STROFE D’ESTASI (GIOVANNI DELLA CROCE)

La preghiera è una dimensione difficile della persona.
In essa Dio può portarti ai sommi capi dell’estasi, come trascinarti di fronte a tutte le tue miserie.
La desolazione dello spirito e l’aridità sono certo le prove di maggiore pesantezza per un uomo spirituale.
Avendo abbandonato la speranza nelle cose del mondo, per abbracciare fin da subito l’amore del suo Creatore, vivere non solo nella sensazione di essere separato da Lui, ma nella costante apparenza della condanna di Dio nei tuoi confronti, risulta essere di una sofferenza assai difficile da reggere.
L’anima entra nella sofferenza profonda della solitudine mistica e tutti quei traumi emotivi subiti nel passato tornano alla mente ripresentandosi come mostri invincibili e miserie incolmabili. A ciò si aggiunga pure la constatazione della propria incapacità a rimanere fedeli nella prova, la ripresentazione che il demonio ti offre di tutti i tuoi peccati presenti e passati e di quelle imperfezioni ed attaccamenti che non ti permettono una condizione unitiva con il Signore: il deserto interiore appare sconfinato.

Di tutto ciò, però, non bisogna emettere lamento. La pretesa di dire a Dio di elargire gioia, pace e serenità rappresenta bene la superbia che è presente nell’anima. Egli sa di cosa necessitiamo e soprattutto non gli è dovuto intrattenersi con la nostra stoltezza. Sarà certamente a riposare con qualche anima più degna della sua presenza.

Preghiamo così:
“Perdona Signore i miei pensieri, la mia vanità ed il mio orgoglio. Se questa desolazione ti è gradita la voglio portare con quel poco di amore che ho nel cuore. Solo ti chiedo, nella tua umilissima Persona, di aiutarmi nel tuo nascondimento, perché senza Te non sono capace neppure di quel poco. Perdona mio Dio la superbia del tuo servo malvagio ed infingardo.”.

Comprendere intellettualmente argomenti di carattere mistico e spirituale non significa necessariamente avere avuto accesso alla beatitudine che l’intelligenza considera per astrazione ed in via del tutto analogica ed approssimativa.
Solo coloro che hanno avuto accesso agli alti gradi dello spirito possono contemplare con tanta precisione ciò che inimitabilmente descrive San Giovanni della Croce:

Me ne entrai dove non seppi,
vi rimasi non sapendo,
ogni scienza trascendendo.

1 – Non capivo dove entravo,
però quando lí mi vidi,
non sapendo dove stavo,
cose eccelse molto intesi;
non dirò quel che sentii,
ché rimasi non sapendo,
ogni scienza trascendendo.

2 – Di gran pace e di pietà
scienza quella era perfetta,
in profonda solitudine
io l’intesi per via retta;
era cosa sí segreta,
che rimasi balbettando,
ogni scienza trascendendo.

3 – Mi trovai cosí rapito,
cosí assorto ed alienato,
che il mio senso ne rimase
privo d’ogni sentimento,
ogni scienza trascendendo.

4 – Chi vi giunge veramente,
da sé stesso viene meno;
quanto prima egli sapeva,
molto poco allor gli pare;
la sua scienza tanto cresce,
ch’ei rimane non sapendo,
ogni scienza trascendendo.

5 – Quanto piú si sale in alto,
tanto meno si capisce,
ché una nube tenebrosa
va la notte illuminando,
perciò chi questo conosce
resta sempre non sapendo,
ogni scienza trascendendo.

6 – Tal sapere non sapendo
ha un cosí alto potere,
che i sapienti argomentando
mai lo posson superare;
ché la scienza lor non giunge
ad un non saper sapendo,
ogni scienza trascendendo.

7 – Sí sublime è l’eccellenza
di cotesto alto sapere,
che non v’è potenza, o scienza
che lo possa conquistare;
chi sé stesso vincer sappia
con un non saper sapendo,
andrà sempre trascendendo.

8 – Or conoscere volete
questa scienza sovrumana?
Essa è un alto sentimento
dell’essenza di Dio vivo;
opra è di sua clemenza
farci stare non sapendo,
ogni scienza trascendendo

Share This:

LA SUA FIGURA – VOCE DI GIUNI RUSSO

PAROLE ISPIRATE AI TESTI DI SAN GIOVANNI DELLA CROCE

>

Share This:

LA VIA DEL NULLA

3 – In primo luogo l’anima abbia un costante desiderio di imitare Cristo in ogni sua azione, conformandosi ai suoi esempii, sui quali méditi per saperli imitare e per comportarsi in ogni sua azione come Egli si diporterebbe.

4 – In secondo luogo, per riuscire in questo è necessario che ella rinunzi a qualunque piacere sensibile che non sia puramente a onore e gloria di Dio e che rimanga vuota di ciò per amore di Gesú Cristo il quale, in questa vita, non ebbe e non volle altro piacere che quello di fare la volontà del Padre, la quale era per Lui suo cibo e nutrimento. Se, per esempio, le si offre il piacere di ascoltare cose che non hanno importanza per il servizio e la gloria di Dio, ella rinunzi al gusto di ascoltarle; se le si porge il diletto di vedere cose che non servono ad avvicinarla al Signore, reprima il desiderio di guardarle. Faccia lo stesso quando le si presenta l’occasione di conversare, di compiere qualche altra azione o di soddisfare qualche altro senso, purché lo possa fare facilmente; se ciò non le sarà possibile, basta che ella non assapori il gusto delle cose che non può evitare.

5 – Per mortificare e calmare le quattro passioni naturali: gioia, tristezza, timore e speranza, dalla cui concordia e pace procedono questi e tanti altri beni, come rimedio efficace, fonte di grandi meriti e causa di grandi virtú serve quanto segue:

6 – L’anima cerchi sempre di inclinarsi:

non al piú facile, ma al piú difficile;
non al piú saporoso, ma al piú insipido;
non a quello che piace di piú, ma a quello che piace di meno;
non al riposo, ma alla fatica;
non al conforto, ma a quello che non è conforto;
non al piú, ma al meno;
non al piú alto e pregiato, ma al piú vile e disprezzato;
non alla ricerca di qualche cosa, ma a non desiderare niente;
non alla ricerca del lato migliore delle cose create, ma del peggiore e a desiderare nudità, privazioni e povertà di quanto v’è al mondo per amore di Gesú Cristo.

8 – La pratica scrupolosa di questi avvisi da parte di un’anima, basta perché essa possa entrare nella notte del senso; tuttavia, per spiegarmi ancora meglio, aggiungerò altre norme che insegnano a mortificare la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita, tre inclinazioni che, secondo San Giovanni, spadroneggiano nel mondo e sono causa di tutti gli altri appetiti (I Gv., 2, 16).

11
Per giungere a gustare il tutto, non cercare il gusto in niente.
Per giungere al possesso del tutto, non voler possedere niente.
Per giungere ad essere tutto, non voler essere niente.
Per giungere alla conoscenza del tutto, non cercare di sapere qualche cosa in niente.
Per venire a ciò che ora non godi, devi passare per dove non godi.
Per giungere a ciò che non sai, devi passare per dove non sai.
Per giungere al possesso di ciò che non hai, devi passare per dove ora niente hai.
Per giungere a ciò che non sei, devi passare per dove ora non sei.

12
Quando ti fermi su qualche cosa,
tralasci di slanciarti verso il tutto.
E quando tu giunga ad avere il tutto,
devi possederlo senza voler niente,
poiché se tu vuoi possedere qualche cosa del tutto,
non hai il tuo solo tesoro in Dio.

