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TENTATIVI
DI LIBERTA’ NELL’IRRADIAZIONE DI
UN PENSIERO
Blog dell’Associazione Falco
Bianco
© Copyright

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01/01/2007 – AL SUPERMARKET DELLA FESTIVITA’
Bloggato da PDB
Come di consuetudine, anche stavolta il mondo si è riunito
al supermarket delle festività con i soliti pretesti e le medesime contraddizioni,
incedendo con passo sicuro alle diverse tappe proposte dal calendario.
Appena superato l’ingresso le frecce per gli acquisti obbligano la tappa obbligata
del Natale, ove la scenografia impone un luminoso sorriso di bontà, o per lo meno
richiede un adeguato soprabito per ben celare il ghigno ringhioso del proprio
cuore, ben camuffato per l’occasione. Una buona overdose di baci e abbracci, arricchiti
da regali e pensierini è il diversivo più adatto per distogliere l’attenzione
dalla vecchia cricca egoista che anche le vecchie volpi non riescono a
nascondere a dovere. Auguri doverosamente inoltrati tramite decine e decine
di sms, ignobilmente standardizzati per tutta la rubrica del cellulare, ci
assicurano di aver adempiuto ai nostri doveri festivi, e ci salvano dai
risentimenti formali dei rigidi discepoli del bon ton.
Terminato il cliché della famiglia amorevole e
felice, le frecce del supermarket ci guidano al reparto “Capodanno”. Con la
repentinità degna di un grande scenografo, l’atmosfera accende le rosse luci
della trasgressione, che richiedono un altrettanto repentino cambiamento. Via
il soprabito del mite agnellino e vai con petardi, schiamazzi ed un
adrenalinico “ciascun per sé e Dio per tutti”. Ormai dimenticato il focolare
natalizio si parte con i brindisi a base di superalcolici e balli
sessualeggianti, anteprime verticali di sospirati prosegui orizzontali,
corretti da adeguati cocktail di drogucce per migliorare le prestazioni.
Non mi interessano i discorsi moralistici, degenerazioni
della morale e vecchi stratagemmi dei frustrati asociali, barricati dietro al
profetico innalzamento della propria scomunica personale per tutti coloro che
osano superare la barriera dell’eremitismo sociale. Costoro sono dannosi
quanto i precedenti casi.
Mi interessa solo chiedere coerenza con ciò che si
è. Ciascuno sia ciò che è, senza dipendere dalle etichette imposte dal
calendario. Si scelga, che sia bene o male e ci si faccia responsabili della
propria scelta fino all’estremo delle sue conseguenze, perché questa
ipocrisia personale e sociale è insopportabilmente vomitevole.
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28/12/2006 – NEL CORSO DELLA VITA
Bloggato da PDB
Beffardo il destino dell’uomo. Nei giorni in cui
l’umano genere celebra la tradizione della Vita, le circostanze hanno voluto
che si parlasse di morte. Casi etici, cronaca e guerre hanno conquistato il
posto da primadonna, su una scenografia di luci sfarzose, alberi luccicanti e
presepi gonfi di ipocrisia.
Un gesto quasi provocatorio rivolto alla
superficialità festiva, che, alle commoventi scene della natalità, ci
proietta alle disillusioni di una realtà più marcata, intonante un
quaresimale memento mori.
Occupati a sentenziare su questioni etiche
ricercatamente universali, al fine di nascondere il nostro terrore intimo e
tutto personale al cospetto della Nera Signora, non ci accorgiamo di voler
imprimere a livello sociale non tanto ciò che è bene, ma più semplicemente la
percezione immediata ed istantanea di quel che proviamo psicologicamente al
pensiero della morte, pensiero che ci risulta così ossessivo da cercare di
rimuoverlo dal nostro io più consapevole. In questo modo otteniamo una
mistura di tante opinioni personali inutilmente emotive, incapaci di
intersecarsi tra loro per costituire un modello antropologico e metafisico su
cui il legislatore dovrebbe basarsi.
Prima di sproloquiare etiche astratte da una parte e
viziate di egoismo dall’altra, si cerchi di riconsiderare la nostra esistenza
e si impari ad osservare la morte non tanto per ciò che sarà, ma per quel che
è, dato che “noi pensiamo alla morte come a
qualcosa che sta davanti a noi, mentre in gran parte è già alle nostre spalle:
tutta l'esistenza trascorsa è già in suo potere” (Seneca, Lucio Anneo Lettera
a Lucilio).
“Perché temi il tuo ultimo giorno?
Esso non contribuisce alla tua morte più di ciascuno degli altri” (Montaigne, Michel de Saggi).
“Gli uomini, non avendo trovato nessun rimedio
contro la morte, la miseria e l’ignoranza, hanno stabilito, per essere
felici, di non pensarci mai” (Pascal, Pensieri).
Siamo una civiltà così insignificante da non saper
pensare con profondità neppure alla nostra insignificanza.
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24/12/2006 – LA LEGGENDA DEGLI ZOCCOLI
Bloggato da PDB
Questa
leggenda risale ai tempi in cui i Barbari invasero la Gallia devastandola. Il
mondo gallo-romano stava crollando ed i contadini fuggivano all'incalzare
delle orde di Attila e di Genserico. Fra i contadini in fuga c'erano anche
San Crispino e San Crispiniano. La notte di Natale, tremanti di freddo e di
fame, essi bussarono alla porta di una misera casupola di Crespy en Valois.
Comparve una donna in lacrime, con voce rotta dai singhiozzi narrò che pochi
giorni prima, suo marito era stato ucciso dai Vandali. Ora le rimaneva solo
un bambino di due anni che piangeva in una culla. "Ha fame. Ci hanno
portato via tutto e abbiamo tanto freddo; per l'ultima fiammata ho bruciato
persino gli zoccoletti del mio piccino."
I due santi, commossi, andarono ad abbattere un albero nel bosco
vicino e svelti svelti intagliarono due rozzi sandaletti che posarono davanti
al focolare spento. Poi si inginocchiarono in preghiera. Ed ecco che
miracolosamente i trucioli che avevano gettato nel camino si misero a danzare
e a brillare. Non erano più trucioli di legno, ma pepite d'oro. E così
Crispino e Crispiniano furono proclamati patroni dei calzolai. Gli zoccoli di
legno da allora vennero considerati un simbolo natalizio; ogni anno, colmi di
dolci o semplicemente decorati a vivaci colori, ornano le case o si regalano.
Tutta
l’Associazione augura ai nostri visitatori un santo Natale ed un felice anno
nuovo.
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16/12/2006 – CONTEMPLANDA ALIIS TRADERE
Bloggato da PDB
La via della formazione è un
passo obbligato, almeno per chi intende percorrere l'irta dimensione della
profondità, ma se lunga e perigliosa è la via di chi si mette in cammino,
cosa aspetterà colui che aspira ad essere guida di altre persone?
Gli antichi predicavano che ciò
che un allievo può imparare dal suo maestro, non è altro che la sovrabbondanza
del suo sapere e del suo essere. In altre parole ritenevano che solo ciò che
l'istitutore ha in sovrappiù possa essere concretamente recepito dal
discepolo. Contemplanda aliis tradere sostenevano i saggi di un
tempo tramontato.
Le scuole gesuite sorte in pieno
periodo contro-riformista usavano selezionare i loro precettori in base alla
loro preparazione, ma primariamente a seguito di una verificata maturazione
umana e di una adeguata irreprensibilità, metodo che supponeva il principio
di fondo per cui il sapere acquisisce la sua prorompenza in base
all'assimilazione ed alla personalizzazione che di esso se ne è fatto.
Inutile conoscere se poi non si hanno i mezzi per gestire con intelligenza ed
equilibrio il proprio sapere, poiché ogni cosa presuppone una sua propria
influenza su se stessi e sugli altri.
La superbia gonfia gli uomini di
intelletto, portandoli ad una presunzione che implode in un'ottusità
arrogante ed astratta. Un mancato scambio tra la conoscenza e le energie vitali
portano alle formulazioni ideologiche utopistiche o decadenti, ma pur sempre
fragili come i propri progenitori, nonostante la forma esagitata.
Una cultura non filtrata
dall'ingenua meraviglia dell'infante, ma soprattutto non vagliata dal
fuoco incandescente della sofferenza rimane amorfa, astratta, polverosa,
riservata agli intellettuali da salotto, adatta a moltiplicare le contorsioni
acrobatiche di una società aggrovigliata nei suoi assiomi sospesi.
Insegnare, ricordare, meditare,
riflettere, conoscere... vivere: le arti di una profondità a cui si è voluto
sostituire il superficiale e vispo nozionismo da super
quiz, strutturalmente incapace di specchiare la sua terrena
imperfezione con i modelli iperuranici di un mondo da riformare, così
letteralmente impotente da non aspirare più alla fertile sovrabbondanza a cui
aspira l'essere più intimo di ogni uomo.
E' così difficile trovare veri
formatori, perché nessuno è più disposto a provare con il fuoco la validità
delle sue idee, perché nessuno è così innocentemente idealista da essere
disposto a sovrabbondare nella profondità dell'anima. Mente e cuore: vasi
comunicanti che l'uomo moderno ha reso compartimenti stagni, per più
facilmente accettare ciò che è e meglio lamentarsi per ciò che ha.
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08/12/06 – E FU SERA E FU MATTINA: UN NUOVO GIORNO
Bloggato da PDB
Mi sembrano trascorse molte decadi da quando Falco Bianco ha
cominciato a vivere. Sarà perché la gestazione è stata lunga e perigliosa,
sarà perché ogni attimo è stato vissuto con l’intensità dell’infinito, sarà
perché è come aver ritrovato una dimora conosciuta da sempre, ma in realtà
non sono passati che nove mesi dalla firma dei fondatori.
Nove, come sono i
mesi della gravidanza. Nove, come il numero che Dante mise a simbolo della
Redenzione umana. Nove, come tre volte tre, la ripetizione perfetta del
numero perfetto.
Simbologia
presuntuosa si avanzerà, ma è comune alla natura umana voler trovare delle
assonanze mitiche e storiche alla propria condizione, e nulla vuole forzare
il parallelo evidenziato, se non il dovere di constatare a quale punto siamo
associativamente giunti, proprio in base al fattore numericamente
significativo ed all’avvicinarsi di un nuovo anno.
Il governo di una
comunità è arte difficile, e lo è ancor più se la novella assemblea non
presenta preventiva piattaforma su cui ergere una sensibilità ed una cultura
comune, ma questa era la nostra situazione iniziale: un manipolo sparpagliato
di uomini e donne, dal pensiero selvatico e dalle esperienze più disparate,
confusi e dispersi nel disordine di un mondo che tutto offre e nulla concede.
Con volontà costante
e pazienza temprata abbiamo chiamato per nome ogni singolo, facendo appello
alla sua libertà, al fine di mettersi in cammino verso un appropriato
discernimento di se stesso. Alcuni si sono uniti, altri dispersi, proprio
nell’attimo in cui si intonava un grido di aiuto, ma nulla ha fermato il
nostro incedere verso l’obiettivo.
Molte le iniziative
realizzate, alcune delle quali hanno mobilitato interi paesi, dai più
ritenuti morti ed inconcludenti. Abbiamo ridato vita alle secche radici
dell’immobilismo egoista proprio alla società del ventunesimo secolo, per
quanto le opere svolte non rimangono che un semplice accenno dei ben più ampi
propositi a cui aspiriamo.
La formazione è stata
fin dal principio il punto focale di ogni nostro movimento, è stata il minimo
comune denominatore di ogni ragion pratica, l’inevitabile conclusione di
qualunque elaborazione teorica.
Attraverso il
meccanismo del tutoraggio sono stati istruiti, e ancora lo saranno, i soci
novizi, con approcci e metodi personalizzati per ciascuno.
E’ stato grazie al costante
impegno formativo che si è potuto dare vita ad una piattaforma di sensibilità
comune su cui, lentamente, va maturando un più omogeneo intendimento di
pensiero, cultura e tradizione, base essenziale per l’unitarietà di un
gruppo.
Dedizione e severità
sono stati i criteri lungimiranti dei formatori associativi, a loro volta
formati su una pedagogia completa, che, per essere rivolta a tutte le
componenti dell’uomo, finisce per creare al suo interno una selezione
naturale, basata sulla caustica e costante azione su se stessi.
Falco Bianco è nella
sua più intima essenza un’associazione rivolta alla formazione esistenziale e
culturale, ritenendo l’avanzamento intersecato dei due elementi, come unico e
vero metodo di comprensione più profonda della realtà tutta (soggettiva ed
oggettiva), al fine di essere madre partecipe di una procreazione di un
ordine nuovo, negli aspetti sia personali che sociali.
Persona e società:
queste le priorità che già dallo statuto e dal direttorio associativo
balenano imperativi. E’ nell’intrinseca unità dell’aspetto personale e
sociale che Falco Bianco procede, convinto che così come ogni aspetto del
singolo individuo ha una ripercussione sociale, così le dinamiche sociali
influiscono inevitabilmente sulla dimensione personale. Laddove non vi è
equilibrio, proporzione ed unità sostanziale della dimensione privata con
quella politica, Falco Bianco prova ad operare un’azione di consapevolezza,
al fine di creare reazione uguale e contraria alla profondità ed
all’estensione del problema.
A nove mesi dalla
fondazione, all’approssimarci del nuovo anno, noi siamo a sentinella di
un’éra che soffoca sotto le sue stesse macerie, partecipi creatori di
un’attesa primavera.
E fu sera e fu mattina: un nuovo
giorno.
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02/12/06 – IL SILENZIO CHE SA PARLARE
Bloggato da PDB
Il blog, il nostro blog, è caduto in un desueto
silenzio.
A metà tra il mondo delle idee e della realtà vissuta, Falco Bianco
attraversa le inevitabili maturazioni proprie ad ogni realtà esistente e ciò
porta come elemento necessitante l’attenta osservazione dei moti, interni ed
esterni, che le circostanze cangianti propongono ad idee immutate.
Come un platonico demiurgo, posto
per specifica vocazione ad ordinare i cristalli di un mosaico in
decomposizione, Falco Bianco intraprende la silente analisi del presente,
tentando di penetrare l’essenza di una verità collocata oltre le linee
depistanti di una realtà apparente.
Il silenzio è l’elemento che
ricambia in modo direttamente proporzionale l’attenzione che gli dedichiamo,
attraverso doni contrari alla sua natura. Prolifico padre di intuizioni,
compensa in modo netto ed essenziale colui che sa ascoltare la sua presenza,
evolvendo un’iniziale certezza in una sfolgorante evidenza o risolvendo un
abbaglio nella dimostrazione del suo nulla.
Saper attendere l’eureka,
il faro che illumina la rosa dei venti dell’intelligenza, è anch’essa un’arte
che l’uomo ha soffocato con il niente delle sue maleducate prolissità.
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12/11/06 - PAGINE IN
DISSOLVENZA
Bloggato
da PDB
Tra i primi sintomi della morte di
una civiltà è riconosciuta la mancata comprensione del linguaggio dai
componenti di uno stesso popolo. Una libera interpretazione del contenuto di
un termine senza previa e ordinaria relazione all'oggettività a cui esso
rimanda, produce un'incomunicabilità dirompente, che mina le fondamenta
stesse di una tradizione.
Il suddetto è un male di cui molti si sono accorti
e denunciato per tempo. L'utilitarismo verbale è il virus che ha scatenato la
polemica fine a se stessa, l'usurpazione dei diritti, la fumosa propaganda
politica e religiosa, e le mille ramificazioni che la scaltrezza umana ha
saputo estrapolare... ma ciò non sottolinea nulla di nuovo sotto il sole, se
non un marcato individualismo personale o di setta, che impedisce una
cooperazione di intenti per restituire solidità ad un putrefatto corpo
sociale.
Un male la cui colpa ricade sulla
rantolante élite contemporanea, sempre presa a perfezionare il proprio
collaudatissimo sistema di totalitarismo democratico, di cui il Signor
Tocqueville ebbe grazia di avvertirci in tempi non sospetti.
L'istinto polemico e vittimista
della classe media non resta a guardare e lamenta i mille soprusi subiti,
senza risalire alla radice del problema, che trova nel pigro disinteresse
sociale del singolo l'apice della condizione presente. Il chiuso
imborghesimento individualista, misto ad un livellamento culturale e
religioso, hanno portato ad una dispersione cronica delle energie investite
per gli interessi comuni, venendo a creare un abisso in quel canale
intermediario che dovrebbe sussistere tra la classe dirigente ed il popolo.
Quest'ultimo, il popolo, mette in campo le proprie comare,
gli artisti del lamento, pronunciando il proprio grido di guerra agli
oppressori della vita, che riconosce indistintamente dalla classe dirigente e
clericale al panettiere sotto casa, senza, però, nulla aggiungere ad un
impegno di risanamento operativo.
Becero ed egoista nel suo vivere
intona i suoi osanna ai guru di turno, già preparando la croce su cui
crocefiggerli il giorno seguente. Instabile ed ingestibile si fraziona in
mille e mille sottoinsiemi scismatici, logorati da un potere che vorrebbe con
tutte le proprie forze e frustrato dall'impossibilità di ottenerlo, dietro la
maschera di vittima sofferente, ma colpevolmente passiva.
L'autoformazione, il tentativo di
crescere nella prorpia individualità, al fine di creare sinergia sociale,
forse l'unica risoluzione moderata dei nostri tempi, è ciò che meno si addice
all'uomo contemporaneo: egoista, superficiale, pigro, borghese, falso, invidioso,
geloso, chiuso, vittimista, approssimativo, lontano dal chiedersi chi esso
sia, per non intaccare il tintinnante denaro accumulato o desideroso di
accumulare.
Il blog di Falco Bianco è uno
strumento, che può essere più o meno apprezzato, ma questo è un aspetto
asslutamente secondario.
La forza di uno strumento sta
nell'abilità di chi lo utilizza: è inutile leggere senza comprendere, è
inutile glissare le parole su cui non abbiamo proprietà concettuale.
E' vero: l'arricchimento iniziale
proviene dalla comprensione del discorso nel suo insieme, ma la profondità e
l'assimilazione si creano attraverso la comprensione analitica di ogni parte
che costituisce l'insieme. Le parole, non essendo scritte a caso, possiedono
il contenuto che è dato dalla scelta dell'autore ed è importante scoprirne i
significati, sempre che non ci si voglia fossilizzare nella propria cancrena
esistenziale e rendere queste pagine solo un effetto della dissolvenza
contemporanea.
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08/11/06 – ETICA DI VERITA’
Bloggato da Lady Hawk
Come possono essere dati giudizi a priori? Non dovrebbero
essere possibili, non avendo nessun diritto per compierli.
Bisogna riflettere prima di imporre l’istinto come pulsare cardinale della
nostra persona.
I miti sono rispettosi, non violenti, vivono una vita
proveniente dal bene e recante il bene. Sono moderati, ovvero hanno capacità
di controllare e mantenere nei giusti limiti il soddisfacimento degli
appetiti naturali.
Il mite non si rassegna di fronte agli atteggiamenti di ingiustizia,
rimangono calmi nelle difficoltà e non giudicano prima di conoscere.
Da ciò ne deriva una profonda onestà nella sua relazione con l’altro.
Essere onesti in una relazione è doloroso, ma nel momento
in cui ci si allontana dalla verità, la persona si trova accerchiata da un
inganno: una manipolazione per mezzo di cui si impedisce all’altro di
scoprire le vere radici, ragioni e sentimenti di un gesto.
Verità e menzogna sono scelte. La comprensione della
circostanza permette di relazionare congetture e scoprire le cause prime e
remote, ma giustificare in base alle circostanze significa negare la capacità
di scelta tra bene e male dell’uomo.
Dire la verità è l’obiettivo, per quanto possa non
piacere, per quanto essa sia dolorosa.
La verità usata correttamente può ferire, ma è incisione atta ad asportare un
cancro maligno e diviene la base un risanamento profondo.
La verità con se stessi, la verità con gli altri: l’unica
via praticabile per piangere con la pace nel cuore.
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