COMUNITA’ CENACOLO: LA FELICITA’ A PARTIRE DA ORA

La felicità è un dono che può gustarsi già in questo mondo.

La testimonianza dei ragazzi della Comunità Cenacolo
L’esperienza della Comunità “Cenacolo” ha inizio 27 anni fa, nel luglio 1983, per desiderio di una suora della Carità, Elvira Petrozzi, che sentì a un certo punto della sua vita la forte esigenza di fare qualcosa per il disagio giovanile, per i giovani persi nella droga, nell’alcol e nella disperazione, per ridare loro il senso della felicità e della vita. Quando a suor Elvira viene ceduta in comodato d’uso gratuito una villa sulla collina di Saluzzo, quello che era un desiderio può concretizzarsi e, con il coinvolgimento di altre suore, parte un progetto che si è allargato negli anni, arrivando ad avere oggi sessanta case in Italia e nel mondo.

Lo scopo principale è quello di accogliere i giovani, emarginati e distrutti nell’anima da droghe o alcol, e ridare loro la vita, proponendo una strada di sacrifici, senza però costrizioni o imposizioni, per aiutarli, piano piano, a “ricostruirsi”.

Ma che cosa differenzia questa comunità da tutte le altre sparse per il mondo? Innanzitutto suor Elvira ha voluto fidarsi esclusivamente della Provvidenza e fin da subito ha scelto di non avvalersi di sovvenzioni né dallo Stato né dalle famiglie dei ragazzi accolti. Ai genitori che, disperati, le affidano i loro figli suor Elvira dice parole semplici e chiare: “io non voglio soldi, ma l’impegno da parte vostra come genitori”. E poi al centro di tutto la fede in Dio e la preghiera. La comunità si basa sulla verità, aiutando i giovani a intraprendere un percorso di verità, mentre prima le loro vite erano improntate alla falsità più completa. Questo attraverso piccole, ma importanti, regole che permettono di riconquistare il rispetto di sé e degli altri.

Nell’incontro di domenica è stato commovente ascoltare l’esperienza di alcuni ragazzi, intervenuti a portare la loro testimonianza. Giovani come tanti, arrivati da suor Elvira dopo essersi persi nelle false luci del mondo, dopo aver messo tutte le proprie energie nelle cose sbagliate perché, come dice Chiara, “tutto era senza Dio, tutto era senza base: non erano entrati nel cuore i valori. In comunità mi sono sentita accolta e amata”.

Gli interventi dei genitori.
Il percorso non è facile, piano piano però la Provvidenza di Dio entra nei cuori, si ricostruiscono i rapporti e i ragazzi imparano a diventare responsabili e ad affrontare la vita. “In questa comunità si riaccende la speranza in noi che arriviamo sfiduciati e pieni di fallimenti alle spalle”. Questo perché, senza tante medicine, senza tanta psicoanalisi, molto più semplicemente suor Elvira ha incentrato la sua opera su verità, condivisione, preghiera e i ragazzi la seguono, arrivando a risultati impensabili, recuperando le loro vite e guarendo le loro ferite. “È una guarigione interiore che riceviamo come grazia da Dio, ricostruendoci giorno dopo giorno”.
La giornata in comunità è vissuta alla luce del Vangelo e improntata su diverse attività lavorative che consentono di mantenersi. La comunità diventa dunque la salvezza, dove si rinasce per la grazia della preghiera, dove scompare la paura del sacrificio, attraverso il lavoro e il donarsi agli altri, riscoprendo il desiderio di fare il bene. Seguendo il motto di Elvira “amare, amare, amare, servire, servire, servire”, ognuno è chiamato a riscoprire il proprio essere, la propria vocazione, le cose belle e “a capire che il Signore ha un progetto più grande per ognuno”. La comunità propone uno stile di vita ben preciso, senza imporlo, aiutandosi gli uni con gli altri e dando a ciascuno la consapevolezza di non essere solo. Infatti ogni nuovo ragazzo che arriva è seguito ventiquattrore su ventiquattro da quello che viene chiamato l’ “angelo custode”, un giovane che gli sta accanto e non lo lascia mai e che precedentemente ha vissuto le stesse esperienze e ha alle spalle la stesse storie di chi gli è stato affidato.
La comunità, però, è una scuola di vita non solo per ragazzi, ma anche per i genitori che cercano di cambiare insieme, attraverso la riscoperta innanzitutto del dialogo. Genitori che, sempre domenica, hanno raccontato la loro esperienza con figli caduti nel tunnel della droga, rivivendo gli anni tremendi, gli anni della vergogna, prima dell’incontro salvifico con suor Elvira. Genitori che con molta onestà si guardano dentro, riconoscendo anche le loro colpe, i loro egoismi e che spiegano come, dopo averle tentate tutte, l’unica soluzione per la salvezza dei propri figli è che “dovevano incontrare Gesù sulla loro strada e abbracciare la strada della fede”.
Elvira chiede anche ai genitori la conversione, chiede infatti anche a loro di fare un cammino parallelo a quello dei figli, perseguendo il cambiamento di tutto il nucleo famigliare. E molti genitori cominciano a “capire come portare la croce”, seguendo quello che è uno dei motti della Comunità “dalle tenebre alla luce”. Famiglie quindi che intraprendono un cammino con la Comunità, ritrovandosi in gruppo con altri genitori che vivono la stessa esperienza, per pregare, recitare il rosario, leggere il Vangelo, discutere e accogliere nuovi genitori. E ci si accorge che una vita migliore non è un’utopia, ma è possibile, che la serenità può tornare e che la felicità può arrivare anche dopo tanto dolore e tante sofferenze. Perché è proprio la felicità, la gioia, che caratterizza l’esperienza di Suor Elvira: “la felicità è sempre presente in tutta la Comunità”.

