IGNAZIO, MISTICO DI LUCE

La sua figura di “mistico di luce” emerse solo dopo il Vaticano II. Ce lo racconta Paolo Monaco sj,che nel libro Come un sole (Città Nuova ed.), ha raccolto i pensieri più profondi ed alti del fondatore dei gesuiti

«Come dal sole discendono i raggi e tu essendo un raggio, sei un sole». Così Paolo Monaco, gesuita, spiega il perché del titolo Come un sole, il nuovo libro edito da Città Nuova che raccoglie i brani più mistici di sant’Ignazio di Loyola. All’interno del volumetto, la lettura spazia dai brani tratti dalla Autobiografia, agli Esercizi Spirituali, alle Costituzioni, al Diario spirituale fino alle Lettere, rivelando pagine profondamente ispirate da Dio, perché come dice lo stesso Sant’Ignazio: «Non il molto sapere sazia e soddisfa l’anima, ma il sentire e gustare le cose internamente».

Un aspetto affascinante del santo basco che siamo abituati a vedere come pellegrino, cavaliere, asceta e fondatore di uno degli ordini più diffusi della storia della Chiesa: la Compagnia di Gesù.
Ma egli, che non fu solo figlio del secolo delle scoperte – nacque nel 1491, un anno prima del viaggio di Cristoforo Colombo –, fu anche figlio di un secolo di mistici, come Giovanni della Croce o Teresa d’Avila. La fondatrice dell’ordine delle Carmelitane scalze, in particolare, fu aiutata «dalla seconda generazione di gesuiti a riconoscere l’autenticità delle sue visioni, memori di quelle del fondatore e formati dalla pratica della contemplazione degli Esercizi Spirituali» continua padre Paolo.

È stato un aspetto a lungo inedito quello di Ignazio mistico?
«Solo dopo il Concilio Vaticano II si è iniziato a recuperare la dimensione mistica del santo che si festeggia il 31 luglio. Ignazio visse svariate “notti spirituali” e ciclicamente si chiese: “Cosa devo fare?”. Dopo la straordinaria esperienza di Manresa aveva deciso di stabilirsi a Gerusalemme, ma fu costretto a tornare in Spagna. Fu allora che decise di dedicarsi allo studio, di aiutare gli altri attraverso gli Esercizi spirituali e di sperimentare assieme ai primi compagni un nuovo stile di vita evangelica. Ma quel testo iniziò a circolare e così venne sottoposto ad otto processi dall’Inquisizione. Forse per questo motivo, dopo la sua morte, l’esperienza mistica di cui molto egli stesso racconta ne l’Autobiografia e nella parte del Diario spirituale – giunto a noi solo parzialmente –, rimase pressoché nascosta».

Per Ignazio, come si caratterizzò questa esperienza mistica?
«Nel periodo di Manresa si trattò di un’esperienza fatta di visioni “di luce”, attraverso le quali Ignazio fu istruito da Dio su alcune fondamentali verità di fede, sulla presenza di Dio in tutte le cose e infine sul discernimento. Da questo punto di vista mistico, il discernimento, sta nel saper distinguere la luce di Dio da altre luci che appaiono come quella di Dio ma non lo sono. Solo chi è abituato a vedere la luce di Dio, intuisce quale seguire. La visione che in qualche modo fa da punto di riferimento in tutta la sua vita è quella di “Cristo come un sole”».

Entrò in depressione?
«Sì, per esempio quando si sentì sommerso dagli scrupoli per gli errori commessi, proprio mentre sentiva il desiderio di seguire Dio con radicalità. Una depressione fortissima, che lo fece entrare in una spirale di penitenze, ma questo gli permise di vedere ed accettare la sua miseria, la sua umanità. Una tensione che lo lacerò a tal punto da pensare di farla finita. Ma a quel punto Dio lo fece svegliare come da un sogno. Questo momento di buio, e gli altri che verranno dopo – come i processi –, la sua anima veniva lavorata perché risplendesse. E questo percorso, con diverse intensità e sfumature, avviene in ciascuno di noi».

L’Autobiografia, che parla molto del momento mistico di Ignazio, ha un’origine che sembra dirla lunga sull’umiltà del santo…
«Si racconta che mentre passeggiava in giardino un gesuita, suo stretto collaboratore, gli avesse confidato un suo momento di crisi, tanto che Ignazio si sentì di condividere con lui un fatto della sua vita, nonostante non fosse avvezzo a parlare di sé. Quel racconto sarà per il gesuita un’esperienza fortissima, tanto da risollevarsi da quel momento. Ignazio capì allora quanto fosse importante, come tutti i fondatori, che comunicasse la sua storia, del come Dio lo avesse guidato verso la fondazione della Compagnia di Gesù, e comprendendo maggiormente il valore della richiesta fatta dai suoi primi compagni di parlarne. A Roma, nelle stanzette che si trovano accanto alla Chiesa del Gesù, sant’Ignazio iniziò il racconto proprio a quel gesuita che aveva aiutato con il semplice fatterello. Ogni volta, il gesuita ascoltava quanto Ignazio diceva e solo al termine del racconto, si recava nella sua stanza a scrivere. Il testo rimane così un momento di comunione tra Ignazio e il lettore, ogni volta».

Un consiglio su come leggere queste pagine?
«L’idea di Ignazio era che le persone gustino internamente questa luce, che è poi ciò che gli ha fatto vedere Dio nella sua storia».

