In
quel dove Cinosarge si recò nella camera ardente in cui
molti veneravano la salma di un defunto ritenuto, quando
era in vita, un grande sapiente morto in odore di
santità.
"Anche Lei qui, maestro?", gli chiesero i
discepoli del defunto, consci dei suoi rari spostamenti.
"Mi hanno detto che è morto un sapiente. Non avendolo
conosciuto in vita, almeno che ne conosca il valore da
morto. Portatemi nella di lui casa", rispose Cinosarge
ai discepoli.
"Guardi Maestro: questa la sua immensa biblioteca. Là
il suo tavolo da lavoro, là gli scaffali dei libri
partoriti dai suoi studi di teologia e filosofia", gli
illustrarono.
"Portatemi alla cassaforte", rispose Cinosarge.
"Ma maestro, Lei non voleva conoscere la sapienza del
nostro onorato defunto?", gli dissero stizziti i
discepoli.
"Perché, voi dove riponete le vostre ricchezze? Negli
scaffali o in luoghi nascosti e sicuri?", rispose
Cinosarge.
Lo portarono quindi alla cassaforte e la aprirono.
La trovarono semivuota.
"Ecco, costui si è grattato la testa per tutta la
vita con questi libri, tanto da arrivare a scriverne un
numero incalcolato, e, in tutto questo gran sapere, non
ha saputo trovare un qualche cosa che valesse la pena di
chiudere nel segreto di una cassaforte. Se avesse avuto
solo la sua biblioteca, il mondo avrebbe lodato il suo
sapere, ma la sua vanità gli fece acquistare una
cassaforte che, però, il cuore non ha saputo riempire...
ed io ho fatto solo un giro a vuoto".
***************************************************************** 28/10/07
- COMMENTO AL VANGELO DOMENICALE
Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Luca
18,9-14.
Disse ancora questa parabola per alcuni che presumevano di
esser giusti e disprezzavano gli altri:
«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e
l'altro pubblicano.
Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: O Dio, ti
ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri,
ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano.
Digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto
possiedo.
Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava
nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto
dicendo: O Dio, abbi pietà di me peccatore.
Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a
differenza dell'altro, perché chi si esalta sarà umiliato e
chi si umilia sarà esaltato».
Il
Nuovo Testamento è un libro adatto agli spiriti forti, agli
avventurieri, a chi non sa che farsene dei sentimentalismi
da femmina lagnosa ed isterica o dei cavilli logici da
scolastici incalliti.
Nel
Nuovo testamento il vero ed il falso sono presentati in
termini ideali ed i traviamenti proposti in grande scala: si
ammonisce contro l'ipocrisia, si avverte contro le false
dottrine, si punta il dito contro la menzogna illusoria di
un fatto apparente, ecc... Insomma, faccende toste per gente
che vive con un pugnale spirituale fra i denti.
Strano
a dirsi, però, di tutte quelle cose di cui il mondo è
eccessivamente sommerso e da cui è maggiormente
rappresentato, il Nuovo Testamento pare non tenerne conto
per nulla. Sproloqui, miserie, mediocrità, sciocchezze,
insulsaggini, ridurre anche le cose più nobili a luogo
comune, giocare al cristianesimo... di tutto ciò il Nuovo
Testamento tratta in termini proporzionalmente ridotti.
Grande
cosa l'uomo per questo Cristo, che conta l'eccelsa verità
come rivolta ad un essere eroicamente buono, così come conta
la più rigida giustizia rivolta ad un essere eroicamente
cattivo. Tra i due modelli una specie di vuoto. In qualche
modo il pedante, il mediocre, la mezza tacca sembrano
passarla sempre liscia, ed è sulla base di questo giochino
che noi oggi abbiamo facoltà di riempire le chiese dei più
eterogenei babbei.
Se non
si tocca il fondo, così come idealmente presentano i
Vangeli, allora è ancora possibile farcela e beatamente
piazzarsi in mezzo a quella scompigliata massa, che
assomiglia al vero cristianesimo solo perché essa
incontestabilmente non professa altra religione, per quanto
essa rappresenti il cristianesimo ancor meno di una
qualunque eresia.
Il
fatto è questo: tanto in alto sta il vero cristianesimo,
sopra tutti gli errori e traviamenti eretici, così
altrettanto in basso, sotto tutte le eresie ed i
traviamenti, sta la moscia emulazione di un cristianesimo
falsato nel proprio cuore, fiore marcio e secco, avvelenato
da quel grande ed immenso idealistico male presentato nei
Vangeli: l'ipocrisia.
Il
Nuovo Testamento si rivolge agli eroi del bene come agli
eroi del male, a coloro che hanno in volontà di incarnare la
pienezza della loro scelta. Ai mediocri, alle mezze tacche,
agli instabili sentimentali dalle emozioni intense ma
superficiali, ai cattedratici freddi e razionali che hanno
ridotto il cristianesimo ad una faccenda filosofica, ai
chiacchieroni da ambone che distorcono il messaggio
evangelico aggiungendo od omettendo a seconda della
circostanza, no, il Nuovo Testamento non trova il tempo di
rivolgersi loro.
Riempire le chiese di simili cuori equivale a tradire il
cristianesimo nel modo più marcio, perché in essi non vi è
alcuna proporzione tra alto e basso, ma esiste solo una
rappresentazione di ciò essi vogliono trovare nel
cristianesimo: salvezza a basso costo e nel modo più comodo
possibile.
Noi non siamo quelli che
riescono a pensare solo in mezzo ai libri. E' nostra
consuetudine pensare all'aria aperta, camminando, saltando e
danzando, preferibilmente su monti solari o sulla riva del
mare.
La prima grande questione
di valore, relativamente a libri, uomini e musica, è: "E'
costui in grado di camminare, e più ancora di danzare?".
(cfr. Nietzche).
Ogni specie di maestria la
si paga a caro prezzo su questa terra; si è uomini della
propria specialità al costo di essere anche le vittime di
questa, ma tutti vogliono diversamente, vogliono una maniera
più conveniente, soprattutto più comoda, non è vero miei
signori?
Kierkegaard: "La vera
serietà si ha solo quando un uomo, con la capacità contro la
voglia, è costretto da qualcosa di superiore ad assumersi un
determinato lavoro, ovvero: con capacità, controvoglia".
22/10/07
- FRAMMENTI DI CAOS, UMANITA' E ALTRE SCIOCCHEZZE
1)Nel
porsi immediatamente a se stesso, l’uomo vuole in modo
frammentato, confusionario. Nel chiedersi cosa esso voglia,
non sa dare un prospetto definito. Alla domanda su cosa
voglia realmente l’uomo, potremmo rispondere: “Tutto:
il piacere e gli infiniti piaceri, anche il dolore per il
piacere del dolore, la vita e la morte, questa cosa e la sua
contraria, ogni cosa e la sua contraria. L’uomo pensa e
vuole indefinitivamente, instancabilmente, quasi
perdutamente: quando non pensa, pensa di non pensare: quando
non vuole, vuole di non volere; ed ogni desiderio, ogni
volizione ha quasi sempre un margine di indefinibilità”
(Michele Federico Sciacca).
2)Sinteticamente
si potrebbe dire che il volere, nella sua immediatezza, è il
caos, e ciò è dovuto proprio a quell’unione di corpo e di
spirito che costituisce la natura umana. E’ la stessa
molteplicità delle nostre potenze vitali e intellettuali che
paradossalmente arriva a confonderci, investendoci in un
vortice di pensieri confusi, passioni e sentimenti
contraddittori, al punto che, talvolta, è difficile
distinguere dove finisca la nostra caoticità e inizi quella
degli altri.
3)Questo
spiega perché, nel momento in cui si tenta di sintetizzare
la vita di un uomo, colta nei suoi momenti più diversi, essa
appare irregolare e contraddittoria, successione
ininterrotta di eterni ritorni che, ad un tempo, tentano di
negarsi vicendevolmente con elevazioni e cadute
esistenziali, apparendo come stati incompatibili eppur
coesistenti e compenetrantesi.
4)Nonostante
ciò è pure da considerare come questo insieme di indefiniti
istinti porti con sé, nel suo profondo, l’inclinazione
all’ordine, tendente a voler unificare e orientare
l’istinto, nella molteplicità delle sue potenze. Ciò spinge
l’uomo a specificarsi in un proprio orientamento, così che
la riflessione, collaboratrice, affinatrice e purificatrice
dell’istinto, riesce a dare equilibrio e priorità in
funzione della sua forza equilibrante. La caoticità
primordiale giunge, quindi, ad un ordine, convergente in
un’unità comprensiva di tutte le potenzialità umane. Ad
esempio, il movimento fisico, prima grezzo ed involontario,
si fa ora coordinato.
5)E’
grazie alla funzione normativa della ragione che tutto quel
caos, presente ad ogni momento dell’esistenza, si va più o
meno lentamente ordinando, chiarificandosi in modo sempre
più netto, opera di un continuo lavoro del proprio spirito,
concepito come l’unione di volontà ed intelligenza, senza
che esso sia mai definitivamente compiuto.
6)L’ordine
profondo, che giace sotto il caos iniziale di sentimenti,
pensieri e volizioni, si chiarisce mano a mano che l’uomo
scopre il suo lato spirituale, ovvero proporzionatamente al
processo di conquista di se stessi, alla luce della
consapevolezza del significato e della finalità della
propria natura.