“Madre Elvira è una santa, sono stato vicino a una santa” dice papà Antonio “è una donna mandata dal Signore, la sua è un’opera di Dio, a cui lei ha detto sì, proprio come la Madonna”. Sì, perché quest’incredibile donna è riuscita a rigenerare questi figli, ridando loro una seconda vita, una vita nuova, dove hanno riconquistato il rispetto di se stessi e degli altri. Infatti, dopo il cammino della comunità molti ragazzi ritornano nel mondo, alla vita di tutti i giorni, altri invece decidono di restare in comunità, intraprendendo un cammino di servizio nelle missioni in America Latina, che nel tempo sono nate proprio dall’idea di alcuni giovani della Comunità.
Una “terapia”, insomma, che si basa sulla fede e sull’amore con un continuo incoraggiamento a proseguire con speranza. “La comunità ha salvato nostro figlio e la nostra famiglia”, afferma mamma Lidia. E quest’opera di salvezza da Saluzzo, dove c’è la casa madre e dove risiede suor Elvira, si è irradiata in tutto il mondo sotto tante forme e in molti modi. Attraverso nuove consacrazioni di suore e sacerdoti, che portano avanti il lavoro di Elvira, attraverso l’opera nelle missioni, dove molti dei ragazzi decidono di donare agli altri quello che loro stessi hanno ricevuto in comunità, in un moltiplicarsi di amore che sembra un miracolo, ma che non dovrebbe stupire troppo un cristiano perché come dice Elvira: “Io i miracoli li vedo tutti i giorni. Io sono sempre stata fedele a Dio e Dio è sempre stato fedele a me”.

Per saperne di più sulla Comunità Cenacolo e le attività di suor Elvira potete consultare il sito: www.comunitacenacolo.it.

(Eleonora Cornaglia) – Foto: Andrea Cerini

Fonte: http://vco-flash.it/index.php/home

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TIMOR DI DIO

E’ il dono che porta a perfezione la virtù della Speranza. Attraverso di esso si acquisisce una docilità speciale a sottomettersi alla volontà di Dio per riverenza alla maestà Divina. Dio non può essere oggetto di timore, ma in Lui vi sono la giustizia e la misericordia. La giustizia di Dio eccita in noi il timore di DIo e la misericordia suscita la speranza. Il timore iniziale, agli albori della vita di fede, spinge a non commettere peccati per paura dell’inferno, ed ha un suo valore, ma il Timore di Dio filiare o casto è ciò che spinge l\’anima a non compiere il peccato per timore di restare separata dal Sommo Bene. E’ il timore di coloro che non hanno paura di Dio, in quanto suoi figli, ma hanno pauura di offenderlo per timore di incrinare il rapporto con Lui. E’ necessario per portare a perfezione le virtù della speranza, temperanza ed umiltà. Il dono del timore di Dio ci da la certezza della speranza nonostante la propria indegnità. l’anima che possiede questo dono si sente “nuda” di fronte a Dio e si rende conto con estrema lucidità che tutto ciò che proviene da sè stessa è miseria e peccato e avverte il vivo sentimento della maestà di Dio. Alcune abili mirabilmente ricolme del dono del Timore di Dio sperimentano la “notte dello Spirito” in cui l’anima si sente irreparabilmente condannata, in tale modo si perfeziona la virtù della Speranza che arriva alle sue massime vette. Chi possiede questo dono non solo si guarda dal peccato sia esso mortale che veniale, ma spesso non transige neppure sulle piccole mancanze esercitando su sè stesso una vigilanza rigorosa per non commettere alcun male

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ABORTISTA O ANTI-ABORTISTA: SOLO ETICHETTE

Non so se quella dell’aborto possa essere ridotta a una questione “lessicale” e se etichette da tempo consolidate come “pro-vita” o come “abortista” meritino o no di essere lasciate cadere. Apprendo però con un certo interesse (mettendo tra parentesi il fatto che simili dichiarazioni sono state fatte nelle ultime ore di una campagna elettorale finalmente conclusasi) che Adriano Sofri si offende se lo si qualifica come “abortista” e che egli ritiene che anche Emma Bonino abbia buone ragioni per offendersi (vedi Il Foglio di sabato 27 marzo). Per quale ragione? Perché egli ritiene che merita di essere definito “abortista” solo chi apprezza l’aborto «in odio all’umanità e alla vita in genere» o «come strumento di limitazione delle nascite».

Sofri si dichiara invece contro l’aborto e ritiene auspicabile e lodevole tutto ciò che aiuta a sventarlo, «con l’unico limite di non coartare la libertà personale delle donne». Sembrerebbe coerente che Sofri (e la Bonino, se è vero che la pensa come lui) fossero allora ostili sia alla pillola del giorno dopo sia alla Ru486. Sappiamo bene che non è così. Eppure la piena disponibilità sia dell’una che dell’altra pillola (senza discutere dei loro specifici effetti, molto diversi tra loro) induce obiettivamente le donne a banalizzare le loro eventuali scelte abortive; cercare di ridurne l’uso, rispettando oltre tutto i ben precisi paletti previsti dalla legge sull’aborto, sarebbe indubbiamente un modo molto efficace per aiutare a “sventare” quelle scelte abortive che Sofri sembra deprecare.

