Tentativi di libertà
Nell'irradiazione di un pensiero

Blog dell'Associazione Falco Bianco

 

 

 

31/10/07 - LA PRIMA AVVENTURA DI CINOSARGE

In quel dove Cinosarge si recò nella camera ardente in cui molti veneravano la salma di un defunto ritenuto, quando era in vita, un grande sapiente morto in odore di santità.

"Anche Lei qui, maestro?", gli chiesero i discepoli del defunto, consci dei suoi rari spostamenti.

"Mi hanno detto che è morto un sapiente. Non avendolo conosciuto in vita, almeno che ne conosca il valore da morto. Portatemi nella di lui casa", rispose Cinosarge ai discepoli.

"Guardi Maestro: questa la sua immensa biblioteca. Là il suo tavolo da lavoro, là gli scaffali dei libri partoriti dai suoi studi di teologia e filosofia", gli illustrarono.

"Portatemi alla cassaforte", rispose Cinosarge.

"Ma maestro, Lei non voleva conoscere la sapienza del nostro onorato defunto?", gli dissero stizziti i discepoli.

"Perché, voi dove riponete le vostre ricchezze? Negli scaffali o in luoghi nascosti e sicuri?", rispose Cinosarge.

Lo portarono quindi alla cassaforte e la aprirono.  La trovarono semivuota.

"Ecco, costui si è grattato la testa per tutta la vita con questi libri, tanto da arrivare a scriverne un numero incalcolato, e, in tutto questo gran sapere, non ha saputo trovare un qualche cosa che valesse la pena di chiudere nel segreto di una cassaforte. Se avesse avuto solo la sua biblioteca, il mondo avrebbe lodato il suo sapere, ma la sua vanità gli fece acquistare una cassaforte che, però, il cuore non ha saputo riempire... ed io ho fatto solo un giro a vuoto".

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28/10/07 - COMMENTO AL VANGELO DOMENICALE

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Luca 18,9-14.

Disse ancora questa parabola per alcuni che presumevano di esser giusti e disprezzavano gli altri:
«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l'altro pubblicano.
Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano.
Digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto possiedo.
Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: O Dio, abbi pietà di me peccatore.
Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell'altro, perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato».

Il Nuovo Testamento è un libro adatto agli spiriti forti, agli avventurieri, a chi non sa che farsene dei sentimentalismi da femmina lagnosa ed isterica o dei cavilli logici da scolastici incalliti.

Nel Nuovo testamento il vero ed il falso sono presentati in termini ideali ed i traviamenti proposti in grande scala: si ammonisce contro l'ipocrisia, si avverte contro le false dottrine, si punta il dito contro la menzogna illusoria di un fatto apparente, ecc... Insomma, faccende toste per gente che vive con un pugnale spirituale fra i denti.

Strano a dirsi, però, di tutte quelle cose di cui il mondo è eccessivamente sommerso e da cui è maggiormente rappresentato, il Nuovo Testamento pare non tenerne conto per nulla. Sproloqui, miserie, mediocrità, sciocchezze, insulsaggini, ridurre anche le cose più nobili a luogo comune, giocare al cristianesimo... di tutto ciò il Nuovo Testamento tratta in termini proporzionalmente ridotti.

Grande cosa l'uomo per questo Cristo, che conta l'eccelsa verità come rivolta ad un essere eroicamente buono, così come conta la più rigida giustizia rivolta ad un essere eroicamente cattivo. Tra i due modelli una specie di vuoto. In qualche modo il pedante, il mediocre, la mezza tacca sembrano passarla sempre liscia, ed è sulla base di questo giochino che noi oggi abbiamo facoltà di riempire le chiese dei più eterogenei babbei.

Se non si tocca il fondo, così come idealmente presentano i Vangeli, allora è ancora possibile farcela e beatamente piazzarsi in mezzo a quella scompigliata massa, che assomiglia al vero cristianesimo solo perché essa incontestabilmente non professa altra religione, per quanto essa rappresenti il cristianesimo ancor meno di una qualunque eresia.

Il fatto è questo: tanto in alto sta il vero cristianesimo, sopra tutti gli errori e traviamenti eretici, così altrettanto in basso, sotto tutte le eresie ed i traviamenti, sta la moscia emulazione di un cristianesimo falsato nel proprio cuore, fiore marcio e secco, avvelenato da quel grande ed immenso idealistico male presentato nei Vangeli: l'ipocrisia.

Il Nuovo Testamento si rivolge agli eroi del bene come agli eroi del male, a coloro che hanno in volontà di incarnare la pienezza della loro scelta. Ai mediocri, alle mezze tacche, agli instabili sentimentali dalle emozioni intense ma superficiali, ai cattedratici freddi e razionali che hanno ridotto il cristianesimo ad una faccenda filosofica, ai chiacchieroni da ambone che distorcono il messaggio evangelico aggiungendo od omettendo a seconda della circostanza, no, il Nuovo Testamento non trova il tempo di rivolgersi loro.

Riempire le chiese di simili cuori equivale a tradire il cristianesimo nel modo più marcio, perché in essi non vi è alcuna proporzione tra alto e basso, ma esiste solo una rappresentazione di ciò essi vogliono trovare nel cristianesimo: salvezza a basso costo e nel modo più comodo possibile.

 

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25/10/07 - CON CAPACITA' CONTROVOGLIA

Noi non siamo quelli che riescono a pensare solo in mezzo ai libri. E' nostra consuetudine pensare all'aria aperta, camminando, saltando e danzando, preferibilmente su monti solari o sulla riva del mare.

La prima grande questione di valore, relativamente a libri, uomini e musica, è: "E' costui in grado di camminare, e più ancora di danzare?". (cfr. Nietzche).

Ogni specie di maestria la si paga a caro prezzo su questa terra; si è uomini della propria specialità al costo di essere anche le vittime di questa, ma tutti vogliono diversamente, vogliono una maniera più conveniente, soprattutto più comoda, non è vero miei signori?

Kierkegaard: "La vera serietà si ha solo quando un uomo, con la capacità contro la voglia, è costretto da qualcosa di superiore ad assumersi un determinato lavoro, ovvero: con capacità, controvoglia".

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22/10/07 - FRAMMENTI DI CAOS, UMANITA' E ALTRE SCIOCCHEZZE

1)  Nel porsi immediatamente a se stesso, l’uomo vuole in modo frammentato, confusionario. Nel chiedersi cosa esso voglia, non sa dare un prospetto definito. Alla domanda su cosa voglia realmente l’uomo, potremmo rispondere: “Tutto: il piacere e gli infiniti piaceri, anche il dolore per il piacere del dolore, la vita e la morte, questa cosa e la sua contraria, ogni cosa e la sua contraria. L’uomo pensa e vuole indefinitivamente, instancabilmente, quasi perdutamente: quando non pensa, pensa di non pensare: quando non vuole, vuole di non volere; ed ogni desiderio, ogni volizione ha quasi sempre un margine di indefinibilità” (Michele Federico Sciacca).

2)   Sinteticamente si potrebbe dire che il volere, nella sua immediatezza, è il caos, e ciò è dovuto proprio a quell’unione di corpo e di spirito che costituisce la natura umana. E’ la stessa molteplicità delle nostre potenze vitali e intellettuali che paradossalmente arriva a confonderci, investendoci in un vortice di pensieri confusi, passioni e sentimenti contraddittori, al punto che, talvolta, è difficile distinguere dove finisca la nostra caoticità e inizi quella degli altri.

3)  Questo spiega perché, nel momento in cui si tenta di sintetizzare la vita di un uomo, colta nei suoi momenti più diversi, essa appare irregolare e contraddittoria, successione ininterrotta di eterni ritorni che, ad un tempo, tentano di negarsi vicendevolmente con elevazioni e cadute esistenziali, apparendo come stati incompatibili eppur coesistenti e compenetrantesi.

4)  Nonostante ciò è pure da considerare come questo insieme di indefiniti istinti porti con sé, nel suo profondo, l’inclinazione all’ordine, tendente a voler unificare e orientare l’istinto, nella molteplicità delle sue potenze. Ciò spinge l’uomo a specificarsi in un proprio orientamento, così che la riflessione, collaboratrice, affinatrice e purificatrice dell’istinto, riesce a dare equilibrio e priorità in funzione della sua forza equilibrante. La caoticità primordiale giunge, quindi, ad un ordine, convergente in un’unità comprensiva di tutte le potenzialità umane. Ad esempio, il movimento fisico, prima grezzo ed involontario, si fa ora coordinato.

5)  E’ grazie alla funzione normativa della ragione che tutto quel caos, presente ad ogni momento dell’esistenza, si va più o meno lentamente ordinando, chiarificandosi in modo sempre più netto, opera di un continuo lavoro del proprio spirito, concepito come l’unione di volontà ed intelligenza, senza che esso sia mai definitivamente compiuto.
 

6)  L’ordine profondo, che giace sotto il caos iniziale di sentimenti, pensieri e volizioni, si chiarisce mano a mano che l’uomo scopre il suo lato spirituale, ovvero proporzionatamente al processo di conquista di se stessi, alla luce della consapevolezza del significato e della finalità della propria natura.

7)  L’anarchia primitiva, di cui si è appena parlato, tende a ripresentarsi a più riprese in ogni attimo dell’esistenza, anche nelle attività più nobili dell’uomo. Infatti ciascuna forma di attività umana, al suo sorgere, tende a rendersi esclusiva, talvolta proclamando una norma autonoma da tutto il resto, così che, ad esempio, l’attività conoscitiva pretende di costituirsi distaccata dalla morale, così come la morale è tentata di staccarsi dall’attività raziocinante, per poi ritrovare a loro volta l’estetica, l’economia, ecc., anche loro aspiranti ad imporsi in una dimensione autonoma, rivendicando a spada tratta la propria indipendenza, causando in tal modo un vicendevole indebolimento nella stabilità della persona.

8)  E’ l’ordine interno dello spirito che, invece, cerca di tenere ciascuna attività nella norma del suo processo, ma non è opera facile ordinare tutto secondo il giusto equilibrio, in armonia e in concorrenza, in modo tale che tutte le attività umane convergano in direzione di un unico fine.

9)  Le proprietà dello spirito permettono che la contemporaneità di molteplici elementi, anche se inizialmente escludentesi vicendevolmente, arrivino infine a convergere in un insieme solidale, orientato verso un unico fine, per quanto sempre nella specificità della natura di ogni singola parte.

10) In definitiva, tutto quell’insieme di impulsi, istinti, sentimenti, ragioni, principi e quant’altro, i quali hanno inizialmente tendenza ad escludersi l’un l’altro, si ritrovano infine fusi dal potere sintetico dello spirito, unione di volontà ed intelligenza, e ciò sia che riguardi l’attività morale, sia quella intellettiva o estetica.

11) Ciò che si dovrà evitare sarà il permettere ad un apparente e viziato ordine di dare origine ad un’unione falsata o solo apparente delle diverse componenti che costituiscono l’uomo, al fine di non giungere ad una percezione alterata di sé stessi.

12) E’ per questa proprietà ordinatrice e di sintesi che l’atto spirituale, inteso come unione di volontà ed intelligenza, va detto: integrale, proprio perché ogni separazione di specifica funzionale è comunque veicolata dall’atto spirituale, in un insieme compenetrante e cooperante per un unico fine.    

13) Assodato questo, è pure giusto osservare che, tra queste diverse facoltà dell’uomo, non regna certo la pace, ma piuttosto continue battaglie, seguite da sudati armistizi: ad esempio, la ragione interviene per frenare gli impulsi, mentre questi le resistono con tenacia e ribellione.

14) Si può dire senza tema che il dinamismo della vita spirituale è talmente complesso che oltrepassa di gran lunga la pura logicità astratta e la capacità di razionalizzazione dell'uomo.

15) Ogni forma di attività tende ad essere una specie di dispotica imperatrice, così che il filosofo tende a farsi sopraffare dalla razionalità, il matematico dalle formule, lo scienziato dalla sperimentabilità, ecc., per cui la molteplice complessità della realtà rischia sempre di essere vista da un solo punto di vista e filtrata da lenti deformanti a causa della loro pretesa esclusività.

16) Incapace per struttura di veicolare ogni aspetto di se stesso ad un ordine armonico per via strettamente intellettiva, all'uomo necessita una dimensione soprarazionale che, come sapiente demiurgo, arrivi anche laddove la ragione non può spingersi. E' là, nell'anima di ciascuno, dove il cuore riposa e, ad un tempo, minaccia tempesta. E' là, dove il nostro sguardo rimane contemplativo, che si genera la dimensione vissuta in profondità ed intensità dell'esistenza e tanto sarà più alto e nobile un ideale, tanto sarà più severa ed esigente la coscienza nel richiedere obbedienza ai molteplici elementi caratterizzanti l'uomo.

17) Un ideale che non appartiene ai libri, ma al segreto del re che ciascuno conserva gelosamente dentro di sé.
Oggi l'uomo non ha più questa dimensione soprarazionale dello spirito, non riconosce più un ideale al cospetto del quale formare la propria persona, o, almeno, non si constata più alcuna corrispondenza tra le dichiarazioni di ideale e le azioni che ne dovrebbero seguire.
Oggi c'è solo caos.

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18/10/07 - QUANDO GLI "ODI" DIVENTANO TROPPO "FREDDI"

 

Una convergenza di fatti mi hanno recentemente portato a riascoltare una serie di affermazioni del Prof. Odifreddi a proposito delle Sacre Scritture e questioni correlate.

Di solito non entro in merito a bagarre di natura svalvolatamente sofistica, ma l'arroganza mista ad una corrodente presunzione e ad un scricchiolante metodo critico, solleticano un mio senso di onesto disappunto, seppur empiricamente inutile.

E' evidente che il Professore genera le sue accuse alla fede su base scientista, ovvero quella degenerazione della scienza sperimentale che applica il proprio metodo a tutte le branche del sapere, fino ad arrivare a confondere i campi del "come" e del "perché". In altre parole la scienza non deve limitarsi a spiegare il come un fatto si sviluppa, ma, con il medesimo metodo, si deve spingere a dare valori di giudizio sul fatto in se stesso. Se, quindi, lo scienziato sa spiegare gli stadi evolutivi della vita di una persona (nascita, vita, morte), egli si può permettere di giudicare il perché una persona vive, che, su base prettamente scientifica, si riduce ad un fattore di causa-effetto biologico.

Un metodo ampiamente superato sui libri, largamente diffuso nelle categorie di pensiero del "camice bianco" medio. Se hai un titolo di studio scientifico, quindi, hai libero accesso alle sentenze su religione, etica, morale, politica, avvalorando il tuo giudizio con il proverbiale "... tu non sai chi sono io".

Si può dire che lo scientismo è una forma di fanatismo invadente quanto dittatoriale, vista la sua ostinata assolutizzazione di una porzione della realtà, proprietà di qualunque ideologia nota e meno nota.

Un vero problema, almeno alla luce del fatto che per instaurare una reale dialettica è necessario partire da presupposti comuni, che, nella fattispecie, consistono nella negazione a priori di ciò che non ha dimostrazione empirica e nella volgare imposizione dei propri schemi laddove il proprio interlocutore ne ha applicati altri. E' come se un filosofo andasse in ospedale e volesse operare un'appendicite dopo essersi letto la Metafisica di Aristotele: squarterebbe il paziente come il più psicopatico degli assassini.

Se Odifreddi si fosse limitato a criticare l'atteggiamento degli uomini di chiesa, non credo ci sarebbero stati problemi: una voce illustre tra le tante, ma, ahimé, la pretesa di spezzettare con elegante mediocrità di contenuto scientista un colosso filosofico e teologico come il Cristianesimo, fa ricadere tale tentativo nella categoria della risibilità.

Sarà che i numeri non sono soggetti ad interpretazione, sarà che lo sono solo in parte, ma è pressoché minimale l'impegno personale di un critico nel cercare di attribuire ai testi il senso che l'autore darebbe loro, ovvero tentare di far risalire un segno al suo originario significato intenzionale, che, nella sacra scrittura, non è certo logico-matematico.

Il Professore probabilmente non ha capito che la sacralità è ciò che segue ad una ierofania, ovvero ad una autorivelazione che il proprio spirito compie attraverso una manifestazione di fatto in cui esso trova soprannaturalità, ovvero incontrovertibilità razionale a prescindere. Un meccanismo che, per restare in tema, ha applicato anche il Nostro, seppur in termini rivolti alle categorie scientifiche.

Ciò verso cui si orienta con più forza il cuore, sia essa una religione rivelata, sia la scienza, sia il proprio ego, siano i trenini elettrici, sia il bene, sia il male, o qualunque altra cosa esistente e/o inesistente, ha sempre un significato che oltrepassa la materia e la storia, le quali altro non fanno che adattare simboli e significati ad una struttura antropologica dell'uomo, che, per quanto storpiata e stereotipata, non può fare a meno di rifarsi ad una trascendenza.

Il mondo religioso si muove sempre entro le categorie di sacro e profano, in cui la sacralità è riconosciuta come la vera realtà, contrapposta alla profanità in quanto ingannevole.
L'unica comprensione della religiosità, quindi, è la religiosità stessa, all'interno della quale il cuore crede incondizionatamente, ma, ad un tempo, rivolge i suoi interrogativi ad un intelletto perpetuamente speculante ed indagatore, al fine di dare verità di conoscenza oltre che bontà di cuore a ciò che si è abbracciato.

Esulare da tali categorie significa alterare la comprensione di ogni fede, portando un'eventuale critica ad uno spostamento di baricentro del discorso reale.

Odifreddi, perciò, non ha compiuto alcuna critica reale alla religiosità cristiana che non sia ampia manifestazione della sua idolatria della scienza e della logica, a loro volta elevate a religiosità contrapposta al Cristianesimo.
Nessuna religiosità, in quanto considerata nel proprio cuore come rivelata, può scardinarne un'altra sfondandone le porte con le proprie categorie, ma, al massimo, testimoniarsi nelle proprie manifestazioni, buone e cattive, al fine di un sincero confronto.

La religione è laddove è il nostro cuore. Se a Odifreddi non crede a Cristo e preferisce pregare la scienza logica è libero di farlo, ma imporre la sua arroganza totalitaria è giusto l'attuazione di quello stesso atteggiamento che tanto critica all'interno della Chiesa.

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16/10/07 - QUANDO TUTTI DIVENTANO MAESTRI

L'idea di scrivere un libro è ancor oggi la carota che smuove i muli. Imbrattare di inchiostro delle pagine bianche pare abbia un fascino irresistibile per chiunque.

Mi muovo tra i blog di alcuni amici, ed ogni tanto scopro che qualcuno ha strizzato l'occhio a qualche editore scanzonato, disposto a pubblicare qualunque poccio letterario pur di ottenerne un vantaggio.

Il principio sublimante della scrittura non smette di affascinare con i suoi luccichii circensi le anime borghesi, spiriti informi dominati da sentimenti intensi ma superficiali, intelligenze barocche, pronte ad elaborare capriole stilistiche, ma prive di una qualsiasi proporzione tra forma e sostanza.

Poi vengono i professori, gli accademici, i fraudolenti mestieranti della cultura, i dotti quanto inutili parolai di soluzioni insipienti ed impraticabili se non all'interno del loro ottuso sapere...

Forse è a costoro che Platone dedicava questo passo sulla scrittura: "Oh, non verità di sapere, mera apparenza di sapere tu concedi. Ne verranno uomini che nozioni molte anche ne sapranno, ma senza maestro; uomini che hanno l'aria di pronunciar giudizi su infinite cose, ma che non sanno nulla, per lo più. Uomini ombrosi e boriosi! Saccenti, non saggi".

La scrittura è divenuta hobby, lo scacciapensieri del borghese medio, lo sfogo del depresso, la sciocca confidenza dell'eccentrico, l'inutile diarrea verbale della femmina, la boria dell'incravattato.

Scrivere è uno slancio aristocratico, la proporzione sapiente dell'essenzialità dell'essere.

Oggi tutti scrivono perché la modernità ha reso l'editoria materialmente approcciabile a tutti, così che "lo stupido istruito ha un campo più vasto per praticare la propria stupidità" (Gomez Dàvila).

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10/10/07 - MURO CONTRO MURO

E' un tempo in cui le parole mi appaiono ancor più del solito come una specie di inutile occupazione borghese.
Vago spesso per siti e blog di ogni natura e stampo e mi piacerebbe eguagliare la prolificità letteraria dei loro autori, ma articolare un discorso mi è divenuto un impegno pesante, forse per una mia incapacità di trovare sollievo in esso.

Parlare e scrivere sono giochi che a lungo andare stancano, almeno per coloro per cui non è sufficiente il compiacimento di ascoltarsi o leggersi, per riavvalorare pratiche dalle finalità buone ma dai risultati incompiuti. Infondo una parola è una parola: il contenuto è proprio di chi parla/scrive e di chi ascolta/legge, così come le relazioni che intercorrono tra le parole, e sono scettico nel tratteggiare una linea realmente comunicativa tra due o più individui che già non si conoscano sufficientemente per intendersi senza parlare o scrivere.

Esperienze di vita comune, amore, sofferenza, privazione, sacrificio, vissuti in una concreta partecipazione... questi gli unici veri, reali e tangibili vasi comunicanti attraverso cui la persona rende giustizia al proprio impegno di scambio di pensiero e sentimento, poiché solo attraverso lo stesso dolore e lo stesso amore il gesto e la parola si tingono delle medesime sfumature.

In se stesse la comunicazione orale e scritta sono ipomnematiche, ovvero altro non fanno che richiamare alla memoria un sapere già appreso attraverso un vissuto segreto, intimo e personale.
Dire "Dio" equivale ad affermare tanti significati quanti sono coloro che leggono, e non sarà certo una dogmatica comune o una buona dote oratoria a rendere omogenea la comunicazione, perché ciascuno, nonostante la dottrina accomunante, avrà una differente esperienza di quel Dio e, perciò, ciascuno relazionerà il discorso compiuto a categorie di pensiero anche molto lontane dalla primitiva intenzione dell'autore.

Parlare, scrivere... usi così diffusamente sopravvalutati da costituire l'anima della società moderna, dove "ogni spiritualità si converte in profitto e la felicità di vivere è falsa come l’arte che la esprime" (K. Jaspers).

Parlare, scrivere, lanciarsi in grandi discorsi sono le pratiche dei grandi esteti contemporanei, dove ciascuno ama ascoltare la propria voce e leggere il parto del proprio intelletto; sono le pratiche dei depressi e megalomani, i quali sfogano ansie, repressioni, illusioni, frustrazioni e egocentrismi in fitte grafomanie altisonanti; sono le pratiche degli ideologi, servi dei mostri sacri di vecchi e nuovi sistemi di pensiero, a cui ogni aspetto razionale ed irrazionale, di una realtà vera o schizofrenica deve sottostare, per amore o per forza; sono le pratiche dei mercenari della pubblicità, dei politici corrotti, dei religiosi vuoti ed ignoranti, di coloro che possono nascondere l'impropria occupazione di spazio in questo mondo solo attraverso i fumi neri delle loro verbosità.

Parlare e scrivere: queste le occupazioni del mondo che comunica, ma si tiene lontano dal relazionarsi, poiché ciò vorrebbe dire vero amore in vera sofferenza.

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30/09/07 - POLITICI IN RETE

I politici scoprono internet. Sull'esempio di Beppe Grillo sono molti coloro che hanno constatato che la rete porta consensi e, con un po' di pelo sullo stomaco, è possibile passare indenni dagli insulti e dalle critiche inevitabili.
E' una nuova psicoterapia politica per colui che invia e per coloro che ricevono. Il primo potrà sbizzarrirsi, di tanto in tanto, nella solita maniacale propaganda personale, sfociante nel culto della persona, ed i secondi potranno finalmente guarire dalla frustrazione democratica del non contare assolutamente nulla, vista la possibilità di comunicare, per mezzo dei commenti, con questi fantasmagorici personaggi.
Poco importa se sono loro o qualche portaborsa a rinfrancare gli spiriti oppressi degli elettori e a rispondere alle provocazioni sputate dagli avversari. L'importante è che finalmente ciascuno possa dire la propria su tutto e tutti, direttamente agli interessati, o almeno così è piacevole credere.

E così la politica cambia nuovamente volto. Non più ingessati ed irraggiungibili umanoidi istituzionalizzati, ma maglietta, sigaretta e tastiera, per continuare a non cambiare assolutamente nulla, ma, stavolta, con la soddisfazione di quel giustiziere che pensa: "però gliele ho cantate!". 

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30/09/07 - BUONA MORALE

Per una comunità cristiana, in un'epoca come la nostra, ci sono due pericoli inversi: quello di cercare la santità solo nel deserto ed il pericolo di dimenticare la necessità del deserto per la santità.
Il pericolo è non vedere la sorgente, un Dio flagellato e volto in derisione, crocifisso.
Le cose buone son d'uso difficile e nulla è più difficile da usarsi della morale.

Gli uomini fanno spesso cattivo uso della morale, poiché richiede di applicare le sue regole alla propria condotta, cosicché si arriva ad interpretare le cose affinché la facciata celi nel miglior modo possibile un fondo di egoismo.

La prima condizione di una buona morale è d'esser giusta.
L'uomo che teme Dio deve impiegare i migliori mezzi a disposizione, esaminando attentamente il contesto, per fare in modo che questi mezzi non portino conseguenze deleterie.
Orientata al bene la volontà e l'impegno, stia in pace. Il resto riguarda Dio.

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25/09/07 - NON BASTA SAPERE

Non basta sapere che cosa è bene, ma è necessario volere quel bene che si comprende e perciò attuarlo.

Che senso ha piangere sui singoli aspetti della vita se la vita stessa è in séuna valle di lacrime? Non si fa altro che incalzare in nuovi mali, ancor prima di aver saldato il conto coi vecchi.

L'uomo: un vaso che va in pezzi ad ogni scossa e ad ogni urto, un corpo fragile, nudo, privo di difese, bisognoso dell'aiuto altrui, bello solo per un'estetica della piacevolezza, ma sempre preoccupato delle sue troppe necessità, angosciato ed ansioso della propria conservazione, fino al giorno della sua estinzione.

La nostra condizione esige una vita coraggiosa fin dall'inizio, poiché non è fattibile continuare ad incolpare i fatti senza tentare di cambiarli, quando, il più delle volte, ne siamo stati responsabili o li subiamo in maniera passiva, per non andare a lavorare sugli aspetti di noi stessi che troppo radicalmente intaccano il nostro status.

Basta, dunque, con lacrime inefficaci, conforti illusori e lamenti sterili.
Se alle nostre lacrime non porrà termine una nostra reattività ferma, costante e risoluta, per mezzo della quale la giustizia sarà la coerente sovrapposizione del bene compreso con quello vissuto, si continuerà a piangere le lacrime di chi persiste ad essere causa del proprio male.

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22/09/07 - AVIDITA' (Vangelo di domenica 23/09/07)
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Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Luca 16,1-13.

Diceva anche ai discepoli: «C'era un uomo ricco che aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi.
Lo chiamò e gli disse: Che è questo che sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non puoi più essere amministratore.
L'amministratore disse tra sé: Che farò ora che il mio padrone mi toglie l'amministrazione? Zappare, non ho forza, mendicare, mi vergogno.
So io che cosa fare perché, quando sarò stato allontanato dall'amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua.
Chiamò uno per uno i debitori del padrone e disse al primo:
Tu quanto devi al mio padrone? Quello rispose: Cento barili d'olio. Gli disse: Prendi la tua ricevuta, siediti e scrivi subito cinquanta.
Poi disse a un altro: Tu quanto devi? Rispose: Cento misure di grano. Gli disse: Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta.
Il padrone lodò quell'amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce.
Ebbene, io vi dico: Procuratevi amici con la disonesta ricchezza, perché, quand'essa verrà a mancare, vi accolgano nelle dimore eterne.
Chi è fedele nel poco, è fedele anche nel molto; e chi è disonesto nel poco, è disonesto anche nel molto.
Se dunque non siete stati fedeli nella disonesta ricchezza, chi vi affiderà quella vera?
E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra?
Nessun servo può servire a due padroni: o odierà l'uno e amerà l'altro oppure si affezionerà all'uno e disprezzerà l'altro. Non potete servire a Dio e a mammona».


L'avidità, la più poliedrica bagascia con cui il cuore dell'uomo si intrattiene nei suoi più diversi connubi.
Come donna o uomo dalle splendide sembianze, seduce con il piacere dello smodato possesso, che, con quel sorriso ammaliante, sa giustificare con le eleganti ragioni del "non si sa mai" per i più ipocriti, e del bel vivere per gli altri, ma sotto quella pelle di color avorio e quel sorriso plastificato, si nasconde lo sguardo traverso del macchinatore, dello spilorcio arraffone, della mezza tacca ossessionata in egual misura del piccolo e del grande, del paranoico ossessionato dal gioco strategico dell'accoltellarti ma in buona coscienza, del falso schizofrenico che inventa parte della realtà per meglio giustificare a se stesso il suo essere sporco.

Come il peggiore dei drogati, l'avido arriva a non riconoscere più alcun freno inibitore di possesso, e, attraverso contorte macchinazioni della mente, alza sempre più la soglia monetaria da raggiungere, considerando il prossimo come nemico del proprio capitale e bandito contro cui difendere i propri beni.

Dalle più svariate sembianze, ora tronfio e lascivo riccastro, ora integerrimo presenziante al rito domenicale, si aggira tra noi con i suoi tentacoli, criticando in cuor suo una qualunque erogazione di beni non strettamente necessaria alla sopravvivenza (alla sua sopravvivenza), mentre, con raggi penetranti, confronta i propri averi con quelli di chi ha dinanzi, tremando nell'incontrare un bisognoso per paura di dover privare la montagna dei suoi averi, per lo più nascosti, di qualche spicciolo, ed incontenibilmente invidioso nei confronti di coloro che hanno di più arraffato.

Abili bugiardi, sanno sostenere senza timore la sfida sacramentale, di fronte alla quale elaborano scudi di protezione spaziali, che permettono loro di uscire con il culetto profumato come un infante, lontani dal problematicizzare il sacrilegio della menzogna durante la confessione.
E' ovvio che se io imposto un discorso con le dovute premesse, otterrò in tutta risposta la conseguenza sillogistica di quanto ho posto premessa. Come liberi interpreti sottopongono la loro situazione ad un'analisi anche troppo dettagliata, ma alla cui base si negherà visceralmente di avere un problema di dipendenza o, tuttalpiù, si accuseranno terzi come colpevoli dell'incresciosa situazione, scavalcando serenamente il problema per cui ciascuno è responsabile per se stesso del male che compie e che, di fronte ad ingiustizia, ci si trova nel dovere morale di contrapporcisi, opportune et inopportune.

Come satrapi godono nell'ammirare la propria ricchezza, ma allo stesso tempo gemono di dolore e frustrazione, poiché esso non è ancora abbastanza. E' così che crollano nella condizione di insicura agitazione, frastornati da falsi problemi che percuotono loro la mente che comunque, al giusto momento, non esiteranno ad erigere a fondamento razionale delle proprie azioni.

Vittima di se stesso, l'avido libera endorfina ad ogni nuova conquista di capitale, anche minima, e sprizza bile ad ogni euro versato.
Egli si definisce "parsimonioso", anch'essa libera interpretazione della parola, originariamente rifacentesi alla virtù della temperanza, che, in ogni caso, presuppone distacco dai beni che si amministrano.

Come un alter ego di un super eroe americano, tiene segreto, anche agli intimi, il proprio bottino, di cui nessuno deve sospettare il possesso, e che, in caso di decesso, nessuno verrebbe mai a scoprire se non in caso di autopsia, poiché è nel cuore che egli conserva il suo vero malloppo.

E' al denaro che l'avido innalza la propria preghiera ogni giorno. Poco importa se esso viene chiamato dio o diavolo. "Dio" è una parola: il contenuto viene aggiunto a seconda di ciò che ciascuno ha nell'anima. Se una persona è avida, nella preghiera la mente penserà al suo dio, ma il cuore si rivolgerà, volente o nolente, a Mammona.
Sui libri è possibile leggere ciò che si vuole ed è anche possibile circunnavigare il pianeta all'ascolto di grandi predicatori, ma non è la dottrina né l'intenzione che nasce dalla mente che fa diventare buoni, ma lo spoglio reale di se stessi e l'intenzione prontamente attuata nata dal cuore.

L'avido è colui che si è voluto drogare e persiste nella sua fuga dalla disintossicazione.
La sentenza è: colpevole.
 

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15/09/07 - QUESTIONE D'INTELLIGENZA
Bloggato da Lady Hawk

Percezione, memoria, apprendimento, sono processi mentali complessi che entrano in gioco contemporaneamente e concorrono, in misura diversa, insieme ad altri meccanismi, ad identificare un proprio sviluppo razionale.

La razionalità "fluida", potremmo definirla come un patrimonio logico innato che ogni individuo porta con sé dalla nascita, un insieme di attitudini diverse per risolvere con ordine logico i problemi che la vita comporta.
La razionalità "cristallizzata" è il bagaglio di competenze, di abilità, di informazioni acquisite nel corso della vita, in un determinato contesto, applicato alla propria memoria, che subentra in cooperazione della prima, ma cadremmo in un grave errore se volessimo identificare tout court le capacità razionali appena espresse con il talento dell'intelligenza.

L'intelligenza non è la capacità di riflettere, ma il dono di vedere la verità.
La riflessione razionale, affinché non diventi vuota e fumosa ideologia di basso borgo, ha necessità di ergersi sulla visione della verità su cui riflette, ha necessità di esperirla e viverla con costante coerenza di vita.
E' attraverso la profonda incarnazione delle proprie certezze che la ragione trova forza e diritto di elaborare evidenze, mentre il semplice sollazzo della mente (ludo mentis), porta ad un mastodontico impianto razionale, ma privo di una visione esistenziale.

La visione è data dalla sincera ricerca di una vita scevra di attaccamenti a valori secondari, per una totale dedizione a ciò che si reputa degno di totale dedizione del proprio vivere.
Sincerità del cuore, coerenza e risolutezza, i mezzi per dare al cuore la possibilità di ampliarsi a sufficienza, per contenere il prezioso dono dell'intelligenza, eternamente espandibile, poiché eternamente profonda è la verità da vedere.

"Visione" è un termine di matrice mistica, ma nella nostra accezione è utilizzato al fine di dimostrare come l'intelligenza non sia ridotto al misero indottrinamento nozionistico del dotto, ma risieda nell'anima, ove intelletto e sentimento collaborano all'unisono e senza distinzione, equilibrandosi vicendevolmente, permanentemente rivolti alla descrizione di quella verità su cui si dilungano nel riflettere, ma a cui non sono giunti per via puramente riflessiva.

Non è detto, perciò, che colui che è dotato di grandi capacità razionali sia necessariamente più intelligente del semplice, poiché se la logica fa capo alle capacità sillogistiche della mente, l'intelligenza si riferisce a profondità e ad altezze che chi non possiede, per sua propria mediocrità dell'esistere, non può far altro che tentare di comprendere componendo sistemi di riflessione astratta.

Vivi ciò che hai intuito per vero e con il tempo giungerai a vedere più a fondo, tanto da aggiustare quelle parti imperfette che la sola intuizione iniziale non può conoscere con chiarezza. Modificati ogni qual volta riterrai di aver aggiunto un tassello di verità e, purificato dalle sofferenze, saprai vincere anche sui dotti e gli intelligenti, poiché più semplice e forte è la parola di colui che vive e vede, rispetto a quella di colui che si limita a riflettere.

Argomento correlato:

16/12/2006 – CONTEMPLANDA ALIIS TRADERE
Bloggato da PDBmaster

La via della formazione è un passo obbligato, almeno per chi intende percorrere l'irta dimensione della profondità, ma se lunga e perigliosa è la via di chi si mette in cammino, cosa aspetterà colui che aspira ad essere guida di altre persone?

Gli antichi predicavano che ciò che un allievo può imparare dal suo maestro, non è altro che la sovrabbondanza del suo sapere e del suo essere. In altre parole ritenevano che solo ciò che l'istitutore ha in sovrappiù possa essere concretamente recepito dal discepolo. Contemplanda aliis tradere sostenevano i saggi di un tempo tramontato.

Le scuole gesuite sorte in pieno periodo contro-riformista usavano selezionare i loro precettori in base alla loro preparazione, ma primariamente a seguito di una verificata maturazione umana e di una adeguata irreprensibilità, metodo che supponeva il principio di fondo per cui il sapere acquisisce la sua prorompenza in base all'assimilazione ed alla personalizzazione che di esso se ne è fatto. Inutile conoscere se poi non si hanno i mezzi per gestire con intelligenza ed equilibrio il proprio sapere, poiché ogni cosa presuppone una sua propria influenza su se stessi e sugli altri.

La superbia gonfia gli uomini di intelletto, portandoli ad una presunzione che implode in un'ottusità arrogante ed astratta. Un mancato scambio tra la conoscenza e le energie vitali portano alle formulazioni ideologiche utopistiche o decadenti, ma pur sempre fragili come i propri progenitori, nonostante la forma esagitata.

Una cultura non filtrata dall'ingenua meraviglia dell'infante, ma soprattutto non vagliata dal fuoco incandescente della sofferenza rimane amorfa, astratta, polverosa, riservata agli intellettuali da salotto, adatta a moltiplicare le contorsioni acrobatiche di una società aggrovigliata nei suoi assiomi sospesi.

Insegnare, ricordare, meditare, riflettere, conoscere... vivere: le arti di una profondità a cui si è voluto sostituire il superficiale e vispo nozionismo da super quiz, strutturalmente incapace di specchiare la sua terrena imperfezione con i modelli iperuranici di un mondo da riformare, così letteralmente impotente da non aspirare più alla fertile sovrabbondanza a cui aspira l'essere più intimo di ogni uomo.

E' così difficile trovare veri formatori, perché nessuno è più disposto a provare con il fuoco la validità delle sue idee, perché nessuno è così innocentemente idealista da essere disposto a sovrabbondare nella profondità dell'anima. Mente e cuore: vasi comunicanti che l'uomo moderno ha reso compartimenti stagni, per più facilmente accettare ciò che è e meglio lamentarsi per ciò che ha.

 

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11/09/07 - EVOLUZIONE DELLE PAROLE
Bloggato da PDBmaster

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Luca 6,20-26.

Alzati gli occhi verso i suoi discepoli, Gesù diceva: «Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio.
Beati voi che ora avete fame, perché sarete saziati. Beati voi che ora piangete, perché riderete.
Beati voi quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e v'insulteranno e respingeranno il vostro nome come scellerato, a causa del Figlio dell'uomo.
Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nei cieli. Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i profeti.
Ma guai a voi, ricchi, perché avete gia la vostra consolazione.
Guai a voi che ora siete sazi, perché avrete fame. Guai a voi che ora ridete, perché sarete afflitti e piangerete.
Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i falsi profeti.

Gandhi osservava che le parole, al pari degli esseri umani, "si evolvono gradualmente nel loro contenuto. Per esempio, il contenuto della parola più ricca - Dio - non è uguale per ciascuno di noi", ma varia con l'esperienza di ogni singolo.

Le Beatitudini hanno una così insondabile profondità che mi rende curiosa la competenza professorale dei contemporanei, così fumosamente dialogata dalla verbosità modernista e così tragicamente astratta dalla rigidità tradizionalista. In mezzo ai due poli la solita  stalla di babbei, dall'intelletto sodomizzato dal proprio dogmatismo, malato di conflittualità di interessi..

E' l'eterno ritorno di una tragedia annunciata, ovvero lo spostamento del baricentro sostanziale di un discorso, al fine di utilizzarlo come dimostrazione di un postulato teoretico.
Ed ecco che, ad esempio, la povertà materiale diverrà la sola via perfetta per chi vuole giungere all'imitatio Christi, mentre il ricco putridume borghese avrà già incaricato un teologo venduto, al fine di dimostrare che "la povertà" è da intendersi in senso solo spirituale.

Con clave spirituali si bastonano come trogloditi, per avere l'orgoglio dell'ultima parola e quindi per poter imporre la propria teoria (che rimane sempre e solo teoria) su quella del prossimo, nulla guadagnando se non la stoltezza e nulla perdendo se non il tempo.

Preti, filosofi, teologi e vari branchi a seguito, amano creare vere e proprie scuole di Beatitudini, avanzando con il pugnale tra i denti che sorridono la migliore interpretazione che sia mai stata partorita sotto il cielo. Ah, non che gli altri sbaglino, ma, diciamocelo, il vostro modo di concepire le cose è sicuramente più evoluto.

Infine, diciamocelo, il Cristianesimo è divenuto il sistema morale verso cui si ama argomentare. Razionalista od irrazionalista, esso è il postulato da cui si parte e a cui si arriva, a seconda dei contenuti che si vogliono evidenziare, ovviamente a difesa di una consacrata mediocrità.

Il nostro è il mondo dei professori, di quelli che tutto bollano e tutto inscatolano in un manuale, ora vuota robaccia letteraria, ora rigido precetto istituzionalizzato.
Chissà che la Beatitudine non sia altro che la risultante di una coscienza risolutamente ferma nel Bene, capace di partorire, per la sua unicità incarnata in un'irripetibile persona, forme sempre nuove e diverse di grandezza dello spirito, senza dover essere assoggettati a sistemi morali e a scuole teologiche. Chissà che la Beatitudine di un'anima se ne infischi dei nevrotici rituali da ossessionati della forma, ma, nella rispettosità di questi ultimi, ne diventi vera e più essenziale espressione, attraverso l'espressione esistenziale di ciò che altri proclamano a parole. Chissà che la Beatitudine non sia né una causa, né un mezzo, né un fine, ma solamente una grazia gratuitamente ricevuta, a seguito della costante fedeltà al Bene, anche nelle questioni più minute.

Inutile dilungarsi. Ciascuno dà ciò che ha, in base all'evoluzione interiore percorsa da parole che sono uguali per tutti nella forma, ma che l'uomo d'eccezione sa rendere grandi, opportune et inopportune.

E tu, le Beatitudini le pensi con la ragione o le descrivi per visione del cuore?

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30/08/07 - COMMENTO AL VANGELO DI DOMENICA 01/09/07
Bloggato da PDBmaster

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Luca 14,1.7-14.

Un sabato era entrato in casa di uno dei capi dei farisei per pranzare e la gente stava ad osservarlo.
Osservando poi come gli invitati sceglievano i primi posti, disse loro una parabola:
«Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più ragguardevole di te
e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: Cedigli il posto! Allora dovrai con vergogna occupare l'ultimo posto.
Invece quando sei invitato, và a metterti all'ultimo posto, perché venendo colui che ti ha invitato ti dica: Amico, passa più avanti. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali.
Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato».
Disse poi a colui che l'aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i ricchi vicini, perché anch'essi non ti invitino a loro volta e tu abbia il contraccambio.
Al contrario, quando dài un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi;
e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».

Il problema è che, a lungo andare, non mi basterà più la mia ironia per non risultare banale, poiché anche gli spiriti più ottusi capiranno che il mio sarcasmo si erige sulla sproporzione che viene a crearsi tra il dire ed il fare, tra il pensare e l'agire, tra il comprendere e l'attuare, tra il sentire e l'essere, tra il percepire ed il concretizzare, tra la schizofrenia spirituale e la mistica, tra l'isteria di massa e la fede comunitaria, tra la sensazione ed il sentimento, tra l'intensità emotiva ed il sentimento profondo, tra il dispiacere ed il pentimento, tra la passeggera sincerità emozionale di un momento e la costante imperturbabile dell'anima.

... E come divertimento domenicale, il Vangelo gioca a sparare sulla croce rossa, ovvero su coloro che non hanno né mezzi né attenuanti per difendere un formalismo travolgente, conclamato dal loro essere piccoli nel cuore, bassi nello spirito, mediocri nella vita.

E' faticosamente argomentabile l'ipotesi di tacciarmi di indebito giudizio, quando nel mio dire non esistono tracce di riferimenti a fatti e persone. Più semplice la via che io posso intraprendere, qualora dovessi interpretare la stizza generata dalle mie parole, in spiriti rimasti nascosti ed anonimi tra le righe, ma evidentemente più svegli di quanto vogliono sembrare nel cogliere le parole a loro rivolte.

Eh già, non è scimmiottando una perfetta genuflessione o esclamando ai quattro punti cardinali una barbara esplosione emotiva che si mette a posto la propria reputazione di buon cristiano. Più che delle parole e della forma, è la nascosta ed operosa attività di donazione di beni spirituali e materiali a far scalare la via del Monte Carmelo, è il sincero distacco dalla lode, dal consenso, dall'essere ricercati, dalla reputazione, dall'essere notati, dalla voglia di apparire, dal piacere conseguente all'azione, dai ringraziamenti, dal risultato ottenuto, dall'appropriazione di merito, dall'onorificenza, dal riconoscimento, dalla mansione occupata, dall'orgoglio, dai gonfiori dell'umana sapienza, dalla presunzione, da quell'incommensurabilmente piccolo mondo che ci siamo costruiti e a cui non permettiamo a nessuno né di smontare né di fuoriuscire.

L'ipocrisia, quel mastodontico castello di rigidità formali oltre le quali non si è disposti ad accettare il diverso, illumina i passi dei seriosi genuflettenti adoratori della propria idea di Dio come quelli dei selvaggi festaioli lodanti il piacere che in loro si crea nel lodare un Dio sufficientemente bislacco da concedere perdono e misericordia come fossero monetine che escono inavvertitamente dalla tasca dei pantaloni.

Cialtroni spirituali vestiti a festa, sfilano egocentrici e ben retti sulla schiena, attenti al numero degli occhi su di loro puntati, così da sostenere ancor più la compunzione di rito prestabilita o da improvvisare una fibrillazione esteriore, a segno di un overdose di Spirito Santo.

Ancor oggi voglio illudermi che un giorno, nell'imprevista circostanza della quotidianità, un uomo indistinto dagli altri per esteriorità, mi si avvicini con atto confidenziale e, con le sue rozze e non ricercate parole, mi traducesse il suo vissuto con l'equilibrio puro ed essenziale, somigliante ad un redivivo Giovanni della Croce:

« Per giungere a gustare il tutto, non cercare il gusto in niente.
Per giungere al possesso del tutto, non voler possedere niente.
Per giungere ad essere tutto, non voler essere niente.
Per giungere alla conoscenza del tutto, non cercare di sapere qualche cosa in niente.
Per venire a ciò che ora non godi, devi passare per dove non godi.
Per giungere a ciò che non sai, devi passare per dove non sai.
Per giungere al possesso di ciò che non hai, devi passare per dove ora niente hai.
Per giungere a ciò che non sei, devi passare per dove ora non sei. 
»

 

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30/08/07 - SE UCCIDO UN BAMBINO COSA MI VIETERA' DI UCCIDERE TE?
Bloggato da PDBmaster
 

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29/08/07 - E DIO CREO' LA DONNA
Bloggato da PDBmaster

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Marco 6,17-29.

Erode infatti aveva fatto arrestare Giovanni e lo aveva messo in prigione a causa di Erodìade, moglie di suo fratello Filippo, che egli aveva sposata.
Giovanni diceva a Erode: «Non ti è lecito tenere la moglie di tuo fratello».
Per questo Erodìade gli portava rancore e avrebbe voluto farlo uccidere, ma non poteva,
perché Erode temeva Giovanni, sapendolo giusto e santo, e vigilava su di lui; e anche se nell'ascoltarlo restava molto perplesso, tuttavia lo ascoltava volentieri.
Venne però il giorno propizio, quando Erode per il suo compleanno fece un banchetto per i grandi della sua corte, gli ufficiali e i notabili della Galilea.
Entrata la figlia della stessa Erodìade, danzò e piacque a Erode e ai commensali. Allora il re disse alla ragazza: «Chiedimi quello che vuoi e io te lo darò».
E le fece questo giuramento: «Qualsiasi cosa mi chiederai, te la darò, fosse anche la metà del mio regno».
La ragazza uscì e disse alla madre: «Che cosa devo chiedere?». Quella rispose: «La testa di Giovanni il Battista».
Ed entrata di corsa dal re fece la richiesta dicendo: «Voglio che tu mi dia subito su un vassoio la testa di Giovanni il Battista».
Il re divenne triste; tuttavia, a motivo del giuramento e dei commensali, non volle opporle un rifiuto.
Subito il re mandò una guardia con l'ordine che gli fosse portata la testa.
La guardia andò, lo decapitò in prigione e portò la testa su un vassoio, la diede alla ragazza e la ragazza la diede a sua madre.
I discepoli di Giovanni, saputa la cosa, vennero, ne presero il cadavere e lo posero in un sepolcro.

Ah, meravigliosi i fervorini sui peccati della carne, così sottilmente elaborati da far sembrare il problema come una faccenda riservata ai santi. Noi, miseri mortali, meglio non aspirare a siffatta perfezione, perché gli uomini normali, si sa, l'appetito lo devono soddisfare. Ed ecco, perciò, iniziare le code domenicali dinanzi al confessionale, per assolvere al rito dell'assoluzione formale, ove il sacerdote ascolterà imperturbabile o, in casi di personalità più intransigenti, richiederà esplicito pentimento per essersi masturbato pensando a questa o quella puttanella d'alto borgo, entrambi consapevoli che la vicenda si ripeterà alla prima circostanza.

Chissà, forse la falsa indifferenza dimostrata dal pastore d'anime, altro non è che l'incapacità di risolvere tale problema anche con se stesso, mentre cervelloticamente si interroga in modo perpetuo su come i grandi santi possano aver dominato la propria sessualità.
Visto che la madre dei preti sciocchi si trova a fare ultimamente eccessivi starordinari, vediamo di trovare una ragione che dia vita ad un metodo, sempre che codesti ordinati abbiano voglia ed umiltà di lettura.

Poiché siamo su un blog apertamente cristiano, non mi dilungo sulle ragioni per cui i peccati della carne sono un male: per motivi di spazio mi illudo che ciò sia chiaro.

Ai santi non orripilano le donne in sé, ma il peccato che in esse portano e per mezzo del quale sono motivo di caduta spirituale, ma un simile atteggiamento non è una cosa che va ricercata artificialmente: sarebbe davvero preoccupante se per autoinduzione si giungesse ad un rifiuto della sessualità. Simile comportamento andrebbe ad alterare gli equilibri dell'uomo stesso, proprio perché si andrebbe semplicemente ad incidere sul fattore psicologico, che, invece, deve rimanere così come è.
Inutile e dannoso, quindi, combattere contro una normale predisposizione umana, per quanto all'istinto vada sempre contrapposta una ragionevole moderazione.

La via per giungere alla reale castità si pone ad un piano più alto, sufficientemente alto per arrivare dopo molte tappe.
La lussuria coinvolge a causa della sua vettorialità di piacere: quando la consapevolezza del male giungerà ad una profondità superiore all'intensità del piacere recato, sarà sconfitta la lussuria.

Molte le battaglie da vincere contro il male per giungere ad odiarlo.

I comportamenti volontariamente viziosi che si hanno sono strettamente legati al piacere che ne riceviamo e la rinuncia al piacere è una di quelle motivazioni che impigriscono la volontà. Ecco, dunque, che una volta iniziato un cammino reale di conversione è necessaria costanza, poiché solo per mezzo di essa potrà scendere la grazia disintossicante, attraverso cui quel piacere non sarà più un vincolo.

Si procederà, quindi, per tappe, attraverso le quali si riconoscerà sempre più profondamente il male e si acquisirà un grado di discernimento massimamente sensibile, da essere così riluttante al male da rifiutarlo in ogni sua espressione.
La negazione della lussuria, a quel punto, non avverrà per un rifiuto della sessualità, ma per un rifiuto di quella costellazione di male che in essa sussiste e che non si vorrà più né accettare né sopportare.
In tal modo le coppie sposate riusciranno a mantenere una solida castità matrimoniale, ed i sacerdoti sapranno superare quella dialettica psicologica su cui vengono ingannati, per quanto la meta, così come sono predisposte le volontà, non sia visibile ad occhio umano.

La lussuria non si vince in un giorno, perché in un giorno non si arriva ad odiare il male, ma essa può già essere vinta nel costante inizio di una volontà risoluta contro lo sporco della propria anima.

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28/08/07 - DUE PESI DUE MISURE
Bloggato da PDBmaster

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Matteo 23,23-26.

Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima della menta, dell'anèto e del cumìno, e trasgredite le prescrizioni più gravi della legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà. Queste cose bisognava praticare, senza omettere quelle.
Guide cieche, che filtrate il moscerino e ingoiate il cammello!
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pulite l'esterno del bicchiere e del piatto mentre all'interno sono pieni di rapina e d'intemperanza.
Fariseo cieco, pulisci prima l'interno del bicchiere, perché anche l'esterno diventi netto!

Cosa sarebbero le omelie senza i lezionari, senza quei provvidenziali studi biblici che estrapolano gli astrattismi più maniacali, senza quei libri che riescono a scovare ogni parallelismo scritturale, riuscendo a collegare parole che, unite insieme dal procacciatore di fumo, compiono il miracolo di non voler dire nulla.

Ecco, quindi, che un testo travolgentemente lapalassiano, si muta nel delicato incanto dell'amore di Dio, che si permette di darci un leggero buffetto, a mo' di sorridente ed amichevole ammonimento.

Ciò che ulteriormente tramortisce il buon senso sta in quella sottile omissione di forma, che, come per magia, proietta il riferimento nei confronti delle élite ad un pubblico molto più generalizzato.
"Gesù ci dice", ecco la meravigliosa introduzione dell'oratore spirituale, che inizia così il suo remare lontano da acque pericolose. No, mio caro: Gesù dice soprattutto a te, che ami pavoneggiarti come "
sacerdote per sempre al modo di Melchisedek", che se nel fedele è condannabile l'ipocrisia religiosa, cosa si dovrà dire di te, che ti ricordi del tuo ministero in proporzione alla convenienza della circostanza? Per tua somma disillusione l'investitura del sacramento sacerdotale non infonde alcun carisma particolare, né rafforza i talenti naturali già esistenti se questi non sono supportati dalla costante e risoluta volontà di compiere il bene, "opportune et inopportune".

Facile schivare il problema con la scusa che i panni sporchi si lavano in famiglia. E chi sono i fedeli se non la vostra famiglia? Facile liquidare l'osservazione con quel ghigno di infondata superiorità, che gonfia senza innalzare. Facile bollare come nemici coloro che sollevano una critica costruttiva. Facile ingannare il semplice con le tortuosità velenose di una mente maliziosa. Facile giocare sporco dietro alla clericale pazienza (collarino), atta a celare un profilo umano segnato dai più imperdonabili compromessi esistenziali e dalle verbosità più vantaggiose.

Certo, meglio affidarsi alla prolissa retorica sfiancante che non all'essenzialità del contenuto. Meglio adottare l'imitazione di una voce ispirata, più simile a quella di un castrato, che non la virile schiettezza del semplice. Meglio dilungarsi sulla parafrasi della storia che non sulla sostanza del messaggio. Meglio trovare esempi fuori da casa propria (lavoro, politica, famiglia, ecc...) che non navigare nelle pericolose acque di propria giurisdizione.

Carissimi, il diavolo esiste, ma voi non dovete usargli la carità di fare il lavoro al posto suo.

Con fraterna severità,
PDBmaster

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27/08/07 - C'ERA UNA VOLTA LA MEDIOCRITA'
Bloggato da PDBmaster

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Matteo 23,13-22.

Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che chiudete il regno dei cieli davanti agli uomini; perché così voi non vi entrate, e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrarci
.
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che percorrete il mare e la terra per fare un solo proselito e, ottenutolo, lo rendete figlio della Geenna il doppio di voi.
Guai a voi, guide cieche, che dite: Se si giura per il tempio non vale, ma se si giura per l'oro del tempio si è obbligati.
Stolti e ciechi: che cosa è più grande, l'oro o il tempio che rende sacro l'oro?
E dite ancora: Se si giura per l'altare non vale, ma se si giura per l'offerta che vi sta sopra, si resta obbligati.
Ciechi! Che cosa è più grande, l'offerta o l'altare che rende sacra l'offerta?
Ebbene, chi giura per l'altare, giura per l'altare e per quanto vi sta sopra;
e chi giura per il tempio, giura per il tempio e per Colui che l'abita.
E chi giura per il cielo, giura per il trono di Dio e per Colui che vi è assiso.

La massa, ecco la fagocitante creatura che ha preso vita dal morboso desiderio del plebiscito religioso. Come segugio ben addestrato, il moderno oratore di vuota spiritualità suole illuminare di fluorescenza il proprio volto ispirato, nonché il sacro abito, talismano più volte rodato, utilizzato al fine di scacciare l'eventuale titubanza degli ascoltatori sulla pienezza dei contenuti espressi.

Ed ecco che si dà il via ai più diversi repertori, a seconda del pubblico in ascolto: c'è il cliché del fervorino, quello di cortesia, quello carismatico, quello tradizionalista, quello a sfondo sociale, quello per i mass media, e via via si discerne con attento mestiere con quale pezzo esibirsi, per meglio riscuotere il plauso dei paganti domenicali.

Il pastore di anime, ora evoluto nelle spoglie del manager clericale in gran carriera, esibisce con voce ispirata la sua irraggiungibile promiscuità spirituale, ora frutto di una confusa elaborazione degli astrattismi da lezionario, ora abbagliante inconcludenza di chiara impronta introspettiva. E' lui la moderna guida delle anime, è lui il sapiente pastore di caproni da sagrestia.

Prima dell'esibizione ufficiale, è richiesta una preparazione di molti anni. Formatori addestrati ad ogni situazione, educano gli aspiranti pastori a quella mediocrità che tanto egregiamente sanno incarnare, fino a che l'allievo non supera il maestro e diventa a sua volta formatore. Gran maestro della mediazione e dell'incompetenza spirituale, conosce la sapiente arte del predicozzo standard che, in ultimo, affida la pia anima nelle mani di Dio, senza nulla indicare di concreto che non sia la penitenza base da confessione, unita a pompose benedizioni, giusto per sviare un po' il discorso.

Ecco quindi giungere, tra i tanti insuccessi, la vera pecorella bisognosa di guida, ma ahimé: essa dovrà fare i conti con il marcio discernimento del pastore, che la ammucchierà insieme al resto del gregge selvaggio, distruggendone le predisposizioni, umiliandola nel profondo e gettandola nello sconforto di una fede germogliante, bisognosa della sapiente mano di un dottore dello spirito. E invece no: passeranno i giorni, i mesi e gli anni, e quell'anima che aveva incontrato realmente un moto sincero del cuore sarà pienamente omologata agli sterili bovi, allevati ad immagine e somiglianza del loro riferimento, a loro volta assai più attenti a gareggiare sul numero di rosari recitati che non al più sostanziale problema dei contenuti. Come attenti agenti segreti, macchinano nel buio della sagrestia, al fine di decodificare i messaggi subliminali insiti nel'inconcludenza oratoria del pastore, che certamente celava una lode per il proprio operato ed una critica all'acerrimo nemico di banco. Freddi come iceberg, si trastullano a spacciare per sentimento la propria instabilità emotiva, ben lontani dall'andare oltre quella ibrida idea di dio creata nella propria testa, che si gestiscono a seconda della circostanza.

Non c'è poi da meravigliarsi se dai fronti avversi alla Chiesa si useranno questi sterili bovi per esemplificare la ridicola condizione ecclesiale.

Cari pastori, permettetemi di usarvi consiglio nell'indicarvi un più alto e profondo orizzonte personale, preferendo il silenzio agli aborti espressivi ed inconcludenti che disperdono la forza dell'esempio. Si lascino perdere i pizzi e merletti dei pontificali, si lasci perdere il desiderio del consenso, si lasci perdere la pigrizia della mediazione. Non sarò io ad insegnarvi il mestiere del prete, proprio perché tale ministero non è un mestiere, ma il servizio che vi responsabilizza come riferimento delle anime, e, come tali, vi carica del dovere di risultare autorevoli e sapienti dottori degli spiriti. Ma come farete a curare i mali altrui se prima non avete saputo riconoscere ed ammettere le bassezze di cui colpevolmente vi fate carico? No, non è questione di cultura o intelligenza. L'intelletto è una proprietà insita nell'anima e la sua altezza si sviluppa proporzionalmente alla profondità della volontà di permanere costanti e risoluti nel bene. Ecco perché la mediocrità è una colpa: perché è manifesta pigrizia del volere e perciò volontario connubio con il peccato. Non esistono attenuanti, solo aggravanti, e questo spazio, più che ai fedeli, è dedicato a voi, che tanto danno vi permettete di recare col vostro malsano accontentarsi.

Chi sono io per dire questo? Uno che, semplicemente, vi vuole molto bene.

 

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26/08/07 - QUESTIONE DI CATTEDRA
Bloggato da PDBmaster

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Matteo 23,1-12.

Allora Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo:
«Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei.
Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno.
Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito.
Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini: allargano i loro filattèri e allungano le frange;
amano posti d'onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe
e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare "rabbì''dalla gente.
Ma voi non fatevi chiamare "rabbì'', perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli.
E non chiamate nessuno "padrè'sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo.
E non fatevi chiamare "maestrì', perché uno solo è il vostro Maestro, il Cristo.
Il più grande tra voi sia vostro servo;
chi invece si innalzerà sarà abbassato e chi si abbasserà sarà innalzato.

 

Un discorso di certo non rivolto ai maniaci del dettaglio, ai paranoici del manuale da confessione settimanale. Come alla prima di uno spettacolo, ecco ritrovarsi ogni attore dietro le quinte delle mura ecclesiali, tutti intenti a stilare la sacra lista dei peccati commessi. Come abili certosini insinuano i tentacoli dei propri neuroni fin nel più lontano vicolo della memoria, in modo da pacificare i sensi della scrupolosa coscienza, così attenta ad adottare eufemismi adatti a non turbare l'opinione di buon cristiano che il confessore ha su di essi.

Per le cose più sostanziose, meglio orientarsi laddove è possibile vantare il lusso dell'anonimato: al club ecclesiastico di frequenza abitudinaria è meglio lasciare il peccato di routine, quello che, seppur ostentato e senza alcuna volontà di vincere, viene di buon grado accettato dal confessore, perché tanto ha la caratteristica di essere comune e diffuso, e, perciò, il confessarlo scade in una pura pratica formale.

Come al solito, ogni quisquiglia religiosa, viene ridotta ad un puro fattore numerico e al modo di esporlo, accompagnando la ricetta del pentito con un pizzico di vago dispiacere per l'accaduto, piccola spezia aromatizzante che concede, senza timore di rimanere delusi, la gioviale assoluzione del confessore. Insomma, l'affrontare il sacramento della confessione presenta lo stesso problema che ha l'idraulico nel presentare la fattura al cliente, per ricevere quanto pattuito: io vengo da te, faccio il lavoro, tu mi dai quanto è giusto e magari la prossima volta ti faccio anche trovare un bicchier di vino.

La bassa bigotteria da una parte, l'aspirazione al potere dall'altra: ecco le ali con cui il pipistrello dello spirito si schianta in picchiata nei bassifondi dell'anima, per poi non più risalire.

Gli uni, vaghi e pressapochisti, concepiscono il peccato come un nozionismo da riconoscere nell'azione, come un precetto da ricordare, ma la cui trasgressione è facilmente risolvibile per mezzo della confessione. L'oltraggio alla coscienza è un problema oramai superato, visto il soffocamento di quest'ultima sotto le macerie della superficialità dell'intelletto e di una volontà senza onore.

Forse è il caso di ricordare che per la coscienza non esiste alcun precetto, se non quello di fare ciò che essa riconosce come Bene e di evitare ciò che essa ritiene Male. E' quella la suprema legge dell'individuo fatto Persona, mentre nel permanere volontariamente vittima del suo pigro egoismo, si getta nel formalismo morale di chi non riesce più a vedere oltre l'apparenza. Ecco, quindi, comparire i precetti, gli elenchi nozionistici da rispettare nella comunità e da mostrare a quest'ultima per ricevere la patente di cristiano dai supremi giudici della suprema commissione interna. Ecco nascere le ossessionanti devozioni da recitare quotidianamente, al fine di ottenere il più alto grado dei gironi celesti: poco importa se poi si è corrosi dall'invidia, dalla gelosia, dalla superbia, dall'avidità, ecc., perché come le promesse del Cielo sono lette come davanti ad un notaio, allo stesso modo le pratiche richieste devono essere formalmente soddisfatte. Mai nessuno che si chieda il perché della richiesta di quelle determinate pratiche? Non sarà che esse vadano intese come propedeutiche ad una riforma interiore, che, se inesistente, risultano nulle anche le pratiche?

Il lavorio spirituale, in sostanza, viene sviluppato in banale forma estensiva, ovvero la capacità di comprensione di sé si limita all'azione in se stessa e, di conseguenza, così viene visto ed interpretato tutto il mondo che gira intorno.
La profondità, l'intima essenza della realtà spirituale, che ci permette di conoscere la radice più vera della nostra condizione, è una dimensione dimenticata, meglio, esiliata dai cuori, perché essa costa sacrificio, riflessione, ammissione di colpevolezza, riforma radicale di vita, ma sarebbe disastroso scoprire che una nostra risposta velenosa, vagamente esposta come un gesto di rabbia, possa trovare la sua radice in un'inscalfibile invidia del prossimo, vero? Ciò non è ammissibile, perché significherebbe non potersi addossare quella non-detta santità con cui si sfila pomposi per la chiesa e che permette, altresì, di additarsi carismi soprannaturali, mezzi assai proficui per compensare personalità deboli, così vicini all'autosuggestione o alla bugia più becera, e torti imperdonabili verso coloro che incarnano una reale carismaticità.

Gli altri, guide inutili dal profilo catastroficamente incompetente, e che, incapaci di reali qualità da leader, affondano l'imbarcazione su cui sono riusciti a portare passeggeri ingenui e sprovveduti. Per un'incontrollabile volontà di potere, gonfiano il proprio io fino a farlo divenire pericolosamente instabile e, drogati dal nauseabondo fetore dei propri errori e dei propri peccati, ostentano danno negli altrui spiriti e colpa nella propria anima.
Doppati dal proprio desiderio di primeggiare, coltivano superbia ed egoismo, facendosi portatori sani di malattie psichiche e spirituali di cui dovranno rendere conto.

L'unica cattedra a cui bisogna aspirare è quella della nostra coscienza su noi stessi. L'unico comando a cui si deve aspirare è quello della profondità sulla superficialità. Tutto il resto è lo scarto dello spirito con cui il nostro peccato si adopera per costruire la novella Torre di Babele.

 

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26/08/07 - LA PORTA GIUSTA
Bloggato da PDBmaster

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Luca 13,22-30.

Passava per città e villaggi, insegnando, mentre camminava verso Gerusalemme.
Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?». Rispose:
«Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, vi dico, cercheranno di entrarvi, ma non ci riusciranno.
Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: Signore, aprici. Ma egli vi risponderà: Non vi conosco, non so di dove siete.
Allora comincerete a dire: Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze.
Ma egli dichiarerà: Vi dico che non so di dove siete. Allontanatevi da me voi tutti operatori d'iniquità!
Là ci sarà pianto e stridore di denti quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio e voi cacciati fuori.
Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio.
Ed ecco, ci sono alcuni tra gli ultimi che saranno primi e alcuni tra i primi che saranno ultimi».
 

Oggigiorno la questione è diventata semplice: Dio ti ama, tu dici di amarlo ed il gioco è fatto. Tutto quello che viene nel mezzo è l'escamotage con cui si tenta di convincere se stessi e gli altri che le due affermazioni suddette possono rientrare nel verosimile. Perciò tutti pronti alla partenza, in attesa di compiere lo scatto vincente che permetterà di conquistare il maggior numero di pellegrinaggi, di devozioni, di genuflessioni, di lodi a squarciagola, di osanna perpetui e chissà cos'altro, che non mancheranno di farsi onorare come i pii figlioli di Dio, che incolpevolmente commettono qualche peccatuccio solo perché qualcuno ha scaraventato loro addosso il malocchio.

Eh già, davvero impensabile che l'instancabile servitore del prete possa rendersi colpevole di qualcosa che vada oltre la venialità più involontaria, poiché la mentalità comune vuole che all'azione faccia capo un'intenzione e se l'apparenza è buona, tale deve essere anche la sostanza. Suvvia, diciamocelo in confidenza: è una credenza dalla ben congegnata ipocrisia, quasi che, da ingenui santarellini sprovveduti, non si sia mai fatto nulla per convenienza, per piacevolezza, per soddisfazione, per primeggiare, per egocentrismo, per pacificazione della coscienza, per ambizione, per abitudine, per tanti motivi che avevano poca relazione con la pia osservanza che pubblicamente si amava mostrare.

Ipocriti fino al midollo si innalza la lode a Dio per gareggiare su chi stila una migliore poetica, su chi ha una voce più ispirata, su chi riesce a fare semplicemente più baccano. Una perpetua lotta a chi riuscirà a percepire un'intensità emotiva maggiore, infischiandosene se quella percezione altro non è che un idiota sovraccarico emotivo. Inutile spiegare, inutile far ragionare, poiché quelle lacrime avranno sempre un solo nome: Spirito Santo, il quale sembra si dia un gran da fare per comunicarsi attivamente agli stizzosi mormoratori del prossimo, i quali, se qualcuno avesse manifestazione lacrimogena superiore alla loro, si lascerebbero ispirare parole di conoscenza molto simili a velenose frustate da infliggere ai malcapitati concorrenti.

Ovviamente questi sono dettagli per colui che, non ancora esplicitamente santo, può vantare ancora qualche piccolo difetto di percorso, giusto per mantenersi in umiltà di fronte a siffatte eroiche virtù.

Luogo che vai, usanze che trovi, e certo a una così organizzata armonia degli egoismi non potrà sfuggire il formatore, l'i