Tentativi di libertà
Nell'irradiazione di un pensiero

Blog dell'Associazione Falco Bianco

 

 

06/05/07 - LIBERAZIONE
Bloggato da Lady Hawk

I libri e gli scritti variano col variare dei pensatori: l'uno ha raccolto nel libro le luci che, ai fulgori di una conoscenza balenatagli improvvisa, seppe capire in un attimo e far sue; l'altro restituisce solo le ombre, le immagini in grigio e nero di ciò che, il giorno innanzi, si era andato costruendo nell'anima sua.

Io non sono di quelli che pensano con la penna inzuppata in mano: e ancor meno di quelli che si lasciano andare del tutto alle loro passioni di fronte al calamaio aperto, sedendo sulla poltrona e tenendo gli occhi fissi sulla carta. Tutto ciò che è scrivere è una liberazione dai miei pensieri che devo fare.

 

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18/04/07 - SENTENZE DI UN SAPIENTE (Montaigne)
Bloggato da PDBmaster

«Il mondo non ritiene utile nulla che non sia faticoso: la felicità gli è sospetta»

«Bisogna avere una rara sensibilità per gustare i beni della fortuna. È il gustarli, non il possederli, che ci rende felici»

«Quelli che abitualmente finiamo per considerare amici e amicizie in effetti sono soltanto conoscenze e buoni rapporti annodati per qualche circostanza o beneficio: sono questi che hanno collegato anime diverse. Nella vera amicizia, quella che intendo io, le anime si mescolano, si intrecciano, si confondono l'una con l'altra in un legame così stretto da annullare e far dimenticare la connessione che le ha unite. Se qualcuno volesse farmi dire perchè volevo bene a un amico, sento che potrei solo rispondere: perchè era lui, perchè ero io»

«Chi sottrarrà alle Muse le fantasie amorose, toglierà loro tanta dolcezza e il tema più nobile della loro opera; e chi sottrarrà all'amore la comunicazione e i servigi della poesia l'indebolirà delle sue armi migliori»

«I mali dell'anima, consolidandosi, tendono ad occultarsi: più si è malati e meno li si avverte. Ecco perchè occorre portarli spesso alla luce e, con mano impietosa, metterli a nudo e sradicarli dal nostro petto»

«Noi pronunciamo senza problemi termini come uccidere, rubare, tradire, e del coito non oseremmo parlare che con un filo di voce. Vuol dire allora che meno ne parliamo e più abbiamo diritto di ingigantirlo nel pensiero?»

«Noi teniamo in conto le idee e le conoscenze altrui, e là ci fermiamo. Occorre invece farle nostre e svilupparle»

«Non vi è desiderio più naturale di quello della conoscenza. Battiamo tutte le strade che possono darcela. Quando la ragione ci viene meno lasciamoci assistere dall'esperienza.. che pure è un mezzo meno sicuro e meno nobile. Ma la verità è un valore così alto che non dobbiamo respingere qualsiasi aiuto che vi ci possa condurre»

«Chi non blocca la partenza delle passioni non sarà poi in grado di fermarne la corsa»

«Le leggi della coscienza, che noi pensiamo traggano origine dalla natura, nascono, in effetti, dalla consuetudine: ogni uomo, onorando nel suo intimo le opinioni e i costumi sanzionati e recepiti nel proprio ambiente, non riesce a disfarsene senza rimorsi, nè adeguarvisi senza compiacimento»

«Seppure sul più prestigioso trono del mondo, siamo comunque sempre seduti sul nostro culo»

«Le cose che conosciamo meno si adattano più delle altre ad essere deificate. Perciò aver creato degli dei a nostra somiglianza [..] è veramente il prodotto di un'eccezionale ubriacatura dell'intelletto umano»

«L'eloquenza fa offesa alla realtà quando se ne allontana per attrarci troppo a sè»

«Chiunque ricerca qualcosa, finisce per arrivare a questo punto: o dice che l'ha trovata, o che non si può trovare, o che ne è ancora in cerca. Tutta la filosofia è divisa in questi tre filoni»

«I francesi assomigliano a delle scimmie che si arrampicano su un albero, di ramo in ramo, e continuano a salire fino adarrivare al punto più alto, e quando lo hanno raggiunto mostrano il culo»

«Non è espressione di mente equilibrata giudicare soltanto dalle azioni esteriori. Bisogna scavare fin nell'interno e capire da quali molle provenga lo slancio per il nostro agire: ma, essendo questa un'impresa piuttosto difficile e rischiosa, vorrei, per quel che mi riguarda, che meno gente possibile se ne impicciasse»

«Bisogna analizzare il proprio vizio e studiarlo per poterne parlare. [..] Perchè nessuno confessa i propri vizi? Perchè ne è ancora posseduto. <Occorre essere svegli per raccontare i propri sogni> (Seneca, Epistole)»

«Nei primi tempi in cui la religione cattolica prese ad acquistare autorità con le leggi, molti, armati di sacro zelo, si scagliarono contro ogni specie di libri pagani della cui distruzione i letterati hanno sofferto grave danno. La mia opinione è che questa assurda campagna abbia recato alle lettere un danno maggiore di tutti gli incendi dei barbari»

«Le memorie eccellenti si uniscono volentieri agli intelletti deboli»

«Il rovescio della verità ha centomila facce e un campo indefinito»

«La meditazione sulla morte è meditazione sulla libertà. Chi ha appreso a morire ha disimparato a servire. Il saper morire ci libera da ogni sudditanza e costrizione»

«Io considero tutti gli uomini miei compatrioti e abbraccio un polacco come un francese posponendo questo legame nazionale all'universalità e alla comunione degli esseri umani»

«I nostri occhi non riescono a vedere nulla dietro di noi. Cento volte al giorno ci burliamo di noi stessi, burlandoci del nostro vicino»

«Sapere a memoria non è sapere: è solo conservare quel che si è depositato nella cassaforte della propria memoria. Si dispone direttamente solo di quello che si sa, senza troppa attenzione al modello, senza stare sempre a guardare il libro. Fastidiosa scienza, una scienza puramente libresca!»

«Secondo Platone, chi ha la fortuna di uscire con le brache immacolate dal maneggio del mondo realizza un vero miracolo.. Chi si vanta in un tempo malato come il nostro di mettere al servizio della società una virtù schietta e sincera, o non sa di cosa parla, daato che le opinioni si corrompono insieme con i costumi.. o, se lo sa, si vanta a torto e, checchè se ne dica, compirà in effetti mille atti in contrasto con la propria coscienza»

«Finiamo per pregare per consuetudine e per abitudine, o, per meglio dire, leggiamo o pronunciamo le nostre preghiere. Insomma, è soltanto apparenza»

«Invece di cercare di conoscere gli altri, ci si affanna a mettere in mostra sè stessi, e si è sempre più attenti a vendere la propria merce che ad acquistarne di nuova. Il silenzio, la riservatezza, sono invece qualità assai pregevoli nella vita sociale. Bisognerà abituare il fanciullo ad essere discreto e a usare con parsimonia il suo sapere quando l'avrà acquisito, a non scandalizzarsi per le sciocchezze e le fandonie che verranno dette in sua presenza, perchè è incivile importunità avversare tutto quello che non è di nostro gradimento»

«La presunzione è la nostra malattia naturale e originaria. La più infelice e fragile di tutte le creature è l'uomo: ma al tempo stesso è la creatura più presuntuosa. Si sente e si vede collocata in mezzo al fango e allo sterco del mondo.. e con l'immaginazione pensa di porsi al di sopra del cerchio della luna e di mettersi il cielo sotto i piedi»

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18/04/07 - BENE COMUNE
Bloggato da PDBmaster

"Nelle parti medie come è l'Italia, dove abbonda sangue e ingegno insieme, non stanno pazienti gli uomini sotto un capo solo, ma ognuno di loro vorrebbe esser quel capo che governasse e reggesse gli altri, e potesse comandare e non esser comandato. E di qui nascono poi le discussioni e le discordie intra i cittadini della città dove uno si vuole far grande e dominare gli altri [...]. E anche nella città tua più volte l'hai veduto ed esperimentato, e ai dì nostri. Però è consiglio de' dottori sacri, che in questi luoghi, dove pare che la natura degli uomini non patisca superiore, sia meglio il reggimento de' più che d'uno solo; [...]. Fa', ti dico, in prima quelle due cose che io t'ho detto altra volta, cioè che ognuno si confessi e stia purificato da' peccati, e attendiate tutti al bene comune della città".

Girolamo Savonarola, Prediche sopra Aggeo, ed. Venezia, 1544

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13/04/07 - INTELLETTUALI
bloggato da PDBmaster

E' un passato esistenzialmente lontano, ma anagraficamente a portata di memoria, quello in cui il mio dire si articolava in elucubrazioni ambiziose, cadenzate da ingenui sillogismi ed appassionate convinzioni.

Poi, dopo l'accademia ed i circoli culturali, venne la vita. Senza troppi preamboli le circostanze fecero breccia nel pensiero e lo resero vittima della legge del contrappasso. Se fino ad allora le barricate di una concettualità oggettiva mi protesse dalla realtà più vera, ora la vita mi insegnò l'impotenza della cultura e la vanità dell'intelligenza, che, seppur importanti, a nulla valgono se a fiammeggiare in loro non brucia una fortissima soggettività, ovvero quella maturazione sapienziale che avviene in un cuore provato dalla sofferenza mortale costantemente abbracciata, che sa gestire con saggezza l'applicazione del concetto secondo la circostanza.

A che serve conoscere se poi non si è capaci di distinguere la differenza che sussiste tra l'eternità di un momento da quello successivo? I grandi maestri non sono forse stati coloro che hanno fondato e ricominciato la vita da se stessi, più che i gregari e gli intellettuali che godettero delle ricchezze da altri elargite, dei riconoscimenti che ad altri sarebbero spettati, ottenuti insegnando ciò che rifiutavano per se stessi?

E l'amare forte e costante, un segreto racchiuso nello scrigno del cuore e qualche amico su cui poter sempre contare, mi insegnarono ad affrontare la sproporzione tra la mia persona e la sofferenza, brindando quando permesso, stringendo i denti laddove la battaglia si faceva cruenta, così come ancor oggi mi sforzo di imparare.

Io intellettuale, io filosofo, io soggettivista, io comunista, io fascista, io progressista, io tradizionalista, io scrittore, io fannullone, io ricco, io povero, io laureato, io antiaccademico, io furbo, io ingenuo, io colto, io provinciale, io severo, io dolce, io poeta, io paroliere, io santo, io peccatore, io laicista, io cristiano, io diverso, io uguale... Che potrò mai scrivervi? Non ho che un misero bagaglio di storie, ed ogni giorno che passa mi allontano dalla presunzione e dalla voglia di poter dire qualcosa di utile per la vita di un qualche lettore, se non altro perché mi rendo sempre più conto che la gente, dalla più stupida alla più colta, lavora di testa, di concetto. Al massimo si appoggia alle funzioni psico-emotive, ma il cuore, la soggettività, la vita realmente incarnata, nessuno la offre al mio dire, così che le mie parole trovano diretto archivio nella cassettiera concettuale degli altrui intelletti, per un pronto concerto critico.

Intellettuali di ogni estrazione, cosa potrò mai cantarvi per avere a me di fronte i vostri cuori più che il vostro intelletto, l'impenetrabile muraglia della vostra malizia?
Una lacrima per udire un vostro palpito, per accendere una fiamma.

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07/04/07 - SONO SOLO UN UOMO
Bloggato da PDBmaster

Ai tempi dell'università mi dicevano che tradurre è un po' come tradire, poiché, per quanto sia bravo colui che tenta di riportare fedelmente il testo, non riuscirà mai a ricomporre le sfumature spirituali partorite dalla lingua madre dell'autore.

Ed io sono qui, immerso nel mio tradimento personale, a cercare di decifrare e tradurre nella materialità delle parole il linguaggio del cuore e dell'intelletto, i saggi consiglieri di una ragione troppo discorsiva per esserne la fedele portavoce.
Profondità ed intensità tuonano le immagini di intuizioni veloci e forti, di cui il mio discorrere è capace di cogliere solo la parte più banale ed immediata, così da creare quel fenomeno frustrante proprio di chi sente di non possedere sufficienti mezzi e talenti per ricreare nell'interlocutore quella circostanza interiore che sta ad infrastruttura della comprensione vera e penetrante delle proprie parole.

Conoscere, significa penetrare, appropriarsi, vivere, soffrire, fare esperienza dell'oggetto di cui si intende possedere l'intima natura. Razionalizzare non è che un concettualizzare, un sapere intellettualistico ed accademico che, al massimo, susciterà reazioni psico-emotive, diverse da soggetto a soggetto, ma ciò può essere considerata comunicazione, concreta relazione, reale comprensione? Sono incline a credere che un tale approccio sarà l'ennesimo abuso di chi interpreterà la realtà secondo il proprio modo di vedere, senza troppo sforzarsi di comprendere le matrici umane che hanno partorito quel tentativo di esprimersi.

Ogni uomo è la sua storia, è la sua scelta, è l'insieme di mille e mille e circostanze di cui nessuno ama curarsi, di cui nessuno si occupa, ma che tutti giudicano secondo l'espressione del momento e quasi è da credere che sia un'opera masochistica il voler far emergere le acque sotterranee dell'anima, vista l'esecuzione capitale che riceverà dalle fredde considerazioni degli accademici, dalle faziose interpretazioni dei critici e dalle superficiali sferzate del volgo.

Eppure sono qui, siamo qui, come rabdomanti che poggiano il proprio orecchio per scoprire le nascoste vie prolifere di acqua cristallina in mezzo ai deserti dello spirito contemporaneo.
Indifferenti alle intelligenze ed ai talenti personali, siamo alla ricerca eterna di nuovi amici che sappiano dimostrare quanto la loro nobiltà sappia penetrare nella conoscenza dei cuori e della realtà, relazionandosi con semplicità e profondità alla coscienza innanzitutto, ed alla realtà circostante per conseguenza.

In buona sostanza: buona Pasqua a tutti i cuori che, al di là di ogni idea, sanno cogliere la sincerità del mio e del nostro augurio, uniti nella metafora cristologica per cui chi è disposto a morire, è anche disposto a vivere in pienezza.


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06/04/07 - IL CORAGGIO DI MORIRE
Bloggato da PDBmaster

"E chinato il capo, spirò" (Gv, 19,30)

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31/03/07 - CENTOCHIODI (SECONDA PARTE)
Bloggato da PDBmaster

Da http://www.stpauls.it/fc/0711fc/0711fc98.htm

Se oggi Cristo tornasse, che tipo di persona sarebbe, come si comporterebbe, che cosa direbbe? Potrebbe essere un professore di filosofia, giovane ma affermato, che all’improvviso decide di dare un taglio netto al passato, compie un atto sconvolgente – inchiodare i preziosi e antichi volumi di una biblioteca –, abbandona sotto un ponte la sua Bmw decappottabile e si rifugia in un rudere lungo gli argini del Po, dove attira una folla di gente semplice e umile, che gli si raccoglie attorno per ascoltare parole di verità: «Tutti i libri del mondo non valgono un caffé con un amico», «Dio non parla con i libri, i libri servono qualunque padrone», «Sarà Dio a dover rendere conto di tutta la sofferenza del mondo»…

L’ipotesi descritta scaturisce dalla sensibilità umana, artistica e religiosa di Ermanno Olmi, uno dei maestri del nostro cinema, che il 30 marzo porterà nelle sale il suo ultimo film, Cento chiodi. Un film che non potrà certamente lasciare indifferenti, che farà riflettere e discutere e che riproporrà in tutta la sua inquietante forza le grandi domande che Cristo ha rivolto e continua a rivolgere a ogni uomo.

Cento chiodi non è solo il più recente lavoro di Olmi, è anche – per espressa volontà del regista – il suo ultimo film di narrazione, dopo il quale si dedicherà esclusivamente ai documentari.

«Mi sono chiesto: che cosa racconto nel mio ultimo film? Meglio ancora: di chi parlo?», spiega Olmi. «L’unico interlocutore che continua a interrogarmi, senza che io riesca a darmi risposte rassicuranti, è Cristo, una figura inquietante che da 2000 anni occupa uno spazio della nostra esistenza pur non avendo mai scritto un libro».

Il Cristo del film, interpretato da un sorprendente Raz Degan, non è certo convenzionale o canonico. «È il Cristo della ribellione. Gesù si è ribellato due volte: quando ha cacciato dal tempio i mercanti e, metaforicamente, tutti coloro che mercificano la Parola di Dio, e quando sulla croce ha gridato: "Mio Dio, perché mi hai abbandonato?". Ecco perché il protagonista è un professore di filosofia, un dottore del tempio dei nostri giorni, pronto però a dire a una studentessa: "Tutti i libri del mondo non valgono una carezza". Ecco perché, in un drammatico confronto con un uomo della Chiesa, custode della biblioteca in cui è avvenuto il misfatto, non esiterà ad accusarlo di amare più i libri degli uomini e ad alzare al cielo la sua protesta: "Sarà Dio a dover rendere conto di tutta la sofferenza del mondo"».

Sarebbe sconcertante che venissero lasciati cadere gli interrogativi che questo film, partendo dalla figura di Cristo, fa propri e rivolge a tutti noi, a cominciare dai credenti. «Il punto è: a quale Dio si rivolge il protagonista? Quale Dio sarà chiamato a rendere conto?», chiede Olmi. «Il Dio delle religioni trasformate in idolatria, delle religioni che sono divenute strumento di demagogia per manipolare i popoli. E oggi abbiamo molte religioni, anche laiche: la religione della politica, dell’economia, della scienza… Enorme è la responsabilità di chi "gestisce" queste religioni, perché in esse la gente ha riposto la propria fede, i propri ideali, a esse ha dato il proprio impegno, venendone spesso tradita. A dover rendere conto sarà quel Dio che è stato utilizzato come opportunità per le nostre convenienze».

Il malessere da cui nasce la ribellione del protagonista è lo stesso del regista, di un credente. «Certo. Io chiedo: dov’è il Dio della pace? Oggi serviamo il Dio della pace o il Dio del dolore? Il mio film non è certo una bestemmia contro chi crede in un essere trascendente, semmai un’accusa verso gli uomini che stanno tradendo il Dio della pace, perché gli è più utile servire l’altro Dio. Non possiamo più dire che i bambini muoiono di fame per un castigo divino, muoiono di fame perché noi uomini lo permettiamo».

Intimamente legate l’una all’altra, sono molte le sollecitazioni che Cento chiodi introduce. L’ambiente naturale nel quale si svolge il racconto – con al centro la silenziosa ma costante presenza del fiume Po – a un certo punto viene minacciato da un imponente progetto di costruzione, che rischia di alterare l’equilibrio ecologico e di scacciare gli abitanti dai loro luoghi d’incontro. Torna così un tema spesso affrontato da Olmi, soprattutto in alcuni documentari.

«Abbiamo perduto l’innocenza che ci consente di cogliere i segni di vita in tutte le creature. Cristo insegnava che dobbiamo imparare a rinascere, a recuperare l’innocenza, perché altrimenti non sapremo più riconoscere la verità che ogni giorno porta con sé. La verità è un valore in divenire. Spesso, invece, le religioni tendono a costringerla dentro parametri irremovibili. Il Po è una precisa icona del fluire della vita, e viene offeso, mortificato, arginato, incanalato per portarlo dove piace a noi».

E un altro tema ancora, assai caro al regista, emerge nitido in Cento chiodi: quello degli umili, della gente semplice, così lontana dagli arroganti dottori del tempio, ma proprio per questo depositaria dell’autentica sapienza.

«Sono i più vicini alla condizione di innocenza. Il contatto con la natura educa l’uomo a farsi sorprendere dal nuovo, a sapere che arriverà il momento della difficoltà e del dolore, che verrà però superato e compensato. "Prima o poi i pesci torneranno a ridere", dice uno di questi umili, riferendo un sogno profetico. Il cardine del cristianesimo è la risurrezione: Cristo rinasce perché diventa compagno di tutti quelli che lo vogliono accanto a sé».

A rivedere "il Cristo del Po", dopo il suo arresto, sarà il più semplice fra i semplici, un bambino: «Era lui, era lui!», dirà a tutti, aggiungendo di essere sicuro di averlo visto sorridergli.
 

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31/03/07 - CENTOCHIODI
Bloggato da PDBmaster

Centochiodi, l'ultimo film di Ermanno Olmi, segna la fine, per sua stessa ammissione e volontà, del cinema narrativo da parte di uno dei più importanti registi italiani. Da oggi in poi solo documentari, assecondando il desiderio di filmare la gente tra la gente. E quello che potrebbe essere considerato il film-testamento di Olmi è un potentissimo attacco alla religione di Dio e della cultura, a tutte quelle forme di potere che impongono le proprie regole agli esseri umani e che li hanno trascinati in tutte quelle tragedie che hanno sconvolto la storia. Il film uscirà venerdì 30 marzo in 100 copie ed è già pronto a far discutere. Ne parliamo con Ermanno Olmi e con Raz Degan, protagonista del film nel ruolo di un professore universitario che, alla ricerca di sé stesso sulle rive del Po, si scoprirà un piccolo Gesù Cristo.

Ermanno Olmi, sulla locandina di Centochiodi c'è una frase che recita "le religioni non hanno mai salvato il mondo", ma nel suo film lei sembra attaccare non soltanto la religione, ma più in generale la cultura. Che rapporto c'è tra le due?

Ermanno Olmi: Non c'è conflitto tra cultura e religione. A volte è religione una cultura alla quale ci sottomettiamo. C'è una grande differenza tra la parola "disciplina" e la parola "educazione". La disciplina è quando ci assoggettiamo a una data cultura, alle sue imposizioni, a una religione che non è solo quella spirituale, ma anche quella che riguarda realtà materiali, come la religione dell'economia o del territorio. La disciplina è il rispetto delle regole di una forma di religione che noi sottoscriviamo. L'educazione, invece, non è rispetto per le regole, ma rispetto verso gli uomini. Nessuna religione mi vieterà mai di rispettare un uomo per una data regola che ha fissato. Io invoco la libertà di derogare tale regola quando il rispetto per gli altri me lo impone.

Nel film è comunque presente una pesante critica alla Chiesa e a Dio. Perché?

Ermanno Olmi: C'è un dialogo nel film molto significativo a tal proposito, durante il quale il Professorino dice al Monsignore "Lei ha amato i libri più degli uomini e i libri possono servire qualsiasi padrone". Da sempre i più prepotenti dichiarano "Dio è con noi". Io sono contro qualsiasi forma di Chiesa che considera il Dogma più importante dell'uomo, sono per la libertà dell'uomo. Le religioni hanno portato l'umanità dentro dei baratri spaventosi. La religione può dare suggerimenti che qualche volta possono indirizzare le nostre idee, ma guai se questi diventano imposizioni.

Il protagonista del suo film si muove come un Cristo sulle rive del Po. Cosa può dirci di questo personaggio?

Ermanno Olmi: In questi ultimi tempi si parla spesso della figura di Cristo come uomo, al di là della sua discendenza da Dio. Ogni qual volta oggi un uomo si comporta secondo le modalità di relazioni umane che somigliano a quelle dell'uomo-Cristo è in un certo senso egli stesso Cristo, così come ogni volta che aderiamo ad una proposta di vita che è quella di Cristo siamo un po' Cristo anche noi. Non c'è bisogno di andare in croce per esserlo. Tutte le religioni che si basavano sull'occhio per occhio, dente per dente, sono state messe in crisi da Cristo, il quale ha dimostrato che la vera vittoria è il perdono. Penso che se trovassimo ogni tanto un segno di perdono nel mondo, molti problemi si risolverebbero. Questa è stata la grande intuizione di Cristo. Oggi si è raggiunto il limite della decenza e la religione ha prodotto tutta una serie di equivoci, come la giustificazione del martirio. Cristo non ha mai evocato il martirio di fede, si è ribellato, ha abbattuto il tempio delle regole, dei libri scritti e si è posto in qualche misura contro Dio stesso, quel Dio che chiede il sacrificio umano. Sono convinto che Cristo abbia vissuto in allegria e ce lo conferma il primo miracolo che ha compiuto, la trasformazione dell'acqua in vino. Credo che quando si sta insieme gioiosamente l'acqua possa diventare veramente vino.

Nel film si cita il pensiero del filosofo Karl Jaspers, secondo il quale "la follia è l'unico viatico per la salvezza". La pensa anche lei così?

Ermanno Olmi: Il pensiero di Jaspers risale alla fine degli anni '40 e fa parte del movimento esistenzialista. I grandi movimenti innovatori portano un minimo di scandalo perché scuotono quelle credenze granitiche che, anche se superate, continuano a produrre i propri effetti sulle persone. Oggi persino la spiritualità è diventata una forma di profitto e l'arte è la mascherata della vita che stiamo vivendo. Serve un atto di follia per superare tutto questo. San Francesco, secondo la borghesia del suo tempo, era considerato un folle, ma la sua unica follia è stata proprio superare la sua condizione di borghese. Il suo è stato un gesto simbolico: svestirsi del superfluo per abbracciare la povertà che è sinonimo di libertà. Per liberarci dalla schiavitù ci vuole un atto folle, di ribellione. Tutte le società esercitano forme di potere per plasmare la spiritualità delle masse. Parliamo per esempio dell'obesità infantile. Noi viviamo in un mondo in cui si idolatra la merendina. Bisogna darsi una regolata e trovare una via d'uscita. Non dico di vietare le merendine, ma almeno diamo al consumatore tutte le informazioni per compiere una scelta. Perché il profitto deve far diventare merce persino un anelito di spiritualità? Oggi anche l'amore è diventata una merce, come ci conferma tutto questo gran parlare che si fa sul matrimonio e sulla necessità di un rapporto giuridico per ottenere dei diritti. Ma l'amore va oltre. Nei ragazzi è così forte il bisogno di testimoniare il proprio sentimento che non c'è bisogno di andare davanti a un prete o a un pubblico ufficiale per sancirlo, ma basta un lampione e un lucchetto ad esso legato per attestare un sentimento forte. E' qualcosa di importante e nessuno di noi dovrebbe sottovalutare un simile gesto.

Nel film si dice anche che "nel giorno del giudizio sarà Dio a dare conto di tutte le sofferenze del mondo", una frase sicuramente forte.

Ermanno Olmi: E' quel Dio che abbiamo utilizzato che dovrà rendere conto, quello che invochiamo quando andiamo a compiere atti che Egli giustificherebbe. Questi delitti compiuti in nome di Dio non sono altro che la mascherata dell'umanità, la quale, per giustificare i propri atti, li attribuisce al suo volere. Io voglio il diritto di poter credere in un altro Dio, quello che ci parla quando stiamo zitti. Credo che non ci sia persona al mondo che non abbia rivolto lo sguardo verso Dio anche solo in un momento della propria vita, in quel momento in cui un uomo ha bisogno di un aiuto al di sopra delle forze che possono rispondergli. Questo è il Dio che ci interroga, non che ci risponde. Pensiamo per un attimo a quando siamo innamorati e abbiamo verso la persona amata una forma di venerazione. Ogni qual volta noi non siamo leali col nostro sentimento la persona nella nostra coscienza ci interroga. Sono convinto che la sincerità è uno degli atti di coraggio più sublimi che uno possa compiere. Dio deve essere il nostro compagno di viaggio e bisogna porgere e porgersi questa domanda: sei sempre sincero quando ti sono accanto con lealtà oppure la menzogna è una moneta che spendiamo ogni volta che ci fa comodo? Alla mia età certe domande non sono più rinviabili. Nei momenti di grande tragedia dell'umanità persino i bambini si pongono degli interrogativi, come ha dimostrato Anna Frank con il suo Diario.

Il suo film potrebbe essere considerato come un elogio della vita semplice e della dolcezza nei rapporti umani?

Ermanno Olmi: Credo che una dignitosa povertà, che è in contrapposizione a quella disponibilità dell'abbondanza che in genere accompagna le società occidentali di oggi, sia una grande scuola di vita. Bisognerebbe distinguere ogni giorno l'essenziale dal superfluo e la semplicità cos'è se non l'essenziale? Oscar Wilde scriveva che viviamo in un'epoca in cui il superfluo è diventato necessità. Io non invoco certo un ritorno al passato, perché bisogna sempre e comunque andare avanti, ma solo l'essenzialità porta a favorire momenti di lieta quotidianità. E' bello riscoprire una semplicità, anche un po' ingenua, come quella descritta nel film. La vera religione è la scelta personale di ognuno di noi.

Il film si conclude con la musica di Non ti scordar di me. Un riferimento implicito alla necessità della memoria?

Ermanno Olmi: Qualsiasi amore vissuto rimane in memoria. Tra gli amori finiti ci sono quelli che non finiranno mai in realtà. Con riferimento ai libri, ci sono dei testi che vanno dimenticati non per quello che dicono, ma per come noi abbiamo utilizzato ciò che c'è scritto in essi. Spesso i libri sono una forma di soggezione che mortifica il nostro diritto di vivere liberamente. Sono convinto che si impari molto di più tra la gente che a scuola. C'è questa arroganza della cultura accademica per cui devi pensarla per forza in un certo modo e quei pochi studenti che si sono azzardati ad andare contro questa imposizione sono stati cacciati, per poi diventare i più grandi scienziati della storia. La vera cultura è la possibilità di cambiare la cultura.

Lei ha dichiarato che questo è il suo ultimo film narrativo e che da oggi in poi si dedicherà soltanto ai documentari. Perché questa decisione?

Ermanno Olmi: Tolstoj ad un certo punto della sua vita ha deciso di non fare più narrativa, ma ha continuato a scrivere, realizzando saggi e smettendo semplicemente di scrivere romanzi. Io credo che il cinema, che ha delle esigenze precise dettate anche da ragioni economiche, può essere difficile da fare per uno che ha ormai una certa età. Ci sono grosse difficoltà nel fare quel cinema che uno ha in mente, ma devo ammettere che ho sempre avuto un grande aiuto dall'esterno, da parte chi ha scelto di investire soldi per me. Ora però sono in cerca d'altro, di quel sentimento della strada che troppo spesso viene trascurato. E' bello il documentario che va a scoprire il sentimento della realtà ed è questo quello che intendo fare, essere un uomo comune che va tra uomini comuni. Attualmente sto lavorando a due documentari: uno su TerraMadre, un evento in cui tutti i contadini del mondo si sono ritrovati a Torino per riproporsi come protagonisti futuri della società; l'altro riguarda la riconversione del territorio Falk di Sesto San Giovanni, nella periferia di Milano, dove si edificherà un quartiere ecologico su progetto di Renzo Piano. Ma ho anche un progetto segreto e molto ambizioso: fare un lungo documentario andando in cerca della gioia. Ho già pensato al titolo: Chi vuol esser lieto sia.

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25/03/07 - UNITA' E DIVISIONI
Bloggato da PDBmaster

Il principio dell'associazionismo si fonda sul presupposto dell'unione delle forze dei singoli, al fine di raggiungere uno scopo comune. Questo vuole la logica formale della razionalità, che, per onorare le necessitanti categorie dell'intelletto, si adopera per stilare statuti, direttori e programmi, al fine di garantire una linea coerente e concreta che giustifichi il motivo della propria esistenza.

Sì, non ho nulla da obiettare a queste nobili attività, talvolta da me praticate, ma suvvia: come un libro sacro ha bisogno di fede per essere ritenuto vero, così ciascun sbandieratore di idee necessita di una pregiudiziale amicizia affinché le sue parole prendano fuoco nel cuore.

Gli uomini si uniscono in massicci eserciti, militanti ciascuno per un'idea che si ritiene essere la più vera, mentre manipoli di indifferenti si divertono ad ignorarli con la non curanza di chi scambia il proprio abisso di superficialità con la profondità del semplice... e il mondo procede così, tra le incomprensibilità concettualistiche dei sofisti accademici, le rigidità formali dei divulgatori tradizionalisti, le fumosità dei parolai progressisti ed il nulla di quella gente il cui compito è semplicemente di occupare spazio fisico sul pianeta.

Partiti, movimenti, associazioni: mondi così spropositatamente vasti da non consentire una valutazione che non scada nella banalità, ma mi si permetta di evidenziare un appunto.

Alla gente piace sentirsi dire che ha ragione, gode nel sentirsi capace di comprendere: afferrare un concetto è una droga a cui la folla aspira selvaggiamente ed è disposta anche ad ingannare la verità pur di avere l'impressione di esserci riuscita, ma si sa: la realtà è piuttosto complessa e multiforme, così da scindere la massa in tanti piccoli sottoinsiemi, che andranno a costituire gruppi dalla più disparata consistenza e dai più impensabili scopi.

Ecco, quindi, che i cattolici fondano e rifondano mille e mille realtà dai diversi carismi, così come i laicisti e tutti gli altri si adoperano per fare altrettanto, mentre tentano senza esclusione di colpi di ottenere una predominanza l'uno sull'altro. Rigidi e quadrati ciascuno non cede di un solo metro alle idee dell'interlocutore, mentre, nella baraonda generale, con eguale metodo, si creano crepe su crepe nelle formazioni interne, così da creare quel regno diviso in se stesso che non può reggersi.

Nella civiltà moderna, forse, più che di "scopi comuni", sarebbe più corretto parlare di "interessi comuni", potendo estendere l'espressione ad ogni ceto, senza tema di mancare il bersaglio. L'interesse economico non è il solo a dominare gli uomini: piccoli e grandi orgogli uniscono le genti per raggiungere un qualcosa che non va al di là dell'esigenza personale, usando gli altri per cavalcare l'onda del proprio egoismo, sfruttando la sofistica arte dell'ottusità incondizionata, per fare scudo ad eventuali ragioni più ampie, così da saltare di gruppo in gruppo, fino a che ci si sentirà dire quel che si vuole che si dica.

Movimenti, partiti e associazioni a cui intere generazioni si dedicano con falsa magnanimità, per soddisfare un tronfio e ben nutrito Io. Uomini e donne mimetizzati in questa o quella dottrina, che fagocitano consensi o dissensi, ma che perseguono inesorabilmente il proprio interesse, quella che vogliono che sia la verità, e, lo ripeto, ciò è riscontrabile in ogni strato sociale.

Falco Bianco, lungi dal credersi immune a questi mali, non si propone come semplice associazione. L'associazione è la copertina che presenta la realtà più intima, una realtà propedeutica per avvicinare persone che sì, hanno intenti comuni, ma che soprattutto sono uniti da un'amicizia leale, forte, nobile, solidale, compatta che li rende veramente "associati".
Statuti, direttori, programmi: sì, abbiamo tutto ciò che la ragione e l'intelletto hanno il diritto di richiedere, ma, forse, offriamo all'uomo ciò che ancor più delle idee aprono alla verità. offriamo la nostra più sincera amicizia, ma altrettanta sincerità pretendiamo.

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18/03/07 - IL NUOVO LEVIATANO
Bloggato da PDBmaster

Una nuova fiamma di sdegno brucia nello sguardo dei tiratori scelti di Falco Bianco.
Dalla nostra torre di guardia l'arco si tende verso un'ombra funesta laggiù serpeggiante, apparsa a coprire l'orizzonte, invaso da già tetre presenze.

Da sempre supremi avversari di ogni ideologia e alleati di ogni uomo, osteggiamo gli incantesimi ingannatori dei sistemi di pensiero, cantando alla riforma personale di ogni singolo individuo, che, oramai scevro da qualsivoglia pressione, sceglierà ciò che in coscienza reputerà opportuno, dopo un'attenta formazione ed un'adeguata analisi, così adempiendo ad una conseguente riforma sociale, maturata dalle radici di un impegno in prima persona.

E invece sempre più ci si spinge lontani da questo ideale, attraverso i facili slogan, pateticamente quanto falsamente inneggianti alla conquista di una libertà perduta.

Ecco il laicismo che avanza, la novella creatura partorita dall'unione della bile dell'uomo contro se stesso. Ecco la giovane sirena dall'ammaliante sinuosità, castigatrice di un nichilismo vecchio stampo, per farsi musa di un individualismo utilitarista, capace di essere compatto nelle sue singolarità, qualora l'opportunismo che anima la folla richiedesse unità per il raggiungimento degli egoismi comuni.

Passata la boria decadentista, dilaga come fiume in piena il propositivismo della neo-illuministica stagione del pensiero, frastagliata nelle sue mille componenti gnostiche.

Ipocrita e violenta, la rivoluzione laicista si scatena con intransigente intolleranza in ogni campo del sapere, sparando a ripetizione i propri pamphlet divulgativi, tanto rozzi quanto contenutisticamente privi di un vago barlume di competenza.

Ed ecco che gli illuminati dalla ragione post-decadente, sfondano le barriere dell'umano sapere, così da vedere parolai di mezza cultura inerpicare il sacro monte della filosofia, avvallati da quell'avariato pasticcio di nozionismo, rappresentato dalle meningi ben salde alla scrivania della cultura accademica.

Menti defecanti innovazioni, pospongono il principio tradizionale della riforma al loro avido "fare". Incapaci di ricondursi ad un riformismo spirituale, costituito dal virile sacrificio di sé, per la fondazione di un ordine nuovo di uomini, vomitano presuntuose richieste di diritti, atte ad ottenere il permesso sociale per strisciare nella melma viziosa del proprio egoismo.

Sprezzanti qualunque obiezione, denigrano con ghigno saccente l'interlocutore, postulando l'ossessiva pregiudiziale per cui, in ogni caso, chi non la pensa come loro è sbagliato.

"Riforma": questo termine, in tempi troppo remoti, era utilizzato per indicare un tentativo di ritornare all'origine maschia e ruvida di un'origine gloriosamente profonda per sentimenti ed alta per intelletto, mentre a tutt'oggi si avanza l'ipocrita voglia di libertà di ciascun singolo, per meglio usufruire delle bassezze a cui la serpe che sta al posto del cuore aspira.

Perfettamente identici a coloro che criticano, postulano la matrice della propria verità, infischiandosene di un qualunque interrogativo esistenziale che vada al di là del piacere fine a se stesso, pur affumicandolo con mille e mille fumosità di carattere sociale.

Il laicismo: il nuovo Leviatano concepito dalla modernità, nato dal connubio dell'individualismo liberale con la bassa malvagità della scaltrezza di ogni individuo che ne apporta sostegno.

E i cristiani? Queste immaginarie figure di cui ancora non vedo reale traccia per le strade del mondo, che fanno? Impalati ad una cristianità morta e sepolta, sciorinano ragioni di cui anche l'ovvietà si beffa.

Mentre la caricatura della cristianità moderna manda all'attacco le sue mezze calze, ci si ostina a farfugliare ragioni statiche e prive di dinamismo, vecchie nel loro proponimento ed inutili contro il nuovo Leviatano, il cui vizio è assai più semplice da comprendere per l'uomo moderno, rispetto alle tortuose vie intellettuali per la giustificazione razionale della fede. Il fantoccio contemporaneo ama il facile, il tutto subito, l'affermazione immediata e la piacevolezza che essa arreca, requisiti di ben più facile adattamento al discorrere laicista che non ad altra scuola di pensiero.

Tenacemente incarnanti una contraddizione in essere, i cristiani giocano a darsi ragione fra loro, stagnando nei miserrimi sentimentalismi delle comare o negli inflessibili dottrinarismi dei razionali, ottenendo solo di cozzare contro la propria distanza esistenziale tra ciò che predicano e ciò che sono, mostrando anch'essi quanto la cristianità sia mutata in sapere ideologico, tanto quanto il laicismo.

Signori cristiani, miei amici lettori, lasciate che vi dia un consiglio severo, così come un maestro istruisce duramente il suo allievo, per renderlo forte di fronte alla vita. Non parlate: le vostre parole sono false quanto l'ipocrisia dei vostri gesti. Tacete e chiudetevi in voi stessi, rastrellate quel poco che di buono è rimasto nelle secche lande del vostro spirito, e camminate scalzi lungo il tragitto di una vera riforma personale. Quando i vostri piedi sanguinolenti non sentiranno più il dolore delle piaghe ed il fuoco avrà purificato la mente ed il cuore, il laicismo sarà sconfitto... perché il mondo non ha bisogno di nulla, se non di un cuore martire a cui affidare la vera riforma della cristianità.

"I cavalieri dell’infinito sono dei ballerini, che non mancano di elevazione. Saltano in aria e ricadono; passatempo non sgradevole né spiacevole a vedersi. Ma ogni volta che ricadono, non possono ritrovarsi subito sulle loro gambe, vacillano un istante, in un’esitazione che mostra quanto essi siano estranei al mondo. Quel vacillare è più o meno sensibile, a seconda della bravura; ma neppure il più abile fra di loro può dissimularlo. È inutile guardarli mentre sono in aria; basta vederli al momento in cui toccano il suolo. Allora è possibile riconoscerli. Ma ricadere in modo tale, che si paia, al tempo stesso, diritti e in moto; trasformare in marcia il salto nella vita; esprimere lo slancio sublime nella più comune andatura, ecco ciò di cui è capace soltanto il cavaliere della fede, ecco il prodigio unico". (Kierkegaard)

 

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14/03/07 - FILOSOFI E FILOSOFIA
Bloggato da Lady Hawk

La scienza oggi è ben pasciuta, ed ha sul viso la cura della buona coscienza, mentre ciò a cui si è progressivamente ridotta tutta la filosofia moderna, questo odierno rimasuglio di filosofia, non suscita che diffidenza e insofferenza, quando non addirittura scherno e compassione.

La filosofia, ridotta a teoria della conoscenza, non è più che una scialba epochistica, (dal greco epoché - dubbio, dottrina dell'astinenza) una filosofia che resta impalata sulla porta ed inibisce a se stessa il diritto di penetrare nell'uomo. Una filosofia al lumicino, una fine, un'agonia, una cosa da far compassione.

Come potrebbe mai un simile sapere farsi sovrano?
Il filosofo si trova oggi, nel corso della sua formazione, minacciato da pericoli di così numerosa specie, che si può dubitare che gli sia mai dato di raggiungere la maturità.
Al giorno d'oggi le scienze comprendono un campo vastissimo, e ciascuna eleva la sua torre ad altezza cosi vertiginosa, da rendere elevata anche la probabilità che il filosofo, già all'inizio dei suoi studi, scambi il volo naturale dell'anima con la presunzione artificiale di Icaro.

Ecco che la modernità ha partorito uno specialista. Le vette cui il filosofo originario mirava non le toccherà più; quelle da cui lo sguardo si può spingere lontano, al di sopra e al di sotto di lui. Oppure arriverà in alto troppo tardi, quando la stagione a lui propizia, le sue migliori energie, se ne saranno andati; o vi arriverà provato, involgarito, degenerato, di modo che il suo sguardo, la sua capacità di dare un giudizio complessivo sui valori , avranno meno pregnanza.

Talvolta sarà proprio la sua eccessiva delicata coscienza a farlo indugiare e tardare per via; egli può temere la seduzione del dilettante, il millepiedi coi suoi molteplici tentacoli, perché sa fin troppo bene che chi ha perduto la nobiltà dell'essere, non sarà più in grado di prendere la guida di sé, ma tale inibizione lo porterà inevitabilmente ad una fallace staticità. Anche costui, stanco e appesantito, piegherà la sua ambizione al traguardo di farsi un grande commediante, un Cagliostro della filosofia, un pifferaio magico della filosofia; insomma un seduttore.

Alla fin fine è una questione di gusto, quand'anche non fosse una questione di coscienza.

A causa della denaturalizzazione della scienza filosofica, si è creata una radicata confusione nel volgo, il quale si è a lungo ingannato sul conto del filosofo, confondendolo con altri; ora concependolo come uomo di scienza, ora identificandolo don un sapiente, ora considerandolo come figura desueta, o tutta rapita nell'estasi di Dio, ubriaco fradicio di misticismo; ed anche se capita di sentire lodare qualcuno perchè vive da saggio o come un filosofo, ciò non vuol dir niente
più che fa una vita prudente e ritirata.

La saggezza, alla plebe, sembra una specie di fuga, un mezzo, un colpo da maestro col quale ci si tira fuori da un brutto gioco; ma il vero filosofo, per noi non è cosi.

Vive lontano dai sistemi di pensiero accademici, soprattutto in modo personalmente e socialmente temerario, e su di sé avverte il peso e l'obbligo di cento tentativi e cento tentazioni di vita, ed arrischia se stesso di continuo, nella mira di nuove riforme di cui sente la necessità di farsi esempio.
 

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13/03/07 - ESSENZIALITA'
Bloggato da PDBmaster

All'essenzialità appartiene la forma più paradossale della conoscenza: la semplicità.

Come ragazza dal fare sbarazzino ingolosisce le menti dei cattedratici, ma ne rifiuta sprezzante le avance, per lei troppo articolate in enfasi sentimentali e volgarmente corrotte dalla presunzione di comprendere il suo cuore attraverso la sola ragione.

Dall'essere alto ed al contempo profondo, vergine di alto lignaggio e dal carattere fortificato dalla prova, schiaccia col suo calcagno le avide mani dell'ottuso accademico, lasciandolo alle attività di erotismo intellettuale intrattenute con il superbo nozionismo.

Con sguardo veloce e penetrante, l'essenzialità passa in rassegna l'umano genere, in cerca di un singolo, di quel singolo a cui comunicare il proprio sapere e con cui intrattenere dialoghi con la mente, solo dopo averne attraversato la purezza del cuore.
Bianca ed immacolata, sensibile ad ogni sfumatura differente dalla trasparenza, scruta con occhio attento l'anima dell'eccezione: la compattezza della volontà, l'altezza della prospettiva, la lungimiranza degli orizzonti, la profondità del sentimento, la coerenza della nobiltà, il grado di sensibilità, la purezza dell'intenzione, la costanza del suo volere, la forza dell'applicazione, la temperanza dell'assimilazione, la prudenza nella circostanza, la concretezza della speranza, la veemenza della carità, il vigore della fede. In altri termini cercherà semplicità, una qualunque assenza di composizione nel cuore di quel singolo, la privazione di un qualunque compromesso tra il bene ed il male.

Risalirà le vie dell'intelletto per scoprire il coraggio della ragione, la proporzione del suo intendere, la meraviglia del suo scoprire, la sofferenza del suo sapere, l'irrequietezza della sua ricerca, l'umiltà dinanzi al mistero, la pazienza nell'incomprensione, poiché "più d'uno raggiunge la sua cima come carattere, ma la sua mente è inadeguata a questa altezza - e più d'uno il contrario" (Nietzsche).

Qualora l'essenzialità trovasse in quel singolo adeguata caratteristiche, ad egli si concederà come sposa fedele e gioiosa, manifestandosi in lui con la forza portentosa di chi sa distinguere senza dividere, di chi sa unire senza confondere, di chi tutto combatte senza distruggere, di chi sa vincere nella sconfitta.

Ed ecco che l'uomo essenziale dirà le cose più forti con la semplicità, nella speranza che vi siano uomini attorno a lui, con quei boccioli che, coltivati, si fecero sapienza essenziale, quella conoscenza intuitiva che ogni parte vede nell'intero, e dall'intero sa distinguere la parte.

Dall'intelletto veloce, profondo e creativo trova la sua "beatitudine nell'essere per una volta come i pesci volanti e di giocare sulle estreme creste delle onde", permanendo nel suo essere senza distrazione, al cospetto di quel bene di cui ama farsi libero servitore, fermo "secondo l'esempio di quel soldato romano il cui scheletro è stato rinvenuto di fronte ad una porta di Pompei e che, durante l'eruzione del Vesuvio, morì al proprio posto poiché nessuno l'aveva liberato dalla consegna" (Spengler).

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07/03/07 - SENTINELLA DEL DOMANI
Bloggato da PDBmaster

La metrica spirituale di un uomo, così sia pure di una civiltà, suole ripartire in modo direttamente proporzionale la dimensione dell'altezza con quella della profondità.

Il volgare trattamento che la cultura di massa ha riservato alle caustiche realtà dello spirito, ha portato ad una barbara approssimazione dell'animo umano, ingannando facilmente il profilo pressapochista dell'analfabeta spirituale contemporaneo.

Gli uomini prendono spesso verità per errore, perché ogni qualità del cuore o dello spirito ha in corrispondenza la sua immagine falsata: la freddezza somiglia alla virtù, il ragionare alla ragionevolezza, la vuotezza alla profondità" (Chateaubriand).

Infrollito dal borghese intendere dell'avere, il barbaro frequentatore della religiosità a basso costo ha certo più interesse a cogliere l'aspetto emotivo del neofita, che non l'asperità della costante lotta ascetica dell'aristocratico.
Impantanato nella ricerca di un qualche cosa che scuota l'impatto emotivo, lo stuolo dei frolli mestieranti della fede si prona dinanzi a qualunque idea o fatto che confermi quelle piacevoli convinzioni, che assiomaticamente si sono poste a conditio sine qua non della propria patologia religiosa.

"Ma già in questo momento, per poco che lo sentiate, un turbine fa girare le vostre anime, che cercano di scappare e tuttavia continuano a desiderare quegli stessi vani piaceri, ed ora le solleva verso il cielo, ora le scaraventa nell'abisso". (Seneca)

Nasce, così, la balocca consuetudine dell'insipiente, per cui il grado di intensità psico emotiva che raggiunge nella propria interiorità malata, equivalga alla nobiltà ed alla coerenza del proprio ideale, sfociando nelle puerili ed irrazionali logiche dello schizofrenico religioso, per cui... sia fatta la volontà di Dio, che a Dio piaccia o no.

Inutile sentenziare sugli errori del laicismo moderno, se prima l'homo religiosus non fuoriesce da quel perverso meccanismo per cui se i fatti lo contraddicono, "tanto peggio per i fatti" (Marx).
Incarnare una religiosità sentimentale ed irrazionale è la colpa che grida vendetta ai nostri padri, della cui dottrina ci si è voluti servire per erigere castelli ideologici ora tradizionalisti ora progressisti, al fine di incasellare il mondo nei propri acrobatici tentativi di dittatura sulla realtà.

E' per noi, traditori di un'incarnata dottrina che riecheggiano le parole del poeta:

E i popoli stessi son colti dalla voluttà della morte.

E tramontano le civiltà eroiche... (Chateaubriand)

Ed infine, nel burrascoso tramonto di un'éra, sorgono in qualche catacomba del mondo, le eccezioni (Kierkegaard), quei singoli che hanno trovato nella rassegnazione ad un ideale l'olezzo insopportabile di cui puzza la volgare viltà dell'edonismo contemporaneo.

Rivoltosi ed indignati, concentrano il proprio impegno alla ricerca della onesta e disinteressata verità, che sia per essi vantaggiosa o svantaggiosa. Costanti nel gaudio e nello sconforto, superano le prove che il destino attende, affrontando con timore e tremore (S. Paolo) quel laccio che gli è teso su tutti i sentieri (cfr. Osea 9,8), talvolta piegati dalla fatica resistente a cui la costanza obbliga ricorrere.

E' in questa ostentata avversità, priva dei fervori gaudenti dei suddetti, che l'uomo è provato nel suo ideale, novello Giobbe che tutto sa perdere, ma non l'onore del suo fermo sposalizio a ciò che in coscienza ritiene il Bene.
Fedele a se stesso, agisce in funzione del suo pensiero e non indietreggia dinanzi alle intimidazioni di una società che lo rifiuta.

Con bocca di profeta annuncia ciò che vede, conscio della responsabilità che su di lui incombe, poiché penetrare l'anima dell'uomo e del mondo è una faccenda riservata alla spregiudicata nobiltà di chi tutto gioca per l'essere e nulla riserva per l'avere.
Reincarnazione ideale di Ezechiele, conosce il peso della verità e della responsabilità che da essa deriva: "Se io dico al malvagio: Tu morirai! e tu non lo avverti e non parli perché il malvagio desista dalla sua condotta perversa e viva, egli, il malvagio, morirà per la sua iniquità, ma della sua morte io domanderò conto a te" (Ez. 3,16).

Schiacciato dal suo aristocratico ambire, scava in profondità la sua anima, sprigionando in modo proporzionale le ali che lo porteranno alle altezze dei nobili rapaci, che, come attente sentinelle, focalizzano da ineguagliabile altura il particolare più nascosto. Sentinella attenta del popolo che lo disprezza, sosta infaticabile alla contemplazione attiva della sua verità, pronto come un arciere a scoccare precisa la freccia che penetrerà profonda nel cuore della propria e dell'altrui coscienza.

Falco Bianco, un così difficile ideale hai sposato... L'inspiegabilità della tua scelta è il paradosso che crea la tua differenza.
 

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03/03/07 - BILANCIO CONSUNTIVO
Bloggato da Rossella (Tesoriere)

Come da statuto, rendiamo pubblico il bilancio consuntivo dell'associazione per l'anno 2006. Per qualunque chiarimento è possibile contattarmi tramite l'indirizzo rossella@falcobianco.org

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26/02/07 - ... E SE ANCHE NOI FOSSIMO CATTIVI?
Bloggato da PDBmaster

Non molto tempo fa trascrissi una recensione ad un libro intitolato "Antitrattato di ateologia", una reazione al saggio ritenuto "sprezzante" contro la fede cristiana, scritto da Michel Onfray.

Non essendo solito immagazzinare nelle meningi giudizi di valore non verificati da controprove, mi sono industriato per procurarmi il tanto "rozzo" "Trattato di ateologia", di cui, fin dalle prime pagine, si percepisce l'ostilità neo-illuministica nei confronti della dimensione religiosa.

L'impronta generale del saggio è condita da un livore saccente e presuntuoso, che non manca di scadere nel cattivo gusto di chi pensa di sedere sul piedistallo cristallino dello gnostico materialista oramai definitivamente illuminato, ma non è un nuovo antitrattato che qui mi prefiggo di scrivere. Anzi, con la dovuta cautela mi permetto di complimentarmi con l'autore per le osservazioni centrate, almeno se interpretate in modo positivamente autocritico.

Il libro in oggetto procede con metodo storico e fenomenologico, ovvero seguendo una struttura orizzontale della fede, che non prende neppure in considerazione la metafisica fondante della fede. Ergo, tratta di quest'ultima come un costrutto ideologico, ovvero con i suoi postulati e le sue logiche e naturali conseguenze.

In realtà per il cristiano l'inculturazione della fede non è che la conseguenza di una relazione tra la persona stessa ed un TU, identificato con Dio (dimensione verticale) e gli uomini (dimensione orizzontale). In prima istanza, quindi, il Cristianesimo, prima che una filosofia od una dottrina, è una relazione intuitiva tra se stessi ed una realtà personale e concreta, una comunicazione dell'intimità più profonda del proprio essere ad un altro essere, che porta ad una scelta di fede, e quindi alla conoscenza della dottrina rivelata, che, di rimando, si interscambia con le scelte circostanziali della quotidianità, sempre basate in funzione di quella relazione di coscienza tra ciò che incorre fra l'uomo e Dio.

Tale fattore rimane pressoché ignorato dal suddetto trattato e perciò rende vana l'intenzionalità distruttiva che sta alla base del libro. Non è descrivendo atteggiamenti errati che si smonta una metafisica dell'esistenza.

Detto questo, ecco giungere la parte interessante di un così insidioso pamphlet.
Se ciò che è scritto non può essere attribuito in modo ontologico (oggettivo) alla fede cristiana, è certo una puntuale analisi degli aspetti deliranti presenti in molti di coloro che si proclamano con tanta boria cristiani.

Letto sotto una certa ottica, Onfray rende un servigio encomiabile al popolo cristiano, che, se onesto con se stesso, noterà di essere affetto da numerose delle malattie spirituali elencate, almeno in alcune correnti interne alle Chiesa.

Una certa diffidenza nei confronti dell'intelligenza e della scienza, un insano atteggiamento fideistico per la dottrina rivelata, la riluttanza ad ammettere i torti storici del passato, l'ottusità nel comprendere le posizioni non-cristiane, un certo squilibrio nella relazione tra dimensione corporea e spirituale, un'eccessiva voglia del sensazionale, una vaga forma di presunzione del sapere etico, l'incapacità di relazionarsi a culture a noi differenti, la mancata volontà di adeguare un linguaggio accettabile anche per i non religiosi nell'esprimere le proprie ragioni, ecc. fanno di questo libro un esame di coscienza per quelle che dovrebbero proporsi come élite della fede.

Certo, un libro rozzo e sprezzante, incapace di intaccare anche un solo capello alla dignità intrinseca alla metafisica religiosa, di impronta indecorosamente ideologica, ma chi ha la responsabilità di formare, creare, innovare e tramandare, sarebbe meglio leggesse anche ciò che può dar fastidio oltre ai testi che confermano semplicemente le proprie tesi e che, a loro volta, le trasformano in un'altra ideologia, seppur denominata "cristiana".
 

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24/02/07 - FEDELI A NOI STESSI
Bloggato da PDBmaster

Il nostro movimento nasce da una metafisica della differenza.

La comune sostanzialità della natura umana, unita all'identità del soggetto considerato come singolo, può portare ad una chimica delle idee geniale, creativa, innovatrice, ma solo se vengono rispettati i presupposti di una pluralità ordinata e definita da equilibri di libertà responsabile.

"A noi non interessa il fascino della logica, per ridurre il mondo ad un quadro fisso, ad una grandezza invariabile. Desideriamo emanciparci, almeno in parte, dal mondo della rappresentazione che abbiamo edificato alle spalle della realtà contingente, per un piacere dell'esistenza, piacere per le cose prossime, vissute da un'anima mite, consapevole e affidabile, capace di esteriorizzare l'interiorizzato". (Lady Hawk)

Attraverso la collaborazione dei differenti elementi, si vengono a definire diverse funzioni seppur nella medesima costante di verità.

Vogliamo un avvicinamento collaborativo di ruoli: dalla metafisica dell'artista, al temperamento sobrio del ricercatore. Vogliamo un differente significato nell'evoluzione culturale della civiltà, con custruttori di sistemi fatti di moderazione, equità, temperanza, pacatezza, pazienza, coraggio, semplicità, discrezione.

"Noi vogliamo sviluppare sentimenti, conservando la nostra personalità, riconducendola a valori di rango elevato ad elementi infiniti, con il libero sguardo di fronte alla realtà, con la cautela di farsi prendere la mano, la pazienza e il rigore nelle più piccole cose, l'intera onestà della coscienza". (Lady Hawk)

La democrazia moderna, prima di essere alla ricerca di nuovi sistemi politici, ha la necessità di trovare uomini capaci di superare l'egoismo libertino della polis contemporanea, capaci di rendersi élite, ma quest'ultima non è la produzione concettuale prodotta dalla ludo mentis dell'intellighenzia intellettuale. L'élite è nobiltà d'animo, coraggio, onore, sincerità, limpidezza, fedeltà, sacrificio, saggezza, sapienza, virtù, che, se incarnate, creano una saldatura inscalfibile nel rapporto tra uomini, conseguendone i presupposti per una nuova prosperosa Atlantide.

Così in Falco Bianco le idee che si sviluppano non sono il prodotto polveroso che avviene nel chiuso sapere accademico, ma la spontanea e naturale crescita di un confronto di persone legate da fiduciosa e salda amicizia. Qualora quest'ultima venisse a mancare nei suoi elementi fondanti, le idee non rimarrebbero che astratte affermazioni di verità, che, però, verrebbero a mancare del pathos sinceramente esistenziale, unico e vero motivo che ci rende degni di militare per il nostro credere.

In Falco Bianco ogni idea è la razionalizzazione di un'intuizione dello spirito, animato da sentimenti della cui nobiltà è offensivo sospettare. Colui che ucciderà tale nobiltà, ucciderà il Falco Bianco che è in lui.

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21/02/07 - LA RIVOLUZIONE DEL XXI SECOLO
Bloggato da PDBmaster

La società contemporanea aziona i suoi ingranaggi sulle fondamenta ideologiche che nascono dal connubio tra libertà ed egoismo.
Ciascuno concepisce la propria libertà come il parto concettuale della sua visione del mondo, e, per quanto si sia disposti a concedere un margine di tolleranza riguardo ad un'eventuale divergenza, certamente esistono paletti di confine da non oltrepassare, al fine di non incorrere nelle ire dei terzi.

Ed ecco i laicisti che inveiscono contro i principi cristiani millenari, che, nonostante le capre politiche ed intellettuali che ne belano il valore, meritano rispetto per quei pochi che ne hanno portato e ne portano coraggiosamente il vessillo.

Ed ecco i cristiani che si strappano le vesti dinanzi alle convinzioni dei laicisti, che, nonostante l'insopportabile saccenza dei loro alfieri, meritano eguale rispetto per quella minoranza che vive con convinzione la propria scelta.

La democrazia è un modello rischioso, pericoloso, pieno di vie insidiose, ben conosciute e praticate dalle copiose vipere che ne popolano la fauna politica.
Vivere in una società libera, impone la necessità di quel nobile sentire che, più che per dovere, porta l'uomo a pensare e ad agire secondo una responsabile vocazione personale e comunitaria.

Il mondo contemporaneo sovraccarica l'uomo di informazioni, che assorbe nozionisticamente senza analizzare contenutisticamente la matrice.

Scriveva Papini: "Non intendo dire che l'uomo-massa sia ignaro. Quello attuale, al contrario, è più reattivo, possiede maggiori capacità intellettive di qualunque altro nel passato. Ma queste capacità non gli servono a nulla; a rigore, la vaga sensazione di possederle gli permette di chiudersi maggiormente in se stesso e di non usarle. Una volta per sempre egli consacra l'assortimento di luoghi comuni, di pregiudizi, di parvenze d'idee, o semplicemente di vocaboli vacui che il caso ha ammucchiato nella sua coscienza e, con un'audacia spiegabile soltanto con l'ingenuità, cercherà di imporli ovunque. [...] Non che l'uomo volgare ritenga d'essere eccellente e non volgare, ma che proclami e imponga il diritto della volgarità, o la volgarità come un diritto".
"L'uomo medio possiede delle "idee", però manca della funzione di pensare".

Se vogliamo imparare a vivere da uomini liberi in una società altrettanto libera, prima di tutto è necessario aristocratizzare il singolo individuo, e ciò significa dedicare la nostra attenzione sulla nobilizzazione della volontà e del pensiero.

Liberati dalle polemiche inutili e dal sofismo dialettico, potremo posare la zavorra dell'uomo massa e ciascuno vivere in coscienza ciò che più riterrà opportuno.
Utopia? Già, ma avvicinarsi a tale utopia è l'unica soluzione per creare una reale civiltà in un sistema democratico moderno.
La democrazia deve creare di ciascun singolo  un élite. E' questa la rivoluzione del XXI secolo.

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16/02/07 - PENSIERO E AZIONE
Bloggato da Lady Hawk

C’è una pace vitale e c’è una pace letale.

La prima proviene da una cultura di vita; la seconda muove da una cultura di morte.

La pace vitale affonda le sue radici nella capacità di dialogo e di comprensione.

La pace letale è un simulacro: è l’apparente serenità del cadavere, calmo e composto nella sua bara.

La linea divisoria, il criterio che permette di discernere i due spiriti, è la dignità della persona umana.

Domina oggi il desiderio di dominio, che ci sta facendo vivere in un mondo che agonizza, ove la sopravvivenza del sistema è l unica finalità.

Per sapere quello che dobbiamo fare, dobbiamo fare quello che vogliamo sapere. Il sapere pratico non si può dedurre dal sapere speculativo .Per questo motivo di fondo la teoria generale dell’azione deve avere un carattere intrinsecamente pratico.

La teoria filosofica dell’azione si occupa dei fondamenti e dei presupposti dell’azione umana, alla ricerca dell’uomo come essere attivo. Cerca di stabilire le fondamentali condizioni di possibilità dell’azione in generale.

L’agire moralmente bene è un fine in se stesso. Il fine del fare non costituisce il fine dell’operare: non si riduce ad esso, anche se ad esso si subordina. Esistono dei criteri per la valutazione, come buono o cattivo, poiché se non potessimo valutare ciò che si fa e il fare, non avremmo un concetto corretto circa l’identità dell’atto e del fare che lo origina.

La finalità di un orologio è misurare il trascorrere del tempo. Se non lo misura bene, diciamo che è un cattivo orologio; ma se è molto cattivo e non dà l’ora, non lo si può neppure considerare come orologio, e così valga, per esempio, per un ornamento o per un giocattolo.

Una conoscenza cattiva, cioè falsa, non si può dire che sia una conoscenza. Se ho confuso qualcuno con un’altra persona, non posso dire di conoscerlo. Un’azione umana libera che sia moralmente cattiva, non per questo cessa di essere azione, umana e libera.

Non esiste un’opera in comune fra l’azione cattiva e l’azione buona, per essere giudicate migliori o peggiori. Per esempio, non si può parlare di una tortura buona, a meno che il torturare non lo si intenda in senso tecnico e non in senso morale. In senso tecnico, una buona tortura è quella che riesce a far soffrire molto la vittima.

Il coraggioso, non viene caratterizzato dal fatto di non retrocedere mai o di attaccare sempre. Aristotele descrive il coraggio in modo tale da non assegnargli una meta concreta e determinata. Infatti il coraggioso patisce e agisce secondo il valore delle circostanze e come prescrive la ragione. Il fine di ogni attività è quello che è conforme alla disposizione da cui essa procede, il che equivale ad affermare che la bontà morale dell’azione non rimanda solo alla buona intenzione, né solo ad alcune circostanze che la rendono opportuna o congruente. Rimanda all’essere pratico dell’uomo; a qualcosa che potremmo chiamare “tempra”, che è anche uno degli elementi decisivi che costituiscono quello che intendo per sensibilità.

Prendendo una decisione vitale mi decido e questa decisione su di me lascia una traccia, che non è un’orma meccanica, bensì un incremento vitale, uno stabile progresso verso me stesso, in uno stile virtuoso di vita, che è una struttura del mondo vitale.

Solo l’uomo che è buono compie azioni buone. E l’uomo buono è colui che opera in armonia con il fine umano.

Solo in base al fine dell’uomo si possono correttamente comprendere le azioni in quanto umane.

Il concetto stesso di azione umana rimanda al fine dell’uomo in quanto tale.

 

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10/02/07 - CONOSCI TE STESSO - SCEGLI
Bloggato da Lady Hawk

La fede, come noi la intendiamo, quella senza bandiera di paolina memoria, non si riesce a riscontrare in molte persone.

La fede, come l'ha ottenuta il primo cristianesimo - ivi compresa l'educazione alla tolleranza a cura dell'imperium romanum - questa fede ruvida, magari impulsiva, propria alla parola, non è quella mediante cui un Lutero, un Cromwell o un qualsiasi barbaro dello spirito stavano attaccati al loro Dio. Alla fede a cui mi riferisco vi si avvicinava piuttosto un Pascal, il quale incedeva verso un lungo e progressivo suicidio dell'eccesso di razionalità. Un eccesso coriaceo, durevole e vermiforme, che non si può ridurre a morte in un sol colpo.

La fede cristiana è fin da principio una scelta paradossale, che richiede lo slancio più alto dell'intelligenza e la forza irrazionale della volontà, tanto che se essa, una volta abbracciata, viene ridotta a mera sottomissione dello spirito, fa indicibilmente male, perché snaturata della sua essenza attiva e creatrice.

Gli uomini moderni, non solo non conoscono la libertà della fede, ma ne sono noncuranti, al punto da essere sgomenti di fronte alla proposta di tale scelta, che reputano plausibile solo se non arriva ad infastidire il proprio egoismo.

Ecco il naufrago. Egli pone la bandiera sotto la signoria della morale, ma per lui la morale non è che una convenzione sociale, utile all'equilibrio dei rispettivi interessi.

Falco Bianco ricerca un ben nobile e raffinato tipo d'uomo, che, di fronte alla natura e alla vita, partecipa in maniera solare, con passione che non si spegne, ardente e delicata. 

L'uomo, quello vero, dà fastidio, sgomento, terrore, perché pone il suo agire su categorie non comprensibili all'utilitarismo morale contemporaneo.

Certo, chi è solo un debole e sottomesso e tale vuole rimanere , conosce solo esigenze da animale domestico. Chi, invece, si è a lungo prodigato per penetrare fino in fondo all'anima con il pensiero e con la vita, lottando incessantemente con il pensiero e la vita stessa, per mutarsi da spirito grezzo a nobile uomo, conquista se stesso per tutta l'eternità, incarnando la sua dimensione vera di creatura finita/infinita.

 

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08/02/07 - PROGRESSUS IN SIMILE
Bloggato da Lady Hawk

Le parole sono notazioni dei concetti, ma i concetti sono figurazioni simboliche più o meno determinate per indicare sensazioni spesso ricorrenti e che si presentano insieme; per indicare cioè gruppi di sensazioni.

 

Per capirsi a vicenda non basta ancora che si usino le stesse parole: occorre anche che si usino le stesse parole per la medesima classe di esperienze interiori; è necessario, alla fin fine, avere in comune con gli altri la stessa esperienza. Questo è il motivo per cui gli uomini che appartengono allo stesso popolo si intendono fra loro assai meglio di quelli che appartengono ad altri popoli, anche quando si fa uso della stessa lingua; per meglio dire, quando degli uomini hanno condiviso a lungo condizioni analoghe (di clima, di scuola, di pericolo, di necessità, di lavoro) se ne origina qualcosa in grado di intendersi, un popolo.

 

In tutte le anime uno stesso numero di esperienze frequentemente ricorrenti, ha avuto ragione di quelle la cui ricorrenza è più scarsa: è sulla base di esse che ci si intende prontamente, con velocità via via sempre più rapida.

 

La storia del linguaggio è la storia di un processo di abbreviazione ed è sulla base di questa pronta intesa che ci si lega l’uno all’altro, strettamente, sempre più strettamente. Quanto più grande è il pericolo, tanto maggiore è l esigenza di giungere facilmente e rapidamente ad un’intesa sulle misure da prendersi.

 

Una cosa di cui gli uomini non possono assolutamente fare a meno, nell’ambito dei loro rapporti, è il non fraintendersi nel momento del pericolo. Anche in tutte le amicizie e le relazioni amorose si sperimenta questa verità: questo genere di sentimenti dura finché non ci si rende conto che uno dei due, mentre dice le stesse parole, sente, pensa, sospetta, desidera, teme in modo diverso dall’altro. La paura dell’eterno malinteso: è questo il benevolo genio che trattiene cosi spesso le persone di sesso diverso da unioni troppo affrettate cui i sensi ed il cuore le indurrebbero, e non un qualche schopenhaueriano genio della specie.

 

I gruppi di sensazioni all’interno di un anima che si destano per primi, per primi prendono la parola ed impartiscono comandi: è in base a ciò che si definisce, di quell’anima, l’intera gerarchia dei valori; è cosi che si stabilisce la sua tabella di priorità valutative. Le valutazioni che una persona fa, svelano qualcosa sulla struttura della sua anima e su quali siano le condizioni di vita che essa ritiene le si confacciano, le sue vere e proprie necessita.

 

Ammesso dunque che fin dall’alba dei tempi la necessità abbia avvicinato tra loro sempre e soltanto le persone che tramite segni simili potevano indicare bisogni ed esperienze simili, ne risulta, tutto sommato, che il carattere principale della necessità, ovvero la sua facile comunicabilità, e di conseguenza la mediocrità e la banalità immanente in ogni esperienza ed evento interiore, tra tutte le forze che hanno finora determinato l’uomo, deve essere stata la più violenta.

 

Le persone più comuni e più ordinarie sono e furono sempre avvantaggiate; quelle più elette, più fini, più strane, più difficili da comprendere, rimangono facilmente sole, soccombono, nel loro isolamento, alle disgrazie e di rado la loro pianta dà germogli.

 

Necessita appellarsi ad enormi forze d’opposizione per contrastare questo naturale, troppo naturale progressus in simile, questo processo graduale cui gli uomini soggiacciono verso ciò che è simile, ordinario, mediocre, gregario e volgare.

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06/02/07 - RIFLESSIONI CONFIDENZIALI
Bloggato da PDBmaster

… E quindi è sabato, quindi è domenica. Una piazza, tanta gente.

Scena 1 - Canti e ti diverti, mentre sfoggi il tuo look ultimo grido. Una banconota da 50 riflette il tuo sorriso spavaldo, mentre narcotizzi i presenti con una fumata della tua cabrio. Romba il motore al ritmo delle martellanti percussioni che esplodono dalle casse, ammaliando le simpatie della donna che già ti si concede.

Perché no? Anche tu puoi avere tutto questo.

Scena 2 – Manifesti il disprezzo per l’ambiente borghese che ti circonda. La ribellione già la esprimi in quel tuo manifestarti beffardo e duro, incurante di un’autorità che non ti rappresenta e scatenato in una rivolta contro tutto e tutti. Sembri forte, privo di paure, sicuro del tuo niente, fiero di non riconoscere nessuna realtà che ti sovrasta.

Perché no? Anche tu puoi essere tutto questo.

Scena 3 – La tua vanità intellettuale annuncia come squillo di tromba il tuo sfilare. Il tuo vestito gessato, la barba ben curata, il tuo parlare attento ad ogni sfumatura di tono, i tuoi gesti lenti e cadenzati, vogliono evidenziare la tua aristocratica istruzione.

Ogni cosa filtrata dalla tua analisi lascia quel gusto di incomprensibile, atto a dare divinità ad una cultura irraggiungibile, per dare soddisfazione alla voglia di essere qualcuno.

Perché no? Anche tu puoi fare tutto questo.

Scena 4 – Incedi pietosamente nella tua miseria, mirando dritto alla meta. Il tuo vestire è un poema di povertà, il tuo implorare note stonate di una sgradevole sintonia. Insacchi con avidità l’offerta, sorridi e benedici il benefattore con parole colorate di euforia, mentre nel cuore imprechi alla sua fortuna e coltivi invidia verso il suo benessere.

Perché no? Anche tu puoi odiare tutto questo.

Appesantito mi ritiro in riva al mare, seduto su uno scoglio, attorniato da pochi amici.

Il vento soffia forte ed il mare si muove minaccioso.

Fissiamo l’orizzonte in silenzio.

Potremmo avere, potremmo essere, potremmo fare, potremmo odiare… ma abbiamo deciso di non vendere la nostra libertà, abbiamo deciso che è davvero troppo poco in cambio della nostra verità.

Il vento soffia forte, il mare si muove minaccioso, ma abbiamo deciso di vivere la vita con pienezza, fieri nella vittoria, implacabili nella sventura, brindando agli eroi che ancora trovano la fierezza di lottare tra le rovine di un mondo schiacciato da sé stesso.

 

 

 

 

 

 

   

 

 
 
   

 


COSA VOGLIAMO

1) Studiare, affermare e divulgare la natura metafisica dell'uomo,  concependolo come un essere finito che aspira all'infinito,  conciliando gli aspetti oggettivi della realtà materiale, morale e  spirituale con quelli dell'esistenza di ciascuno.

2) Riscoprire l'uomo come sintesi di volontà ed intelligenza,  purificando la sua natura dalle correnti ideologiche che lo  incasellano in qualsivoglia sistema filosofico e/o politico. L'uomo è  uomo e basta e ciascun singolo è la combinazione irripetibile di se  stesso.

3) Vivificare la vita spirituale del singolo, attraverso un percorso  personalizzato, con il fine di conoscere le ragioni di una scelta  costante e forte per la verità, che crediamo sinteticamente racchiusa  nella tradizione cristiana, ma che va intelligentemente incarnata nel  mondo odierno, attraverso una mentalità de-ideologizzata e aperta a  cogliere il vero in ogni frangente.

4) Definire gli aspetti socio-culturali necessari alla costruzione di  una nuova civiltà cristiana, riscoprendo le grandi intuizioni del  passato, riadattandole alle presenti esigenze dell'uomo, sempre aperti  alle innovazioni, agli approfondimenti, alle scoperte e ai  miglioramenti che il mondo contemporaneo propone.

5) Proporre analisi quadro della situazione spirituale e sociale,  generica e/o specifica, a coloro che a noi si rivolgeranno, al fine di  concretizzare a pieno il nostro carisma, incentrato sulla formazione e  sulla collaborazione.



Il Blog di PDBmaster

Venite dunque, e trascorriamo un'ora dilettevole narrando storie, e la nostra storia sarà l'educazione dei nostri eroi.

(Platone)

"Né il sentimentalismo né il moralismo appartengono all'insegnamento: ciò che è necessario è la coscienza. Noi non insegniamo la morale. Insegniamo come si può trovare la coscienza.

 Alla gente non piace sentirselo dire. Dicono che non abbiamo amore, solo perché non incoraggiamo la debolezza e l'ipocrisia, ma, al contrario, rimuoviamo tutte le maschere".

(P. Ouspensky).