13 – In questa nudità lo spirito trova il suo riposo poiché non desiderando niente, niente lo appesantisce nella sua ascesa verso l’alto e niente lo spinge verso il basso, perché si trova nel centro della sua umiltà. Quando invece desidera qualche cosa, proprio in essa si affatica.

[SAN GIOVANNI DELLA CROCE, Opere, Salita del Monte Carmelo, libro I, cap. 13, Postulazione Generale dei Carmelitani scalzi, Roma, 1991.]

Share This:

GIOVANNI DELLA CROCE: ORAZIONE INNAMORATA

Mio Signore, mio amato, se non compi quello che io ti chiedo perché ancora ti ricordi dei miei peccati, fai pure, o Dio mio, riguardo ad essi la tua volontà, che è quanto io cerco di più; usa la tua bontà e misericordia e sarai conosciuto in essi. E se tu attendi le mie opere per concedermi ciò di cui ti prego, concedimele e compile tu e vengano pure le pene che tu desideri accettare da me, ma se tu non aspetti le mie opere, che cosa aspetti, o clementissimo mio Signore? Perché tardi? Se infine deve essere grazia e misericordia quella che ti chiedo nel tuo Figlio, accetta il mio piccolo contributo perché lo vuoi e concedimi questo bene, poiché vuoi anche questo.

Chi potrà mai liberarsi dal suo modo di agire e dalla sua condizione imperfetta, se tu, o Dio mio, non lo sollevi a te in purezza di amore?

Come si innalzerà a te l’uomo generato e cresciuto in bassezza, se tu o Signore, non lo sollevi con la mano con cui lo creasti?

Non mi toglierai, Dio mio, quanto una volta mi hai dato nel tuo unico Figlio Gesù Cristo, nel quale mi hai concesso tutto ciò che io desidero; perciò io mi rallegrerò pensando che tu non tarderai, se io attendo.

Perché indugi a lungo, potendo tu subito amare Dio dentro il tuo cuore?

Miei sono i cieli e mia la terra, miei sono gli uomini, i giusti sono miei e miei i peccatori. Gli angeli sono miei e la Madre di Dio, tutte le cose sono mie. Lo stesso Dio è mio e per me, poiché Cristo è mio e tutto per me.

Che cosa chiedi dunque e che cosa cerchi, anima mia? Tutto ciò è tuo e tutto per te.

Non ti fermare in cose meno importanti e non contentarti delle briciole che cadono dalla mensa del Padre tuo.

Esci fuori e vai superba della tua gloria. Nasconditi in essa e gustala e otterrai quanto chiede il tuo cuore.

Share This:

INSEGNAMENTI DI SAN GIOVANNI DELLA CROCE

In virtù del precetto che mi è stato dato, affermo e dichiaro quanto segue: Conobbi il padre fra Giovanni della Croce, trattai e conversai con lui molte volte. Era un uomo di media statura, dal volto grave e venerabile, un po’ scuro di carnagione e di bell’aspetto; il suo tratto e la sua conversazione amabili, molto spirituali e tali da giovare a coloro che lo udivano o parlavano con lui. In questo fu talmente singolare e proficuo che coloro che lo avvicinavano, sia uomini che donne, ne uscivano arricchiti nello spirito, più devoti e meglio disposti alla virtù. Conobbe e praticò intensamente la preghiera e la conversazione con Dio; a tutti i dubbi che gli proponevamo su questi punti, rispondeva con grande saggezza, lasciando coloro che lo consultavano molto soddisfatti e migliori. Amava il raccoglimento e parlava poco; rideva poco e compostamente. Quando rimproverava come superiore, e lo fu spesso, lo faceva con dolce severità, esortando con amore fraterno e sempre con mirabile serenità e gravità.

Insegnamento 1. Era contrario che i superiori dei religiosi, e soprattutto dei riformati, comandassero con alterigia, e per questo ripeteva che in nessuna cosa uno si dimostra più indegno di comandare che nel comandare con alterigia; devono anzi fare in modo che i sudditi non se ne vadano mai tristi dalla loro presenza.

Insegnamento 2. Non parlava mai con circonlocuzioni né con doppiezza, cui era contrarissimo. Diceva che le circonlocuzioni violano la sincerità e la purezza dell’ordine e lo danneggiano molto, perché insegnano astuzie umane, dalle quali le anime ricevono gravi danni.

Insegnamento 3. Diceva che il vizio dell’ambizione nei religiosi riformati è quasi incurabile, essendo il vizio più pericoloso di tutti, perché essi colorano e mascherano il loro governo e la loro condotta con apparenze di virtù e di maggior perfezione, con cui la guerra diventa più spietata e l’infermità spirituale più incurabile. Diceva, altresì, che questo vizio è così potente e nocivo da rendere coloro che ne sono contagiati talmente peccatori che, con la loro vita e con i loro inganni, il demonio crea un guazzabuglio tale da confondere i confessori, anche quelli molto dotti, perché cadono in tutti i vizi. Era molto costante nell’orazione e nella presenza di Dio, negli atti, nelle elevazioni dello spirito e nella recita delle giaculatorie.

Insegnamento 4. Diceva che tutta la vita di un religioso è un sermone dottrinale o deve essere tale e deve avere per tema queste parole, ripetute alcune volte ogni giorno: Piuttosto morire e scoppiare che peccare; tali parole, pronunciate con convinzione, purificano e mondano l’anima, la fanno crescere nell’amore di Dio, insieme al dolore di averlo offeso e al proposito fermo di non offenderlo più.

Insegnamento 5. Diceva che ci sono due modi per resistere ai vizi e acquistare la virtù: uno è comune e meno perfetto ed è quando si vuole resistere a qualche vizio o peccato o tentazione per mezzo degli atti della virtù che si oppone e distrugge quel determinato vizio, peccato o tentazione; per esempio, al vizio o tentazione dell’impazienza o dello spirito di vendetta che sento nella mia anima per qualche danno ricevuto o per parole ingiuriose, resisto con alcune buone considerazioni, per esempio sulla passione del Signore: Qui cum male tractaretur non aperuit os suum: Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca (Is 53,7); o considerando i beni che si acquisiscono con la sofferenza e con la vittoria su se stessi, o pensando che Dio ha voluto che soffrissimo, perché la sofferenza è la nostra fortuna migliore. Con tali considerazioni accetto di soffrire, di volere e di subire detta ingiuria, l’offesa e il danno, e ciò a onore e gloria di Dio. Questo modo di resistere e di opporsi alla tentazione, al vizio o al peccato genera la virtù della pazienza ed è un buon modo di resistere, anche se difficoltoso e meno perfetto. Esiste anche un altro modo per vincere vizi e tentazioni e acquistare o guadagnare virtù. Questo modo è più facile, più vantaggioso e più perfetto. Si verifica quando l’anima, solo con atti ed elevazioni piene d’amore, senza altri esercizi, resiste e distrugge tutte le tentazioni del nostro avversario e raggiunge la perfezione nella virtù. Diceva che era possibile farlo in questo modo: quando avvertiamo il moto primo o l’assalto di qualche vizio, per esempio della lussuria, dell’ira, dell’impazienza o dello spirito di vendetta per qualche offesa ricevuta, ecc., non dobbiamo opporci con l’atto della virtù contraria, come si è detto sopra, ma immediatamente, appena lo avvertiamo, dobbiamo ricorrere a un atto o elevazione d’amore contro il detto vizio, accrescendo il nostro affetto nell’unione con Dio, perché con questa elevazione l’anima si allontana di lì, si presenta e si unisce al suo Dio, cosicché il vizio o la tentazione come anche il nemico vengono defraudati del loro scopo e non trovano chi ferire. Difatti, poiché l’anima si trova più dove ama che dove anima, occorre sottrarre divinamente il corpo alla tentazione, e così il nemico non trova dove colpire o avere presa, perché l’anima non si trova più lì dove la tentazione o il nemico volevano colpirla e danneggiarla. E allora – cosa meravigliosa! – l’anima, dimentica del moto vizioso e strettamente unita al suo Amato, non sente alcun moto di quel vizio con cui il demonio voleva tentarla e aveva cercato di farlo; anzitutto perché ha sottratto il corpo, come ho detto, e non si trova più lì e quindi, se così si può dire, è come tentare un corpo morto, combattere con uno che non esiste, uno che non è presente, uno che non sente e quindi non è in grado di essere tentato. In questo modo nasce nell’anima una virtù eroica e meravigliosa, che il dottore angelico, san Tommaso, chiama virtù dell’anima perfettamente purificata; l’anima possiede questa virtù, dice il santo, quando Dio la porta a uno stato tale che non sente i moti dei vizi, né i loro assalti, aggressioni o tentazioni, per la sublimità della virtù che abita in quell’anima. Da ciò deriva una perfezione altissima, per cui non le importa nulla che la offendano o che la lodino e la innalzino, o che la umilino o che dicano bene o male sul suo conto; poiché, infatti, quelle elevazioni piene d’amore portano l’anima ad uno stato così alto e sublime, il loro effetto più peculiare nella detta anima è quello di farle dimenticare tutte le cose che sono al di fuori del suo Amato, Gesù Cristo. E, come ho detto, da ciò le deriva che, essendo l’anima unita al suo Dio e felice con lui, le tentazioni non trovano chi ferire, perché non possono giungere fin dove è salita l’anima o Dio l’ha portata: Non accedet ad te malum: Non ti accadrà alcun male (Sal 90,10). A questo punto il venerabile padre fra Giovanni della Croce disse di istruire i principianti, i cui atti o elevazioni piene d’amore non sono tanto rapidi né leggeri, né tanto ferventi da potersi sottrarre completamente con il loro balzo e unirsi allo Sposo. Se vedono che con tale atto o elevazione non riescono a dimenticare completamente il movimento vizioso della tentazione, pur di resistere, non omettano di usare tutte le armi della buona meditazione e degli esercizi necessari per resistere e vincere. E credano che questo modo di resistere è eccellente e sicuro, perché racchiude tutte le astuzie necessarie e importanti per la guerra.

Insegnamento 6. Diceva che le parole del Salmo 118,49: Memor ero verbi tui servo tuo, in quo mihi spem dedisti: Mi ricorderò della tua parola data al tuo servo: con essa tu mi hai dato speranza, sono talmente potenti ed efficaci che per loro mezzo si ottiene qualsiasi cosa da Dio.

Insegnamento 7. Ripetendo con devozione le parole del santo vangelo: Nesciebatis quia in his quae Patris mei sunt oportet me esse?: Non sapevate che io devo occuparmi di quanto riguarda il Padre mio? (Lc 2,49), assicurava che l’anima si riveste di un desiderio di fare la volontà di Dio a imitazione di Cristo Signore nostro, con desiderio ardentissimo di soffrire per amor suo e per il bene delle anime.

Insegnamento 8. Volendo la Maestà divina, per mezzo di una tremenda tempesta, distruggere e spazzare via la città di Costantinopoli, gli angeli udirono per tre volte queste parole: Sanctus Deus, sanctus fortis, sanctus immortalis, miserere nobis: Santo Dio, santo forte, santo immortale, abbi pietà di noi! Per quelle suppliche Dio si placò immediatamente e si calmò la tempesta che aveva fatto molti danni e ne minacciava di maggiori. Per questo diceva che tali parole sono potenti presso Dio nei bisogni particolari di fuoco, acqua, venti, tempeste, guerre e altre necessità spirituali e corporali, per l’onore, i beni, ecc.

Insegnamento 9. Diceva anche che l’amore per il bene del prossimo nasce dalla vita spirituale e contemplativa e che, poiché essa ci viene imposta dalla Regola, ci viene imposto e comandato anche questo bene e questo zelo per il profitto del nostro prossimo. La Regola, infatti, ci vuole osservanti di vita mista e composta, vita cioè che include in sé due aspetti: quello attivo e quello contemplativo. Il Signore la scelse per sé, perché più perfetta. E le forme e gli stati di vita dei religiosi che li abbracciano sono in sé più perfetti, salvo che allora, quando diceva e insegnava questo, non conveniva pubblicarlo, perché i religiosi erano pochi e non si voleva turbarli; anzi conveniva insinuare il contrario per fare in modo che ci fosse un grande numero di frati.

Insegnamento 10. E proclamando le parole di Cristo nostro Signore già citate: Nesciebatis quia in his quae Patris mei sunt oportet me esse? (Lc 2,49), disse che qui, per le cose che appartengono al Padre eterno, dobbiamo intendere solo la redenzione del mondo, il bene delle anime, poiché Cristo nostro Signore ha offerto i mezzi preordinati dall’eterno Padre. A conferma di questa verità, diceva che san Dionigi l’Areopagita aveva scritto quella meravigliosa sentenza che recita così: Omnium divinorum divinissimum est cooperari Deo in salutem animarum, cioè: la perfezione suprema di qualsiasi oggetto, nella sua gerarchia e nel suo grado, è salire e crescere, secondo i propri talenti e le proprie capacità, nell’imitazione di Dio, verso ciò che è più mirabile e divino, ossia cooperare con Dio nella conversione e nella redenzione delle anime. In questo, infatti, risplendono le opere proprie di Dio ed è gloria grandissima imitarlo. Per questo Cristo nostro Signore le chiama opere del Padre. Ed è una verità evidente che la compassione per il prossimo tanto più cresce quanto più l’anima è unita a Dio per amore; quanto più ama, infatti, tanto più desidera che quello stesso Dio sia amato e onorato da tutti. E quanto più lo desidera, tanto più si adopera per questo, sia con la preghiera che con tutti gli altri esercizi necessari e ad essa possibili. Ed è tanto il fervore e la forza della sua carità che questi tali, posseduti da Dio, non si possono limitare o contentare del solo guadagno personale, ma sembrando loro poca cosa andare in cielo da soli, con ansie, affetti celestiali e squisite attenzioni, cercano di portarvi molti insieme con loro. Questo deriva dal grande amore che hanno verso Dio ed è frutto proprio dell’orazione perfetta e della contemplazione.

Insegnamento 11. Diceva che due cose fanno da ali all’anima per salire all’unione con Dio; sono: la compassione piena d’amore per la morte del Cristo e per quella del prossimo. Quando l’anima si sofferma sulla compassione della croce e sulla passione del Signore, ricordi che egli fu solo a sostenere questa sofferenza mentre realizzava la nostra redenzione, come sta scritto: Torcular calcavi solus: La vasca l’ho pigiata da solo (Is 63,3). Da ciò trarrà e le si offriranno riflessioni e pensieri molto proficui.

Insegnamento 12. Parlando della solitudine in una certa predica tenuta nel convento di Almodóvar del Campo, citò le parole del papa Pio II, di felice memoria, che diceva che il frate vagabondo è peggiore del demonio; e che i religiosi, se vanno in visita, vadano in case oneste, dove si parla con cautela e modestia.

Insegnamento 13. Spiegando le parole di san Paolo: Signa apostolatus nostri facta sunt super vos in omni patientia, in signis et prodigiis et virtutibus: I segni dell’apostolo li avete veduti in opera in mezzo a voi, in una pazienza a tutta prova, con miracoli, prodigi e portenti (2Cor 12,12), osservava che l’apostolo antepone la pazienza ai miracoli, per cui la pazienza è segno certo dell’uomo apostolico più che il risuscitare i morti. Attesto che in questa virtù il padre fra Giovanni della Croce fu uomo apostolico, perché sopportò con singolare pazienza e tolleranza le prove molto intense che gli si presentarono e che avrebbero abbattuto i cedri del Libano.

