SENZA VERITA’ SI PERDE LA RAGIONE

Brad Gregory, professore di storia contemporanea all’università di Notre Dame ripercorre le tappe storiche e culturali che hanno portato alla crisi della ragione occidentale e al relativismo, con un invito a ritornare al riconoscimento di una verità comune a tutti gli uomini che prescinda o, meglio, salvaguardi la particolarità di ciascuno

L’epoca moderna è caratterizzata soprattutto per un cambiamento di mentalità nell’indagare la realtà. Quali sono gli avvenimenti fondamentali che hanno procurato questa trasformazione?

Il più radicale cambiamento della storia, relativamente recente, inizia nel XVI secolo quando sorge la problematica del Protestantesimo. Soprattutto nei paesi nordici, per ovvi motivi, questo cambiamento si è particolarmente radicato. La caratteristica di tale periodo, che va dal 1520 fino alla metà del 1700, sono le numerose guerre. Conflitti che si scatenavano in parte per motivi politici, ma soprattutto per motivi religiosi fra cattolici e protestanti. Sia i cattolici sia i protestanti continuavano a combattersi nel nord Europa con forte pretesa di dominio l’uno sull’altro. Tale situazione generò, sia a livello intellettuale sia nella sensibilità collettiva, il desiderio di trovare un fondamento comune del vivere civile che si basasse su qualcosa di avulso dalla religione. Da qui la pretesa di pensare che un simile fondamento potesse essere la sola ragione umana.
Cartesio, nonostante fosse cattolico, iniziò questo processo di rifondazione della conoscenza della realtà solo sulla ragione, tenendo da parte la religione. Questo però è solo un aspetto teorico.

Qual è allora l’aspetto pratico?

Certo. Ad affiancare una base teorico-sociale ci furono famose e importantissime scoperte scientifiche che cominciarono a cambiare il modo dell’uomo di approcciarsi alla realtà. Iniziò la tecnica e l’oggettivazione della natura come campo di studio. Questo interesse per la materialità andò di pari passo con l’interesse per la materia, il materialismo. Dal XVI secolo in avanti quello che prima era un peccato, ossia la dedizione e il desiderio rivolto a cose materiali, cominciò ad essere considerato come una vera e propria virtù.

Perso il ruolo di supremazia della religione, la gente si dedicava ad accumulare cose, e la ricchezza divenne una virtù della modernità.

In cosa soprattutto cambiò il concetto di conoscenza?

La trasformazione della conoscenza si ebbe soprattutto nel periodo legato alla Rivoluzione Industriale, alle nuove scoperte scientifiche. L’uomo cominciò a investigare la natura e alla lunga a maneggiarla. Assumendo la ragione come criterio di dominio sulla natura l’umanità ha esponenzialmente allargato le proprie conoscenze anche se su un versante relativo soltanto al metodo scientifico. Assoggettando alla scienza l’intero creato, l’umanità in quanto parte di esso, ha iniziato a indagare scientificamente anche sé.

E a diventare a sua volta oggetto della sperimentazione scientifica?

Sì. Basta vedere come siamo arrivati a manipolarci con la genetica. Il fatto che non ci siano più valori morali condivisi e che le leggi moderne consentano di fare qualunque cosa, come vendere i propri ovuli, è la dimostrazione della riduzione dell’uomo a oggetto del dominio scientifico.

Se non ci sono più valori morali condivisi la moralità non ha più senso, da qui il via libera a tutte le sperimentazioni possibili e immaginabili che purtroppo conosciamo. Non c’è più niente di moralmente condiviso

La ragione moderna è sfociata nell’ultimo secolo in numerosi esiti speculativi, talvolta contrapposti. Fra questi sembra prevalere una visione relativista della verità. Quanto ne ha risentito l’educazione?

C’è una tendenza pericolosa molto diffusa oggi. Si parte dall’assunto che esiste il pluralismo, perché siamo tutti diversi (di razza, di colore, di appartenenza linguistica o religiosa), e questa è una verità insindacabile. La tendenza pericolosa è collegare questa verità con il relativismo, ma pluralismo e relativismo sono due cose diverse. Il pluralismo è innegabile, ma per conoscerlo e accettarlo non significa che sia da collegare al relativismo. Se noi non vogliamo essere relativisti dobbiamo sfidare la società contemporanea a riconoscere e differenziare l’oggettività di bene e male, di giusto e sbagliato, l’autorità dunque di una verità condivisa, umana. Il tentativo che è stato fatto di basare tutte le regole dello stato solo sulla ragione logica evidentemente non ha avuto un grande successo.

Dal XVI secolo si è voluto da una parte reggere la ragione da sola e dall’altra di reggere la morale solo sulla bibbia e non sulla tradizione della Chiesa. Entrambi i tentativi sono stati un fallimento. Perché in entrambe le direzioni non hanno voluto prendere in considerazione il problema dell’autorità.

Robert Hollander ha dichiarato, in un’intervista rilasciata a ilsussidiario.net, che l’impoverimento culturale in atto nell’educazione americana è sconcertante e che il declino sta cominciando anche qui in Europa. A quale motivo attribuisce questa tendenza?

Il problema principale dell’educazione è quello che ho sollevato alla fine dell’ultima risposta, cioè quello dell’autorità. Se viene infatti sostenuto che l’autorità è ogni singola persona ognuno è autorità di se stesso.

Non è possibile separare l’educazione dalla cultura, dalla politica dalla religione e dalla società. E proprio perché ciò è impossibile assistiamo, col degenerare di uno di questi aspetti, al declino di tutti gli altri. Storicamente bisognerebbe guardarle molto più indietro di quanto non suggerisca questa domanda. L’inizio infatti di questo declino l’ho precedentemente indicato nel XVI secolo. Ma è pur vero che fra gli anni ’60 e ’70 c’è stata un’accelerazione molto più evidente di questo processo, in particolare a causa dell’ideologia, della tecnologia, dei media e della comunicazione.

Lei ha scelto di lavorare presso l’università di Notre Dame, dopo un’esperienza passata a Stanford. Trova che l’educazione cattolica sia propedeutica a una conoscenza davvero universale?

Quello che adesso i cattolici devono realizzare è una profonda comprensione della loro realtà particolare. La questione dell’educazione cattolica è molto diversa a seconda del contesto in cui si richiede. Ma proprio perché cattolica sa essere universale. Non esiste una scoperta scientifica o una convinzione filosofica che sia mai stata in grado di contraddire quanto la fede cattolica afferma. Chi sostiene il contrario non conosce il cattolicesimo, ma questo è proprio il rischio. Credo che la missione dei cattolici sia proprio quella di non aver paura di confrontarsi con le idee critiche. Un confronto che dall’incontro con secolarismo parta da una certezza di fondo sulla verità della fede. Nel mio piccolo quotidianamente pongo grandi domande e grandi sfide alle presunte certezze della società laica di oggi.

(da ilSussidiario.net)

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LIBRI – IL CRISTIANESIMO COSI’ COM’E’

C.S. Lewis, grande studioso del Medioevo e romanziere fantascientifico, si trovò a un certo punto della sua vita a essere, come egli stesso osservò con affilata ironia, «forse il più depresso, il più riluttante convertito d’Inghilterra». Ma che cosa lo aveva obbligato a passare da una posizione di cauto agnosticismo alla fede? Il cristianesimo così com’è, cioè quel nucleo irriducibile in cui si intrecciano pensiero, emozione e gesto – e che sta dietro a tutte le disparate divergenze dottrinali, a tutte le dispute ecclesiastiche. È questo il nucleo che rende «naturalmente cristiano» chiunque sia nato in Occidente negli ultimi duemila anni.
Come raccontare, come rendere evidente tutto ciò? C.S. Lewis volle usare la massima immediatezza, obbligandosi a parlare nel modo più semplice delle cose ultime. E il risultato fu una riuscita impressionante. Così queste conversazioni radiofoniche, che risalgono agli anni Quaranta, sono rimaste ineguagliate: soprattutto per la perspicuità con cui rendono palpabili i più ardui problemi teologici, mostrandoceli nella loro vera natura di possenti cunei conficcati nella circolazione della nostra mente. Da essi, che lo vogliamo o no, non possiamo prescindere: e allora, insinua Lewis, tanto vale che ce ne lasciamo illuminare.
I testi che compongono questo libro apparvero per la prima volta negli anni 1942, 1943 e 1944, e furono poi riuniti in volume, in una nuova versione riveduta e ampliata, nel 1952.