Fonte:  http://www.cittanuova.it/contenuto.php?TipoContenuto=web&idContenuto=35454

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SANT’IGNAZIO DI LOYOLA, SOLDATO DI CRISTO

Oggi la Chiesa ricorda Ignazio di Loyola.
La nostra Associazione, rifacendosi a lui come uno dei riferimenti spirituali ed operativi del nostro carisma, propone un bell’articolo che lo riguarda.

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Il “Racconto di un pellegrino”, la famosa autobiografia di Sant’Ignazio di Loyola, è in realtà qualcosa di più di una semplice autobiografia, dettata a Roma nell’estate del 1553 al fedele collaboratore Ludovico Gonçalves da Camara. Essa è una vera e propria “comunicazione di vita” quale i tanti seguaci religiosi e laici della spiritualità del grande santo antepongono all’inizio degli “Esercizi” stessi.

E’ – se fatta in modo onesto e completo – un primo e difficile passo, perché impone un confronto schietto ma serrato con sé, con il proprio essere in tutti i suoi limiti, con la propria storia, con quella della realtà in cui si è vissuti.

[…] Per Sant’ Ignazio è stata la confessione del Gonzales a fornire il punto d’appoggio, di “presa”, per un inizio. Il suo collaboratore gl’aveva confessato la sua tentazione di vanagloria. Una tentazione che aveva agito con forza anche sullo stesso Sant’Ignazio, e che agisce dove più, dove meno in noi tutti. Con onesta umiltà il grande santo inizia il “Racconto” proprio da questo suo limite umano:

Fino ai ventisei anni fu uomo dedito alle vanità del mondo. Amava soprattutto esercitarsi nell’uso delle armi, con un grande, quanto vano desiderio di farsi onore. Per cui, stando in una fortezza assediata dai francesi, mentre tutti erano del parere di arrendersi, alla sola condizione di aver salva la vita (poiché era chiaro che non si potevano più difendere), egli presentò al comandante tanti argomenti, da convincerlo a resistere ancora, contro il parere degli altri cavalieri; questi, con il suo coraggio e ardimento, restarono spronati …

I nostri limiti perciò possono addirittura accecarci al punto da apparirci come delle potenzialità. Appare qui una necessità inderogabile: la capacità di collocarsi oltre sé stessi, di cercare di vedersi da fuori o da altri punti di vista, da altre prospettive. Si tratta però di un qualcosa cui normalmente neppure si pensa. Il nostro vi fu costretto da un fatto fortuito:

Il giorno in cui ci si aspettava l’attacco dell’artiglieria, egli si confessò a uno di quei suoi compagni d’arme. Il cannoneggiamento durava da parecchio quando una bombarda lo colpì a una gamba, rompendogliela tutta; e poiché il proiettile aveva toccato le due gambe anche l’altra restò malconcia”.

La via alla guarigione fu difficile, complessa e dolorosa.

Ma il Signore gli dava salute. Arrivò a stare così bene che si sentiva del tutto guarito; non poteva, però, appoggiarsi completamente sulla gamba ed era quindi costretto a stare a letto. Poiché era molto dedito alla lettura di libri mondani e falsi, cosiddetti di cavalleria, sentendosi bene, chiese che gliene portassero per passare il tempo. Ma in quella casa non se ne trovò neppure uno di quelli che era solito leggere. Perciò gli diedero una certa “Vita Christi” e un libro, in volgare, sulla vita dei santi.

E’ guadagnata così la nuova prospettiva, il nuovo orizzonte, il fondamento da cui partire per volgersi alla propria vita: ns. Signore Gesù Cristo e la sua vita. E’ il “Principio e fondamento” degli “Esercizi Spirituali”: “L’uomo è creato per lodare, adorare e servire Dio nostro Signore e salvare così la propria anima; e le altre cose sulla faccia della terra sono create per l’uomo affinché lo aiutino al raggiungimento del fine per cui è stato creato. Da ciò consegue che l’uomo intanto deve servirsene in quanto lo aiutino nel suo, e in tanto deve allontanarsene in quanto gli siano di impedimento nello stesso fine. Per questa ragione è necessario renderci indifferenti verso tutte le cose create, in tutto quello che è consentito alla libertà del nostro libero arbitrio e non le è proibito, in modo da non desiderare da parte nostra più la salute che la malattia, più la ricchezza che la povertà, più l’onore che il disonore, più la vita lunga che quella breve, e così via, desiderando e scegliendo soltanto ciò che ci porta al fine per cui siamo stati creati.” E’ il “punto archimedeo” da cui muovere. Ma, come muovere? Come procedere? “Quando li leggeva più volte, per un tratto restava conquistato da ciò che vi era scritto. Ma quando smetteva di leggerli, talvolta si soffermava a pensare alle cose che aveva lette, mentre altre volte a quelle del mondo che prima teneva di solito a mente. (…) C’era però questa differenza: quando pensava a quelle cose del mondo, ne provava grande piacere, ma se, stanco, le lasciava stare, si ritrovava arido e scontento; mentre l’andare scalzo a Gerusalemme, il cibarsi di sole erbe, il praticare tutte le austerità, che vedeva essere state fatte dai santi, non solo lo consolavano quando vi si soffermava, ma erano pensieri che, anche dopo averli abbandonati, lo lasciavano soddisfatto e allegro. Allora, però, non ci faceva caso, né indugiava a valutare quella differenza; finché una volta gli si aprirono un poco gli occhi; cominciò a meravigliarsi di quella diversità e a rifletterci su, ricavando dall’esperienza come a causa di alcuni pensieri rimaneva triste, e, per altri, allegro. A poco a poco riuscì a conoscere la diversità degli spiriti che si agitavano: quello proveniente dal demonio, e l’altro da Dio.

Trovati il punto archimedeo ed il criterio con cui muoversi, Sant’Ignazio lo fa con quella stessa dedizione e determinazione ferma e risoluta con la quale prima procedeva nelle cose del mondo. Lascia tutto, vive di povertà e di elemosina, ma, soprattutto di preghiera e di contemplazione, tanta ed intensa.

Combatte con forza anche quelle proprie caratteristiche che sino ad allora lo avevano contraddistinto, quali la ricercatezza nel vestire, la minuziosa cura dell’eleganza e della propria persona. Finirà così con il cadere negl’eccessi opposti, ma di ciò si renderà conto solo diverso tempo dopo.

Riesce a portare a termine il proprio tanto desiderato intento di visitare le terra santa, in pellegrinaggio portato avanti con la sola e semplice questua. Comincia ad avere seguito, ma questo gli causa anche sospetti: è inquisito. Il suo atteggiamento nei confronti dell’ inquisizione è dapprima assai disponibile, si potrebbe quasi dire arrendevole, quando però si rende conto della inutile vacuità dei pretesti di questa e della vanità delle cose intorno a cui si muove, dell’assoluto non giovamento per sé ed i suoi compagni della cosa, con abilità da uomo di corte di rango quale era stato, se ne libera. Procede cioè anche in questo secondo i criteri del principio archimedeo e del discernimento degli spiriti.

Anche nella vita di Sant’Ignazio di Loyola si manifesta con evidenza – come in quella di tutti i grandi Santi dall’antichità ad oggi – la duplice presenza di Dio da una parte e del nemico dall’altra. Quest’ultimo evidentemente studiava assai bene il nostro ed il suo modo di procedere e soprattutto il criterio di discernimento degli spiriti, infatti – a differenza che con altri Santi, quali ad es. San Pio da Pietrelcina, cui si mostrò con sembianze mostruose, e che spesso combatté anche fisicamente – egli si mostrò travestito da angelo di luce: “… gli accadde molte volte, in pieno giorno, di vedere accanto a sé una cosa nell’aria che gli procurava grande piacere perché era bellissima, fuori dall’ordinario. Non riusciva a distinguere che specie di cosa fosse; in qualche modo sembrava avesse forma di un serpente con molte cose risplendenti come occhi, ma non lo erano. Il vedere questa cosa gli procurava molta gioia e consolazione: quanto più spesso la vedeva, più cresceva la consolazione; mentre, quando spariva, ne provava dispiacere.

Il demonio dunque si presenta in modo fascinoso, vestito di luce e, cercando di scimmiottare quella pace e serenità proprie di ciò che è da Dio, di introdursi nel criterio di discernimento evinto. Ma, “Durante i giorni di quella visione (che furono molti), o poco prima che essa cominciasse, lo assalì un pensiero duro che lo molestò. Gli si presentava la difficoltà della sua vita; come se qualcuno gli dicesse dentro dell’anima: “E come potrai tu sopportare questa vita, i settanta anni che devi vivere?” Ma a ciò, sempre internamente, egli rispose con grande forza (sentendo che proveniva dal nemico): “Miserabile! Puoi tu promettermi un’ora di vita?” In tal modo vinse la tentazione e restò tranquillo.

La visione dunque è sempre, o preceduta o seguita, comunque accompagnata dalla penetrazione sin nel fondo dell’anima di una inquietudine profonda. Alla fine l’inganno sarà palesato: “… andò ad inginocchiarsi davanti a una croce, lì presso per ringraziare Dio, e lì gli apparve quella visione, che mai aveva compreso, di una cosa con molti occhi che, come si è detto sopra, gli sembrava molto bella. Ma ben vide che, stando in presenza della croce, non aveva il suo solito bellissimo colore: allora capì chiaramente, e la volontà gliene dava decisa conferma, che quegli era il demonio. Dopo, molte volte e a lungo, così era solito apparirgli, ma egli, come per disprezzo, lo scacciava con un bastone che di solito portava.

Scacciato direttamente, il nemico continuerà a perseguirlo in modo subdolo, nascosto, sempre profittando delle caratteristiche specifiche della personalità del nostro. Sant’Ignazio fu così duramente ed a lungo tentato in quella che sempre era stata una sua peculiarità: la scrupolosità. La tentazione si protrasse per anni e con forza: sia, anzitutto, nella vita spirituale, sia in quella pratica e caritativa, sia poi nella vita di studio. La scrupolosità giungerà ad impacciarlo ed a paralizzarlo quasi del tutto proprio negli ambiti citati, quelli a cui teneva di più. Anche questa lotta però vedrà alla fine vincitore il nostro ex soldato, adesso soldato di ns. Signore Gesù Cristo. La vittoria sarà data anche qui, e dall’assiduità nella preghiera – dalla quale egli ricaverà una sempre maggiore chiarezza ed illuminazione, su Dio, su sé e sugl’uomini e sul Mondo – e dall’applicazione dei principi ricavati, in particolare dal principio e fondamento:

L’uomo è creato per lodare, adorare e servire Dio nostro Signore e salvare così la propria anima; e le altre cose sulla faccia della terra sono create per l’uomo affinché lo aiutino al raggiungimento del fine per cui è stato creato. Da ciò consegue che l’uomo intanto deve servirsene in quanto lo aiutino nel suo, e in tanto deve allontanarsene in quanto gli siano di impedimento nello stesso fine.” Gli scrupoli dunque saranno assiduamente seguiti nella misura in cui essi siano di giovamento al suo fine ultimo: quello di servire Dio, e allontanati nella misura in cui a questo impediscono.

Quella del nostro è una “comunicazione di vita” bellissima, esemplare, in cui si intrecciano indissolubilmente, la determinazione a cercare, seguire e servire Dio, nella preghiera e nello studio, così come nella vita mondana – “contemplativi nell’azione” sarà il motto ignaziano – e la ricerca dei criteri e dei principi atti a tal fine, cioè una vera e propria “metafisica”. La lotta, sempre assidua, aspra e dura sarà necessaria anche nei confronti dell’ Inquisizione, sarà necessaria nello stesso ambito ecclesiastico al fine di portare all’accettazione del nuovo metodo, dei suoi principi e criteri. Però: “Alla fine, dopo alcuni mesi, venne il Papa a Roma. Il pellegrino gli andò a parlare a Frascati e gli presentò alcune ragioni; il Papa si convinse e comandò che si emettesse la sentenza, che fu favorevole.

La vita di Sant’Ignazio perciò viene ad identificarsi con ciò che è stato radicalmente implicito in tutto il suo adorare, pregare, fare. Di nuovo: “L’uomo è creato per lodare, adorare e servire Dio nostro Signore e salvare così la propria anima; e le altre cose sulla faccia della terra sono create per l’uomo affinché lo aiutino al raggiungimento del fine per cui è stato creato. Da ciò consegue che l’uomo intanto deve servirsene in quanto lo aiutino nel suo, e in tanto deve allontanarsene in quanto gli siano di impedimento nello stesso fine”. 

 di Francesco Latteri Scholten

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PREZIOSITA’ DEL SILENZIO

Il silenzio è mitezza
quando non rispondi alle offese
quando non reclami i tuoi diritti,
quando lasci a Dio la difesa del tuo onore.

Il silenzio è misericordia
quando non riveli le colpe dei fratelli,
quando perdoni senza indagare il passato,
quando non condanni, ma intercedi nell’intimo.

Il silenzio è pazienza
quando soffri senza lamentarti,
quando non cerchi consolazione tra gli uomini
quando non intervieni
ma attendi che il seme germogli lentamente.

Il silenzio è umiltà
quando taci per lasciare emergere i fratelli,
quando celi nel riserbo i doni di Dio,
quando lasci che il tuo agire venga interpretato male,
quando lasci ad altri la gloria dell’impresa.

Il silenzio è fede
quando taci perché è Lui che agisce,
quando rinunci alle voci del mondo,
per stare alla sua presenza,
quando non cerchi comprensione
perché ti basta sapere di essere amato da Lui.

Il silenzio è adorazione
quando abbracci la Croce
senza chiedere perché
nell’intima certezza
che questa è l’unica via giusta.

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ODE ALLA POVERTA’

Il legame che abbiamo con beni e oggetti ci impedisce un reale distacco dalle cose di questo mondo, cosa di cui necessita invece una buona ascesi.

La materialità della nostra vita è ciò che utilizza il Maligno per impedirci una reale vita dello spirito ed una concreta testimonianza di Cristo.

Vecchi discorsi che, di tanto in tanto, sentiamo pronunciare da qualche vecchio sacerdote o rispolveriamo in impolverati cassetti della memoria.
Ma come si fa ad essere poveri, come si fa a scegliere cosa avere o meno?

E’ presto detto: è cosa buona tutto ciò che serve materialmente nell’immediato e perciò è utile al conseguimento di un’utilità necessaria. Un fabbro non può lavorare senza un martello, un cuoco non può cucinare senza coltelli, un’autista non può esercitare il mestiere senza un’auto, ecc…

La qualità di questi beni deve essere proporzionata in base alle reali necessità che la circostanza richiede. Maggiore è la qualità del risultato che voglio ottenere, maggiore deve essere la qualità del mezzo che devo utilizzare.

Non è cosa buona possedere solo il mezzo materiale che mi serve per produrre o lavorare altra materia. E’ cosa lecita e assai più utile anche tutto ciò che materialmente mi facilita ed aiuta la crescita spirituale. Un quadro rappresentante un’immagine che mi facilita la contemplazione, un vestito che mi ridona una dignità perduta, un libro che mi istruisce, un album musicale che mi arricchisce, o comunque tutto ciò che mi porta ad una maggiore elevazione del cuore e della mente.

Il possesso di un oggetto, sia per motivi materiali che spirituali, trova sempre e comunque il suo fine nella lode di Dio. L’utilizzo di ciascuna cosa non è mai fine a se stessa, bensì è trampolino per lanciarsi in una dimensione superiore al mezzo utilizzato. Quando ciò non avviene significa che ci siamo legati a quell’oggetto, che in quella cosa troviamo il nostro compiacimento e perciò ecco che si viene a creare passo a passo l’ancoraggio a questo mondo.

Tutto ciò in cui rinveniamo esserci un attaccamento del cuore, non si riscontri un’utilità materiale evidente e/o mezzo per una crescita spirituale, è certamente da intendersi come superfluo e mezzo del demonio per ostacolarci nella virtù.

E’ per questo motivo che gli antichi padri ed i santi di ogni tempo elargivano i propri beni a chiese e cattedrali: ogni ricchezza era in onore alla regalità di Dio e ad una scienza del bello che a lui potesse elevare, senza riservare nulla per se stessi. Povertà dell’uomo e ricchezza a Dio. Quando questo binomio si è invertito lungo la storia abbiamo assistito a ciò che ancora oggi ci è di scandalo ed accusa. Quando le ricchezze materiali servono per gonfiare l’uomo di un benessere fine a se stesso, il demonio si accampa nel cuore di ciascuno di noi e saccheggia ciò che di buono vi è in esso.

E questo valga egualmente per un falso umanesimo che appesantisce la mente più che elevarla: uomini e donne che si attaccano alla propria arte o al proprio sapere non per lodare Dio nella verità e nella bellezza, ma per mostrare se stessi in una divinazione del proprio intelletto.

Povertà è operare sempre e comunque secondo ciò che riteniamo vantaggioso al Vangelo e all’anima: il resto è il superfluo del demonio.

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IL VANGELO DAPPERTUTTO

Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano. (Mc 16,20)

La nostra è una cultura figlia del razionalismo. Siamo immersi nelle superstizioni della ragione, per cui tutto è materia e tutto è determinato dalla legge di causa ed effetto.

La cultura del secolo ci ha così impregnato di falsi dogmi che suscita un sentore di vergogna sostenere l’esistenza del soprannaturale, di elementi invisibili all’occhio umano che esercitano un influsso determinante sulla materia e sugli eventi, in un innesto misterioso con il nostro libero arbitrio.

Invece la fede deve riscoprire necessariamente la dimensione dell’invisibile, poiché se non la si riconosce e non le si attribuisce il giusto peso, inibiamo le relazioni spirituali che possiamo avere con essa.

I figli di questo mondo ci hanno bollato come superstiziosi, retrogradi, creduloni, spiriti involuti o, nel migliore dei casi, di una semplicità compassionevole, ma, nella loro incredulità, permane uno spazio che supera l’ideologia, il “partito preso”, i castelli filosofici incastonati negli altari eretti al proprio io. Questo spazio è la coscienza, una dimensione invisibile e spirituale che sa, che conosce, che è consapevole di dovere rendere conto a se stessa e alla Sorgente di cui si percepisce solo frammento.

E’ alla coscienza, alla natura spirituale e reale dell’uomo che la Parola, ed i segni che la accompagnano, osano presentarsi, affinché si consolidi nel bene e cammini nel timore del Signore, per crescere nel conforto dello Spirito Santo (cfr At 5,31).

Il ruolo ed il destino dell’uomo si gioca nella dimensione invisibile dell’uomo, perché la nostra cittadinanza è nei cieli (cfr Fil 3,20) e nostro compito è quello di mostrare quale sia la differenza tra la realtà caduca ed apparente della materia, l’astratta ed inconcludente discorsività dei concetti e la reale, concreta, vissuta nobiltà della fede che si incarna ad imitazione di quel Cristo che noi crediamo essere Uomo ed essere Dio ad un tempo.

Portiamo il Vangelo dappertutto, come sappiamo, come possiamo, nella coerenza e nella fedeltà all’insegnamento di Colui che ci vuole *perfetti* come il Padre suo e nostro. (cfr Mt 5,48)

 

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LA PREGHIERA, SOSTANZA DI FELICITA’

“Sono certo che il Signore affida a ciascuno una missione da compiere nel mondo, indica a tutti la strada per la quale camminare per arrivare alla salvezza eterna nel Paradiso di Dio”.

Così recitava don Bosco.

La sapienza di Dio distribuisce i carismi secondo le necessità degli uomini ed i suoi piani, ma tali carismi vanno riconosciuti, compresi, amati, fatti fruttare e circostanziati secondo la prospettiva che ci troviamo a vivere.

E’ certo che Dio dispone la nostra esistenza per renderci felici. E’ la mancata risposta alla missione proposta ed al riconoscimento di quei carismi donatici per affrontare quella missione che crea una lontananza, una frattura che noi chiamiamo infelicità.

Comprendere il linguaggio di Dio, identificare la sua prospettiva non è sempre facile, poiché richiede un’ascesi, uno sforzo spirituale in cui l’anima si incontra con Dio ed impara il suo linguaggio.
E’ la dimensione della preghiera, del colloquio con Lui, durante il quale Lui rivela, suggerisce, corregge, uniforma, plasma, sentenzia, modifica, sancisce, smussa, indica, lenisce, conforta, rimprovera, accarezza, comanda, consiglia, delibera, ascolta, illumina, confida… E’ nella preghiera che noi troviamo la luce per risanare la frattura che ci separa dalla nostra felicità e riempiamo di senso pensieri, azioni e circostanze.

Buona orazione a tutti.

 

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SPIRITO DI DIO E DEL DIAVOLO

A ciascuno Dio parla in modo differente e offre modi espressivi diversi, manifestazione della sua infinità creativa.
Il molteplice manifestarsi del Dio vivo lo si riconosce, però, dalla fresca sorgente di grazia che feconda ogni suo creare, cosicché pace, armonia, ordine, bellezza, carità, gratuità, giustizia, splendore, intelligenza, equilibrio, sentimento, abnegazione, pazienza, costanza, bontà, ecc… le si riscontreranno in ogni frammento proveniente da Dio.
Dai frutti si riconosce l’albero e dal profumo dell’incenso che brucia nel cuore dell’uomo si può riconoscere se egli propone un’opera di Dio.

Il demonio, scimmiottatore eterno del suo Signore, si adopera costantemente nell’imitazione di queste opere, proponendo la medesima forma, ma marchiandone lo spirito con segno opposto.

Ecco, dunque, che avremo l’uomo silenzioso che nel suo umile scomparire è desideroso di Dio e semina, nel suo non dire, la sapienza della virtù e l’esempio della pace.
Ecco, invece, la silenziosa serpe che tace per restare nel nascondimento e non farsi scoprire nelle sue malizie e nel suo degenere essere.

Ecco il predicatore forte e sapiente, che prosciuga i suoi polmoni per farsi protagonista sulla scena di un mondo che lo rifiuta per quegli ammonimenti che ad esso rivolge.
Ecco, invece, il paroliere freddo ed astuto, che manipola parole e pensieri, accarezzando le debolezze degli uomini con la lusinga, per farli suoi ed usarli attraverso il compiacimento che come fumo si effonde sugli occhi dei viziosi.

Ciascuno segua la sua vocazione, le sue inclinazioni, ciò che nel cuore ritiene essere manifestazione dello Spirito di Dio.
Coloro che sono chiamati al discernimento di queste manifestazioni abbia l’amore a base del discernimento, per ricordare come la materia su cui operano Dio ed il demonio è la medesima, ma differenti sono i segni attraverso cui lo spirito dell’uno e dell’altro si manifestano.

amDg

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COSA SIGNIFICA “SAPIENZA” PER DIO

La concezione ebraica della sapienza differisce molto dalla nostra. Per noi sapienza e scienza si identificano: sapiente è chi ha fatto molti studi e ha vastità di conoscenze, chi possiede grande dottrina, chi “sa”, l’uomo di cultura. La sapienza ebraica – come in genere quella orientale – ha invece carattere pratico, è scienza pratica della vita; è assennatezza, discernimento, prudenza, astuzia, senso politico e perfino abilità artigiana. È stata definita “l’arte di riuscire nella vita umana”, sia privata che pubblica. Questa sapienza è fatta di riflessione e di osservazioni sul corso delle cose e sul comportamento umano; è frutto di esperienza personale, quotidiana e di buon senso.

Va però notato che presso gli Ebrei, pur conservando le caratteristiche dell’ambiente orientale, la sapienza ha una valenza religiosa, oltre che morale: non è solo capacità di vivere e giudicare con probità e rettitudine, ma anche conoscenza/comprensione della volontà di Dio, che ci aiuta a organizzare la vita nel modo che a Lui piace. Possiede la sapienza chi ha imparato quello che bisogna fare o evitare non soltanto nella propria vita e nel rapporto con gli altri, ma anche e soprattutto nel rapporto con Dio, aderendo saggiamente a Lui. Perciò l’opposizione sapienza-stoltezza si configura come opposizione giustizia-iniquità, pietà-empietà, timore di Dio-vita di peccato. Si afferma infatti che il timore di Dio è il principio della sapienza (Proverbi 1,7; 9,10; 15,33; Giobbe 28,28; Salmo 111,10) e l’osservanza della legge divina è il mezzo per giungere ad essa (Salmo 119,97 ss.; Siracide 24,22-25). La sapienza è dono di Dio. Dio la concede a chi gliela domanda con la preghiera, come ha fatto con re Salomone, il padre della sapienza biblica (1 Re 5,9-14; Proverbi 10,1). La sapienza porta alla salvezza, come la stoltezza alla rovina. Proviene da Dio, mira a Dio, considera ogni cosa dal punto di vista di Dio.

Il documento più rappresentativo della “sapienza” d’Israele è senz’altro il libro biblico dei Proverbi, appartenente al gruppo dei libri detti appunto “sapienziali”. Di particolare interesse nei Proverbi è la figura della sapienza personificata (1,20-33; 3,16-19 e capp. 8 – 9): la sapienza di Dio viene presentata non come una qualità nozionale, ma come una persona che sta a sé e agisce indipendentemente da Dio: esce da Lui, in Lui ha il fondamento e principio, a Lui nello stesso tempo è legata e ne è distinta.

In Proverbi 8 la Sapienza, prendendo essa stessa la parola, invita gli uomini ad ascoltare la sua voce (vv. 1-11), fa il proprio elogio (vv. 12-21), rivela la sua origine (vv. 22-25), la parte attiva che ebbe nella creazione (vv. 26-30) e la missione affidatale di ricondurre gli uomini a Dio (vv. 35-36). La Sapienza da tutta l’eternità vive con Dio; con Lui ha partecipato alla creazione e cerca con gioia la compagnia degli uomini (v. 31). Essa non desidera altro che comunicarsi all’uomo, per orientarlo alla conoscenza di Dio e all’incontro con Lui: “Chi trova me, trova la vita, e il Signore lo proteggerà” (v. 35). La Sapienza non può né ingannarsi né ingannare: i suoi detti sono conformi a giustizia (vv. 6-8). L’accoglierla è questione di vita o di morte per l’uomo (vv. 32-36). La Sapienza si presenta come colei che ha la chiave della conoscenza dell’universo e della vita umana, perché proviene da Dio e ha presieduto come mediatrice e ordinatrice all’opera della creazione. A questa Sapienza – che è stata costituita fin dall’eternità, che è stata generata quando ancora non esistevano gli abissi, né le sorgenti d’acqua, né le basi dei monti, e che era là quando Dio fissava i cieli, stabiliva i limiti del mare e disponeva le fondamenta della terra, che era presso di Lui come architetto (vv. 22-30) – sarà paragonato Cristo, Verbo di Dio, mediante il quale tutto è stato fatto, luce che illumina ogni uomo che viene in questo mondo (Giovanni 1,1-14), sapienza di Dio (1 Corinzi 1,24-30) venuta tra noi.

Gli autori del Nuovo Testamento si ispireranno al passo di Proverbi 8,22-31 per esprimere, anche mediante la categoria della sapienza, il mistero di Gesù Cristo e la sua opera. Gesù è presentato come sapienza e sapienza di Dio (Matteo 11,19; 12,42; Luca 11,49; 1 Corinzi 1,24); come la Sapienza, Cristo partecipa alla creazione e conservazione del mondo (Colossesi 1,15-17); in Cristo si assomma tutto ciò che Dio ha voluto comunicarci su di sé, su di noi e sull’universo (Giovanni 1,1-18). La Sapienza ha trovato la sua gioia vivendo in mezzo agli uomini (Proverbi 8,31); il Logos (cioè il Verbo, la Parola) è diventato un uomo e ha abitato tra noi (Giovanni 1,14). È soprattutto su questa corrispondenza di contenuto e di forma tra la Sapienza dei Proverbi e il Logos giovanneo che si appoggia l’esegesi dei Padri della Chiesa i quali, a partire da san Giustino, hanno interpretato il mistero della Sapienza come preannunzio del mistero della seconda persona della SS. Trinità, il Verbo incarnato, ossia il Cristo.

Per i cristiani la vera sapienza è quella della Croce, mediante la quale è stato rivelato all’umanità ciò che nessuna indagine filosofica o ricerca scientifica o meditazione poteva scoprire: l’amore di Dio per gli uomini e il suo piano di salvezza (Colossesi 1,15-23). Questa sapienza, però, può sembrare una pazzia a quelli che si fidano solo della ragione (cfr. 1 Corinzi 1,17 ss. e cap. 2).

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MEDITAZIONE SULLA PENTECOSTE

Mentre il giorno di Pentecoste stava per finire, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo, e riempì tutta la casa dove si trovavano. Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro; ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito dava loro il potere d’esprimersi. Si trovavano allora in Gerusalemme Giudei osservanti di ogni nazione che è sotto il cielo. Venuto quel fragore, la folla si radunò e rimase sbigottita perché ciascuno li sentiva parlare la propria lingua. Erano stupefatti e fuori di sé per lo stupore dicevano: “Costoro che parlano non sono forse tutti Galilei? E com’è che li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa?… e li udiamo annunziare nelle nostre lingue le grandi opere di Dio” (At 2,1-11).

E’ nello stile di Dio preparare gli uomini a ricevere i suoi interventi con segni e profezie che destano l’attenzione e impediscono che passino inosservate.

Tutto l’antico testamento era in questo senso una preparazione alla venuta di Cristo.Anche qui abbiamo dei segni premonitori.

C’è un segno per l’udito, si udì un rombo come di vento gagliardo, non un rumore qualsiasi, e si sa che il vento nella Bibbia è simbolo dello Spirito Santo.

C’è poi un altro segno per la vista, videro lingue come di fuoco, e il fuoco è associato allo Spirito Santo.

Il Battista aveva promesso un Battesimo di Spirito Santo e fuoco ed ecco finalmente la realtà invisibile, che è lo scopo di tutti.

Tutti furono pieni di Spirito Santo (l’evento più grande della storia del mondo insieme con l’incarnazione e la resurrezione di Cristo) viene descritto nel modo più semplice.

E’ lo stile di Dio operare cose grandiose con il minimo di mezzi e di parole.

La comunità cristiana viene presentata negli Atti degli Apostoli una comunità di persone convertite.

E’ la comunità di coloro che al sentire proclamare da Pietro l’annuncio di Gesù Signore dal pentimento e dalla conversione,e si spalanca una porta di grande gioia perché pochi brani della Bibbia traspirano gioia, pace e speranza, novità di vita come queste poche righe che ci descrivono la prima comunità cristiana.

E’ un gruppo di persone che sono tirate via dal mondo e messe insieme con una solidarietà nuova, che si chiama amore.

La condivisione fraterna, il mettere insieme e il gioire insieme li tiene insieme una realtà fortissima, la più forte del mondo che si chiama Spirito Santo che agisce attraverso l’insegnamento degli apostoli, perché quando gli apostoli parlano è lo Spirito Santo che fa eco nella loro parola e nel cuore di chi ascolta,uniti nell’unione fraterna e cioè nella carità e nella frazione del pane e nella preghiera.

Questa unione si manifesta anche all’esterno perché condividevano anche i beni.

Ricevuta la Pentecoste gli apostoli escono in strada a proclamare con forza che Gesù Crocifisso è risorto.

Questa comunità cristiana è il nuovo popolo sacerdotale: il popolo dell’alleanza,che va allo sbaraglio per il mondo, infatti non vanno per il mondo a sentire lusinghe, vanno per essere giudicati e criticati, ma in mezzo a queste difficoltà portano la fiamma che si è accesa a Pentecoste, Gesù Cristo Signore e con questa fiaccola hanno incendiato il mondo.

Non tutti vanno per le strade a predicare, Maria non fa udire la sua voce nelle piazze perché rimane nel Cenacolo in preghiera e senza le preghiere di Maria e delle donne del Cenacolo non sappiamo se la voce di Pietro avrebbe avuto quel timbro irresistibile che fece crollare il cuore di 3.000 persone.

Così l’esperienza della Chiesa ci dimostra che la forza dell’annuncio cristiano nasce dalla profondità della preghiera e della contemplazione.

II FASE

Lo Spirito Santo è la nuova legge del cristiano, la legge interiore scritta non più su tavole di pietra ma nel nostro cuore.

Egli è il principio della nuova alleanza.Lo Spirito Santo non è dato solo per portare la salvezza fino ai confini della terra, egli è la salvezza,non è solo un aiuto per la missione,è la vita stessa.

San Paolo dice apertamente(Rm 8,2) la legge dello Spirito che da la vita in Cristo Gesù ci ha liberati dalla legge del peccato e della morte.

Questa legge nuova agisce attraverso l’amore;non è altro che il comandamento nuovo di Cristo,è un dono,una grazia,una capacità nuova che viene infusa in noi, che ci permette di amare a nostra volta Dio e il prossimo.

La legge nuova è la grazia stessa dello Spirito Santo.

Rinati dello Spirito sono coloro a cui è stato tolto il cuore di pietra dello schiavo e dato un cuore di carne di figlio.

Lo Spirito Santo fa una specie di operazione chirurgica, opera un vero trapianto di cuore;in genere i trapianti di cuore si fanno in anestesia e le persone non sentono nulla e solo quando l’operazione è finita a distanza di tempo si rendono conto di stare bene.

Per gli apostoli non fu così, i gesti che si mettono a fare da lì a poco non lasciano dubbi.

Un cambiamento come quello che vediamo in tutto il loro comportamento,all’improvviso entusiasmo che li porta a sfidare l’ironia della gente fino ad accettare di passare per ubriachi,non si spiega senza una forte emozione interiore.

Queste sono cose che solo l’amore fa fare.

I discepoli fecero a Pentecoste un’esperienza nuova e travolgente dell’amore di Dio. Si sentirono battezzati, cioè immersi nell’oceano dell’amore del padre.

Lo Spirito Santo è amore, quanto effonde se stesso, effonde l’amore.

E la prima cosa che fa quando entra nel cuore è insegnare a gridare ABBA.

E’ a Pentecoste che è stato effuso l’amore di Dio mediante lo Spirito Santo,e anche noi del Rinnovamento possiamo testimoniare che quando abbiamo ricevuto il battesimo nello Spirito, in quel momento ci siamo sentiti amati da Dio e dai fratelli, ed è nato dentro di noi il desiderio di gridare a tutti l’amore di Dio.

Venuto quel fragore la folla si radunò e rimase sbigottita perché ciascuno li sentiva parlare la propria lingua, e si chiedevano l’uno con l’altro:che significa questo; altri invece li deridevano e dicevano:si sono ubriacati di mosto.

A lato di questo brano, nella Bibbia troviamo un rinvio a Genesi 11, l’episodio della torre di Babele.

Luca ci vuole dire qualcosa che rovescia l’avvenimento di Babele,da quello ebbe origine la divisione e l’incomunicabilità e la discordia.

Invece nella Pentecoste c’è unità, armonia e comunione.

A Babele dicevano facciamo una torre la cui cima tocchi il cielo, facciamoci un nome per non disperderci sulla terra, ecco dove sta il peccato. Gli uomini di Babele non erano atei, erano devoti e religiosi,volevano innalzare un tempio a Dio ma non per Dio, ma per fare un nome a loro stessi.

A Pentecoste invece tutti si capiscono perché hanno dimenticato se stessi.

Gli apostoli non vogliono farsi un nome ma vogliono farlo a Dio,non discutono più tra loro su cui sia il più grande, perché sono stati travolti dallo Spirito Santo, tutti li capiscono perché non parlano di se stessi ma delle grandi opere di Dio.

E’ avvenuta in loro una rivoluzione e sono incentrati su Dio.

Sant’Agostino dice: ci sono due cantieri nel mondo,in uno si costruisce la città di Satana (Babilonia), nell’altro quello di Dio che è Gerusalemme.

Ogni nostra azione, iniziativa o progetto si trova di fronte a un bivio.

Dobbiamo chiedere allo Spirito Santo che operi in noi questa rivoluzione, facendo di Dio il nostro centro e proclamare le sue grandi opere; è così che noi possiamo dire che non viviamo più per noi stessi ma per Cristo che è morto e risorto per noi.

E’ un’occasione che il Signore da al Rinnovamento, per demolire le varie torri di Babele che ci sono intorno a noi e dentro di noi.

Vogliamo chiedere allo Spirito che spinga ognuno di noi ad annunciare il vangelo e che ci permetta di accettare e comprendere la parola salvezza, è lo Spirito Santo che convince e converte seminando la fede in coloro che ci ascoltano, perché possano rispondere alla parola proclamata confessando che Gesù è il Signore.

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DOVE E’ DIO?

Un giovane chiese a una persona più anziana, che pensava potesse dirgli qualcosa su Dio: «Do­v’è Dio?»

L’interpellato rispose: «Mettiti a sede­re qui tranquillamente» – e gli indicò un posto a sedere – «e te lo dirò». Il giovane sedette pieno di attesa. L’altro allora cominciò:

«Dio è dietro di me, perché io vengo da lui, ed egli è per me aiuto e forza che mi sostiene.
Dio è davanti a me, perché da lui giunge a me incessantemente il torrente dei doni e dei compiti, soprattutto nei confronti degli uomini che incon­tro. E io sono sempre in cammino verso di lui; a lui mi avvicino.
Dio è sotto di me, perché mi sostiene nell’esi­stenza. Senza di lui, piomberei nel nulla.
Dio è sopra di me: mi vede e mi guida e mi fa trovare la strada giusta.
Dio è attorno a me; perché vengo a lui con le mie mancanze. Allora egli mi abbraccia come fa il padre con il figlio perduto e mi tiene stretto così avvolto. Già nei salmi è scritto:«Di spalle e da­vanti tu mi avvolgi».
Dio è in me. Egli mi dà gioia e pace interiore, amore e pazienza, fiducia e una grande attesa.
Se anche tu vuoi sperimentare questa realtà va nel silenzio, dove nessuno ti disturba, pensa a Dio che è dietro di te, davanti a te, sotto di te e sopra di te, attorno a te e in te, e intanto ripeti:

«Mio Dio, eccomi»; oppure; «Abbi pietà di me».

Allora giungerai presto ad avere la mia stessa espe­rienza e saprai non solo dov’è Dio, ma come egli è presente e che cos’è per noi».

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