Insegnamento 14. Parlando dei confessori delle donne, da uomo sperimentato qual era, diceva che si mostrassero alquanto distaccati nei loro confronti, perché le tenerezze con le donne servono solo a corrompere l’affetto e a danneggiarle. E che in questo Dio l’aveva punito, tenendogli nascosto un peccato gravissimo di una donna che lo aveva ingannato per molto tempo e non aveva chiesto a lui il rimedio, perché egli era compiacente con questa donna; ma, per disposizione del Signore, lo scoprì per altra via nel nostro stesso ordine. Di questo fatto sono molto ben informato

Insegnamento 15. Una volta mi disse che quando avessimo visto perdere nell’ordine le buone maniere, parte dell’educazione cristiana e monastica, e al suo posto fossero subentrate la rozzezza e la malvagità nei superiori, che sono vizi propri dei barbari, lo piangessimo pure come perso. Chi ha mai visto, infatti, che le virtù e le cose di Dio si trattano a bastonate e con asprezza? A tal proposito citava Ezechiele: Cum austeritate imperatis eos et cum potentia: Avete oppresso le mie pecore con la forza e la brutalità (Ez 34,4).

Insegnamento 16. Diceva che quando si educano i religiosi con un rigore così irrazionale, questi diventano pusillanimi nell’intraprendere cose sublimi e virtuose, come se fossero stati allevati tra le fiere. Così, infatti, ha scritto san Tommaso a tale proposito nell’opuscolo 20 del De Regimine Principum, nel libro al capitolo 3: Naturale est enim ut homines sub timore nutriti in servilem degenerent animum et pusillanimes fiant ad omne virile opus et strenuum: È naturale che gli uomini, cresciuti nel timore, facciano tralignare gli animi al servilismo e diventano pusillanimi davanti a ogni opera virile e forte. E citava il detto di san Paolo: Patres, nolite ad iracundiam provocare filios vestros, ne pusillanimes fiant: Padri, non provocate i vostri figli, perché non si perdano di coraggio (Col 3,21).

Insegnamento 17. Diceva di temere che fosse disegno del demonio l’educare i religiosi in questo modo. Se, infatti, i religiosi sono educati con questo timore, non osano ammonire o riprendere i superiori quando sbagliano. E se per questa via o per un’altra l’ordine arrivasse a tale situazione, per cui coloro che a norma di carità e giustizia – e questo è grave! – nei capitoli, nelle riunioni o in altre occasioni non osassero dire quanto conviene, per debolezza, pusillanimità o paura di irritare il superiore, quindi di venire privati delle proprie cariche, il che è ambizione palese, ritengano pure l’ordine come perso o del tutto rilassato.

Insegnamento 18. L’ordine sarebbe caduto così in basso che, affermava il buon padre fra Giovanni della Croce, avrebbe preferito che le persone non professassero in esso, perché in questo caso sarebbe stato governato dal vizio dell’ambizione e non dalla virtù della carità e della giustizia.

Insegnamento 19. Questo si potrà vedere chiaramente quando nei capitoli nessuno replica, ma tutto è accettato e su tutto si sorvola, e ognuno cerca di ricavarne il proprio vantaggio; così soffre grandemente il bene comune e si alimenta il vizio dell’ambizione, che invece si dovrebbe denunciare senza pietà, perché è un vizio pernicioso e contrario al bene universale. E ogni volta che diceva queste cose, lo faceva dopo lunghi periodi di preghiera e di colloquio con nostro Signore.

Insegnamento 20. Diceva che i superiori devono implorare spesso da Dio la prudenza religiosa per governare rettamente e guidare verso il cielo le anime a loro affidate. Lodava molto il padre fra Agostino dei Re per questa virtù, che possedeva in grado eminente.

Insegnamento 21. Alcune volte lo sentii dire che non esiste menzogna tanto artificiosa e convenzionale che, se ci si pensa, in un modo o nell’altro, non si scopra come menzogna.

Insegnamento 22. Né esiste demonio travestito da angelo di luce che, guardato bene, non si riesca a scoprire.

Insegnamento 23. Né c’è ipocrita talmente abile, mascherato e finto che prima o poi e con poche occhiate non venga scoperto.

Insegnamento 24. In occasione di un severo castigo inflitto da un superiore, pronunciò una frase divina: che i cristiani, e soprattutto i religiosi, facciano sempre attenzione a punire i corpi di coloro che sbagliano, in modo che le anime non corrano pericolo, senza ricorrere alle crudeltà straordinarie che usano di solito i tiranni e coloro che governano con la forza. E che i superiori dovrebbero leggere spesso le parole di Isaia c. 42 (vv. 1-4) e quelle di san Paolo nella seconda lettera ai Corinzi c. 13 (v. 10).

Insegnamento 25. Essendogli stato presentato un postulante, dopo avergli parlato qualche volta, suggerì di non accettarlo perché gli puzzava l’alito. Il cattivo odore era dovuto al fatto che le sue viscere erano malate, come di solito hanno le persone mal disposte, crudeli, menzognere, paurose, mormoratrici, ecc., e che è un principio filosofico che i costumi dell’anima seguono la natura e le inclinazioni del corpo.

Questo è quanto al momento ricordo. Se ricorderò altro, ne informerò il N. P. Generale in ottemperanza al suo ordine.

Dato in Messico, addì 26 marzo 1618. Fra Eliseo dei Martiri

LETTERA

di Marina di Sant’Angelo

Padre nostro, al padre fra Giovanni della Croce parlai a lungo tre volte; le altre volte fu di passaggio.

1. La prima fu quando accompagnò madre Anna di Gesù, che si trova in Francia e che andava a fondare un monastero a Madrid. Entrai per parlare a sua Reverenza, il padre fra Giovanni della Croce, e fu un gran giorno per me. Entrai subito dopo pranzo e uscii sull’imbrunire, perché a me dispiaceva andar via, quindi mi trattenevo tanto. Egli diceva alle monache che entravano che non entrasse un’altra monaca, perché, dal momento che doveva intrattenersi con monache, era meglio farlo con quella con cui aveva cominciato a parlare. Parlava poco, di tanto in tanto si fermava come se – eravamo di fronte al Santissimo Sacramento con la grata – chiedesse a nostro Signore di suggerirgli cosa doveva dirmi. Questo esattamente io non lo so; so però che mi disse queste parole: «Se vuole pervenire all’orazione perfetta, deve fare ciò che le dico, anche se le costasse molta fatica e molta aridità; e se non è decisa a farlo, non glielo dirò». Gli risposi che me lo dicesse, perché con l’aiuto di Dio e anche a costo di morire l’avrei fatto. Disse di esaminarmi interiormente tre volte al giorno e che ogni mese facessi otto giorni di ritiro in cella per fare questo esame, e mi assicurava che entro due mesi avrei avuto nella mia anima solo Dio e non sarei più stata del mondo. Io gli dissi: «Padre, Vostra Reverenza mi dica come devo esaminarmi». Mi disse di esaminare se qualcosa mi allontanava da Dio e mi sottraeva alla sua presenza e al colloquio che si deve instaurare con Sua Maestà, e che dovevo abbandonare i parenti e qualsiasi cosa mi tratteneva fuori di casa, e che in tutto dovevo continuare a cedere ciò che mi spettava di diritto. Mi disse anche di esaminare i sensi e che dovevo fare una morte da viva in questo esame; mi disse di osservare attentamente cosa mi attirava di più. «Padre, quando ritornerà, le dirò le grazie che nostro Signore mi fa attraverso questo esame…». Tutto il poco spirito che ho mi viene da quel santo padre fra Giovanni della Croce. Se avessi saputo approfittarne e avessi fatto correttamente questo esame, avrei constatato che è la cosa più proficua che un’anima possa fare.

2. L’altra volta che gli parlai, mentre era definitore, trattammo sempre della stessa cosa. Mi disse queste parole: «Senta cosa deve fare: anzitutto preghi per quello che deve compiere; per esempio, quando io sto per entrare in Definitorio, devo pregare per tutto ciò che devo trattare e, anche se ci fossero cambiamenti, non mi discosto da ciò che Dio mi ha detto nella preghiera».

3. La terza volta che gli parlai, poiché aveva un po’ di fretta, gli dissi: «Fa ancora Vostra Reverenza ciò che Dio gli suggerisce nell’orazione?». Cominciò a intenerirsi, tanto da non riuscire a frenare le lacrime. Gli dissi: «Padre, non ci faccia caso». Rispose: «Né poco né punto; non dico altro, Sant’Angelo, perché non mi ascoltano». Dovevano avergli procurato qualche dolore. Disse: «Non hanno commesso nessun peccato veniale in quanto mi hanno fatto soffrire, io credo che gioirò per queste sofferenze; e, sebbene ora mi veda piangere, chieda a Dio per me la gloria della sofferenza, perché ne ho bisogno». Padre, ometto di scrivere alcune cose circa le sofferenze di cui mi parlò il padre fra Giovanni della Croce. Voglia raccomandarmi a nostro Signore perché io faccia questo esame in modo perfetto. Di Vostra Reverenza fino alla morte. Marina di Sant’Angelo.

Share This:

P. EDOARDO – NOTA SU “PREFERISCO IL PARADISO”

Padre Edoardo Cerrato, procuratore generale della Congregazione di San Filippo Neri, ha avuto in cuore di inviarci una sua riflessione in merito alla fiction “Preferisco il Paradiso“, andata in onda il 20 e 21 di settembre 2010 su Rai 1.
Con piacere pubblichiamo il suo intervento.

———

Chi vuol conoscere lo svolgimento storicamente documentato della vita di san Filippo Neri, non lo cerca, certo, in una fiction televisiva, che si esprime nel linguaggio del suo genere e risponde ad esigenze ben diverse da quelle della storiografia. Non lo cercherà, dunque, in Preferisco il Paradiso – realizzato dalla Lux Vide di Matilde e Luca Bernabei per Rai Fiction e diretto da Giacomo Campiotti e scritto da Giorgio Mariuzzo, Monica Zapelli e Mario Ruggeri – che pure ha colto (in profondità, direi; e di questo c’è molto da rallegrarsi) il nucleo essenziale del messaggio di padre Filippo, il senso della sua dedizione sacerdotale, l’amore per la preghiera (espressa con vere giaculatorie del santo, spesso da lui ripetute), la fede in Dio come fondamento dell’esistenza, il nucleo e il metodo della proposta di Filippo educatore: crescere ed aiutare a crescere in quella adesione al puro Vangelo che, nella vita di Filippo, si tradusse in semplicità, in fiducia nell’umano (sempre preso sul serio, mai censurato), nella fuga da ogni artificio e complicazione, nella costante ricerca ed accoglienza dell’essenziale; nella gioia che Filippo visse non con spensieratezza, ma con la letizia del cristiano a cui non sono estranei – come il film esprime molto bene, a differenza di una certa vulgata filippiana, non solo cinematografica – anche momenti di “tristezza”, quella che coglie l’uomo quando più profondamente percepisce la sua inadeguatezza e si accorge che tutto è troppo poco in relazione al desiderio di pienezza che zampilla nel cuore umano; quella che si risolverebbe in pura negatività se si cercasse di “bypassarla” artificiosamente, anziché cogliere la “provocazione” in essa contenuta, l’appello di Colui che sempre chiede all’uomo di andare oltre per scoprire l’«unum necessarium», l’unica cosa indispensabile di cui parla Cristo.

La fiction – è suo pregio evidente, insieme alla bravura di Gigi Proietti nell’interpretare il personaggio ed alla riuscita scenografia – presenta tutta questa ricchezza di contenuti. Ma la esprime, talora vi allude, attraverso episodi fantasiosi, inventati ad hoc (per esigenze che sfuggono a chi, come me, è inesperto in questo campo), mentre la storia reale di Filippo Neri possiede tutto quanto è necessario per rappresentare quegli stessi contenuti.
L’osservazione non sembri pretenziosa: ha lo scopo di prevenire l’obiezione che sicuramente verrà da chi ha letto anche solo una delle più semplici biografie del santo, senza neppure addentrarsi nelle non poche messe a disposizione anche da recenti pregevoli pubblicazioni.

Lo spettatore che un poco conosca la vita di padre Filippo, immediatamente coglierà nella fiction molte incongruenze storiche: a partire dalla prima, l’arrivo a Roma di Filippo già prete, e di una certa età, con l’intenzione dichiarata di partire per le Indie con i missionari di padre Ignazio di Lojola, mentre Filippo giunse a Roma poco meno che ventenne, senza un preciso progetto, attirato unicamente dal bisogno di realizzare ciò che il primo biografo, Antonio Gallonio, espresse con la profondità di un sintetico «sequi Christum vocantem»: seguire Cristo che chiama; da quella – su cui tutto lo svolgimento della vicenda scenica è poi impostato – di Filippo che fonda l’Oratorio per dei ragazzini, mentre l’Oratorio nasce come strumento di formazione per giovani e adulti di tutti i ceti sociali, ed i ragazzi di cui padre Filippo marginalmente si occupava – accompagnandoli talora al Gianicolo per giocare con essi «facendosi fanciullo con i fanciulli sapientemente» – erano i figli di coloro che partecipavano agli incontri oratoriali; da quella di Filippo prete che incontra a Roma don Persiano Rosa già all’opera nella confraternita della Carità, quando invece l’incontro avvenne tra il Rosa, prete a san Girolamo, e il giovane Filippo ancora laico, nei lunghi anni da lui trascorsi tra gli studi, la intensa vita di preghiera, il servizio degli ammalati abbandonati nei vari ospedali… Si potrebbe continuare a lungo – e tutta la pellicola offre l’occasione per farlo – ma non è il caso: una fiction, come si è detto, non è un documentario storico e chi vuole conoscere la storia si affida ad altri strumenti.

Direi che Preferisco il Paradiso – titolo davvero apprezzabile, perché mette in chiaro, fin da subito, la vera prospettiva di Filippo e la sua fondamentale aspirazione – è una artistica sintesi della figura del santo: come quella prodotta da bravi pittori che, nel rappresentare il Neri sulla tela, non si affiggono a delinearne singoli dettagli, ma inventano una figura che esprima l’insieme: così, ad esempio, è accaduto quasi sempre quando Filippo è stato raffigurato anziano in abiti sacerdotali o in paramenti liturgici, per rappresentare gli effetti prodotti lungo tutto il corso della sua vita dalla “pentecoste di fuoco”, ricevuta in dono nelle catacombe quando egli era ancora laico e cercava la propria vocazione: solo all’età di trentasei anni, infatti, su istanza di Persiano Rosa, suo confessore, Filippo giunse a chiedere l’ordinazione sacerdotale.

Ho visto una sola volta la fiction, per gentile invito della Lux, prima che il 19 e 20 settembre sia messa in onda su Raiuno; la mia è perciò una prima impressione, ma sostanzialmente positiva: dentro ad una vicenda che per tanti aspetti storicamente non è sua, è Filippo che vive e testimonia ciò che i fatti storici della sua vita reale riportano. Il Filippo della fiction è prete, e lo si vede chiaramente non solo dall’abito che porta: un prete consapevole del compito a lui affidato; credibile perché credente; scanzonato ma senza eccessi, dotato di un bel temperamento umano, ma plasmato dalla Grazia di Dio – un prete che si confessa, oltre che confessare! –; riformatore ma umilmente fedele alla Chiesa ed alla Autorità ecclesiastica anche quando è da essa sottoposto a prove decisamente severe; capace di annunciare la fede attraverso una catechesi molto semplice, ma che attinge al cuore del cristianesimo: Dio è Padre, noi siamo suoi figli; siamo fratelli tra noi e la carità è l’indispensabile realizzazione della fede vissuta; un prete generosamente dedito all’attività e, in uguale misura, alla contemplazione, senza nessun «insanabile dissidio – come disse Proietti in una recente intervista – tra l’assoluto desiderio di sprofondare nella meditazione e nella preghiera e il bisogno prepotente di dedicarsi agli umili, ai malati, a chi era rimasto senza amici e senza risorse»: conflitto che Filippo non conobbe, poiché il passaggio dalla “meditazione” alla “dedicazione” non comportò per lui il lasciar qualcosa per qualcos’altro, ma fu «lasciare Cristo per Cristo» come egli diceva, costante assertore, fin sul letto di morte, di una convinzione espressa dalle parole – che sarebbe stato gradito ascoltare nella fiction – «Chi vuol altro che non sia Cristo non sa quel che si voglia, chi fa e non per Cristo non sa quel che si faccia».

Questo messaggio di padre Filippo, che nello sceneggiato è chiaramente presente, continua ad essere proposto anche nella seconda parte della fiction, e qui con qualche fedeltà alla reale vicenda storica: l’apostolato nell’Oratorio costituito da adulti e non solo da ragazzini; la nascita della Congregazione attraverso la vocazione sacerdotale di giovani cresciuti nell’Oratorio e desiderosi di fare quel che Filippo faceva; la figura del Baronio, assai romanzata, ma con richiami evidenti ad alcuni aspetti della realtà storica…
Risuona alcune volte, anche in Preferisco il Paradiso, l’espressione «State buoni, se potete» attinta dalla vulgata filippiana, senza che nessuna delle fonti la riporti, e divenuta quasi la sintesi della impostazione educativa di padre Filippo; nella fiction si comprende però che tale formulazione è l’indicazione di un metodo, non il contenuto di una pedagogia; e soprattutto si comprende che essa si riferisce non all’ambito del comportamento morale, ma a quello della esuberanza dei ragazzi, come sarebbe evidente se la frase fosse pronunciata in romanesco: “statte bbono” è un invito a star fermi, a stare calmi, e con l’aggiunta “… se potete” esprime il realistico buon senso di Filippo che non guarda mai all’uomo in astratto, ma si rapporta con l’uomo concreto, accolto ed amato – come fa Dio – nelle situazioni dell’esistenza. É dentro di esse, infatti, che può prendere avvio il cammino verso un “oltre”, verso il Paradiso che è, sì, del cielo, in pienezza e definitività, ma che incomincia quaggiù sulla terra, come il primo chiarore dell’alba, nella paziente trasformazione del cuore umano operata da Dio, e nell’attesa operosa che quel chiarore diventi il mare di luce del mezzogiorno.

«Preferisco il Paradiso», detto da padre Filippo, non è perciò l’atteggiamento di chi, inerte, guarda verso la meta ultraterrena: è un protendersi ad essa come risposta ad un invito profondamente corrispondente al cuore dell’uomo, come impegno concreto di un uomo disponibile a collaborare affrontando le difficoltà del viaggio: con i passi richiesti dal cammino, i gesti, il cuore, i sentimenti, l’intelligenza, la ragione, le
decisioni e le scelte; con uno sguardo costantemente attento alla realtà; con una gratitudine commossa di fronte all’amore di Dio che abbraccia e coinvolge tutto l’umano; con una pacatezza ed un senso dell’ironia che consentono di non assolutizzare ciò che assoluto non è; con una serietà lieta – la «gioia pensosa» che Wolfgang Goethe attribuì a Filippo – nell’affrontare l’avventura della salvezza offerta da Dio.

Un augurio è che gli spettatori possano cogliere in questa fiction la testimonianza di un cristiano che, anziché disquisire sulla emergenza educativa o, peggio, limitarsi al lamento, ha impegnato se stesso a risolverla, e c’è riuscito non mediante elaborati progetti e gelide imposizioni di regole, ma mostrando con la propria vita affascinante che la libertà è frutto di un cammino di liberazione, che la maturità nasce dalla crescente consapevolezza della responsabilità a cui l’uomo è chiamato, che l’umanità va presa decisamente sul serio in tutta la sua interezza, come fa Dio.

Edoardo Aldo Cerrato

Share This:

“PREFERISCO IL PARADISO”

A settembre (20-21 settembre su Rai 1 – ndr) è prevista nei programmi di Raiuno la messa in onda di un nuovo sceneggiato su san Filippo Neri realizzato dalla Lux Vide di Matilde Bernabei per Rai Fiction.

Abbiamo chiesto a P. Edoardo A. Cerrato un commento alle dichiarazioni di Gigi Proietti rilasciate nel corso di un’intervista pubblicata oggi da un quotidiano: «… Un santo come San Filippo Neri, un personaggio straordinario, tutto da scoprire. Più simile a Socrate che a un dottore della Chiesa. San Filippo viveva in gioia e in letizia l’insanabile dissidio tra l’assoluto desiderio di sprofondare nella meditazione e nella preghiera e il bisogno prepotente di dedicarsi agli umili, ai malati, a chi era rimasto senza amici e senza risorse. Che non sono solo gli anziani, ma anche i ragazzi, i giovanissimi della scuola dell’obbligo. Tanto è vero che si deve a lui la creazione del primo oratorio».

Gigi Proietti – ci ha detto Padre Cerrato – è un attore che ho sempre, e molto, apprezzato; sono contento che nella nuova fiction su S. Filippo sia lui l’interprete del santo.

Posso dire innanzitutto – non avendo ancora visto, ovviamente, lo sceneggiato – qualche cosa sul titolo, che mi pare più azzeccato rispetto a quello della precedente fiction “State buoni se potete”, diretta da Magni, in cui padre Filippo era interpretato dal bravo Johnny Dorelli.

Più azzeccato non fosse altro perché la frase “State buoni se potete”, per quanto famosa, non risulta attribuita a padre Filippo da nessuna delle fonti filippine; e, ammesso che Filippo abbia pronunciato qualcosa che le somiglia, non si può dimenticare che l’espressione romanesca “statte bbono” significa: sta fermo, non agitarti; e non si riferisce affatto al comportamento morale, con relativo, sottinteso convincimento che “se non si può”… pazienza!

Filippo, nel film di Magni, è un simpatico educatore, dai metodi certamente apprezzabili, ma il piano su cui egli opera è puramente naturale… C’è, è vero, la costante presenza del male che, sotto forme diverse, tenta di intaccare la vita dei ragazzini, e c’è la vigile attenzione di Filippo che li difende, ma quest’uomo in talare di stracci – vistosa incongruenza storica rispetto allo stile povero ma dignitosissimo del fiorentino Filippo, che sempre ha amato la pulizia e il decoro – potrebbe anche non essere un prete… Lo si vede pregare una volta sola in tutto il film, e pure di sfuggita…, mentre Filippo storicamente è un contemplativo, un mistico, un sacerdote che ha svolto il suo ministero principalmente attraverso il sacramento della Confessione, e se, almeno una volta, nel film, lo si vedese in confessionale o all’altare, lo sceneggiato non avrebbe perduto nulla del buon umore che caratterizza questo film indubbiamente simpatico e non alieno da spunti di riflessione. Ricordo che ad un anziano confratello, il quale bocciava lo sceneggiato, un confratello più giovane disse: “A far conoscere San Filippo ha contribuito di più questo film che tutti i libri da Lei scritti”. Non ne dubito – rispose il vecchio padre – solo mi chiedo se è davvero San Filippo che è stato fatto conoscere”. E le motivazioni della sua valutazione non mancavano certo di fondamento.

Non è mai facile impresa rendere in termini cinematografici la sostanza della vita di un santo, e di un santo dalle numerose sfaccettature quale è Filippo Neri; tanto più se il film – come nel caso in questione – è programmato all’interno di una determinata serie.

“Preferisco il Paradiso” invece – il titolo della fiction ora in programma – se non alla lettera certamente nella sostanza padre Filippo l’ha detto: particolarmente in riferimento alla berretta cardinalizia tante volte offertagli e sempre rifiutata… Ci sono episodi gustosi, al riguardo, nelle fonti filippine…

Questo titolo, inoltre, lascia intendere – vedremo a suo tempo se così è – che di padre Filippo sia messa in evidenza anche quella dimensione religiosa, quella prospettiva di salvezza eterna che, francamente, non sono riuscito a cogliere nella simpatica fiction di Magni.

Le affermazioni di Gigi Proietti sono interessanti; soprattutto quella relativa a “un santo tutto da scoprire”.

Effettivamente padre Filippo è assai poco conosciuto; o meglio ne sono conosciuti alcuni aspetti che, slegati dall’intero contesto, rischiano però di fare di lui una macchietta, riducendo il personaggio a “buffone di Dio”, senza che sia compreso appieno neppure l’alto significato del termine “buffone”: il quale risale al titolo di una nota biografia inglese (Theodor Maynard) del santo, ma con preciso riferimento alla figura del buffone delle corti medievali, dove questo singolare personaggio  era colui a cui incombeva comicamente il compito di dire delle verità che altri non potevano permettersi neppure di accennare…

Filippo Neri “è tutto da scoprire” proprio nella sua intera dimensione di uomo cristiano, e sottolineo i due termini; uomo: un patrimonio di ricca e bella umanità, che Filippo ha sempre preso estremamente sul serio, mai censurando nulla dell’umano che Dio ha creato e che ha consegnato all’uomo affinché in esso – dentro la “carne” per dirlo in termini biblici – avvenga l’incontro con Colui che porta l’umano alla sua pienezza. E cristiano, la condizione che permette all’uomo di dire, con san Paolo: “vivo non più io, Cristo vive in me e questa vita che io vivo nella carne la vivo nella fede del Figlio di Dio che mi ha amato e ha dato se stesso per me”.

Dentro a questa fondamentale dimensione di umanità e di fede cristiana, inscindibile binomio, irrinunciabile impostazione per padre Filippo, si collocano tutti gli altri elementi che costituiscono l’opera – per usare le parole di Proietti, mutuate dal titolo di una bella biografia del Neri scritta da p. Bouyer – del “Socrate”: “Più simile a Socrate che a un dottore della Chiesa” : nel metodo pedagogico sicuramente, ma senza dimenticare che questo Socrate è un “Socrate cristiano” e che l’aggettivo è essenziale a rendere giustizia al sostantivo.

San Filippo viveva in gioia e in letizia l’insanabile dissidio tra l’assoluto desiderio di sprofondare nella meditazione e nella preghiera e il bisogno prepotente di dedicarsi agli umili, ai malati, a chi era rimasto senza amici e senza risorse. Che non sono solo gli anziani, ma anche i ragazzi, i giovanissimi della scuola dell’obbligo. Tanto è vero che si deve a lui la creazione del primo oratorio” afferma ancora Proietti.

Se mi è consentita qualche osservazione – pur senza pretendere da Gigi Proietti la competenza del teologo  o dello storico –  direi che certamente Filippo è il “profeta della gioia cristiana”, secondo la sapiente definizione data da Giovanni Paolo II: e “profeta” – lo sappiamo – significa un uomo che parla a nome di Dio, per incarico da Lui ricevuto.

L’insegnamento di Filippo sulla gioia – più che con le parole – è stato abbondantemente trasmesso dal santo attraverso la testimonianza della sua vita vissuta in letizia, anche quando le circostanze si presentavano tutt’altro che piacevoli… La gioia di Filippo – manifesta nella sua costante letizia – è quella dell’uomo che tutto vive nella comunione con Dio, che lascia abitare da Dio anche il suo naturale buon temperamento, che accoglie Dio anche nelle situazioni di disagio, nelle “tristezze” che non dovettero mancare a Filippo se egli così spesso ne fa cenno… La tristezza è una realtà che coglie l’uomo – ogni uomo – quando egli percepisce di non bastare a se stesso, quando sente che nulla gli basta, neppure le cose più belle… “Tristezza e malinconia, fuori di casa mia!” – una tipica affermazione di padre Filippo – non è l’invito a “censurare” questa realtà, a bypassarla artificiosamente, ma a coglierla come provocazione di Colui che sempre chiede all’uomo di andare oltre, di scoprire il significato profondo della vita, l’“unum necessarium” di cui parla Cristo.

A questa luce, “l’insanabile dissidio – di cui parla Proietti – tra l’assoluto desiderio di sprofondare nella meditazione e nella preghiera e il bisogno prepotente di dedicarsi agli umili, ai malati, a chi era rimasto senza amici e senza risorse” risulta un elemento del tutto estraneo alla vita di padre Filippo. Il dissidio è insanabile nella mentalità dell’uomo di oggi, caratterizzata dalla “separazione”; ma Filippo è l’uomo dell’unità e il passaggio dalla “meditazione” alla “dedicazione” non è per lui lo sforzo di lasciar qualcosa per qualcos’altro…: è “lasciare Cristo per Cristo”, come egli diceva, e questo, sì, egli lo diceva proprio in questi termini. Per questo passava senza traumi dall’estasi orante all’esercizio del ministero, all’incontro con chi era “senza risorse”: spirituali, innanzitutto, ma anche materiali, poiché vale, anche qui, l’impostazione già detta: non c’è separazione; l’uomo è uno, carne e spirito.

Che non sono solo gli anziani, ma anche i ragazzi, i giovanissimi della scuola dell’obbligo. Tanto è vero che si deve a lui la creazione del primo oratorio” afferma Proietti riferendosi a coloro a cui Filippo si dedicava.

Sarebbe più esatto dire, storicamente parlando: non solo i ragazzini (i giovanissimi della scuola dell’obbligo, detto in termini attuali), ma anche gli anziani… Meglio ancora: gli adulti.

Padre Filippo non fonda affatto l’Oratorio per i ragazzi ed i giovani, che pure gli erano carissimi e che non mancava di accompagnare al Gianicolo, talvolta, per giocare con essi “facendosi fanciullo con i fanciulli sapientemente”, come ancora ricorda una iscrizione posta accanto a quel che rimane lassù della “quercia del Tasso”…

L’Oratorio di Padre Filippo – basta vederne il programma nelle fonti documentarie – è una “scuola” di formazione per gli adulti: e che, fra questi, molti fossero i “giovani” non muta la realtà, dal momento che questi giovani o erano studenti a livello universitario o uomini già sposati e con figli, professionisti, uomini di corte, artigiani, piccoli commercianti, impiegati dei banchi (le banche del nostro tempo)…

L’Oratorio di san Giovanni Bosco che da quello di Filippo mutua il nome e da quello milanese di san Carlo l’impostazione, non è esattamente l’Oratorio di san Filippo, anche se e l’uno e l’altro hanno in Filippo un punto di riferimento.

Fare perciò di Filippo fondamentalmente “il prete dei fanciulli” – come fece Magni e come speriamo non abbia fatto questa nuova fiction – non rende giustizia al santo e ne snatura anzi la figura: anche nel caso che l’Oratorio dei fanciulli sia preso come metafora di quella impostazione tipicamente filippiana che è l’impegno evangelico a “diventare come i bambini” per entrare nel regno dei cieli…

Non c’è che da rallegrarsi che nel programma della “Lux” per Rai Fiction sia stata riservata attenzione ad un santo che ha inciso tanto profondamente sulla vita della città di Roma e che affermava: “Chi fa bene a Roma fa bene al mondo intero”.

Non ci risulta che a nessun Oratoriano sia stato chiesto un consiglio nel delineare il personaggio Filippo. Certamente non era indispensabile; ma forse di qualche utilità lo poteva essere.

Fonte: www.oratoriosanfilippo.org

Share This:

L’UNIVERSO CREDE IN DIO

«La fede in Dio è la visione del mondo più razionale». A dirlo è l’astronomo John Linder, professore del College of Wooster, riconosciuto come un’autorità nella dinamica non lineare. Lo scienziato, in un discorso presso l’Università di Portland, ha continuato: «La scienza può essere più feconda se incorporata in una visione teistica piuttosto che in un contesto naturalistico». Per Linder, il naturalismo può spiegare il “come” del mondo, ma non è all’altezza del compito di riconoscere idee più grandi, come ad esempio il “perché”. « Dio ha creato l’universo con un apertura tale da permettere il libero arbitrio umano. L’universo non è irrazionale. Mi piace sempre chiedermi il “perché” delle cose: perché dovrebbe esserci qualcosa, anzichè il nulla? Anche completato totalmente lo studio della fisica, non saremmo comunque in grado di spiegare l’universo. Il teismo, invece, completa ottimamente la grande storia della scienza. Scienza e teismo sono più efficenti di scienza e ateismo». L’astronomo si sofferma poi sulla questione della eccezionalità della mente umana e del male nel mondo in presunta contrapposizione alla presenza di Dio. Chiude il suo intervento dicendo: «Dio come creatore e sostenitore immanente dell’universo sembra avere sempre più credibilità nel mondo scientifico». Ampie parti del discorso sono comunque leggibili su The Beacon.net

Share This:

RECENSIONE: INDAGINE SUL CRISTIANESIMO

Secondo una diffusa pubblicistica di stampo laicista, dovremmo attribuire al cristianesimo la maggior parte delle sventure e delle calamità che hanno contraddistinto gli ultimi due millenni della storia occidentale: dall’Inquisizione alle Crociate, dalla compravendita della salvezza con le indulgenze alla lotta della Chiesa per il potere temporale. Ma negare l’influenza positiva che il cristianesimo ha avuto nel promuovere lo sviluppo della cultura, dell’arte e della civiltà a livello mondiale sarebbe non solo segno di pregiudizio religioso, bensì indizio di profonda miopia storica. Eppure le pseudo-inchieste che oggi vanno per la maggiore tendono proprio a ridurre il cristianesimo a un’abile mistificazione, a una accozzaglia di racconti folcloristici che avrebbe tenuto l’umanità nelle tenebre della superstizione per secoli, causando discriminazioni, persecuzioni e delitti.

Se si esamina con obiettività la storia, non possono non vedersi gli enormi contributi che il cristianesimo ha portato in tema di sviluppo della civiltà: dalla protezione dell’infanzia all’abolizione della schiavitù, dalla lotta contro la magia alla rivalutazione della figura e del ruolo della donna, dall’impegno per la giustizia sociale alle lotte per i diritti di libertà e rappresentanza politica, dalla promozione all’istruzione alla fondazione degli ospedali e delle opere sociali, fino alle più recenti battaglie in favore della vita e della famiglia.

Alla fine di questo viaggio appassionante il bilancio è nettamente in favore di quanti riconoscono che il cristianesimo ha avuto l’indubbio merito di far fiorire i valori più profondi, originali ed essenziali della nostra civiltà.

Share This:

LA PILLOLA DELL’IRRESPONSABILITA’

Il suo meccanismo di azione è analogo a quello della pillola abortiva Ru486, ma EllaOne – indicata come «la pillola dei cinque giorni dopo» – è registrata dall’azienda produttrice come contraccettivo di emergenza.

In altre parole, è fra quei farmaci usati per impedire una gravidanza, ma che si assumono solo dopo un rapporto sessuale nel quale vi sia stata la possibilità di un concepimento, quando ancora non è possibile effettuare un test di gravidanza.

In Italia c’è già la «pillola del giorno dopo», che funziona se presa entro 72 ore dal momento della possibile fecondazione; con EllaOne, non ancora approvata nel nostro Paese, i giorni di efficacia arrivano a cinque. La differenza è nel meccanismo di azione, ma in entrambi i casi non si esclude che in presenza di un embrione le due pillole ne impediscano l’annidamento in utero.

L’espressione «contraccezione d’emergenza» è un’invenzione lessicale del mercato farmaceutico per cercare di diffondere surrettiziamente farmaci che possono avere anche un effetto abortivo, evitando le polemiche che questi suscitano, e al tempo stesso aggirando le leggi nazionali che regolano l’aborto.

La vicenda della Ru486 ha pur insegnato qualcosa: una pillola abortiva, di per sé, è un prodotto che non si presenta bene, e che non si riesce ad associare a un’esperienza positiva. Ma soprattutto l’introduzione di un farmaco abortivo deve sempre avvenire nel rispetto delle normative che regolano l’aborto, diverse da Paese a Paese. E anche quello più favorevole alla Ru486, la Francia, che ha voluto modificare la legge nazionale appositamente per favorirne la diffusione consentendo l’aborto a domicilio, lo ha potuto fare solo dopo dieci anni di tenace impegno di medici e politici nella promozione del metodo farmacologico.

Per regolare la diffusione dei prodotti contraccettivi, invece, non ci sono leggi come quelle sull’aborto: il mercato li può assorbire più facilmente, quindi, spesso nella disattenzione dell’opinione pubblica e del mondo politico.

Ma c’è un elemento ulteriore che accomuna tutti i «contraccettivi d’emergenza», importante dal punto di vista educativo: l’incertezza. Al momento in cui si utilizzano queste sostanze, non c’è sicurezza sulla presenza di un embrione, e quindi neppure sulla sua eventuale eliminazione. Un aborto precocissimo, ma incerto, che sfugge persino al più blando dei controlli: il conteggio. Nessuna donna che abbia utilizzato un «contraccettivo d’emergenza» saprà mai se ha interrotto una gravidanza nelle sue prime ore. Impossibile contare il numero degli embrioni eliminati in questo modo: al massimo si può sapere quante pillole sono state vendute, ma quelle effettivamente consumate e gli eventuali aborti possono essere solo ’stimati’ in modo approssimativo.

L’aborto è incerto perché lo sono la gravidanza e il consumo stesso del farmaco, ma anche perché altrettanto insicuro è il rapporto che, forse, ha generato quell’embrione: legami sentimentali poco stabili, spesso occasionali, magari del sabato sera.

Sono le pillole dell’incertezza del vivere, quando tutto è precario e al tempo stesso possibile, e non si è più sicuri di niente. Come si può educare una generazione alla responsabilità nei rapporti se non si riesce neppure ad avere la percezione di cosa effettivamente si sta facendo? Come è possibile educare al rispetto della vita nascente, se non si sa neppure se ci sia o no? E come si potranno poi giudicare i propri atti, se non c’è neppure la possibilità di sapere cosa realmente è successo? Se un fatto è incerto, ancor più lo sarà la possibilità di valutarlo: è l’ennesima faccia dell’emergenza educativa che segna il nostro tempo.

Assuntina Morresi – tratto da SaFe Salute Femminile

Share This: