SOGNO O REALTA’ POLITICA

“Il sogno del cardinale Bagnasco”: la questione dei cattolici in politica sarà forse chiamata così dopo che il presidente dei vescovi italiani, introducendo i lavori del comitato permanente della CEI l’altro ieri a Roma, ha rivelato di avere – nonostante tutto, viene da aggiungere – il sogno che “questa stagione contribuisse a far sorgere una generazione nuova di italiani e di cattolici che, pur nel travaglio della cultura odierna e attrezzandosi a stare sensatamente dentro ad essa, sentono la cosa pubblica come importante e alta, in quanto capace di segnare il destino di tutti, e per essa sono disposti a dare il meglio dei loro pensieri, dei loro progetti, dei loro giorni”. Una vocazione, insomma, in una società in cui ogni vocazione, e non solo quella politica, sembra profondamente in crisi. Viene in mente quanto Benedetto XVI aveva auspicato in un famoso discorso tenuto a Cagliari il 7 settembre 2008: “Serve una nuova generazione di politici cattolici”. Con una differenza, però. Quello di Bagnasco è “un sogno”, qualcosa di irreale e destinato a rimanere tale, oppure destinato a diventare realà? Le interpretazioni sono aperte. Forse il “sogno” di Bagnasco ha a che fare con la speranza cristiana, che non muore mai e purifica la ragione dal suo pessimismo. Ma cosa ci vorrebbe perché il sogno si avverasse?

Giustamente il cardinale ricorda che ormai la questione sociale è diventata la “questione antropologica”. La crisi ci attraversa trasversalmente perché vogliamo mettere le mani sulla identità umana senza più sapere cosa l’uomo sia. Viene allora da pensare che ciò di cui hanno bisogno i cattolici della sognata “nuova generazione” sia di ripartire dall’uomo, dalla dignità della persona. Però questo è già stato fatto e, purtroppo, i cattolici adulti e non adulti si sono ampiamente divisi proprio su cosa significhi dignità della persona. Da quando Emma Bonino si è candidata per la presidenza della regione Lazio fioriscono molte indagini su come potrebbe essere il voto cattolico in quella regione. Dalle interviste e dalle statistiche non risulta affatto che i cattolici siano compattamente schierati per il no alla Bonino e le donne cattoliche del Pd, come Mariapia Garavaglia per esempio, hanno dichiarato che la candidata radicale saprà ampiamente andare incontro alle attese dei cattolici.

Ora, se la dignità della persona umana non è nemmeno in grado di motivare agli occhi di molti cattolici un voto contrario ad Emma Bonino, con tutto ciò che questo nome significa nei campi della vita e della famiglia, potrà essa costituire il terreno ove far maturare e fruttificare una nuova generazione di cattolici? Il problema politico dei cattolici, prima ancora che un problema di fede, è un problema di ragione. Credono in modi talmente diversi nella capacità della ragione di vedere la verità delle cose che questo si ripercuote perfino sulla loro concezione della fede e molti ritengono che i veri peccati siano votare Pdl, sprecare l’acqua quando ci si lava i denti, non andare a far spesa al kilometro zero; pensano che nella loro parrocchia tutto va bene se ci sono i pannelli solari sulla canonica come forma di lotta contro il riscaldamento globale e ritengono che affermare delle verità naturali sul matrimonio o il diritto alla vita sia una forma superata di ideologia. Ma se alla Cattolica di Milano nessun docente parla più di Tommaso d’Aquino e se l’editrice Vita e Pensiero, fondata da Padre Gemelli, pubblica un “Lessico dei diritti umani” in cui non si parla del diritto alla vita e dei diritti della famiglia, come sarà possibile formare una nuova generazione di politici senza che rimangano vittime delle più trite ideologie dei nostri tempi e da esse divisi? In Francia, ove i cattolici in politica non ci sono più da tempo, si sta discutendo se vietare il velo integrale usato da certe donne islamiche. Come potranno uscirne ricorrendo alla dignità della persona umana se si è persa la fiducia di conoscere con la nostra ragione cosa questo significhi? Alla fine ridurranno gli argomenti per vietare il velo alla tutela dell’ordine pubblico e alla necessità di impedire le sostituzioni di persona agli esami universitari. Ben poca cosa rispetto alla dignità della persona.

Ma nel discorso del cardinale Bagnasco c’è anche una frase che indica una vita d’uscita: i cattolici “imparino a vivere con intensità il mistero di Dio nella vita”. Il cardinale ha ragione. In fondo, dal punto di vista cattolico, la questione sociale è non tanto la questione antropologica quando la questione teologica. Secondo la Rerum novarum non c’è soluzione alla questione sociale fuori del Vangelo e che per la Caritas in veritate, la recente enciclica sociale di Benedetto XVI, il cristianesimo non è solo utile ma indispensabile alla costruzione di una società veramente umana. Non è questione di sistema elettorale né di contingenze politiche. Una nuova generazione di politici richiede che i cattolici pensino che ci sia un posto per Dio nel mondo. Niente di più e niente di meno. Secondariamente, che pensino che questo Dio non toglie nulla alla legittima autonomia della politica, non le si sovrappone, ma la invita dall’interno ad essere più pienamente se stessa, ad essere compiutamente adulta. Concetto questo che il cardinale Bagnasco ha espresso dicendo che la fede “include ed eleva ogni istanza e valore veramente umani”.

Può essere utile, allora, ribadire i principi “irrinunciabili”, come ha fatto il cardinale nel suo discorso alla Cei. Forse bisognerebbe però non moltiplicare troppo questi elenchi. Li ha già enumerati il papa, bisognerebbe ricorrere a quelle sue espressioni altrimenti ci saranno i principi irrinunciabili secondo Enzo Bianchi, secondo il cardinale Bagnasco o secondo il Padre Sorge. Secondariamente bisognerebbe distinguere meglio tra alcuni di questo principi che, secondo la morale cattolica non permettono deroghe – come il diritto alla vita – ed altri che possono venire perseguiti in molti modi discrezionali, come per esempio la solidarietà e il lavoro, per attenermi all’elenco proposto dal cardinale.

Da loccidentale.it

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LA TENTAZIONE DI SCARTARE I FIGLI

Il desiderio di dare un fratello a un figlio già nato, da una parte; la probabilità altissima che il bambino nasca destinato in breve a morire, dall’altra. E intanto un altro figlio morto pochi mesi dopo la nascita, e alcuni aborti volontari perché i nascituri avevano già la stessa, terribile malattia: l’atrofia muscolare spinale di tipo 1. Una storia di lutti e dolore, di fronte alla quale un giudice di Salerno ha deciso di applicare una legge che non c’è per sostenere la coppia nel desiderio di avere un secondo figlio che non avesse ereditato la stessa patologia.

Una legge che non c’è, dicevamo: perché per poter accedere alle tecniche di fecondazione assistita e selezionare l’embrione sano fra quelli malati, come consentito dal tribunale, secondo la legge italiana la coppia avrebbe dovuto essere sterile o infertile (a differenza di quella in questione) e la diagnosi preimpianto non sarebbe stata da vietare, come invece è adesso.

Una sentenza ipercreativa, insomma, che ha modificato impunemente in un sol colpo il risultato di un voto parlamentare raggiunto dopo anni di lavoro e quello di un referendum: tale è la potenza dei giudici, a quanto pare, e ci chiediamo che senso abbia il lavoro paziente nelle aule di Camera e Senato quando la solerzia e la fantasia di un magistrato riescono così velocemente a sostituirsi al potere legislativo e pure alla Corte Costituzionale che, eventualmente, sarebbe stata l’unica legittimata a pronunciarsi.

La legge 40, che la sentenza di Salerno ha violato, non consente la scelta dell’embrione su base genetica, perché ogni selezione di questo tipo è eugenetica, indipendentemente dalle motivazioni che possono essere addotte. Una volta ammessa infatti la possibilità di produrre un certo numero di embrioni per selezionarne alcuni e scartarne altri, come avviene con la diagnosi preimpianto, chi decide quali sono le malattie gravissime che legittimerebbero la scelta e quelle che invece sono considerate accettabili? Fra le decine di embrioni che si dovranno generare per essere sicuri di ottenerne qualcuno sano non si cercheranno anche altre patologie, oltre a quelle mortali?

In altre parole: chi cerca il figlio sano, e vuole escludere terribili malattie come l’atrofia muscolare o la fibrosi cistica, accetterà il rischio di avere embrioni affetti da sindrome di Down o con certi tipi di patologie cardiache, ad esempio, o vorrà invece cercare pure quelli per scartarli, visto che c’è la possibilità? Chi decide l’elenco delle malattie da individuare? Chi fisserà il limite? E di quale tipo sarà?

In Gran Bretagna alcune associazioni di persone affette da sordità hanno condotto una lunga battaglia per poter impiantare anche embrioni con lo stesso handicap: «Quali embrioni debbano essere scelti per l’impianto deve rimanere una decisione degli individui e dei loro medici» hanno rivendicato, ritenendo che la condizione di sordità (che conoscono bene per esperienza diretta) sia semplicemente quella di una minoranza che vive in modo diverso dagli altri, e che va dunque difesa dalle discriminazioni.

Quando il desiderio – legittimo e comprensibilissimo – di avere un figlio diventa un diritto esigibile l’inevitabile passo successivo è un ulteriore diritto: quello ad avere un figlio sano (o con caratteristiche precise) e quindi di poterselo scegliere, con criteri sempre più discrezionali. Un figlio subordinato a una selezione genetica, un figlio ‘a condizione’: una contraddizione in termini, che dovrebbe far ripensare al significato, alla responsabilità e al valore di mettere al mondo un bambino. Se possibile, non a ogni costo.

Di Assuntina Morresi – Avvenire.it

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EMBRIONI SBAGLIATI

Una figlia perduta a sette mesi, tre aborti, un unico bambino sano. Con questa odissea alle spalle una coppia portatrice di una grave malattia genetica ha ottenuto da un giudice l’autorizzazione a ricorrere alla procreazione assistita e alla diagnosi preimpianto – per scartare gli embrioni malati e individuare quelli sani. Che la legge 40 da questa sentenza sia violata, è una evidenza: la procreazione assistita è solo per le coppie sterili, e la selezione degli embrioni, in Italia, è eugenetica. Una vicenda umana dolorosa è stata usata per aprire una breccia nella legge.

E tuttavia, dire questo non basta. Non basta per quella coppia né per gli altri come loro e nemmeno per tanti che ascoltano la storia in tv, e pensano che in fondo una eccezione, dopo tanti lutti, sia giusta. In un “sentire del cuore” che contrasta con la rigidità dei codici.

Eppure a volte il cuore, o almeno questa parola usata nella sua accezione sentimentale, non vede bene. Perché la realtà è che ai quei genitori viene consentito di “produrre” molti germi di figli, che saranno scrutati e analizzati; a quello “perfetto” verrà data una possibilità di vita, gli altri, segnati dal loro stigma, cancellati. Nel nome del “diritto alla salute”, espressione usata dal giudice, quei principi di uomo saranno eliminati. (Paradossale: essere uccisi per il “diritto alla salute” di altri).

Il fatto è, e lo diciamo con rispetto verso chi ha il dolore di non poter avere figli sani, che un fattore manca in questa somma di diritti e di poteri, che porta al “sì” della sentenza di Salerno.

Quei figli abortiti, e quella persa a pochi mesi di vita, e quello vivo e tanto amato, sono stati, in principio, uguali agli embrioni che si vogliono scartare. Davvero si può negare questa prima uguaglianza, e accettare che gli “sbagliati” siano buttati via come cose? Per avere un figlio sano, quanti difettosi fratelli annientati, e, davvero è buon cuore consentire, per soddisfare il desiderio di paternità, questa silenziosa strage?

Certo, sono invisibili quei semi, e ciò che è invisibile agli occhi raramente ci commuove. Però lo sappiamo in fondo che nel principio è già scritto, intero, un uomo. Lo sappiamo, che nel seme è inciso se avrà gli occhi chiari, e i capelli, e le mani grandi di suo padre. Tutto è già scritto, in quel frammento da niente; come uno straordinario “file” che attende solo per dispiegarsi il calore di una madre.

La ragione del no alla selezione è questa. È il rispetto a un bene molto grande, benché infinitamente piccolo. Anche se non si vedono, quegli embrioni rifiutati sono morte data, sono lutti. È una coscienza, questa della pienezza del principio, che avevano molte delle nostre madri, e che ora neghiamo. Non è ancora figlio quel grappolo di cellule, ci diciamo per tollerare l’aborto. Ma lo sappiamo invece, e lo conferma la scienza, che a poche ore dal concepimento il disegno è già vergato, unico, non ripetibile: il disegno di quell’ uomo.

E le sentenze argomentino pure di un “diritto alla salute” e di un ideologico “diritto alla procreazione”, che nessun codice ci potrà mai garantire. Evochiamoli pure questi diritti immaginari, che nella vita un istante di malattia o di disgrazia bastano a contraddire drammaticamente. La realtà non ideologica, innegabile, carnale, è invece quel grappolo di cellule che cresce, e forma gli occhi e le mani, mentre il cuore già batte: in un disegno inesorabilmente ordinato a vedere la luce.

Marina Corradi

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LIBERTA’ RELIGIOSA: UN MIRAGGIO PER 5 MILIARDI DI PERSONE

Il diagramma riprodotto qui sopra classifica le cinquanta più popolose nazioni del mondo sulla base delle rispettive restrizioni alla libertà religiosa: sia le restrizioni imposte dai governi, in misura crescente da sinistra verso destra, sia quelle prodotte da violenze di persone o di gruppi, in crescendo dal basso verso l’alto.

Le violazioni della libertà religiosa saranno un tema rilevante del discorso che papa Benedetto XVI terrà l’11 gennaio – come ogni inizio d’anno – al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede.

Il tema non è nuovo. Eppure mai prima d’ora era stato analizzato con la precisione scientifica messa in campo dal Pew Forum on Religion & Public Life di Washington, nell’indagine da cui è tratto il diagramma.

L’indagine riguarda 198 paesi, tra i quali manca la Corea del Nord per l’invincibile scarsità di dati, e copre i due anni che vanno dalla metà del 2006 alla metà del 2008.

La sintesi dell’indagine e le 72 pagine del rapporto finale possono essere scaricate gratuitamente dal sito del Pew Forum:

> Global Restrictions on Religion, December 2009

Nel diagramma la grandezza dei cerchi è commisurata alla popolazione di ciascun paese. Come si vede, tra i paesi con più restrizioni alla libertà religiosa hanno un peso schiacciante l’India e la Cina, ciascuna con una popolazione ben sopra il miliardo. Col corredo di altri paesi illiberali anch’essi densamente popolati, va a finire che il 70 per cento dei 6,8 miliardi della popolazione del globo vivono in nazioni con alti o altissimi limiti alla libertà di religione.

Viceversa, sono appena il 15 per cento della popolazione mondiale coloro che vivono in paesi ove le religioni sono accettabilmente libere.

Naturalmente, le modalità con cui nei vari paesi la libertà religiosa incontra ostacoli sono dissimili.

In Cina e in Vietnam, ad esempio, le popolazioni non mostrano ostilità verso l’una o l’altra religione. Sono i governi a imporre forti limiti alle espressioni di fede. In Cina le restrizioni colpiscono i buddisti del Tibet, i musulmani dell’Uighur, i cristiani privi di registrazione governativa e i seguaci del Falun Gong.

L’opposto avviene in Nigeria e in Bangladesh. Lì i governi optano per la moderazione, mentre è nella società civile che esplodono atti di violenza contro l’una o l’altra religione.

Anche in India l’ostilità è più opera delle parti sociali che delle autorità, nonostante anche queste impongano pesanti restrizioni.

Tra 198 paesi, ce n’è uno solo in cui gli indici di ostilità contro le religioni “nemiche” toccano i picchi massimi sia da parte del governo che da parte della popolazione. Ed è l’Arabia Saudita.

Ma anche Pakistan, Indonesia, Egitto ed Iran hanno indici complessivamente molto negativi, al pari dell’India. In Egitto, le restrizioni alla libertà religiosa si abbattono soprattutto sui cristiani copti, che sono circa il dieci per cento della popolazione.

Metà dei paesi del mondo proibiscono o limitano fortemente l’attività missionaria. Alcuni governi sostengono una sola religione (in Sri Lanka, Myanmar e Cambogia il buddismo) reprimendo tutte le altre. In alcuni paesi l’ostilità è tra frazioni dello stesso mondo religioso. In Indonesia, il paese islamico più popoloso del globo, a soffrire sono i musulmani Ahmadi. E in Turchia i musulmani Alevi, che pure si contano in milioni.

In una mappa del mondo inclusa nel rapporto, con i singoli paesi colorati a seconda del grado di restrizione della libertà religiosa, balza agli occhi che le aree di maggiore libertà sono quelle in cui è più presente il cristianesimo: l’Europa, le Americhe, l’Australia e l’Africa subsahariana.

Ma anche qui qualche restrizione c’è. In Grecia solo i cristiani ortodossi, gli ebrei e i musulmani possono organizzarsi in quanto tali e detenere proprietà. I cristiani di altre confessioni no.

In Francia, la legge che nelle scuole proibisce il velo alle ragazze musulmane vieta anche ai cristiani di portare una croce troppo visibile e ai sikh di portare il turbante.

In Gran Bretagna, dove pure il capo dello Stato è anche capo della Chiesa d’Inghilterra, una sentenza ha consentito che un’azienda imponesse ai propri dipendenti cristiani di nascondere i simboli della loro fede sul luogo di lavoro, lasciando però liberi gli appartenenti ad altre religioni di far vedere i loro simboli.

E in Israele? La novità più incoraggiante è che in tutto il 2009, per la prima volta da molti anni a questa parte, non si è registrata alcuna uccisione di ebrei ad opera di terroristi suicidi musulmani.

La novità esula dall’arco temporale dell’indagine del Pew Forum. Che però ha registrato in Israele anche restrizioni di altro tipo alla libertà religiosa: soprattutto per i privilegi accordati, ad esempio nella legislazione matrimoniale, agli ebrei ortodossi, nonostante questi siano solo una piccola parte degli ebrei residenti nel paese.

Nelle scorse settimane – anche qui al di fuori dell’indagine del Pew Forum – vi sono stati inoltre a Gerusalemme degli atti di violenza commessi da ebrei ultraortodossi ai danni di cristiani.

[…]

di Sandro Magister

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LA VITA? UNA VARIABILE DEL PIL

di Marco Cobianchi

E’ molto interessante il dibattito sviluppato dailsussidiario.net attorno all’ultimo libro di Alberto Alesina e Andrea Ichino L’Italia fatta in casa. Per riprendere il dibattito occorre, a mio avviso, entrare nel merito del libro che è tanto più interessante dopo le parole del Papa che invita a non fidarsi delle previsioni di maghi ed economisti. Vediamo perché.

Sintetizzando brutalmente, la traiettoria del ragionamento dei due autori è che l’Italia cresce poco rispetto agli altri Paesi anche perché molte delle attività che in altri Paesi sono affidate al mercato (cura dei figli, dei genitori anziani, della casa, ecc…) vengono svolte dalle famiglie. E, in particolare, dalle donne.

Se si vuole ottenere, quindi, un aumento del Pil e “liberare” le donne dal lavoro domestico, bisogna defiscalizzare il salario femminile. In questo modo si ottiene l’effetto di affidare al mercato quelle funzioni che oggi sono sulle spalle di mogli e compagne dato che “quando una famiglia è unita come quella italiana diventa molto più semplice e conveniente produrre beni e servizi in casa, anche quelli che potrebbero essere acquistati sul mercato” (pag. 17).

Gli autori rilevano due possibili controindicazioni al maggiore impegno femminile “fuori casa”: una possibile diminuizione della natalità e un probabile aumento dei divorzi. Ma entrambe sono poco rilevanti: “E quand’anche ci fosse un effetto negativo sulla natalità, rimane da dimostrare che questo non sia un bene data l’altissima densità di popolazione in Italia” (pag. 87). E se una maggiore indipendenza economica delle donne causasse “un aumento del tasso di divorzio non è detto che sia un male” perché sarebbero divorzi economicamente parlando, “tra pari” (pag. 88).

Alla obiezione che il risultato di “liberare” le donne dai lavori “forzati” in casa si otterrebbe aumentando, ad esempio, il numero degli asili nido, Alesina ed Ichino rispondono che “gli asili pubblici non sono gratis” ma vengono pagati con le tasse “quindi anche da chi il servizio non lo usa” (pag. 79). “Pensare che la posizione della donna nella forza lavoro in Italia dipenda dalla scarsezza o dall’abbondanza di certi servizi pubblici come gli asili nido è una scappatoia per non affrontare la causa vera, ovvero la cultura della famiglia” (pag. 92-93).

Ma la famiglia ha anche altre “colpe” la più importante delle quali consiste nel fatto che impediscono una ottimale allocazione delle risorse intellettuali dei figli: “Se non esistessero i costi di mobilità e i legami familiari fossero deboli, le persone si sposterebbero dove c’è il lavoro migliore per loro e quindi gli abbinamenti (sic) tra lavoratori e imprese sarebbero ottimali” (pag. 125). E invece “i legami familiari aiutano a trovare lavoro ma perpetuano un’immobilità occupazionale intergenerazionale inefficiente ed iniqua” (pag. 21).

Ed è sempre la famiglia ad aver modellato (in peggio) il sistema universitario: “La maggioranza degli italiani preferisce un’istruzione magari mediocre in cambio di una famiglia geograficamente unita (da qui il proliferare di Università “vicino a casa”, ndr). Il costo di questa preferenza è la bassa qualità della didattica e della ricerca di molti atenei e del sistema universitario italiano nel suo complesso” (pag. 112).

Fin qui le tesi del libro. Da qui in poi le mie considerazioni, le prime tre di carattere generale.

1 – L’adorazione del feticcio del gigantismo economico è una delle cause della crisi che stiamo vivendo perciò la lezione che dovremmo trarre è che la rincorsa alla crescita del Pil a tutti i costi non è esattamente quella che si può definire una buona idea.

2 – Il libro è l’ennesima dimostrazione di come per una certa scienza economica tutte le attività umane devono rientrare all’interno del mercato. Che le donne si occupino dei figli (al di là del fatto che siano o meno “costrette”) è, per gli autori, sabbia gettata nei suoi ingranaggi.

3 – Gli autori tralasciano di ricordare il fatto che se l’Italia ha resistito meglio di altre nazioni alla crisi lo si deve esattamente alla famiglia che ha garantito al Paese risparmio, coesione sociale e sostegno ai più deboli. Visto come è andata, prima di sostenere che la famiglia è uno dei colpevoli della scarsa crescita bisognerebbe pensarci due volte.

4 – La tesi secondo la quale è ingiusto costruire nuovi asili perché graverebbero sulla fiscalità generale è semplicemente ridicola. Seguendo questo ragionamento le carceri dovrebbero essere finanziate dai reclusi, la sanità solo dagli ammalati e i costi della politica solo da chi esercita il diritto di voto.

5 – Sostenere poi che sempre la famiglia sia colpevole della scarsa propensione alla meritocrazia perchè essa tende a promuovere solo chi rientra nel suo circolo a prescindere dal merito (il cosiddetto “familismo amorale”) è un’altra tesi da maneggiare con moltissima cura. Se il figlio di un avvocato ha ottime probabilità di fare l’avvocato la colpa non è del padre che lo promuove, ma nella struttura di accesso al lavoro di avvocato che non dà le stesse opportunità al figlio dell’impiegato postale. Non è la famiglia a impedire una puntuale “allocazione ottimale delle risorse”, ma l’organizzazione fatta a “caste” della società.

5 – Riguardo alle università. Gli autori sostengono che sono troppe e di scarsa qualità perché le famiglie vogliono i figli vicino e quindi votano quei politici che garantiscono l’università “sotto casa” (pag. 112). Se questo è il problema allora, abolendo il voto popolare, le università diminuirebbero e la qualità aumenterebbe. Forse il problema ha più a che fare con clientelismo e assistenzialismo, non con il “familismo amorale”.

6 – Solo un accenno al tema della bassa natalità che Alesina ed Ichino non vedono come un problema. E’, al contrario, uno dei problemi più drammatici con i quali l’Italia dovrà fare i conti nei prossimi decenni.

7 – Resta infine un’altra tesi. Il connubio tra il reddito “certo” del padre e la disponibilità della donna a lavorare in casa fa sì che “l’attuale struttura della società italiana, con la sua particolare articolazione del rapporto tra famiglia e mercato, non è sempre efficiente” infatti “se in una famiglia italiana il padre perde la certezza di essere occupato nell’anno successivo la probabilità che i figli escano di casa aumenta di oltre il 40%” (pag. 101). Anche qui, la soluzione non può che essere quella di rendere tutti gli italiani (e soprattutto i padri di famiglia) dei precari perenni.

Se questo è il massimo che la cultura economica italiana può offrire al Paese mi pare che non si possa non condividere le parole del Papa.

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TE DEUM

di Rino Cammilleri

C’è qualcosa di magnifico ma anche di terribile in questo antichissimo canto con cui la Chiesa loda l’Onnipotente e Gli rende grazie in occasione di eventi particolarmente importanti. E quando un anno si conclude. Tanto magnifico e terribile, questo inno, che non hanno osato rinunciarvi neppure i più feroci anticlericali. Napoleone, per esempio, non se ne perse uno, arrivando a minacciare di morte il clero se non gliel’avesse eseguito in pompa magna. Il Piemonte delle leggi eversive metteva in carcere i vescovi che si rifiutavano di intonarlo per protesta. Perfino Garibaldi, il più fanatico dei mangiapreti, pretese il solenne Te Deum, e più di una volta.

Bisogno di ingraziarsi le plebi superstiziose e legate alla religione? Voglia di legittimarsi come «liberatori» e «purificatori» della Chiesa? Sì, c’era anche questo, come nel caso del generale Championnet e la sua pistola puntata alla testa dell’arcivescovo di Napoli affinché il sangue di San Gennaro si sciogliesse pure davanti agli invasori francesi. Ma nessuno mi toglie dalla capoccia che c’era anche un fondo di ancestrale terrore del divino, una di quelle emozioni che niente come la musica è capace di far salire dal profondo dello stomaco.
E, tra i canti sacri della tradizione cristiana, se ce n’è uno in grado di far tremare il cuore è il possente Te Deum. Quelle note, sgorgate nella magnificenza del gregoriano, in qualche modo evocano il Giudizio, la sentenza finale di quel Maestro che, scaduto il tempo, ritira il compito e lo valuta: sufficiente o insufficiente.

La vita è infatti un compito, anche se molti cercano di convincerci che sia solo un giocattolo (il quale, se ti va bene ci giochi, sennò lo butti via). E la valutazione finale, senza possibilità di appello, prevede una sola alternativa di voto: buono, non buono. Uniamoci anche noi, nel finale di quest’anno, al canto di ringraziamento che la Chiesa eleva da sempre al suo Creatore. Uniamoci anche se siamo stonati. Anche se quest’anno non è stato dei migliori, perché il Signore non permetta di peggio (al quale, com’è noto, non c’è mai fine). Finché non si realizzi la Beata Speranza e venga, finalmente, il Suo Regno.

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L’ITALIA: TRA DE SICA E PLATONE

di Marina Corradi

L’ultimo film di Christian De Sica ha incassato tre milioni di euro in un solo giorno, e a Roma è proiet­tato in oltre la metà delle sale. Un film volgare? Al Corriere l’attore risponde che i film d’autore fanno incassi pe­nosi, e che un film di Natale come il suo è «lo specchio dell’Italia» di oggi. Al di là della vicenda particolare, l’af­fermazione colpisce. Per prima co­sa, perché occorre riconoscere che c’è del vero.

Gli ammiccamenti, le pa­rolacce di un film di grande cassetta non sono in realtà peggiori di quan­to si sente all’uscita di una qualun­que scuola, o in un talk show televi­sivo. È vero, c’è un involgarimento collettivo che è prima che nelle pa­role nello sguardo, nella morbosità con cui per esempio si scrive, e si leg­ge, dei vizi altrui, spiati con avidità. Quasi un compiacimento nell’indu­giare su ciò che è greve; il gusto di un cinismo sorridente che ama i doppi sensi, l’ammiccamento, in un sot­tintendere che così fan tutti, e chi non ci sta è un illuso. Certo, quello «specchio d’Italia» man­ca di tante cose silenziose che rara­mente passano in tv: affetti, lavoro, solidarietà, carità, individuali co­scienze che resistono a questo im­barbarimento collettivo.

E tuttavia non si può negare che tra l’Italia del dopoguerra e questa c’è un tale salto di costume e linguaggio, che chi è vec­chio, e ricorda, ne è spaesato. Ma quel dire che così è l’Italia, sot­tintendendo che dunque bisogna dar­le ciò che le somiglia, colpisce anche per una tristezza che ne viene. La vol­garità vende, dunque si va incontro alla richiesta del mercato. Senonché quel mercato siamo noi, un Paese, i nostri figli. A cui vorremmo lasciare qualcosa di meglio che le battute dei cinepanettoni. Perché dietro a quelle risate c’è ben poco. Perché andiamo al cinema o accendiamo la tv per di­strarci, la sera; ma anche con la ma­gari non riconosciuta attesa di vede­re qualcosa che ci dia una speranza. Di riconoscere, perfino fra le righe di una storia dolorosa o terribile, un sen­so buono, che valga anche per noi. Le fiabe che si raccontano ai bambini hanno sempre un lieto fine – e se non ce l’hanno, i bambini ci restano ma­lissimo. Siamo un po’ bambini anche noi.

In un film, in un libro, magari ac­canto al realismo più crudo, vorrem­mo trovare almeno qualcosa di bello, o una faccia buona. Per non uscire più sfiduciati di quanto eravamo prima. E dunque, può essere che in molti sia­mo come gli italiani allegrotti dei ci­nepanettoni. Però, se ci raccontasse­ro ogni tanto qualcosa di bello. Non agiografie, o buonismi. Se ci venisse mostrata una bellezza: qualcosa che appassiona e sveglia una tensione, u­na domanda. Incontrando gli artisti un mese fa Benedetto XVI ha ricor­dato Platone: secondo il quale la fun­zione essenziale della bellezza « con­siste nel comunicare all’uomo una sa­lutare scossa che lo fa uscire da se stesso, lo strappa alla rassegnazione». La bellezza risveglia, e mette in mo­to.

Come in un bellissimo film di tre anni fa, ‘ Le vite degli altri’ di Florian Henckel von Donnersmarck, dove un agente della polizia segreta della Ddr passa i suoi giorni a spiare e intercet­tare dei sospetti dissidenti. Ma pro­prio le loro speranze e la loro tensio­ne lo contagiano. L’agente non li de­nuncia, e abbandona il suo lavoro di aguzzino. Si sarebbe ben potuto fare un film semplicemente sulla crudeltà degli uomini della Stasi. Sarebbe stato rea­lista. Ma la storia della spia commos­sa dalla bellezza è ancora più realista: è la realtà, attraversata da una spe­ranza. Ciò che in fondo tutti doman­diamo. ( E quanto a successo non è andata male: Oscar per il miglior film straniero. La bellezza, gli uomini la ri­conoscono ancora).

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UOMINI GRAZIE AD UN BAMBINO

Quando la sera torniamo a casa stanchi e appesantiti dalle preoccupazioni della giornata, spesso ci corrono incontro a braccia aperte i nostri bimbi. Così fa Dio. Per rendersi familiare ad ogni uomo, è divenuto bambino. I Padri della Chiesa arrivavano a dire: “Dio si è abbreviato”, taluni usavano addirittura un verbo in cui l’“abbreviarsi” è legato all’“impoverirsi”. Dio, l’Onnipotente, si è impoverito, si è abbassato, per imparare la nostra lingua di creature.

E forse oggi, più che mai, il mondo avverte la pungente nostalgia di Dio. «Stanco e disfatto è il mondo –  scrive Chesterton – ma del mondo il desiderio è questo». L’annuncio del Natale incontra il gemito di questo desiderio.

Sempre nella storia dell’Occidente i momenti di passaggio, e quindi di maggior travaglio, hanno fatto emergere le questioni decisive. Osserva Sant’Ireneo: «Il Verbo di Dio pose la sua abitazione tra gli uomini per abituare l’uomo a comprendere Dio». È la ragione per cui – insiste Ireneo – «Dio manifesta se stesso negli uomini». Non c’è alcun antagonismo tra Dio e l’uomo se questi resta nell’amore di Lui. In questo rapporto col Dio che si è reso familiare ognuno di noi e tutta l’umanità può solo progredire.

Il Bambino Gesù risveglia le nostre domande più vere, quelle che normalmente lasciamo seppellite sotto la distrazione, e accende in noi la speranza. La sua umiltà ci conquista e diventa richiesta di semplicità. Chi di noi non sente, nella propria vita, il bisogno di una grande semplificazione? In tutti c’è l’urgenza di tornare all’essenziale, a ciò che conta davvero e ci fa respirare, liberandoci sia dall’affanno di un consumismo malaugurante (si dovrebbe usare la parola osceno, che ha proprio questo significato), sia da stili affettivi complicati, ambigui, spesso menzogneri, che fanno soffrire l’altro, non fanno vivere un amore che libera, ma spingono verso un amore che lega.

Dio, in Gesù Bambino, non solo “si è abbreviato”, fino a rendersi “visibile agli occhi, palpabile alle mani, portabile sulle spalle”, ma ha dato la vita per noi per coinvolgerci nella dinamica della Sua donazione.

È solo per la carità sconfinata di Dio nei nostri confronti che noi possiamo sperare di diventare capaci di «tessere reti di carità», come dice il Papa nella Caritas in veritate. E la carità ha un orizzonte di 360 gradi. Si estende dalla doverosa condivisione con coloro che sono nell’indigenza e nella miseria (il cui numero, in questo tempo di crisi, è in continua, preoccupante crescita) alla difesa del primato irrinunciabile degli uomini del lavoro dignitosamente concepito, fino alla passione per l’edificazione del bene comune nell’impegno politico diretto. Instancabile nel far prevalere, sempre e comunque, le ragioni della philìa (amicizia civica) su quelle del conflitto.

Natale è la festa dell’innocenza e perciò della pace. Il Dio nato a Betlemme è la pace stessa. Ce lo insegnano i più piccoli (non solo di età), i malati, i sofferenti con il loro abbandono fiducioso che si aspetta tutto non da ciò che possiedono, ma da ciò che ricevono. La testimonianza di Gesù, l’Innocente per eccellenza, imitata dai martiri, è offerta totale di sé («svuotò se stesso», dice Paolo) a noi uomini affinché vivendo relazioni buone favoriamo in tutti la pratica del bene.

L’Onnipotente che si è fatto Bambino ha la forza di dare pienezza all’umano: «La Sua natività purificò la nostra» – scrive San Bernardo – «la Sua vita ammaestrò la nostra, La Sua morte distrusse la morte nostra». Dalla traboccante gratitudine per questo dono sgorga l’audacia della nostra speranza. Da qui attingiamo l’energia per stare dentro ogni rapporto senza accettarne la scontatezza, senza rendere il pregiudizio cronico. Egli ci apre alla possibilità di pacificare anche i rapporti più conflittuali. Fa fiorire l’affezione verso noi stessi e verso tutti i nostri fratelli uomini. Nel Natale Gesù ci visita per donarci la vita di Dio!

del Patriaca Angelo Scola

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IN RICERCA DELLA FORESTA

Oggi sono andato alla ricerca di sguardi capaci di rinvigorirmi con la gentilezza di una foresta, ma ho trovato solo ciarpame secco.
Ho scrutato le movenze degli uomini per piroettare nelle estasi della loro danza, ma non ho uito alcuna musica.
Ho auscultato il cuore delle donne pronto a perdermi nell’abisso del sentimento, ma mi sono imbattuto solo in pozzanghere.
Abbiamo reso lo spirito flaccido e pigro, rendendolo incapace di un parto poetico, di una riflessione capace di spingersi oltre l’intellettualmente istruito.
Lo abbiamo sterilizzato con i mezzi di consumo, addomesticandolo con le accademie.
Abbiamo frantumato il vero sapere in specializzazioni autocefale, creando l’intellettuale, colto replicante impossibilitato al soffio di vita.
Ci siamo resi insensibili al colore favorendo il concetto, sgretolato la montagna per preferire l’astrazione, crocifisso l’estetica per un più comodo “de gustibus”.
Fra le pagine di un libro ho ritrovato una foglia autunnale d’acero messa lì da un me stesso molto più giovane. È bene essere saggi già in gioventù e conservare un poco di foresta in qualche scrigno di sè: viviamo in un’epoca barbara ed incerta, dall’anima astratta e monocromatica, incapace di giocare con le essenze dell’estasi.
Il cielo è divenuto cemento, così che siamo in grado di concepirlo solo secondo una scala di grigi.

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IL NATALE NON E’ UNA FAVOLA

Il Natale non è una favola per bambini.
Lo ha detto Benedetto XVI all’Angelus di questa domenica di vigilia. Nei giorni in cui le nostre città splendono di luci, e anche la neve, insieme a tanti problemi, ha portato nelle strade un candore da paese di Santa Klaus, la parola del Papa è netta, quasi brusca.

Nel mare dolciastro di Jingle bells che ci sommerge, quel dire netto: « Non è una favola » . Non una dolce leggenda da raccontare ai bambini, e in cui continuare a cullarsi poi, non più credendoci, per abitudine, da adulti. Non una vecchia cara fiaba cui si è affezionati, benché si sappia che è assolutamente irreale. Invece, il Natale è « la risposta di Dio al dramma dell’umanità in cerca di una vera pace » .
Parola quasi tagliente. E ci chiediamo se non sia particolarmente indirizzata a noi, ai credenti, piuttosto che ai ‘ lontani’. Perché la tentazione di confondere la memoria della Natività con la ‘ poesia’ del Natale, e i canti, e le tradizioni, e magari i teneri ricordi d’infanzia, è forte anche per i cristiani. Viviamo in un tempo sentimentale e furbo, che usa le note di Stille Nacht per farci comprare di più; implicitamente dicendoci che la festa è appendere un Babbo Natale alla finestra, fare regali e sentirci buoni; sentirci anche magari un po’ commossi, a mezzanotte, guardando i nostri bambini – loro che credono ancora alla favola, mentre noi, adulti, conosciamo purtroppo la realtà.

La sovrastruttura di tradizioni, di abitudini, di commercio che si è accumulata sul Natale è poderosa. Mentre i 2009 anni trascorsi da quel giorno sono un tempo immenso per gli uomini; un tempo che, da solo, basterebbe a circondare il più reale dei fatti dell’aura di una incerta leggenda. Ma, dice da sempre la Chiesa e lo ripete oggi Benedetto XVI, tutto invece è vero. Tutto è accaduto nella verità e nella carne. C’era una donna che aspettava un figlio, sfollata e senza casa con suo marito una notte in Palestina. Nessuno che aprisse la sua porta, e la stanchezza e la fatica nel portare quel ventre carico. C’era una grotta, un antro in cui quei due trovarono un estremo rifugio. Ci furono le doglie, e il parto, e poi un vagito – uguale, quel pianto, a quello di tutti gli uomini che vengono al mondo.
Ma il salto di audacia che ci viene chiesto – il coraggio e insieme l’umiltà di credere, con la semplicità di bambini – sta nell’accogliere la straordinaria, sbalorditiva novella: quel bambino è il figlio di Dio.

Verbum caro factum est.
Un Dio che si incarna in un uomo, l’infinito che si fa volto, mani, membra, povere ossa. Perché? Per misericordia al nostro destino, per essere accanto, in mezzo, fra gli uomini. Per portare insieme a loro il dramma del dolore e della morte, e condurli verso l’unica risposta che non sia disperazione, o non senso, o il nulla.

Quanto radicalmente reale è quel nascere esule, nella povertà, fra uomini distratti; venire al mondo senza avere nulla, già così annunciando che la vera vita non sta in alcun possesso. E paradossale è come questo evento così concreto e umile sia oggi avviluppato nell’aura del mito, colonizzato dal consumismo, snaturato nella leggenda nordica. Di modo che ci possano credere ormai solo i bambini, e forse nemmeno. O che, per crederci, occorra ritornare davvero i bambini: e attendere con audace certezza lo straordinario che accade, e taglia e ricomincia la Storia.

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