Ma la vera contraddizione di Sofri non è questa. Sappiamo che l’aborto oggi non ha (tranne ipotesi rarissime!) autentiche motivazioni “terapeutiche”: esso è di fatto la più comune modalità utilizzata dalle donne per rifiutare una maternità non voluta.Questo dato di fatto è la più grande piaga aperta del mondo contemporaneo, perché implica una sorta di rifiuto, da parte delle donne, di quanto di più specifico contrassegna la loro identità femminile. Presumo quindi che Sofri percepisca questo come un grande problema e in qualche modo ne soffra, proprio per il fatto che egli rifiuta come insultante la qualifica di “abortista”. Egli però coniuga questo rifiuto con un altro esplicito rifiuto: quello di «coartare la libertà personale delle donne». È da più di trent’anni, da quando è entrata in vigore la legge sull’aborto, che la libertà delle donne non è più coartata dalla legge. A quanto mi risulta, non esiste oggi un partito o un movimento di opinione, nemmeno tra quelli che esplicitamente si considerano di ispirazione cristiana, che chiedano che si scelga la “criminalizzazione” legale di chi abortisce: su questo punto tutti – Sofri e Bonino in particolare – dovrebbero sentirsi tranquilli.

Ma chi, come Sofri, ritenga offensivo essere qualificato come “abortista”, dovrebbe impegnare tutto se stesso in una campagna anti-abortista, di carattere non penale, ma intellettuale e morale: una campagna che operasse nella società civile a favore del rispetto per la vita e dell’identità femminile come identità (almeno potenzialmente) materna. Su questi temi il silenzio non solo dei radicali, ma di tutti i “laici”, in Italia così come in altri Paesi, è assordante. Eppure, la questione è elementare: se è lodevole (lo scrive Sofri) sventare l’aborto, non può che essere lodevole la maternità. Siamo in grado di ribadire ad alta voce un concetto nello stesso tempo così profondo e così semplice? Chi voglia sinceramente non essere qualificato come “abortista” dovrebbe sentire il dovere di farlo.

di Francesco D’Agostino

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MAGISTER: SCANDALI PER ATTACCARE LA CHIESA

Lo scandalo dei preti pedofili sta mettendo in difficoltà la Chiesa. Il culmine si è raggiunto quando il vescovo di Ratisbona, Mons. Gerhard Ludwig Müller, ha ammesso di essere a conoscenza di casi di abusi sessuali nel coro di Ratisbona diretto dal fratello del papa. Scattano le accuse alla Chiesa e al celibato dei preti. Come stanno le cose? «Su questi fatti si è innescato, a livello internazionale – dice Sandro Magister, vaticanista de L’Espresso – un fenomeno che li strumentalizza con un fine preciso: l’attacco frontale alla Chiesa cattolica, e in particolare al papa».

La Chiesa è investita dallo scandalo della pedofilia. Lei che idea si è fatto?

Penso che quello che sta accadendo si fonda su fatti incontestabili, di dimensioni numericamente importanti. E tanto più gravi in quanto commessi da uomini deputati pubblicamente ad essere portatori di alti valori morali. Però su questi fatti si è innescato, a livello internazionale, un fenomeno che li strumentalizza con un fine preciso: l’attacco frontale alla Chiesa cattolica, e in particolare al papa.

«La tolleranza zero – ha detto Mons. Fisichella in un’intervista al Corriere di ieri – non è un optional, ma un obbligo morale».

Mons. Fisichella ha usato secondo me un’espressione di grande efficacia comunicativa. Non credo però che essa corrisponda propriamente al profilo originale della Chiesa stessa, centrato sul vero rapporto di Dio con i peccatori che è perdono «in cambio» di pentimento. Per il resto, rimango convinto che ci troviamo in presenza di un attacco generale in cui il circuito mediatico è elemento essenziale di questa battaglia.

Chi è ad attaccare la Chiesa?

Ormai da diversi anni assistiamo ad una ripetizione di formule praticamente identiche, che abbiamo visto usate per la prima volta su vasta scala negli Stati Uniti nei primi anni duemila, e che ora vediamo applicate in Europa. Hanno questo di peculiare: non chiamano in causa un’opposizione laicista, «esterna» alla Chiesa, ma componenti interne alla Chiesa stessa.

Si spieghi.

Non ci troviamo in presenza di una battaglia che vede la Chiesa attaccata da quel mondo che si identifica con la cultura postmoderna dell’occidente, ma da componenti importanti della Chiesa che utilizzano questo momento di crisi, drammatizzandola, con fini che non hanno nulla a che vedere con le ragioni vere di questa crisi, ma che consistono nel rinverdire gli elementi ben noti dell’agenda cattolica della critica alla Chiesa.

È un caso che lo scandalo dei preti pedofili, al di là della giustizia che è dovuta alle vittime e della riforma che deve innescare, riproponga l’annosa questione del celibato e dell’interpretazione più autentica del Concilio?

Certo che no. Il rivelatore clamoroso che proprio di questo si tratta, cioè di una offensiva intra-cattolica, è stato l’articolo di Alberto Melloni di pochi giorni fa sul Corriere della Sera. Dopo aver deplorato l’orrore dei fatti, ha scoperto le carte: la risposta vera alla crisi della pedofilia è indire un Concilio Vaticano III. Melloni ha richiamato il discorso del card. Carlo Maria Martini nel sinodo 1999. Quel discorso risultò una specie di agenda centrata sui temi del clero sposato, della promozione della donna della Chiesa e attraverso di essi, del rinnovamento. I temi classici della panoplia della protesta cattolica di tipo progressista.

Che differenze vede tra lo scandalo degli anni 2001-03 negli Usa e questo scandalo con epicentro nella cattolicissima Irlanda e nella Baviera tedesca, terra del papa?