C.S.Lewis – Il cristianesimo così com’è – Adelphi

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RU486: ABORTIRE SENZA DISTURBO

A casa non disturba nessuno: così fanno sparire l’aborto

Con la diffusione della Ru486 l’aborto è destinato a scomparire. Solo dalla scena pubblica, però: le donne continueranno ad abortire, ma lo sapremo solamente dai dati di vendita delle pillole, e dal numero dei certificati rilasciati. Il fine dell’aborto farmacologico è sempre stato lo stesso, prima ancora della Ru486: anche nelle sperimentazioni iniziali fatte solo con le prostaglandine (quelle che adesso sono il secondo farmaco per l’aborto chimico) si cercava di far abortire le donne a casa, per liberare finalmente medici e ospedali e lasciare che le donne se la sbrigassero da sole. Prima della legalizzazione c’erano ‘mammane’ e medici compiacenti, un ambulatorio clandestino o un tavolaccio. Con la pillola invece si può fare tutto da soli.

La decisione di usare la Ru486 va presa velocemente, perché la pillola si può usare solo nelle prime sette settimane di gravidanza e non c’è tempo per fermarsi a pensare, o per incontrare qualcuno che possa aiutare a non abortire. Ma soprattutto non c’è bisogno dell’ospedale per ingerire una pillola. In Francia la Ru486 si ingoia davanti al medico convenzionato, che poi consegna il secondo farmaco – quello che si prende due giorni più tardi per far venire le contrazioni – e gli antidolorifici, il foglietto con le istruzioni e il numero di telefono dell’ospedale più vicino a casa, casomai ce ne fosse bisogno.

Un ‘aborto medicalmente assistito a distanza’: questa dovrebbe essere l’espressione corretta. Ricevuto tutto la donna andrà a casa, e se tutto ‘va bene’ dell’aborto lo sapranno solo lei e il suo medico. Scatole vuote e foglietti si buttano, e anche il ‘prodotto del concepimento’ sparisce, nello sciacquone del bagno: con la Ru486 l’aborto diventa quasi invisibile e non lascia traccia, tranne che nella vita della donna.

Se qualcosa va storto e si deve correre in ospedale, il problema dell’obiezione di coscienza non si pone più, perché tutti i medici hanno, ovviamente, il dovere di soccorrere una donna con un’emorragia in corso. È un aborto facile solo per chi non lo fa, insomma, per chi ‘grazie’ alla Ru486, non se ne dovrà occupare più. Un fatto privato come un qualsiasi atto medico, che non deve riguardare nessuno, condotto in totale solitudine, che adesso però si preferisce chiamare ‘privacy’.

È questo il vero motivo per cui c’è molto interesse a sostenere l’aborto farmacologico. E se la procedura è più lunga, dolorosa e incerta, peggiore in tutto rispetto al metodo chirurgico, non importa: stavolta le conoscenze mediche non pesano. I ‘benefici’ della società tutta, che dell’aborto privatissimo e a domicilio non si dovrà occupare più, saranno sempre maggiori dei rischi, che rimarranno a carico di ogni donna che sceglierà di abortire a casa sua, senza arrecare disturbo in corsia e facendo risparmiare sulla spesa sanitaria.

E se l’aborto è solo un atto medico, e la Ru486 un farmaco fra tanti, soggetto alle stesse regole di una pomata antireumatica, allora anche le morti sono poco importanti. Perché ogni farmaco è pericoloso, si sa, e chissà quante ne dovremo ancora contare, di donne morte dopo aver preso la Ru486, prima che qualcuno se ne preoccupi.

di Assuntina Morresi

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DON CAMILLO E PADRE BROWN: FRATELLI SEGRETI

Uno manesco ed emiliano, l’altro piccolo e inglese…
Ma ci sono molte analogie tra i reverendi creati da due umoristi e cattolici Doc Parlano gli esperti
di Roberto Beretta

Uno è grande e grosso, l’altro piccolo e minuto. Uno è cerebrale, l’altro manesco. Uno ha cura d’anime, l’altro sembra piuttosto sfaccendato… D’accordo: ambedue vestono la talare e spesso portano persino il cappello tondo dei sacerdoti pre-conciliari; ma come si fa a mettere fianco a fianco don Camillo e padre Brown, l’emilianissimo Guareschi e l’inglese Chesterton?

Sono «Scherzi da prete», appunto, come è stato intitolato il convegno di oggi a Peschiera: il primo tentativo di accomunare, sotto il medesimo denominatore dell’umorismo cristiano (anzi cattolico), due sacerdoti apparentemente diversissimi come il fine detective d’oltremanica, capace di risolvere i casi più intricati guardando gli indiziati negli occhi, e il parroco ruspante della Bassa, che i suoi «casi umani» li scioglie a suon di schiaffoni e col sereno cipiglio di un carrarmato.

Eppure, se lo strano connubio riuscisse, si formerebbe una bella coppia di complementari: uno tranquillo, l’altro irruente; uno solare, l’altro indagatore; uno perennemente immerso nelle penombre del giallo e tra i misteri della natura umana, l’altro affacciato sullo specchio abbacinante del grande fiume. Cerca di convincerci Paolo Gulisano, medico e recente biografo di Chesterton: «In realtà ci sono parecchi elementi che avvicinano don Camillo e padre Brown. Anzitutto i loro padri, entrambi umoristi e cattolici a tutto tondo, anzi apologeti, difensori di una fede tradizionale e realista. Certo: Chesterton era un convertito e Guareschi no; però in realtà anche la fede di Giovannino è stata conquistata sul campo».

E poi? «E poi tutt’e due erano grandi giornalisti: l’emiliano sul Candido e l’inglese col Gk’s weekly, settimanale da battaglia fondato insieme al fratello e ad Hilaire Belloc che affrontava con molta libertà l’establishment inglese. Due polemisti, dunque, che combatterono molte battaglie, ma sempre con grande rispetto dell’avversario; Guareschi in carcere disse di non odiare nessuno, e lo stesso accadde a Ches terton, uomo di somma bonomia. Particolare curioso: nella biblioteca di Giovannino, a Roncole Verdi, ho trovato i racconti di padre Brown con sottolineature

e punti esclamativi segnati a margine».

Non si può certo dire, però, che il padre di don Camillo abbia «copiato» dal collega britannico… Tra l’altro (come ha scoperto un altro dei relatori a Peschiera, il giornalista Alessandro Gnocchi) il parroco della Bassa ebbe parecchi ispiratori nella vita reale, tra i sacerdoti conosciuti da Guareschi. «Anche padre Brown ha due figure reali di riferimento: padre O’ Connor, pretino irlandese conosciuto da Chesterton prima della conversione, e Vincent Mc Nab, un vulcanico e reazionario domenicano irlandese che predicava in Hyde Park. Ecco, proprio da questo legame col vero deriva la consistenza dei due personaggi. Se padre Brown è l’alter ego del razionalismo disperato di Sherlock Holmes, e don Camillo è il contraltare di certi preti tutto dubbio e incertezza di tanti romanzi italiani, ambedue sono soprattutto l’incarnazione del buon senso che nasce dal realismo cristiano, della fede che si traduce nel comportamento più umano di tutti: la pietà».

