500 FOTO DA MEDJUGORJE – AGOSTO 2010

Sono state inserite più di 500 foto dell’ultimo pellegrinaggio a Medjugorje.
Qui sotto alcuno esempi. Per ingrandire la foto cliccarci sopra.
Sul nostro spazio flickr (clicca qui) la serie completa delle foto.

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COMUNITA’ CENACOLO: LA FELICITA’ A PARTIRE DA ORA

La felicità è un dono che può gustarsi già in questo mondo.

La testimonianza dei ragazzi della Comunità Cenacolo
L’esperienza della Comunità “Cenacolo” ha inizio 27 anni fa, nel luglio 1983, per desiderio di una suora della Carità, Elvira Petrozzi, che sentì a un certo punto della sua vita la forte esigenza di fare qualcosa per il disagio giovanile, per i giovani persi nella droga, nell’alcol e nella disperazione, per ridare loro il senso della felicità e della vita. Quando a suor Elvira viene ceduta in comodato d’uso gratuito una villa sulla collina di Saluzzo, quello che era un desiderio può concretizzarsi e, con il coinvolgimento di altre suore, parte un progetto che si è allargato negli anni, arrivando ad avere oggi sessanta case in Italia e nel mondo.

Lo scopo principale è quello di accogliere i giovani, emarginati e distrutti nell’anima da droghe o alcol, e ridare loro la vita, proponendo una strada di sacrifici, senza però costrizioni o imposizioni, per aiutarli, piano piano, a “ricostruirsi”.

Ma che cosa differenzia questa comunità da tutte le altre sparse per il mondo? Innanzitutto suor Elvira ha voluto fidarsi esclusivamente della Provvidenza e fin da subito ha scelto di non avvalersi di sovvenzioni né dallo Stato né dalle famiglie dei ragazzi accolti. Ai genitori che, disperati, le affidano i loro figli suor Elvira dice parole semplici e chiare: “io non voglio soldi, ma l’impegno da parte vostra come genitori”. E poi al centro di tutto la fede in Dio e la preghiera. La comunità si basa sulla verità, aiutando i giovani a intraprendere un percorso di verità, mentre prima le loro vite erano improntate alla falsità più completa. Questo attraverso piccole, ma importanti, regole che permettono di riconquistare il rispetto di sé e degli altri.

Nell’incontro di domenica è stato commovente ascoltare l’esperienza di alcuni ragazzi, intervenuti a portare la loro testimonianza. Giovani come tanti, arrivati da suor Elvira dopo essersi persi nelle false luci del mondo, dopo aver messo tutte le proprie energie nelle cose sbagliate perché, come dice Chiara, “tutto era senza Dio, tutto era senza base: non erano entrati nel cuore i valori. In comunità mi sono sentita accolta e amata”.

Gli interventi dei genitori.
Il percorso non è facile, piano piano però la Provvidenza di Dio entra nei cuori, si ricostruiscono i rapporti e i ragazzi imparano a diventare responsabili e ad affrontare la vita. “In questa comunità si riaccende la speranza in noi che arriviamo sfiduciati e pieni di fallimenti alle spalle”. Questo perché, senza tante medicine, senza tanta psicoanalisi, molto più semplicemente suor Elvira ha incentrato la sua opera su verità, condivisione, preghiera e i ragazzi la seguono, arrivando a risultati impensabili, recuperando le loro vite e guarendo le loro ferite. “È una guarigione interiore che riceviamo come grazia da Dio, ricostruendoci giorno dopo giorno”.
La giornata in comunità è vissuta alla luce del Vangelo e improntata su diverse attività lavorative che consentono di mantenersi. La comunità diventa dunque la salvezza, dove si rinasce per la grazia della preghiera, dove scompare la paura del sacrificio, attraverso il lavoro e il donarsi agli altri, riscoprendo il desiderio di fare il bene. Seguendo il motto di Elvira “amare, amare, amare, servire, servire, servire”, ognuno è chiamato a riscoprire il proprio essere, la propria vocazione, le cose belle e “a capire che il Signore ha un progetto più grande per ognuno”. La comunità propone uno stile di vita ben preciso, senza imporlo, aiutandosi gli uni con gli altri e dando a ciascuno la consapevolezza di non essere solo. Infatti ogni nuovo ragazzo che arriva è seguito ventiquattrore su ventiquattro da quello che viene chiamato l’ “angelo custode”, un giovane che gli sta accanto e non lo lascia mai e che precedentemente ha vissuto le stesse esperienze e ha alle spalle la stesse storie di chi gli è stato affidato.
La comunità, però, è una scuola di vita non solo per ragazzi, ma anche per i genitori che cercano di cambiare insieme, attraverso la riscoperta innanzitutto del dialogo. Genitori che, sempre domenica, hanno raccontato la loro esperienza con figli caduti nel tunnel della droga, rivivendo gli anni tremendi, gli anni della vergogna, prima dell’incontro salvifico con suor Elvira. Genitori che con molta onestà si guardano dentro, riconoscendo anche le loro colpe, i loro egoismi e che spiegano come, dopo averle tentate tutte, l’unica soluzione per la salvezza dei propri figli è che “dovevano incontrare Gesù sulla loro strada e abbracciare la strada della fede”.
Elvira chiede anche ai genitori la conversione, chiede infatti anche a loro di fare un cammino parallelo a quello dei figli, perseguendo il cambiamento di tutto il nucleo famigliare. E molti genitori cominciano a “capire come portare la croce”, seguendo quello che è uno dei motti della Comunità “dalle tenebre alla luce”. Famiglie quindi che intraprendono un cammino con la Comunità, ritrovandosi in gruppo con altri genitori che vivono la stessa esperienza, per pregare, recitare il rosario, leggere il Vangelo, discutere e accogliere nuovi genitori. E ci si accorge che una vita migliore non è un’utopia, ma è possibile, che la serenità può tornare e che la felicità può arrivare anche dopo tanto dolore e tante sofferenze. Perché è proprio la felicità, la gioia, che caratterizza l’esperienza di Suor Elvira: “la felicità è sempre presente in tutta la Comunità”.

“Madre Elvira è una santa, sono stato vicino a una santa” dice papà Antonio “è una donna mandata dal Signore, la sua è un’opera di Dio, a cui lei ha detto sì, proprio come la Madonna”. Sì, perché quest’incredibile donna è riuscita a rigenerare questi figli, ridando loro una seconda vita, una vita nuova, dove hanno riconquistato il rispetto di se stessi e degli altri. Infatti, dopo il cammino della comunità molti ragazzi ritornano nel mondo, alla vita di tutti i giorni, altri invece decidono di restare in comunità, intraprendendo un cammino di servizio nelle missioni in America Latina, che nel tempo sono nate proprio dall’idea di alcuni giovani della Comunità.
Una “terapia”, insomma, che si basa sulla fede e sull’amore con un continuo incoraggiamento a proseguire con speranza. “La comunità ha salvato nostro figlio e la nostra famiglia”, afferma mamma Lidia. E quest’opera di salvezza da Saluzzo, dove c’è la casa madre e dove risiede suor Elvira, si è irradiata in tutto il mondo sotto tante forme e in molti modi. Attraverso nuove consacrazioni di suore e sacerdoti, che portano avanti il lavoro di Elvira, attraverso l’opera nelle missioni, dove molti dei ragazzi decidono di donare agli altri quello che loro stessi hanno ricevuto in comunità, in un moltiplicarsi di amore che sembra un miracolo, ma che non dovrebbe stupire troppo un cristiano perché come dice Elvira: “Io i miracoli li vedo tutti i giorni. Io sono sempre stata fedele a Dio e Dio è sempre stato fedele a me”.

Per saperne di più sulla Comunità Cenacolo e le attività di suor Elvira potete consultare il sito: www.comunitacenacolo.it.

(Eleonora Cornaglia) – Foto: Andrea Cerini

Fonte: http://vco-flash.it/index.php/home

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UN BIMBO DI NOME EINSTEIN

Si Deus est unde malum? Et si non est, unde bonum?
Se Dio esiste, da dove viene il male?
Questo breve filmato invita a riflettere sull’antica questione trattata dalla teodicea.
L’acuta risposta al problema viene da un bambino, un piccolo genio di nome Albert Einstein. Il filmato infatti ripropone ciò che la storia attribuisce al grande fisico.

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RELAZIONI

Senza la tenerezza, la premura, la comunicazione, l’altruismo, la nostra vita è vuota, anche se godiamo di ottima salute e viviamo in una bella casa.

Eppure dentro si pensa che se vuoi bene sei un ingenuo, se sei felice sei frivolo oppure facilone e se sei altruista e generoso vieni guardato con sospetto.

Se perdoni sei debole, se hai fiducia sei sciocco. Se sei propositivo stai bluffando… la nostra capacità comunicativa è povera.
La vita di tutti è un intrecciarsi di rapporti buoni e cattivi, però i rapporti con il prossimo sono lezioni di vita: insegnano la sconfitta, la sopportazione e la vittoria sulle nostre paure.

Si impara a cambiare, si cerca di diminuire l’egoismo, di rinunciare alla paura di apparire come siamo e si impara l’abbandono.

Una bellissima favola racconta di una ragazza che cammina in un prato e vede una farfalla impigliata in un rovo. La farfalla, liberata con gran cura, sembra volar via, ma ritorna indietro e si trasforma in una fata.

“Per ringraziarti della tua gentilezza d’animo” dice alla fanciulla. “Esaudirò il tuo più grande desiderio”. La ragazza pensa un istante prima di rispondere: “Voglio essere felice”.

Allora la fata si piega su di lei, le mormora qualcosa all’orecchio e scompare.

La ragazza diventa donna e nessuno, in tutto quel paese fu più felice di lei.

Quando le chiesero il segreto della sua gioia, si limitò a sorridere, dicendo: “Ho seguito il consiglio di una buona fata”.

Gli anni passarono, la ragazza diventò vecchia e i vicini temettero che il favoloso segreto morisse con lei.

“Rivelaci che cosa ti ha detto la fata” la scongiurarono.

La deliziosa vecchina, sorridendo, disse: “Mi ha rivelato che, anche se appaiono sicuri, tutti hanno bisogno di me”.

Ritengo che se anche i nostri rapporti falliscono, non vuol dire che siamo noi i malvagi, limitati o incompetenti.
Non tutti i rapporti sono giusti: la relazione è positiva se incoraggia una crescita ottimale del corpo, della mente, dello spirito.

Se un legame diventa distruttivo mette a repentaglio la nostra dignità, ci impedisce di crescere, ci deprime quando abbiamo tentato in tutti i modi di impedire il fallimento: quando vedi che non c’è niente da fare dopo aver dato tutto, dobbiamo scioglierlo.

Noi non siamo per tutti e tutti non sono per noi. Questo si capisce dopo tante sofferenze che non portano altro che cuore e anima infranti, sanguinanti.

Alle persone bisogna insegnare che il volersi bene non è possedere per godere, ma essere un amico nel momento del bisogno. E’ lì che vedi chi ti rimane accanto e chi sparisce.

“E vissero felici e contenti”… non si può dire, perché la realtà è diversa e su questa terra fragile ed imperfetta non si può aspettare ciò che non è possibile.

Non esiste essere o divenire senza un rapporto alla pari, sincero, pulito, che dona senza pretendere nulla in cambio, senza un amico vero.

Il grigio quotidiano, finalmente liberati…
Ecco l’uomo di Falco Bianco: un uomo che cerca serenità, che sorride, che coglie l’essenziale, che infonde speranza, fiducia, ottimismo. Questo con rigoroso rispetto, per non condizionare le scelte che ognuno deve e dovrà pretendere in piena libertà di coscienza.

Si deve respirare aria di libertà vera. Nessuno deve sentirsi obbligato a fare scelte contrarie alla propria sensibilità.

Per Falco Bianco, rispettare fino in fondo le decisioni degli altri è molto importante.

Non desideriamo il possesso, ma il dono, il dono di relazionarci non per nostra soddisfazione personale, ma per il bene comune.

Certo non mancheranno perplessità e titubanze, ma è proprio in questi momenti che dobbiamo cercare coraggio, perché il volersi bene ha bisogno di momenti forti di ricarica, per poi riprenderci con più forza.

Occorre incitamento, coraggio: noi ci proviamo.

Per questo è essenziale crescere nella formazione personale e poi, con pazienza, trasferirli in insegnamenti.

I libri, però, non devono prendere polvere.
Sarebbe bello e prezioso poterne raccogliere per metterli a disposizione di tutti e riordinarli in una piccola biblioteca.

Consigliare, suggerire, incoraggiare ad un dialogo profondo e di spessore, per rifarci a principi di bontà, tenerezza, discrezione, premura, mitezza e gioia di vita.

Questo è il nostro entusiasmo, il nostro stare insieme, il nostro essere affabili ma fermi nei pensieri onesti.

Accettiamo con piacere chi ne ha apprezzato l’ingegno ed il fine che ci siamo prefissi, ma anche chi desidera un dialogo sereno insieme.

La vista si acquista sollevando gli occhi, anche se ancora chiusi (cioè con un atto di volontà personale).

C’è gente che crede di sapere (vedere) e in realtà sono ignoranti (ciechi).

C’è gente che fa appello alla propria scienza e autorità, fino all’uso della forza.

In presenza dei fatti un sapere troppo sicuro di sé rischia di non trovare altra via d’uscita che la malafede e l’abuso del potere.

C’è un sapere che è conoscenza della lettera e non porta da nessuna parte, c’è un sapere che apre ad una conoscenza che è rapporto personale con gli uomini.

Vedersi vedendoci. Tu da me in te. Io per te in me

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TIMOR DI DIO

E’ il dono che porta a perfezione la virtù della Speranza. Attraverso di esso si acquisisce una docilità speciale a sottomettersi alla volontà di Dio per riverenza alla maestà Divina. Dio non può essere oggetto di timore, ma in Lui vi sono la giustizia e la misericordia. La giustizia di Dio eccita in noi il timore di DIo e la misericordia suscita la speranza. Il timore iniziale, agli albori della vita di fede, spinge a non commettere peccati per paura dell’inferno, ed ha un suo valore, ma il Timore di Dio filiare o casto è ciò che spinge l\’anima a non compiere il peccato per timore di restare separata dal Sommo Bene. E’ il timore di coloro che non hanno paura di Dio, in quanto suoi figli, ma hanno pauura di offenderlo per timore di incrinare il rapporto con Lui. E’ necessario per portare a perfezione le virtù della speranza, temperanza ed umiltà. Il dono del timore di Dio ci da la certezza della speranza nonostante la propria indegnità. l’anima che possiede questo dono si sente “nuda” di fronte a Dio e si rende conto con estrema lucidità che tutto ciò che proviene da sè stessa è miseria e peccato e avverte il vivo sentimento della maestà di Dio. Alcune abili mirabilmente ricolme del dono del Timore di Dio sperimentano la “notte dello Spirito” in cui l’anima si sente irreparabilmente condannata, in tale modo si perfeziona la virtù della Speranza che arriva alle sue massime vette. Chi possiede questo dono non solo si guarda dal peccato sia esso mortale che veniale, ma spesso non transige neppure sulle piccole mancanze esercitando su sè stesso una vigilanza rigorosa per non commettere alcun male

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OMAGGIO A GIOVANNI PAOLO II

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ABORTISTA O ANTI-ABORTISTA: SOLO ETICHETTE

Non so se quella dell’aborto possa essere ridotta a una questione “lessicale” e se etichette da tempo consolidate come “pro-vita” o come “abortista” meritino o no di essere lasciate cadere. Apprendo però con un certo interesse (mettendo tra parentesi il fatto che simili dichiarazioni sono state fatte nelle ultime ore di una campagna elettorale finalmente conclusasi) che Adriano Sofri si offende se lo si qualifica come “abortista” e che egli ritiene che anche Emma Bonino abbia buone ragioni per offendersi (vedi Il Foglio di sabato 27 marzo). Per quale ragione? Perché egli ritiene che merita di essere definito “abortista” solo chi apprezza l’aborto «in odio all’umanità e alla vita in genere» o «come strumento di limitazione delle nascite».

Sofri si dichiara invece contro l’aborto e ritiene auspicabile e lodevole tutto ciò che aiuta a sventarlo, «con l’unico limite di non coartare la libertà personale delle donne». Sembrerebbe coerente che Sofri (e la Bonino, se è vero che la pensa come lui) fossero allora ostili sia alla pillola del giorno dopo sia alla Ru486. Sappiamo bene che non è così. Eppure la piena disponibilità sia dell’una che dell’altra pillola (senza discutere dei loro specifici effetti, molto diversi tra loro) induce obiettivamente le donne a banalizzare le loro eventuali scelte abortive; cercare di ridurne l’uso, rispettando oltre tutto i ben precisi paletti previsti dalla legge sull’aborto, sarebbe indubbiamente un modo molto efficace per aiutare a “sventare” quelle scelte abortive che Sofri sembra deprecare.

Ma la vera contraddizione di Sofri non è questa. Sappiamo che l’aborto oggi non ha (tranne ipotesi rarissime!) autentiche motivazioni “terapeutiche”: esso è di fatto la più comune modalità utilizzata dalle donne per rifiutare una maternità non voluta.Questo dato di fatto è la più grande piaga aperta del mondo contemporaneo, perché implica una sorta di rifiuto, da parte delle donne, di quanto di più specifico contrassegna la loro identità femminile. Presumo quindi che Sofri percepisca questo come un grande problema e in qualche modo ne soffra, proprio per il fatto che egli rifiuta come insultante la qualifica di “abortista”. Egli però coniuga questo rifiuto con un altro esplicito rifiuto: quello di «coartare la libertà personale delle donne». È da più di trent’anni, da quando è entrata in vigore la legge sull’aborto, che la libertà delle donne non è più coartata dalla legge. A quanto mi risulta, non esiste oggi un partito o un movimento di opinione, nemmeno tra quelli che esplicitamente si considerano di ispirazione cristiana, che chiedano che si scelga la “criminalizzazione” legale di chi abortisce: su questo punto tutti – Sofri e Bonino in particolare – dovrebbero sentirsi tranquilli.

Ma chi, come Sofri, ritenga offensivo essere qualificato come “abortista”, dovrebbe impegnare tutto se stesso in una campagna anti-abortista, di carattere non penale, ma intellettuale e morale: una campagna che operasse nella società civile a favore del rispetto per la vita e dell’identità femminile come identità (almeno potenzialmente) materna. Su questi temi il silenzio non solo dei radicali, ma di tutti i “laici”, in Italia così come in altri Paesi, è assordante. Eppure, la questione è elementare: se è lodevole (lo scrive Sofri) sventare l’aborto, non può che essere lodevole la maternità. Siamo in grado di ribadire ad alta voce un concetto nello stesso tempo così profondo e così semplice? Chi voglia sinceramente non essere qualificato come “abortista” dovrebbe sentire il dovere di farlo.

di Francesco D’Agostino

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MAGISTER: SCANDALI PER ATTACCARE LA CHIESA

Lo scandalo dei preti pedofili sta mettendo in difficoltà la Chiesa. Il culmine si è raggiunto quando il vescovo di Ratisbona, Mons. Gerhard Ludwig Müller, ha ammesso di essere a conoscenza di casi di abusi sessuali nel coro di Ratisbona diretto dal fratello del papa. Scattano le accuse alla Chiesa e al celibato dei preti. Come stanno le cose? «Su questi fatti si è innescato, a livello internazionale – dice Sandro Magister, vaticanista de L’Espresso – un fenomeno che li strumentalizza con un fine preciso: l’attacco frontale alla Chiesa cattolica, e in particolare al papa».

La Chiesa è investita dallo scandalo della pedofilia. Lei che idea si è fatto?

Penso che quello che sta accadendo si fonda su fatti incontestabili, di dimensioni numericamente importanti. E tanto più gravi in quanto commessi da uomini deputati pubblicamente ad essere portatori di alti valori morali. Però su questi fatti si è innescato, a livello internazionale, un fenomeno che li strumentalizza con un fine preciso: l’attacco frontale alla Chiesa cattolica, e in particolare al papa.

«La tolleranza zero – ha detto Mons. Fisichella in un’intervista al Corriere di ieri – non è un optional, ma un obbligo morale».

Mons. Fisichella ha usato secondo me un’espressione di grande efficacia comunicativa. Non credo però che essa corrisponda propriamente al profilo originale della Chiesa stessa, centrato sul vero rapporto di Dio con i peccatori che è perdono «in cambio» di pentimento. Per il resto, rimango convinto che ci troviamo in presenza di un attacco generale in cui il circuito mediatico è elemento essenziale di questa battaglia.

Chi è ad attaccare la Chiesa?

Ormai da diversi anni assistiamo ad una ripetizione di formule praticamente identiche, che abbiamo visto usate per la prima volta su vasta scala negli Stati Uniti nei primi anni duemila, e che ora vediamo applicate in Europa. Hanno questo di peculiare: non chiamano in causa un’opposizione laicista, «esterna» alla Chiesa, ma componenti interne alla Chiesa stessa.

Si spieghi.

Non ci troviamo in presenza di una battaglia che vede la Chiesa attaccata da quel mondo che si identifica con la cultura postmoderna dell’occidente, ma da componenti importanti della Chiesa che utilizzano questo momento di crisi, drammatizzandola, con fini che non hanno nulla a che vedere con le ragioni vere di questa crisi, ma che consistono nel rinverdire gli elementi ben noti dell’agenda cattolica della critica alla Chiesa.

È un caso che lo scandalo dei preti pedofili, al di là della giustizia che è dovuta alle vittime e della riforma che deve innescare, riproponga l’annosa questione del celibato e dell’interpretazione più autentica del Concilio?

Certo che no. Il rivelatore clamoroso che proprio di questo si tratta, cioè di una offensiva intra-cattolica, è stato l’articolo di Alberto Melloni di pochi giorni fa sul Corriere della Sera. Dopo aver deplorato l’orrore dei fatti, ha scoperto le carte: la risposta vera alla crisi della pedofilia è indire un Concilio Vaticano III. Melloni ha richiamato il discorso del card. Carlo Maria Martini nel sinodo 1999. Quel discorso risultò una specie di agenda centrata sui temi del clero sposato, della promozione della donna della Chiesa e attraverso di essi, del rinnovamento. I temi classici della panoplia della protesta cattolica di tipo progressista.

Che differenze vede tra lo scandalo degli anni 2001-03 negli Usa e questo scandalo con epicentro nella cattolicissima Irlanda e nella Baviera tedesca, terra del papa?

Guarderei bene le date nelle quali si concentra la grande quantità dei misfatti. Non sono affatto recenti, a parte alcuni episodi che sono continuati fino ai giorni nostri. La mole più grande di date risalgono agli anni ’70. Questo perché effettivamente in quel periodo c’era, nella cultura dell’epoca e quindi anche dentro la Chiesa, e per ciò stesso dentro la gerarchia, una sensibilità molto diversa da quella attuale per quanto riguarda il rapporto sessuale di un adulto con un minore.

Cosa intende dire?

Erano gli anni di un lassismo morale estremamente diffuso. Pensiamo a Lolita di Nabokov. Nessuno si sognava di incriminare l’oggetto di quel medesimo romanzo come qualcosa di abominevole. È solo un esempio ma mi pare indicativo. C’era allora l’idea che azioni come l’atto sessuale con un minore tutto sommato non fossero così perverse: avevano anzi piena cittadinanza in una cultura che vedeva nella liberazione sessuale e nella battaglia contro i freni inibitori un imperativo morale e un segno di civiltà. Questo ha influito – soprattutto in paesi molto esposti a questo tipo di contagio culturale – sui modi adottati dalla gerarchia della Chiesa nell’affrontare il problema, quando questo si poneva.

Vuol dire modi molto blandi?

Sì. Come un eccesso compiuto in famiglia, qualcosa che poteva o doveva essere sostanzialmente sopito invece che troncato in modo inesorabile. Ecco il perché di una tolleranza così ampia nel perseguire questi fatti.

Secondo lei che cosa rappresenta questo scandalo per la Chiesa di oggi?

Una prova di purificazione. Joseph Ratzinger, prima da cardinale e poi da papa, ha sempre visto bene l’elemento essenziale di queste colpe e come queste devono essere affrontate. Ha parlato di «sporcizia» nella chiesa. Che come tale è ancor più grave se impersonata da coloro che rivestono l’ordine sacro del sacerdozio, e che dovrebbero essere persona Christi, immagine di Cristo vivente. La risposta alla sporcizia è una grande purificazione.

Dunque Benedetto XVI non si è fatto cogliere impreparato?

No. Questo papa dà prova da tempo di un decisa opera di contrasto a questi comportamenti e di richiamo della Chiesa intera a un approccio penitenziale là dove ci sono stati. Sta facendo un lavoro molto energico di risveglio degli episcopati nazionali. Essi devono prendere coscienza della gravità di questi fatti, che sono azioni imputabili a persone precise, ma che proiettano la loro ombra sulla Chiesa intera.

Come valuta il recente discorso del papa sul sacerdozio al convegno organizzato dalla Congregazione per il clero?

Il papa ha ribadito il grande valore del celibato. Comunque mi lasci rilevare un fatto curioso: tutti coloro che minimamente si occupano del fenomeno pedofilia sono concordi nel dire che il celibato non c’entra proprio nulla. Tant’è vero che il reato è compiuto statisticamente da un numero nettamente più alto di persone sposate o che comunque hanno rapporti sessuali con donne.

Invece ogni volta che la polemica si riaccende su questi fatti, c’è la richiesta di ripensare la disciplina del celibato.

È un mantra che si accompagna a quelle istanze progressiste di riforma che ho ricordato. Si continua a ripetere che il celibato non è un dogma, ma anche Benedetto XVI lo sa benissimo. Non fa parte del dogma, è vero, ma non è nemmeno campato in aria. È qualcosa di profondamente radicato nella Chiesa dei tempi apostolici, e si è esplicato nel corso della storia della Chiesa in forme evidenti di continuità assoluta. Il celibato, come ha detto il papa, «è autentica profezia del Regno». Il senso del celibato aumenta nelle epoche in cui è necessario mobilitare grandi risorse spirituali.

Si riferisce alla fase attuale di profonda scristianizzazione?

Sì. Benedetto XVI e prima di lui Giovanni Paolo II hanno capito perfettamente la drammaticità dell’ora presente, e l’esigenza assoluta che impegnati nel mondo ci siano pastori d’anime che hanno il celibato come carisma peculiare e specifico.

Barbara Spinelli, nel suo editoriale su La Stampa «Vaticano il male nascosto» ha ricondotto lo scandalo alla «scarsa ambizione, all’energia spenta della parte ritenuta buona». Nella Chiesa di oggi si discute di tutto, nota, ma non della persona di Cristo. Per farlo «in fondo non c’è bisogno d’altro che della Scrittura».

Personalmente non condivido nulla di quel giudizio. È la rappresentazione, quasi da manuale, di uno spirito neomodernista per cui l’unica vera Chiesa che conta è quella spirituale. E infatti cita Il Vangelo basta di Alberto Melloni e Giuseppe Ruggieri. Sono i moderni nipotini di Gioacchino da Fiore e sognano una nuova età dello spirito dalla quale bisogna buttare a mare tutto ciò che è istituzione, tradizione, corpo della Chiesa. La Chiesa che vediamo è una cappa che imprigiona lo spirito e lo spirito attende di essere liberato.

La Chiesa deve lavare i panni in casa sua o affidarsi alle indagini della magistratura?

La Chiesa i panni in casa sua deve lavarli comunque. Non dimentichiamo, però, che non deve purificarsi solo dei peccati sessuali: la Chiesa è il luogo del perdono di Dio e la sua missione è quella di lavare tutti i peccati del mondo. Ma il perdono di Dio scende su chi in qualche modo si mette la cenere sul capo. La Chiesa perdona i peccati, al tempo stesso Cesare deve fare la sua parte. Le vittime di questi anni, come possono e devono denunciare alla Chiesa i responsabili, possono e devono denunciarli anche al foro civile. Certamente la Chiesa non ha nessuna obiezione a che questo avvenga.

Federico Ferraù – Intervista a Sandro Magister – Tratto da IlSussidiario.net

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ELLA-ONE: PILLOLA ABORTIVA O ANTICONCEZIONALE?

Sta per irrompere sul mercato italiano EllaOne la pillola dei cinque giorni dopo.

Spacciata per anticoncezionale d’emergenza, EllaOne sarà un nuovo rimedio per impedire una gravidanza indesiderata entro 120 ore da un rapporto sessuale potenzialmente fertile.

Vediamo di cosa si tratta esattamente. Questa pillola contiene una molecola che si chiama ulipristal acetato, un antiprogestinico di seconda generazione. Per i profani è sufficiente sapere che quel composto sintetico si lega ai recettori del progesterone (ormone prodotto dalle ovaie) esattamente come la pillola abortiva RU486. L’azione del progesterone è fondamentale per l’iniziale sviluppo della gravidanza poiché prepara l’utero ad accogliere l’embrione ed EllaOne, legandosi appunto ai recettori di quell’ormone ne inibisce l’azione. Poiché, quindi, contrasta l’annidamento dell’embrione, quella pillola svolge in realtà un’azione intercettiva-abortiva. E non contraccettiva. Non è un caso, infatti, che i primi studi sulla EllaOne siano stati realizzati proprio confrontando la sua azione con quella della RU486.

E’ interessante anche analizzare la differenza tra EllaOne e la cosiddetta “pillola del giorno dopo”, ovvero la contraccezione a base di levonorgestrel.

Il più rilevante tratto distintivo si riferisce al periodo di assunzione dei due prodotti.

Mentre il levonorgestrel, infatti, deve essere assunto entro 72 ore, la posologia di EllaOne prevede un arco temporale maggiore, ovvero un’assunzione entro le 120 ore (5 giorni). Peccato, però, che nella fisiologia della riproduzione, l’embrione a cinque giorni dal concepimento sia già in utero per annidarsi.

Più interessante appare la correlazione tra EllaOne e la RU486.

Entrambe le molecole, infatti, appartengono al gruppo degli antiprogestinici, i quali svolgono la loro azione inibitoria dell’annidamento dell’embrione. La farmacodinamica dell’ulipristal acetato è, peraltro, pressoché identica a quella del mifepristone (Ru486).

Parole complicate per dire che si sta spacciando per contraccettivo un prodotto che, invece, ha effetti abortivi. Tutto regolare? Non direi proprio.

Com’è noto, la Direttiva europea 2005/29/CE dell’11 maggio 2005, relativa alle pratiche commerciali sleali tra imprese e consumatori nel mercato interno, prevede una severa disciplina in materia. E l’Italia è stato il primo Paese dell’Unione a recepire integralmente quella direttiva, attraverso il Decreto Legislativo 2 agosto 2007, n. 146, il cui art.21, primo comma, lett. a) e b), espressamente prevede che debba considerarsi ingannevole una pratica commerciale non solo quando contiene «informazioni false» ma pure quando «in qualsiasi modo, anche nella sua presentazione complessiva, inganni o possa ingannare il consumatore medio», e ciò «anche se l’informazione è di fatto corretta». L’inganno deve riguardare «l’esistenza o la natura del prodotto», ovvero «le caratteristiche principali del prodotto», quali, tra l’altro, «la composizione», «l’idoneità allo scopo» ed i «risultati che si possono attendere dal suo uso».

EllaOne, come si è visto, agisce impedendo il proseguimento dello sviluppo dell’embrione, giacché rende impossibile il suo annidamento nella parete uterina. Non si tratta, dunque, di un effetto contraccettivo bensì di un meccanismo prevalentemente abortivo qual è quello antinidatorio, che si estrinseca dopo l’avvenuta fecondazione, quando è già iniziato il processo di sviluppo di una nuova vita umana.

Sul punto, lo stesso Prof. Baulieu – padre della pillola abortiva RU486, e quindi insospettabile sotto il profilo bioetico – ha affermato che «l’interruzione della gravidanza dopo la fecondazione può essere considerata alla stregua di un aborto» (Il Punto sulla RU486, in «JAMA ed. italiana», 1990, 2,12).

Anche la logica, del resto, vuole la sua parte. Dal punto di vista etimologico il termine “contraccezione” deriva dall’inglese contra-conception e sta ad indicare l’attività volta ad impedire la concezione, la fecondazione. Ora come può EllaOne pretendere, logicamente, di impedire qualcosa che in realtà è già avvenuto, ovvero la fecondazione? Dopo il concepimento, in realtà, non si è più nell’ambito della contraccezione ma in quello contragestazione, cioè dell’attività che contrasta la gestazione. Impedire l’annidamento significa impedire lo sviluppo di una vita già iniziata.

Sempre in tema di logica, è interessante notare che il punto 4.1 delle istruzioni per l’uso di EllaOne, relativo alle «indicazioni terapeutiche», includa tra i casi in cui assumere la pillola anche la «contraceptive failure», ovvero l’ipotesi di mancato funzionamento di un contraccettivo. Come si può, quindi, logicamente immaginare che il rimedio al fallimento di un contraccettivo possa essere un altro contraccettivo? Alla “contraceptive failure” non può che seguire un’azione contragestatoria, ovvero abortiva.

Ora, da quanto fin qui evidenziato, risulta evidente che presentare EllaOne come un contraccettivo d’emergenza anziché come un prodotto abortivo, rappresenti una grave manipolazione semantica, tale da integrare una vera e propria pratica commerciale ingannevole, in palese violazione dell’art. 6, primo comma, lett. a) e b) della Direttiva 2005/29/CE, e dell’art.21, primo comma, lett. a) e b) del Decreto Legislativo 2 agosto 2007 n.146, violazione sulla quale, peraltro, dovrebbe intervenire l’Autorità Garante della concorrenza e del mercato.

Né si può tacere sulla natura e sull’oggetto dell’inganno. La posta in gioco, in realtà, assume rilievi non indifferenti di natura morale, etica, filosofica, culturale. Usare un contraccettivo non è come abortire.

Per questo l’informazione deve essere chiara e obiettiva, affinché una donna possa acquisire la piena consapevolezza della sua scelta e sappia che qualora opti per l’uso della pillola EllaOne non sta evitando un aborto. Lo sta praticando.

di Gianfranco Amato

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PATATE O BAMBINI?

Invece dei bambini abortiti a milioni, molti quotidiani ( Corriere della sera, Repubblica, Libero, Stampa, Messaggero, Riformista, Manifesto, mercoledì 3) hanno messo in prima pagina le patate transgeniche: nessuno sembra essersi accorto che a Bruxelles l’Istituto di Politica Familiare aveva presentato il suo annuale rapporto demografico con uno studio su «L’aborto in Europa», di cui ha dato notizia solo Avvenire.

Si sa, ai giornali piace raccontare non la normalità delle cose, ma i fatti straordinari. Hanno ritenuto, evidentemente, che 2.863.649 aborti praticati e censiti in un anno in Europa (solo quelli ‘ufficiali’: più di 7.800 al giorno, 327 ogni ora, uno ogni 11 secondi) costituiscano l’ordinarietà della vita nel Vecchio Continente; e che l’aborto, divenuto ormai la principale causa di morte (peggio del cancro e dell’infarto; in dodici giorni più dei decessi per incidenti stradali di un intero anno), sia, insomma, un avvenimento normale e trascurabile.

D’altronde nel mondo del femminismo è ormai pacifico che l’aborto volontario costituisce nemmeno più un «trauma» o «una sconfitta», bensì nient’altro che (letteralmente) «un momento» o «un aspetto fisiologico della vita femminile». È questo ciò che fa più paura. Invece di chiedersi che cosa succede quando si uccidono milioni di speranze del futuro, la ‘grande stampa’, il giornalismo di successo, quello che si preoccupa del gossip , cioè del pettegolezzo telefonico degli uomini del potere, si chiede «se l’uomo si fa del male» con le patate ogm o indaga su «il Paese dei figli di papà» (Repubblica, stesso giorno), ma non sui figli di mamma buttati nel lavandino; o se davvero Dell’Utri possiede il capitolo scomparso di ‘Petrolio’ di Pasolini ( La Stampa ) e censurano le notizie sulla moderna strage degli innocenti: questo – dicevano (mercoledì 3) dodici pagine speciali di Repubblica – è «Tempo di benessere, è l’ora della vacanza­relax ». Che se ne senta il bisogno, per non vedere l’assedio di quei piccoli fantasmi che, a milioni, si aggirano per l’Europa?

Piergiorgio Liverani – Tratto da Avvenire.it

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