TE DEUM

di Rino Cammilleri

C’è qualcosa di magnifico ma anche di terribile in questo antichissimo canto con cui la Chiesa loda l’Onnipotente e Gli rende grazie in occasione di eventi particolarmente importanti. E quando un anno si conclude. Tanto magnifico e terribile, questo inno, che non hanno osato rinunciarvi neppure i più feroci anticlericali. Napoleone, per esempio, non se ne perse uno, arrivando a minacciare di morte il clero se non gliel’avesse eseguito in pompa magna. Il Piemonte delle leggi eversive metteva in carcere i vescovi che si rifiutavano di intonarlo per protesta. Perfino Garibaldi, il più fanatico dei mangiapreti, pretese il solenne Te Deum, e più di una volta.

Bisogno di ingraziarsi le plebi superstiziose e legate alla religione? Voglia di legittimarsi come «liberatori» e «purificatori» della Chiesa? Sì, c’era anche questo, come nel caso del generale Championnet e la sua pistola puntata alla testa dell’arcivescovo di Napoli affinché il sangue di San Gennaro si sciogliesse pure davanti agli invasori francesi. Ma nessuno mi toglie dalla capoccia che c’era anche un fondo di ancestrale terrore del divino, una di quelle emozioni che niente come la musica è capace di far salire dal profondo dello stomaco.
E, tra i canti sacri della tradizione cristiana, se ce n’è uno in grado di far tremare il cuore è il possente Te Deum. Quelle note, sgorgate nella magnificenza del gregoriano, in qualche modo evocano il Giudizio, la sentenza finale di quel Maestro che, scaduto il tempo, ritira il compito e lo valuta: sufficiente o insufficiente.

La vita è infatti un compito, anche se molti cercano di convincerci che sia solo un giocattolo (il quale, se ti va bene ci giochi, sennò lo butti via). E la valutazione finale, senza possibilità di appello, prevede una sola alternativa di voto: buono, non buono. Uniamoci anche noi, nel finale di quest’anno, al canto di ringraziamento che la Chiesa eleva da sempre al suo Creatore. Uniamoci anche se siamo stonati. Anche se quest’anno non è stato dei migliori, perché il Signore non permetta di peggio (al quale, com’è noto, non c’è mai fine). Finché non si realizzi la Beata Speranza e venga, finalmente, il Suo Regno.

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L’ITALIA: TRA DE SICA E PLATONE

di Marina Corradi

L’ultimo film di Christian De Sica ha incassato tre milioni di euro in un solo giorno, e a Roma è proiet­tato in oltre la metà delle sale. Un film volgare? Al Corriere l’attore risponde che i film d’autore fanno incassi pe­nosi, e che un film di Natale come il suo è «lo specchio dell’Italia» di oggi. Al di là della vicenda particolare, l’af­fermazione colpisce. Per prima co­sa, perché occorre riconoscere che c’è del vero.

Gli ammiccamenti, le pa­rolacce di un film di grande cassetta non sono in realtà peggiori di quan­to si sente all’uscita di una qualun­que scuola, o in un talk show televi­sivo. È vero, c’è un involgarimento collettivo che è prima che nelle pa­role nello sguardo, nella morbosità con cui per esempio si scrive, e si leg­ge, dei vizi altrui, spiati con avidità. Quasi un compiacimento nell’indu­giare su ciò che è greve; il gusto di un cinismo sorridente che ama i doppi sensi, l’ammiccamento, in un sot­tintendere che così fan tutti, e chi non ci sta è un illuso. Certo, quello «specchio d’Italia» man­ca di tante cose silenziose che rara­mente passano in tv: affetti, lavoro, solidarietà, carità, individuali co­scienze che resistono a questo im­barbarimento collettivo.

E tuttavia non si può negare che tra l’Italia del dopoguerra e questa c’è un tale salto di costume e linguaggio, che chi è vec­chio, e ricorda, ne è spaesato. Ma quel dire che così è l’Italia, sot­tintendendo che dunque bisogna dar­le ciò che le somiglia, colpisce anche per una tristezza che ne viene. La vol­garità vende, dunque si va incontro alla richiesta del mercato. Senonché quel mercato siamo noi, un Paese, i nostri figli. A cui vorremmo lasciare qualcosa di meglio che le battute dei cinepanettoni. Perché dietro a quelle risate c’è ben poco. Perché andiamo al cinema o accendiamo la tv per di­strarci, la sera; ma anche con la ma­gari non riconosciuta attesa di vede­re qualcosa che ci dia una speranza. Di riconoscere, perfino fra le righe di una storia dolorosa o terribile, un sen­so buono, che valga anche per noi. Le fiabe che si raccontano ai bambini hanno sempre un lieto fine – e se non ce l’hanno, i bambini ci restano ma­lissimo. Siamo un po’ bambini anche noi.

In un film, in un libro, magari ac­canto al realismo più crudo, vorrem­mo trovare almeno qualcosa di bello, o una faccia buona. Per non uscire più sfiduciati di quanto eravamo prima. E dunque, può essere che in molti sia­mo come gli italiani allegrotti dei ci­nepanettoni. Però, se ci raccontasse­ro ogni tanto qualcosa di bello. Non agiografie, o buonismi. Se ci venisse mostrata una bellezza: qualcosa che appassiona e sveglia una tensione, u­na domanda. Incontrando gli artisti un mese fa Benedetto XVI ha ricor­dato Platone: secondo il quale la fun­zione essenziale della bellezza « con­siste nel comunicare all’uomo una sa­lutare scossa che lo fa uscire da se stesso, lo strappa alla rassegnazione». La bellezza risveglia, e mette in mo­to.

Come in un bellissimo film di tre anni fa, ‘ Le vite degli altri’ di Florian Henckel von Donnersmarck, dove un agente della polizia segreta della Ddr passa i suoi giorni a spiare e intercet­tare dei sospetti dissidenti. Ma pro­prio le loro speranze e la loro tensio­ne lo contagiano. L’agente non li de­nuncia, e abbandona il suo lavoro di aguzzino. Si sarebbe ben potuto fare un film semplicemente sulla crudeltà degli uomini della Stasi. Sarebbe stato rea­lista. Ma la storia della spia commos­sa dalla bellezza è ancora più realista: è la realtà, attraversata da una spe­ranza. Ciò che in fondo tutti doman­diamo. ( E quanto a successo non è andata male: Oscar per il miglior film straniero. La bellezza, gli uomini la ri­conoscono ancora).

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UOMINI GRAZIE AD UN BAMBINO

Quando la sera torniamo a casa stanchi e appesantiti dalle preoccupazioni della giornata, spesso ci corrono incontro a braccia aperte i nostri bimbi. Così fa Dio. Per rendersi familiare ad ogni uomo, è divenuto bambino. I Padri della Chiesa arrivavano a dire: “Dio si è abbreviato”, taluni usavano addirittura un verbo in cui l’“abbreviarsi” è legato all’“impoverirsi”. Dio, l’Onnipotente, si è impoverito, si è abbassato, per imparare la nostra lingua di creature.

E forse oggi, più che mai, il mondo avverte la pungente nostalgia di Dio. «Stanco e disfatto è il mondo –  scrive Chesterton – ma del mondo il desiderio è questo». L’annuncio del Natale incontra il gemito di questo desiderio.

Sempre nella storia dell’Occidente i momenti di passaggio, e quindi di maggior travaglio, hanno fatto emergere le questioni decisive. Osserva Sant’Ireneo: «Il Verbo di Dio pose la sua abitazione tra gli uomini per abituare l’uomo a comprendere Dio». È la ragione per cui – insiste Ireneo – «Dio manifesta se stesso negli uomini». Non c’è alcun antagonismo tra Dio e l’uomo se questi resta nell’amore di Lui. In questo rapporto col Dio che si è reso familiare ognuno di noi e tutta l’umanità può solo progredire.

Il Bambino Gesù risveglia le nostre domande più vere, quelle che normalmente lasciamo seppellite sotto la distrazione, e accende in noi la speranza. La sua umiltà ci conquista e diventa richiesta di semplicità. Chi di noi non sente, nella propria vita, il bisogno di una grande semplificazione? In tutti c’è l’urgenza di tornare all’essenziale, a ciò che conta davvero e ci fa respirare, liberandoci sia dall’affanno di un consumismo malaugurante (si dovrebbe usare la parola osceno, che ha proprio questo significato), sia da stili affettivi complicati, ambigui, spesso menzogneri, che fanno soffrire l’altro, non fanno vivere un amore che libera, ma spingono verso un amore che lega.

Dio, in Gesù Bambino, non solo “si è abbreviato”, fino a rendersi “visibile agli occhi, palpabile alle mani, portabile sulle spalle”, ma ha dato la vita per noi per coinvolgerci nella dinamica della Sua donazione.

È solo per la carità sconfinata di Dio nei nostri confronti che noi possiamo sperare di diventare capaci di «tessere reti di carità», come dice il Papa nella Caritas in veritate. E la carità ha un orizzonte di 360 gradi. Si estende dalla doverosa condivisione con coloro che sono nell’indigenza e nella miseria (il cui numero, in questo tempo di crisi, è in continua, preoccupante crescita) alla difesa del primato irrinunciabile degli uomini del lavoro dignitosamente concepito, fino alla passione per l’edificazione del bene comune nell’impegno politico diretto. Instancabile nel far prevalere, sempre e comunque, le ragioni della philìa (amicizia civica) su quelle del conflitto.

Natale è la festa dell’innocenza e perciò della pace. Il Dio nato a Betlemme è la pace stessa. Ce lo insegnano i più piccoli (non solo di età), i malati, i sofferenti con il loro abbandono fiducioso che si aspetta tutto non da ciò che possiedono, ma da ciò che ricevono. La testimonianza di Gesù, l’Innocente per eccellenza, imitata dai martiri, è offerta totale di sé («svuotò se stesso», dice Paolo) a noi uomini affinché vivendo relazioni buone favoriamo in tutti la pratica del bene.

L’Onnipotente che si è fatto Bambino ha la forza di dare pienezza all’umano: «La Sua natività purificò la nostra» – scrive San Bernardo – «la Sua vita ammaestrò la nostra, La Sua morte distrusse la morte nostra». Dalla traboccante gratitudine per questo dono sgorga l’audacia della nostra speranza. Da qui attingiamo l’energia per stare dentro ogni rapporto senza accettarne la scontatezza, senza rendere il pregiudizio cronico. Egli ci apre alla possibilità di pacificare anche i rapporti più conflittuali. Fa fiorire l’affezione verso noi stessi e verso tutti i nostri fratelli uomini. Nel Natale Gesù ci visita per donarci la vita di Dio!

del Patriaca Angelo Scola

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IN RICERCA DELLA FORESTA

Oggi sono andato alla ricerca di sguardi capaci di rinvigorirmi con la gentilezza di una foresta, ma ho trovato solo ciarpame secco.
Ho scrutato le movenze degli uomini per piroettare nelle estasi della loro danza, ma non ho uito alcuna musica.
Ho auscultato il cuore delle donne pronto a perdermi nell’abisso del sentimento, ma mi sono imbattuto solo in pozzanghere.
Abbiamo reso lo spirito flaccido e pigro, rendendolo incapace di un parto poetico, di una riflessione capace di spingersi oltre l’intellettualmente istruito.
Lo abbiamo sterilizzato con i mezzi di consumo, addomesticandolo con le accademie.
Abbiamo frantumato il vero sapere in specializzazioni autocefale, creando l’intellettuale, colto replicante impossibilitato al soffio di vita.
Ci siamo resi insensibili al colore favorendo il concetto, sgretolato la montagna per preferire l’astrazione, crocifisso l’estetica per un più comodo “de gustibus”.
Fra le pagine di un libro ho ritrovato una foglia autunnale d’acero messa lì da un me stesso molto più giovane. È bene essere saggi già in gioventù e conservare un poco di foresta in qualche scrigno di sè: viviamo in un’epoca barbara ed incerta, dall’anima astratta e monocromatica, incapace di giocare con le essenze dell’estasi.
Il cielo è divenuto cemento, così che siamo in grado di concepirlo solo secondo una scala di grigi.

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IL NATALE NON E’ UNA FAVOLA

Il Natale non è una favola per bambini.
Lo ha detto Benedetto XVI all’Angelus di questa domenica di vigilia. Nei giorni in cui le nostre città splendono di luci, e anche la neve, insieme a tanti problemi, ha portato nelle strade un candore da paese di Santa Klaus, la parola del Papa è netta, quasi brusca.

Nel mare dolciastro di Jingle bells che ci sommerge, quel dire netto: « Non è una favola » . Non una dolce leggenda da raccontare ai bambini, e in cui continuare a cullarsi poi, non più credendoci, per abitudine, da adulti. Non una vecchia cara fiaba cui si è affezionati, benché si sappia che è assolutamente irreale. Invece, il Natale è « la risposta di Dio al dramma dell’umanità in cerca di una vera pace » .
Parola quasi tagliente. E ci chiediamo se non sia particolarmente indirizzata a noi, ai credenti, piuttosto che ai ‘ lontani’. Perché la tentazione di confondere la memoria della Natività con la ‘ poesia’ del Natale, e i canti, e le tradizioni, e magari i teneri ricordi d’infanzia, è forte anche per i cristiani. Viviamo in un tempo sentimentale e furbo, che usa le note di Stille Nacht per farci comprare di più; implicitamente dicendoci che la festa è appendere un Babbo Natale alla finestra, fare regali e sentirci buoni; sentirci anche magari un po’ commossi, a mezzanotte, guardando i nostri bambini – loro che credono ancora alla favola, mentre noi, adulti, conosciamo purtroppo la realtà.

La sovrastruttura di tradizioni, di abitudini, di commercio che si è accumulata sul Natale è poderosa. Mentre i 2009 anni trascorsi da quel giorno sono un tempo immenso per gli uomini; un tempo che, da solo, basterebbe a circondare il più reale dei fatti dell’aura di una incerta leggenda. Ma, dice da sempre la Chiesa e lo ripete oggi Benedetto XVI, tutto invece è vero. Tutto è accaduto nella verità e nella carne. C’era una donna che aspettava un figlio, sfollata e senza casa con suo marito una notte in Palestina. Nessuno che aprisse la sua porta, e la stanchezza e la fatica nel portare quel ventre carico. C’era una grotta, un antro in cui quei due trovarono un estremo rifugio. Ci furono le doglie, e il parto, e poi un vagito – uguale, quel pianto, a quello di tutti gli uomini che vengono al mondo.
Ma il salto di audacia che ci viene chiesto – il coraggio e insieme l’umiltà di credere, con la semplicità di bambini – sta nell’accogliere la straordinaria, sbalorditiva novella: quel bambino è il figlio di Dio.

Verbum caro factum est.
Un Dio che si incarna in un uomo, l’infinito che si fa volto, mani, membra, povere ossa. Perché? Per misericordia al nostro destino, per essere accanto, in mezzo, fra gli uomini. Per portare insieme a loro il dramma del dolore e della morte, e condurli verso l’unica risposta che non sia disperazione, o non senso, o il nulla.

Quanto radicalmente reale è quel nascere esule, nella povertà, fra uomini distratti; venire al mondo senza avere nulla, già così annunciando che la vera vita non sta in alcun possesso. E paradossale è come questo evento così concreto e umile sia oggi avviluppato nell’aura del mito, colonizzato dal consumismo, snaturato nella leggenda nordica. Di modo che ci possano credere ormai solo i bambini, e forse nemmeno. O che, per crederci, occorra ritornare davvero i bambini: e attendere con audace certezza lo straordinario che accade, e taglia e ricomincia la Storia.

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LA PIU’ BELLA NOTIZIA

La notizia che arriva a Natale, la notizia che da un punto oscuro della Palestina continua a girare, si mischia, si è mischiata, si confonderà con mille e mille notizie. Il Natale per molti, forse per i più ormai è una ‘ non- notizia’. È una ricorrenza. Una cosa risaputa. Che a un certo punto deve arrivare e arriva. E porta con sé un corredo di cose di contorno anch’esse più o meno risapute.

Rituali, nel senso stanco del termine. Chi ha ridotto il Natale così? La più grande notizia in una non- notizia? Coloro che non vogliono che la notizia circoli. E anche coloro che non vogliono che l’uomo viva la domanda più radicale, il bisogno più radicale. Il bisogno più vero di tutti i bisogni indotti e utili a chi vuole trarre profitto dagli altri, o consenso dagli altri.

Perché quella di Dio che si fa carne è una notizia che fa venire un salto al cuore. Se uno ha voglia di Dio. Se uno desidera conoscere il destino. Se uno riconosce e non censura l’abisso di desiderio che ognuno porta addosso.

La notizia del Natale colpisce chi sa di aver bisogno di una buona notizia. Il Natale è la notizia della risposta di Dio all’eterna domanda dell’uomo. Ma se l’uomo non domanda più, o meglio se non prende più sul serio il proprio essere domanda, quella notizia si riduce a non- notizia, a rituale, a orpello un po’ ingombrante. A musichetta da carillon.

Così lo riducono coloro che sono contro Gesù, perché disturba i loro piani di profitto e di consenso. E coloro che sono contro la domanda radicale, sempre urgente, dell’essere umano a riguardo del suo destino, del senso della vita. Perché disturba la loro presunzione di sapere la risposta, di fornirla con le loro teorie e con i loro trucchi.

Tanto festeggiato anche perché tanto osteggiato. Si può dire così. Tanto infiocchettato quanto anestetizzato. Così da rendere la notizia una ricorrenza, una tradizione senza attualità, un’occasione per rituali buoni sentimenti. Invece che essere la risposta alla ferita. La risposta di Dio alla domanda che di più anima la vita degli uomini. La grande questione.

Ma gli uomini che sentono premere la domanda di senso, gli uomini che la prendono sul serio, che la riconoscono mentre amano, mentre si ammalano, mentre godono o mentre muoiono, e la rivolgono al cielo, e a tutto, ecco questi uomini guardano al Natale come alla notizia interessante. Alla notizia necessaria. Alla notizia sperata.

Finché ci sarà un uomo abitato dal desiderio di conoscere il segreto della vita, e finché ci sarà un uomo ferito e inquieto di fronte alle circostanze della sua esistenza, il Natale sarà una notizia.
Basterebbe un solo uomo. E invece ce ne sono miliardi. E il mondo si dividerà tra coloro per cui Natale è una notizia e coloro che vogliono ignorare quella notizia. O occultarla. Fin dall’inizio è stato così. Già di fronte alla notizia data la prima volta ci furono atteggiamenti diversi. Ci sarà sempre la tentazione di farla passare come una non- notizia. Come una invenzione, bella e pittoresca.
Qualcosa da non considerare. O un pericolo da controllare. Eppure, proprio un servizio televisivo trasmesso in questi giorni mostrava quanto molti stranieri che ora vivono in Italia apprezzano il Natale. Ne apprezzano la festa, la gioia e l’atmosfera. Perché il Natale è la notizia che molti cuori desiderano e ne riconoscono il gusto, anche senza conoscerne bene contenuti e rito. La vita è visitata dal suo destino, è abitata dal suo significato, incontrabile fisicamente e non più perduto in quel che Pasolini chiamava « un puro intuire in solitudine » .
La notizia di Dio che viene a rompere la nostra solitudine è la più grande notizia.

Sia che la festa possa accadere grande e appariscente, sia che accada piccola e celebrata come in tanti luoghi segretamente, questa notizia è la più grande notizia della storia.

di Davide Rondoni

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QUANDO IN POLONIA SPARIVANO I CROCIFISSI

In una mattina del dicembre ‘83, gli studenti dell’Istituto agrario di Mietne entrando nelle aule videro che dalle pareti erano sparite le croci. Nel complesso scolastico, fondato nel 1924 in questo paesino a circa 70 km da Varsavia, studiavano 600 studenti seguiti da una cinquantina di insegnanti. Già con l’introduzione dello stato d’assedio (1981) e la messa al bando del sindacato indipendente Solidarnosc, erano stati rimossi molti simboli religiosi.

Non era la prima volta che in Polonia accadevano fatti del genere. In precedenza, durante il “disgelo” (1956-57), i crocifissi erano tornati nei luoghi pubblici grazie a singole iniziative che sfruttarono la debolezza temporanea del sistema totalitario. Scomparvero di nuovo qualche anno dopo, per ritornare durante il breve periodo di attività legale di Solidarnosc (1980-81).

In quel fatidico dicembre il direttore dell’istituto, R. Domanski, su pressione delle autorità locali di Siedlce, dispose la rimozione delle ultime 8 croci. «I tempi dell’illegalità sono passati: la scuola è un’istituzione laica in cui non v’è posto per le croci». Così la direzione aveva giustificato il gesto, senza lontanamente prevedere il vespaio che si sarebbe scatenato. I rappresentanti studenteschi chiesero inutilmente spiegazioni al direttore, il quale dichiarò di non essere credente e che avrebbe fatto di tutto per tenere i crocifissi fuori dalla scuola.

Al canto di “Noi vogliam Dio”, i giovani si mobilitarono e riscossero il sostegno dei genitori e del clero della vicina cittadina di Garwolin. Qui il decano in un messaggio ai fedeli commentò sarcasticamente: «Oggi trovi il signor direttore di Mietne che in nome dello Stato socialista profana le croci, domani trovi un altro direttore, che […] ti entrerà perfino in casa a toglierti il crocifisso dalle pareti solo perché vivi in uno Stato socialista».

Se le autorità provinciali, invece di irrigidirsi su posizioni intransigenti, avessero dato retta alla polizia politica, che aveva definito “poco realistico” il modo in cui la direzione scolastica stava affrontando il problema, forse la “guerra delle croci” si sarebbe risolta rapidamente. Invece continuò il muro contro muro.

Il 29 dicembre il vescovo Mazur si rivolse alle autorità con una lettera in cui definì la rimozione delle croci un “gesto di intolleranza”, diseducativo per i giovani e pericoloso in quel periodo difficile della vita nazionale, a pochi mesi dalla fine dello stato d’assedio.

All’inizio del gennaio ’84 gli studenti iniziarono uno sciopero sui generis: senza danneggiare le aule o improvvisarsi rivoluzionari, alternarono la recita del rosario al silenzio assoluto prima delle lezioni e durante gli intervalli. L’eco della loro protesta si diffuse rapidamente in tutto il paese, superò i confini del campo socialista e finì sulla stampa occidentale. L’Istituto per la Memoria nazionale conserva gli archivi del Dipartimento IV del ministero degli interni con i rapporti sugli episodi di solidarietà spontanea: preghiere, appelli, raccolte di firme, volantinaggi, striscioni (persino con citazioni letterarie, come al liceo di Torun!). il cardinal Macharski commentò: «Abbiamo cresciuto persone capaci di dare testimonianza, forti e decise. Basta con Erode e Pilato».

Mazur scrisse di nuovo alle autorità, appellandosi alla Costituzione per ottenere il permesso di rimettere le croci «dove la Polonia studia e lavora»; egli fece intuire allo stesso tempo la possibilità di incitare dai pulpiti al boicottaggio delle elezioni di giugno. A fine marzo lo stesso vescovo iniziò il digiuno, offerto per trovare una soluzione positiva. Si fece sentire anche Walesa, la cui presa di posizione si può riassumere così: tu, Stato, te la prendi ancora una volta con i più deboli; perché non provi a toglierci le croci ai cantieri di Danzica? Siamo pronti ad usare tutti i mezzi a nostra disposizione, ne va dei nostri ragazzi e della nostra coscienza.

Anche il papa accennò alla vicenda, rivolgendosi ai pellegrini polacchi: «Cristo crocifisso e risorto parla all’uomo. All’uomo imprigionato in tutto il dramma della sua esistenza personale, nell’esperienza della sofferenza e della morte. Cristo crocifisso e risorto costituisce per l’uomo una risposta, la risposta di Dio stesso. Nel nostro tempo mi rendo conto che l’indipendenza della vita del popolo deve esprimersi nella tutela e nel rispetto della sua soggettività».

Finalmente si giunse al compromesso: un unico crocifisso sarebbe stato appeso all’ingresso della biblioteca (pare sia ancora là!), il “clero ostile” avrebbe abbassato i toni e gli studenti in sciopero non avrebbero subito conseguenze.

Così il 9 aprile le lezioni ripresero. Diversa sorte toccò invece ai 300 studenti dell’Istituto professionale di Wloszczowa, che nel dicembre ’84 scioperarono per due settimane, anche lì contro la rimozione dei crocifissi. Pure loro furono sostenuti dai genitori e dal vescovo, Jaworski, il quale fu però costretto a far desistere i ragazzi, buona parte dei quali non fu poi ammessa alla maturità.

La campagna contro la Chiesa ebbe il suo culmine, come già raccontato su queste pagine, col barbaro omicidio di don Jerzy Popieluszko perpetrato proprio nell’autunno ‘84. A dicembre risuonò ancora la voce di Giovanni Paolo II: «Questa testimonianza è un richiamo alla presenza di Cristo nella nostra vita. Questo desidera chi crede nella nostra patria. Questo desiderano i giovani che, difendendo eroicamente assieme ai genitori la presenza del crocifisso nei luoghi di studio e di lavoro dei credenti, testimoniano che Cristo è per loro il valore più grande. La croce è il sostegno della vita morale dell’uomo – leggiamo nella lettera pastorale del 6 dicembre -. La croce è scuola di fratellanza e di amore, poiché su di essa si è compiuta la riconciliazione».

Di Angelo Bonaguro

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SINDONE, NUOVE PROVE

Intervista a Barbara Frale sulle nuove prove di autenticità della Sindone.

Sulla Sindone, è certo, non si finirà mai di discutere. Dopo la pesante affermazione di qualche settimana fa da parte del CICAP e dell’UAAR relativa alla presunta scoperta del metodo per realizzare lenzuola in tutto e per tutto simili al lino sacro, puntualmente smentite da più esperti su queste pagine, oltre che su altri giornali, ecco adesso una prova a favore dell’autenticità della reliquia più famosa al mondo.

Si tratta questa volta della decifrazione di alcune scritte presenti sul tessuto del sudario. Una grafia che, a detta degli esperti, risale inconfutabilmente al I secolo, ossia in quel periodo di tempo che va dallo 0 d.C al 100 d.C. A decifrare l’arcano, la dottoressa Barbara Frale, già nota per alcune pubblicazioni di rilievo sui templari, che abbiamo intervistato

Dottoressa Frale, dai Templari alla Sindone, qual è stata la causa di questo “salto”?

Per quanto riguarda la mia formazione nessuna, nel senso che io sono un’archeologa specializzata nelle ricerche sul mondo antico e medievale. Ho passato diversi anni a studiare i documenti risalenti al Medioevo e le mie pubblicazioni più famose sono quelle relative ai templari. Ma questo non significa che in realtà mi sia messa a studiare da poco il mondo antico, anzi. Sono anni che mi occupo di archeologia grecoromana.  Diciamo che noi storici siamo piuttosto noti per gli argomenti che piacciono al pubblico. Per fare un esempio: sono anni che i miei studi si concentrano su documenti relativi ai papi del Medioevo. Non abbiamo idea della miniera di risvolti interessantissimi che toccano la storia della Chiesa. Ho provato più volte a proporre alcune indagini all’attenzione di diversi editori. La risposta è sempre stata: «non ha qualcosa sui templari?». Piuttosto avvilente, ma è quello che piace al pubblico, è una “moda”. Quindi mi sono rassegnata a pubblicare solo le mie ricerche sui templari.

Adesso però è arrivata alla Sacra Sindone, in un certo senso di “moda” anche questa

In realtà tutto il materiale, sia i templari sia la Sindone, fa parte di una ricerca che ho svolto per il dottorato in storia all’Università di Venezia. Sono già dieci anni che contemplo entrambi gli argomenti. In effetti occorre lungo tempo per realizzare studi di confronto fra i diversi papiri con i quali ho a che fare.

Anni spesi bene a quanto pare. Lei è infatti giunta a una scoperta eccezionale, ce ne vuole parlare?

Bisogna essere precisi. Io non ho “scoperto” niente nel senso stretto della parola. Capisco che si possa fare confusione su questioni come la Sindone perché si sono ammassati in molti anni argomenti su argomenti. Ma qui occorre risalire a trent’anni fa. Era infatti il 1978 quando il professor Aldo Marastoni, insigne latinista dell’Università Cattolica di Milano, scoprì sul lenzuolo, a occhio nudo, tracce di scrittura in latino reputando che fossero risalenti al primo secolo. Un occhio esperto di scritture antiche come quello di Marastoni non ci mise molto a tirare le somme. Il tutto passò però quasi totalmente sotto silenzio. Poi la questione venne riaffrontata nel 1994 dal punto di vista tecnologico. Un’equipe di studiosi francesi, capeggiata dal professor André Marion del CNRS (Centre National de la Recherche Scientifique) ha messo in “chiaro” tutte le scritte presenti.

Io arrivo “tardi”, in realtà il mio lavoro è stato quello di spiegare che cosa significassero le parole contenute in questi segni.

Nel senso che fino al suo arrivo nessuno se ne è mai occupato?

Il fatto è che le avevano scoperte, ma non spiegate. Ovvio che gente del calibro di Marastoni avesse inteso il significato letterale, ma non quello “circostanziale”. Per capire che cosa significhino quei segni bisogna fare migliaia e migliaia di confronti con le epigrafi. Marastoni abbandonò il lavoro. Probabilmente si era un po’ scoraggiato a seguito degli esiti del famoso esame del Carbonio 14. Anche se aveva visto bene: le scritture risalgono a tutti gli effetti al primo secolo.

E gli esperti francesi?

Si sono resi conto che finché si trattava di visualizzare con l’aiuto informatico le scritte tutto andava bene però ci voleva un esperto di scritture antiche. Loro sono matematici e fisici. Le fecero esaminare ad alcuni esperti della Sorbona che individuarono il periodo storico delle scritte fra il primo e il terzo secolo dopo Cristo. La loro analisi si fermò però soltanto alla collocazione storica Credo che il motivo fosse lo stesso di Marastoni. Siccome occorre una lunghissima e molto faticosa ricerca per questo tipo di indagini perché doversi impelagare su un documento che all’epoca era considerato, con un assurdo pregiudizio, di dubbia autenticità?

Poi è arrivata lei, ci dica in che cosa dunque consistono queste scritte?

In un certificato di sepoltura. Quello che noi possiamo vedere ha tutte le caratteristiche di un certificato di sepoltura. Anche se può sembrare strano che ai tempi dell’impero romano si facessero certificati di sepoltura. E invece è tutto il contrario, ci sono numerosissime testimonianze di questi certificati in antichità. E non solo dei Romani. Anche per quel che riguarda l’Antico Egitto, per esempio, disponiamo di una notevole mole di simili documenti. I sacerdoti curavano la mummificazione e stilavano il certificato di morte. Praticamente svolgevano l’esercizio delle odierne pompe funebri.

Questa scritta insomma rafforzerebbe l’idea che la Sindone appartenga al primo secolo?

Molto più che “rafforzarla”. Si può dire con certezza scientifica che l’autore di queste scritte, che ha lasciato queste tracce, è senz’altro un uomo vissuto nel primo secolo dopo Cristo. Il che rende molto difficile che l’intero oggetto archeologico in esame sia più tardo.

Quindi nessun fantomatico realizzatore? Leonardo da Vinci? Un anonimo medievale?

Queste scritte recano con sé dei dettagli che sarebbe impossibile dedurre perfino dagli stessi Vangeli. Sono documenti del tutto “inediti”. Noi oggi siamo in grado di riconoscerli perché a partire dai primi anni del ’900 un mare di papiri scoperti ci ha aiutato a capire come andavano le pratiche di sepoltura nell’epoca presa in considerazione. Nemmeno un genio come Leonardo avrebbe potuto inventarsi una simile falsificazione. Faccio un esempio: nel Rinascimento non si aveva idea di quanto tempo il cadavere di un condannato a morte dovesse restare lontano dalle altre tombe. E via dicendo. Un falsificatore avrebbe usato parole di tutt’altro avviso. Mentre queste scritte sono paragonabili a nuovissime ricerche su questo terreno. Da dove diamine poteva trarre ispirazione il fantomatico anonimo medievale o Leonardo per inventarsele?

Come giudica, le chiediamo un parere da scienziata e archeologa, il fatto che le pubblicazioni “piccanti” sulla Sacra Sindone siano in così grande abbondanza?

Io credo che sia una pura speculazione commerciale volta a far parlare di sé. Oppure per sponsorizzare le proprie posizioni. Prendiamo il ridicolo esperimento del CICAP. In primo luogo la ricerca era pagata dall’UAAR il che non sorprende visti i risultati. Poi la modalità con la quale si è preteso di ricavare una copia della Sindone è davvero risibile. Per intenderci la può fare chiunque abbia un lino e della tempera. Le cose però, analizzando la colorazione autentica del lino, sono un po’ più complesse. Non ci riescono i fisici nucleari figuriamoci gli “esperti” del CICAP. Credo francamente che per loro sia stato un autogol perché se è questa la serietà scientifica con la quale affrontano le questioni misteriose di questo mondo stiamo freschi.

Le sue ricerche sulla Sindone proseguiranno o il mistero del lenzuolo è stato svelato del tutto?

Sicuramente proseguiranno. Non ho pubblicato tutto quello su cui ho raccolto materiale perché mi piace avere moltissimi documenti e prove a disposizione prima di uscire con pubblicazioni scientifiche. C’è ancora tanto da fare e da studiare sulla Sindone e sulla storia in generale. Mi piace considerare il mio studio solo come il passaggio di un testimone in una grande staffetta. Se non fosse stato per gli studiosi che mi hanno preceduto io non avrei scoperto proprio un bel niente. Quindi spero che la mole di materiale da me raccolto possa servire anche per i ricercatori in futuro. Quando si sente dire che qualcuno ha scoperto qualcosa da “solo” il mio personale consiglio è quello di diffidare. Certo può capitare, come è successo per la penicillina, ma si tratta di momenti di “grazia” rarissimi e isolati nella storia della ricerca scientifica. Per lo più tutti noi dipendiamo da chi ci ha preceduto nel tempo.

Da www.ilsussidiario.net

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CHI SI SBARAZZA DI DIO NEGA LA VERITA’ DI QUESTO ISTANTE

Spaemann: chi si sbarazza di Dio nega la verità di questo istante
di Lorenzo Fazzini
02/12/2009 – In un’intervista ad “Avvenire”, il filosofo tedesco affronta il rapporto tra fede e ragione. Dalle leggi naturali, che sono sempre l’occasione di uno stupore, al Creatore di cielo e terra: «L’unico che ci può salvare»

Dio ha a che fare con «lo spazio di verità» che l’uomo abita. Mentre oggi il predominio dello scientismo (non la scienza!) mette in oblio la domanda sul Creatore. Il filosofo tedesco Robert Spaemann rispolvera una sana apologetica per affermare che è razionale credere in Dio. Docente emerito alla Ludwig Maximilians Universität di Monaco, Spaemann affronta qui la questione del rapporto tra fede e ragione.

Nel volume La diceria immortale (Cantagalli) lei denuncia l’attuale «atmosfera ateistica». In che senso?
Ludwig Wittgenstein ha scritto: «Una ruota, le cui rotazioni non mettono in movimento nient’altro, non appartiene alla macchina». Così, per la maggioranza della gente la fede in Dio è diventata priva di conseguenze. La scienza naturale non permette la domanda su Dio. Questo non significa che gli scienziati non siano credenti in quanto persone. Non credente è la visione del mondo che chiamiamo scientismo. Essa riduce la realtà allo statuto di un oggetto possibile di scienza. Per esempio, la bellezza di un quadro o la verità di un’affermazione matematica sono ridotte a stati cerebrali. L’interiorità della realtà non è mai oggetto della scienza. Del resto, quest’ultima è nel giusto.

Dove sta l’errore, allora?
È errata l’opinione per cui si conoscerebbe l’interiorità di un essere se si conosce il correlativo materiale di questa interiorità. Wittgenstein scrive che questa è «la grande illusione moderna»: credere che le scienze ci spiegheranno il mondo. Infatti le stesse leggi naturali hanno bisogno di essere spiegate. Esse sono sempre l’occasione di uno stupore, come avvenne con Einstein. Il successo inaudito delle scienze moderne e della tecnica ha posto l’umanità in uno stato di ubriachezza. I progressi delle scienze non permettono un’attenzione sufficiente sul Donatore di tutti i doni. Tale attenzione appare una sorta di lusso che non possiamo più permetterci.

Lei chiede alla Chiesa più incisività sui temi escatologici. Ha scritto: «Il dogma cristiano potrebbe diventare il rifugio dell’umanità dell’uomo». Heidegger diceva che «solo un Dio ci può salvare». È lo stesso Dio?
Un Dio non ci può salvare, soprattutto dalla morte; può farlo solo il Dio unico, creatore di cielo e terra. Nella tradizione la fede in questo Dio è stata sostenuta dalla ragione. Oggi osserviamo l’opposto: la ragione ha cominciato a dubitare di se stessa. Già David Hume, il padre dell’empirismo, scriveva: «Noi non avanziamo un passo oltre noi stessi». Lo scientismo non comprende la ragione come l’organo della verità bensì quale strumento dell’adattamento, spiegabile con la teoria dell’evoluzione.

Nietzsche ha scritto che l’Illuminismo, con la sua volontà di servire la verità, si distrugge da solo se reclama come verità le proprie tesi. Ma una verità non relativa esisterà solo se ci sarà una prospettiva non relativa, ovvero se Dio esiste. Se Dio non esiste, non c’è verità. Questo vale anche per i concetti di libertà e dignità umana. Qualche decina di anni fa lo psicologo Burrhus Skinner ha scritto Oltre la libertà e la dignità. La scienza non conosce concetti simili, ovvero nozioni normative. Essa le comprende solo come oggetti di studio, non quali fonti di un obbligo per gli stessi scienziati. Solo se l’uomo è superiore alla scienza, cioè se è immagine di Dio, può parlare su di essa. Allora la dignità umana diventa qualcosa di diverso da un’illusione.

A Roma lei interverrà su «Il Dio della fede e della filosofia». Oggi spopolano i «nuovi atei» per i quali Dio è irrazionale. Come spiegare che credere in Dio è secondo ragione?
Nietzsche scriveva: «Noi non possiamo sbarazzarci di Dio finchè crediamo ancora nella grammatica». Perché? Perché noi uomini viviamo in uno spazio di verità. Il fatto che ora noi dialoghiamo partendo dal mio libro La diceria immortale è una verità eterna. Se non è un sogno che io parlo con lei, questo colloquio farà sempre parte della realtà. Esso appartiene al passato. Nessuno può annullare il passato, che è una presenza trascorsa. Il futuro è legato indissolubilmente alla presenza. Nessuna gioia vissuta sarà un giorno non sperimentata. Nessun dolore reale sarà un giorno non sofferto. Ma quale sorta di essere è l’essere del passato? Se non ci saranno uomini sulla terra che potranno ricordarsene e il nostro pianeta non esisterà più, noi non possiamo dire che il nostro colloquio non sia avvenuto. Non possiamo pensarlo. Dobbiamo pensare una coscienza assoluta in cui tutto quello che succede viene conservato. Chiamiamo Dio questa coscienza.

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DA QUEL NODO NASCERA’ L’IRIS

Dicembre. Giorno di autunno profondo. Sotto al cielo basso già alle quattro e mezza viene buio. Nell’aria che sa di pioggia la gente va in fretta. Siamo tutti pallidi, ingrigiti nelle giacche scure; e scure o nere le macchine, e l’asfalto, che alle prime gocce luccica sotto alla luce fredda dei lampioni. Tutte le gradazioni del grigio, dal ghiaccio al piombo, in questa Milano di dicembre; neanche un colore vivo. Il giallo ardente dei girasoli in campagna, lo smeraldo del mare in Sardegna, questa estate: possibile? Probabilmente hai sognato.
E mentre cammino col cane – infreddolito anche lui, e con le orecchie basse – passo davanti a un vivaio. Non è tempo di fiori, scuote la testa severa la parte saggia di me, e fa per andare oltre. Ma un’idea mi accende; entro, decisa. Oltre le schiere di abeti di Natale. So dove andare. Avranno bene dei bulbi. È questo, se mi ricordo bene, il momento.
Ecco qui. Come sono miseri: magre cipolle che rifiuteresti al mercato. Duri, secchi, bitorzoluti. (Non ha apparenza, il seme. Non seduce. Deve solo scendere nella terra e morire). Poi, ad aprile, ma i crocus già a marzo, nelle aiuole ancora spoglie spunteranno i primi germogli. Eccole nelle foto sui sacchetti, le promesse di aprile. Sgargianti, raggianti di tutti i rosa e i viola. Gli iris alteri, e i narcisi, e i tulipani con la corolla chiusa come una rocca: color giallo sole, o di un fucsia abbagliante, che in questo giorno buio sembra una promessa tanto audace da fare sorridere, come la smargiassata di un bambino. Via, come è possibile credere, sotto a questo cielo di piombo, che da un nodo stecchito verrà un simile fiore? E i giacinti? Quelle infiorescenze minute, da mano d’orafo, come stanno dentro a questi bulbi cinerei?

Eppure. Ragionevole è crederci: accade tutte le primavere. Ragionevole è, sotto a questo cielo di acciaio, credere che puntualmente fioriranno gli iris candidi e regali.
Ne metto nel carrello a manciate, avidamente. Tulipani di fuoco, e narcisi. E crocus, che sono i primi a fiorire, i primi ad annunciare. Poi realizzo che ne ho presi troppi. A malincuore ne scarto un po’ – come i bambini a quei banchi del mercato con le caramelle di gomma colorate. Comunque, è un bel malloppo quello che mi porto a casa, golosa come di un bottino.
Occorre scavare nella terra nera. Piccole buche discretamente profonde. Umido e freddo il terriccio sotto le dita; non è una cuccia, piuttosto una fossa. I bulbi così poveri e brutti, qualcuno con un’avventata punta verde di germe spuntata anzitempo. Il cane li annusa e li abbandona, deluso: cipolle, pare dire, roba incommestibile. «Vedrai come saranno belli», spiego ai suoi innocenti occhi nocciola. I cani non capiscono. E anche gli uomini capiscono a fatica. Perché è strano: occorre scendere nella terra morta, nei giorni più bui, perché rinasca ciò che è più bello. Perché una mattina d’aprile si apra la corolla dell’iris regale. E quel lontano giorno di dicembre sembri un sogno. E quel fiorire, un miracolo.

Da Tempi di Marina Corradi.

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