore di pietra. Diventa così importante perché prepara il terreno per tutti gli altri doni. È cuore capace di ascoltare la parola del Signore e far sì che diventi impulso per le azioni.

Insegna a desiderare come Dio desidera. L’uomo diventa figlio di Dio e impara a dire con confidenza e umiltà: Abbà, Padre.

Da questo cuore convertito che si slancia verso Dio nasce la preghiera.

Questo rapporto con Dio ha conseguenza anche sul nostro rapporto con gli uomini. Ci fa sentire vicini agli altri, fratelli. Sensibili, senza sentirsi migliori perché la pietà porta sempre con sé l’umiltà.

Frutti della pietà sono la preghiera e la solidarietà.

Preghiamo: Donaci, o Padre, la Pietà. Per essere teneri come te, per donare il tuo amore al mondo. Fa’ che la nostra fede sia accompagnata dalla tenerezza, dalla dolcezza delle tue parole. Perché con umiltà e mansuetudine sappiamo annunciare il tuo regno di pace infinita agli uomini afflitti e stanchi, a coloro che sono senza amore, privi della tua gioia. Amen. Alleluia.

 

Il dono del Timore

Il Timore di Dio non è paura, ma il riconoscere la santità e la trascendenza, la maestà di Dio. È il santo che cantiamo ogni giorno a Messa (Is 6,1). Rende vivo il valore di Dio nella nostra vita, ci fa coscienti della sua presenza e ci fa dispiacere di far qualcosa contro di Lui. Adorazione, lode, ringraziamento partono da qui.

Siracide 1,9-18: “Il timore del Signore è gloria e vanto. … Per chi teme Dio andrà bene alla fine. … Principio della sapienza è il timore del Signore. Pienezza della sapienza è il Timore del Signore. Corona della sapienza è il timore del Signore. Radice della sapienza è il timore del Signore.”

Salmo 25: “Chi è l’uomo che teme Dio? Gli indica il cammino da seguire. Il Signore si rivela a chi lo teme, gli fa conoscere la sua alleanza. Vedi la mia miseria e la mia pena e perdona tutti i miei peccati”.

Matteo 24: “Essere pronti per la venuta del Signore”.

Non è la paura e non è neanche in contrasto con l’amore. Esso è prima di tutto rispetto, riconoscimento della sua grandezza, fiducia nella sua giustizia.

È il monito profetico che ci invita fortemente a non fare compromessi col male. Con la giustizia di Dio non si scherza.

È un riconoscere che i suoi pensieri non sono i nostri pensieri, le sue vie non sono le nostre vie.

In continuazione, l’Antico Testamento ci invita a temere Dio. È però un riconoscerlo Padre. È timore filiale intriso di affetto, è più un non voler rattristarlo col nostro comportamento sbagliato che non un temerne il castigo.

Frutto del Timore del Signore è la coerenza.

Preghiamo: Donaci, Signore, il santo Timore: per mettere Te al primo posto nella nostra vita, per riconoscere che i tuoi pensieri non sono i nostri; per camminare secondo le tue vie, per mettere in pratica i tuoi comandamenti. Per vegliare sempre, sino al giorno della tua venuta. Per ricordare al mondo che tu sei il Salvatore. Amen. Alleluia


di Padre Edoardo Scognamiglio (Provinciale dei Frati Minori Conventuali e teologo )

Share This:

SPIRITO SANTO: CHI E’?

di Don Renzo Lavatori

Lo Spirito Santo è il mistero dei misteri perché è la più nascosta, la più misteriosa delle Tre divine Persone. Il Figlio lo abbiamo visto, lo abbiamo toccato – dice Giovanni – lo abbiamo contemplato, l’abbiamo sentito. Quindi Gesù di Nazareth è a noi vicino perché è uguale in tutto a noi, pienamente uomo come noi eccetto nel peccato; è nato, è cresciuto, ha parlato, ha fatto i miracoli, ha sofferto, ha patito, è stato condannato ingiustamente, è morto ed è risorto.

Nel Verbo incarnato, che è il Figlio, noi possiamo contemplare i lineamenti stupendi del Padre, che nessuno ha mai visto. Il Padre è inaccessibile perché è il principio delle altezze vertiginose dell’essere divino. Solo l’Unigenito che è nel seno del Padre, lui ce lo ha rivelato facendosi uomo. Quindi nel Verbo incarnato, il Figlio unigenito, noi possiamo intravedere la figura dolcissima del Padre.

Ma lo Spirito Santo come facciamo a vederlo? Sappiamo che la Scrittura, la Tradizione, i Padri, il Magistero hanno indicato dei simboli in riferimento a Lui, ma sono molto lontani dalla sua personalità, dalla sua identità propria: il fuoco, l’acqua, la colomba, il soffio, il respiro, il bacio, anche lo stesso termine “Spirito” – in ebraico ruah – è concettualmente impalpabile. Gesù lo dice: potete sapere che cos’è il vento? Noi lo sentiamo ma non sappiamo da dove viene e dove va; così è lo Spirito di Dio. È difficilissimo conoscerlo. Anzi, secondo alcuni Padri della Chiesa, in particolare San Basilio, di cui ho avuto modo di studiare il capolavoro De Spiritu Sancto, dice che lo Spirito Santo più che vederlo, si sente, si percepisce, come il vento. Diversamente dal Figlio fatto uomo, che possiamo comprendere con i nostri occhi umani, lo Spirito Santo non è visibile né raffigurabile. Tra le divine Persone, egli è la più nascosta, appunto perché è invisibile, ma è anche la più intima in ciascuno di noi, perché solo nello Spirito possiamo conoscere il Figlio e nel Figlio il Padre; solo lo Spirito ci fa capire chi è Gesù di Nazareth, il suo rapporto profondissimo di filiazione con il Padre, perché Lui è il vincolo eterno d’amore che unisce il Padre al Figlio. Solo attraverso di Lui possiamo entrare nella comunione d’amore ineffabile, stupenda, che è la vita nuova del cristiano in cui anche noi piccole creature possiamo gridare: «Abbà, papà mio»; il Padre può dire a noi: «Figlio mio tu sei, io ti ho generato». Questo colloquio eterno d’amore tra il Padre e il Figlio può risuonare dentro di noi, misere povere limitate creature, attraverso lo Spirito Santo.

È molto difficile parlare di Lui, anzitutto per rispondere alla domanda: chi è lo Spirito Santo; qual’è la sua costituzione personale rispetto al Padre e al Figlio? Il Padre, come il nome stesso dice, è colui che dà, comunica la vita, genera il Figlio da sempre e per sempre; il Figlio nella sua personalità è colui che è generato da sempre e per sempre. Ma lo Spirito Santo chi è? qual’è la sua identità propria? Questa domanda costituisce la difficoltà che già gli antichissimi Padri sentivano. Agostino stesso, nella sua opera De Trinitate, non riesce a determinare in modo chiaro la definizione dello Spirito Santo; ugualmente poi, San Tommaso D’Aquino e anche i teologi contemporanei, quando si tratta di fermare l’attenzione sullo Spirito Santo e chiuderlo in una definizione, restano interdetti; lo Spirito Santo sfugge, non si lascia afferrare. Ma non è questo l’argomento di queste riflessioni, perché richiederebbe una trattazione altamente teologica; entreremmo nell’essere intimo di Dio, una realtà che va al di là del nostro compito. Una seconda questione, a noi più accessibile, risponde alla domanda che cosa fa lo Spirito Santo, qual’è la sua opera, la sua particolare missione.

La funzione propria dello Spirito Santo
Per rispondere alla domanda, dobbiamo tener presente tutto l’arco della divina economia, come la Dominum et Vivificantem lo suggerisce in modo chiaro. Il Papa dice che non c’è alcuna azione divina ad extra, cioè fuori della Trinità Santissima, in tutta la storia della salvezza che non sia stata compiuta per mezzo dello Spirito Santo, cominciando dalla creazione, ma in particolare nella incarnazione del Figlio, come noi ripetiamo nel Credo: «si è incarnato per opera dello Spirito Santo». L’incarnazione è veramente il capolavoro di questo divino artista che è lo Spirito Santo; è il capolavoro perché è il mistero più profondo attuato nella storia, l’unione sostanziale tra la carne umana e la natura divina, unione in modo che le due nature fossero un solo essere senza confusione, senza che la natura umana di Gesù si mischiasse alla natura divina. Gesù è rimasto perfetto Dio e perfetto uomo, in un solo essere, una sola Persona. Questo unire senza confondere è l’opera grandissima dello Spirito Santo.

