CROCIFISSO IN AULA: L’EUROPA APPROVA

18/03/2011 – A grande maggioranza, la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo assolve l’Italia: la croce nelle scuole pubbliche non viola la libertà di educazione. Il costituzionalista Andrea Simoncini spiega perché è una decisione «realista»

«È una sentenza estremamente importante: perché è pronunciata sui fatti, non sulle ideologie». Il costituzionalista Andrea Simoncini commenta a caldo per Tracce.it la sentenza con cui la Grande Chambre della Corte europea dei diritti dell’uomo ha “assolto” l’Italia sulla presenza del crocifisso nelle scuole. La battaglia a colpi di ricorsi era stata portata avanti da una famiglia di Abano Terme contro il Governo italiano. Il caso è arrivato a Strasburgo dopo essere passato per due volte dal Tar del Veneto, dalla Corte Costituzionale e dal Consiglio di Stato (qui la ricostruzione della vicenda).
La motivazione dei due genitori “anti-crocifisso”, era a grandi linee la seguente: «È una battaglia civile. Se io a casa insegno ai miei figli che l’uomo è figlio dell’evoluzione, e poi a scuola un professore sostiene invece che siamo tutti figli di Dio, quel crocifisso che sta alle sue spalle gli conferisce una autorità superiore alla mia».
La Grande Chambre gli ha dato torto. Con una sentenza definitiva, inappellabile. Un collegio di diciassette giudici ha, in sostanza, stabilito (a larghissima maggioranza: 15 a 2) che il crocifisso appeso in aula non viola l’art. 2 del Protocollo n. 1 della Convenzione dei diritti dell’uomo, che è relativo al diritto all’istruzione: l’Italia, cioè, non lede la libertà di educazione. Così è stata ribaltata la sentenza di primo grado del 3 novembre 2009, con cui la Corte di Strasburgo aveva condannato il nostro Paese.

Perché è una sentenza “sui fatti”?
Perché l’approccio della sentenza, a una prima lettura, appare molto realista. Nel senso che la Grande Chambre ha chiamato le cose con il loro nome. Innanzitutto, afferma che la croce è un simbolo religioso. Questo è notevole, dal momento che uno degli argomenti usato da più governi nella “difesa” del crocifisso giocava proprio in questa direzione: non si tratta di un simbolo religioso, ma culturale. Invece, la Corte ribadisce che è «prima di tutto un simbolo religioso». Questo è un primo aspetto per cui la sentenza si basa sui fatti, su “come stanno le cose”.

La sentenza afferma che, pur essendo un simbolo religioso, non lede la libertà di educazione, perché non ci sono elementi che attestano «l’eventuale influenza che l’esposizione di un simbolo di questa natura sulle mura delle aule scolastiche potrebbe avere sugli alunni».
Questo è un secondo fattore di realismo. Per la Corte è evidente che un crocifisso appeso al muro di un’aula non è in grado di indottrinare nessuno. Perché ci sia indottrinamento deve esserci un pensiero proposto contro la libertà, e non alla libertà. Dovrebbe esserci un’educazione imposta con violenza, con l’alterazione della libertà di coscienza.

Infatti la sentenza dice che lo Stato italiano non svolge «un’opera di indottrinamento» perché non prevede «l’insegnamento obbligatorio del cristianesimo» e perché «lo spazio scolastico è aperto ad altre religioni». Per cui non sussistono elementi a indicare che «le autorità siano intolleranti».
Ma, soprattutto, specifica che il crocifisso «è un simbolo essenzialmente passivo, la cui influenza sugli alunni non può essere paragonata a un discorso didattico o alla partecipazione ad attività religiose». Solo un insegnamento può realizzare la funzione educativa.

Ma questo non toglie che Massimo Albertin e Soile Lautsi, i due genitori che hanno portato l’Italia e il crocifisso di fronte ai giudici, si sentano ledere nella libertà di educazione dei figli Dataico e Sami, che all’inizio della vicenda nel 2002 frequentavano la scuola media.
Qui si pone l’altro passaggio decisivo della sentenza. Giuridicamente fondamentale. La sentenza stabilisce che «la percezione soggettiva che mi è stato reso un diritto non basta ad affermare che quel diritto è stato leso». Affermando che la percezione personale «non è sufficiente», la Corte rigetta l’idea che qualsiasi sensazione, come qualsiasi desiderio, costituiscano di per sé un diritto o la violazione di un diritto. Soprattutto quando si parla di coscienza, educazione, libertà. Ma, in questa direzione, la Corte fa un’altra sottolineatura decisiva.

Quale?
Osserva che la presenza del crocifisso ha lasciato «intatto» il diritto della madre «in quanto genitrice di spiegare e consigliare i suoi figli, di orientarli verso una direzione conforme alle proprie convinzioni filosofiche». Questo significa affermare che l’educazione non può mai essere delegata a una struttura: in qualsiasi ambiente un ragazzo si trovi, la sua educazione è rimandata innanzitutto alla responsabilità della famiglia, dei genitori.

La sentenza d’assoluzione ha trovato una maggioranza molto ampia: quindici giudici su diciassette.
Questo è un ulteriore elemento molto significativo. Indipendentemente dalla brutta abitudine di prendere per definitive sentenze che definitive non sono, la Grande Chambre ha espresso un orientamento molto forte. Considerando, soprattutto, che nel collegio erano rappresentati Paesi come Francia, Grecia, Regno Unito, Danimarca, Finlandia, Svizzera, Russia…

Ma non lascia interdetti che sia stata completamente ribaltata la sentenza di primo grado della Corte di Strasburgo?
Si resta perplessi perché si percepiscono i giudici come delle divinità. Invece sono uomini come tutti gli altri. Per cui, questi diciassette giudici hanno valutato la materia diversamente e in modo più ampio (la prima sentenza era stata emessa da sette giudici). Evidentemente ha giocato in loro l’insuperabile principio di Churchill: «Solo un imbecille, tra coerenza e verità, sceglie la coerenza». Ma, soprattutto, bisogna tenere presente che – in una materia come questa – è preponderante la discrezionalità della Costituzione del singolo Paese. La Corte Europea non ha ceduto alla tentazione di stabilire una nozione di religiosità uguale per tutti. L’Europa è un soggetto di pluralismo costituzionale, i vari Stati si comportano diversamente anche rispetto alla visibilità dei simboli: la Corte deve garantire che la materia venga regolata innanzitutto dai valori e dall’identità costituzionale di ciascun Paese. Questa sentenza, del resto, è l’esempio che quando l’Europa “fa presente” la sua cultura, il suo volto, anche le Corti non risultano più abbandonate negli uffici di Strasburgo ma sono chiamate a prendere una posizione forte. Che può contrapporsi a iniziative irrazionali e pregiudiziali. Ideologiche.