7)L’anarchia
primitiva, di cui si è appena parlato, tende a ripresentarsi
a più riprese in ogni attimo dell’esistenza, anche nelle
attività più nobili dell’uomo. Infatti ciascuna forma di
attività umana, al suo sorgere, tende a rendersi esclusiva,
talvolta proclamando una norma autonoma da tutto il resto,
così che, ad esempio, l’attività conoscitiva pretende di
costituirsi distaccata dalla morale, così come la morale è
tentata di staccarsi dall’attività raziocinante, per poi
ritrovare a loro volta l’estetica, l’economia, ecc., anche
loro aspiranti ad imporsi in una dimensione autonoma,
rivendicando a spada tratta la propria indipendenza,
causando in tal modo un vicendevole indebolimento nella
stabilità della persona.
8)E’
l’ordine interno dello spirito che, invece, cerca di tenere
ciascuna attività nella norma del suo processo, ma non è
opera facile ordinare tutto secondo il giusto equilibrio, in
armonia e in concorrenza, in modo tale che tutte le attività
umane convergano in direzione di un unico fine.
9)Le
proprietà dello spirito permettono che la contemporaneità di
molteplici elementi, anche se inizialmente escludentesi
vicendevolmente, arrivino infine a convergere in un insieme
solidale, orientato verso un unico fine, per quanto sempre
nella specificità della natura di ogni singola parte.
10)In
definitiva, tutto quell’insieme di impulsi, istinti,
sentimenti, ragioni, principi e quant’altro, i quali hanno
inizialmente tendenza ad escludersi l’un l’altro, si
ritrovano infine fusi dal potere sintetico dello spirito,
unione di volontà ed intelligenza, e ciò sia che riguardi
l’attività morale, sia quella intellettiva o estetica.
11)Ciò
che si dovrà evitare sarà il permettere ad un apparente e
viziato ordine di dare origine ad un’unione falsata o solo
apparente delle diverse componenti che costituiscono l’uomo,
al fine di non giungere ad una percezione alterata di sé
stessi.
12) E’ per questa proprietà
ordinatrice e di sintesi che l’atto spirituale, inteso come
unione di volontà ed intelligenza, va detto: integrale,
proprio perché ogni separazione di specifica funzionale è
comunque veicolata dall’atto spirituale, in un insieme
compenetrante e cooperante per un unico fine.
13)Assodato
questo, è pure giusto osservare che, tra queste diverse
facoltà dell’uomo, non regna certo la pace, ma piuttosto
continue battaglie, seguite da sudati armistizi: ad esempio,
la ragione interviene per frenare gli impulsi, mentre questi
le resistono con tenacia e ribellione.
14)Si
può dire senza tema che il dinamismo della vita spirituale è
talmente complesso che oltrepassa di gran lunga la pura
logicità astratta e la capacità di razionalizzazione
dell'uomo.
15) Ogni forma di attività
tende ad essere una specie di dispotica imperatrice, così
che il filosofo tende a farsi sopraffare dalla razionalità,
il matematico dalle formule, lo scienziato dalla
sperimentabilità, ecc., per cui la molteplice complessità
della realtà rischia sempre di essere vista da un solo punto
di vista e filtrata da lenti deformanti a causa della loro
pretesa esclusività.
16) Incapace per struttura di
veicolare ogni aspetto di se stesso ad un ordine armonico
per via strettamente intellettiva, all'uomo necessita una
dimensione soprarazionale che, come sapiente demiurgo,
arrivi anche laddove la ragione non può spingersi. E' là,
nell'anima di ciascuno, dove il cuore riposa e, ad un tempo,
minaccia tempesta. E' là, dove il nostro sguardo rimane
contemplativo, che si genera la dimensione vissuta in
profondità ed intensità dell'esistenza e tanto sarà più alto
e nobile un ideale, tanto sarà più severa ed esigente la
coscienza nel richiedere obbedienza ai molteplici elementi
caratterizzanti l'uomo.
17) Un ideale che non
appartiene ai libri, ma al segreto del re che ciascuno
conserva gelosamente dentro di sé.
Oggi l'uomo non ha più questa dimensione soprarazionale
dello spirito, non riconosce più un ideale al cospetto del
quale formare la propria persona, o, almeno, non si constata
più alcuna corrispondenza tra le dichiarazioni di ideale e
le azioni che ne dovrebbero seguire.
Oggi c'è solo caos.
18/10/07 - QUANDO GLI "ODI"
DIVENTANO TROPPO "FREDDI"
Una convergenza di fatti mi
hanno recentemente portato a riascoltare una serie di
affermazioni del Prof. Odifreddi a proposito delle Sacre
Scritture e questioni correlate.
Di solito non entro in
merito a bagarre di natura svalvolatamente sofistica, ma
l'arroganza mista ad una corrodente presunzione e ad un
scricchiolante metodo critico, solleticano un mio senso di
onesto disappunto, seppur empiricamente inutile.
E' evidente che il
Professore genera le sue accuse alla fede su base
scientista, ovvero quella degenerazione della scienza
sperimentale che applica il proprio metodo a tutte le
branche del sapere, fino ad arrivare a confondere i campi
del "come" e del "perché". In altre parole la scienza non
deve limitarsi a spiegare il come un fatto si
sviluppa, ma, con il medesimo metodo, si deve spingere a
dare valori di giudizio sul fatto in se stesso. Se, quindi,
lo scienziato sa spiegare gli stadi evolutivi della vita di
una persona (nascita, vita, morte), egli si può permettere
di giudicare il perché una persona vive, che, su base
prettamente scientifica, si riduce ad un fattore di
causa-effetto biologico.
Un metodo ampiamente
superato sui libri, largamente diffuso nelle categorie di
pensiero del "camice bianco" medio. Se hai un titolo di
studio scientifico, quindi, hai libero accesso alle sentenze
su religione, etica, morale, politica, avvalorando il tuo
giudizio con il proverbiale "... tu non sai chi sono io".
Si può dire che lo
scientismo è una forma di fanatismo invadente quanto
dittatoriale, vista la sua ostinata assolutizzazione di una
porzione della realtà, proprietà di qualunque ideologia nota
e meno nota.
Un vero problema, almeno
alla luce del fatto che per instaurare una reale dialettica
è necessario partire da presupposti comuni, che, nella
fattispecie, consistono nella negazione a priori di ciò che
non ha dimostrazione empirica e nella volgare imposizione
dei propri schemi laddove il proprio interlocutore ne ha
applicati altri. E' come se un filosofo andasse in ospedale
e volesse operare un'appendicite dopo essersi letto la
Metafisica di Aristotele: squarterebbe il paziente come il
più psicopatico degli assassini.
Se Odifreddi si fosse
limitato a criticare l'atteggiamento degli uomini di chiesa,
non credo ci sarebbero stati problemi: una voce illustre tra
le tante, ma, ahimé, la pretesa di spezzettare con elegante
mediocrità di contenuto scientista un colosso filosofico e
teologico come il Cristianesimo, fa ricadere tale tentativo
nella categoria della risibilità.
Sarà che i numeri non sono
soggetti ad interpretazione, sarà che lo sono solo in parte,
ma è pressoché minimale l'impegno personale di un critico
nel cercare di attribuire ai testi il senso che l'autore
darebbe loro, ovvero tentare di far risalire un segno al suo
originario significato intenzionale, che, nella sacra
scrittura, non è certo logico-matematico.
Il Professore probabilmente
non ha capito che la sacralità è ciò che segue ad una
ierofania, ovvero ad una autorivelazione che il proprio
spirito compie attraverso una manifestazione di fatto in cui
esso trova soprannaturalità, ovvero incontrovertibilità
razionale a prescindere. Un meccanismo che, per restare in
tema, ha applicato anche il Nostro, seppur in termini
rivolti alle categorie scientifiche.
Ciò verso cui si orienta
con più forza il cuore, sia essa una religione rivelata, sia
la scienza, sia il proprio ego, siano i trenini elettrici,
sia il bene, sia il male, o qualunque altra cosa esistente
e/o inesistente, ha sempre un significato che oltrepassa la
materia e la storia, le quali altro non fanno che adattare
simboli e significati ad una struttura antropologica
dell'uomo, che, per quanto storpiata e stereotipata, non può
fare a meno di rifarsi ad una trascendenza.
Il mondo religioso si muove
sempre entro le categorie di sacro e profano, in cui la
sacralità è riconosciuta come la vera realtà, contrapposta
alla profanità in quanto ingannevole.
L'unica comprensione della religiosità, quindi, è la
religiosità stessa, all'interno della quale il cuore crede
incondizionatamente, ma, ad un tempo, rivolge i suoi
interrogativi ad un intelletto perpetuamente speculante ed
indagatore, al fine di dare verità di conoscenza oltre che
bontà di cuore a ciò che si è abbracciato.
Esulare da tali categorie
significa alterare la comprensione di ogni fede, portando
un'eventuale critica ad uno spostamento di baricentro del
discorso reale.
Odifreddi, perciò, non ha
compiuto alcuna critica reale alla religiosità cristiana che
non sia ampia manifestazione della sua idolatria della
scienza e della logica, a loro volta elevate a religiosità
contrapposta al Cristianesimo.
Nessuna religiosità, in quanto considerata nel proprio cuore
come rivelata, può scardinarne un'altra sfondandone le porte
con le proprie categorie, ma, al massimo, testimoniarsi
nelle proprie manifestazioni, buone e cattive, al fine di un
sincero confronto.
La religione è laddove è il
nostro cuore. Se a Odifreddi non crede a Cristo e preferisce
pregare la scienza logica è libero di farlo, ma imporre la
sua arroganza totalitaria è giusto l'attuazione di quello
stesso atteggiamento che tanto critica all'interno della
Chiesa.
L'idea di scrivere un libro
è ancor oggi la carota che smuove i muli. Imbrattare di
inchiostro delle pagine bianche pare abbia un fascino
irresistibile per chiunque.
Mi muovo tra i blog di alcuni amici, ed ogni tanto scopro
che qualcuno ha strizzato l'occhio a qualche editore
scanzonato, disposto a pubblicare qualunque poccio
letterario pur di ottenerne un vantaggio.
Il principio sublimante della scrittura non smette di
affascinare con i suoi luccichii circensi le anime borghesi,
spiriti informi dominati da sentimenti intensi ma
superficiali, intelligenze barocche, pronte ad elaborare
capriole stilistiche, ma prive di una qualsiasi proporzione
tra forma e sostanza.
Poi vengono i professori, gli accademici, i fraudolenti
mestieranti della cultura, i dotti quanto inutili parolai di
soluzioni insipienti ed impraticabili se non all'interno del
loro ottuso sapere...
Forse è a costoro che Platone dedicava questo passo sulla
scrittura: "Oh, non verità di sapere, mera apparenza di
sapere tu concedi. Ne verranno uomini che nozioni molte
anche ne sapranno, ma senza maestro; uomini che hanno l'aria
di pronunciar giudizi su infinite cose, ma che non sanno
nulla, per lo più. Uomini ombrosi e boriosi! Saccenti, non
saggi".
La scrittura è divenuta hobby, lo scacciapensieri del
borghese medio, lo sfogo del depresso, la sciocca confidenza
dell'eccentrico, l'inutile diarrea verbale della femmina, la
boria dell'incravattato.
Scrivere è uno slancio aristocratico, la proporzione
sapiente dell'essenzialità dell'essere.
Oggi tutti scrivono perché la modernità ha reso l'editoria
materialmente approcciabile a tutti, così che "lo stupido
istruito ha un campo più vasto per praticare la propria
stupidità" (Gomez Dàvila).
E' un tempo in cui le
parole mi appaiono ancor più del solito come una specie di
inutile occupazione borghese.
Vago spesso per siti e blog di ogni natura e stampo e mi
piacerebbe eguagliare la prolificità letteraria dei loro
autori, ma articolare un discorso mi è divenuto un impegno
pesante, forse per una mia incapacità di trovare sollievo in
esso.
Parlare e scrivere sono
giochi che a lungo andare stancano, almeno per coloro per cui
non è sufficiente il compiacimento di ascoltarsi o leggersi,
per riavvalorare pratiche dalle finalità buone ma dai
risultati incompiuti. Infondo una parola è una parola: il
contenuto è proprio di chi parla/scrive e di chi
ascolta/legge, così come le relazioni che intercorrono tra
le parole, e sono scettico nel tratteggiare una linea
realmente comunicativa tra due o più individui che già non
si conoscano sufficientemente per intendersi senza parlare o
scrivere.
Esperienze di vita comune,
amore, sofferenza, privazione, sacrificio, vissuti in una
concreta partecipazione... questi gli unici veri, reali e
tangibili vasi comunicanti attraverso cui la persona rende
giustizia al proprio impegno di scambio di pensiero e
sentimento, poiché solo attraverso lo stesso dolore e lo
stesso amore il gesto e la parola si tingono delle medesime
sfumature.
In se stesse la
comunicazione orale e scritta sono ipomnematiche, ovvero
altro non fanno che richiamare alla memoria un sapere già
appreso attraverso un vissuto segreto, intimo e personale.
Dire "Dio" equivale ad affermare tanti significati quanti
sono coloro che leggono, e non sarà certo una dogmatica
comune o una buona dote oratoria a rendere omogenea la
comunicazione, perché ciascuno, nonostante la dottrina
accomunante, avrà una differente esperienza di quel Dio e,
perciò, ciascuno relazionerà il discorso compiuto a
categorie di pensiero anche molto lontane dalla primitiva
intenzione dell'autore.
Parlare, scrivere... usi
così diffusamente sopravvalutati da costituire l'anima della
società moderna, dove "ogni spiritualità si
converte in profitto e la felicità di vivere è falsa come
l’arte che la esprime" (K. Jaspers).
Parlare, scrivere,
lanciarsi in grandi discorsi sono le pratiche dei grandi
esteti contemporanei, dove ciascuno ama ascoltare la propria
voce e leggere il parto del proprio intelletto; sono le
pratiche dei depressi e megalomani, i quali sfogano ansie,
repressioni, illusioni, frustrazioni e egocentrismi in fitte
grafomanie altisonanti; sono le pratiche degli ideologi,
servi dei mostri sacri di vecchi e nuovi sistemi di
pensiero, a cui ogni aspetto razionale ed irrazionale, di
una realtà vera o schizofrenica deve sottostare, per amore o
per forza; sono le pratiche dei mercenari della pubblicità,
dei politici corrotti, dei religiosi vuoti ed ignoranti, di
coloro che possono nascondere l'impropria occupazione di
spazio in questo mondo solo attraverso i fumi neri delle
loro verbosità.
Parlare e scrivere: queste
le occupazioni del mondo che comunica, ma si tiene lontano
dal relazionarsi, poiché ciò vorrebbe dire vero amore in
vera sofferenza.
I politici scoprono
internet. Sull'esempio di Beppe Grillo sono molti coloro che
hanno constatato che la rete porta consensi e, con un po' di
pelo sullo stomaco, è possibile passare indenni dagli
insulti e dalle critiche inevitabili.
E' una nuova psicoterapia politica per colui che invia e per
coloro che ricevono. Il primo potrà sbizzarrirsi, di tanto
in tanto, nella solita maniacale propaganda personale,
sfociante nel culto della persona, ed i
secondi potranno finalmente guarire dalla frustrazione
democratica del non contare assolutamente nulla, vista la
possibilità di comunicare, per mezzo dei commenti, con
questi fantasmagorici personaggi.
Poco importa se sono loro o qualche portaborsa a rinfrancare
gli spiriti oppressi degli elettori e a rispondere alle
provocazioni sputate dagli avversari. L'importante è che
finalmente ciascuno possa dire la propria su tutto e tutti,
direttamente agli interessati, o almeno così è piacevole
credere.
E così la politica cambia
nuovamente volto. Non più ingessati ed irraggiungibili
umanoidi istituzionalizzati, ma maglietta, sigaretta e
tastiera, per continuare a non cambiare assolutamente nulla,
ma, stavolta, con la soddisfazione di quel giustiziere che pensa:
"però gliele ho cantate!".
Per una comunità cristiana,
in un'epoca come la nostra, ci sono due pericoli inversi:
quello di cercare la santità solo nel deserto ed il pericolo
di dimenticare la necessità del deserto per la santità.
Il pericolo è non vedere la sorgente, un Dio flagellato e
volto in derisione, crocifisso.
Le cose buone son d'uso difficile e nulla è più difficile da
usarsi della morale.
Gli uomini fanno spesso
cattivo uso della morale, poiché richiede di applicare le
sue regole alla propria condotta, cosicché si arriva ad
interpretare le cose affinché la facciata celi nel miglior
modo possibile un fondo di egoismo.
La prima condizione di una
buona morale è d'esser giusta.
L'uomo che teme Dio deve impiegare i migliori mezzi a
disposizione, esaminando attentamente il contesto, per fare
in modo che questi mezzi non portino conseguenze deleterie.
Orientata al bene la volontà e l'impegno, stia in pace. Il
resto riguarda Dio.
Non basta sapere che cosa è
bene, ma è necessario volere quel bene che si comprende e
perciò attuarlo.
Che senso ha piangere sui
singoli aspetti della vita se la vita stessa è in séuna
valle di lacrime? Non si fa altro che incalzare in nuovi
mali, ancor prima di aver saldato il conto coi vecchi.
L'uomo: un vaso che va in
pezzi ad ogni scossa e ad ogni urto, un corpo fragile, nudo,
privo di difese, bisognoso dell'aiuto altrui, bello solo per
un'estetica della piacevolezza, ma sempre preoccupato delle
sue troppe necessità, angosciato ed ansioso della propria
conservazione, fino al giorno della sua estinzione.
La nostra condizione esige
una vita coraggiosa fin dall'inizio, poiché non è fattibile
continuare ad incolpare i fatti senza tentare di cambiarli,
quando, il più delle volte, ne siamo stati responsabili o li
subiamo in maniera passiva, per non andare a lavorare sugli
aspetti di noi stessi che troppo radicalmente intaccano il
nostro status.
Basta, dunque, con lacrime
inefficaci, conforti illusori e lamenti sterili.
Se alle nostre lacrime non porrà termine una nostra
reattività ferma, costante e risoluta, per mezzo della quale
la giustizia sarà la coerente sovrapposizione del bene
compreso con quello vissuto, si continuerà a piangere le
lacrime di chi persiste ad essere causa del proprio male.
22/09/07
- AVIDITA' (Vangelo di domenica 23/09/07) Bloggato da PDBmaster
Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Luca
16,1-13.
Diceva anche ai discepoli: «C'era un uomo ricco che aveva un
amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di
sperperare i suoi averi.
Lo chiamò e gli disse: Che è questo che sento dire di te?
Rendi conto della tua amministrazione, perché non puoi più
essere amministratore.
L'amministratore disse tra sé: Che farò ora che il mio
padrone mi toglie l'amministrazione? Zappare, non ho forza,
mendicare, mi vergogno.
So io che cosa fare perché, quando sarò stato allontanato
dall'amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa
sua.
Chiamò uno per uno i debitori del padrone e disse al primo:
Tu quanto devi al mio padrone? Quello rispose: Cento barili
d'olio. Gli disse: Prendi la tua ricevuta, siediti e scrivi
subito cinquanta.
Poi disse a un altro: Tu quanto devi? Rispose: Cento misure
di grano. Gli disse: Prendi la tua ricevuta e scrivi
ottanta.
Il padrone lodò quell'amministratore disonesto, perché aveva
agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti,
verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce.
Ebbene, io vi dico: Procuratevi amici con la disonesta
ricchezza, perché, quand'essa verrà a mancare, vi accolgano
nelle dimore eterne.
Chi è fedele nel poco, è fedele anche nel molto; e chi è
disonesto nel poco, è disonesto anche nel molto.
Se dunque non siete stati fedeli nella disonesta ricchezza,
chi vi affiderà quella vera?
E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi
darà la vostra?
Nessun servo può servire a due padroni: o odierà l'uno e
amerà l'altro oppure si affezionerà all'uno e disprezzerà
l'altro. Non potete servire a Dio e a mammona».
L'avidità, la più poliedrica bagascia con cui il cuore
dell'uomo si intrattiene nei suoi più diversi connubi.
Come donna o uomo dalle splendide sembianze, seduce con il
piacere dello smodato possesso, che, con quel sorriso
ammaliante, sa giustificare con le eleganti ragioni del "non
si sa mai" per i più ipocriti, e del bel vivere per gli
altri, ma sotto quella pelle di color avorio e quel sorriso
plastificato, si nasconde lo sguardo traverso del
macchinatore, dello spilorcio arraffone, della mezza tacca
ossessionata in egual misura del piccolo e del grande, del
paranoico ossessionato dal gioco strategico
dell'accoltellarti ma in buona coscienza, del falso
schizofrenico che inventa parte della realtà per meglio
giustificare a se stesso il suo essere sporco.
Come il
peggiore dei drogati, l'avido arriva a non riconoscere più
alcun freno inibitore di possesso, e, attraverso contorte
macchinazioni della mente, alza sempre più la soglia
monetaria da raggiungere, considerando il prossimo come
nemico del proprio capitale e bandito contro cui difendere i
propri beni.
Dalle più svariate
sembianze, ora tronfio e lascivo riccastro, ora integerrimo
presenziante al rito domenicale, si aggira tra noi con i
suoi tentacoli, criticando in cuor suo una qualunque
erogazione di beni non strettamente necessaria alla
sopravvivenza (alla sua sopravvivenza), mentre, con raggi
penetranti, confronta i propri averi con quelli di chi ha
dinanzi, tremando nell'incontrare un bisognoso per paura di
dover privare la montagna dei suoi averi, per lo più
nascosti, di qualche spicciolo, ed incontenibilmente
invidioso nei confronti di coloro che hanno di più
arraffato.
Abili bugiardi, sanno
sostenere senza timore la sfida sacramentale, di fronte alla
quale elaborano scudi di protezione spaziali, che permettono
loro di uscire con il culetto profumato come un infante,
lontani dal problematicizzare il sacrilegio della menzogna
durante la confessione.
E' ovvio che se io imposto un discorso con le dovute
premesse, otterrò in tutta risposta la conseguenza
sillogistica di quanto ho posto premessa. Come liberi
interpreti sottopongono la loro situazione ad un'analisi
anche troppo dettagliata, ma alla cui base si negherà
visceralmente di avere un problema di dipendenza o,
tuttalpiù, si accuseranno terzi come colpevoli
dell'incresciosa situazione, scavalcando serenamente il
problema per cui ciascuno è responsabile per se stesso del
male che compie e che, di fronte ad ingiustizia, ci si trova
nel dovere morale di contrapporcisi, opportune et
inopportune.
Come satrapi godono
nell'ammirare la propria ricchezza, ma allo stesso tempo
gemono di dolore e frustrazione, poiché esso non è ancora
abbastanza. E' così che crollano nella condizione di
insicura agitazione, frastornati da falsi problemi che
percuotono loro la mente che comunque, al giusto momento,
non esiteranno ad erigere a fondamento razionale delle
proprie azioni.
Vittima di se stesso,
l'avido libera endorfina ad ogni nuova conquista di
capitale, anche minima, e sprizza bile ad ogni euro versato.
Egli si definisce "parsimonioso", anch'essa libera
interpretazione della parola, originariamente rifacentesi
alla virtù della temperanza, che, in ogni caso, presuppone
distacco dai beni che si amministrano.
Come un alter ego di un
super eroe americano, tiene segreto, anche agli intimi, il
proprio bottino, di cui nessuno deve sospettare il possesso,
e che, in caso di decesso, nessuno verrebbe mai a scoprire
se non in caso di autopsia, poiché è nel cuore che egli
conserva il suo vero malloppo.
E' al denaro che l'avido
innalza la propria preghiera ogni giorno. Poco importa se
esso viene chiamato dio o diavolo. "Dio" è una parola: il
contenuto viene aggiunto a seconda di ciò che ciascuno ha
nell'anima. Se una persona è avida, nella preghiera la mente
penserà al suo dio, ma il cuore si rivolgerà, volente o
nolente, a Mammona.
Sui libri è possibile leggere ciò che si vuole ed è anche
possibile circunnavigare il pianeta all'ascolto di grandi
predicatori, ma non è la dottrina né l'intenzione che nasce
dalla mente che fa diventare buoni, ma lo spoglio reale di
se stessi e l'intenzione prontamente attuata nata dal cuore.
L'avido è colui che si è
voluto drogare e persiste nella sua fuga dalla
disintossicazione.
La sentenza è: colpevole.
15/09/07
- QUESTIONE D'INTELLIGENZA Bloggato da Lady Hawk
Percezione, memoria,
apprendimento, sono processi mentali complessi che entrano
in gioco contemporaneamente e concorrono, in misura diversa,
insieme ad altri meccanismi, ad identificare un proprio
sviluppo razionale.
La razionalità "fluida",
potremmo definirla come un patrimonio logico innato che ogni
individuo porta con sé dalla nascita, un insieme di
attitudini diverse per risolvere con ordine logico i
problemi che la vita comporta.
La razionalità "cristallizzata" è il bagaglio di competenze,
di abilità, di informazioni acquisite nel corso della vita,
in un determinato contesto, applicato alla propria memoria,
che subentra in cooperazione della prima, ma cadremmo in un
grave errore se volessimo identificare tout court le
capacità razionali appena espresse con il talento
dell'intelligenza.
L'intelligenza non è la
capacità di riflettere, ma il dono di vedere la verità.
La riflessione razionale, affinché non diventi vuota e
fumosa ideologia di basso borgo, ha necessità di ergersi
sulla visione della verità su cui riflette, ha necessità di
esperirla e viverla con costante coerenza di vita.
E' attraverso la profonda incarnazione delle proprie
certezze che la ragione trova forza e diritto di elaborare
evidenze, mentre il semplice sollazzo della mente (ludo
mentis), porta ad un mastodontico impianto razionale, ma
privo di una visione esistenziale.
La visione è data dalla
sincera ricerca di una vita scevra di attaccamenti a valori
secondari, per una totale dedizione a ciò che si reputa
degno di totale dedizione del proprio vivere.
Sincerità del cuore, coerenza e risolutezza, i mezzi per
dare al cuore la possibilità di ampliarsi a sufficienza, per
contenere il prezioso dono dell'intelligenza, eternamente
espandibile, poiché eternamente profonda è la verità da
vedere.
"Visione" è un termine di
matrice mistica, ma nella nostra accezione è utilizzato al
fine di dimostrare come l'intelligenza non sia ridotto al
misero indottrinamento nozionistico del dotto, ma risieda
nell'anima, ove intelletto e sentimento collaborano
all'unisono e senza distinzione, equilibrandosi
vicendevolmente, permanentemente rivolti alla descrizione di
quella verità su cui si dilungano nel riflettere, ma a cui
non sono giunti per via puramente riflessiva.
Non è detto, perciò, che colui che è dotato di grandi
capacità razionali sia necessariamente più intelligente del
semplice, poiché se la logica fa capo alle capacità
sillogistiche della mente, l'intelligenza si riferisce a
profondità e ad altezze che chi non possiede, per sua
propria mediocrità dell'esistere, non può far altro che
tentare di comprendere componendo sistemi di riflessione
astratta.
Vivi ciò che hai intuito
per vero e con il tempo giungerai a vedere più a fondo,
tanto da aggiustare quelle parti imperfette che la sola
intuizione iniziale non può conoscere con chiarezza.
Modificati ogni qual volta riterrai di aver aggiunto un
tassello di verità e, purificato dalle sofferenze, saprai
vincere anche sui dotti e gli intelligenti, poiché più
semplice e forte è la parola di colui che vive e vede,
rispetto a quella di colui che si limita a riflettere.
Argomento
correlato:
16/12/2006 – CONTEMPLANDA ALIIS TRADERE
Bloggato da
PDBmaster
La via della formazione è un passo obbligato, almeno per chi
intende percorrere l'irta dimensione della profondità, ma se
lunga e perigliosa è la via di chi si mette in cammino, cosa
aspetterà colui che aspira ad essere guida di altre persone?
Gli antichi predicavano che ciò che un allievo può imparare
dal suo maestro, non è altro che la sovrabbondanza del suo
sapere e del suo essere. In altre parole ritenevano che solo
ciò che l'istitutore ha in sovrappiù possa essere
concretamente recepito dal discepolo. Contemplanda aliis
tradere sostenevano i saggi di un tempo tramontato.
Le scuole gesuite sorte in pieno periodo contro-riformista
usavano selezionare i loro precettori in base alla loro
preparazione, ma primariamente a seguito di una verificata
maturazione umana e di una adeguata irreprensibilità, metodo
che supponeva il principio di fondo per cui il sapere
acquisisce la sua prorompenza in base all'assimilazione ed
alla personalizzazione che di esso se ne è fatto. Inutile
conoscere se poi non si hanno i mezzi per gestire con
intelligenza ed equilibrio il proprio sapere, poiché ogni
cosa presuppone una sua propria influenza su se stessi e
sugli altri.
La superbia gonfia gli uomini di intelletto, portandoli ad
una presunzione che implode in un'ottusità arrogante ed
astratta. Un mancato scambio tra la conoscenza e le energie
vitali portano alle formulazioni ideologiche utopistiche o
decadenti, ma pur sempre fragili come i propri progenitori,
nonostante la forma esagitata.
Una cultura non filtrata dall'ingenua meraviglia
dell'infante, ma soprattutto non vagliata dal fuoco
incandescente della sofferenza rimane amorfa, astratta,
polverosa, riservata agli intellettuali da salotto, adatta a
moltiplicare le contorsioni acrobatiche di una società
aggrovigliata nei suoi assiomi sospesi.
Insegnare, ricordare, meditare, riflettere, conoscere...
vivere: le arti di una profondità a cui si è voluto
sostituire il superficiale e vispo nozionismo da super
quiz, strutturalmente incapace di specchiare la sua terrena
imperfezione con i modelli iperuranici di un mondo da
riformare, così letteralmente impotente da non aspirare più
alla fertile sovrabbondanza a cui aspira l'essere più
intimo di ogni uomo.
E' così difficile trovare veri formatori, perché nessuno è
più disposto a provare con il fuoco la validità delle sue
idee, perché nessuno è così innocentemente idealista da
essere disposto a sovrabbondare nella profondità dell'anima.
Mente e cuore: vasi comunicanti che l'uomo moderno ha reso
compartimenti stagni, per più facilmente accettare ciò che è
e meglio lamentarsi per ciò che ha.
11/09/07
- EVOLUZIONE DELLE PAROLE Bloggato da PDBmaster
Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Luca
6,20-26.
Alzati gli occhi verso i suoi discepoli, Gesù diceva: «Beati
voi poveri, perché vostro è il regno di Dio.
Beati voi che ora avete fame, perché sarete saziati. Beati
voi che ora piangete, perché riderete.
Beati voi quando gli uomini vi odieranno e quando vi
metteranno al bando e v'insulteranno e respingeranno il
vostro nome come scellerato, a causa del Figlio dell'uomo.
Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché, ecco, la
vostra ricompensa è grande nei cieli. Allo stesso modo
infatti facevano i loro padri con i profeti.
Ma guai a voi, ricchi, perché avete gia la vostra
consolazione.
Guai a voi che ora siete sazi, perché avrete fame. Guai a
voi che ora ridete, perché sarete afflitti e piangerete.
Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo
stesso modo infatti facevano i loro padri con i falsi
profeti.
Gandhi
osservava che le parole, al pari degli esseri umani, "si
evolvono gradualmente nel loro contenuto. Per esempio, il
contenuto della parola più ricca - Dio - non è uguale per
ciascuno di noi", ma varia con l'esperienza di ogni
singolo.
Le Beatitudini hanno una
così insondabile profondità che mi rende curiosa la
competenza professorale dei contemporanei, così fumosamente
dialogata dalla verbosità modernista e così tragicamente
astratta dalla rigidità tradizionalista. In mezzo ai due
poli la solita stalla di babbei, dall'intelletto
sodomizzato dal proprio dogmatismo, malato di conflittualità
di interessi..
E' l'eterno ritorno di
una tragedia annunciata, ovvero lo spostamento del
baricentro sostanziale di un discorso, al fine di
utilizzarlo come dimostrazione di un postulato teoretico.
Ed ecco che, ad esempio, la povertà materiale diverrà la
sola via perfetta per chi vuole giungere all'imitatio
Christi, mentre il ricco putridume borghese avrà già
incaricato un teologo venduto, al fine di dimostrare che "la
povertà" è da intendersi in senso solo spirituale.
Con clave spirituali si
bastonano come trogloditi, per avere l'orgoglio dell'ultima
parola e quindi per poter imporre la propria teoria (che
rimane sempre e solo teoria) su quella del prossimo, nulla
guadagnando se non la stoltezza e nulla perdendo se non il
tempo.
Preti, filosofi, teologi
e vari branchi a seguito, amano creare vere e proprie scuole
di Beatitudini, avanzando con il pugnale tra i denti che
sorridono la migliore interpretazione che sia mai stata
partorita sotto il cielo. Ah, non che gli altri sbaglino,
ma, diciamocelo, il vostro modo di concepire le cose è
sicuramente più evoluto.
Infine, diciamocelo, il
Cristianesimo è divenuto il sistema morale verso cui si ama
argomentare. Razionalista od irrazionalista, esso è il
postulato da cui si parte e a cui si arriva, a seconda dei
contenuti che si vogliono evidenziare, ovviamente a difesa
di una consacrata mediocrità.
Il nostro è il mondo dei
professori, di quelli che tutto bollano e tutto inscatolano
in un manuale, ora vuota robaccia letteraria, ora rigido
precetto istituzionalizzato.
Chissà che la Beatitudine non sia altro che la risultante di
una coscienza risolutamente ferma nel Bene, capace di
partorire, per la sua unicità incarnata in un'irripetibile
persona, forme sempre nuove e diverse di grandezza dello
spirito, senza dover essere assoggettati a sistemi morali e
a scuole teologiche. Chissà che la Beatitudine di un'anima
se ne infischi dei nevrotici rituali da ossessionati della
forma, ma, nella rispettosità di questi ultimi, ne diventi
vera e più essenziale espressione, attraverso l'espressione
esistenziale di ciò che altri proclamano a parole. Chissà
che la Beatitudine non sia né una causa, né un mezzo, né un
fine, ma solamente una grazia gratuitamente ricevuta, a
seguito della costante fedeltà al Bene, anche nelle
questioni più minute.
Inutile dilungarsi.
Ciascuno dà ciò che ha, in base all'evoluzione interiore
percorsa da parole che sono uguali per tutti nella forma, ma
che l'uomo d'eccezione sa rendere grandi, opportune et
inopportune.
E tu, le Beatitudini le
pensi con la ragione o le descrivi per visione del cuore?
30/08/07
- COMMENTO AL VANGELO DI DOMENICA 01/09/07 Bloggato da PDBmaster
Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Luca
14,1.7-14.
Un sabato era entrato in casa di uno dei capi dei farisei
per pranzare e la gente stava ad osservarlo.
Osservando poi come gli invitati sceglievano i primi posti,
disse loro una parabola:
«Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al
primo posto, perché non ci sia un altro invitato più
ragguardevole di te
e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: Cedigli il
posto! Allora dovrai con vergogna occupare l'ultimo posto.
Invece quando sei invitato, và a metterti all'ultimo posto,
perché venendo colui che ti ha invitato ti dica: Amico,
passa più avanti. Allora ne avrai onore davanti a tutti i
commensali.
Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia
sarà esaltato».
Disse poi a colui che l'aveva invitato: «Quando offri un
pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi
fratelli, né i tuoi parenti, né i ricchi vicini, perché
anch'essi non ti invitino a loro volta e tu abbia il
contraccambio.
Al contrario, quando dài un banchetto, invita poveri,
storpi, zoppi, ciechi;
e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai
infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».
Il
problema è che, a lungo andare, non mi basterà più la mia
ironia per non risultare banale, poiché anche gli spiriti
più ottusi capiranno che il mio sarcasmo si erige sulla
sproporzione che viene a crearsi tra il dire ed il fare, tra
il pensare e l'agire, tra il comprendere e l'attuare, tra il
sentire e l'essere, tra il percepire ed il concretizzare,
tra la schizofrenia spirituale e la mistica, tra l'isteria
di massa e la fede comunitaria, tra la sensazione ed il
sentimento, tra l'intensità emotiva ed il sentimento
profondo, tra il dispiacere ed il pentimento, tra la
passeggera sincerità emozionale di un momento e la costante
imperturbabile dell'anima.
... E come divertimento
domenicale, il Vangelo gioca a sparare sulla croce rossa,
ovvero su coloro che non hanno né mezzi né attenuanti per
difendere un formalismo travolgente, conclamato dal loro
essere piccoli nel cuore, bassi nello spirito, mediocri
nella vita.
E' faticosamente
argomentabile l'ipotesi di tacciarmi di indebito giudizio,
quando nel mio dire non esistono tracce di riferimenti a
fatti e persone. Più semplice la via che io posso
intraprendere, qualora dovessi interpretare la stizza
generata dalle mie parole, in spiriti rimasti nascosti ed
anonimi tra le righe, ma evidentemente più svegli di quanto
vogliono sembrare nel cogliere le parole a loro rivolte.
Eh già, non è
scimmiottando una perfetta genuflessione o esclamando ai
quattro punti cardinali una barbara esplosione emotiva che
si mette a posto la propria reputazione di buon cristiano.
Più che delle parole e della forma, è la nascosta ed operosa
attività di donazione di beni spirituali e materiali a far
scalare la via del Monte Carmelo, è il sincero distacco
dalla lode, dal consenso, dall'essere ricercati, dalla
reputazione, dall'essere notati, dalla voglia di apparire,
dal piacere conseguente all'azione, dai ringraziamenti, dal
risultato ottenuto, dall'appropriazione di merito,
dall'onorificenza, dal riconoscimento, dalla mansione
occupata, dall'orgoglio, dai gonfiori dell'umana sapienza,
dalla presunzione, da quell'incommensurabilmente piccolo
mondo che ci siamo costruiti e a cui non permettiamo a
nessuno né di smontare né di fuoriuscire.
L'ipocrisia, quel
mastodontico castello di rigidità formali oltre le quali non
si è disposti ad accettare il diverso, illumina i passi dei
seriosi genuflettenti adoratori della propria idea di Dio
come quelli dei selvaggi festaioli lodanti il piacere che in
loro si crea nel lodare un Dio sufficientemente bislacco da
concedere perdono e misericordia come fossero monetine che
escono inavvertitamente dalla tasca dei pantaloni.
Cialtroni spirituali
vestiti a festa, sfilano egocentrici e ben retti sulla
schiena, attenti al numero degli occhi su di loro puntati,
così da sostenere ancor più la compunzione di rito
prestabilita o da improvvisare una fibrillazione esteriore,
a segno di un overdose di Spirito Santo.
Ancor oggi voglio
illudermi che un giorno, nell'imprevista circostanza della
quotidianità, un uomo indistinto dagli altri per
esteriorità, mi si avvicini con atto confidenziale e, con le
sue rozze e non ricercate parole, mi traducesse il suo
vissuto con l'equilibrio puro ed essenziale, somigliante ad
un redivivo Giovanni della Croce:
« Per
giungere a gustare il tutto, non cercare il gusto in niente.
Per giungere al possesso del tutto, non voler possedere
niente.
Per giungere ad essere tutto, non voler essere niente.
Per giungere alla conoscenza del tutto, non cercare di
sapere qualche cosa in niente.
Per venire a ciò che ora non godi, devi passare per dove non
godi.
Per giungere a ciò che non sai, devi passare per dove non
sai.
Per giungere al possesso di ciò che non hai, devi passare
per dove ora niente hai.
Per giungere a ciò che non sei, devi passare per dove ora
non sei. »
29/08/07
- E DIO CREO' LA DONNA Bloggato da PDBmaster
Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Marco
6,17-29.
Erode infatti aveva fatto arrestare Giovanni e lo aveva
messo in prigione a causa di Erodìade, moglie di suo
fratello Filippo, che egli aveva sposata.
Giovanni diceva a Erode: «Non ti è lecito tenere la moglie
di tuo fratello».
Per questo Erodìade gli portava rancore e avrebbe voluto
farlo uccidere, ma non poteva,
perché Erode temeva Giovanni, sapendolo giusto e santo, e
vigilava su di lui; e anche se nell'ascoltarlo restava molto
perplesso, tuttavia lo ascoltava volentieri.
Venne però il giorno propizio, quando Erode per il suo
compleanno fece un banchetto per i grandi della sua corte,
gli ufficiali e i notabili della Galilea.
Entrata la figlia della stessa Erodìade, danzò e piacque a
Erode e ai commensali. Allora il re disse alla ragazza:
«Chiedimi quello che vuoi e io te lo darò».
E le fece questo giuramento: «Qualsiasi cosa mi chiederai,
te la darò, fosse anche la metà del mio regno».
La ragazza uscì e disse alla madre: «Che cosa devo
chiedere?». Quella rispose: «La testa di Giovanni il
Battista».
Ed entrata di corsa dal re fece la richiesta dicendo:
«Voglio che tu mi dia subito su un vassoio la testa di
Giovanni il Battista».
Il re divenne triste; tuttavia, a motivo del giuramento e
dei commensali, non volle opporle un rifiuto.
Subito il re mandò una guardia con l'ordine che gli fosse
portata la testa.
La guardia andò, lo decapitò in prigione e portò la testa su
un vassoio, la diede alla ragazza e la ragazza la diede a
sua madre.
I discepoli di Giovanni, saputa la cosa, vennero, ne presero
il cadavere e lo posero in un sepolcro.
Ah, meravigliosi i
fervorini sui peccati della carne, così sottilmente
elaborati da far sembrare il problema come una faccenda
riservata ai santi. Noi, miseri mortali, meglio non aspirare
a siffatta perfezione, perché gli uomini normali, si sa,
l'appetito lo devono soddisfare. Ed ecco, perciò, iniziare
le code domenicali dinanzi al confessionale, per assolvere
al rito dell'assoluzione formale, ove il sacerdote ascolterà
imperturbabile o, in casi di personalità più intransigenti,
richiederà esplicito pentimento per essersi masturbato
pensando a questa o quella puttanella d'alto borgo, entrambi
consapevoli che la vicenda si ripeterà alla prima
circostanza.
Chissà, forse la falsa
indifferenza dimostrata dal pastore d'anime, altro non è che
l'incapacità di risolvere tale problema anche con se stesso,
mentre cervelloticamente si interroga in modo perpetuo su
come i grandi santi possano aver dominato la propria
sessualità.
Visto che la madre dei preti sciocchi si trova a fare
ultimamente eccessivi starordinari, vediamo di trovare una
ragione che dia vita ad un metodo, sempre che codesti
ordinati abbiano voglia ed umiltà di lettura.
Poiché siamo su un blog
apertamente cristiano, non mi dilungo sulle ragioni per cui
i peccati della carne sono un male: per motivi di spazio mi
illudo che ciò sia chiaro.
Ai santi non orripilano
le donne in sé, ma il peccato che in esse portano e per
mezzo del quale sono motivo di caduta spirituale, ma un
simile atteggiamento non è una cosa che va ricercata
artificialmente: sarebbe davvero preoccupante se per
autoinduzione si giungesse ad un rifiuto della sessualità.
Simile comportamento andrebbe ad alterare gli equilibri
dell'uomo stesso, proprio perché si andrebbe semplicemente
ad incidere sul fattore psicologico, che, invece, deve
rimanere così come è.
Inutile e dannoso, quindi, combattere contro una normale
predisposizione umana, per quanto all'istinto vada sempre
contrapposta una ragionevole moderazione.
La via per giungere alla
reale castità si pone ad un piano più alto, sufficientemente
alto per arrivare dopo molte tappe.
La lussuria coinvolge a causa della sua vettorialità di
piacere: quando la consapevolezza del male giungerà ad una
profondità superiore all'intensità del piacere recato, sarà
sconfitta la lussuria.
Molte le battaglie da
vincere contro il male per giungere ad odiarlo.
I comportamenti volontariamente viziosi che si hanno sono
strettamente legati al piacere che ne riceviamo e la
rinuncia al piacere è una di quelle motivazioni che
impigriscono la volontà. Ecco, dunque, che una volta
iniziato un cammino reale di conversione è necessaria
costanza, poiché solo per mezzo di essa potrà scendere la
grazia disintossicante, attraverso cui quel piacere non sarà
più un vincolo.
Si procederà, quindi, per
tappe, attraverso le quali si riconoscerà sempre più
profondamente il male e si acquisirà un grado di
discernimento massimamente sensibile, da essere così
riluttante al male da rifiutarlo in ogni sua espressione.
La negazione della lussuria, a quel punto, non avverrà per
un rifiuto della sessualità, ma per un rifiuto di quella
costellazione di male che in essa sussiste e che non si
vorrà più né accettare né sopportare.
In tal modo le coppie sposate riusciranno a mantenere una
solida castità matrimoniale, ed i sacerdoti sapranno
superare quella dialettica psicologica su cui vengono
ingannati, per quanto la meta, così come sono predisposte le
volontà, non sia visibile ad occhio umano.
La lussuria non si vince
in un giorno, perché in un giorno non si arriva ad odiare il
male, ma essa può già essere vinta nel costante inizio di
una volontà risoluta contro lo sporco della propria anima.
28/08/07
- DUE PESI DUE MISURE Bloggato da PDBmaster
Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Matteo
23,23-26.
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima
della menta, dell'anèto e del cumìno, e trasgredite le
prescrizioni più gravi della legge: la giustizia, la
misericordia e la fedeltà. Queste cose bisognava praticare,
senza omettere quelle.
Guide cieche, che filtrate il moscerino e ingoiate il
cammello!
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pulite l'esterno
del bicchiere e del piatto mentre all'interno sono pieni di
rapina e d'intemperanza.
Fariseo cieco, pulisci prima l'interno del bicchiere, perché
anche l'esterno diventi netto!
Cosa
sarebbero le omelie senza i lezionari, senza quei
provvidenziali studi biblici che estrapolano gli astrattismi
più maniacali, senza quei libri che riescono a scovare ogni
parallelismo scritturale, riuscendo a collegare parole che,
unite insieme dal procacciatore di fumo, compiono il
miracolo di non voler dire nulla.
Ecco, quindi, che un
testo travolgentemente lapalassiano, si muta nel delicato
incanto dell'amore di Dio, che si permette di darci un
leggero buffetto, a mo' di sorridente ed amichevole
ammonimento.
Ciò che ulteriormente
tramortisce il buon senso sta in quella sottile omissione di
forma, che, come per magia, proietta il riferimento nei
confronti delle élite ad un pubblico molto più
generalizzato.
"Gesù ci dice", ecco la meravigliosa introduzione
dell'oratore spirituale, che inizia così il suo remare
lontano da acque pericolose. No, mio caro: Gesù dice
soprattutto a te, che ami pavoneggiarti come "sacerdote
per sempre al modo di Melchisedek", che se nel fedele è
condannabile l'ipocrisia religiosa, cosa si dovrà dire di
te, che ti ricordi del tuo ministero in proporzione alla
convenienza della circostanza? Per tua somma disillusione
l'investitura del sacramento sacerdotale non infonde alcun
carisma particolare, né rafforza i talenti naturali già
esistenti se questi non sono supportati dalla costante e
risoluta volontà di compiere il bene, "opportune et
inopportune".
Facile
schivare il problema con la scusa che i panni sporchi si
lavano in famiglia. E chi sono i fedeli se non la vostra
famiglia? Facile liquidare l'osservazione con quel ghigno di
infondata superiorità, che gonfia senza innalzare. Facile
bollare come nemici coloro che sollevano una critica
costruttiva. Facile ingannare il semplice con le tortuosità
velenose di una mente maliziosa. Facile giocare sporco
dietro alla clericale pazienza (collarino), atta a celare un
profilo umano segnato dai più imperdonabili compromessi
esistenziali e dalle verbosità più vantaggiose.
Certo,
meglio affidarsi alla prolissa retorica sfiancante che non
all'essenzialità del contenuto. Meglio adottare l'imitazione
di una voce ispirata, più simile a quella di un castrato,
che non la virile schiettezza del semplice. Meglio
dilungarsi sulla parafrasi della storia che non sulla
sostanza del messaggio. Meglio trovare esempi fuori da casa
propria (lavoro, politica, famiglia, ecc...) che non
navigare nelle pericolose acque di propria giurisdizione.
Carissimi,
il diavolo esiste, ma voi non dovete usargli la carità di
fare il lavoro al posto suo.
27/08/07
- C'ERA UNA VOLTA LA MEDIOCRITA' Bloggato da PDBmaster
Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Matteo
23,13-22.
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che chiudete il regno
dei cieli davanti agli uomini; perché così voi non vi
entrate, e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono
entrarci
.
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che percorrete il
mare e la terra per fare un solo proselito e, ottenutolo, lo
rendete figlio della Geenna il doppio di voi.
Guai a voi, guide cieche, che dite: Se si giura per il
tempio non vale, ma se si giura per l'oro del tempio si è
obbligati.
Stolti e ciechi: che cosa è più grande, l'oro o il tempio
che rende sacro l'oro?
E dite ancora: Se si giura per l'altare non vale, ma se si
giura per l'offerta che vi sta sopra, si resta obbligati.
Ciechi! Che cosa è più grande, l'offerta o l'altare che
rende sacra l'offerta?
Ebbene, chi giura per l'altare, giura per l'altare e per
quanto vi sta sopra;
e chi giura per il tempio, giura per il tempio e per Colui
che l'abita.
E chi giura per il cielo, giura per il trono di Dio e per
Colui che vi è assiso.
La massa,
ecco la fagocitante creatura che ha preso vita dal morboso
desiderio del plebiscito religioso. Come segugio ben
addestrato, il moderno oratore di vuota spiritualità suole
illuminare di fluorescenza il proprio volto ispirato, nonché
il sacro abito, talismano più volte rodato, utilizzato al
fine di scacciare l'eventuale titubanza degli ascoltatori
sulla pienezza dei contenuti espressi.
Ed ecco che si dà il via
ai più diversi repertori, a seconda del pubblico in ascolto:
c'è il cliché del fervorino, quello di cortesia, quello
carismatico, quello tradizionalista, quello a sfondo
sociale, quello per i mass media, e via via si discerne con
attento mestiere con quale pezzo esibirsi, per meglio
riscuotere il plauso dei paganti domenicali.
Il pastore di anime, ora
evoluto nelle spoglie del manager clericale in gran
carriera, esibisce con voce ispirata la sua irraggiungibile
promiscuità spirituale, ora frutto di una confusa
elaborazione degli astrattismi da lezionario, ora
abbagliante inconcludenza di chiara impronta introspettiva.
E' lui la moderna guida delle anime, è lui il sapiente
pastore di caproni da sagrestia.
Prima dell'esibizione
ufficiale, è richiesta una preparazione di molti anni.
Formatori addestrati ad ogni situazione, educano gli
aspiranti pastori a quella mediocrità che tanto egregiamente
sanno incarnare, fino a che l'allievo non supera il maestro
e diventa a sua volta formatore. Gran maestro della
mediazione e dell'incompetenza spirituale, conosce la
sapiente arte del predicozzo standard che, in ultimo, affida
la pia anima nelle mani di Dio, senza nulla indicare di
concreto che non sia la penitenza base da confessione, unita
a pompose benedizioni, giusto per sviare un po' il discorso.
Ecco quindi giungere, tra
i tanti insuccessi, la vera pecorella bisognosa di guida, ma
ahimé: essa dovrà fare i conti con il marcio discernimento
del pastore, che la ammucchierà insieme al resto del gregge
selvaggio, distruggendone le predisposizioni, umiliandola
nel profondo e gettandola nello sconforto di una fede
germogliante, bisognosa della sapiente mano di un dottore
dello spirito. E invece no: passeranno i giorni, i mesi e
gli anni, e quell'anima che aveva incontrato realmente un
moto sincero del cuore sarà pienamente omologata agli
sterili bovi, allevati ad immagine e somiglianza del loro
riferimento, a loro volta assai più attenti a gareggiare sul
numero di rosari recitati che non al più sostanziale
problema dei contenuti. Come attenti agenti segreti,
macchinano nel buio della sagrestia, al fine di decodificare
i messaggi subliminali insiti nel'inconcludenza oratoria del
pastore, che certamente celava una lode per il proprio
operato ed una critica all'acerrimo nemico di banco. Freddi
come iceberg, si trastullano a spacciare per sentimento la
propria instabilità emotiva, ben lontani dall'andare oltre
quella ibrida idea di dio creata nella propria testa, che si
gestiscono a seconda della circostanza.
Non c'è poi da
meravigliarsi se dai fronti avversi alla Chiesa si useranno
questi sterili bovi per esemplificare la ridicola condizione
ecclesiale.
Cari pastori,
permettetemi di usarvi consiglio nell'indicarvi un più alto
e profondo orizzonte personale, preferendo il silenzio agli
aborti espressivi ed inconcludenti che disperdono la forza
dell'esempio. Si lascino perdere i pizzi e merletti dei
pontificali, si lasci perdere il desiderio del consenso, si
lasci perdere la pigrizia della mediazione. Non sarò io ad
insegnarvi il mestiere del prete, proprio perché tale
ministero non è un mestiere, ma il servizio che vi
responsabilizza come riferimento delle anime, e, come tali,
vi carica del dovere di risultare autorevoli e sapienti
dottori degli spiriti. Ma come farete a curare i mali altrui
se prima non avete saputo riconoscere ed ammettere le
bassezze di cui colpevolmente vi fate carico? No, non è
questione di cultura o intelligenza. L'intelletto è una
proprietà insita nell'anima e la sua altezza si sviluppa
proporzionalmente alla profondità della volontà di permanere
costanti e risoluti nel bene. Ecco perché la mediocrità è
una colpa: perché è manifesta pigrizia del volere e perciò
volontario connubio con il peccato. Non esistono attenuanti,
solo aggravanti, e questo spazio, più che ai fedeli, è
dedicato a voi, che tanto danno vi permettete di recare col
vostro malsano accontentarsi.
Chi sono io per dire
questo? Uno che, semplicemente, vi vuole molto bene.
26/08/07
- QUESTIONE DI CATTEDRA Bloggato da
PDBmaster
Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Matteo
23,1-12.
Allora Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli
dicendo:
«Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i
farisei.
Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo
le loro opere, perché dicono e non fanno.
Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle
della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un
dito.
Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli
uomini: allargano i loro filattèri e allungano le frange;
amano posti d'onore nei conviti, i primi seggi nelle
sinagoghe
e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare
"rabbì''dalla gente.
Ma voi non fatevi chiamare "rabbì'', perché uno solo è il
vostro maestro e voi siete tutti fratelli.
E non chiamate nessuno "padrè'sulla terra, perché uno solo è
il Padre vostro, quello del cielo.
E non fatevi chiamare "maestrì', perché uno solo è il vostro
Maestro, il Cristo.
Il più grande tra voi sia vostro servo;
chi invece si innalzerà sarà abbassato e chi si abbasserà
sarà innalzato.
Un
discorso di certo non rivolto ai maniaci del dettaglio, ai
paranoici del manuale da confessione settimanale. Come alla
prima di uno spettacolo, ecco ritrovarsi ogni attore dietro
le quinte delle mura ecclesiali, tutti intenti a stilare la
sacra lista dei peccati commessi. Come abili certosini
insinuano i tentacoli dei propri neuroni fin nel più lontano
vicolo della memoria, in modo da pacificare i sensi della
scrupolosa coscienza, così attenta ad adottare eufemismi
adatti a non turbare l'opinione di buon cristiano che il
confessore ha su di essi.
Per le
cose più sostanziose, meglio orientarsi laddove è possibile
vantare il lusso dell'anonimato: al club ecclesiastico di
frequenza abitudinaria è meglio lasciare il peccato di
routine, quello che, seppur ostentato e senza alcuna volontà
di vincere, viene di buon grado accettato dal confessore,
perché tanto ha la caratteristica di essere comune e
diffuso, e, perciò, il confessarlo scade in una pura pratica
formale.
Come al
solito, ogni quisquiglia religiosa, viene ridotta ad un puro
fattore numerico e al modo di esporlo, accompagnando la
ricetta del pentito con un pizzico di vago dispiacere per
l'accaduto, piccola spezia aromatizzante che concede, senza
timore di rimanere delusi, la gioviale assoluzione del
confessore. Insomma, l'affrontare il sacramento della
confessione presenta lo stesso problema che ha l'idraulico
nel presentare la fattura al cliente, per ricevere quanto
pattuito: io vengo da te, faccio il lavoro, tu mi dai quanto
è giusto e magari la prossima volta ti faccio anche trovare
un bicchier di vino.
La
bassa bigotteria da una parte, l'aspirazione al potere
dall'altra: ecco le ali con cui il pipistrello dello spirito
si schianta in picchiata nei bassifondi dell'anima, per poi
non più risalire.
Gli
uni, vaghi e pressapochisti, concepiscono il peccato come un
nozionismo da riconoscere nell'azione, come un precetto da
ricordare, ma la cui trasgressione è facilmente risolvibile
per mezzo della confessione. L'oltraggio alla coscienza è un
problema oramai superato, visto il soffocamento di
quest'ultima sotto le macerie della superficialità
dell'intelletto e di una volontà senza onore.
Forse è
il caso di ricordare che per la coscienza non esiste alcun
precetto, se non quello di fare ciò che essa riconosce come
Bene e di evitare ciò che essa ritiene Male. E' quella la
suprema legge dell'individuo fatto Persona, mentre nel
permanere volontariamente vittima del suo pigro egoismo, si
getta nel formalismo morale di chi non riesce più a vedere
oltre l'apparenza. Ecco, quindi, comparire i precetti, gli
elenchi nozionistici da rispettare nella comunità e da
mostrare a quest'ultima per ricevere la patente di cristiano
dai supremi giudici della suprema commissione interna. Ecco
nascere le ossessionanti devozioni da recitare
quotidianamente, al fine di ottenere il più alto grado dei
gironi celesti: poco importa se poi si è corrosi
dall'invidia, dalla gelosia, dalla superbia, dall'avidità,
ecc., perché come le promesse del Cielo sono lette come
davanti ad un notaio, allo stesso modo le pratiche richieste
devono essere formalmente soddisfatte. Mai nessuno che si
chieda il perché della richiesta di quelle determinate
pratiche? Non sarà che esse vadano intese come propedeutiche
ad una riforma interiore, che, se inesistente, risultano
nulle anche le pratiche?
Il
lavorio spirituale, in sostanza, viene sviluppato in banale
forma estensiva, ovvero la capacità di comprensione di sé si
limita all'azione in se stessa e, di conseguenza, così viene
visto ed interpretato tutto il mondo che gira intorno.
La profondità, l'intima essenza della realtà spirituale, che
ci permette di conoscere la radice più vera della nostra
condizione, è una dimensione dimenticata, meglio, esiliata
dai cuori, perché essa costa sacrificio, riflessione,
ammissione di colpevolezza, riforma radicale di vita, ma
sarebbe disastroso scoprire che una nostra risposta
velenosa, vagamente esposta come un gesto di rabbia, possa
trovare la sua radice in un'inscalfibile invidia del
prossimo, vero? Ciò non è ammissibile, perché
significherebbe non potersi addossare quella non-detta
santità con cui si sfila pomposi per la chiesa e che
permette, altresì, di additarsi carismi soprannaturali,
mezzi assai proficui per compensare personalità deboli, così
vicini all'autosuggestione o alla bugia più becera, e torti
imperdonabili verso coloro che incarnano una reale
carismaticità.
Gli
altri, guide inutili dal profilo catastroficamente
incompetente, e che, incapaci di reali qualità da leader,
affondano l'imbarcazione su cui sono riusciti a portare
passeggeri ingenui e sprovveduti. Per un'incontrollabile
volontà di potere, gonfiano il proprio io fino a farlo
divenire pericolosamente instabile e, drogati dal
nauseabondo fetore dei propri errori e dei propri peccati,
ostentano danno negli altrui spiriti e colpa nella propria
anima.
Doppati dal proprio desiderio di primeggiare, coltivano
superbia ed egoismo, facendosi portatori sani di malattie
psichiche e spirituali di cui dovranno rendere conto.
L'unica
cattedra a cui bisogna aspirare è quella della nostra
coscienza su noi stessi. L'unico comando a cui si deve
aspirare è quello della profondità sulla superficialità.
Tutto il resto è lo scarto dello spirito con cui il nostro
peccato si adopera per costruire la novella Torre di Babele.
Passava per città e villaggi, insegnando, mentre camminava
verso Gerusalemme.
Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si
salvano?». Rispose:
«Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti,
vi dico, cercheranno di entrarvi, ma non ci riusciranno.
Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta,
rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo:
Signore, aprici. Ma egli vi risponderà: Non vi conosco, non
so di dove siete.
Allora comincerete a dire: Abbiamo mangiato e bevuto in tua
presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze.
Ma egli dichiarerà: Vi dico che non so di dove siete.
Allontanatevi da me voi tutti operatori d'iniquità!
Là ci sarà pianto e stridore di denti quando vedrete Abramo,
Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio e voi
cacciati fuori.
Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da
mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio.
Ed ecco, ci sono alcuni tra gli ultimi che saranno primi e
alcuni tra i primi che saranno ultimi».
Oggigiorno la questione è
diventata semplice: Dio ti ama, tu dici di amarlo ed il
gioco è fatto. Tutto quello che viene nel mezzo è
l'escamotage con cui si tenta di convincere se stessi e gli
altri che le due affermazioni suddette possono rientrare nel
verosimile. Perciò tutti pronti alla partenza, in attesa di
compiere lo scatto vincente che permetterà di conquistare il
maggior numero di pellegrinaggi, di devozioni, di
genuflessioni, di lodi a squarciagola, di osanna perpetui e
chissà cos'altro, che non mancheranno di farsi onorare come
i pii figlioli di Dio, che incolpevolmente commettono
qualche peccatuccio solo perché qualcuno ha scaraventato
loro addosso il malocchio.
Eh già, davvero
impensabile che l'instancabile servitore del prete possa
rendersi colpevole di qualcosa che vada oltre la venialità
più involontaria, poiché la mentalità comune vuole che
all'azione faccia capo un'intenzione e se l'apparenza è
buona, tale deve essere anche la sostanza. Suvvia,
diciamocelo in confidenza: è una credenza dalla ben
congegnata ipocrisia, quasi che, da ingenui santarellini
sprovveduti, non si sia mai fatto nulla per convenienza, per
piacevolezza, per soddisfazione, per primeggiare, per
egocentrismo, per pacificazione della coscienza, per
ambizione, per abitudine, per tanti motivi che avevano poca
relazione con la pia osservanza che pubblicamente si amava
mostrare.
Ipocriti fino al midollo
si innalza la lode a Dio per gareggiare su chi stila una
migliore poetica, su chi ha una voce più ispirata, su chi
riesce a fare semplicemente più baccano. Una perpetua lotta
a chi riuscirà a percepire un'intensità emotiva maggiore,
infischiandosene se quella percezione altro non è che un
idiota sovraccarico emotivo. Inutile spiegare, inutile far
ragionare, poiché quelle lacrime avranno sempre un solo
nome: Spirito Santo, il quale sembra si dia un gran da fare
per comunicarsi attivamente agli stizzosi mormoratori del
prossimo, i quali, se qualcuno avesse manifestazione
lacrimogena superiore alla loro, si lascerebbero ispirare
parole di conoscenza molto simili a velenose frustate da
infliggere ai malcapitati concorrenti.
Ovviamente questi sono
dettagli per colui che, non ancora esplicitamente santo, può
vantare ancora qualche piccolo difetto di percorso, giusto
per mantenersi in umiltà di fronte a siffatte eroiche virtù.
Luogo che vai, usanze che
trovi, e certo a una così organizzata armonia degli egoismi
non potrà sfuggire il formatore, l'i