Questo è stato vero per l’incarnazione del Verbo, è vero anche nella Chiesa che costituisce un corpo solo, il corpo mistico di Cristo, ma possiede una molteplicità di membra, di funzioni, di carismi, una ricchezza di composizione stupenda. Ma spesso succede che questa molteplicità di funzioni, di carismi non trova l’unione fra tutti, la comunione nell’interscambio, disperdendosi per mille rivoli. Se invece vogliamo attuare l’unione, soffochiamo la diversità dei ruoli e dei doni. Questo è il grande dramma della Chiesa di tutti i tempi. Ci si chiede: chi può unire realtà diverse pur conservandole nella loro esplicita distinzione? Solo lo Spirito Santo, il quale svolge la medesima funzione nella Trinità: egli unisce in modo profondissimo lo Spirito del Padre con lo Spirito del Figlio perché i due siano un solo Spirito d’amore e di effusione, ma il Padre resta Padre che genera, il Figlio resta Figlio che è generato; mai il Padre potrà confondersi con il Figlio né mai il Figlio può o potrà identificarsi con il Padre, ma tutti e due sono un solo soffio sussistente eterno d’Amore. La Persona dello Spirito Santo, è Lui che, in seno alla Trinità, compie l’opera mirabile di unire le due divine Persone in modo così profondo che sono un solo Spirito, ma lasciando che ognuna conservi la propria distinzione personale.

Un’altro esempio per capire come lo Spirito Santo sia l’artefice di unione della diversità nella complementarietà: la vita familiare esprime l’unione dello sposo con la sposa, una unione profondissima, poiché i due sono una sola carne, ma ognuno è diverso dall’altro; lo sposo non può pensare la sua sposa perfettamente identica a se stesso, né la sposa può desiderare lo sposo uguale a se stessa. Come fanno i due, nella loro diversità di carattere, di temperamenti, di ideali, di visioni, di sentimenti, di sensibilità, a formare un solo essere, una sola carne? Ciò avviene per opera dello Spirito Santo. Quindi anche una autentica vita matrimoniale è possibile, in tutta la sua profondità e la sua realtà, in virtù dello Spirito Santo.

L’opera dello Spirito Santo nel cristiano
La nostra considerazione ora riguarda in specifico l’opera che lo Spirito Santo compie nel cristiano. Ce lo dice la Scrittura, ce lo dice la Tradizione, il Magistero, la Liturgia: lo Spirito Santo imprime nell’uomo la figura di Gesù, cioè rende l’uomo figlio di Dio, similmente al Figlio, l’Unigenito. Su tutti i cristiani, che partecipano di questa medesima filiazione divina, lo Spirito ha impresso questo sigillo, questa raffigurazione splendente che è il Figlio. Ciò è avvenuto nel nostro battesimo, la prima grande effusione dello Spirito Santo che noi abbiamo ricevuto. In esso lo Spirito Santo ci ha configurati a Cristo, rendendoci simili al Figlio di Dio. Questa è un’opera straordinaria. Tuttavia, nel momento in cui imprime in noi l’immagine di Gesù e noi diventiamo un altro Cristo, Egli rispetta la diversità di ciascuno di noi. Si vede qui il capolavoro che lo Spirito Santo compie in ciascuno di noi. Quante persone si sono battezzate in questi duemila anni di vita della Chiesa? Credo miliardi. In ciascuno di noi è rappresentata la figura di Gesù, ma in modo diverso uno dall’altro. Tutti siamo configurati a Cristo, ma ognuno nella sua costituzione propria, personale, che Dio stesso ha creato.

A questo punto sarebbe importante considerare il fatto che la vocazione alla santità di tutti i battezzati, come dice la Lumen Gentium, non consiste semplicemente nell’imitare i santi che ci hanno preceduto o con cui noi viviamo (perché alle volte viviamo in presenza di santi), ma nel riprodurre in noi i lineamenti stessi di Cristo, in modo che lo Spirito trasfiguri noi in Gesù, secondo il nostro carattere, secondo il nostro temperamento, secondo la nostra sensibilità. Ogni santo rappresenta uno sprazzo di luce del Verbo incarnato.

Pertanto l’opera compiuta dallo Spirito Santo è questa: ci ha resi figli, in modo tale che il giorno del nostro battesimo Dio Padre ha detto a noi come nel battesimo di Gesù al Giordano: «Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato» e dall’altra parte noi rispondiamo con tutta la comunità cristiana come Gesù: «Abbà, sono qui per riconoscerti come mio amatissimo Padre e Signore. Abbà, nelle tue mani affido il mio spirito. Abbà, sia fatta la tua e non la mia volontà». Con il battesimo inizia un colloquio meraviglioso tra noi creature umane resi figli nello Spirito e il Padre celeste. Dal battesimo dunque nasce questa familiarità con Dio che spesse volte dimentichiamo, ma che costituisce la vita nuova nello Spirito: attuare giorno dopo giorno la vita filiale nei confronti di Dio. Non è facile, perché purtroppo noi portiamo ancora dentro di noi il vecchio sigillo del servo che ha paura del padrone, che si tiene lontano da lui, lo riverisce, gli obbedisce, ma per forza, per obbligo, per dovere; ogni comandamento lo sente come un peso, perché è un servo, non è figlio. Il figlio che è stato toccato dal cuore paterno del Padre, che ha vissuto l’amore del Padre, che si sente perdonato, rigenerato pienamente dal Padre, non ha più questa paura, si abbandona fiduciosamente, serenamente «come un bimbo in braccio a chi lo ha generato», per sentire tutti i palpiti dell’Amore paterno, che continuamente usa perdono, misericordia, riversa amore. Alle volte certamente, da buon educatore, richiama all’obbedienza, invita alla disponibilità senza condizionamenti, mette anche alla prova in modo doloroso e impegnativo. Ma tutto compie per il bene pieno e totale dei suoi figli amati e prediletti. Riconosce le loro debolezze, i loro peccati, ma intende purificarli e farli maturare nella sua stessa purezza di amore e di santità, se i suoi figli implorano il suo perdono e si affidano alla sua misericordia.

Share This:

RECENSIONE: INDAGINE SUL CRISTIANESIMO

Secondo una diffusa pubblicistica di stampo laicista, dovremmo attribuire al cristianesimo la maggior parte delle sventure e delle calamità che hanno contraddistinto gli ultimi due millenni della storia occidentale: dall’Inquisizione alle Crociate, dalla compravendita della salvezza con le indulgenze alla lotta della Chiesa per il potere temporale. Ma negare l’influenza positiva che il cristianesimo ha avuto nel promuovere lo sviluppo della cultura, dell’arte e della civiltà a livello mondiale sarebbe non solo segno di pregiudizio religioso, bensì indizio di profonda miopia storica. Eppure le pseudo-inchieste che oggi vanno per la maggiore tendono proprio a ridurre il cristianesimo a un’abile mistificazione, a una accozzaglia di racconti folcloristici che avrebbe tenuto l’umanità nelle tenebre della superstizione per secoli, causando discriminazioni, persecuzioni e delitti.

Se si esamina con obiettività la storia, non possono non vedersi gli enormi contributi che il cristianesimo ha portato in tema di sviluppo della civiltà: dalla protezione dell’infanzia all’abolizione della schiavitù, dalla lotta contro la magia alla rivalutazione della figura e del ruolo della donna, dall’impegno per la giustizia sociale alle lotte per i diritti di libertà e rappresentanza politica, dalla promozione all’istruzione alla fondazione degli ospedali e delle opere sociali, fino alle più recenti battaglie in favore della vita e della famiglia.

Alla fine di questo viaggio appassionante il bilancio è nettamente in favore di quanti riconoscono che il cristianesimo ha avuto l’indubbio merito di far fiorire i valori più profondi, originali ed essenziali della nostra civiltà.

Share This:

RELAZIONI

Senza la tenerezza, la premura, la comunicazione, l’altruismo, la nostra vita è vuota, anche se godiamo di ottima salute e viviamo in una bella casa.

Eppure dentro si pensa che se vuoi bene sei un ingenuo, se sei felice sei frivolo oppure facilone e se sei altruista e generoso vieni guardato con sospetto.

Se perdoni sei debole, se hai fiducia sei sciocco. Se sei propositivo stai bluffando… la nostra capacità comunicativa è povera.
La vita di tutti è un intrecciarsi di rapporti buoni e cattivi, però i rapporti con il prossimo sono lezioni di vita: insegnano la sconfitta, la sopportazione e la vittoria sulle nostre paure.

Si impara a cambiare, si cerca di diminuire l’egoismo, di rinunciare alla paura di apparire come siamo e si impara l’abbandono.

Una bellissima favola racconta di una ragazza che cammina in un prato e vede una farfalla impigliata in un rovo. La farfalla, liberata con gran cura, sembra volar via, ma ritorna indietro e si trasforma in una fata.

“Per ringraziarti della tua gentilezza d’animo” dice alla fanciulla. “Esaudirò il tuo più grande desiderio”. La ragazza pensa un istante prima di rispondere: “Voglio essere felice”.

Allora la fata si piega su di lei, le mormora qualcosa all’orecchio e scompare.

La ragazza diventa donna e nessuno, in tutto quel paese fu più felice di lei.

Quando le chiesero il segreto della sua gioia, si limitò a sorridere, dicendo: “Ho seguito il consiglio di una buona fata”.

Gli anni passarono, la ragazza diventò vecchia e i vicini temettero che il favoloso segreto morisse con lei.

“Rivelaci che cosa ti ha detto la fata” la scongiurarono.

La deliziosa vecchina, sorridendo, disse: “Mi ha rivelato che, anche se appaiono sicuri, tutti hanno bisogno di me”.

Ritengo che se anche i nostri rapporti falliscono, non vuol dire che siamo noi i malvagi, limitati o incompetenti.
Non tutti i rapporti sono giusti: la relazione è positiva se incoraggia una crescita ottimale del corpo, della mente, dello spirito.

Se un legame diventa distruttivo mette a repentaglio la nostra dignità, ci impedisce di crescere, ci deprime quando abbiamo tentato in tutti i modi di impedire il fallimento: quando vedi che non c’è niente da fare dopo aver dato tutto, dobbiamo scioglierlo.

Noi non siamo per tutti e tutti non sono per noi. Questo si capisce dopo tante sofferenze che non portano altro che cuore e anima infranti, sanguinanti.

Alle persone bisogna insegnare che il volersi bene non è possedere per godere, ma essere un amico nel momento del bisogno. E’ lì che vedi chi ti rimane accanto e chi sparisce.

“E vissero felici e contenti”… non si può dire, perché la realtà è diversa e su questa terra fragile ed imperfetta non si può aspettare ciò che non è possibile.

Non esiste essere o divenire senza un rapporto alla pari, sincero, pulito, che dona senza pretendere nulla in cambio, senza un amico vero.

Il grigio quotidiano, finalmente liberati…
Ecco l’uomo di Falco Bianco: un uomo che cerca serenità, che sorride, che coglie l’essenziale, che infonde speranza, fiducia, ottimismo. Questo con rigoroso rispetto, per non condizionare le scelte che ognuno deve e dovrà pretendere in piena libertà di coscienza.

Si deve respirare aria di libertà vera. Nessuno deve sentirsi obbligato a fare scelte contrarie alla propria sensibilità.

Per Falco Bianco, rispettare fino in fondo le decisioni degli altri è molto importante.

Non desideriamo il possesso, ma il dono, il dono di relazionarci non per nostra soddisfazione personale, ma per il bene comune.

Certo non mancheranno perplessità e titubanze, ma è proprio in questi momenti che dobbiamo cercare coraggio, perché il volersi bene ha bisogno di momenti forti di ricarica, per poi riprenderci con più forza.

Occorre incitamento, coraggio: noi ci proviamo.

Per questo è essenziale crescere nella formazione personale e poi, con pazienza, trasferirli in insegnamenti.

I libri, però, non devono prendere polvere.
Sarebbe bello e prezioso poterne raccogliere per metterli a disposizione di tutti e riordinarli in una piccola biblioteca.

Consigliare, suggerire, incoraggiare ad un dialogo profondo e di spessore, per rifarci a principi di bontà, tenerezza, discrezione, premura, mitezza e gioia di vita.

Questo è il nostro entusiasmo, il nostro stare insieme, il nostro essere affabili ma fermi nei pensieri onesti.

Accettiamo con piacere chi ne ha apprezzato l’ingegno ed il fine che ci siamo prefissi, ma anche chi desidera un dialogo sereno insieme.

La vista si acquista sollevando gli occhi, anche se ancora chiusi (cioè con un atto di volontà personale).

C’è gente che crede di sapere (vedere) e in realtà sono ignoranti (ciechi).

C’è gente che fa appello alla propria scienza e autorità, fino all’uso della forza.

In presenza dei fatti un sapere troppo sicuro di sé rischia di non trovare altra via d’uscita che la malafede e l’abuso del potere.

C’è un sapere che è conoscenza della lettera e non porta da nessuna parte, c’è un sapere che apre ad una conoscenza che è rapporto personale con gli uomini.

Vedersi vedendoci. Tu da me in te. Io per te in me

Share This:

SANTA GEMMA: PEDAGOGIA DELLA CROCE

«Sai, figlia mia, in che maniera io mi diverto a
mandare le croci alle anime a me care?
Io desidero possedere l’anima loro,
ma intera, e per questo la circondo di croci,
e la chiudo nelle tribolazioni,
perché non mi scappi di mano;
e per questo io spargo le sue cose di spine,
perché non si affezioni a nessuno,
ma provi ogni suo contento in me solo.
È l’unica via per vincere il demonio e giungere a salvezza:
Figlia mia, quanti mi avrebbero abbandonato,
se non li avessi crocifissi!
La croce è un dono troppo prezioso,
e da esso si apprende molte virtù!»
Santa Gemma Galgani

Share This:

MAESTRO E AMICO

L’intima vocazione di chi si prefigge la formazione spirituale è quella di custodire e preservare.
Come un padre accoglie, come una madre ascolta, come un fratello aiuta, come un guerriero difende, come un angelo consiglia, come un maestro insegna, come un pedagogo esorta, come un profeta annuncia, come un amico soffre delle cadute dell’assistito.

Riottoso alla presunzione di conoscenza consuma l’amore per l’amico nella sua propria debolezza, schiaffeggiato dalla consapevole limitatezza del proprio essere. Eppur si compiace delle sue infermità, perché non lui vuole affermarsi, ma la verità che ha in cuore di testimoniare, che lo rende forte opportune et inopportune.

Il suo dire non desidera né gloria né ammirazione, ma scaturisce dalla forza e dal vigore per quell’ideale di cui è sposo e di cui dona la sovrabbondanza che gli sgorga dall’anima.
Con spirito vigile veglia incessantemente su di sé, affinché le ombre del mondo non offuschino la sua limpidezza e con eguale solerzia sorveglia le anime di quegli amici che a lui hanno voluto affidarsi.

Con amore ammonisce, con giustizia punisce e con sapiente mano opera sui proliferanti mali dei suoi protetti, saldo e forte in quel coraggio di chi, pur amando, sa di dover ferire per spurgare le infezioni.

Obbediente alla propria coscienza non invade l’altrui libertà, ma infonde senso di responsabilità e schiettezza di spirito.
Custode del libero arbitrio non rinuncia all’ammonimento e alla rispettosa correzione, poiché non riesce a concepire sincerità di relazione senza verità di fatti ed intenti.

Come padre e maestro si prodiga per incarnare non solo la verità che annuncia, ma la vita stessa di chi assiste, soffrendo e gaudendo per l’amico come se ogni evento accadesse a se stesso.

La responsabilità che il formatore di spiriti si addossa è quella di chi, nell’orto del Getsemani, in attesa di esser braccato, torturato ed ucciso come il peggiore dei briganti, ebbe in cuore di dire: “Io conservavo nel tuo nome coloro che mi hai dato e li ho custoditi; nessuno di loro è andato perduto” (Gv 17,12).

Share This: