CASTITA’ DEI FIGLI DI DIO

Cristo ha sempre proposto la castità come qualità dell’amore, poiché il Vangelo non concepisce la persona come soggetto che agisce in relazione al piacere. 
La piacevolezza di un atto può costituire la conseguenza all’azione, ma non la finalità principale, la quale rimane sempre soggetta a categorie morali più alte e spirituali, quali il bene, la verità, la giustizia, la bellezza e via dicendo, per quanto il termine “Bene” sia già onnicomprensivo di tutti gli altri elementi. Infatti noi diciamo “cosa buona” ciò che è vero, o ciò che è bello e cosa “non buona” ciò che offende gli elementi positivi dello spirito.
L’inclinazione naturale della coscienza ci spinge a giudicare “non buoni” quegli istinti e quelle passionalità disordinate, che tendono a sovvertire l’ordine con il caos.

Ordine è ciò che è disposto dal dominio dello spirito, il quale, ad immagine e somiglianza del suo Creatore, dispone con intelligenza le priorità umane che portano al bene e governa tenacemente quegli elementi della persona che, se lasciati a se stessi, si ribellerebbero facilmente. 
Passioni e istinti, infatti, non avendo in sé un’intelligenza ordinatrice, ed essendo intaccati dal peccato d’origine e dalle sollecitazioni del mondo e della natura, porterebbero facilmente a viziosità non degne dell’uomo, facilitate dal fatto che noi avvertiamo maggiormente gli aspetti percettivi e sensoriali che non gli elementi spirituali. 
Il dovere primo ed essenziale dello spirito, invece, è quello di dare intelligenza a ciò che propriamente non ne ha (passioni ed istinti), ordinando con armonia e governando con forza su ciò che si mostra ribelle all’obbedienza dell’amore.

Alla luce di questo, il piacere risulta in se stesso una componente lecita, ma solo se vissuta in ordine all’intelligenza ordinatrice dello spirito, il quale è chiamato a sviluppare la virtù della temperanza in modo eroico, al fine di gustare ciò che aggrada senza rendersene dipendente ed abbruttito con appetiti disordinati; è chiamato alla fortezza per rispondere efficacemente alle tentazioni di una carne corrotta e viziata (non buona); è chiamato alla giustizia, al fine di avere chiara ed equa consapevolezza del proprio agire; è chiamato alla prudenza, in modo da scegliere con saggezza in ogni circostanza; è chiamato alla fede ed alla speranza, per dare causa e finalità al proprio impegno di vita; è chiamato alla carità, perché, se senza amore, lo spirito diventa solo pieno di molti astratti concetti e di molte intenzioni, ma rimane vuoto di Dio, unico Maestro interiore di vita, capace di realizzare in noi ciò che è impossibile agli uomini.

L’essere casto non riconduce solo alla sessualità, ma ad ogni manifestazione dell’amore. La castità è la manifestazione dell’amore ordinata secondo lo spirito.
Tutte quelle azioni che sono dominate da egoismo, superbia, orgoglio, vanità, vanagloria, ecc… e che vorrebbero manifestarsi come espressioni di sentimento, in realtà nascondono alla radice il grave peccato contro la castità, ovvero contro la purezza, la trasparenza, la veridicità, la gratuità, l’abnegazione e via dicendo.
“Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo” (Mc 7,14-23).

Ad ogni modo non ci si può esimere dall’entrare nello specifico, ovvero nell’affrontare aspetti di morale sessuale che tanto sembrano affliggere gli uomini del nostro tempo.
Castità è vivere in modo positivo ed armonioso la sessualità nel proprio stato di vita. Esiste quindi una castità per le persone consacrate, una castità per i fidanzati ed una per coloro che si sono uniti in matrimonio.

I consacrati hanno assunto ed integrato nella propria vita quella castità che dovrebbe divenire relazione d’amore con ogni persona, perché in ciascuna va a ritrovare indistintamente Cristo. E’ una forma di sessualità sublimata, spiritualizzata, che domina gli aspetti della carne, per prediligere un’unione spirituale, la quale è piena e perfetta perché piena di quell’amore somigliante a quello che Dio prova per l’uomo.

E’ questo modello d’amore che dà senso e significato anche alle altre condizioni di stato (matrimonio, fidanzamento, ecc…), in cui l’aspetto carnale non va concepito come pratica animalesca, di scarico dei propri istinti o necessità, ma come dialogo particolare, relazione, complicità, comunione, coronamento di una condizione spirituale. Una dimensione che se vissuta secondo una corretta prospettiva diviene addirittura virtù, perché espressione del completo dono di sé e perciò manifestazione concreta di una perfetta manifestazione dello spirito.
Detto questo è dunque impossibile riuscire a concepire l’atto sessuale separato dalla sua emanazione spirituale, la quale, che sia di origine positiva o negativa, è sempre quella matrice che segna positivamente o negativamente il modo di amare, rimandando a ciò che è stato preliminariamente detto: o l’anima domina e governa sulle passioni e sugli istinti, generando ordine ed armonia o a prendere il sopravvento saranno quegli aspetti della persona che più la avvicinano alla bestialità.
L’unione sessuale di persone affette dall’egoismo del piacere o dal dominio dei sensi, uniscono solo le parti più brutte e degenerate di sé, trasformando la sessualità più in una celebrazione del proprio io che non l’attuazione di quel desiderio di completo dono di sé.

Ecco dunque l’ossessione del piacere, delle frustrazioni psicologiche, delle necessità di dimostrare a se stessi il grado di seduzione, il livello di virilità, la propria capacità di soddisfare il partner, ecc… elementi largamente permeati nella società e nell’intendere comune, che lasciano trasparire il culto di se stessi e lo squilibrio e l’insoddisfazione a cui porta il caos emotivo e sensuale non governato dallo spirito (da Dio), ma dal peccato (dal demonio).

Talvolta il rapporto sessuale viene concepito come dimensione senza la quale non è possibile concretizzare una relazione, così che impedimenti prolungati all’atto sessuale (una malattia, un incidente, un momento particolare, ecc…) portano alla fine della relazione stessa.
La sessualità è un modo dell’amore, certamente bellissimo e positivo se vissuto nei termini descritti, ma non è il modo dell’amore, l’unico modo dell’amore, e non ne determina né la qualità né la sopravvivenza, poiché il sentimento è superiore alla carne e situa la sua origine in ciò che ci rende simile agli angeli e non alle bestie: l’anima.

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VERITA’ E BELLEZZA NON SI SEPARANO MAI

La visita di Benedetto XVI a Santiago di Compostela e Barcellona dei giorni scorsi è stata ricchissimo di temi e di insegnamenti. Ecco le risposte del Santo Padre ad alcune domande, rivoltegli durante il volo verso la Spagna.

P. Lombardi. Gaudí e la Sagrada Familia rappresentano con particolare efficacia il binomio fede-arte. Come può la fede ritrovare oggi il suo posto nel mondo dell’arte e della cultura? E’ questo uno dei temi importanti del Suo pontificato?

Il Santo Padre. E’ così. Voi sapete che io insisto molto sulla relazione tra fede e ragione, che la fede, e la fede cristiana, ha la sua identità solo nell’apertura alla ragione, e che la ragione diventa se stessa se si trascende verso la fede. Ma ugualmente importante è la relazione tra fede e arte, perché la verità, scopo, meta della ragione, si esprime nella bellezza e diventa se stessa nella bellezza, si prova come verità. Quindi dove c’è la verità deve nascere la bellezza, dove l’essere umano si realizza in modo corretto, buono, si esprime nella bellezza. La relazione tra verità e bellezza è inscindibile e perciò abbiamo bisogno della bellezza. Nella Chiesa, dall’inizio, anche nella grande modestia e povertà del tempo delle persecuzioni, l’arte, la pittura, l’esprimersi della salvezza di Dio nelle immagini del mondo, il canto, e poi anche l’edificio, tutto questo è costitutivo per la Chiesa e rimane costitutivo per sempre. Così la Chiesa è stata madre delle arti per secoli e secoli: il grande tesoro dell’arte occidentale – sia musica, sia architettura, sia pittura – è nato dalla fede all’interno della Chiesa. Oggi c’è un certo “dissenso”, ma questo fa male sia all’arte, sia alla fede: l’arte che perdesse la radice della trascendenza, non andrebbe più verso Dio, sarebbe un’arte dimezzata, perderebbe la radice viva; e una fede che avesse l’arte solo nel passato, non sarebbe più fede nel presente; ed oggi deve esprimersi di nuovo come verità, che è sempre presente. Perciò il dialogo o l’incontro, direi l’insieme, tra arte e fede è inscritto nella più profonda essenza della fede; dobbiamo fare di tutto perché anche oggi la fede si esprima in autentica arte, come Gaudí, nella continuità e nella novità, e che l’arte non perda il contatto con la fede.

P. Lombardi. In questi mesi si sta avviando il nuovo Dicastero per la “nuova evangelizzazione”. E molti si sono domandati se proprio la Spagna, con gli sviluppi della secolarizzazione e della diminuzione rapida della pratica religiosa, sia uno dei Paesi a cui Lei ha pensato come obiettivo per questo nuovo Dicastero, o addirittura se non ne sia l’obiettivo principale. Questa è la nostra domanda.

Il Santo Padre. Con questo Dicastero ho pensato di per sé al mondo intero perché la novità del pensiero, la difficoltà di pensare nei concetti della Scrittura, della teologia, è universale, ma c’è naturalmente un centro e questo è il mondo occidentale con il suo secolarismo, la sua laicità, e la continuità della fede che deve cercare di rinnovarsi per essere fede oggi e per rispondere alla sfida della laicità. Nell’Occidente tutti i grandi Paesi hanno il loro proprio modo di vivere questo problema: abbiamo avuto ad esempio i viaggi in Francia, nella Repubblica Ceca, nel Regno Unito, dove dappertutto è presente in modo specifico per ciascuna nazione, per ciascuna storia, lo stesso problema, e questo vale anche in modo forte per la Spagna. La Spagna è stata, da sempre, un Paese “originario” della fede; pensiamo che la rinascita del cattolicesimo nell’epoca moderna avviene soprattutto grazie alla Spagna; figure come sant’Ignazio di Loyola, santa Teresa d’Avila e san Giovanni d’Avila, sono figure che hanno realmente rinnovato il cattolicesimo, hanno formato la fisionomia del cattolicesimo moderno. Ma è ugualmente vero che in Spagna è nata anche una laicità, un anticlericalismo, un secolarismo forte e aggressivo, come abbiamo visto proprio negli anni Trenta, e questa disputa, più questo scontro tra fede e modernità, ambedue molto vivaci, si realizza anche oggi di nuovo in Spagna: perciò per il futuro della fede e dell’incontro – non lo scontro, ma l’incontro tra fede e laicità – ha un punto centrale anche proprio nella cultura spagnola. In questo senso, ho pensato a tutti i grandi Paesi dell’Occidente, ma soprattutto anche alla Spagna.

Fonte: Nella Piazza

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GAUDI’ – L’ASCESI DI UN ARTISTA

Gaudí non era un’archistar iconoclasta come certi suoi colleghi italiani che progettano chiese non-vive. La Sagrada Familia è un capolavoro di liturgia e teologia. Di pietra

Gaudí era un architetto santo e siccome gli architetti contemporanei sono degli indemoniati bisogna usare la Sagrada Familia come si usavano l’aglio e il crocefisso contro i vampiri. Bisogna riempire le loro caselle e-mail con immagini del “gigantesco poema di pietra”, bisogna procurarsi dei modellini del tempio di Barcellona e mostrarglieli per farli indietreggiare, perché smettano di affondare i loro canini iconoclasti nel collo del cattolicesimo italiano. Botta, Gregotti, Purini, Piano, Fuksas, Meier, Quintelli e Sartogo sono architetti non-morti che disegnano chiese non-vive (senza campanili croci tabernacoli o con campanili croci tabernacoli invisibili allo scopo di occultare la presenza vivificante ed esigente di Cristo). Il confronto con l’arte abbagliante del maestro catalano li denuncia così come il sorgere del sole denuncia Dracula.

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Gaudí era un patriota, per la precisione un patriota catalano, all’epoca in cui il centralismo castigliano girava per le strade armato fino ai denti e soltanto parlare la lingua che fu dei sovrani aragonesi e dei papi Borgia esponeva a grossi rischi. Il cantiere della Sagrada Familia attirava grandi personaggi. Andò a visitarlo il filosofo Unamuno e Gaudí parlò in catalano, prima di congedarlo bruscamente perché era suonata la campana dell’Angelus e doveva ritirarsi in preghiera. Andò a visitarlo il medico Albert Schweitzer e anche a lui parlò in catalano, spiegandogli che solo nella sua piccola lingua neolatina gli era possibile descrivere il proprio lavoro. Andò a visitarlo Alfonso XIII, il re di Spagna, e perfino al simbolo dell’unità nazionale Gaudí parlò in catalano, e la cosa dovette avere il suono della provocazione, se non dell’insubordinazione. Come se oggi al presidente Napolitano in visita a Treviso le personalità locali si rivolgessero dall’inizio alla fine in veneto stretto. “Gaudí non aveva mai nemmeno fatto il minimo sforzo per promuovere se stesso”, scrive lo storico Gijs van Hensbergen nella biografia “Gaudí” pubblicata in Italia da Lindau e qui abbondantemente saccheggiata. L’11 settembre 1924 la guardia civile impedì l’ingresso nella chiesa dove si doveva celebrare la messa per i martiri catalani di un’antica sollevazione, Gaudí protestò e venne arrestato, quindi, nonostante la fama e l’età, trascinato in cella. “L’aggressività nei miei confronti era dovuta al fatto che avevo parlato loro in catalano”. Oggi lo studio genovese del più famoso architetto italiano si chiama Renzo Piano Building Workshop e il sito internet è completamente in inglese.

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Gaudí era un asceta. Nel 1894 il digiuno quaresimale lo portò quasi alla morte. Quando mangiava, mangiava pochissimo, i suoi pasti erano composti quasi esclusivamente di lattuga e di latte. In tasca era solito portare un uovo oppure uva passa o noci, riserve di energia a cui attingere senza bisogno di sedersi a tavola e staccarsi dal lavoro. Non usò mai occhiali, credeva nell’esercizio oculare, non prese mai una medicina, credeva nella dieta e nella preghiera (e infatti pur essendo stato un bambino molto cagionevole, con parto traumatico, battesimo d’emergenza e prognosi ripetutamente infauste, morì vecchio e non di malattia). Vestiva così modestamente che un giorno, mentre aspettava il tram, fu scambiato per un accattone e gli fu offerta l’elemosina. I soldi finirono nella cassa del sacro cantiere, destinazione di tanti suoi compensi professionali. Non si vergognava di sollecitare le indispensabili donazioni e di raccoglierle di persona. Ogni giorno passava da un negozio dei dintorni dove ogni giorno il negoziante gli dava una peseta per la gloria di Dio. Josep Maria Bocabella, il libraio che per primo ebbe l’idea della Sagrada, per stimolare il sostegno anche del popolo minuto era solito ripetere: “Abbiamo bisogno di pietre di tutte le dimensioni”. Si capisce che se la Sagrada Familia è la Sagrada Familia e il Cubo di Foligno è il Cubo di Foligno, idolo di cemento che ha sconsacrato il santo paesaggio umbro, lo si deve anche al diverso tipo di finanziamento: il capolavoro di Gaudí è stato pagato soldo su soldo dalla comunità locale, coinvolta fin dall’inizio, il mostro di Fuksas è stato finanziato dalla Cei, un remoto, incontrollabile centro di potere che non ci ha pensato due volte a schiacciare la fede e la sensibilità dei cristiani del posto.

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Gaudí era un maestro, non un professore. Gli studenti di architettura visitavano quotidianamente il cantiere, rapiti dal carisma di don Antoni a cui piaceva sostenere, in quei pomeriggi febbrili, che la Catalogna era stata prescelta da Dio per traghettare nella modernità l’antica e nobile tradizione della “arquitectura cristiana universal”. Gregotti è un professore, non un maestro. Mi scrive un ex studente della facoltà di Architettura di Venezia: “Teneva uno dei cinque corsi di composizione architettonica. Ha insegnato per anni. Beh, non lui direttamente (solo per cautela, per non rischiare di ustionare gli allievi con la troppa esposizione alla luce dell’astro). A fare lezione erano i suoi assistenti che non beccavano una lira, lui si mostrava in facoltà forse una o due volte all’anno e tutti ne rimanevano abbronzati. Regolare invece il passaggio all’incasso della ricca busta da ordinario. Ma insomma se hai presente la produzione gregottiana diretta puoi solo immaginare quella indiretta uscita dalle matite dei suoi assistenti o addirittura da quelle ancora più stemperate che per l’esame di composizione hanno lavorato con gli assistenti, vedendo il titolare da molto lontano, sui cataloghi e sulle Casabelle monografiche a lui dedicate”. Naturalmente Gregotti, che conosce il mio indirizzo e-mail per avermi gentilmente spedito il suo intervento all’ultimo convegno in Bicocca, ha la più ampia facoltà di replica. Se ritiene che il mio corrispondente sia disinformato o mendace deve solo farmelo sapere che lo rimetto subito in riga, quello screanzato. Se ritiene di aver garantito ai suoi studenti di composizione architettonica una presenza costante sarò lieto di rilasciargli regolare rettifica: “Il professor Gregotti, pur non avendo mai progettato nulla che somigliasse nemmeno lontanamente alla Sagrada Familia, a Venezia si è dimostrato didatta assiduo”.
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Gaudí era cattolico, cattolicissimo, riuscì a cattolicizzare perfino un condominio alto-borghese (che fra parentesi non ne voleva sapere): le 150 aperture di Casa Milà rappresentano i 150 grani del rosario. Artista eclettico, alle feste patronali organizzava fuochi d’artificio culminanti con “un trionfo multicolore di lettere gigantesche che formavano le parole Jesús, María, Josep”. Sulla panca sinuosa che delimita la terrazza del Parco Guell fece apporre la scritta “María” capovolta, “così che fosse più facile leggerla dal cielo”. Amava il canto gregoriano e siccome non è mai troppo tardi a sessantaquattro anni suonati decise di impararlo, iscrivendosi a una scuola apposita. La sua giornata-tipo: Messa mattutina, lavoro alla Sagrada Familia, confessione serale. Ogni santo giorno per decenni. Quando venne investito dal tram fatale gli trovarono in tasca un Vangelo. Morì all’ospedale mormorando “Jesús, Déu meu!”, il crocefisso stretto nella mano destra. Per tutta la vita aveva letto la Bibbia (in particolare l’Apocalisse) e il Messale Romano, testi essenziali a cui i progettisti di edifici di culto dovrebbero aggiungere l’Ordinamento Generale che è un po’ il libretto di istruzioni del Messale. Sono poche pagine leggendo le quali chiunque (non c’è bisogno di essere specialisti) può capire quanto la nuova chiesa di San Giovanni Rotondo sia liturgicamente perciò teologicamente sbagliata. Una chiesa senza inginocchiatoi! Adesso un esercizio facile facile: sapendo che secondo i Padri del deserto il diavolo, a causa o per effetto della sua superbia, non possiede ginocchia, e che secondo Joseph Ratzinger (“Introduzione allo spirito della liturgia”) “l’incapacità a inginocchiarsi appare come l’essenza stessa del diabolico”, si ricavi il nome del Principe che si è giovato dell’opera dei tre responsabili dell’edificio, l’architetto Piano, il liturgista Valenziano, il vescovo D’Ambrosio.

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Gaudí era caritatevole. A un malato di poliomielite riservò un posto all’ingresso della cripta dove grazie al viavai poteva raccogliere buone elemosine, a un anziano ambulante diede il permesso di vendere le cartoline raffiguranti la chiesa: tutti i bisognosi dovevano poter ricorrere (sono parole sue) “al cappotto caldo del Tempio”. Quando un operaio diventava troppo vecchio non lo licenziava ma gli assegnava lavori più leggeri. Scoprì che un muratore aveva allestito un piccolo orto in un angolo del cantiere e anziché punirlo per l’occupazione abusiva autorizzò gli altri dipendenti a fare lo stesso. Questa benevolenza non gli era naturale, anzi, le testimonianze sulla sua insocievolezza sono unanimi. Solo il cristianesimo può fare di un uomo che non crede nell’uomo un uomo che aiuta gli uomini. Soltanto Santiago Calatrava, l’architetto più amato dagli ortopedici (il suo ponte di Venezia, dai gradini straordinariamente maldisegnati, fornisce loro molti pazienti), poteva infamarlo così: “Il Dio, o piuttosto la Dea, che Gaudí venerava era l’architettura stessa”. Lui di idolatria sì che se ne intende.

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C’era un ragazzo partito da Reggio Emilia per Barcellona, un giorno d’estate del secolo scorso, non era ancora stato inventato l’Erasmus o forse sì ma ancora non se ne parlava, comunque la capitale catalana era già considerata il nuovo Paese dei Balocchi e aveva cominciato a suggestionare i suggestionabili ragazzi italiani. Il ragazzo, arrivato insieme a un amico che si trovava in vacanza in Liguria, a Porto Maurizio, e quindi raccolto grosso modo a metà strada, si fece subito una gran scorpacciata di Gaudí sia perché gli piaceva Gaudí sia perché a Barcellona, almeno così gli parve, altre cose importanti da vedere non ce n’erano (ad esempio: il mare dove caspita era finito? eppure sulle cartine Barcellona risultava sulla costa…). Vide il parco Guell, la casa Batllò, la casa Milà, o Pedrera che dir si voglia, e ovviamente la Sagrada Familia, dove salì gli innumerevoli gradini di pietra di una torre altissima e sottile, e nonostante il turismo e il barcellonismo non gli sembrò di essere in un luna park (qualcosa tipo le montagne russe che aveva sempre odiato) ma dentro un cuore lanciato verso Dio oltre l’ostacolo dell’indifferenza. Il giorno dopo il ragazzo, sempre accompagnato dall’amico, andò a Montserrat: le finalità erano mariane anche se poi della visita al santuario trattenne soltanto la visione di una bellissima ragazza con bellissimi occhiali da sole, una specie di lolita kubrickiana però mediterranea quindi con la pelle più scura e più compatta. Vicino alla stazione della funivia ci fu un tentativo di conversazione, presto abortito non tanto per la differenza linguistica peraltro assai lieve (il catalano sarà mica una lingua straniera), quanto per la sorveglianza dei genitori. Passò a Barcellona l’ultima notte spagnola, il ragazzo aveva lavorato come bagnino in Romagna e sapeva che l’ultima notte di vacanza è quella in cui anche le ragazze più ritrose concedono qualcosa, come se a casa dovessero portarsi a tutti i costi il ricordo almeno di un bacio, indispensabile per riscaldare di nostalgia l’inverno tedesco o bolognese, e gli venne la medesima smania e dopo un giro in locali uno peggiore dell’altro si ritrovò sulla rambla non esattamente sobrio e a distanza molto ravvicinata con una creatura di genere incerto, nemmeno lei esattamente sobria. All’ultimo momento l’amico lo strappò da quel pericoloso abbraccio, adducendo motivi sanitari più che morali. Fu un bene: di Barcellona il ragazzo si portò a casa il ricordo della Sagrada Familia e non di un corpo nudo, che di corpi nudi ne avrebbe visti ancora mentre di chiese così mai più nessuna. Per qualche tempo l’amico gli fece presente, specie quando aveva bisogno di un favore o di un prestito, di averlo salvato da aids sicuro ma il ragazzo non ne era così convinto, per quanto la creatura della rambla apparisse effettivamente promiscua e zozzetta, e comunque considerava inelegante l’eccessivo attaccamento alla vita mostrato dai salutisti, dagli atei e dai vecchi. Aids o non Aids, pensava che sarebbe morto ben prima della trasformazione del sogno di Gaudí in realtà, un momento che situava, a naso, nel famoso anno del mai. I giorni sono scivolati come acqua di fiume, senza chiedere permesso sono arrivati un nuovo millennio, una nuova moneta, un nuovo mezzo di comunicazione, tutto un nuovo mondo ha conquistato la scena ma quel ragazzo non è morto e forse domenica 7 novembre riuscirà a vedere, nello schermo del suo computer, Papa Benedetto (che Dio ce lo conservi) consacrare la Sagrada Familia.

Tratto da © – FOGLIO QUOTIDIANO di Camillo Langone

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SENZA VERITA’ SI PERDE LA RAGIONE

Brad Gregory, professore di storia contemporanea all’università di Notre Dame ripercorre le tappe storiche e culturali che hanno portato alla crisi della ragione occidentale e al relativismo, con un invito a ritornare al riconoscimento di una verità comune a tutti gli uomini che prescinda o, meglio, salvaguardi la particolarità di ciascuno

L’epoca moderna è caratterizzata soprattutto per un cambiamento di mentalità nell’indagare la realtà. Quali sono gli avvenimenti fondamentali che hanno procurato questa trasformazione?

Il più radicale cambiamento della storia, relativamente recente, inizia nel XVI secolo quando sorge la problematica del Protestantesimo. Soprattutto nei paesi nordici, per ovvi motivi, questo cambiamento si è particolarmente radicato. La caratteristica di tale periodo, che va dal 1520 fino alla metà del 1700, sono le numerose guerre. Conflitti che si scatenavano in parte per motivi politici, ma soprattutto per motivi religiosi fra cattolici e protestanti. Sia i cattolici sia i protestanti continuavano a combattersi nel nord Europa con forte pretesa di dominio l’uno sull’altro. Tale situazione generò, sia a livello intellettuale sia nella sensibilità collettiva, il desiderio di trovare un fondamento comune del vivere civile che si basasse su qualcosa di avulso dalla religione. Da qui la pretesa di pensare che un simile fondamento potesse essere la sola ragione umana.
Cartesio, nonostante fosse cattolico, iniziò questo processo di rifondazione della conoscenza della realtà solo sulla ragione, tenendo da parte la religione. Questo però è solo un aspetto teorico.

Qual è allora l’aspetto pratico?

Certo. Ad affiancare una base teorico-sociale ci furono famose e importantissime scoperte scientifiche che cominciarono a cambiare il modo dell’uomo di approcciarsi alla realtà. Iniziò la tecnica e l’oggettivazione della natura come campo di studio. Questo interesse per la materialità andò di pari passo con l’interesse per la materia, il materialismo. Dal XVI secolo in avanti quello che prima era un peccato, ossia la dedizione e il desiderio rivolto a cose materiali, cominciò ad essere considerato come una vera e propria virtù.

Perso il ruolo di supremazia della religione, la gente si dedicava ad accumulare cose, e la ricchezza divenne una virtù della modernità.

In cosa soprattutto cambiò il concetto di conoscenza?

La trasformazione della conoscenza si ebbe soprattutto nel periodo legato alla Rivoluzione Industriale, alle nuove scoperte scientifiche. L’uomo cominciò a investigare la natura e alla lunga a maneggiarla. Assumendo la ragione come criterio di dominio sulla natura l’umanità ha esponenzialmente allargato le proprie conoscenze anche se su un versante relativo soltanto al metodo scientifico. Assoggettando alla scienza l’intero creato, l’umanità in quanto parte di esso, ha iniziato a indagare scientificamente anche sé.

E a diventare a sua volta oggetto della sperimentazione scientifica?

Sì. Basta vedere come siamo arrivati a manipolarci con la genetica. Il fatto che non ci siano più valori morali condivisi e che le leggi moderne consentano di fare qualunque cosa, come vendere i propri ovuli, è la dimostrazione della riduzione dell’uomo a oggetto del dominio scientifico.

Se non ci sono più valori morali condivisi la moralità non ha più senso, da qui il via libera a tutte le sperimentazioni possibili e immaginabili che purtroppo conosciamo. Non c’è più niente di moralmente condiviso

La ragione moderna è sfociata nell’ultimo secolo in numerosi esiti speculativi, talvolta contrapposti. Fra questi sembra prevalere una visione relativista della verità. Quanto ne ha risentito l’educazione?

C’è una tendenza pericolosa molto diffusa oggi. Si parte dall’assunto che esiste il pluralismo, perché siamo tutti diversi (di razza, di colore, di appartenenza linguistica o religiosa), e questa è una verità insindacabile. La tendenza pericolosa è collegare questa verità con il relativismo, ma pluralismo e relativismo sono due cose diverse. Il pluralismo è innegabile, ma per conoscerlo e accettarlo non significa che sia da collegare al relativismo. Se noi non vogliamo essere relativisti dobbiamo sfidare la società contemporanea a riconoscere e differenziare l’oggettività di bene e male, di giusto e sbagliato, l’autorità dunque di una verità condivisa, umana. Il tentativo che è stato fatto di basare tutte le regole dello stato solo sulla ragione logica evidentemente non ha avuto un grande successo.

Dal XVI secolo si è voluto da una parte reggere la ragione da sola e dall’altra di reggere la morale solo sulla bibbia e non sulla tradizione della Chiesa. Entrambi i tentativi sono stati un fallimento. Perché in entrambe le direzioni non hanno voluto prendere in considerazione il problema dell’autorità.

Robert Hollander ha dichiarato, in un’intervista rilasciata a ilsussidiario.net, che l’impoverimento culturale in atto nell’educazione americana è sconcertante e che il declino sta cominciando anche qui in Europa. A quale motivo attribuisce questa tendenza?

Il problema principale dell’educazione è quello che ho sollevato alla fine dell’ultima risposta, cioè quello dell’autorità. Se viene infatti sostenuto che l’autorità è ogni singola persona ognuno è autorità di se stesso.

Non è possibile separare l’educazione dalla cultura, dalla politica dalla religione e dalla società. E proprio perché ciò è impossibile assistiamo, col degenerare di uno di questi aspetti, al declino di tutti gli altri. Storicamente bisognerebbe guardarle molto più indietro di quanto non suggerisca questa domanda. L’inizio infatti di questo declino l’ho precedentemente indicato nel XVI secolo. Ma è pur vero che fra gli anni ’60 e ’70 c’è stata un’accelerazione molto più evidente di questo processo, in particolare a causa dell’ideologia, della tecnologia, dei media e della comunicazione.

Lei ha scelto di lavorare presso l’università di Notre Dame, dopo un’esperienza passata a Stanford. Trova che l’educazione cattolica sia propedeutica a una conoscenza davvero universale?

Quello che adesso i cattolici devono realizzare è una profonda comprensione della loro realtà particolare. La questione dell’educazione cattolica è molto diversa a seconda del contesto in cui si richiede. Ma proprio perché cattolica sa essere universale. Non esiste una scoperta scientifica o una convinzione filosofica che sia mai stata in grado di contraddire quanto la fede cattolica afferma. Chi sostiene il contrario non conosce il cattolicesimo, ma questo è proprio il rischio. Credo che la missione dei cattolici sia proprio quella di non aver paura di confrontarsi con le idee critiche. Un confronto che dall’incontro con secolarismo parta da una certezza di fondo sulla verità della fede. Nel mio piccolo quotidianamente pongo grandi domande e grandi sfide alle presunte certezze della società laica di oggi.

(da ilSussidiario.net)

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LIBRI – IL CRISTIANESIMO COSI’ COM’E’

C.S. Lewis, grande studioso del Medioevo e romanziere fantascientifico, si trovò a un certo punto della sua vita a essere, come egli stesso osservò con affilata ironia, «forse il più depresso, il più riluttante convertito d’Inghilterra». Ma che cosa lo aveva obbligato a passare da una posizione di cauto agnosticismo alla fede? Il cristianesimo così com’è, cioè quel nucleo irriducibile in cui si intrecciano pensiero, emozione e gesto – e che sta dietro a tutte le disparate divergenze dottrinali, a tutte le dispute ecclesiastiche. È questo il nucleo che rende «naturalmente cristiano» chiunque sia nato in Occidente negli ultimi duemila anni.
Come raccontare, come rendere evidente tutto ciò? C.S. Lewis volle usare la massima immediatezza, obbligandosi a parlare nel modo più semplice delle cose ultime. E il risultato fu una riuscita impressionante. Così queste conversazioni radiofoniche, che risalgono agli anni Quaranta, sono rimaste ineguagliate: soprattutto per la perspicuità con cui rendono palpabili i più ardui problemi teologici, mostrandoceli nella loro vera natura di possenti cunei conficcati nella circolazione della nostra mente. Da essi, che lo vogliamo o no, non possiamo prescindere: e allora, insinua Lewis, tanto vale che ce ne lasciamo illuminare.
I testi che compongono questo libro apparvero per la prima volta negli anni 1942, 1943 e 1944, e furono poi riuniti in volume, in una nuova versione riveduta e ampliata, nel 1952.

C.S.Lewis – Il cristianesimo così com’è – Adelphi

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RU486: ABORTIRE SENZA DISTURBO

A casa non disturba nessuno: così fanno sparire l’aborto

Con la diffusione della Ru486 l’aborto è destinato a scomparire. Solo dalla scena pubblica, però: le donne continueranno ad abortire, ma lo sapremo solamente dai dati di vendita delle pillole, e dal numero dei certificati rilasciati. Il fine dell’aborto farmacologico è sempre stato lo stesso, prima ancora della Ru486: anche nelle sperimentazioni iniziali fatte solo con le prostaglandine (quelle che adesso sono il secondo farmaco per l’aborto chimico) si cercava di far abortire le donne a casa, per liberare finalmente medici e ospedali e lasciare che le donne se la sbrigassero da sole. Prima della legalizzazione c’erano ‘mammane’ e medici compiacenti, un ambulatorio clandestino o un tavolaccio. Con la pillola invece si può fare tutto da soli.

La decisione di usare la Ru486 va presa velocemente, perché la pillola si può usare solo nelle prime sette settimane di gravidanza e non c’è tempo per fermarsi a pensare, o per incontrare qualcuno che possa aiutare a non abortire. Ma soprattutto non c’è bisogno dell’ospedale per ingerire una pillola. In Francia la Ru486 si ingoia davanti al medico convenzionato, che poi consegna il secondo farmaco – quello che si prende due giorni più tardi per far venire le contrazioni – e gli antidolorifici, il foglietto con le istruzioni e il numero di telefono dell’ospedale più vicino a casa, casomai ce ne fosse bisogno.

Un ‘aborto medicalmente assistito a distanza’: questa dovrebbe essere l’espressione corretta. Ricevuto tutto la donna andrà a casa, e se tutto ‘va bene’ dell’aborto lo sapranno solo lei e il suo medico. Scatole vuote e foglietti si buttano, e anche il ‘prodotto del concepimento’ sparisce, nello sciacquone del bagno: con la Ru486 l’aborto diventa quasi invisibile e non lascia traccia, tranne che nella vita della donna.

Se qualcosa va storto e si deve correre in ospedale, il problema dell’obiezione di coscienza non si pone più, perché tutti i medici hanno, ovviamente, il dovere di soccorrere una donna con un’emorragia in corso. È un aborto facile solo per chi non lo fa, insomma, per chi ‘grazie’ alla Ru486, non se ne dovrà occupare più. Un fatto privato come un qualsiasi atto medico, che non deve riguardare nessuno, condotto in totale solitudine, che adesso però si preferisce chiamare ‘privacy’.

È questo il vero motivo per cui c’è molto interesse a sostenere l’aborto farmacologico. E se la procedura è più lunga, dolorosa e incerta, peggiore in tutto rispetto al metodo chirurgico, non importa: stavolta le conoscenze mediche non pesano. I ‘benefici’ della società tutta, che dell’aborto privatissimo e a domicilio non si dovrà occupare più, saranno sempre maggiori dei rischi, che rimarranno a carico di ogni donna che sceglierà di abortire a casa sua, senza arrecare disturbo in corsia e facendo risparmiare sulla spesa sanitaria.

E se l’aborto è solo un atto medico, e la Ru486 un farmaco fra tanti, soggetto alle stesse regole di una pomata antireumatica, allora anche le morti sono poco importanti. Perché ogni farmaco è pericoloso, si sa, e chissà quante ne dovremo ancora contare, di donne morte dopo aver preso la Ru486, prima che qualcuno se ne preoccupi.

di Assuntina Morresi

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DON CAMILLO E PADRE BROWN: FRATELLI SEGRETI

Uno manesco ed emiliano, l’altro piccolo e inglese…
Ma ci sono molte analogie tra i reverendi creati da due umoristi e cattolici Doc Parlano gli esperti
di Roberto Beretta

Uno è grande e grosso, l’altro piccolo e minuto. Uno è cerebrale, l’altro manesco. Uno ha cura d’anime, l’altro sembra piuttosto sfaccendato… D’accordo: ambedue vestono la talare e spesso portano persino il cappello tondo dei sacerdoti pre-conciliari; ma come si fa a mettere fianco a fianco don Camillo e padre Brown, l’emilianissimo Guareschi e l’inglese Chesterton?

Sono «Scherzi da prete», appunto, come è stato intitolato il convegno di oggi a Peschiera: il primo tentativo di accomunare, sotto il medesimo denominatore dell’umorismo cristiano (anzi cattolico), due sacerdoti apparentemente diversissimi come il fine detective d’oltremanica, capace di risolvere i casi più intricati guardando gli indiziati negli occhi, e il parroco ruspante della Bassa, che i suoi «casi umani» li scioglie a suon di schiaffoni e col sereno cipiglio di un carrarmato.

Eppure, se lo strano connubio riuscisse, si formerebbe una bella coppia di complementari: uno tranquillo, l’altro irruente; uno solare, l’altro indagatore; uno perennemente immerso nelle penombre del giallo e tra i misteri della natura umana, l’altro affacciato sullo specchio abbacinante del grande fiume. Cerca di convincerci Paolo Gulisano, medico e recente biografo di Chesterton: «In realtà ci sono parecchi elementi che avvicinano don Camillo e padre Brown. Anzitutto i loro padri, entrambi umoristi e cattolici a tutto tondo, anzi apologeti, difensori di una fede tradizionale e realista. Certo: Chesterton era un convertito e Guareschi no; però in realtà anche la fede di Giovannino è stata conquistata sul campo».

E poi? «E poi tutt’e due erano grandi giornalisti: l’emiliano sul Candido e l’inglese col Gk’s weekly, settimanale da battaglia fondato insieme al fratello e ad Hilaire Belloc che affrontava con molta libertà l’establishment inglese. Due polemisti, dunque, che combatterono molte battaglie, ma sempre con grande rispetto dell’avversario; Guareschi in carcere disse di non odiare nessuno, e lo stesso accadde a Ches terton, uomo di somma bonomia. Particolare curioso: nella biblioteca di Giovannino, a Roncole Verdi, ho trovato i racconti di padre Brown con sottolineature

e punti esclamativi segnati a margine».

Non si può certo dire, però, che il padre di don Camillo abbia «copiato» dal collega britannico… Tra l’altro (come ha scoperto un altro dei relatori a Peschiera, il giornalista Alessandro Gnocchi) il parroco della Bassa ebbe parecchi ispiratori nella vita reale, tra i sacerdoti conosciuti da Guareschi. «Anche padre Brown ha due figure reali di riferimento: padre O’ Connor, pretino irlandese conosciuto da Chesterton prima della conversione, e Vincent Mc Nab, un vulcanico e reazionario domenicano irlandese che predicava in Hyde Park. Ecco, proprio da questo legame col vero deriva la consistenza dei due personaggi. Se padre Brown è l’alter ego del razionalismo disperato di Sherlock Holmes, e don Camillo è il contraltare di certi preti tutto dubbio e incertezza di tanti romanzi italiani, ambedue sono soprattutto l’incarnazione del buon senso che nasce dal realismo cristiano, della fede che si traduce nel comportamento più umano di tutti: la pietà».

I cattolici di solito sono accusati di non saper ridere; invece a questi due preti di carta l’impresa è riuscita. Come mai? Roberto Prisco, professore di statistica all’università di Verona e fondatore dei locali Gruppi Chestertoniani, s’avventura nell’ipotesi: «Ciò che fa ridere è il contrasto tra due piani logici diversi. Padre Brown – ad esempio – si presenta debole, grigio, cattolico, “insignificante come uno gnocco” (così lo descrive il suo autore); e invece è colui che sa cogliere il vero senso di fatti e persone. Rovescia le cose o almeno il modo di vederle. In don Camillo succede lo stesso: secondo la tattica comunista, le persone non sarebbero importanti e invece per Peppone il suo parroco diventa l’elemento prevalente; e viceversa. Don Camillo e padre Brown, insomma, rovesciano le ideologie, il rapporto tra ciò che co nta e ciò che non conta. E proprio il loro legame col trascendente rivela che le cose sono più di quello che sembrano».

Prendiamo la faccenda alle «spalle», allora: il sindaco Peppone e il ladro Flambeau. Molto diversi, almeno loro… «Anche qui la differenza è più apparente che reale – interloquisce l’avvocato Marco Sermarini, presidente della Società Chestertoniana Italiana –. È vero che ci sono connotati esteriori divergenti tra i due personaggi: Peppone ha mani grosse ed è quasi analfabeta, mentre Flambeau è dotato di parecchia ironia ed è un ladro internazionale raffinatissimo. È vero che Peppone resta sempre una “spalla” dialettica, invece Flambeau si converte al primo episodio e di lì in poi va verso la verità a braccetto con padre Brown. Però la sensazione è che tutt’e due i co-protagonisti abbiano la stessa serena attenzione alla realtà. Le disparità sono soltanto di carattere e di stile».

Una differenza macroscopica, tuttavia, esiste: don Camillo parla a tu per tu col Crocifisso, padre Brown invece al massimo recita il breviario… «Sì, il corrispettivo del Crocifisso non esiste in Chesterton, che preferisce rapportarsi a un’idea di ragione in tutto consona alla tradizione cattolica. Forse la sua tecnica un po’ distante dal pubblico italiano; ma se si oltrepassa la soglia “inglese” dell’apparente grigiore di padre Brown, si scopre un personaggio amante della vita e pieno d’interessi, capace di guardare la realtà attraverso le righe». Sta insinuando che agli italiani (i quali anni or sono, in un sondaggio, elessero don Camillo loro curato ideale) dovrebbero prendersi il sacerdote-detective come parroco? «Beh, padre Brown è un prete inglese e i cattolici inglesi sono particolari, data la consapevolezza di essere minoranza e la loro storia di perseguitati… Ma sì, credo proprio che un parroco come padre Brown sarebbe utile in Italia. E, d’altra parte, anche don Camillo farebbe molto bene a certi protestanti inglesi…».

Chesterton
Il prete-detective è la risposta al razionalismo di Sherlock Holmes, l’incarnazione del buon senso che nasce dal realismo cristiano
Un Brescello d’Inghilterra Gilbert Keith Chesterton (1874-1936) cominciò a scrivere i racconti di p. Brown quando non era ancora cattolico (passò alla Chiesa romana nel 1922); le prime due raccolte uscirono nel 1911, l’ultima nel 1927. Lo scrittore viveva a Beaconsfield, villaggio simile a una «Brescello inglese»; vi abitavano pochi cattolici e il prete diceva messa in un capannone. Fu Chesterton a farvi costruire una cappella.

Guareschi
In Mondo Piccolo le ideologie vengono rovesciate e si coglie il senso vero delle persone: le cose sono sempre più di ciò che sembrano
Dai racconti allo schermo Se Chesterton è Flambeau, Guareschi è don Camillo. Il parmigiano Giovanni Guareschi (1908-1968) aveva già alle spalle una notevole carriera di giornalista, scrittore, umorista e disegnatore sul «Bertoldo» quando inventò Mondo Piccolo e il suo parroco don Camillo. Il primo racconto della serie apparve il 23 dicembre 1946 sul settimanale «Candido»; ne sarebbero seguiti oltre 400, pubblicati in varie raccolte e sceneggiati in fortunati film.

Tratto da Avvenire del 27 settembre 2003

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UMORISMO, CONQUISTA DEL CRISTIANESIMO

“La letteratura antica non conosce – questo è caratteristico – l’umorismo, ma solo il comico:  l’umorismo è serbato al cristiano quale espressione della sua nuova libertà, che lo innalza, come creatura spirituale, sopra tutte le creature non libere” (Giuseppe Sellmair). E ancora:  “Noi siamo dei comici. Dovremmo vederci sotto questo aspetto. Solo l’umorismo, rosa o nero o crudele, solo l’umorismo può renderci la serenità”. L’affermazione è di Ionesco. Con essa il drammaturgo rumeno vuol ricordarci che la sola maniera di poterci consolare dell’infelicità di sentirci perduti in questo mondo votato alla morte è l’evasione nell’umorismo. Dunque, suggerisce:  ridere della nostra comicità di creature che non riescono mai a sentirsi a loro agio in un’esistenza tallonata dalla sofferenza e dalla morte; ridere per sfuggire alla disperazione e alla follia; ridere per non essere sempre costretti a vedersi dinanzi il muro del mistero (o dell’assurdo).
In realtà, molti testi teatrali di Ionesco fanno ridere, divertono, trasportano in mondi surreali:  si pensi a La lezione, Le sedie, La cantatrice calva, Il rinoceronte. Danno anche la serenità? Ne dubitiamo. L’umorismo, nero e crudele, che da essi si sprigiona, offre un divertimento che sa di desolazione.
È indubbio però che l’umorismo è un mezzo regale per stabilirci nella serenità. Esso fa parte della saggezza che è dono dello Spirito Santo; “occupa un posto molto importante nella vita religiosa”, anzi “è il sale della vita, e in un certo senso è il sale della vita religiosa, il quale la preserva da ogni guasto”.
Padre Benson non esitava a definire l’umorismo di santa Teresa d’Avila “dono divino”, dono che ha reso la vita di tanti santi un’avventura piena di fascino:  si pensi a Francesco di Sales, Tommaso Moro, Filippo Neri, Ignazio di Loyola, Papa Giovanni, Giorgio La Pira. Il Roche arriva ad affermare che “la storia di tante eresie è in molta misura una storia di perdita del senso dell’umorismo. Non si potrebbero altrimenti spiegare, lasciando da parte l’opera del demonio, certe loro aberrazioni e assurdità”.

Bisogna pertanto concludere che c’è umorismo e umorismo. Altro è l’umorismo di George Bernard Shaw, intriso di amara ironia, altro quello di Gilbert Keith Chesterton, sapido di saggezza umana e cristiana; altro l’umorismo di Voltaire, corrosivo e chiuso a ogni trascendenza, altro quello di Tommaso Moro, benevolo e illuminato da una sapienza superiore; altro l’umorismo di Cervantes, espressione dell’anima religiosa, altro quello degli scrittori dell’assurdo, riso amaro e soffocato.

Allora, quando c’è vero umorismo? E che cos’è l’umorismo? Definirlo non è semplice. Le sfumature, le sottigliezze, la varietà di significato che caratterizzano il termine impediscono una definizione precisa. Del resto ogni espressione di umorismo riflette diversità di cultura, di mentalità, di abitudini; non solo, ma esso è una proiezione dell’individuo. Ogni popolo ha una specifica forma di umorismo e ogni umorista una sua particolare fisionomia. Sintetizzando, gli elementi essenziali dell’umorismo – o del sense of humour, nella caratteristica espressione anglosassone – sono la capacità di cogliere i lati buffi e contraddittori della vita, ridendone con benevola comprensione, uno sguardo superiore che permette di vedere meglio e “oltre”; un’intelligenza nuova che relativizza e ridimensiona quanto si vorrebbe prendere per assoluto ed eccelso.

Si comprende subito che l’umorismo ha vari elementi in comune col comico, con l’ironia e col riso, ma che da essi si diversifica nettamente. Il comico si alimenta degli aspetti bizzarri della vita per divertire e divertirsi, l’umorismo nasce dalla scoperta delle miserie umane e si accompagna a un atteggiamento di comprensione, che compatisce e costruisce; fa anche divertire, ma soprattutto fa pensare.

L’ironia aggredisce, ferisce, distrugge anche; l’umorismo è indulgente, benevolo, compassionevole. Ma come l’ironia, il riso e il comico, l’umorismo prende le distanze dal soggetto, non per una reazione di difesa né per un senso di disprezzo o di rifiuto, ma per una nuova dimensione in esso scoperta. Agli occhi dell’umorista certi eventi o persone assumono aspetti diversi, capaci di suscitare nuovi punti di vista e di significato. Così una situazione seria si trasforma in una situazione buffa, e viceversa, in un’atmosfera di simpatia che avvicina le persone, le comprende, le affratella. Per realizzare tale spostamento di piani e acquistare questa nuova intelligenza, l’umorista deve poter disporre “di una certa saggezza umana, frutto di esperienza, e di una notevole capacità di osservazione sugli altri e su se stessi. Diciamo, se si preferisce, che nasconde un giudizio implicito, fondato su una concezione dell’uomo e dell’esistenza umana. Ciò probabilmente spiega perché il bambino è incapace di humour”.

Se l’umorismo fiorisce su una determinata concezione dell’uomo e dell’esistenza, bisogna dire che il cristianesimo ne è la sua più piena e più ricca espressione. Non per nulla Kierkegaard considera l’umorismo come l’estrema approssimazione dell’umano a ciò che è propriamente religioso-cristiano. C’è anche chi sostiene che soltanto nel cristianesimo è possibile una piena forma di humour.

In verità, esaminando attentamente la questione, si approda alla convinzione che cristianesimo e umorismo vanno perfettamente d’accordo, anche se, a prima vista, parrebbe vero il contrario.
Nonostante qualche accenno, il principale lavoro teologico sulla commedia è stato effettuato soltanto di recente, e può riassumersi nella nozione che sia per il cristianesimo sia per la sensibilità comica nulla va preso troppo sul serio. Il mondo è importante, ma non in modo assoluto.
“Come il buffone, l’uomo di fede può sorridere alle pretese del principe perché sa che il principe non è altro che un uomo che un giorno sarà ridotto in polvere”. Dunque, è umorista Dio? La risposta ci è data innanzitutto dal mistero dell’Incarnazione. Che Dio, eterno e infinito, del quale nessuno può vedere il volto e restare vivo (Esodo, 33, 20), che “abita una luce inaccessibile” (1 Timoteo, 6, 6), “alfa e omega” (Apocalisse, 1, 8),semper maior di quanto di lui si possa dire o pensare, supra quem nihil, extra quem nihil, sine quo nihil: che questo Dio assuma la natura umana e diventi uomo come noi; come noi soffra la fame e la sete, la solitudine e la malattia, il freddo e il caldo; subisca come noi la passione e la morte; si sottometta ai capricci degli uomini; che “con l’Incarnazione si sia unito in certo modo ad ogni uomo” (Gaudium et spes, n. 22), tutto ciò sconvolge la mente.
Ma, se l’uomo si smarrisce, Dio “si diverte”:  di un divertimento che è espressione di amore infinito, che sfugge a ogni comprensione, annienta ogni misura. Dietro lo scandalo dell’Incarnazione c’è l’abisso inesplicabile della ricchezza dell’amore e della sapienza con cui Dio ha disposto la trama segreta dei fatti di cui è intessuta la storia umana (Romani, 11, 33).
Se la base dell’umorismo va ricercata nella legge del contrasto e nell’accostamento dei contrari, bisogna concludere che, in fatto di umorismo, Dio è maestro insuperabile.
Questo umorismo divino accompagna l’opera della salvezza e s’incarna in scelte che non finiscono mai di sconcertare. “Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono” (1 Corinzi, 1, 28). Tutta la storia della Chiesa è una sequenza di scelte – scelte di persone, di eventi, di strumenti – che Dio opera con immutato sense of humour e che le conferiscono un inconfondibile sapore di ottimismo e di gioiosa sorpresa.

In questa prospettiva umoristica va inquadrata e compresa l’esistenza cristiana. Essa paradossalmente si snoda tra l’eterno di Dio e gli eventi, spesso insignificanti, del nostro quotidiano; tra la vittoria definitiva del Signore e le nostre impotenze e sconfitte; in una Chiesa che è, nello stesso tempo, sposa senza macchia e comunità di peccatori. Tutto ciò getta sull’esistenza cristiana una luce nuova, che permette di vedere uomini e cose in angolature ricche di significato. Concepito in chiave cristiana, l’umorismo non chiude gli occhi sulle brutture e miserie della vita; neanche si pone – come succede per l’ironia, la satira e l’arguzia – di fronte a esse come un giudice.
Guidato dalla fede, esso scorge il lontano grande comune progetto di Dio; getta qui il suo pensiero e avanza sorridendo mentre scopre le stoltezze di noi mortali. Nell’umorista si nasconde una straordinaria forza di sopportazione e un’irrefrenabile libertà dell’essere; il suo regno è oltre i contrasti terreni e nessuna fredda valutazione riesce a deprimerlo.

Tra gli effetti più importanti dell’umorismo cristiano vi è la demitizzazione di sé e degli altri. Capitano giorni in cui tutti sono tentati di vedersi in prospettive eroiche, in pose da grandi, su piedistalli costruiti col materiale più vario. In queste ore di grazia ci si sente padroni del mondo, capaci di sfidare e vincere le debolezze nelle quali, chi più chi meno, inciampano tutti. In ognuno di noi c’è un po’ di Pietro che proclama:  “Se anche dovessi morire con te, non ti rinnegherò” (Marco, 14, 31). L’impatto con la realtà della nostra miseria, quando questa s’impadronirà di noi e stenderà la sua ombra sulla nostra vita, potrebbe essere drammatico. Vera valvola di sicurezza sarà, allora, il sense of humour. Esso non nasconde le nostre debolezze, né le edulcora o le ammanta di inutili orpelli, ma ce le fa vedere con lo sguardo del Signore:  con quell’amore che è comprensione dei nostri limiti, dono di fiducia, promessa di perdono. Egli sa che Pietro, prima che il gallo canti due volte, lo rinnegherà tre volte, ma invece di rifiutarlo, gli affida la sua Chiesa. Sa che il triplice rinnegamento non è espressione di cattiveria, ma di debolezza. E deve aver sorriso di fronte alla baldanza del futuro primo Papa.

Con questo stesso sguardo l’umorismo riesce a “ridimensionare” noi e gli altri. Sul crollo delle impalcature eroiche germoglia allora l’umiltà e la fiducia. La prima sgombra il terreno da ogni presunzione e permette di camminare in verità, invita ad “attingere forza nel Signore e nel vigore della sua potenza” (Efesini, 6, 10), ricorda “agli anziani che il mondo non è finito con loro e ai giovani che il mondo non è incominciato con loro”. La fiducia ci proietta in avanti, ci rende intraprendenti, ci fa soggetti di storia, ci apre la porta all’amore degli altri.
Si comprende pertanto che l’umorismo cristiano è un nuovo modo di essere e di sentire:  converte il pessimismo in audacia, il disprezzo in pietà, l’insofferenza dei limiti in feconda accettazione. Questa benefica novità deriva dal fatto che, nell’ottica umoristica, l’esistenza e gli eventi ricevono senso e valore non in se stessi, ma in Dio che “sa di che siamo plasmati, ricorda che noi siamo polvere” (Salmi, 102, 14).

Isolata dal flusso della redenzione operata da Cristo, la realtà umana fa orrore perché prigioniera del male, del banale, della noia, della disperazione. “Innumerevoli – afferma Sofocle nell’Antigone – sono le cose spaventose, ma nulla c’è di più spaventoso dell’uomo”. L’uomo? “Un misero commediante, che incede e si agita sulla scena e più non se ne parla”.
Conseguenza? Disgusto, rifiuto, pena, che si esprimono nel lazzo, nell’ironia amara, nel riso senza gioia. L’umorismo opera un’inversione di prospettiva. L’uomo non è visto isolato e abbandonato alla sua miseria, ma all’ombra dell’amore di Dio che comprende e usa misericordia; non si offre al nostro sguardo come una “cosa spaventosa”, ma come un figlio amato che, per un capriccio di bambini, crede di poter fare a meno dei genitori; meritevole più di indulgenza che di condanna, più di tenerezza che di severità.

Questo sguardo di tenerezza e d’indulgenza ci dà la grazia – poiché di una vera grazia si tratta – di ridere di noi stessi:  dei nostri fallimenti, dei nostri sogni infranti, dei nostri voli mancati. L’umorismo riesce a sdrammatizzare gli eventi, a sottolineare la relatività di ogni cosa, a eliminare ogni patina di fatalità, e tutto collocare in una giusta prospettiva. Grazie al suo famoso sense of humour, espressione della speranza cristiana e di una fede viva, sir Thomas More è riuscito a sdrammatizzare anche la sua morte. Salendo la vacillante scaletta del patibolo, esclama:  “Per favore, messer luogotenente, volete darmi una mano per farmi salire sicuro? Poi, per scendere, lasciate pure che mi arrangi da solo”. Incoraggia anche il carnefice:  “Su, amico, fatti animo, e compi il tuo ufficio senza timore. Ma guarda che ho il collo piuttosto corto:  perciò sta’ attento a colpire diritto, per non macchiare il tuo buon nome”.
Il senso d’insoddisfazione e di amarezza di cui spesso tanti di noi sono vittime deriva dal fatto che il mondo non va come noi vorremmo e che la Chiesa non la pensa come a noi piacerebbe. Qui deve soccorrerci l’umorismo che ci fa prendere una certa distanza dai nostri punti di vista e ci ricorda che non siamo le sole persone intelligenti, le sole che pensano rettamente e che dispongono dello Spirito Santo. Nello spazio creato dall’umorismo le tensioni si allentano, molte cose si vedono meglio e trovano la loro giusta collocazione.

“Troppi individui stanno eccessivamente addossati alle cose. E allora la visione risulta parziale, distorta, centrata sui particolari, senza prospettiva, senza sfumature, marcata dalla passionalità, da tinte troppo cariche. Significative, a questo proposito, certe discussioni tra gente accigliata, tesa, arrabbiata, amara, nervosa, perfino isterica, che fa di ogni problema una tragedia, di ogni novità un’eresia, di ogni critica una sciagura, di ogni protesta una rivoluzione. La confusione celebra inenarrabili trionfi. Invece è urgente, è igienico costruirsi una nicchia nel cuore, da dove scaturirà quel sorriso che è capacità di guardare con benevolenza a tutte le cose, che è senso del limite, proprio e altrui”.
Tale capacità è anche libertà di spirito che permette di dominare gli eventi e di navigare nei mari della serenità e della fiducia. Un teologo tutt’altro che superficiale, il cardinale Henri-Marie de Lubac, ha scritto:  “Al colmo della sofferenza guardati ogni tanto con humour, onde sfuggire al veleno che essa distilla. Credimi, il rimedio è più efficace di qualsiasi eroico combattimento. È anche più facile, per poco che tu sia abitualmente sensibile alla commedia umana, senza però metterti fuori del gioco”. E riporta il consiglio di un anonimo cenobita:  “Se la tua anima è turbata va in chiesa, prosternati e prega. Se la tua anima rimane ancora turbata vai a trovare il tuo padre spirituale, siediti ai suoi piedi e aprigli l’animo. E se la tua anima è sempre turbata, ritirati allora nella tua cella, stenditi sulla stuoia e dormi”.
L’opposto dell’umorista è il corrucciato. Sprovvisto del senso del relativo, prende tutto sul serio, soprattutto se stesso; dimentico della sostanziale debolezza umana, non sa compatire; il suo sorriso, quando c’è, è stentato; la sua presenza non suscita né fiducia né simpatia; parla di Dio come di un giudice e di un custode della legge più che di un padre. Quando un suo progetto fallisce o gli vengon meno gli amici, si lascia andare a un’amarezza che gli avvelena l’esistenza. Generalmente angosciato, è anche “pesante” perché carico dei propri punti di vista, dei propri umori, delle proprie disillusioni.

Il cristiano che ha il sense of humour, invece, quando cozza contro la disillusione, comprende e sorride:  comprende i suoi limiti e sorride del crollo delle sue illusioni. L’intelligenza del relativo lo sposta sul terreno dell’assoluto:  può così collocarsi al suo giusto posto, in rapporto a un Altro immensamente più grande di lui, che lo avvolge con benevola Provvidenza. Per questo motivo Champollion, a proposito di Taulero, parla dell’umorismo come di un dono estremamente frequente presso i mistici. Ossia, presso persone che “non si fanno soverchie illusioni sulla santità del loro stato”.
Sorride, si diceva. E ci viene in mente una pagina di Karl Rahner in cui si argomenta sul fatto che Dio “ride nel cielo”, come si legge nel salmo 2:  “Se ne ride chi abita nei cieli”. Dinanzi al tumulto dei popoli che vogliono liberarsi dal suo dominio, Dio ride.
“Ride con calma – scrive Rahner – si potrebbe quasi dire:  come se tutto ciò non lo toccasse. Pieno di compassione. Lui conosce perfettamente il dramma amaro di questa terra. Dio ride, dice la Scrittura. E, con ciò, afferma che perfino il più minuscolo riso puro e argentino, che scaturisce da non importa dove, da un cuore retto, dinanzi a una qualsiasi idiozia di questo mondo, riflette un’immagine e un raggio di Dio. È un ricalco del Dio vincitore e signore della storia e dell’eternità. Di quel Dio il cui riso sta a dimostrare che, in fondo, tutto è buono alla fin fine”.
Nel mosaico dell’abside di San Paolo fuori le mura, Papa Onorio iii si è fatto ritrarre piccolissimo, su misura del piede destro del Signore. “In tal modo, con un sorriso di soddisfazione che la barba non riesce a celare, lascia al Pantocràtor il compito di governare da Signore la propria Chiesa”.

In merito, la lezione più sorprendente ce l’ha fornita Papa Giovanni. L’umorismo è stato tra le principali e più feconde caratteristiche della sua spiritualità:  esso si rifletteva in quel sorriso, aperto, cordiale, paterno, che era un irresistibile invito alla fiducia e alla pace interiore. Scriveva:  “Lo Spirito Santo ha scelto me. Si vede che vuole lavorare da solo. Mi sembra talvolta di essere un sacco vuoto che lo Spirito Santo riempie improvvisamente di forza”.

(©L’Osservatore Romano – 29 agosto 2009)

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MEDJUGORJE, TESTIMONIANZA DI FRANCESCA

Testimonianza pellegrinaggio Medjugorje 9-15 ottobre 2010 – di Francesca Kalli

Mi è stato chiesto di lasciare una testimonianza scritta di questo pellegrinaggio e con gioia mi appresto a farlo, sia perché in questo modo mi è nuovamente possibile ringraziare la Madonna per avermi voluto da lei sia perché questa testimonianza mi permette di condividere coi fratelli la mia esperienza.

Nel giro di un anno è la terza volta che vengo a Medjugorje ed ogni volta torno a casa arricchita interiormente e non solo. Venire a Medjugorje è la risposta ad una chiamata che la Madre celeste rivolge ai suoi figli ed io sento sempre più forte questa chiamata, infatti quest’anno sono venuta due volte a distanza molto ravvicinata tra loro.

La Gospa è stata come sempre prodiga di grazie e doni e citarli tutti richiederebbe tempo rischiando di rendere questa testimonianza noiosa per chi la legge (dal momento che ne uscirebbe un romanzo!) così mi limito solo a citarne un paio.

In primo luogo mi ha concesso di salire sul Podbrdo (cosa per me non semplice per via delle mie limitazioni fisiche, anche se a vedermi non si direbbe) mettendomi a fianco del cammino il mio angelo custode come l’ho rinominato. Ma il dono più grande è stato quello di conoscere la mia “sorellina”. Solo dopo averla conosciuta ho scoperto che in realtà avremmo potuto incontrarci già da tempo dal momento che frequentiamo lo stesso gruppo di preghiera ed in alcune occasioni ci siamo ritrovate negli stessi luoghi. Evidentemente doveva accadere che ci conoscessimo a Medjugorje, probabilmente per rendere ancora più saldo questo legame che stiamo coltivando.

Da questo bellissimo incontro nasce spontanea in me una riflessione. L’uomo molto spesso è troppo
concentrato su se stesso, i suoi problemi, la sua vita, che guarda il prossimo ma è come se non lo vedesse. Solo nel momento in cui l’uomo apre gli occhi interiori riesce a vedere chi ha veramente accanto. Ed è questo il messaggio che ho capito e che voglio trasmettere anche agli altri: impariamo ad essere più vigilanti e disponibili con chi abbiamo intorno perché nel prossimo possiamo veramente trovare delle persone straordinarie.

Con l’occasione di questa testimonianza ringrazio tutta l’organizzazione di Falcobianco che in questi giorni di pellegrinaggio non si è risparmiata per tenere unito il gruppo di pellegrini, ed il suo direttore spirituale, don Massimo, per la costante pazienza avuta con tutti noi.

L’augurio che faccio a Falcobianco e a tutti i pellegrini è che questo pellegrinaggio ci consenta di coltivare le amicizie iniziate a Medjugorje e che ognuno riesca a comprendere nel profondo il messaggio che la Gospa e Gesù ci hanno voluto lasciare per vedere nel tempo quali saranno i frutti di questi giorni vissuti in fraternità tra di noi e in comunione col cielo.

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EDITH STEIN: SULLA DONNA

Edith Stein, La donna, ed. Città Nuova, 2001, p. 51-52: “Solo chi è accecato dalla focosa parzialità della disputa può negare la realtà evidentissima che il corpo e l’anima della donna sono strutturati per un particolare scopo. E la parola chiara e inoppugnabile della Scrittura esprime ciò che fin dall’inizio del mondo l’esperienza quotidiana c’insegna: la donna è conformata per essere compagna dell’uomo e madre degli uomini. Per questo scopo il suo corpo è particolarmente dotato, e a questo scopo si confanno anche le particolari caratteristiche della sua anima […]. Il modo di pensare della donna, e i suoi interessi, sono orientati verso ciò che è vivo e  personale e verso l’oggetto considerato come un tutto. Proteggere, custodire e tutelare, nutrire e far crescere: questi sono i suoi intimi bisogni, veramente materni. Ciò che non ha vita, la cosa, la interessa solo in quanto serve al vivente e alla persona, non in se stessa. E a ciò è connessa un’altra caratteristica: l’astrazione, in ogni senso, è lontana dalla sua natura. Ciò che è vivo e personale, oggetto delle sue cure, è un tutto concreto, e dev’essere tutelato e sviluppato nella sua completezza […]. E a questo suo atteggiamento pratico ne corrisponde uno teoretico: il suo modo naturale di conoscere non è tanto concettuale e analitico, quanto contemplativo e sperimentale, orientato verso il concreto. Queste doti particolari la rendono atta a curare e a educare i propri bambini; ma si tratta di una disposizione fondamentale che  non giova solo a questi, ma viene incontro anche ai bisogno del marito, e di tutti gli esseri che vengono a trovarsi nell’ambito della sua attività. A queste disposizioni materne si uniscono quelle proprie della compagna. Saper partecipare alla vita di un altro uomo, cioè saper prendere parte a tutto ciò, grande e piccolo, che lo riguarda: alla gioia e al dolore, come al suo lavoro e ai suoi problemi: ecco il dono e la felicità della donna”.

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