Guarderei bene le date nelle quali si concentra la grande quantità dei misfatti. Non sono affatto recenti, a parte alcuni episodi che sono continuati fino ai giorni nostri. La mole più grande di date risalgono agli anni ’70. Questo perché effettivamente in quel periodo c’era, nella cultura dell’epoca e quindi anche dentro la Chiesa, e per ciò stesso dentro la gerarchia, una sensibilità molto diversa da quella attuale per quanto riguarda il rapporto sessuale di un adulto con un minore.

Cosa intende dire?

Erano gli anni di un lassismo morale estremamente diffuso. Pensiamo a Lolita di Nabokov. Nessuno si sognava di incriminare l’oggetto di quel medesimo romanzo come qualcosa di abominevole. È solo un esempio ma mi pare indicativo. C’era allora l’idea che azioni come l’atto sessuale con un minore tutto sommato non fossero così perverse: avevano anzi piena cittadinanza in una cultura che vedeva nella liberazione sessuale e nella battaglia contro i freni inibitori un imperativo morale e un segno di civiltà. Questo ha influito – soprattutto in paesi molto esposti a questo tipo di contagio culturale – sui modi adottati dalla gerarchia della Chiesa nell’affrontare il problema, quando questo si poneva.

Vuol dire modi molto blandi?

Sì. Come un eccesso compiuto in famiglia, qualcosa che poteva o doveva essere sostanzialmente sopito invece che troncato in modo inesorabile. Ecco il perché di una tolleranza così ampia nel perseguire questi fatti.

Secondo lei che cosa rappresenta questo scandalo per la Chiesa di oggi?

Una prova di purificazione. Joseph Ratzinger, prima da cardinale e poi da papa, ha sempre visto bene l’elemento essenziale di queste colpe e come queste devono essere affrontate. Ha parlato di «sporcizia» nella chiesa. Che come tale è ancor più grave se impersonata da coloro che rivestono l’ordine sacro del sacerdozio, e che dovrebbero essere persona Christi, immagine di Cristo vivente. La risposta alla sporcizia è una grande purificazione.

Dunque Benedetto XVI non si è fatto cogliere impreparato?

No. Questo papa dà prova da tempo di un decisa opera di contrasto a questi comportamenti e di richiamo della Chiesa intera a un approccio penitenziale là dove ci sono stati. Sta facendo un lavoro molto energico di risveglio degli episcopati nazionali. Essi devono prendere coscienza della gravità di questi fatti, che sono azioni imputabili a persone precise, ma che proiettano la loro ombra sulla Chiesa intera.

Come valuta il recente discorso del papa sul sacerdozio al convegno organizzato dalla Congregazione per il clero?

Il papa ha ribadito il grande valore del celibato. Comunque mi lasci rilevare un fatto curioso: tutti coloro che minimamente si occupano del fenomeno pedofilia sono concordi nel dire che il celibato non c’entra proprio nulla. Tant’è vero che il reato è compiuto statisticamente da un numero nettamente più alto di persone sposate o che comunque hanno rapporti sessuali con donne.

Invece ogni volta che la polemica si riaccende su questi fatti, c’è la richiesta di ripensare la disciplina del celibato.

È un mantra che si accompagna a quelle istanze progressiste di riforma che ho ricordato. Si continua a ripetere che il celibato non è un dogma, ma anche Benedetto XVI lo sa benissimo. Non fa parte del dogma, è vero, ma non è nemmeno campato in aria. È qualcosa di profondamente radicato nella Chiesa dei tempi apostolici, e si è esplicato nel corso della storia della Chiesa in forme evidenti di continuità assoluta. Il celibato, come ha detto il papa, «è autentica profezia del Regno». Il senso del celibato aumenta nelle epoche in cui è necessario mobilitare grandi risorse spirituali.

Si riferisce alla fase attuale di profonda scristianizzazione?

Sì. Benedetto XVI e prima di lui Giovanni Paolo II hanno capito perfettamente la drammaticità dell’ora presente, e l’esigenza assoluta che impegnati nel mondo ci siano pastori d’anime che hanno il celibato come carisma peculiare e specifico.

Barbara Spinelli, nel suo editoriale su La Stampa «Vaticano il male nascosto» ha ricondotto lo scandalo alla «scarsa ambizione, all’energia spenta della parte ritenuta buona». Nella Chiesa di oggi si discute di tutto, nota, ma non della persona di Cristo. Per farlo «in fondo non c’è bisogno d’altro che della Scrittura».

Personalmente non condivido nulla di quel giudizio. È la rappresentazione, quasi da manuale, di uno spirito neomodernista per cui l’unica vera Chiesa che conta è quella spirituale. E infatti cita Il Vangelo basta di Alberto Melloni e Giuseppe Ruggieri. Sono i moderni nipotini di Gioacchino da Fiore e sognano una nuova età dello spirito dalla quale bisogna buttare a mare tutto ciò che è istituzione, tradizione, corpo della Chiesa. La Chiesa che vediamo è una cappa che imprigiona lo spirito e lo spirito attende di essere liberato.

La Chiesa deve lavare i panni in casa sua o affidarsi alle indagini della magistratura?

La Chiesa i panni in casa sua deve lavarli comunque. Non dimentichiamo, però, che non deve purificarsi solo dei peccati sessuali: la Chiesa è il luogo del perdono di Dio e la sua missione è quella di lavare tutti i peccati del mondo. Ma il perdono di Dio scende su chi in qualche modo si mette la cenere sul capo. La Chiesa perdona i peccati, al tempo stesso Cesare deve fare la sua parte. Le vittime di questi anni, come possono e devono denunciare alla Chiesa i responsabili, possono e devono denunciarli anche al foro civile. Certamente la Chiesa non ha nessuna obiezione a che questo avvenga.

Federico Ferraù – Intervista a Sandro Magister – Tratto da IlSussidiario.net

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ELLA-ONE: PILLOLA ABORTIVA O ANTICONCEZIONALE?

Sta per irrompere sul mercato italiano EllaOne la pillola dei cinque giorni dopo.

Spacciata per anticoncezionale d’emergenza, EllaOne sarà un nuovo rimedio per impedire una gravidanza indesiderata entro 120 ore da un rapporto sessuale potenzialmente fertile.

Vediamo di cosa si tratta esattamente. Questa pillola contiene una molecola che si chiama ulipristal acetato, un antiprogestinico di seconda generazione. Per i profani è sufficiente sapere che quel composto sintetico si lega ai recettori del progesterone (ormone prodotto dalle ovaie) esattamente come la pillola abortiva RU486. L’azione del progesterone è fondamentale per l’iniziale sviluppo della gravidanza poiché prepara l’utero ad accogliere l’embrione ed EllaOne, legandosi appunto ai recettori di quell’ormone ne inibisce l’azione. Poiché, quindi, contrasta l’annidamento dell’embrione, quella pillola svolge in realtà un’azione intercettiva-abortiva. E non contraccettiva. Non è un caso, infatti, che i primi studi sulla EllaOne siano stati realizzati proprio confrontando la sua azione con quella della RU486.

E’ interessante anche analizzare la differenza tra EllaOne e la cosiddetta “pillola del giorno dopo”, ovvero la contraccezione a base di levonorgestrel.

Il più rilevante tratto distintivo si riferisce al periodo di assunzione dei due prodotti.

Mentre il levonorgestrel, infatti, deve essere assunto entro 72 ore, la posologia di EllaOne prevede un arco temporale maggiore, ovvero un’assunzione entro le 120 ore (5 giorni). Peccato, però, che nella fisiologia della riproduzione, l’embrione a cinque giorni dal concepimento sia già in utero per annidarsi.

Più interessante appare la correlazione tra EllaOne e la RU486.

Entrambe le molecole, infatti, appartengono al gruppo degli antiprogestinici, i quali svolgono la loro azione inibitoria dell’annidamento dell’embrione. La farmacodinamica dell’ulipristal acetato è, peraltro, pressoché identica a quella del mifepristone (Ru486).

Parole complicate per dire che si sta spacciando per contraccettivo un prodotto che, invece, ha effetti abortivi. Tutto regolare? Non direi proprio.

Com’è noto, la Direttiva europea 2005/29/CE dell’11 maggio 2005, relativa alle pratiche commerciali sleali tra imprese e consumatori nel mercato interno, prevede una severa disciplina in materia. E l’Italia è stato il primo Paese dell’Unione a recepire integralmente quella direttiva, attraverso il Decreto Legislativo 2 agosto 2007, n. 146, il cui art.21, primo comma, lett. a) e b), espressamente prevede che debba considerarsi ingannevole una pratica commerciale non solo quando contiene «informazioni false» ma pure quando «in qualsiasi modo, anche nella sua presentazione complessiva, inganni o possa ingannare il consumatore medio», e ciò «anche se l’informazione è di fatto corretta». L’inganno deve riguardare «l’esistenza o la natura del prodotto», ovvero «le caratteristiche principali del prodotto», quali, tra l’altro, «la composizione», «l’idoneità allo scopo» ed i «risultati che si possono attendere dal suo uso».

EllaOne, come si è visto, agisce impedendo il proseguimento dello sviluppo dell’embrione, giacché rende impossibile il suo annidamento nella parete uterina. Non si tratta, dunque, di un effetto contraccettivo bensì di un meccanismo prevalentemente abortivo qual è quello antinidatorio, che si estrinseca dopo l’avvenuta fecondazione, quando è già iniziato il processo di sviluppo di una nuova vita umana.

Sul punto, lo stesso Prof. Baulieu – padre della pillola abortiva RU486, e quindi insospettabile sotto il profilo bioetico – ha affermato che «l’interruzione della gravidanza dopo la fecondazione può essere considerata alla stregua di un aborto» (Il Punto sulla RU486, in «JAMA ed. italiana», 1990, 2,12).

Anche la logica, del resto, vuole la sua parte. Dal punto di vista etimologico il termine “contraccezione” deriva dall’inglese contra-conception e sta ad indicare l’attività volta ad impedire la concezione, la fecondazione. Ora come può EllaOne pretendere, logicamente, di impedire qualcosa che in realtà è già avvenuto, ovvero la fecondazione? Dopo il concepimento, in realtà, non si è più nell’ambito della contraccezione ma in quello contragestazione, cioè dell’attività che contrasta la gestazione. Impedire l’annidamento significa impedire lo sviluppo di una vita già iniziata.

Sempre in tema di logica, è interessante notare che il punto 4.1 delle istruzioni per l’uso di EllaOne, relativo alle «indicazioni terapeutiche», includa tra i casi in cui assumere la pillola anche la «contraceptive failure», ovvero l’ipotesi di mancato funzionamento di un contraccettivo. Come si può, quindi, logicamente immaginare che il rimedio al fallimento di un contraccettivo possa essere un altro contraccettivo? Alla “contraceptive failure” non può che seguire un’azione contragestatoria, ovvero abortiva.

Ora, da quanto fin qui evidenziato, risulta evidente che presentare EllaOne come un contraccettivo d’emergenza anziché come un prodotto abortivo, rappresenti una grave manipolazione semantica, tale da integrare una vera e propria pratica commerciale ingannevole, in palese violazione dell’art. 6, primo comma, lett. a) e b) della Direttiva 2005/29/CE, e dell’art.21, primo comma, lett. a) e b) del Decreto Legislativo 2 agosto 2007 n.146, violazione sulla quale, peraltro, dovrebbe intervenire l’Autorità Garante della concorrenza e del mercato.

Né si può tacere sulla natura e sull’oggetto dell’inganno. La posta in gioco, in realtà, assume rilievi non indifferenti di natura morale, etica, filosofica, culturale. Usare un contraccettivo non è come abortire.

Per questo l’informazione deve essere chiara e obiettiva, affinché una donna possa acquisire la piena consapevolezza della sua scelta e sappia che qualora opti per l’uso della pillola EllaOne non sta evitando un aborto. Lo sta praticando.

di Gianfranco Amato

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PATATE O BAMBINI?

Invece dei bambini abortiti a milioni, molti quotidiani ( Corriere della sera, Repubblica, Libero, Stampa, Messaggero, Riformista, Manifesto, mercoledì 3) hanno messo in prima pagina le patate transgeniche: nessuno sembra essersi accorto che a Bruxelles l’Istituto di Politica Familiare aveva presentato il suo annuale rapporto demografico con uno studio su «L’aborto in Europa», di cui ha dato notizia solo Avvenire.

Si sa, ai giornali piace raccontare non la normalità delle cose, ma i fatti straordinari. Hanno ritenuto, evidentemente, che 2.863.649 aborti praticati e censiti in un anno in Europa (solo quelli ‘ufficiali’: più di 7.800 al giorno, 327 ogni ora, uno ogni 11 secondi) costituiscano l’ordinarietà della vita nel Vecchio Continente; e che l’aborto, divenuto ormai la principale causa di morte (peggio del cancro e dell’infarto; in dodici giorni più dei decessi per incidenti stradali di un intero anno), sia, insomma, un avvenimento normale e trascurabile.

D’altronde nel mondo del femminismo è ormai pacifico che l’aborto volontario costituisce nemmeno più un «trauma» o «una sconfitta», bensì nient’altro che (letteralmente) «un momento» o «un aspetto fisiologico della vita femminile». È questo ciò che fa più paura. Invece di chiedersi che cosa succede quando si uccidono milioni di speranze del futuro, la ‘grande stampa’, il giornalismo di successo, quello che si preoccupa del gossip , cioè del pettegolezzo telefonico degli uomini del potere, si chiede «se l’uomo si fa del male» con le patate ogm o indaga su «il Paese dei figli di papà» (Repubblica, stesso giorno), ma non sui figli di mamma buttati nel lavandino; o se davvero Dell’Utri possiede il capitolo scomparso di ‘Petrolio’ di Pasolini ( La Stampa ) e censurano le notizie sulla moderna strage degli innocenti: questo – dicevano (mercoledì 3) dodici pagine speciali di Repubblica – è «Tempo di benessere, è l’ora della vacanza­relax ». Che se ne senta il bisogno, per non vedere l’assedio di quei piccoli fantasmi che, a milioni, si aggirano per l’Europa?

Piergiorgio Liverani – Tratto da Avvenire.it

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ABORTO: ECATOMBE EUROPEA

Con 2.863.649 aborti praticati e censiti ogni anno in Europa, di cui 1.207.646 nella sola Ue, nel Vecchio Continente l’aborto sta diventando la principale causa di morte. Più del cancro, più dell’infarto, e in 12 giorni viene soppresso un numero di embrioni pari a quello dei morti in incidenti stradali lungo l’intero anno. A sottolineare il peso che il fenomeno ha sulle società europee potrebbero bastare le nude cifre, che sono in aumento in numerosi Paesi, la Spagna in prima fila.

Ma dalle cifre dello studio «L’aborto in Europa e in Spagna» presentato ieri a Bruxelles dallo spagnolo Istituto di politica familiare (Ipf) si ricavano indicazioni che impressionano su vari piani: sulle tendenze in atto, sul loro impatto anche demografico per cui il numero degli aborti coincide con il deficit demografico dell’Ue, su quel che esse segnalano in termini di evoluzione complessiva nelle nostre società nei confronti di valori fondamentali.

E sulla cadenza incalzante degli aborti praticati nel nostro continente: uno ogni 11 secondi, 327 ogni ora, 7486 al giorno. Il tema del rispetto dei valori nella società europea è stato al centro della conferenza stampa in cui, nella sede dell’Europarlamento, è stato illustrato lo studio dell’istituto spagnolo. Aprendo la riunione Jaime Mayor Oreja, capo della delegazione spagnola nel gruppo parlamentare del Ppe, ha osservato che «la manifestazione più crudele della crisi dei valori è il diritto all’aborto».

Con questa espressione non aveva bisogno di chiarire quanto allarme abbia destato tra i Popolari il voto con cui il 10 febbraio scorso l’Europarlamento ha approvato su proposta di un socialista belga una risoluzione sulla parità di diritti tra uomini e donne in cui si legge che alle donne dovrebbe essere garantito «il controllo dei loro diritti sessuali e riproduttivi, attraverso un accesso agevole alla contraccezione e all’aborto», e che esse «devono godere di un accesso gratuito alla consultazione in tema di aborto», nel quadro di un generale impegno dei governi a «migliorare l’accesso delle donne ai servizi della salute sessuale e riproduttiva e a meglio informarle sui loro diritti e sui servizi disponibili».

Il vicepresidente del Parlamento europeo Mario Mauro ha approfondito il tema dei valori citando Benedetto XVI sui pericoli del fondamentalismo e del relativismo: e annoverando tra le sue conseguenze la diminuzione del numero dei matrimoni e delle nascite. «Le cifre del relativismo – ha detto – sono le cifre della decadenza del nostro continente, del fallimento dei governi europei» che tra l’altro continuano a dedicare alla politica della famiglia solo una piccola parte delle spese sociali che nell’Ue assorbono un 28% del prodotto interno lordo.

«Il legame tra aiuti prestati alle famiglie e numero delle nascite è chiarissimo», ha insistito Mauro condannando le tendenze che puntano a «un nuovo concetto di famiglia, che non è famiglia», e a fare dello Stato di diritto una sorta di «supermercato dei diritti». Il presidente dell’Ipf, Eduardo Hertfelder si è poi soffermato sulle preoccupazioni che si acuiscono per la tendenza sugli aborti nel suo Paese, la Spagna.

Franco Serra tratto da Avvenire.it

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ABORTO IN TEMPO REALE SU TWITTER

Nei social network passa davvero di tutto. Persino l’accurata descrizione in diretta di un aborto praticato con la pillola RU486. L’autrice dell’allucinante trovata è Angie Jackson, una ventisettenne americana, che ha deciso di condividere su Twitter questa sua esperienza, col fine dichiarato di voler «sdrammatizzare» l’aborto. La donna, peraltro, si sente particolarmente orgogliosa di far parte della schiera degli antiteisti, coloro, per intenderci, che a differenza degli atei non si limitano a non credere in Dio ma combattono in maniera attiva e, a volte, aggressiva la stessa idea di divinità.

Quando lo scorso 13 gennaio Angie Jackson si è accorta della sua gravidanza indesiderata, non ha esitato a farlo sapere ai suoi 800 “amici” virtuali, attraverso un messaggio lapidario: «Pregnant!». Da quel momento il numero dei fan è raddoppiato. Tre settimane dopo, la Jackson decide di interrompere la gravidanza optando per la pillola abortiva RU486 invece di ricorrere all’intervento chirurgico. Da qui l’idea di rendere pubblica questa tragedia personale attraverso quella inquietante dimensione immateriale che si chiama cyberspazio.

Così, “antitheistangie” (Angie l’antiteista) – questo è lo username della donna – lo scorso 21 febbraio inizia a postare su Twitter: «I crampi cominciano ad aumentare». Qualche ora più tardi comunica: «Ora inizio decisamente a perdere sangue». E via descrivendo fino ai più raccapriccianti dettagli. Quello che la donna non aveva immaginato, però, erano gli inevitabili rischi legati al fatto di essersi esposta al giudizio pubblico. Le critiche per quella demenziale iniziativa, infatti, sono piovute a centinaia, rasentando, in alcuni casi, persino l’invettiva.

E non si è trattato soltanto di antiabortisti. Ciò che, però, mi ha maggiormente stupito è stata la reazione della Jackson. «Forse sono stata ingenua» ha ammesso la fiera antiteista, dichiarandosi «attonita» per il livello di livore manifestato da tante persone nei suoi confronti. In realtà, la combattiva Angie non poteva non immaginare quello che sarebbe successo, per cui la sua asserita “ingenuità” convince poco. Sarebbe troppo facile, quindi, liquidare questa storia come la semplice azione di una squilibrata.

Senza scomodare la psicoanalisi junghiana, credo che quanto successo potrebbe scaturire da qualcosa di più profondo. Forse la scorza spavalda dell’ideologia ha nascosto, in realtà, la comprensibile fragilità umana di quella donna di fronte alla tragedia dell’uccisione del proprio figlio. L’ostentato ateismo, la pretesa di combattere una battaglia per demistificare l’aborto, il linguaggio smaccatamente spavaldo e fuori luogo, probabilmente non hanno rappresentato altro che il disperato e patetico tentativo inconscio di sconfiggere la solitudine.

Sì, questa è la parola chiave: solitudine. Una condizione che non corrisponde al desiderio originale dell’uomo e che rappresenta il contrario della vita affermata come fattore positivo, pieno di ricchezza e significato. Di fronte alla tragedia della soppressione di un figlio, Angie Jackson è sprofondata nell’angoscia silenziosa del buio e della notte, in quella disperata solitudine che, Vladimir Nabokov, nel suo romanzo Fuoco Pallido, rappresenta come «il campo da gioco di Satana».

Da qui la ricerca disperata di aiuto, inconsciamente urlata nel mondo virtuale e senza confini della rete. Così ho interpretato le parole di Angie Jackson che, a mio parere (ma è solo un’impressione personale non una diagnosi psicologica), potrebbero rappresentare la vera motivazione di quel gesto apparentemente insano. «Dal punto di vista emotivo», ha infatti confessato la donna, «mi sono sentita di agire così apertamente e con il supporto morale dei miei amici, perché solo in questo modo tutto è stato più facile».

Questa è la prova, qualora ve ne fosse bisogno, di quanto siano devastanti gli effetti psicologici dell’aborto “fai da te”, di quella pillola RU486 che fa ripiombare la donna sola di fronte alla tragedia dell’interruzione di una gravidanza. Proprio ciò che la Legge 194/78 voleva combattere.

Questo è lo scenario a cui, purtroppo, potremmo assistere nel nostro Paese, qualora le Regioni optassero per la scorciatoia del Day Hospital, anziché, come prevede la legge, il ricovero e l’assistenza ospedaliera. Che questa rischi, peraltro, di essere la fine che ci attende, lo dimostra l’autorevole vaticinio del guru Umberto Veronesi: «Io credo che non sarà più necessaria, in futuro, alcuna forma di ospedalizzazione».

Il grande luminare milanese preferisce, infatti, che le donne abortiscano da sole e chiuse nell’angusto spazio del bagno di casa propria. Le femministe, ovviamente, tacciono indifferenti all’angosciante situazione umana in cui verrebbero a trovarsi le donne che decidono di ingoiare la RU486. Non tutte avranno il coraggio di chiedere aiuto.

Magari nel modo volgare e dissennato di Angie Jackson. Molte saranno costrette a macerare in silenzio il proprio infinito dolore, avvolte dalla gelida coltre della solitudine, che mai come in questo caso apparirebbe per quello che davvero è. Il campo da gioco di Satana.

di Gianfranco Amato (Sussidiario.net)

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PRIORITA’ ITALIANE: IL DIVORZIO BREVE

Lentamente ma inesorabilmente, nota La Stampa, in commissione Giustizia alla Camera avanzano le proposte per il cosiddetto divorzio breve, per il quale si prevede “di arrivare a un testo unico su cui raggiungere un accordo entro aprile”. Si tratta di iniziative bipartisan, dal momento che tra i promotori di quella che definiscono essi stessi “semplificazione” ci sono deputati Pdl. Dunque, altro che processo breve, altro che semplificazione legislativa (chi le ha più viste?): brevità e semplicità sì ma per il marito e la moglie che intendano diventare ex davanti alla legge e alla società.

È necessario? È indispensabile? È prioritario? È giusto? Abbiamo un Parlamento che fatica moltissimo a legiferare su temi cruciali epperò non si fa mancare nulla quanto a faccende che giacciono in fondo ai cassetti. Negli anni sono stati annunciati piani e progetti di ogni genere, dalla casa al lavoro alla formazione alle imprese alla giustizia al fisco, e si è visto ben poco. La vita politica nazionale vive sotto l’impulso di un roboante, perenne “effetto annuncio”.

Si ricorderà come dopo il “family day” di piazza San Giovanni due anni fa fosse scattata una fantasmagorica gara tra chi avrebbe maggiormente protetto e tutelato le famiglie, in quanto da tutti riconosciuto soggetto fondamentale e indispensabile di ogni aspetto della vita sociale, dall’educazione al welfare. Interminabili discussioni su quozienti familiari e sostegno alle mamme lavoratrici, coraggiose esaltazioni del sistema francese, impegni solenni circa incentivazioni a giovani coppie. Ne è restato poco o nulla.

Oggi nel Parlamento dalla memoria corta sperano di abbreviare i tempi del divorzio, per essere naturalmente “in linea con l’Europa” – mai che dal nostro caro vecchio continente riusciamo a prendere qualcosa di buono. Lo registriamo con mestizia e rassegnazione, sapendo che non è questo il primo né l’ultimo dei fendenti impartiti sul “nucleo fondante della società”. Una istituzione che occorre ulteriormente “modernizzare” (e sappiamo bene cosa questo significhi), anche perché, dicono i relatori dei vari disegni, le cause di separazione “intasano i tribunali”, dal momento che quasi un matrimonio su tre finisce davanti al giudice (sarà poi vero?). Così siamo al paradosso: l’unica strada per salvare la giustizia è la rapida dissoluzione della famiglia.

Di Roberto Fontolan

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IL FIGLIO STUPRA? E’ INNOCENTE, COLPA DEI GENITORI

Se il figlio stupra, la colpa è dei genitori. Benvenuti nel mondo degli incolpevoli. Così l’amministrazione della giustizia ammicca allo “Stato totale”. Il quale tende sempre a possedere il monopolio dell’idealee della coscienza morale

La scorsa settimana le cronache hanno dato ampio risalto alla sentenza dei giudici milanesi che hanno condannato a un risarcimento di 450 mila euro i genitori di un gruppo di adolescenti resisi responsabili di uno stupro di gruppo.

Secondo la sentenza sono mamma e papà i principali colpevoli dell’accaduto in quanto «non hanno dato ai loro figli una educazione dei sentimenti e delle emozioni». Questo pronunciamento della corte milanese rappresenta un indubbio passo avanti verso il Mondo Nuovo descritto da un romanzo del danese Henrik Stangerup.

Ne “L’uomo che voleva essere colpevole” un uxoricida impazzisce alla fine del suo lungo e vano tentativo di essere riconosciuto colpevole della morte di sua moglie. Lui è un assassino e cerca di espiare il proprio delitto. Ma nessuno lo riconosce come tale. Non c’è nessun esperto, poliziotto, giudice, disposto a credere alla pura, semplice e provata realtà che quell’uomo è colpevole. Anche il delitto è ormai socializzato. Per ogni crimine, anche il più turpe, esiste sempre una spiegazione e una responsabilità a monte dell’individuo. Una spiegazione e una responsabilità di ordine storico e sociale. In effetti, in una società postcristiana che in accordo con Antonio Gramsci considera l’essere umano come “un processo, un prodotto storico”, cos’è mai la libertà, la responsabilità e perfino il delitto? Sono l’esito, definito dallo Stato, di antecedenti storici e sociali. è così che anche l’amministrazione della giustizia ammicca allo “Stato totale”. Il quale non si rassegna mai al mero esercizio del “monopolio della forza legittima”.

Ma tende sempre a produrre e a possedere il monopolio dell’ideale e della coscienza morale. E sopra a ogni cosa, di quella cosa che, giusto per cascame cristiano, chiamiamo ancora “persona umana”.

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