I cattolici di solito sono accusati di non saper ridere; invece a questi due preti di carta l’impresa è riuscita. Come mai? Roberto Prisco, professore di statistica all’università di Verona e fondatore dei locali Gruppi Chestertoniani, s’avventura nell’ipotesi: «Ciò che fa ridere è il contrasto tra due piani logici diversi. Padre Brown – ad esempio – si presenta debole, grigio, cattolico, “insignificante come uno gnocco” (così lo descrive il suo autore); e invece è colui che sa cogliere il vero senso di fatti e persone. Rovescia le cose o almeno il modo di vederle. In don Camillo succede lo stesso: secondo la tattica comunista, le persone non sarebbero importanti e invece per Peppone il suo parroco diventa l’elemento prevalente; e viceversa. Don Camillo e padre Brown, insomma, rovesciano le ideologie, il rapporto tra ciò che co nta e ciò che non conta. E proprio il loro legame col trascendente rivela che le cose sono più di quello che sembrano».

Prendiamo la faccenda alle «spalle», allora: il sindaco Peppone e il ladro Flambeau. Molto diversi, almeno loro… «Anche qui la differenza è più apparente che reale – interloquisce l’avvocato Marco Sermarini, presidente della Società Chestertoniana Italiana –. È vero che ci sono connotati esteriori divergenti tra i due personaggi: Peppone ha mani grosse ed è quasi analfabeta, mentre Flambeau è dotato di parecchia ironia ed è un ladro internazionale raffinatissimo. È vero che Peppone resta sempre una “spalla” dialettica, invece Flambeau si converte al primo episodio e di lì in poi va verso la verità a braccetto con padre Brown. Però la sensazione è che tutt’e due i co-protagonisti abbiano la stessa serena attenzione alla realtà. Le disparità sono soltanto di carattere e di stile».

Una differenza macroscopica, tuttavia, esiste: don Camillo parla a tu per tu col Crocifisso, padre Brown invece al massimo recita il breviario… «Sì, il corrispettivo del Crocifisso non esiste in Chesterton, che preferisce rapportarsi a un’idea di ragione in tutto consona alla tradizione cattolica. Forse la sua tecnica un po’ distante dal pubblico italiano; ma se si oltrepassa la soglia “inglese” dell’apparente grigiore di padre Brown, si scopre un personaggio amante della vita e pieno d’interessi, capace di guardare la realtà attraverso le righe». Sta insinuando che agli italiani (i quali anni or sono, in un sondaggio, elessero don Camillo loro curato ideale) dovrebbero prendersi il sacerdote-detective come parroco? «Beh, padre Brown è un prete inglese e i cattolici inglesi sono particolari, data la consapevolezza di essere minoranza e la loro storia di perseguitati… Ma sì, credo proprio che un parroco come padre Brown sarebbe utile in Italia. E, d’altra parte, anche don Camillo farebbe molto bene a certi protestanti inglesi…».

Chesterton
Il prete-detective è la risposta al razionalismo di Sherlock Holmes, l’incarnazione del buon senso che nasce dal realismo cristiano
Un Brescello d’Inghilterra Gilbert Keith Chesterton (1874-1936) cominciò a scrivere i racconti di p. Brown quando non era ancora cattolico (passò alla Chiesa romana nel 1922); le prime due raccolte uscirono nel 1911, l’ultima nel 1927. Lo scrittore viveva a Beaconsfield, villaggio simile a una «Brescello inglese»; vi abitavano pochi cattolici e il prete diceva messa in un capannone. Fu Chesterton a farvi costruire una cappella.

Guareschi
In Mondo Piccolo le ideologie vengono rovesciate e si coglie il senso vero delle persone: le cose sono sempre più di ciò che sembrano
Dai racconti allo schermo Se Chesterton è Flambeau, Guareschi è don Camillo. Il parmigiano Giovanni Guareschi (1908-1968) aveva già alle spalle una notevole carriera di giornalista, scrittore, umorista e disegnatore sul «Bertoldo» quando inventò Mondo Piccolo e il suo parroco don Camillo. Il primo racconto della serie apparve il 23 dicembre 1946 sul settimanale «Candido»; ne sarebbero seguiti oltre 400, pubblicati in varie raccolte e sceneggiati in fortunati film.

Tratto da Avvenire del 27 settembre 2003

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UMORISMO, CONQUISTA DEL CRISTIANESIMO

“La letteratura antica non conosce – questo è caratteristico – l’umorismo, ma solo il comico:  l’umorismo è serbato al cristiano quale espressione della sua nuova libertà, che lo innalza, come creatura spirituale, sopra tutte le creature non libere” (Giuseppe Sellmair). E ancora:  “Noi siamo dei comici. Dovremmo vederci sotto questo aspetto. Solo l’umorismo, rosa o nero o crudele, solo l’umorismo può renderci la serenità”. L’affermazione è di Ionesco. Con essa il drammaturgo rumeno vuol ricordarci che la sola maniera di poterci consolare dell’infelicità di sentirci perduti in questo mondo votato alla morte è l’evasione nell’umorismo. Dunque, suggerisce:  ridere della nostra comicità di creature che non riescono mai a sentirsi a loro agio in un’esistenza tallonata dalla sofferenza e dalla morte; ridere per sfuggire alla disperazione e alla follia; ridere per non essere sempre costretti a vedersi dinanzi il muro del mistero (o dell’assurdo).
In realtà, molti testi teatrali di Ionesco fanno ridere, divertono, trasportano in mondi surreali:  si pensi a La lezione, Le sedie, La cantatrice calva, Il rinoceronte. Danno anche la serenità? Ne dubitiamo. L’umorismo, nero e crudele, che da essi si sprigiona, offre un divertimento che sa di desolazione.
È indubbio però che l’umorismo è un mezzo regale per stabilirci nella serenità. Esso fa parte della saggezza che è dono dello Spirito Santo; “occupa un posto molto importante nella vita religiosa”, anzi “è il sale della vita, e in un certo senso è il sale della vita religiosa, il quale la preserva da ogni guasto”.
Padre Benson non esitava a definire l’umorismo di santa Teresa d’Avila “dono divino”, dono che ha reso la vita di tanti santi un’avventura piena di fascino:  si pensi a Francesco di Sales, Tommaso Moro, Filippo Neri, Ignazio di Loyola, Papa Giovanni, Giorgio La Pira. Il Roche arriva ad affermare che “la storia di tante eresie è in molta misura una storia di perdita del senso dell’umorismo. Non si potrebbero altrimenti spiegare, lasciando da parte l’opera del demonio, certe loro aberrazioni e assurdità”.

Bisogna pertanto concludere che c’è umorismo e umorismo. Altro è l’umorismo di George Bernard Shaw, intriso di amara ironia, altro quello di Gilbert Keith Chesterton, sapido di saggezza umana e cristiana; altro l’umorismo di Voltaire, corrosivo e chiuso a ogni trascendenza, altro quello di Tommaso Moro, benevolo e illuminato da una sapienza superiore; altro l’umorismo di Cervantes, espressione dell’anima religiosa, altro quello degli scrittori dell’assurdo, riso amaro e soffocato.

Allora, quando c’è vero umorismo? E che cos’è l’umorismo? Definirlo non è semplice. Le sfumature, le sottigliezze, la varietà di significato che caratterizzano il termine impediscono una definizione precisa. Del resto ogni espressione di umorismo riflette diversità di cultura, di mentalità, di abitudini; non solo, ma esso è una proiezione dell’individuo. Ogni popolo ha una specifica forma di umorismo e ogni umorista una sua particolare fisionomia. Sintetizzando, gli elementi essenziali dell’umorismo – o del sense of humour, nella caratteristica espressione anglosassone – sono la capacità di cogliere i lati buffi e contraddittori della vita, ridendone con benevola comprensione, uno sguardo superiore che permette di vedere meglio e “oltre”; un’intelligenza nuova che relativizza e ridimensiona quanto si vorrebbe prendere per assoluto ed eccelso.

Si comprende subito che l’umorismo ha vari elementi in comune col comico, con l’ironia e col riso, ma che da essi si diversifica nettamente. Il comico si alimenta degli aspetti bizzarri della vita per divertire e divertirsi, l’umorismo nasce dalla scoperta delle miserie umane e si accompagna a un atteggiamento di comprensione, che compatisce e costruisce; fa anche divertire, ma soprattutto fa pensare.

L’ironia aggredisce, ferisce, distrugge anche; l’umorismo è indulgente, benevolo, compassionevole. Ma come l’ironia, il riso e il comico, l’umorismo prende le distanze dal soggetto, non per una reazione di difesa né per un senso di disprezzo o di rifiuto, ma per una nuova dimensione in esso scoperta. Agli occhi dell’umorista certi eventi o persone assumono aspetti diversi, capaci di suscitare nuovi punti di vista e di significato. Così una situazione seria si trasforma in una situazione buffa, e viceversa, in un’atmosfera di simpatia che avvicina le persone, le comprende, le affratella. Per realizzare tale spostamento di piani e acquistare questa nuova intelligenza, l’umorista deve poter disporre “di una certa saggezza umana, frutto di esperienza, e di una notevole capacità di osservazione sugli altri e su se stessi. Diciamo, se si preferisce, che nasconde un giudizio implicito, fondato su una concezione dell’uomo e dell’esistenza umana. Ciò probabilmente spiega perché il bambino è incapace di humour”.

Se l’umorismo fiorisce su una determinata concezione dell’uomo e dell’esistenza, bisogna dire che il cristianesimo ne è la sua più piena e più ricca espressione. Non per nulla Kierkegaard considera l’umorismo come l’estrema approssimazione dell’umano a ciò che è propriamente religioso-cristiano. C’è anche chi sostiene che soltanto nel cristianesimo è possibile una piena forma di humour.

In verità, esaminando attentamente la questione, si approda alla convinzione che cristianesimo e umorismo vanno perfettamente d’accordo, anche se, a prima vista, parrebbe vero il contrario.
Nonostante qualche accenno, il principale lavoro teologico sulla commedia è stato effettuato soltanto di recente, e può riassumersi nella nozione che sia per il cristianesimo sia per la sensibilità comica nulla va preso troppo sul serio. Il mondo è importante, ma non in modo assoluto.
“Come il buffone, l’uomo di fede può sorridere alle pretese del principe perché sa che il principe non è altro che un uomo che un giorno sarà ridotto in polvere”. Dunque, è umorista Dio? La risposta ci è data innanzitutto dal mistero dell’Incarnazione. Che Dio, eterno e infinito, del quale nessuno può vedere il volto e restare vivo (Esodo, 33, 20), che “abita una luce inaccessibile” (1 Timoteo, 6, 6), “alfa e omega” (Apocalisse, 1, 8),semper maior di quanto di lui si possa dire o pensare, supra quem nihil, extra quem nihil, sine quo nihil: che questo Dio assuma la natura umana e diventi uomo come noi; come noi soffra la fame e la sete, la solitudine e la malattia, il freddo e il caldo; subisca come noi la passione e la morte; si sottometta ai capricci degli uomini; che “con l’Incarnazione si sia unito in certo modo ad ogni uomo” (Gaudium et spes, n. 22), tutto ciò sconvolge la mente.
Ma, se l’uomo si smarrisce, Dio “si diverte”:  di un divertimento che è espressione di amore infinito, che sfugge a ogni comprensione, annienta ogni misura. Dietro lo scandalo dell’Incarnazione c’è l’abisso inesplicabile della ricchezza dell’amore e della sapienza con cui Dio ha disposto la trama segreta dei fatti di cui è intessuta la storia umana (Romani, 11, 33).
Se la base dell’umorismo va ricercata nella legge del contrasto e nell’accostamento dei contrari, bisogna concludere che, in fatto di umorismo, Dio è maestro insuperabile.
Questo umorismo divino accompagna l’opera della salvezza e s’incarna in scelte che non finiscono mai di sconcertare. “Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono” (1 Corinzi, 1, 28). Tutta la storia della Chiesa è una sequenza di scelte – scelte di persone, di eventi, di strumenti – che Dio opera con immutato sense of humour e che le conferiscono un inconfondibile sapore di ottimismo e di gioiosa sorpresa.

In questa prospettiva umoristica va inquadrata e compresa l’esistenza cristiana. Essa paradossalmente si snoda tra l’eterno di Dio e gli eventi, spesso insignificanti, del nostro quotidiano; tra la vittoria definitiva del Signore e le nostre impotenze e sconfitte; in una Chiesa che è, nello stesso tempo, sposa senza macchia e comunità di peccatori. Tutto ciò getta sull’esistenza cristiana una luce nuova, che permette di vedere uomini e cose in angolature ricche di significato. Concepito in chiave cristiana, l’umorismo non chiude gli occhi sulle brutture e miserie della vita; neanche si pone – come succede per l’ironia, la satira e l’arguzia – di fronte a esse come un giudice.
Guidato dalla fede, esso scorge il lontano grande comune progetto di Dio; getta qui il suo pensiero e avanza sorridendo mentre scopre le stoltezze di noi mortali. Nell’umorista si nasconde una straordinaria forza di sopportazione e un’irrefrenabile libertà dell’essere; il suo regno è oltre i contrasti terreni e nessuna fredda valutazione riesce a deprimerlo.

Tra gli effetti più importanti dell’umorismo cristiano vi è la demitizzazione di sé e degli altri. Capitano giorni in cui tutti sono tentati di vedersi in prospettive eroiche, in pose da grandi, su piedistalli costruiti col materiale più vario. In queste ore di grazia ci si sente padroni del mondo, capaci di sfidare e vincere le debolezze nelle quali, chi più chi meno, inciampano tutti. In ognuno di noi c’è un po’ di Pietro che proclama:  “Se anche dovessi morire con te, non ti rinnegherò” (Marco, 14, 31). L’impatto con la realtà della nostra miseria, quando questa s’impadronirà di noi e stenderà la sua ombra sulla nostra vita, potrebbe essere drammatico. Vera valvola di sicurezza sarà, allora, il sense of humour. Esso non nasconde le nostre debolezze, né le edulcora o le ammanta di inutili orpelli, ma ce le fa vedere con lo sguardo del Signore:  con quell’amore che è comprensione dei nostri limiti, dono di fiducia, promessa di perdono. Egli sa che Pietro, prima che il gallo canti due volte, lo rinnegherà tre volte, ma invece di rifiutarlo, gli affida la sua Chiesa. Sa che il triplice rinnegamento non è espressione di cattiveria, ma di debolezza. E deve aver sorriso di fronte alla baldanza del futuro primo Papa.

Con questo stesso sguardo l’umorismo riesce a “ridimensionare” noi e gli altri. Sul crollo delle impalcature eroiche germoglia allora l’umiltà e la fiducia. La prima sgombra il terreno da ogni presunzione e permette di camminare in verità, invita ad “attingere forza nel Signore e nel vigore della sua potenza” (Efesini, 6, 10), ricorda “agli anziani che il mondo non è finito con loro e ai giovani che il mondo non è incominciato con loro”. La fiducia ci proietta in avanti, ci rende intraprendenti, ci fa soggetti di storia, ci apre la porta all’amore degli altri.
Si comprende pertanto che l’umorismo cristiano è un nuovo modo di essere e di sentire:  converte il pessimismo in audacia, il disprezzo in pietà, l’insofferenza dei limiti in feconda accettazione. Questa benefica novità deriva dal fatto che, nell’ottica umoristica, l’esistenza e gli eventi ricevono senso e valore non in se stessi, ma in Dio che “sa di che siamo plasmati, ricorda che noi siamo polvere” (Salmi, 102, 14).

Isolata dal flusso della redenzione operata da Cristo, la realtà umana fa orrore perché prigioniera del male, del banale, della noia, della disperazione. “Innumerevoli – afferma Sofocle nell’Antigone – sono le cose spaventose, ma nulla c’è di più spaventoso dell’uomo”. L’uomo? “Un misero commediante, che incede e si agita sulla scena e più non se ne parla”.
Conseguenza? Disgusto, rifiuto, pena, che si esprimono nel lazzo, nell’ironia amara, nel riso senza gioia. L’umorismo opera un’inversione di prospettiva. L’uomo non è visto isolato e abbandonato alla sua miseria, ma all’ombra dell’amore di Dio che comprende e usa misericordia; non si offre al nostro sguardo come una “cosa spaventosa”, ma come un figlio amato che, per un capriccio di bambini, crede di poter fare a meno dei genitori; meritevole più di indulgenza che di condanna, più di tenerezza che di severità.

Questo sguardo di tenerezza e d’indulgenza ci dà la grazia – poiché di una vera grazia si tratta – di ridere di noi stessi:  dei nostri fallimenti, dei nostri sogni infranti, dei nostri voli mancati. L’umorismo riesce a sdrammatizzare gli eventi, a sottolineare la relatività di ogni cosa, a eliminare ogni patina di fatalità, e tutto collocare in una giusta prospettiva. Grazie al suo famoso sense of humour, espressione della speranza cristiana e di una fede viva, sir Thomas More è riuscito a sdrammatizzare anche la sua morte. Salendo la vacillante scaletta del patibolo, esclama:  “Per favore, messer luogotenente, volete darmi una mano per farmi salire sicuro? Poi, per scendere, lasciate pure che mi arrangi da solo”. Incoraggia anche il carnefice:  “Su, amico, fatti animo, e compi il tuo ufficio senza timore. Ma guarda che ho il collo piuttosto corto:  perciò sta’ attento a colpire diritto, per non macchiare il tuo buon nome”.
Il senso d’insoddisfazione e di amarezza di cui spesso tanti di noi sono vittime deriva dal fatto che il mondo non va come noi vorremmo e che la Chiesa non la pensa come a noi piacerebbe. Qui deve soccorrerci l’umorismo che ci fa prendere una certa distanza dai nostri punti di vista e ci ricorda che non siamo le sole persone intelligenti, le sole che pensano rettamente e che dispongono dello Spirito Santo. Nello spazio creato dall’umorismo le tensioni si allentano, molte cose si vedono meglio e trovano la loro giusta collocazione.

“Troppi individui stanno eccessivamente addossati alle cose. E allora la visione risulta parziale, distorta, centrata sui particolari, senza prospettiva, senza sfumature, marcata dalla passionalità, da tinte troppo cariche. Significative, a questo proposito, certe discussioni tra gente accigliata, tesa, arrabbiata, amara, nervosa, perfino isterica, che fa di ogni problema una tragedia, di ogni novità un’eresia, di ogni critica una sciagura, di ogni protesta una rivoluzione. La confusione celebra inenarrabili trionfi. Invece è urgente, è igienico costruirsi una nicchia nel cuore, da dove scaturirà quel sorriso che è capacità di guardare con benevolenza a tutte le cose, che è senso del limite, proprio e altrui”.
Tale capacità è anche libertà di spirito che permette di dominare gli eventi e di navigare nei mari della serenità e della fiducia. Un teologo tutt’altro che superficiale, il cardinale Henri-Marie de Lubac, ha scritto:  “Al colmo della sofferenza guardati ogni tanto con humour, onde sfuggire al veleno che essa distilla. Credimi, il rimedio è più efficace di qualsiasi eroico combattimento. È anche più facile, per poco che tu sia abitualmente sensibile alla commedia umana, senza però metterti fuori del gioco”. E riporta il consiglio di un anonimo cenobita:  “Se la tua anima è turbata va in chiesa, prosternati e prega. Se la tua anima rimane ancora turbata vai a trovare il tuo padre spirituale, siediti ai suoi piedi e aprigli l’animo. E se la tua anima è sempre turbata, ritirati allora nella tua cella, stenditi sulla stuoia e dormi”.
L’opposto dell’umorista è il corrucciato. Sprovvisto del senso del relativo, prende tutto sul serio, soprattutto se stesso; dimentico della sostanziale debolezza umana, non sa compatire; il suo sorriso, quando c’è, è stentato; la sua presenza non suscita né fiducia né simpatia; parla di Dio come di un giudice e di un custode della legge più che di un padre. Quando un suo progetto fallisce o gli vengon meno gli amici, si lascia andare a un’amarezza che gli avvelena l’esistenza. Generalmente angosciato, è anche “pesante” perché carico dei propri punti di vista, dei propri umori, delle proprie disillusioni.

Il cristiano che ha il sense of humour, invece, quando cozza contro la disillusione, comprende e sorride:  comprende i suoi limiti e sorride del crollo delle sue illusioni. L’intelligenza del relativo lo sposta sul terreno dell’assoluto:  può così collocarsi al suo giusto posto, in rapporto a un Altro immensamente più grande di lui, che lo avvolge con benevola Provvidenza. Per questo motivo Champollion, a proposito di Taulero, parla dell’umorismo come di un dono estremamente frequente presso i mistici. Ossia, presso persone che “non si fanno soverchie illusioni sulla santità del loro stato”.
Sorride, si diceva. E ci viene in mente una pagina di Karl Rahner in cui si argomenta sul fatto che Dio “ride nel cielo”, come si legge nel salmo 2:  “Se ne ride chi abita nei cieli”. Dinanzi al tumulto dei popoli che vogliono liberarsi dal suo dominio, Dio ride.
“Ride con calma – scrive Rahner – si potrebbe quasi dire:  come se tutto ciò non lo toccasse. Pieno di compassione. Lui conosce perfettamente il dramma amaro di questa terra. Dio ride, dice la Scrittura. E, con ciò, afferma che perfino il più minuscolo riso puro e argentino, che scaturisce da non importa dove, da un cuore retto, dinanzi a una qualsiasi idiozia di questo mondo, riflette un’immagine e un raggio di Dio. È un ricalco del Dio vincitore e signore della storia e dell’eternità. Di quel Dio il cui riso sta a dimostrare che, in fondo, tutto è buono alla fin fine”.
Nel mosaico dell’abside di San Paolo fuori le mura, Papa Onorio iii si è fatto ritrarre piccolissimo, su misura del piede destro del Signore. “In tal modo, con un sorriso di soddisfazione che la barba non riesce a celare, lascia al Pantocràtor il compito di governare da Signore la propria Chiesa”.

In merito, la lezione più sorprendente ce l’ha fornita Papa Giovanni. L’umorismo è stato tra le principali e più feconde caratteristiche della sua spiritualità:  esso si rifletteva in quel sorriso, aperto, cordiale, paterno, che era un irresistibile invito alla fiducia e alla pace interiore. Scriveva:  “Lo Spirito Santo ha scelto me. Si vede che vuole lavorare da solo. Mi sembra talvolta di essere un sacco vuoto che lo Spirito Santo riempie improvvisamente di forza”.

(©L’Osservatore Romano – 29 agosto 2009)

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MEDJUGORJE, TESTIMONIANZA DI FRANCESCA

Testimonianza pellegrinaggio Medjugorje 9-15 ottobre 2010 – di Francesca Kalli

Mi è stato chiesto di lasciare una testimonianza scritta di questo pellegrinaggio e con gioia mi appresto a farlo, sia perché in questo modo mi è nuovamente possibile ringraziare la Madonna per avermi voluto da lei sia perché questa testimonianza mi permette di condividere coi fratelli la mia esperienza.

Nel giro di un anno è la terza volta che vengo a Medjugorje ed ogni volta torno a casa arricchita interiormente e non solo. Venire a Medjugorje è la risposta ad una chiamata che la Madre celeste rivolge ai suoi figli ed io sento sempre più forte questa chiamata, infatti quest’anno sono venuta due volte a distanza molto ravvicinata tra loro.

La Gospa è stata come sempre prodiga di grazie e doni e citarli tutti richiederebbe tempo rischiando di rendere questa testimonianza noiosa per chi la legge (dal momento che ne uscirebbe un romanzo!) così mi limito solo a citarne un paio.

In primo luogo mi ha concesso di salire sul Podbrdo (cosa per me non semplice per via delle mie limitazioni fisiche, anche se a vedermi non si direbbe) mettendomi a fianco del cammino il mio angelo custode come l’ho rinominato. Ma il dono più grande è stato quello di conoscere la mia “sorellina”. Solo dopo averla conosciuta ho scoperto che in realtà avremmo potuto incontrarci già da tempo dal momento che frequentiamo lo stesso gruppo di preghiera ed in alcune occasioni ci siamo ritrovate negli stessi luoghi. Evidentemente doveva accadere che ci conoscessimo a Medjugorje, probabilmente per rendere ancora più saldo questo legame che stiamo coltivando.

Da questo bellissimo incontro nasce spontanea in me una riflessione. L’uomo molto spesso è troppo
concentrato su se stesso, i suoi problemi, la sua vita, che guarda il prossimo ma è come se non lo vedesse. Solo nel momento in cui l’uomo apre gli occhi interiori riesce a vedere chi ha veramente accanto. Ed è questo il messaggio che ho capito e che voglio trasmettere anche agli altri: impariamo ad essere più vigilanti e disponibili con chi abbiamo intorno perché nel prossimo possiamo veramente trovare delle persone straordinarie.

Con l’occasione di questa testimonianza ringrazio tutta l’organizzazione di Falcobianco che in questi giorni di pellegrinaggio non si è risparmiata per tenere unito il gruppo di pellegrini, ed il suo direttore spirituale, don Massimo, per la costante pazienza avuta con tutti noi.

L’augurio che faccio a Falcobianco e a tutti i pellegrini è che questo pellegrinaggio ci consenta di coltivare le amicizie iniziate a Medjugorje e che ognuno riesca a comprendere nel profondo il messaggio che la Gospa e Gesù ci hanno voluto lasciare per vedere nel tempo quali saranno i frutti di questi giorni vissuti in fraternità tra di noi e in comunione col cielo.

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EDITH STEIN: SULLA DONNA

Edith Stein, La donna, ed. Città Nuova, 2001, p. 51-52: “Solo chi è accecato dalla focosa parzialità della disputa può negare la realtà evidentissima che il corpo e l’anima della donna sono strutturati per un particolare scopo. E la parola chiara e inoppugnabile della Scrittura esprime ciò che fin dall’inizio del mondo l’esperienza quotidiana c’insegna: la donna è conformata per essere compagna dell’uomo e madre degli uomini. Per questo scopo il suo corpo è particolarmente dotato, e a questo scopo si confanno anche le particolari caratteristiche della sua anima […]. Il modo di pensare della donna, e i suoi interessi, sono orientati verso ciò che è vivo e  personale e verso l’oggetto considerato come un tutto. Proteggere, custodire e tutelare, nutrire e far crescere: questi sono i suoi intimi bisogni, veramente materni. Ciò che non ha vita, la cosa, la interessa solo in quanto serve al vivente e alla persona, non in se stessa. E a ciò è connessa un’altra caratteristica: l’astrazione, in ogni senso, è lontana dalla sua natura. Ciò che è vivo e personale, oggetto delle sue cure, è un tutto concreto, e dev’essere tutelato e sviluppato nella sua completezza […]. E a questo suo atteggiamento pratico ne corrisponde uno teoretico: il suo modo naturale di conoscere non è tanto concettuale e analitico, quanto contemplativo e sperimentale, orientato verso il concreto. Queste doti particolari la rendono atta a curare e a educare i propri bambini; ma si tratta di una disposizione fondamentale che  non giova solo a questi, ma viene incontro anche ai bisogno del marito, e di tutti gli esseri che vengono a trovarsi nell’ambito della sua attività. A queste disposizioni materne si uniscono quelle proprie della compagna. Saper partecipare alla vita di un altro uomo, cioè saper prendere parte a tutto ciò, grande e piccolo, che lo riguarda: alla gioia e al dolore, come al suo lavoro e ai suoi problemi: ecco il dono e la felicità della donna”.

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L’EUROPA DEI SANTI

L’uomo per comprendere se stesso deve indagare e conoscere il suo passato e i suoi antenati. Per comprendere se stesso e il suo presente l’uomo europeo deve conoscere la storia del cristianesimo e anche comprendere la vita e l’opera dei santi europei. Per la storia dell’Europa e per l’«ethos» dell’uomo europeo decisivo è stato -e lo è ancora- l’incontro con il cristianesimo, cioè l’incontro con Dio-Persona che è entrato nella storia umana in un momento e luogo concreto, e che non abbandona mai l’uomo. Gli evangelizzatori hanno portato in tutta l’Europa l’annuncio di questo avvenimento, insegnando inoltre a vivere la storia, creare la cultura e costruire l’ordine sociale con Cristo.

I santi di oggi e di ieri testimoniano Cristo, senza di loro Cristo sarebbe forse dimenticato, messo da parte per comodità o ignoranza. I santi insegnano anche come seguire Cristo, personificano e rendono reale un ideale di vita cristiana. La ragione più importante dell’attività dei santi è servire Dio; essi però non vivono mai fuori dalla storia, fuori dalla realtà, bensì sono inseriti nella realtà concreta e cercano di cambiarla in meglio, di convertire gli uomini e rendere il mondo più umano. Solo i santi riescono ad illuminare la vita temporale con la luce dell’eternità e inserire ció che è fugace in una realtà durevole.
Nei primi secoli della storia europea proprio i santi erano fondatori delle nuove strutture sociali, politiche e culturali. Costruendo la Chiesa universale, europea in quei tempi, hanno contribuito in modo notevole alla costruzione di questa grande comunità chiamata «christianitas», che significava Europa. Il cristianesimo ha plasmato ogni sfera di vita, ha proposto una nuova gerarchia dei valori, aprendo l’uomo all’infinito, al trascendentale.

Santità e politica

La sfera della politica è propria della Chiesa come istituzione, ma i cristiani non possono rimanere completamente indifferenti a tutto quello che è di Cesare. Numerosi santi europei fanno vedere come si può servire Dio e gli uomini nell’attività politica.

Durante le invasioni barbariche la Chiesa era l’unico punto di riferimento stabile; i santi erano uomini di grande autorità. San Benedetto testimonia lo sforzo della Chiesa, di tanti uomini santi, nella costruzione di un ordine sociale e politico sulle macerie del mondo antico. San Benedetto e gli altri santi non sono intervenuti direttamente nelle guerre e conflitti locali, ma non sono rimasti inerti nei momenti di grave pericolo. Ricordiamo solo il papa san Leone Magno, che con le parole e con la preghiera ha fermato le orde di Attila davanti alle porte di Roma; e numerosi vescovi che hanno difeso le loro città: san Lupo – Troyes, san Remigio – Reims, ecc. Ma nell’attività politica (una parola non molto adatta a quel tipo dell’impegno politico) dei santi non è il successo che conta; conta la testimonianza di vita e l’insegnamento dei valori. I santi agiscono indipendentemente dai successi e dalle congiunture politiche. I primi evangelizzatori d’Europa nella loro missione non sempre hanno trovato l’appoggio dei sovrani dei paesi cristianizzati. Anzi, spesso hanno trovato ostacoli e hanno subito persecuzioni. Nonostante apparenti sconfitte, sono riusciti introdurre i valori cristiani e i concetti di vita cristiana nell’ordine sociale e politico europeo ancora in via di sviluppo. La civiltà medioevale era fondata sui valori cristiani. Basti ricordare la «tregua Dei» oppure il diritto di asilo nelle chiese; due fenomeni nati dal cristianesimo e strettamente legati con l’«ethos» europeo.

La Chiesa, ancora di più i santi, trascendono la politica e sono liberi dalle ideologie e dalle opinioni che condizionano gli statisti e i politici in senso stretto. Dove la politica divide e distrugge, la fede unisce e costruisce, aiuta anche a sorpassare gli insuccessi giudicandoli secondo criteri non-politici. La fede porta, in ogni momento della storia, a ogni uomo credente la speranza della vittoria finale e la certezza della vita eterna. Entrando nella sfera di politica con questo atteggiamento, i santi si sentono liberi ma anche obbligati a giudicare la politica. Così san Stanislao si sente obbligato a condannare l’ingiustizia del suo sovrano, pagando con la propria vita la fedeltà alla dignità della persona e ai valori della morale cristiana. Così Tommaso preferisce la prigione e la morte alla carriera e alla stessa vita, pur di non tradire la Chiesa di Cristo, per non negare se stesso.

Il grande ruolo del cristianesimo nella formazione dell’ethos europeo, nel concetto europeo di politica, si intravvede benissimo nelle figure dei santi-re. Molte nazioni europee venerano come santi patroni i re che hanno introdotto e difeso il cristianesimo -con tutte le sue conseguenze- nella vita sociale e politica. Olaf in Norvegia, Clotilda in Francia, Vladimiro in Russia, Venceslao in Boemia, Stefano in Ungheria erano buoni regnanti e abili politici, ma nella loro attività ponevano al primo posto le leggi evangeliche e l’insegnamento della Chiesa. Grazie a questa loro «meta-politica» sono riusciti a fondare stati, a emanare legislazioni giuste anche in tempi di guerra, di miseria e di instabilità politica. Dall’insegnamento evangelico e dalla spiritualità di san Benedetto è scaturito l’unico progetto nel Medioevo dell’Europa unita intorno ai valori cristiani di libertà, del rispetto per ogni uomo e ogni nazione, della giustizia e della sovranità dei popoli militarmente deboli. Dal cristianesimo attingeva la forza santo Stefano per condurre il suo regno dal paganesimo e dalla barbarie alla «christianitas» europea. Nei turbolenti tempi dei Merovingi santa Clotilda, grazie alla sua forte fede, è riuscita a impregnare per sempre la vita sociale e politica dei Francesi di valori della giustizia e dell’amore del prossimo. San Luigi trattava tutto il suo regnare come servizio a Dio, come strumento per realizzare la perfezione cristiana; ogni suo atto politico testimoniava la sua fede ed era accompagnato dalla preghiera.

I santi hanno dimostrato come si possano risolvere i problemi politici con la saggezza acquistata nell’unione con Dio, con la forza proveniente dall’amore di Dio. Questo straordinario «intervento» della santità nella politica illustra in modo migliore la vita e l’azione «politica» di santa Giovanna d’Arco e di san Nicola da Flue. Tutti e due semplici contadini, illetterati ma infiammati dal grande amore di Dio e illuminati dalla grande saggezza proveniente esclusivamente dall’unione mistica con Dio. Diciassettenne contadinella di Domrémy, per obbedire alla «voce interiore» si mette a capo dell’esercito francese e lo guida alla vittoria, mentre porta il Delfino all’incoronazione a Orléans. Grazie al suo intervento, la Francia viene liberata dagli invasori inglesi. Un contadino della Svizzera centrale, un eremita e mistico, è intervenuto una volta sola negli avvenimenti politici; ha dato alcuni consigli ai delegati dei cantoni riuniti a Stans (dicembre 1481). Così ha riconciliato gli avversari e ha scongiurato l’imminente scontro armato. Ma non solo; ha influenzato profondamente il modo di fare la politica degli abitanti dei diversi cantoni. Gli svizzeri -che dopo la Riforma professano religioni diverse- fino ad oggi osservano i consigli di Bruder Klaus, come ad esempio quello che sta alla base della secolare neutralità della Svizzera, cioè evitare le alleanze e l’intervento straniero. Tuttora gli abitanti dei cantoni si identificano con questo eremita del Quattrocento che raccomandava loro: «Unitevi con il comune vincolo di amore, di fedeltà e di ordine». Tutti gli svizzeri riconoscono san Nicola come il loro patrono.

Riflettendo sull’attività politica dei santi si deve constatare che il loro successo e la loro influenza erano garantiti dal fatto che non aspiravano alla conquista del potere o dei territori, ma hanno cercato umilmente di rendere la politica più umana, più santa. «Se possiedo l’amore e l’umiltà non posso sbagliare», diceva san Nicola da Flue. Infatti non ha sbagliato né lui, né Giovanna d’Arco, né tanti altri che hanno agito secondo le leggi di Dio e non dei partiti. Il ruolo dei santi sorpassa il momento in cui hanno vissuto e operato.

Santa Giovanna d’Arco e san Nicola da Flue, come santo Stefano, san Luigi e altri, hanno contribuito alla formazione degli stati e delle identità nazionali. Ogni francese di ogni epoca si identifica con santa Giovanna e san Luigi (forse più che con De Gaulle), ogni svizzero per conservare la sua identità e la sovranità del suo stato deve coltivare i valori proposti da san Nicola.

Con il passare dei secoli, la politica si è allontanata sempre più dalla santità e i politici dalla sequela dei santi. Però ogni europeo, anche se non crede e non tende alla santità, deve qualcosa a san Luigi, san Nicola de Flue, a san Tommaso Moro e accetta molti valori introdotti dai santi nella politica.

Santità e cultura

La laicizzazione degli ultimi due secoli e la divisione politica degli ultimi 43 anni, ha offuscato l’unità dell’Europa, l’unità fondata sulla cultura. La cultura europea si è formata nel corso della cristianizzazione e i suoi fondamentali valori sono cristiani. Quell’impronta incancellabile è l’opera di evangelizzatori che, portando il messaggio cristiano e battezzando i popoli, hanno favorito la creazione della cultura europea e delle culture nazionali. La cultura non è solo scrivere, costruire, inventare o indagare, ma anche «far crescere l’uomo intero», soddisfare la sua fame di bellezza e la sua sete di felicità, rispettare la sua irrepetibilità e il suo bisogno di infinito. “E’ non conoscere l’uomo il proporgli solo l’umano”, constatava Aristotele. I santi hanno proposto all’uomo medioevale un ideale, una possibilità di realizzazione della eterna nostalgia per la perfezione; il cristianesimo la chiama santificazione e la rende visibile grazie all’esempio di tanti santi.

La fede non rimane mai solo una realtà della vita interiore, ma si rispecchia in ogni tipo di attività esteriore. Soprattutto, «la fede si incarna nella cultura», è un’esauribile fonte dell’ispirazione e della creatività umana. La fede introduce l’uomo in una realtà ricca di significati, valori ed esperienze, lo aiuta a trascendere se stesso e a liberarsi dai limiti del tempo e dello spazio perché lo fa vivere in comunione con Dio Eterno.

I santi europei dall’inizio hanno insegnato e hanno dimostrato che la fede si deve esprimere nella creatività, nella cultura, per rendere l’uomo felice. San Bendetto, in un’epoca di decadenza culturale, ha elaborato il programma per lo sviluppo culturale dei singoli uomini e di intere comunità. Il suo «ora et labora» abbraccia tutte le sfere della vita umana e radica la vita stessa nel divino. Santo patrono d’Europa, egli ha incoraggiato i suoi contemporanei a costruire i monasteri, salvare i codici antichi, scrivere la storia e dipingere i quadri nonostante la miseria economica e l’instabilità politica. La causa principale di questo coraggio e di questo slancio culturale era la convinzione che l’uomo credente sempre vive, dunque crea, in quella dimensione che sta fra il «senza tempo» e il tempo, fra temporale ed eterno. La cultura creata da san Benedetto e dai suoi seguaci ha sopravvissuto a grandi imperi e a potenti regnanti, costituendo uno dei più importanti elementi di unità nella stessa Europa delle guerre e dei particolarismi.
L’opera missionaria dei santi Cirillo e Metodio sta all’inizio della cultura dei popoli slavi. Le prime parole in lingua slava sono quelle del Vangelo di san Giovanni tradotte da san Cirillo: “In principio era il Verbo”. E’ un fatto che ha valore di simbolo, perché rispecchia non solo l’inizio, il «principio» della cultura slava, ma decide il suo sviluppo e il suo carattere per sempre. I santi missionari dei popoli slavi hanno introdotto nella cultura europea di allora il patrimonio culturale dell’Oriente, mentre agli slavi hanno aperto la strada per conoscere la civiltà occidentale con l’insegnamento di san Benedetto, ma anche con l’eredità dell’antichità.

In tutta l’Europa, i primi monasteri, scuole e centri culturali sono stati fondati dai santi. I primi santi europei sono anche i primi intellettuali, i primi maestri dell’uomo europeo uscito dalla barbarie e dal paganesimo. Beda il Venerabile ha scritto la prima storia delle Isole Britanniche e ha elaborato il primo martirologio della Chiesa universale; ha insegnato come si può realizzare la vocazione alla santità svolgendo un lavoro intellettuale. Sant’Anselmo, san Bonaventura e san Tommaso d’Aquino hanno cercato di scrutare i misteri divini e di aiutare gli uomini a conoscere Dio. Il loro lavoro «scientifico» era in piena armonia con la preghiera costante e il contatto intimo con Dio era la loro forza. Scopo principale dei santi filosofi, teologi e artisti è stato sempre predicare la «potenza di Dio e sapienza di Dio» (1 Cor 1,24). La principale caratteristica dei santi intellettuali ed artisti è l’umiltà e l’immersione totale in Dio. Grazie a questo sono riusciti a creare la cultura lontano dai grandi centri, a concentrarsi sui valori intramontabili, a essere liberi dall’influenza delle mode effimere e dagli ordini del potere politico.

I santi intravvedono quello che nella cultura è più importante, più bello e necessario per l’uomo. Grazie a questa profetica visione della cultura, hanno saputo distinguere il bello dal brutto, il vero dal falso; hanno saputo anche creare il nuovo nel momento e nel modo giusto. Questa intuizione dei santi si vede in ogni campo della creatività, ma forse più eloquente è l’esempio del loro ruolo come precursori della letteratura nelle lingue nazionali. Oltre ai santi Cirillo e Metodio, bisogna citare san Francesco d’Assisi e santa Caterina da Siena, che con la lingua dei mercanti ed artigiani hanno espresso i più sublimi sentimenti dell’anima. Grazie all’opera dei santi la sfera dell’umano, dello spirituale, nei diversi campi della vita culturale europea, è rimasta fino ad oggi segnata dai valori cristiani. Anche coloro che rifiutano la Rivelazione, ma creano cultura, devono proclamare i valori propri al cristianesimo.

Senza il cristianesimo, senza la santità, l’uomo di cultura – cioè in realtà ogni uomo – è chiuso nel temporale, nell’effimero ed è schiavizzato dalle ideologie o dalle stravaganze dell’élite. L’uomo contemporaneo ha sperimentato fino in fondo la sterilità dei concetti culturali privi di ogni punto di riferimento al di sopra dell’uomo, privi di valori che rimandano al Dio Eterno. La cultura, più della politica, è sensibile al «sacrum», al trascendentale; e facilmente viene distrutta con la negazione dei valori spirituali propri del cristianesimo. Il cristianesimo ha ripreso e ha tramandato i più grandi valori e opere della civiltà antica creando una nuova cultura orientata verso l’eterno, radicata nella «potenza di Dio e sapienza di Dio». Così l’umano è stato attirato verso il divino e l’uomo ha cominciato a creare in armonia con la sua fede in Dio. Così anche un semplice monaco oppure una figlia del tintore diventa creativo, offre agli altri un’esperienza che arricchisce ed educa.

Per non cadere nel nichilismo o nella disperazione, l’uomo europeo deve ritrovare i valori eterni, le radici della sua cultura. Deve aprire la cultura a tutto quello che succede nell’incontro dell’uomo con Dio, deve ispirarsi a tutto quello che è sacro e spirituale. Conservare la memoria dei santi, venerarli, vuol dire chieder il loro aiuto e la protezione ma soprattutto seguirli in ogni ambito della vita, anche nel lavoro culturale. Per creare le opere belle e durevoli, bisogna seguire i santi fino a quel «punto d’inserzione del senza-tempo col tempo», dal quale scaturisce la cultura che dura e santifica.

di Ludmila Grygiel
da: Litterae Communionis, anno XV, aprile 1988, p. 137-141


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PEDAGOGIA IGNAZIANA

Riproponiamo in un file pdf un interessante articolo di Antonio Spadaro S.I. apparso ne “La Civiltà Cattolica” del 2007 (I 338-351 – quaderno 3760), riguardante una riflessione sul metodo e sulla finalità educativa del cristiano, nella lettura data da Sant’Ignazio e dalla Compagnia di Gesù.

“Il cuore della pedagogia ignaziana è la subordinazione dell’uomo e della società al fine ultimo: il Regno di Dio, da costruirsi sulla terra, nella linea del Vangelo. La cultura non rimane estranea a questa visuale. Essa di per sé è un affare puramente umano nella misura in cui prevale la tendenza a sviluppare le forze e le facoltà umane. Ma se scopo primo è l’uomo, scopo ultimo è l’attuazione della immagine di Dio nell’uomo, per mezzo del quale il creato è condotto a Dio.

Di conseguenza lo scopo del Collegio dei Gesuiti e il carattere del suo influsso differiscono da quelli della scuola «laica» perché questa ultima limita le sue funzioni alle nozioni di una scienza umana, mentre il Collegio non dissocia l’istruzione dall’educazione che interessa le facoltà dell’uomo nel corpo e nello spirito. Il sapere è destinato alla perfezione morale dell’alunno (Cost. n. 392).

L’esercizio della virtù nell’adolescente deve preparare la virtù dell’adulto. Con lo sforzo di acquistarla l’uomo diventa uomo. Si chiede quindi alle lettere di «renderci più uomini» (Possevino: De cultura ingeniorum).Non era ambizione da poco se si tiene conto del modello da imitare Gesù Cristo: «Se vuoi sollevarti all’antica dignità della natura umana conformati a quest’uomo» scrive il P. Costerus. E ancora: «Artes humanitatis nominantur, reddant nos humanos; a Deo optimo sunt traditae, reddant bonos (Meditationes de historia dominicae passionis).

Si capisce allora perché la pedagogia ignaziana supponga anche una vita spirituale intimamente correlata all’intellettuale. Infatti l’ultimo traguardo di questa educazione integrale non è solo Dio conosciuto ma anche Dio posseduto: «Per fare molto profitto in queste materie, gli studenti procureranno anzitutto d’avere l’anima pura e l’intenzione retta nello studio, cioè la gloria di Dio e il bene degli altri… E la stessa fatica dello studio è un’opera molto meritoria dinanzi a Dio». (Cost. n. 360).

S. Ignazio riteneva che non è mai troppo il tempo che si dedica a divenir padroni delle lingue e delle lettere; gli studi letterari, lungi dal distogliere da interessi più elevati, sono i più indicati per aprire le intelligenze ad entrare in cose di maggiore entità, i Collegi infatti sono istituiti oltre che per la diffusione della cultura anche per la formazione del cristiano e l’avvento del Regno di Dio” (Mario Guarino S.I.).

Un breve testo che ridefinisce l’orientamento della pedagogia cristiana in un tempo di confusione generale.
Consigliamo di stampare il testo in forma cartacea per una migliore lettura.

SCARICA IL FILE

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FOTO MEDJUGORJE – OTTOBRE 2010

Ritornati dal pellegrinaggio a Medjugorje (9-15 ottobre) pubblichiamo prontamente le foto attraverso cui si sono immortalati alcuni dei ricordi più belli.
Qui sotto solo alcuni esempi delle oltre 1100 foto caricate, già visionabili sul nostro spazio flickr (clicca qui).
Si capisce che per una questione di spazio non è stato possibile inserire nelle anteprime qui pubblicate tutti i 144 pellegrini. Non è nostra intenzione escludere od offendere alcuno.
Se qualcuno avesse voglia di pubblicare qualche sua foto del pellegrinaggio non esiti a contattarci via email.
Chi ne avesse voglia possiamo continuare a condividere le nostre esperienze anche attraverso contatto facebook.

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