ABORTO: ECATOMBE EUROPEA

Con 2.863.649 aborti praticati e censiti ogni anno in Europa, di cui 1.207.646 nella sola Ue, nel Vecchio Continente l’aborto sta diventando la principale causa di morte. Più del cancro, più dell’infarto, e in 12 giorni viene soppresso un numero di embrioni pari a quello dei morti in incidenti stradali lungo l’intero anno. A sottolineare il peso che il fenomeno ha sulle società europee potrebbero bastare le nude cifre, che sono in aumento in numerosi Paesi, la Spagna in prima fila.

Ma dalle cifre dello studio «L’aborto in Europa e in Spagna» presentato ieri a Bruxelles dallo spagnolo Istituto di politica familiare (Ipf) si ricavano indicazioni che impressionano su vari piani: sulle tendenze in atto, sul loro impatto anche demografico per cui il numero degli aborti coincide con il deficit demografico dell’Ue, su quel che esse segnalano in termini di evoluzione complessiva nelle nostre società nei confronti di valori fondamentali.

E sulla cadenza incalzante degli aborti praticati nel nostro continente: uno ogni 11 secondi, 327 ogni ora, 7486 al giorno. Il tema del rispetto dei valori nella società europea è stato al centro della conferenza stampa in cui, nella sede dell’Europarlamento, è stato illustrato lo studio dell’istituto spagnolo. Aprendo la riunione Jaime Mayor Oreja, capo della delegazione spagnola nel gruppo parlamentare del Ppe, ha osservato che «la manifestazione più crudele della crisi dei valori è il diritto all’aborto».

Con questa espressione non aveva bisogno di chiarire quanto allarme abbia destato tra i Popolari il voto con cui il 10 febbraio scorso l’Europarlamento ha approvato su proposta di un socialista belga una risoluzione sulla parità di diritti tra uomini e donne in cui si legge che alle donne dovrebbe essere garantito «il controllo dei loro diritti sessuali e riproduttivi, attraverso un accesso agevole alla contraccezione e all’aborto», e che esse «devono godere di un accesso gratuito alla consultazione in tema di aborto», nel quadro di un generale impegno dei governi a «migliorare l’accesso delle donne ai servizi della salute sessuale e riproduttiva e a meglio informarle sui loro diritti e sui servizi disponibili».

Il vicepresidente del Parlamento europeo Mario Mauro ha approfondito il tema dei valori citando Benedetto XVI sui pericoli del fondamentalismo e del relativismo: e annoverando tra le sue conseguenze la diminuzione del numero dei matrimoni e delle nascite. «Le cifre del relativismo – ha detto – sono le cifre della decadenza del nostro continente, del fallimento dei governi europei» che tra l’altro continuano a dedicare alla politica della famiglia solo una piccola parte delle spese sociali che nell’Ue assorbono un 28% del prodotto interno lordo.

«Il legame tra aiuti prestati alle famiglie e numero delle nascite è chiarissimo», ha insistito Mauro condannando le tendenze che puntano a «un nuovo concetto di famiglia, che non è famiglia», e a fare dello Stato di diritto una sorta di «supermercato dei diritti». Il presidente dell’Ipf, Eduardo Hertfelder si è poi soffermato sulle preoccupazioni che si acuiscono per la tendenza sugli aborti nel suo Paese, la Spagna.

Franco Serra tratto da Avvenire.it

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ABORTO IN TEMPO REALE SU TWITTER

Nei social network passa davvero di tutto. Persino l’accurata descrizione in diretta di un aborto praticato con la pillola RU486. L’autrice dell’allucinante trovata è Angie Jackson, una ventisettenne americana, che ha deciso di condividere su Twitter questa sua esperienza, col fine dichiarato di voler «sdrammatizzare» l’aborto. La donna, peraltro, si sente particolarmente orgogliosa di far parte della schiera degli antiteisti, coloro, per intenderci, che a differenza degli atei non si limitano a non credere in Dio ma combattono in maniera attiva e, a volte, aggressiva la stessa idea di divinità.

Quando lo scorso 13 gennaio Angie Jackson si è accorta della sua gravidanza indesiderata, non ha esitato a farlo sapere ai suoi 800 “amici” virtuali, attraverso un messaggio lapidario: «Pregnant!». Da quel momento il numero dei fan è raddoppiato. Tre settimane dopo, la Jackson decide di interrompere la gravidanza optando per la pillola abortiva RU486 invece di ricorrere all’intervento chirurgico. Da qui l’idea di rendere pubblica questa tragedia personale attraverso quella inquietante dimensione immateriale che si chiama cyberspazio.

Così, “antitheistangie” (Angie l’antiteista) – questo è lo username della donna – lo scorso 21 febbraio inizia a postare su Twitter: «I crampi cominciano ad aumentare». Qualche ora più tardi comunica: «Ora inizio decisamente a perdere sangue». E via descrivendo fino ai più raccapriccianti dettagli. Quello che la donna non aveva immaginato, però, erano gli inevitabili rischi legati al fatto di essersi esposta al giudizio pubblico. Le critiche per quella demenziale iniziativa, infatti, sono piovute a centinaia, rasentando, in alcuni casi, persino l’invettiva.

E non si è trattato soltanto di antiabortisti. Ciò che, però, mi ha maggiormente stupito è stata la reazione della Jackson. «Forse sono stata ingenua» ha ammesso la fiera antiteista, dichiarandosi «attonita» per il livello di livore manifestato da tante persone nei suoi confronti. In realtà, la combattiva Angie non poteva non immaginare quello che sarebbe successo, per cui la sua asserita “ingenuità” convince poco. Sarebbe troppo facile, quindi, liquidare questa storia come la semplice azione di una squilibrata.

Senza scomodare la psicoanalisi junghiana, credo che quanto successo potrebbe scaturire da qualcosa di più profondo. Forse la scorza spavalda dell’ideologia ha nascosto, in realtà, la comprensibile fragilità umana di quella donna di fronte alla tragedia dell’uccisione del proprio figlio. L’ostentato ateismo, la pretesa di combattere una battaglia per demistificare l’aborto, il linguaggio smaccatamente spavaldo e fuori luogo, probabilmente non hanno rappresentato altro che il disperato e patetico tentativo inconscio di sconfiggere la solitudine.

Sì, questa è la parola chiave: solitudine. Una condizione che non corrisponde al desiderio originale dell’uomo e che rappresenta il contrario della vita affermata come fattore positivo, pieno di ricchezza e significato. Di fronte alla tragedia della soppressione di un figlio, Angie Jackson è sprofondata nell’angoscia silenziosa del buio e della notte, in quella disperata solitudine che, Vladimir Nabokov, nel suo romanzo Fuoco Pallido, rappresenta come «il campo da gioco di Satana».

Da qui la ricerca disperata di aiuto, inconsciamente urlata nel mondo virtuale e senza confini della rete. Così ho interpretato le parole di Angie Jackson che, a mio parere (ma è solo un’impressione personale non una diagnosi psicologica), potrebbero rappresentare la vera motivazione di quel gesto apparentemente insano. «Dal punto di vista emotivo», ha infatti confessato la donna, «mi sono sentita di agire così apertamente e con il supporto morale dei miei amici, perché solo in questo modo tutto è stato più facile».

Questa è la prova, qualora ve ne fosse bisogno, di quanto siano devastanti gli effetti psicologici dell’aborto “fai da te”, di quella pillola RU486 che fa ripiombare la donna sola di fronte alla tragedia dell’interruzione di una gravidanza. Proprio ciò che la Legge 194/78 voleva combattere.

Questo è lo scenario a cui, purtroppo, potremmo assistere nel nostro Paese, qualora le Regioni optassero per la scorciatoia del Day Hospital, anziché, come prevede la legge, il ricovero e l’assistenza ospedaliera. Che questa rischi, peraltro, di essere la fine che ci attende, lo dimostra l’autorevole vaticinio del guru Umberto Veronesi: «Io credo che non sarà più necessaria, in futuro, alcuna forma di ospedalizzazione».

Il grande luminare milanese preferisce, infatti, che le donne abortiscano da sole e chiuse nell’angusto spazio del bagno di casa propria. Le femministe, ovviamente, tacciono indifferenti all’angosciante situazione umana in cui verrebbero a trovarsi le donne che decidono di ingoiare la RU486. Non tutte avranno il coraggio di chiedere aiuto.

Magari nel modo volgare e dissennato di Angie Jackson. Molte saranno costrette a macerare in silenzio il proprio infinito dolore, avvolte dalla gelida coltre della solitudine, che mai come in questo caso apparirebbe per quello che davvero è. Il campo da gioco di Satana.

di Gianfranco Amato (Sussidiario.net)

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PRIORITA’ ITALIANE: IL DIVORZIO BREVE

Lentamente ma inesorabilmente, nota La Stampa, in commissione Giustizia alla Camera avanzano le proposte per il cosiddetto divorzio breve, per il quale si prevede “di arrivare a un testo unico su cui raggiungere un accordo entro aprile”. Si tratta di iniziative bipartisan, dal momento che tra i promotori di quella che definiscono essi stessi “semplificazione” ci sono deputati Pdl. Dunque, altro che processo breve, altro che semplificazione legislativa (chi le ha più viste?): brevità e semplicità sì ma per il marito e la moglie che intendano diventare ex davanti alla legge e alla società.

È necessario? È indispensabile? È prioritario? È giusto? Abbiamo un Parlamento che fatica moltissimo a legiferare su temi cruciali epperò non si fa mancare nulla quanto a faccende che giacciono in fondo ai cassetti. Negli anni sono stati annunciati piani e progetti di ogni genere, dalla casa al lavoro alla formazione alle imprese alla giustizia al fisco, e si è visto ben poco. La vita politica nazionale vive sotto l’impulso di un roboante, perenne “effetto annuncio”.

Si ricorderà come dopo il “family day” di piazza San Giovanni due anni fa fosse scattata una fantasmagorica gara tra chi avrebbe maggiormente protetto e tutelato le famiglie, in quanto da tutti riconosciuto soggetto fondamentale e indispensabile di ogni aspetto della vita sociale, dall’educazione al welfare. Interminabili discussioni su quozienti familiari e sostegno alle mamme lavoratrici, coraggiose esaltazioni del sistema francese, impegni solenni circa incentivazioni a giovani coppie. Ne è restato poco o nulla.

Oggi nel Parlamento dalla memoria corta sperano di abbreviare i tempi del divorzio, per essere naturalmente “in linea con l’Europa” – mai che dal nostro caro vecchio continente riusciamo a prendere qualcosa di buono. Lo registriamo con mestizia e rassegnazione, sapendo che non è questo il primo né l’ultimo dei fendenti impartiti sul “nucleo fondante della società”. Una istituzione che occorre ulteriormente “modernizzare” (e sappiamo bene cosa questo significhi), anche perché, dicono i relatori dei vari disegni, le cause di separazione “intasano i tribunali”, dal momento che quasi un matrimonio su tre finisce davanti al giudice (sarà poi vero?). Così siamo al paradosso: l’unica strada per salvare la giustizia è la rapida dissoluzione della famiglia.

Di Roberto Fontolan

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IL FIGLIO STUPRA? E’ INNOCENTE, COLPA DEI GENITORI

Se il figlio stupra, la colpa è dei genitori. Benvenuti nel mondo degli incolpevoli. Così l’amministrazione della giustizia ammicca allo “Stato totale”. Il quale tende sempre a possedere il monopolio dell’idealee della coscienza morale

La scorsa settimana le cronache hanno dato ampio risalto alla sentenza dei giudici milanesi che hanno condannato a un risarcimento di 450 mila euro i genitori di un gruppo di adolescenti resisi responsabili di uno stupro di gruppo.

Secondo la sentenza sono mamma e papà i principali colpevoli dell’accaduto in quanto «non hanno dato ai loro figli una educazione dei sentimenti e delle emozioni». Questo pronunciamento della corte milanese rappresenta un indubbio passo avanti verso il Mondo Nuovo descritto da un romanzo del danese Henrik Stangerup.

Ne “L’uomo che voleva essere colpevole” un uxoricida impazzisce alla fine del suo lungo e vano tentativo di essere riconosciuto colpevole della morte di sua moglie. Lui è un assassino e cerca di espiare il proprio delitto. Ma nessuno lo riconosce come tale. Non c’è nessun esperto, poliziotto, giudice, disposto a credere alla pura, semplice e provata realtà che quell’uomo è colpevole. Anche il delitto è ormai socializzato. Per ogni crimine, anche il più turpe, esiste sempre una spiegazione e una responsabilità a monte dell’individuo. Una spiegazione e una responsabilità di ordine storico e sociale. In effetti, in una società postcristiana che in accordo con Antonio Gramsci considera l’essere umano come “un processo, un prodotto storico”, cos’è mai la libertà, la responsabilità e perfino il delitto? Sono l’esito, definito dallo Stato, di antecedenti storici e sociali. è così che anche l’amministrazione della giustizia ammicca allo “Stato totale”. Il quale non si rassegna mai al mero esercizio del “monopolio della forza legittima”.

Ma tende sempre a produrre e a possedere il monopolio dell’ideale e della coscienza morale. E sopra a ogni cosa, di quella cosa che, giusto per cascame cristiano, chiamiamo ancora “persona umana”.

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LA MADONNA SCONVOLGE GLI INTELLETTUALI

Nella mentalità moderna, imbevuta di ideologia, quando i fatti disturbano le opinioni, tanto peggio per i fatti. Non a caso sta facendo discutere di più, oggi, sui giornali, il film su Lourdes di Jessica Hausner, nel quale la regista esprime le sue opinioni incerte sui miracoli, di quanto facciano discutere le effettive guarigioni miracolose che lì si verificano.

Una delle quali – non ancora riconosciuta perché la Chiesa esige lunghe verifiche medico-scientifiche – è stata resa nota l’agosto scorso.

La signora Antonietta Raco, 50 anni, di Francavilla in Sinni (Potenza), malata da quattro anni di sclerosi laterale amiotrofica (SLA) – una malattia terribile – è andata in pellegrinaggio a Lourdes sulla carrozzella, dove era ormai immobilizzata, ed è tornata a casa camminando normalmente con le sue gambe.

Cosa le è accaduto? A Lourdes si era immersa nella piscina dell’acqua di Bernadette e aveva sentito un forte dolore alle gambe e poi una voce di donna che le diceva: “Non avere paura”. Di colpo è guarita. Quella stessa voce è tornata per invitarla a far sapere a suo marito cosa le è successo.

“Non è spiegabile con i mezzi di cui scientificamente dispongo”, così il neurologo Adriano Chiò delle Molinette di Torino, che aveva in cura la signora dal 2006, commentava il caso con i giornali. In effetti nella letteratura scientifica non esiste un caso simile.

Il medico ha spiegato: “Non ho mai osservato una situazione del genere in malati di Sla. La diagnosi era inequivocabile: la signora aveva una forma di Sla a lenta evoluzione. Una malattia che può rallentare e al massimo fermarsi, ma che non crediamo possibile che migliori, perché intacca i neuroni irreversibilmente”.

Invece l’impossibile pare sia accaduto. Di fronte a un’altra guarigione analoga, riguardante Marie Bailly, una ventenne di Bordeaux – che lui aveva conosciuto e analizzato come medico – nel 1903, il positivista e scettico Alexis Carrel (1873-1944), poi Premio Nobel per la medicina a soli 39 anni, andando a Lourdes rivide tutte le sue convinzioni e si convertì al cattolicesimo (racconta tutto nel suo memorabile “Viaggio a Lourdes”). Prima era certo che i miracoli non accadessero. Davanti al fatto si arrese. Carrel rispose lealmente a chi lo interrogava: “Bisogna constatare i fatti”.

Ma molti razionalisti preferiscono tapparsi gli occhi e ripararsi dietro i comodi pregiudizi. Emblematico è il caso di un altro importante intellettuale francese di quegli anni, il laico Emile Zola.

Nella Francia positivista di fine Ottocento si faceva un gran parlare di Lourdes e delle straordinarie guarigioni che lì avvenivano, perché mettevano in scacco la cultura dominante che nega il soprannaturale e quindi la possibilità stessa del miracolo.

Lo scrittore dunque decise di recarsi di persona sul posto per smascherare tutto. Era armato di tutti i suoi pregiudizi: “non sono credente, non credo ai miracoli. Ma credo al bisogno del miracolo per l’uomo”. Secondo lui gli uomini hanno “necessità di essere ingannati e consolati”.

Il “caso” vuole che lo scrittore si trovi a viaggiare nello stesso vagone dove sono due ammalate di tubercolosi all’ultimo stadio, Marie Lebranchu e Marie Lemarchand.

Quando dunque il convoglio arriva a Lourdes, nella mattina del 20 agosto 1892, il famoso scrittore conosce bene le loro situazioni di fronte alle quali la medicina ormai aveva alzato le braccia in segno di resa.

Ebbene accadde a lui precisamente ciò poi accadrà a Carrel: a Lourdes lui stesso dovette constatare la guarigione istantanea, definitiva e scientificamente inspiegabile, proprio di quelle due donne.

Alla sua “sfida” il Cielo aveva risposto con dei fatti. Fatti clamorosi e innegabili, impossibili da cancellare o ignorare.

Tanto che Zola, nel suo libro, fu “costretto” a riferirne, ma invece di riconoscere la sconfitta dei suoi pregiudizi, invece di accogliere il dono che aveva ricevuto, la rivelazione di una verità totalmente inattesa e così misericordiosa, nel suo romanzo parla della vicenda “inventando la morte delle due ‘miracolate’, dopo una breve, illusoria guarigione.

E poiché” ha raccontato Vittorio Messori “una delle due donne risanate, e in modo definitivo, non si rassegnava al falso e protestava sui giornali, Zola andò a trovarla, offrendole denaro perché sparisse da Parigi…”.

E’ una storia emblematica. La cultura laica moderna lancia la “sfida”, ma poi non ha la lealtà di verificare la risposta, cioè i fatti. Naturalmente quel libro di Zola ebbe un gran successo ed è stato ristampato in Italia anche di recente.

“Zola (…) conoscerà un rinnovato successo presso il pubblico della Francia laica, rappresentando Lourdes come la capitale di una gigantesca intossicazione collettiva”, ha scritto domenica scorsa Sergio Luzzatto, sull’inserto culturale del Sole 24 ore.

Il suo articolo era addirittura la copertina. A tutta pagina campeggiava sotto il titolo “Miracoli di fede e scienza”. Questo lungo pezzo di Luzzatto si dilungava proprio a riferire il viaggio a Lourdes di Zola e il successo del suo libro.

Ma purtroppo non vi si accennava minimamente al retroscena suddetto, che poi è un clamoroso infortunio. Anzi, Luzzatto – evidentemente ignaro di questa storia – accredita il libro di Zola come un “meticoloso dossier” contro quell’ “industria del miracolo” che sarebbe Lourdes.

E’ significativo che sull’infortunio di Zola a Lourdes gravi ancora un simile tabù. Si rilegge oggi il suo libro come se queste cose non fossero accadute. La pagina del Sole offre anche alcune delle sue pagine dove i cristiani vengono rappresentati come sciocchi creduloni.

Zola, descrivendo le folle che accorrono a Lourdes, sente pure il bisogno di precisare (bontà sua) che “non sono solo dei cretini, degli illetterati, ma ci sono uomini come Lasserre”.

La cosa gli serve per dimostrare che questa “necessità di essere ingannati” dai presunti miracoli riguarda tutti. Ma chi ha veramente ingannato in questa vicenda?

Naturalmente il problema non è Zola, ma una mentalità – ancor oggi dominante – che in nome del realismo nega la realtà, in nome dello scientismo, nega la scienza e in nome del razionalismo nega la ragione.

Diversamente da quanto comunemente si crede, il razionalismo sta alla ragione come la polmonite sta al polmone. Ecco perché uno scrittore pieno di umorismo come Gilbert K. Chesterton, il grande convertito inglese, dirà a proposito delle diverse reazioni ai miracoli: “Chi crede ai miracoli lo fa perché ha delle prove a loro favore. Chi li nega è perché ha una teoria contraria ad essi”.

Bisogna però precisare che il confronto non è alla pari. La mentalità dominante è l’ideologia di un establishment che la fa da padrone nell’industria culturale. Non da oggi. Attenzione, non sono io a dirlo.

Luzzatto, che certamente è un laico alquanto lontano dalla Chiesa, nell’articolo sopra citato, a proposito della conversione di Alexis Carrel, seguita al verificarsi di quel miracolo, fa questa considerazione impressionante: “Immaginando che una testimonianza del genere sarebbe bastata a rovinargli la carriera universitaria, Carrel cercò di mantenere segrete sia la sua visita alla città dei miracoli, sia l’apposizione della sua firma nella cartella clinica della donna risanata. Ma le voci circolarono in fretta a Lione come a Parigi, e nel giro di pochi mesi egli si vide costretto a lasciare la Francia per l’America”.

Tale era il clima che Carrel, anche dopo aver preso il Nobel, non si decise a pubblicare il suo “Viaggio a Lourdes”, libro che uscì postumo: “tanto poteva allora, negli ambienti della ricerca internazionale” osserva Luzzatto “l’idea che una fede nella fede fosse incompatibile con la fede nella scienza”.

Non ha dunque ragione il papa, Benedetto XVI, quando parla di “dittatura del relativismo” ?

di Antonio Socci

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SANTA GEMMA: PEDAGOGIA DELLA CROCE

«Sai, figlia mia, in che maniera io mi diverto a
mandare le croci alle anime a me care?
Io desidero possedere l’anima loro,
ma intera, e per questo la circondo di croci,
e la chiudo nelle tribolazioni,
perché non mi scappi di mano;
e per questo io spargo le sue cose di spine,
perché non si affezioni a nessuno,
ma provi ogni suo contento in me solo.
È l’unica via per vincere il demonio e giungere a salvezza:
Figlia mia, quanti mi avrebbero abbandonato,
se non li avessi crocifissi!
La croce è un dono troppo prezioso,
e da esso si apprende molte virtù!»
Santa Gemma Galgani

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L’AUGIAS PENSIERO

[…]

Tra le opere più aggressive e più fortunate, quanto a pubblico, si segnalano i tre libri di Corrado Augias: Inchiesta su Gesù, Inchiesta sul Cristianesimo, e, infine, Disputa su Dio, dialogo a due voci con Vito Mancuso. Augias, è bene ricordarlo, è anche un presentatore televisivo, un volta noto al grande pubblico. Chiaramente ne approfitta, per gettarsi a capofitto anche in campi che non conosce e in cui ammette, en passant, di essere un vero dilettante. Questo non gli impedisce di proporre le sue opinioni, infondate, come verità certe e consolidate. In realtà, sempre, dietro le sue ricostruzioni, vi è l’ideologia, il pregiudizio di chi ritiene che l’uomo sia equiparabile ad un ammasso casuale di atomi, senza scopo e senza significato. Interessanti, per capire la sua visione antropologica, due dichiarazioni presenti in Disputa su Dio. Nella prima paragona l’anima ad un computer futuro, nulla più, «in grado di manifestare sentimenti e di elaborare in modo autonomo forme di autoapprendimento» (p. 123); nella seconda equipara l’uomo ad una scimmia, volendo desumerne la negazione dell’esistenza di Dio e dell’anima immortale: «Una volta, allo zoo, ho sentito fortissima la tentazione di abbracciare il povero corpo peloso, lubrico, inconsapevole di uno scimmione, e che lui abbracciasse me, annullando in tal gesto di goffa fraternità i milioni di anni che ci separano» (p. 242).

Alla luce di queste affermazioni si capisce perché, al di là della sua produzione libraria, Augias dedichi numerose sue risposte su Repubblica, nella pagina dei lettori, ai temi della bioetica, difendendo a spada tratta aborto, contraccezione, eutanasia, Ru 486 ecc. con sordo rancore, con vero astio verso le posizioni dei cattolici, che per lui, poco democraticamente, sono sempre e immancabilmente «intollerabili».

L’idea di Augias, infatti, è che in una democrazia non vi possano essere «principi non negoziabili», che non mutano, che non possono essere calpestati da chicchessia. Il perché non è dato capirlo, dal momento che tutta la storia del Novecento, con le sue guerre, i suoi lager, gulag e laogai, dimostra proprio quanto i valori intangibili siano indispensabili per impedire alla legge, all’auctoritas, di diventare tirannica, dittatoriale e prevaricatrice. Hitler, Lenin, Stalin, Mao, e Pol Pot, per intenderci, non riconoscevano valori non negoziabili, e neppure valori spirituali: il risultato si è visto.

Augias, si diceva, contrasta il pensiero cattolico soprattutto nel campo della bioetica, deciso come è ad affermare l’assoluta possibilità di ogni singolo uomo di autodeterminarsi, come fosse il padrone della vita, propria e altrui. Su Repubblica del 10 marzo 2006 ebbe a scrivere al suo direttore: «sto per acquistare il kit della “Buona morte” in vendita a Bruxelles e credo anche in Olanda. Il prezzo è contenuto, meno di cento euro. C’è nel suicidio consapevole responsabilmente esercitato una traccia della virtù romana antica. Il desiderio di restare padroni di sé, di congedarsi dalla vita senza doversi vergognare».

Tornando ai suoi libri sul cristianesimo, Augias propone le sue verità «inconfutabili»: Gesù non si sarebbe mai proclamato Dio e avrebbe creato una Chiesa, ma solo come «comunità messianica», «realtà escatologica», per il «giorno del giudizio»! Dopo simili, grottesche affermazioni, Augias — omettendo volutamente di parlare dei primi 300 anni in cui papi, sacerdoti e semplici fedeli vennero uccisi negli anfiteatri romani, bruciati nei giardini di Nerone, depredati dei loro beni e delle loro proprietà, pur di mantenere la loro fede — spiega che l’affermazione del cristianesimo fu dovuta essenzialmente all’intervento dell’imperatore Costantino. Costui, d’altra parte, si sarebbe convertito solamente per interesse, per fare della religione cattolica uno strumento di potere, trovando subito l’alleanza di una istituzione, la Chiesa appunto, sempre pronta a fare i suoi sporchi interessi politici ed economici. Come sempre Augias propone ogni sua stramberia come un dogma inconfutabile, avvalorato, a suo dire, dal giudizio unanime di non meglio precisati «storici». Da una parte cioè vi sarebbero i cattolici, sciocchi e creduloni, ancora disposti ad andare dietro alle favole delle conversioni, e dall’altra coloro che invece hanno il coraggio di guardare in faccia alla realtà.

La verità è completamente un’altra. Chi vuole può limitarsi a sfogliare la storiografia attuale, in gran parte laica, su Costantino. Vedrà come si può vendere fumo, dare per accertate tesi che non lo sono affatto, con la più grande naturalezza. A sostenere la veridicità della conversione di Costatino, il graduale cammino di avvicinamento sincero che quest’uomo fece alla religione di Cristo, sono tutti i più grandi conoscitori di quell’epoca. Cito solo Guido Clemente, titolare della cattedra di storia romana all’università di Firenze, autore di una Guida alla storia romana (Mondadori); Augusto Fraschetti, docente di storia economica e sociale del mondo antico a La Sapienza di Roma, autore di La conversione. Da Roma a Roma cristiana (Laterza); Arnaldo Marcone docente di Storia romana all’Università di Udine e autore di Pagano e cristiano. Vita e morte di Costantino (Laterza); Robin Lane Fox, docente di Storia antica al New College di Oxford, autore di Pagani e cristiani (Laterza), e tantissimi altri titolati studiosi del mondo antico, come Andrea Alfoldi, Franchi de’ Cavalieri, Norman Baynes, Marta Sordi, Klaus Bringmann… Tra costoro segnalo solo, per mancanza di spazio, il grande archeologo Paul Veyne, di formazione laica e comunista. Veyne sostiene con sicurezza l’autenticità della conversione di Costantino, ricordando, con J.B. Bury, che la sua «rivoluzione fu forse l’atto più audace mai commesso da un autocrate in spregio alla grande maggioranza dei suoi sudditi». È innegabile, infatti, che all’epoca di questo imperatore, che pose fine alle persecuzioni dei cristiani, essi non erano per nulla appetibili come forza politica e sociale: costituivano solo il 5—10 % della popolazione, mentre Senato, aristocrazia romana ed esercito erano in stragrande maggioranza pagani. Il cristianesimo, continua Veyne, si impose allora «perché offriva qualcosa di diverso e nuovo», perché era «religione dell’amore», non certo grazie alla forza ed al potere.

La stessa faciloneria e malizia con cui Augias liquida Costantino caratterizza anche la gran parte delle altre sue argomentazioni: quando afferma erroneamente che le opere di Darwin furono condannate dalla Chiesa; quando copia interi brani di E. O. Wilson, tratti dalla rete, senza citare la fonte e spacciandoli per suoi; quando definisce sbrigativamente Eluana un «cadavere vivente» quando colloca il filosofo Spinoza e Freud tra i grandi scienziati e racconta che la Chiesa li avrebbe scomunicati; quando spiega che la Chiesa, che ha creato l’istituzione ospedaliera, avrebbe ostacolato l’uso degli antidolorifici per un macabro gusto del dolore […]. Sempre, ogni sciocchezza è detta con l’aria di chi la sa lunga. E il lettore ingenuo non può che credere al volto noto e suadente…

di Francesco Agnoli

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ISCRIZIONE ON-LINE

Quest’anno Falco Bianco propone un’ulteriore novità: l’iscrizione on-line.

L’iscrizione on-line a Falco Bianco permette di divenire membro della nostra associazione con comodità e sicurezza.
L’iscrizione è un gesto importante. Esprime senso di appartenenza, unità, coesione, volontà di non essere uno spettatore passivo. Attraverso un semplice gesto puoi costituirti protagonista di un ideale, partecipe di un sussulto interiore comune, che non senti essere una cosa astratta e concettuale, bensì testimonianza concreta e personale.

Unisciti a noi e al nostro ideale:

Art. 3 – L’Associazione non ha fini di lucro. Essa si propone di perseguire finalità di solidarietà sociale nel campo della promozione culturale. Altresì si propone di beneficiare, attraverso sostegno umano ed economico, persone svantaggiate in ragione di condizioni fisiche, psichiche, economiche e familiari.
Nello specifico nella sua attività si propone di:

a)    diffondere un’ordinata disposizione del pensiero sull’uomo, nella sua dimensione personale e sociale. Falco Bianco, infatti, aderisce ad un orientamento cristiano della persona, ma non con l’intenzione di limitarsi alla diffusione astratta della dottrina cattolica, poiché quest’ultima, senza adeguata interiorizzazione, può risultare soggetta alla rigidità della definizione formale.
Falco Bianco, invece, si propone di agire integralmente sull’uomo, in modo tale da maturare in lui la sapienza derivante dalla profondità del sentimento e dall’altezza del pensiero, al fine di applicare con saggezza ciò che i princìpi propongono. Infatti, se le parole permangono vuote, acerbe nel loro significato, anche la dottrina più vera risulterà sterile e priva di reale interiorizzazione.
Visto quanto fino a qui enunciato, sarà finalità primaria di Falco Bianco coltivare, con tutti i mezzi a disposizione, una sana relazione tra i princìpi studiati, conosciuti e promulgati con la persona che se ne vorrà fare portatrice, attraverso una precisa testimonianza di vita, prima ancora che con la divulgazione. L’obiettivo di formare l’uomo concretamente congiunto al suo proprio pensiero, è concepito sulla base di una doverosa coerenza che il cristiano deve manifestare sia nella sua accezione personale, sia in quella comunitaria e sociale, al fine di permanere in una condizione non ideologica della ragione, della fede e di tutti gli aspetti che la condizione umana presenta.

b)    Riunire in sé coloro che si riconoscono vicini ai princìpi ed alle finalità proposte, che mai saranno intesi disgiunti dall’insegnamento della Chiesa Cattolica, esprimendo, così, implicita fedeltà a quanto essa propone di credere.

c)    L’insegnamento, l’approfondimento e l’educazione ai valori sociali, considerati come mezzo per un progresso teso al miglioramento individuale e collettivo. L’attuazione concreta ai princìpi suddetti è motivata dalla profonda sensibilità associativa verso la carità, carisma imprescindibile per coloro che intendono incarnare il percorso espresso nei precedenti punti. Falco Bianco, infatti, trova espressa la sua essenza nella vita evangelica integralmente intesa, al cui modello è implicito il soccorso verso il prossimo più sofferente, disagiato, sfortunato.

E’ su questa falsariga che l’Associazione, come precisa e sentita responsabilità, non può dirsi insensibile alla malattia, alla povertà, alla solitudine, alla fame e alla sete ed a tutti quei mali che si ripercuotono sui singoli e sulla società tutta. L’azione diretta e costante per il recupero di sostentamenti economici e generi di prima necessità per singoli, gruppi o enti soggetti a disagi di qualsivoglia natura è da intendersi connaturata all’Associazione stessa e dovrà procedere di pari passo allo sviluppo spirituale e culturale precedentemente esposto, al fine di mantenere viva, concreta e tangibile lo spirito ed il carisma della carità, senza la quale siamo “come un bronzo che risuona od un cembalo che tintinna” (1 Cor. 13,1).

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SHAZIA, CRISTIANA, 12 ANNI

Nessuno a Hollywood le dedicherà un film (che pure sarebbe da Oscar), nessuno scrittore la immortalerà in un romanzo, nessun giornale occidentale – che dedica pagine e pagine al burqa in Francia – ha sollevato clamore.

Perché i cristiani sono tornati come al tempo di san Paolo: “siamo diventati la spazzatura del mondo, il rifiuto di tutti”. Dunque la triste storia di Shazia Bashir, 12 anni, cristiana, non può far notizia.Come non fa notizia che proprio i cristiani siano il gruppo umano più perseguitato del pianeta. Nemmeno i credenti lo sanno e si fanno semmai bersagliare dalle accuse opposte.

L’Avvenire di Dino Boffo aveva mostrato una certa sensibilità per il dramma dei cristiani oppressi, in decine di paesi del mondo (250 milioni di cristiani ogni giorno a rischio e migliaia di vittime ogni anno): era un forte incentivo ad aprire gli occhi. Ma di recente Boffo è stato ingiustamente indotto alle dimissioni dopo un’assurda polemica.

Detto questo la storia di questa ragazzina cristiana, Shazia Bashir, non si può tacere. Oltretutto è solo la punta dell’iceberg.

L’ha fatta emergere dal silenzio, una settimana fa, l’agenzia missionaria Asianews (del Pontificio istituto missioni estere), che fa un lavoro eccezionale, ma come una voce che grida nel deserto. Ha lanciato la notizia così, dal Pakistan: “Lahore, domestica cristiana 12enne torturata e uccisa”. L’agenzia riferisce che viene accusato il padrone musulmano: “La giovane lavorava presso la famiglia di un potente avvocato della città, dove era soggetta a violenze sessuali, fisiche e psicologiche. La morte della ragazza ha scatenato le proteste della comunità cristiana, che chiede giustizia. Attivista per i diritti umani: il 99 per cento delle giovani cristiane che lavorano per musulmani sono vittime di violenze e abusi”.

Vedremo se e come le autorità arriveranno a individuare e punire il o i colpevoli. Ma non ci si possono fare illusioni sulla tutela dei cristiani in un paese come il Pakistan.

L’agenzia Asianews aggiunge: “ ‘I genitori di Shazia non hanno potuto vedere la figlia’ denuncia Razia Bibi, 44 anni, zia della vittima. La 12enne è morta il 22 gennaio scorso in ospedale a causa delle ferite subite. Sohail Johnson, (attivista per i diritti umani, nda) conferma che il cadavere presentava i segni delle torture in 12 punti diversi del corpo ed è stata ricoverata ‘con la mandibola fratturata’. In un primo momento la famiglia dell’avvocato ha proposto un risarcimento di 250 dollari ai genitori per non sporgere denuncia; poi si sono dati alla fuga. La polizia li ha arrestati dietro pressioni del governo federale”.

Il giorno dopo la morte di Shazia i cristiani hanno manifestato di fronte agli uffici dell’Assemblea provinciale del Punjab. “L’associazione dei legali di Lahore, invece, si è schierata a difesa del potente avvocato musulmano. La minoranza cristiana” scrive ancora Asianews “esprime dubbi sull’indipendenza e l’efficacia delle indagini avviate dalla polizia”.

Va detto che non stiamo parlando di un paese marginale: il Pakistan ha 180 milioni di abitanti, è addirittura una potenza nucleare e si trova in una posizione geopolitica strategica, fondamentale nella lotta occidentale al terrorismo islamico.

Ma gli Stati Uniti sbagliano profondamente se si illudono di potere vincere quella guerra solo tramite la via militare, in alleanza col regime pakistano.

Anche perché il Pakistan, che dovrebbe essere un pilastro di questa lotta al terrorismo, è uno dei paesi più integralisti, quello dove è stata inventata ed è tuttora in vigore la vergognosa “legge sulla blasfemia” che dà praticamente diritto di vita o di morte sui cristiani o su chi non si riconosca nel credo coranico.

I cristiani lì sono una minoranza ridotta alla miseria, vessata in ogni modo. Le famiglia cristiane sono così povere che per sopravvivere sono costrette a mandare le figlie a lavorare già da bambine e in genere l’unico lavoro che possono fare è quello delle serve presso le ricche famiglia musulmane.

Dove però – scrive Asianews – “sono sovente vittime di abusi e violenze fisiche, sessuali e psicologiche”.

Secondo un’organizzazione per i diritti umani “in alcuni casi i loro padroni le danno in spose a domestici musulmani, obbligandole a convertirsi all’islam”. In sostanza “queste vulnerabili ragazze cristiane non godono di alcuna protezione”.

La Chiesa italiana e il Vaticano si sono spesso (anche in queste ore) pronunciati in difesa degli immigrati. Giustamente. Ma chi si occupa dei poveri cristiani di quei paesi, così poveri da non poter neanche tentare di emigrare?

Ragazzine come Shazia sono costrette a subire una vita infernale per una paga di 12 dollari al mese, a volte neanche corrisposta: perché la Chiesa, tramite le parrocchie, la Caritas o tante altre organizzazioni, non lancia una grande campagna per le “adozioni a distanza” di queste ragazzine cristiane?

Io credo che tantissimi sarebbero disposti a dare 12 dollari al mese, cioè 8 euro al mese, per salvare queste povere fanciulle da un simile inferno. La vita di una fanciulla cristiana di dodici anni vale almeno 8 euro?

Mi chiedo perché gli stessi cattolici, che nei primi secoli onoravano e veneravano le giovani cristiane martirizzate dai pagani, ignorano la sorte terribile e il martirio di tante fanciulle in molti paesi.

Nei primi secoli addirittura i padri della Chiesa scrivevano pagine immortali in onore di queste fanciulle: penso al caso di sant’Agnese, martire a 16 anni. Sant’Ambrogio, san Girolamo e san Damaso esaltarono il suo esempio, la Chiesa la venera da 1700 anni, a lei ha dedicato chiese e memorie liturgiche.

Mentre noi cristiani del XXI secolo neanche conosciamo i nomi dei martiri di oggi. Nel tempo dell’informazione planetaria globale i cattolici stessi ignorano la vastità e la crudeltà dell’odio anticristiano e delle persecuzioni nel mondo.

Così nessuno ha mai pensato di aiutare le povere famiglie cristiane di questi paesi, né di realizzare un qualche osservatorio internazionale o un’agenzia di difesa sul modello dell’ “Anti defamation league” o di Amnesty international.

Non si potrebbe sostenere di più il lavoro di associazioni come “L’Aiuto alla Chiesa che soffre”? Non si potrebbero moltiplicare gli sforzi e le organizzazioni di questo tipo?

Non  potrebbero i cattolici e il Vaticano, anche in accordo con le organizzazioni cristiane protestanti (questo sarebbe il vero ecumenismo), creare ad esempio un’équipe di avvocati specializzati con la missione di fornire assistenza legale gratuita a livello internazionale, per patrocinare le cause dei cristiani perseguitati in ogni sede giuridica, politica o amministrativa?

Sono domande che personalmente pongo da anni, con articoli, libri e conferenze. Ma non ho mai avuto il barlume di una risposta. Forse perché i molti uffici del Vaticano sono impegnati con tanti altri problemi delicati.

Ma siamo sicuri che la tragedia dei cristiani perseguitati sia una questioncella secondaria? Siamo sicuri che non si possa fare di più?

Quando leggo articoli come quello apparso ieri sul Foglio, dove Vittorio Feltri rivela che è stato “un informatore attendibile, direi insospettabile” che, riassume il Foglio, “ha spacciato per vero un documento falso sull’ex direttore di Avvenire Dino Boffo, creando il caso” e portando alle sue dimissioni, e che tutto questo è nato quando – aggiunge Feltri – “una personalità della chiesa della quale ci si deve fidare istituzionalmente mi ha contattato”, viene da chiedersi con amarezza: veramente ci sono “personalità della chiesa” che si dedicano a questo?

Si deve sperare che si faccia chiarezza assoluta. E che i cattolici dedichino le loro energie ai poveretti che, nel mondo, soffrono a causa della loro fede cristiana e aspettano aiuto.

di Antonio Socci

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CRISTIANI PERSEGUITATI DALL’ISLAM

Il Wall Street Journal l’ha chiamata eloquentemente “cristianofobia islamica”. E’ impressionante l’ultimo rapporto dell’organizzazione no profit americana Open Doors, che getta nuova luce sulle dimensioni dell’agonia cristiana in terra islamica. Dei cinquanta paesi presenti in lista, oltre a regimi comunisti e dittature, trentacinque sono islamici. Lo sono anche otto dei primi dieci. Mentre proseguono gli attacchi alle chiese in Malesia, si scopre che la cellula islamista che ha ucciso i sette cristiani in Egitto puntava al vescovo Anba Kirollos.

Nel rapporto annuale World Watch List, Open Doors elenca i paesi dove maggiormente la fede cristiana è sottomessa e perseguitata. Tutti islamici, tranne la Corea del Nord al primo posto e più avanti il Laos, due distopie totalitarie comuniste. In Corea del Nord ogni manifestazione religiosa è considerata “insurrezione antisocialista” ed è permesso soltanto il culto di Kim Jong-Il. Il regime ha sempre tentato di ostacolare la presenza religiosa, in particolare di buddisti e cristiani, e impone ai fedeli la registrazione in organizzazioni controllate dal partito. Sono frequenti le persecuzioni violente nei confronti dei fedeli e di coloro che praticano l’attività missionaria. Da quando si è instaurato il regime comunista nel 1953, sono scomparsi circa trecentomila cristiani e non ci sono più sacerdoti e suore, forse uccisi durante le persecuzioni. Attualmente sono circa ottantamila quelli che nei campi di lavoro sono sottoposti a fame, torture e morte.

L’Iran è il secondo carnefice dei cristiani, quando il presidente Ahmadinejad si fa beffe delle anime belle dichiarando che in Iran “le minoranze religiose godono di diritti uguali”. I cristiani in Iran sono 360 mila su una popolazione di 65 milioni di abitanti; i cattolici sono 25 mila. Nel 2009 il regime dei mullah ha arrestato 95 cristiani e l’anno precedente una coppia di missionari è stata torturata a morte. In Iran, le campagne sulla moralità nel vestire portata avanti dalle “pattuglie della modestia”, perché il vestire sia più adeguato all’ideale islamico totalitario, è uno dei mezzi principali di negazione della libertà religiosa personale, omologando tutti (musulmani e non) in un solo modello (“il vestito nazionale islamico”), confezionato dal regime per reprimere e controllare la popolazione.

Il problema più spinoso sono però i cristiani convertiti dall’islam. Di fatto, sono “illegali”. Si tratta di musulmani convertiti alla fede cristiana, o cristiani “pentiti” che ritornano alla fede originaria dopo essersi formalmente convertiti all’islam (nel caso di un matrimonio misto); oppure sono figli di coppie islamo-cristiane. Nel 1994 il pastore protestante Haik Hovsepian venne ucciso e sepolto in una fossa comune con un musulmano convertito al cristianesimo che il religioso aveva difeso pubblicamente. Molto spesso i convertiti devono tenere nascosta la loro nuova fede perfino alla famiglia; oppure devono decidersi a emigrare per poterla rendere pubblica. Alle cerimonie nelle chiese cristiane è presente sempre la polizia: ufficialmente, a titolo di “protezione” dei luoghi di culto; di fatto, al fine di proibire l’ingresso a coloro che non sono “legalmente cristiani”. Per costume, l’apostasia viene infatti condannata con la morte, comminata spesso dagli stessi parenti del convertito.

In Mauritania, dove ci sono diverse migliaia di cristiani, la sola religione riconosciuta è quella islamica, è vietato il proselitismo e chi si professa cristiano in pubblico è perseguito penalmente. In Afghanistan non è meno oscurantista la situazione, nonostante la liberazione del paese dal giogo talebano. La situazione dei cristiani è definita “catacombale”. Gli unici cristiani che vivono la fede apertamente sono i membri della comunità internazionale, tanto che l’unica chiesa pubblica è la cappella all’interno dell’ambasciata italiana a Kabul.

L’Arabia Saudita, custode della Mecca e Medina, è al terzo posto nella classifica e vieta ufficialmente ogni culto non islamico. La polizia religiosa (i famigerati mutawwa’in) si occupa di monitorare la pratica di altre religioni e ha poteri enormi. Così si registrano arresti sommari e torture di fedeli cristiani in carcere. Spesso la polizia religiosa detiene cristiani che vengono liberati solo dopo aver firmato un documento in cui abiurano la loro fede. I lavoratori non musulmani sono soggetti all’arresto, alla deportazione e alla prigione, se vengono sorpresi nell’esercizio di qualsiasi pratica religiosa, oppure se vengono accusati di detenere materiale religioso e di proselitismo. Nella vecchia Gedda esiste un cimitero di cinquecento non musulmani, gestito dal consolato svizzero. Non viene usato da mezzo secolo. Ci sono due tombe di ebrei dei primi del Novecento, un’antica lapide che recita “braccio d’un lavoratore italiano” e alcuni bambini filippini che riposano senza croce.

di Giulio Meotti

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