Da http://www.tracce.it/?id=376&id_n=20937

Share This:

JOHN FINNIS: LA MIA CONVERSIONE

Uno dei maggiori riformulatori del giusnaturalismo è unanimemente considerato John Finnis. Docente nelle prestigiose Università di Oxford e Notre Dame, ateo negli anni della giovinezza, è quindi passato a una visione teistica, arrivando a convertirsi al cattolicesimo dopo il primo anno di permanenza a Oxford. Descrive così questi passaggi in un’intervista su Avvenire: «Avevo due amici all’Università di Adelaide che fecero un viaggio simile al mio e nei medesimi anni, tuttavia seguendo autori e riferimenti diversi. Arrivammo alla consapevolezza, attraverso lo studio e la riflessione, che Dio esisteva, che era intervenuto nella storia e che la fede cattolica era la sola, seria possibile espressione di tale divina rivelazione. E la Chiesa cattolica era l’unica seria candidata a essere la comunità fondata per trasmettere tale rivelazione e la grazia di Dio fino alla fine dei tempi». Continua il filosofo: «A me furono di grande aiuto per superare David Hume e Bertrand Russell alcuni libri sull’empirismo inglese scritti da un sacerdote e filosofo inglese scomparso prematuramente durante il Concilio, D.J.B. Hawkins. Ma importanti furono anche le letture di Newman, specialmente l’Apologia pro vita sua, e la critica dell’empirismo fatta del gesuita Bernard Lonergan».

Finnis ha elaborato una filosofia della legge naturale che verte su una serie di “basic goods” di evidenza antropologica, i quali non necessitano di essere di per sé dei credenti in Dio. Lui la spiega così: «Tutta la realtà poggia ontologicamente o “presuppone” un’esistenza divina, una Creazione e una Provvidenza. Ma uno può occuparsi di fisica anche senza occuparsi del suo presupposto ontologico definito filosoficamente. Allo stesso modo, uno può arrivare molto lontano nella ragion pratica senza doversi confrontare con le primissime precondizioni ontologiche (metafisiche) dei beni verso i quali si orienta. L’ordine epistemologico della scoperta e l’ordine metafisico della dipendenza seguono direzioni opposte, è possibile quindi trovare un punto di incontro con tutti coloro che non siano nichilisti dogmatici».

Il filosofo conclude elogiando il pensiero di San Tommaso: «Tutta la mia filosofia della ragione pratica, della legge naturale, della giustizia, della legge positiva, dell’intenzione e dell’azione, i miei lavori sulla teologia naturale seguono profondamente la linea, per quanto posso giudicare, di san Tommaso. In particolare, la sua teoria della legge positiva è di un tale livello che non è stata veramente mai superata. Il mio lavoro a riguardo è poco più che una sua elaborazione». In un’intervista per II Tempo, oltre a elogiare il Santo Padre e il suo discorso a Ratisbona, ha dichiarato: «Considero Tommaso un fondatore del pensiero moderno perché è alla lunga il più lucido e comprensivo divulgatore delle parti migliori della migliore tradizione filosofica della storia umana». Ha poi accennato anche alla portata dei cambiamenti culturali inaugurati dalla contraccezione: «è emersa l’auto-distruzione demografica delle culture che li hanno abbracciati».

Da http://www.uccronline.it/2011/03/11/john-finnis-il-filosofo-di-oxford-racconta-la-sua-conversione-al-cattolicesimo/

Share This:

PROVVIDDENZA O PIANIFICAZIONE?

Satana non allontana dalla fede, ma suggerisce a ciascuno di salvare se stesso, lo incoraggia a fabbricare il suo piccolo cielo privato, e la sua superbia lo rende “manager dell’autosufficienza e padre dell’utopia”, cioè i mali della modernità. Infatti voler creare da sé la felicità, propria e degli altri, significa “scambiare la provvidenza per la pianificazione“, misconoscere il ruolo della Grazia, che chiede non di fare, ma di lasciar fare Dio in noi.
Il demonio non si abbandona, è un self-made man e considera questo suo incatenarsi al peccato come un’emancipazione, mentre la santità gli sembra una forma di orgoglio. Se Dio è amore, anche il diavolo lo è, ma il suo è amor proprio. Quando si incontra il diavolo non si tratta quindi di vedere chi è più forte, ma di riconoscersi debole; non si tratta di capire chi è il più acuto, ma di voler essere il più capace di amore.

Lucetta Scaraffia, Intervista a Fabrice Hadjadj, L’Osservatore Romano, 2 luglio 2010

Share This:

DALL’ABORTO AL PRO-LIFE

Norma McCorvey è la giovane mamma che nel 1973 strappò alla Corte Suprema degli Stati Uniti la famosa decisione che decretò la libertà di abortire negli USA. Consacrata a simbolo del femminismo e del laicismo americano, lesbica dichiarata, militante pro aborto, succesivamente al fatto raccontato qui sotto, si è convertita alla fede cattolica nel 1996.
Oggi è attiva sostenitrice della tutela della vita umana sin dal concepimento.

«Ero seduta in un ufficio, quando ho notato un poster con uno sviluppo fetale. La crescita del feto era così evidente, gli occhi erano così dolci. Il mio cuore mi faceva male solo a guardali. Sono corsa fuori dalla stanza e mi sono detta: “Norma, hanno ragione”.

Qualcosa in quel poster mi ha fatto perdere il respiro, continuavo a vedere l’immagine di quel piccolo embrione di 10 settimane, e non ho potuto non dire: “questo è un bambino”. E’ come se un paraocchi mi fosse caduto gli occhi, ho capito subito la verità: è un bambino!

Mi sentivo schiacciata sotto la verità di questa realizzazione.

Ho dovuto affrontare una realtà terribile: l’aborto non si trattava di un “prodotto del concepimento” o di “periodo mancato”. Si trattava di bambini uccisi nel grembo della madre. In tutti quegli anni mi ero sbagliata.

Tutto il mio lavoro nelle cliniche abortiste era sbagliato.

Divenne chiaro, dolorosamente chiaro»

Qui la testimonianza integrale (in inglese):

http://www.leaderu.com/common/roev.html

Qui la testimonianza video:

http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=YQzdMv6nW4o

Share This:

SCIENZA ED INTELLIGENZA CREATRICE

Il Presidente della Federazione Mondiale degli Scienziati, Antonino Zichichi, ha scritto un interessante articolo su La Bussola […]. Il tema è il “terzo Big-Bang”, cioé il passaggio da un universo con vita priva di ragione ad un universo con vita dotata di ragione. L’universo avrebbe potuto essere esattamente com’è, con le stesse strutture e gli stessi dettagli, ma privo della nostra presenza. Lo scienziato sottolinea che si è scoperto solo una parte delle stelle è come il Sole, anche se nessuna è identica a un’altra. Se il nostro Sole fosse più grande, moriremmo di caldo; più piccolo, moriremmo di freddo; ferma restando la condizione di rimanere alla stessa distanza dal Sole nella quale ci troviamo ora.

Noi non abbiamo scelto questa distanza, nè abbiamo stabilito quale dovesse essere la massa del Sole. Non solo: se la Terra fosse più piccola, quindi più leggera, non potrebbe tenere legato a sé quello strato d’aria cui diamo il nome di atmosfera e che ci permette di vivere. Se la Terra fosse più pesante, dovremmo avere una struttura ossea e muscolare adeguata alla forza gravitazionale in gioco.

Ovviamente -continua Zichichi- sappiamo che ci sono nell’universo duecento miliardi di galassie, ciascuna contenente duecento miliardi di stelle. Il totale fa quarantamila miliardi di miliardi di posti in cui potrebbe esserci la vita così come è da noi, sulla Terra. Questo numero deve, però, essere messo a confronto con i dettagli necessari per dar vita a qualcosa di analogo alla nostra forma di materia vivente, dotata di quella proprietà cui diamo il nome di “ragione”. Allora, il problema è quello di capire quanti dettagli debbono essere presenti per arrivare a una forma di materia vivente capace di una attività intellettuale (la ragione) simile alla nostra, in grado di scoprire le grandi conquiste cui è arrivata la nostra forma di materia vivente.

Calcolando tutte le condizioni necessarie per arrivare alla materia vivente dotata di ragione, se ne deduce che le stelle presenti nel nostro universo sono troppo poche. Ce ne vorrebbe un numero di gran lunga superiore a quello prima citato – quarantamila miliardi di miliardi – per potere realizzare quell’enorme quantità di “dettagli” necessari all’esistenza della materia vivente dotata di “ragione”. A conti fatti, risulta che, con il numero di stelle e galassie che compongono l’universo, l’esistenza della materia vivente dotata di ragione è davvero un miracolo. Dovrebbero esistere centomila miliardi di miliardi di miliardi di universi per averne uno dotato di vita come la nostra. Fu il padre della scienza, Galileo Galilei, a dire che “Colui che ha fatto il mondo” è più intelligente di tutti. Doveva toccare a un cattolico come Galileo Galilei, scoprire le prime Leggi Fondamentali della Natura da lui chiamate “le prime impronte del Creatore”.

Sono veramente tanti gli scienziati che confermano questa evidenza. Citiamo ad esempio il Nobel per la Fisica, Tony Hewish, spiega a Il Foglio del 9/2/08«Dall’osservazione scientifica mi sembra, sia per gli esseri viventi che per gli elementi fondamentali della vita, vi sia un messaggio molto chiaro. E il messaggio è questo: l’universo è stato prodotto da un essere intelligente». Anche l’ex paladino dell’ateismo scientifico (ci piace chiamarlo spesso in causa proprio per la sua radicale conversione e per la sua attualtià), Antony Flew, dopo la conversione ha sostenuto in un’intervista alla Bbc nel 2004 e nel suo libro “Dio esiste. Come l’ateo più famoso del mondo ha cambiato idea” (Alfa & Omega 2010), che una «superintelligenza è l’unica spiegazione valida dell’origine della vita e della complessità della natura». La razionalità dell’uomo quindi è proprio la scatola nera degli atei materialisti: non è possibile infatti che essa emerga mediante processi naturali non guidati.

Da http://www.facebook.com/home.php#!/pages/Scienza-e-Fede/137967229558980?v=wall

Share This:

ROSMINI: DIFENDERCI DALLE PRETESE ESASPERATE DELLA MODERNITA’

L’impegno centrale per Rosmini è quello di ripensare la tradizione del pensiero cristiano alla luce delle esperienze filosofiche della modernità; egli non vuole cadere nel razionalismo e nel soggettivismo moderno ma, nello stesso tempo, intende creare un’armonia tra filosofia moderna e tradizione.

Il male della contemporaneità è individuabile nell’esasperazione razionalistica che si esprime con diversi volti: scetticismo, materialismo, idealismo, panteismo. Il recupero ed insieme il giudizio critico sulla filosofia moderna, il suo antirazionalismo, si traduce a livello politico nel principio anti-perfettistico. Non bisogna negare le moderne libertà dello Stato bensì denunciare le sue pretese perfettistiche ovvero le pretese di “giungere all’invenzione di un’organizzazione sociale che antivegga e preoccupi tutta l’umana perversità” e, per raggiungere un simile obiettivo, esser disposti a calpestare la libertà personale e il diritto soggettivo.

L’antiperfettismo, in linea con quello che sarà lo svolgimento della Dottrina sociale della Chiesa, denuncia l’illusione, di matrice razionalistica, di poter creare una società perfetta e capace di rimedio completo ai mali del mondo esaurendo così la responsabilità dell’individuo.

Share This:

CRISTIANI E PENSIERO SOCIALE: UNA VIA DA RISCOPRIRE

«Ciò che unisce tra loro il pensiero dei cattolici liberali italiani è l’idea di persona libera e responsabile». È forse questa la frase che meglio sintetizza l’affascinante complessità della lunga tradizione “politica” dei cattolici italiani negli ultimi due secoli. Il tema, del resto, non sembra aver esaurito la propria spinta propulsiva né, tantomeno, la specifica forza dirompente all’interno dello scenario politico nazionale. Nemmeno dopo 150 anni, nemmeno dopo le conquiste del ‘900, nemmeno ora che si è aperto il terzo millennio. La questione, insomma, è rimasta viva durante tutte le stagioni che hanno attraversato la storia contemporanea ed è ancora in divenire, e resta sempre attuale.

Il pensiero cattolico dei liberali italiani è stato recentemente affrontato e descritto, in maniera agevole e fluida, dallo studioso DARIO ANTISERI attraverso la pubblicazione di un suo prezioso pamphlet intitolato Il liberalismo cattolico italiano (Rubbettino, pp. 146, € 8,00). La storia raccontata in questo libro di Antiseri, intelligentemente raccolta in un fruibile formato tascabile, affonda nei testi, nelle biografie e nelle personalità più importanti della tradizione cattolico-liberale italiana che va, appunto, come recita il sottotitolo, “dal Risorgimento ai nostri giorni”. Tra i nomi dei protagonisti di questa carrellata vanno segnalati senz’altro Antonio Rosmini, Vincenzo Gioberti, Alessandro
Manzoni, Romolo Murri, don Sturzo. Oltre, ovviamente, Luigi Taparelli d’Azeglio, Gioacchino Ventura, Raffaello Lambruschini e Angelo Tosato. A cui si aggiunge, non a caso, l’apporto dato da Luigi Einaudi, uomo politico allo stesso tempo liberale e cattolico, che era solito mettere in guardia i suoi lettori dalle falsità e dalle distorsioni che il pensiero e l’azione liberale continuamente dovevano subire da parte dei suoi più acerrimi avversari. Una manipolazione sistematica della parola “liberale” che, purtroppo, a quanto pare, prosegue ancora oggi. A tal proposito, Dario Antiseri riporta nel suo libro quel passo in cui Einaudi denuncia come falsa l’idea «che i liberali siano fautori dello Stato assente». E poi prosegue: «Che Adam Smith sia il campione assoluto del lasciar fare e lasciar passare sono bugie … ma, per essere grosse, sono ripetute dalla più parte dei politici» che in più, evidentemente, non sapevano e non sanno in che cosa consista il pensiero liberale. E di conseguenza non conoscono la storia o il pensiero dei cattolici liberali.

Come non ricordare, perciò, Alessandro Manzoni quando, in una lettera del 28 febbraio 1848, indirizzata ad Antonio Rosmini, scrisse: «Io laico in tutti i sensi», sottolineando così il suo voler rivendicare a se stesso e agli altri un approccio laico rispetto alla sua fede cattolica e, quindi, la possibilità di far convivere in armonia questa compresenza interiore dettata dalla convinzione che l’uomo non è “nato libero”, come sosteneva Rousseau, ma deve conquistarsi la propria libertà anche rispetto alla corruzione e all’oppressione dello Stato o della Chiesa. E seguendo questo filo rosso, Antiseri prosegue il suo viaggio valorizzando e rafforzando la tesi secondo cui «la vera libertà –
come affermava Luigi Taparelli D’Azeglio – anche nell’economia, non istà nella libertà delle passioni, ma nella sicurezza dei diritti».

L’autore, inoltre, ricorda come Rosmini, da parte sua, asseriva spesso che «le persone sono principio e fine dello Stato» e che «la proprietà privata è uno strumento di difesa della persona dall’invadenza dello Stato». Per poi, ovviamente, scagliarsi contro gli assolutismi ideologici o statalisti attraverso la critica al cosiddetto “perfettismo”. Perché, affermava il filosofo Antonio Rosmini, «il perfettismo è effetto dell’ignoranza e frutto di un “baldanzoso pregiudizio”. Il perfettista ignora il principio ontologico della limitazione delle cose». A una tale linea di pensiero si ricollega, ancora una volta, per esempio, il ragionamento di Einaudi quando scrive che «l’unica garanzia di salvezza
contro l’errore, contro il disastro, dunque, non è la dittatura; ma è la discussione». Perché la verità «non è mai sicura in se stessa, se non in quanto permette al principio opposto di contrastarla e di cercare di dimostrarne il vizio». Insomma, per sintetizzare, Einaudi invitava sempre a «conoscere per deliberare».

Tra i tanti nomi presenti nel libro, comunque, spicca quello di Luigi Sturzo che, al suo rientro in Italia, dopo la Seconda guerra mondiale, in virtù dell’esperienza e delle conoscenze acquisite in Inghilterra e negli Usa, accentuò il suo carattere di difensore della libertà «per tutti e sempre». E si prodigò per spiegare, in tutte le sedi politiche, che “lo statalismo non risolve mai i problemi economici e per di più impoverisce le risorse nazionali; complica le attività individuali, non solo nella vita materiale e degli affari, ma anche nella vita dello spirito”. E poi, ancora, Gioberti, Ventura e Lambruschini. Un susseguirsi coerente e lineare degli uomini che hanno fatto la storia del pensiero e dell’azione cattolico-liberale. Soprattutto Manzoni e Rosmini, i due principali punti di riferimento per molti di loro. Ed è proprio Rosmini che riesce a spiegare il “metodo” attraverso cui, non solo è possibile e realizzabile, ma è addirittura necessario, concretizzare l’incontro tra il pensiero liberale e la migliore tradizione cattolica. In modo che, finalmente, «a forza di ragionare insieme non si giunge a convincersi che in molte cose già si conviene senza saperlo, le sole espressioni, le sole forme variando, non il pensiero ultimo che è uguale». Nel libro di Dario Antiseri, insomma, si ritrovano molte delle idee e degli insegnamenti che si ascoltano anche negli ambienti laici. Come l’idea espressa esplicitamente da Rosmini secondo cui «gli individui non si possono intendere, se non parlano molto fra loro; se non si comunicano a lungo, di continuo, i propri individuali sentimenti; se le idee imperfette dei singoli non ricevono perfezione dallo scontro con le idee di tutti».

di Pier Paolo Segneri

Share This:

CONFUSIONE POLITICA? CI PENSA ROSMINI

Gli interessi di Rosmini per la politica, intesa come teoria e prassi, iniziano da quando era molto giovane e terminano sul letto di morte. Il suo primo grande studio politico lo compie giovanissimo, gli ultimi interessi li coltiva sulla nascente Italia unita (stava morendo quando gli comunicano la decisione di Cavour di partecipare alla guerra di Crimea, decisione che approva). In mezzo poi abbiamo le due grandi opere della maturità: Filosofia della politica e Filosofia del diritto. Io qui mi limiterò solo ad illustrare qualcuno dei numerosi principi di filosofia della politica da lui elaborati.

1.Fine prossimo del politico è l’utilità. E’ un principio importante, perché ci aiuta a comprendere meglio il politico, cioè a giudicare equamente sulla sua importanza ma anche sui suoi limiti. Egli in sostanza persegue il bene comune, ma non tutto il bene, bensì quei beni che Tommaso chiamava “commutabili” o temporali o contingenti, per distinguerli invece dai beni eterni, spirituali. Il politico allora è preposto alla corretta amministrazione del dare e dell’avere, sta attento che nella corsa ai beni temporali venga conservata la giustizia ed a ciascuno venga riconosciuto ciò che gli spetta per diritto. Ovviamente questi beni non sono avulsi dai beni etici e spirituali, perché l’uomo è una unità e quando persegue l’utilità svincolata dalla giustizia etica crea nella società dei nodi che la straziano. Però c’è una diversità fra il politico ed altre forme di servizio sociale, quali il filosofo, il moralista, il sacerdote. Questi ultimi trattano valori immutabili, quali la verità l’etica la religione, chiari, non negoziabili. Il politico invece tratta beni mutevoli, non molto chiari, soggetti a scelte opinabili perché non accompagnati da certezze assolute. Inoltre il politico ha a che fare con persone che a volte sono dei poveri cristi, deve continuamente essere accompagnato dal consenso, si trova a decidere tra persone che cambiano umore, talvolta si trova a rappresentare una società che è lontana dai principi morali. Suo compito allora non è la giustizia astratta, ma quel tanto di giustizia possibile nel tipo di società in cui si trova. La sua virtù maggiore sarà la prudenza: il dono di prendere la decisione pratica migliore nel vissuto sociale che gli è stato dato da amministrare. La prudenza non è un cedere ai cittadini, ma un portarli verso il bene comune a piccoli passi, facendo opera di convinzione ma non allontanandosi astrattamente dal cittadino. Se comprendiamo bene questa massima, capiremo che molte critiche fatte da noi ai politici sono ingiuste: chiediamo loro di fare ciò che la società attuale non permette di fare, e lo chiediamo in nome di principi teorici esatti, profetici, ma non innervati nella pratica o costume della società.

2. Il perfettismo è frutto dell’ignoranza. I politici che non capiscono questa differenza fra teoria astratta ma asettica e il vissuto un po’ confuso ma vitale, vengono da Rosmini accusati di perfettismo. Si tratta di persone le quali si illudono che gli ideali politici possano essere calati facilmente nella società, e creano delle strutture sociali, nelle quali in nome di un ideale astratto di uomo vengono sacrificati gli uomini reali. Qui il politico abusa del potere che gli è concesso dalle leggi, il potere della coercizione, cioè dell’uso della forza su chi non vuole obbedire alla legge. L’abuso o ingiustizia sta nel fatto che si accollano sui cittadini pesi che non sono in grado di sopportare: giustizia pura, che ignora l’equità. Tipiche strutture di questo genere saranno le cosidette idelogie del Novecento, il cui germe Rosmini e Manzoni avevano già avuto modo di osservare nella Rivoluzione francese e nei vari socialismi utopistici del tempo. L’ideologia ci dà una norma astratta di uomo (la volontà generale di Rousseaux, l’uomo essenziale di Marx, il superuomo di Nietzche, lo spirito assoluto che si incarna in un popolo di Hegel, ecc.), e vuole costringere tutto un popolo ad adeguarsi, creando sofferenze e soprusi infiniti. Questi politici sono pericolosi perché dommatici, tagliano le teste se non corrispondono alla loro idea, non conoscono il principio popperiano della fallibilità, scambiano la perfezione con la perfettibilità, sono impermeabili ai suggerimenti che la vita sociale dà in continuazione. E che un buon politico deve sempre “auscultare” come fa il medico coi suoi pazienti. Essi, invece di diventare super partes preferiscono governare super servos. Il politico vero invece sa che deve governare non la società da lui sognata, ma quella che gli tocca: in una società di briganti vanno bene certe leggi, in una società di trappisti altre leggi. Il tutto, però col desiderio di perfettibilità, cioè di portare la società di briganti sempre più verso la società di santi: e la sua volontà intelligente sta nel creare queste trasformazioni in meglio stando al passo con la società che amministra. Ma per agire così, scrive Rosmini, il politico deve conoscere a fondo “la geografia del cuore umano”.

3. Le democrazie liberali sono figlie del cristianesimo. Anche questo è un punto importante, che in Rosmini e Manzoni divenne chiarissimo soprattutto dopo i tanti colloqui fatti insieme, prima a Milano e poi a Stresa. In sostanza le sorgenti democrazie liberali, spinte dalla rivoluzione francese, erano riuscite a portare a galla un principio preziosissimo del Vangelo, che società anteriori avevano tenuto forzatamente in ombra. Si tratta del principio di persona, del fatto cioè che la carta dei diritti del cittadino andava elaborata non sulla divisione delle classi, o sulla razza o sulla ricchezza, ma sul fatto che ogni uomo è persona di una dignità infinita, portatore di un elemento che lo rende il diritto stesso sussistente. Le democrazie liberali portavano in germe questo nucleo sano, mettevano l’uomo reale al centro della città e della società, spingevano i politici a mettersi a servizio di quest’uomo, delle sue aspirazioni, delle sue esigenze, e nello stesso tempo puntavano sulle potenzialità insite nell’uomo, quali la sua libertà e la sua volontà intelligente, per lo sviluppo della società. Ovviamente si trattava di un germe, di un nucleo che andava incoraggiato, liberato dalle venature utopistiche dei rivoluzionari e calato nella realtà umile del tessuto sociale; soprattutto andava liberato da tutti quei parassiti che le menti distorte dei “capipopolo” gli vivevano costruito attorno. Per queste loro concezioni Rosmini e Manzoni ebbero a soffrire tanto, ma oggi sono considerati come i padri nobili del cattolicesimo liberale.

4. Il bene comune va distinto da altri beni più particolari. Il politico deve stare attento a non confondere il bene comune con altri beni. Bene comune significa il bene che rifluisce su tutti i cittadini, proporzionatamente a quanto loro spetta. Non significa quindi egualitarismo, perché sarebbe ingiusto trattare allo stesso modo persone disuguali: come dice Aristotele, non sarebbe giustizia dare la stessa porzione di cibo a persone disuguali come un bambino ed un atleta. Bene comune inoltre significa tutto il bene di cui un uomo o una società sono capaci: bene, quindi non solo di ordine materiale e sensibile (profitto e piacere), ma anche di ordini superiori, quali il bene etico e spirituale. Talvolta sotto la maschera del bene comune si nasconde il bene pubblico, che è il bene della classe dirigente, e che oggi nell’immaginario collettivo viene chiamata “la casta”. Accanto al bene pubblico vi è il bene del partito, tentazione molto forte oggi: si decide del governo non in base alle persone migliori. sul territorio, ma in base ad una distribuzione che rappresenti i partiti della coalizione (al mio partito la tale città, al tuo l’altra città, ecc.). La cosa più spregevole è quando si fa politica per un bene individuale, cioè per sistemare una mia posizione esistenziale. Rosmini aveva parole molto forti contro i “partiti” del tempo, perché allora i partiti volevano rappresentare una classe o un particolare interesse. Era dunque facile che se si apparteneva al partito dei poveri, si era tentati a rubare nel portafoglio del ricco; se si apparteneva al partito dei ricchi veniva spontaneo infierire sui poveri, ecc. Lo spaventava il nome stesso di “partito”, che indicava parzialità, e quindi incapacità a vedere il bene comune nella sua totalità. Oggi sappiamo che “partito” vuol dire un’altra cosa: vuol dire la mia visione della totalità, il mio punto di vista che si mette in concorrenza con gli altri punti di vista, e si propone ai cittadini come visuale o tendenza generale per conquistare i loro consensi. I partiti oggi servono nel parlamento come forze equilibratrici dell’interesse comuni, ricchezza di espressioni diverse che concorrono all’unità del bene comune. Come l’opposizione in una democrazia è preziosa in quanto “cane da guardia” contro gli abusi di chi governa. Quindi le parole di Rosmini contro i partiti di allora non vanno applicate ai partiti di oggi. Però andrebbero meditate alcune sue tesi: come, ad esempio, la proposta che una volta al governo il politico non risponde più ai suoi elettori ma all’intera nazione; oppure l’altra proposta che chiunque dovesse trovarsi ad aver accettato un regalo, venga dimesso dal suo incarico. Il politico, una volta eletto, dovrebbe guardare al bene di tutti, rispondere nella sua coscienza al bene generale della sua nazione, cioè dell’intero corpo dei cittadini, farsi un cuore i cui battiti siano ritmati dai diritti e dai doveri di tutti. Per il bene comune egli dovrebbe mantenere il diritto di dissenso dal proprio partito, senza temere di essere penalizzato. La professione del politico è una professione nobile, perché in un certo senso condivide il governo di Dio nel mondo, ed offre un’eco della gioia creatrice di Dio perché ha a che fare non con beni inanimati ma con beni spirituali quali sono le intelligenze e le volontà umane . Ma tutto questo avviene in lui se sta stare all’altezza della sua professione, se ha un cuore grande e disinteressato, se cerca con sincerità il bene comune. Altrimenti subentrerà presto in lui un senso interiore di disgusto e di frustrazione per quanto è costretto a fare, la perdita della fierezza interiore, una concezione pessimista dell’uomo delle sue pulsioni e del suo smodato egoismo. D’altra parte il simile si unisce al simile: un politico corrotto sarà circondato da uomini che vivono di corruzione, mentre un politico vero conoscerà uomini veri. A ciascuno il suo, anche qui.

5. Le persone umane sono la ricchezza maggiore della nazione. Abbiamo detto che la persona per Rosmini è il diritto sussistente. Di conseguenza, più viene sviluppato il bene-diritto che è la persona, più la nazione trova sviluppo e ricchezza in tutti i sensi. La persona poi è un bene nel senso che la sua libertà è aperta a tante potenzialità espressive che chiedono di essere sviluppate. Puntare allora sullo sviluppo delle persone libere e consapevoli è il miglior modo di governare una nazione. Il bello delle democrazie, scriveva Tocqueville, è che ogni cittadino può potenzialmente diventare quello che vuole. E voleva dire che la democrazia non ci offre una uguaglianza di fatto, ma di diritto, quella che egli chiamava “uguaglianza delle condizioni”. A ciascuno rimane il compito di scegliere quello che vuole e di pagare nella libera competizione il prezzo della sua scelta. Se sceglie di fare il barbone è libero di farlo e il prezzo non sarà molto alto; ma se sceglie di diventare presidente o direttore o medico o avvocato, dovrà vedersela con tanti altri che hanno scelto la stessa cosa, e lo stato deve garantire in questa corsa l’uguaglianza delle condizioni, cioè una regola alla quale adeguarsi, senza privilegi e senza scorciatoie. Puntare sulle persone piuttosto che sugli altri beni premia sempre lo stato in generale. Oggi possiamo portare qualche esempio: 1. Il Giappone non ha grandi ricchezze in termini di materie prime: ha puntato sulle persone, sulla loro istruzione, sulla loro convivenza, ed oggi è uno degli stati più ricchi del mondo. 2. Come controprova il Brasile: ricchissimo di materie prime, ma tra i più poveri del mondo. 3. Un’altra prova: come mai la Corea del sud, senza petrolio, si trova ad essere molto più ricca di tanti paesi arabi che hanno nel petrolio una fonte inesauribile di ricchezza? Essere padroni di petrolio è una maledizione o una benedizione? Usare la ricchezza materiale per tenere in piedi una democrazia populista (vedi Venezuela) concorre a far progredire o a far regredire un popolo?

6. Il principio della sussidiarietà. Rosmini dice che il politico dovrebbe seguire questa regola stabilita da Dio nel governare il mondo: “Il maggior bene che si può fare ad una persona non è dargli il bene ma renderlo da se stesso autore del proprio bene”. Questo principio si contrappone al principio di assistenza o assistenzialismo, il quale provvede totalmente al bisogno del cittadino. Questo principio addormenta le potenzialità di una persona, eliminando le sfide spegne il desiderio di combattere per venirne a galla, fiacca la volontà e priva della gioia con la quale si gusta un bene conquistato da se stessi. Tocqueville ha una bellissima pagina sullo sbarco degli emigranti europei in Nord e in Sud America. I primi hanno trovato una natura avversa, delle sfide inimmaginabili: ma queste sfide a lungo termine sono diventate una benedizione. I secondi hanno trovato un paradiso già al loro arrivo, ma questo paradiso a lungo termine si è trasformato in veleno. Le democrazie liberali, a differenza delle democrazie populiste, hanno potuto debellare le sacche di povertà proprio perché hanno insegnato alla gente che per uscire da un problema bisognava darsi da fare, stimolare la propria fantasia, impegnare le proprie forze: “Aiuta il popolo ad aiutare se stesso”. Nelle democrazie liberali, allora, la migliore medicina non è quella di sostituirsi come Stato alla fantasia dei cittadini, ma di stimolare questa fantasia. Lo Stato non deve lasciare affondare il cittadino, ma neanche sollevarlo di peso dai suoi guai: suo compito offrire un appiglio, un punto di partenza che gli permetta di risollevarsi, lasciandogli però il compito di sollevarsi principalmente con le proprie forze. Si tratta di una bontà forte, diversa dal “buonismo” che invece è una bontà debole e controproducente. La sussidiarietà inoltre non ha paura della libera competizione, favorisce lo sprigionarsi delle energie in tutte le realtà sociali, purché sia garantita l’eguaglianza delle condizioni.

7. La vitalità delle forze etiche e spirituali. I valori etici e spirituali sono delle forze interiori, che la società non è in grado di controllare con le sue leggi positive, ma che costituiscono il grado di forza reale della società. Sono come la vita interna dell’uomo rispetto al corpo: nella misura in cui questa interna vitalità viene a scomparire, il corpo si sfascia e si decompone. Tenere allora alta la tensione etica e spirituale, non scoraggiare chi la vive, favorirne l’espansione è interesse della società stessa. Il cittadino nel quale vive la tensione verso i valori etici e spirituali è certamente più pronto a capire il senso di solidarietà di una nazione ed è portato ad adeguarsi alle leggi non in base ad una costrizione esterna, ma in base alla propria coscienza ed al senso interiore di giustizia. Se poi la sua etica approda ad un senso religioso della vita, egli possiede dei fondamenti molto più stabili del cittadino che coltiva solo i valori sociali. Inoltre, se il bene comune è il fine della politica, l’uomo religioso non può andare contro il vero politico, il quale vuole proprio il bene comune. Ecco perché Rosmini, quando enumera la forza dei beni di cui si compone il corpo sociale (ricchezza materiale, popolazione, scienza, potere militare, virtù) conclude che alla virtù deve essere lasciato il compito di guida e di ordinatrice della nazione. La coltivazione della virtù garantisce equilibrio e forza alla nazione, evita paurosi sbandamenti e fallimenti, crea coesione. Non dimentichiamo poi che nel concetto cristiano di religione c’è quel bene soprannaturale che viene chiamata grazia: essa è un’autentica forza nuova, di ordine soprannaturale, che viene quotidianamente elargita ai cittadini come aggiunta gratuita alle forze naturali che già operano in campo. La coscienza di questa forza, dice Rosmini, è ciò che ha portato l’occidente cristiano alle scoperte scientifiche di ogni genere, donando ai singoli la voglia di esplorare, crescere, accettare le sfide di ogni genere. Molti frutti di cui noi godiamo oggi sono dovuti a questa coscienza cristiana. Mangiarne oggi i frutti, e al tempo stesso tagliare l’albero che ce li ha dati, per Rosmini è una stupidità irresponsabile, perché priva le generazioni future della possibilità di altri frutti del genere. Grazie anche a questi doni soprannaturali, scrive Rosmini, le civiltà cristiane finché rimarranno tali hanno in se stesse la forza di autorigenerarsi, quindi non soggiacciono alle leggi naturali che vogliono di ogni società una nascita, una crescita ed un declino.

8. L’appagamento. Un ultimo punto. Esiste un segno, si chiede Rosmini, per capire se una popolazione è socialmente forte o debole? E risponde che questo segno c’è ed è l’appagamento dei cittadini. Per appagamento egli intende uno stato interiore d’animo, per cui il cittadino tutto sommato, non vorrebbe cambiare governo o forma di governo. Non è la felicità, ma la sensazione di non avere alternative concrete migliori. Un po’ come diceva Churchill per le democrazie: non sono il meglio, ma costituiscono la forma di governo meno tragica rispetto a quelle che conosciamo. Tocqueville, in questo d’accordo con Rosmini, sosteneva che il consenso interno dei cittadini si può conquistarlo quando noi diamo loro la sensazione di un magari piccolo, ma progressivo miglioramento: oggi sto un po’ meglio di ieri, e per domani vedo la prospettiva di stare un po’ meglio di oggi. Sarebbe invece disastroso, ci avverte ancora Rosmini, scatenare nella società “desideri inesplebili”, cioè speranze che non possono trovare soluzione, perché in questo caso il cittadino vivrebbe in uno stato di continua tensione ed a medio o lungo termine tutte le promesse sollecitate e non mantenute provocherebbe delusioni, rancori, instabilità politica. Pensiamo, per fare un esempio, a quando abbiamo promesso a tutti una laurea facile, sapendo che non avremmo poi potuto riempirla di vissuto; oppure a quando promettiamo ricchezza facile o esoneri dalle tasse che non siamo in grado di realizzare: al momento dei conti, tutti i desideri scatenati al di là delle reali possibilità si trasformano in armi puntate contro chi li ha scatenati.

5. Conclusione. Ovviamente Rosmini non è tutto qui. Mio compito, visto il tempo a mia disposizione, era solo dare qualche saggio di quella che Rosmini chiamava “filosofia della politica e del diritto”. Sono più delle linee direttive generali che delle applicazioni pratiche e circostanziate. Ma il compito del filosofo è questo: aiutare il politico a tenere in vista la meta della sua professione, in modo che non si smarrisca lungo la strada. Come poi compiere concretamente questa via, spetta al suo fiuto politico, che è diverso da quello del filosofo. Vorrei terminare con un esempio, che usava il mio amico filosofo e maestro Michele Federico Sciacca. Il filosofo è come il presbite: vede male da vicino, ma vede chiaro lontano, sa dire dove si va a finire. Il politico invece, anche in ragione del tempo che deve impiegare a fiutare le tendenze del quotidiano, è come il miope: vede bene da vicino, ma vede confuse le cose lontane. Da soli si portano con sé delle lacune: ma se si aiutano a vicenda possono influire con efficacia sulla società.

Da http://www.scienzaevitafirenze.it/cms/alcuni-principi-rosminiani-di-filosofia-della-politica.html

Share This:

L’ANTIRELIGIONE ED IL CRISTIANO

«C’è il pericolo che la ragione, la cosiddetta ragione occidentale, sostenga di avere finalmente riconosciuto ciò che è giusto e avanzi una pretesa di totalità che è nemica della libertà. Credo necessario denunciare con forza questa minaccia. Nessuno è costretto a essere cristiano. Ma nessuno deve essere costretto a vivere secondo la “nuova religione”, come fosse l’unica vera, vincolante per tutta l’umanità». Del rischio di una dittatura del relativismo Benedetto XVI parla da tempo, ma il bello di Luce del mondo è che le domande di Peter Seewald somigliano a quelle che molti di noi farebbero, se potessero, al Papa.

La pressione perché «si pensi come tutti, si agisca come agiscono tutti», evocata da Seewald, quanto la sentiamo, anche in un Paese di tradizione cristiana come il nostro. È, risponde Benedetto XVI, una «pressione di intolleranza» che si esercita presentando il cristianesimo come un modo di pensare «sbagliato», e ridicolizzandolo; privandolo, in nome della «ragionevolezza», dello spazio per vivere.E fin qui è la lucida analisi di qualcosa che sperimentiamo ogni giorno. Ma provocante è la questione posta da Seewald: com’è che, anche in Paesi in cui quasi tutti sono battezzati, «una maggioranza accetta di essere dominata da una minoranza di opinion leader?». E il Papa, in risposta, si domanda: in che misura queste persone sono ancora parte della Chiesa? Da un lato, dice, non vogliono perdere questo fondamento, dall’altro «è chiaro che sono interiormente plasmate dal pensiero moderno». Insomma, l’avvento di una dittatura del relativismo è possibile per una «schizofrenia» dei cristiani, un ridurre la fede a un vecchio substrato che vive «parallelamente» alla modernità, ma non la contagia e non la fermenta.

A fronte di questa realtà, Benedetto XVI afferma l’urgenza della «nuova evangelizzazione» recentemente annunciata – di un nuovo inizio, che susciti un cristianesimo capace di distinguersi alla “controreligione” avanzante.E il denso dialogo del libro, nella asciuttezza della forma giornalistica, interpella profondamente noi cristiani insofferenti di tirannie mediatiche, politiche ed economiche, giustamente ribelli al conformismo cui ci viene chiesto di allinearci. Perché certo, le forze della «antireligione obbligatoria» sono ampie e attrezzate; ma Benedetto XVI non guarda a loro, guarda ai suoi, e (ci) domanda: in che cosa realmente credete, in chi davvero riponete la vostra speranza? In un Dio che si mette da parte, finita la messa della domenica; o in Cristo che “c’entra” con tutto, e trasforma ogni cosa?
La questione posta da Benedetto XVI dice una volta di più del suo coraggio, quando afferma in sostanza che alla prima radice della crisi presente c’è una fede spesso astratta, “divisa”, incapace di fecondare di sé la realtà. Il problema, insomma, prima che gli avversari siamo noi – e questa è sempre una cosa scomoda da dire.

Non si potrebbe semplicemente pensare, domanda molto laicamente a questo punto l’intervistatore, che dopo duemila anni il cristianesimo si è esaurito, come è accaduto a tante altre culture? Ma qui il Papa rivela, dopo la severa lucidità dell’analisi, un ottimismo che potrebbe apparire illogico. Dice del germogliare di movimenti in America latina, della fedeltà della Chiesa d’Africa ai poveri, di un “fiorire”, in Occidente, di iniziative poco visibili, ma che nascono «dal di dentro, dalla gioia dei giovani». Parla, il Papa, del cristianesimo come di una forza vitale, di un seme che, apparentemente annichilito, comunque rinasce, là dove non te lo saresti immaginato, e nuovamente cresce. Seme che, estirpato, ritorna; perseguitato, risorge.

Radicale differenza: le culture e le ideologie nascono, trionfano e declinano. Ma Cristo nato nella carne, morto e risorto, uomo e non dottrina, tenacemente resta dentro la storia degli uomini; negato, dimenticato, ritorna.E la granitica benigna certezza di Benedetto ci solleva, larga come un gesto di benedizione. Il destino della Chiesa è nelle mani di Cristo – non solo nelle povere nostre.

Tratto da Avvenire.it

Share This:

LA SCIENZA HA ANCORA BISOGNO DI DIO

Dopo le azzardatissime dichiarazioni di Stephen Hawking -sicuramente molto autopubblicitarie- secondo il quale «la «filosofia è morta e non è necessario ricorrere a Dio per dare inizio all’universo», sono state moltissime le repliche di colleghi e scienziati (molte delle quali raccolte nell’articolo Creazione senza Dio? Gli scienziati rispondono a Stephen Hawking). Quest’avvenimento è stato l’occasione per incontri molto interessanti sull’argomento, come quello organizzato dall’astronomo cattolico Piero Benvenuti, intitolato «L’Universo non ha bisogno di Dio?» (9 novembre 2010, Facoltà Teologica, Università degli Studi di Padova), cui hanno partecipato il fisico agnostico, ma che per sua ammissione combatte «ogni scientismo», Silvio Bercia, il teologo laureato in fisica Simone Morandini e il filosofo che si definisce “non credente” Ermanno Bencivenga. Sul web abbiamo trovato l’intervento di quest’ultimo pubblicato su TuttoScienza (supplemento de La Stampa del 17 novembre). Tutti e tre gli intervenuti, si legge su Avvenire, sono convinti che una teoria scientifica, per quanto perfetta, è sempre limitata e non può stabilire o negare l’esistenza di un Creatore, se non erigendo la teoria stessa alla dignità di fede. Il fisico Bergia è addirittura apodittico nel suo giudizio: «Bisognerebbe ricordare, a chi propone una teoria capace, a suo dire, di spiegare ogni cosa e per sempre, che proprio la scoperta dell’espansione accelerata dell’universo è lì a insegnarci che la ricerca non è mai finita». Dal canto suo Ermanno Bencivenga usa le armi della logica filosofica per sostenere quello che ogni persona di buon senso dovrebbe sapere e cioè che «una teoria scientifica non può mai essere verificata e il meglio che ci si possa aspettare da essa è che fornisca un quadro coerente all’interno del quale raccogliere i dati. Senza considerare che gli studi di Kurt Gódel ci dicono che neppure la sua coerenza può essere dimostrata». L’unica cosa che resta, quindi, è la possibilità di impegnarsi nei confronti dei principi teorizzati «con un atteggiamento simile alla fede». E allora, come suggerisce Benvenuti, c’è un limite oltre cui lo scienziato deve essere cosciente di non poter indagare con le armi della scienza, «di fronte al quale la fisica deve avere l’umiltà di lasciare campo alla metafisica». Un limite che non può essere intaccato dalle scoperte scientifiche, anche se rivoluzionarie. «Ciò che non si vuol comprendere – sottolinea Simone Morandini- è che quando il credente parla di Dio Creatore, confessa in Lui la sorgente dell’essere stesso. Quella potenza amante che opera in modo nascosto, ma non per questo meno reale, proprio all’interno di quel mondo descritto in modo così efficace dalle leggi della scienza». Ecco infine lo scritto integrale di Bencivegna.

La Teoria del Tutto si scopre orfana del test decisivo.di Ermanno Bencivenga, University of California – Irvine

Anche i migliori scienziati non sanno sempre evitare la trappola di slogan di grande effetto mediatico, ma di poca o nessuna sostanza. È il caso di Stephen Hawking, il quale nel recente libro «The Grand Design» giudica a portata di mano una Teoria del Tutto che spieghi in modo necessario l’esistenza e l’evoluzione dell’Universo, e su questa base procede ad affermazioni radicali come «la filosofia è morta» e «non abbiamo bisogno di un Dio creatore».

Da non credente, non solo nell’Onnipotente ma anche nei dogmi dello scientismo, ho partecipato il 9 novembre, davanti a un pubblico attento e numeroso, a una tavola rotonda stimolata dal libro di Hawking e intitolata, appunto, «L’Universo non ha bisogno di Dio?», organizzata dall’astronomo Piero Benvenuti presso la Facoltà Teologica del Triveneto a Padova. Insieme con noi hanno dialogato il fisico di Bologna Silvio Bergia e il teologo di Venezia Simone Morandini.

Il tema che è emerso con maggior chiarezza dal dibattito è quante mediazioni arbitrarie si debbano accettare per arrivare da una rappresentazione plausibile dello stato effettivo della scienza a pronunciamenti come quelli di Hawking. In primo luogo, è noto che di nessuna teoria può essere provata la verità. Il meglio che si possa ottenere è una sua corroborazione sperimentale.

La teoria, cioè, può al massimo fornire un quadro coerente in cui collocare i risultati osservativi. Di necessità, dunque, sarebbe meglio non parlare, e proporre invece la possibilità che le cose stiano come sancito dalla teoria. Anche la possibilità, però, è a rischio: sappiamo dal secondo teorema di Gödel che la coerenza di una teoria potente almeno quanto l’aritmetica elementare non è dimostrabile, se non accettando una teoria più potente. Nel caso specifico della teoria che fonderebbe la spiegazione universale auspicata da Hawking, inoltre, cioè la teoria delle stringhe, c’è il grosso problema che essa non fa nessuna previsione che possa essere sottoposta a controllo sperimentale; quindi non solo non potremo mai sapere se il quadro che offre sia coerente, ma non è neanche chiaro che cosa debba entrare in tale quadro.

Assumiamo, comunque, che una qualche teoria fisica permetta davvero di render conto di tutti i fenomeni che è in grado di descrivere; ciò vuol dire forse che essa renderebbe conto di Tutto? Per raggiungere questa conclusione bisogna accettare un’ulteriore, controversa premessa di carattere riduzionista: che cioè esista un livello ontologico privilegiato al quale ogni cosa e ogni evento possano essere ridotti; che per esempio la natura e il comportamento di una cellula, di un canguro o del Parlamento italiano possano essere spiegati in modo esauriente dalla teoria delle stringhe. Il che rifiuterebbero quanti ritengono assodata l’esistenza di fenomeni emergenti, che non possono essere descritti e capiti se non in un vocabolario che si situi alla loro scala di grandezza e nel loro orizzonte di senso. Tentare di spiegare un organismo in termini delle entità fisiche fondamentali, quali che esse siano, sarebbe per costoro come voler ridurre i flussi giornalieri del traffico agli impegni personali di ogni singolo guidatore.

«Il mondo» è un insieme di strutture fra loro incommensurabili, descritte in linguaggi distinti e di indipendente dignità; e stare al mondo esige attenzione e rispetto per questa diversità. Quando attenzione e rispetto vengono meno e ci sclerotizziamo nell’uso di un unico strumento espressivo, si è suggerito a Padova, il risultato è una teoria del tutto, una delle tante che, ahimè, ci circondano. È una teoria del tutto il creazionismo all’americana, che ha una risposta banale per ogni domanda; lo è la filosofia accademica, incartapecorita e autoreferenziale, di cui si fa benissimo ad annunciare la morte (senza perciò poterne trarre verdetti per la filosofia tout court, che prospera, spesso, proprio nei laboratori di fisica); e lo è anche una teoria scientifica, quando i suoi cultori dimenticano o occultano il suo carattere di coraggiosa avventura, di ipotesi creativa e originale, di scommessa azzardata, e tentano di presentarla, a sé stessi e ad altri, come la Sola e Assoluta Verità.

Share This: