TRA VERITA’ E TOLLERANZA

Breve intervista riguardante l’impossibile conciliazione tra verità ed errore e quindi la conseguente assurdità di tollerare l’errore in vista della carità dovuta all’errante.
Singolar cosa è il vedere introdotta nella Filosofia la riverenza allo spirito umano (ed è la sola riverenza che conoscono costoro), come se questo o alcun altro simile sentimento potesse valere assai nel decidere questioni di verità e di falsità”. Solo la verità è “l’onore dello spirito umano, non perché egli la formi ma perché ne è informato” e ciò contro quanti “s’immaginano che lo spirito umano meriti un onore per se stesso, indipendentemente dalla partecipazione della verità, e sembra che onorino questa come una creatura di quello, alla stessa maniera dell’errore, che certamente è una creatura, una pura creatura del medesimo” (Antonio Rosmini).

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MAESTRO E AMICO

L’intima vocazione di chi si prefigge la formazione spirituale è quella di custodire e preservare.
Come un padre accoglie, come una madre ascolta, come un fratello aiuta, come un guerriero difende, come un angelo consiglia, come un maestro insegna, come un pedagogo esorta, come un profeta annuncia, come un amico soffre delle cadute dell’assistito.

Riottoso alla presunzione di conoscenza consuma l’amore per l’amico nella sua propria debolezza, schiaffeggiato dalla consapevole limitatezza del proprio essere. Eppur si compiace delle sue infermità, perché non lui vuole affermarsi, ma la verità che ha in cuore di testimoniare, che lo rende forte opportune et inopportune.

Il suo dire non desidera né gloria né ammirazione, ma scaturisce dalla forza e dal vigore per quell’ideale di cui è sposo e di cui dona la sovrabbondanza che gli sgorga dall’anima.
Con spirito vigile veglia incessantemente su di sé, affinché le ombre del mondo non offuschino la sua limpidezza e con eguale solerzia sorveglia le anime di quegli amici che a lui hanno voluto affidarsi.

Con amore ammonisce, con giustizia punisce e con sapiente mano opera sui proliferanti mali dei suoi protetti, saldo e forte in quel coraggio di chi, pur amando, sa di dover ferire per spurgare le infezioni.

Obbediente alla propria coscienza non invade l’altrui libertà, ma infonde senso di responsabilità e schiettezza di spirito.
Custode del libero arbitrio non rinuncia all’ammonimento e alla rispettosa correzione, poiché non riesce a concepire sincerità di relazione senza verità di fatti ed intenti.

Come padre e maestro si prodiga per incarnare non solo la verità che annuncia, ma la vita stessa di chi assiste, soffrendo e gaudendo per l’amico come se ogni evento accadesse a se stesso.

La responsabilità che il formatore di spiriti si addossa è quella di chi, nell’orto del Getsemani, in attesa di esser braccato, torturato ed ucciso come il peggiore dei briganti, ebbe in cuore di dire: “Io conservavo nel tuo nome coloro che mi hai dato e li ho custoditi; nessuno di loro è andato perduto” (Gv 17,12).

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MICHELE FEDERICO SCIACCA (1908-1975)

In questi giorni ricorre l’anniversario della morte dell’insigne filosofo cristiano Michele Federico Sciacca.
Riportiamo un buon articolo di Francesco Lamendola per ricordare l’onore della persona e lo spessore del pensiero.<
Approfitto dell’occasione per consigliare la lettura di “Filosofia e Antifilosofia“, testo di facile approccio per chi volesse introdursi in una sincera ricerca della verità con la profondità del cuore e la speculazione dell’intelletto.
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Nato a Giarre, in provincia di Catania, nel 1908, morto a Genova nel 1975, Michele Federico Sciacca è stato uno degli esponenti di punta della corrente – se così vogliamo chiamarla, del resto impropriamente – dello spiritualismo cristiano contemporaneo.
Allievo di Antonio Aliotta (1881-1964) all’Università di Napoli, ove il filosofo siciliano insegnò fra il 1919 e il 1951, Sciacca subì anche profondamente l’influsso dell’attualismo gentiliano, elaborando una concezione filosofica basata su un umanesimo assoluto. Da essa, poi, si orientò ulteriormente in senso religioso, maturando una vera e propria conversione e dedicandosi, da allora, ad approfondire lo spiritualismo cristiano, mediante l’elaborazione di una vera e propria “ontologia dell’uomo” , ciò che fece nel segno dei due grandi e durevoli interessi della sua vita speculativa: l’interesse per la realtà trascendente, per il divino, e quello per l’uomo in quanto soggetto di libertà e portatore di valori.
Professore di storia della filosofia, dal 1938, presso l’Università di Pavia; fondatore, nel 1946, e poi direttore del Giornale di metafisica; insegnante di filosofia teoretica, dal 1947, presso l’Università di Genova, svolse un magistero intenso e appassionato, contribuendo molto alla rinascita dell’interesse filosofico verso l’ambito della religione, in controtendenza rispetto alle correnti predominanti nelle università italiane (e in sinergia, anche se indiretta, con un altro importante filosofo cristiano di lui poco più anziano: il trevigiano Luigi Sefanini, del quale cui siamo occupati in un precedente lavoro,
(cfr. F. Lamendola, L’arte come “parola assoluta” della persona finita nel pensiero di Luigi Stefanini, pubblicato negli Atti del Convegno su L. Stefanini del novembre 2006, e consultabile anche sul sito di Arianna Editrice).
Il corpus dei suoi scritti è imponente, comprendendo – provvisoriamente – più di una trentina di volumi. Fra le sue opere più importanti, sia di carattere storico che di carattere teoretico, possiamo ricordare almeno: Linee di uno spiritualismo critico (1936);Teoria e pratica della volontà (1938); L’interiorità oggettiva (edizione originale in lingua francese, 1951); L’uomo, questo squilibrato (1956); Morte e immortalità (1959); Filosofia e metafisica (sempre nel 1959); la libertà e il tempo (1965).

Il “caso” di Michele Federico Sciacca è, a nostro parere, altamente significativo per svolgere qualche riflessione sulla presunta antinomia di fede e ragione, antinomia (e, pertanto, inconciliabilità) sulla quale si basa praticamente l’intero edificio della cultura moderna, e non solo italiana. Da sempre, infatti, ci è stato detto e inculcato che le due cose, fede e ragione, non possono coesistere; e che, di conseguenza, un filosofo che si rispetti non può in nessun caso essere anche un credente, perché ciò significherebbe una resa della sua facoltà razionale a una dimensione di carattere non razionale.
Che ciò corrisponda a una grossolana semplificazione dei veri termini della questione, emerge chiarissimamente dalle parole stesse del filosofo siciliano, il quale non visse affatto la propria conversione come una resa della ragione e come unarinuncia alla propria sfera di libera volizione, ma, al contrario, come la conferma di un esigente percorso razionale e come il riconoscimento di una sfera di realtà superiore alla ragione, ma non certo opposta ad essa.
Dopotutto, come insegna il buon vecchio Kierkegaard (cfr. il nostro recente saggio Kierkegaard, maestro del ritorno in noi stessi, è la guida per uscire dalla palude, sempre sul sito di Arianna Editrice), dobbiamo abituarci a convivere con l’idea che non possiamo avere la pretesa di comprendere ogni cosa, di trovare una risposta ad ogni domanda, almeno nella nostra presente condizione; e che dobbiamo, pertanto, avere il coraggio di fare un salto nella fede, spogliandoci della nostra saccente presunzione razionalistica.

Il filosofo siciliano si era già pubblicamente confessato una prima volta, nel 1944, con la pubblicazione del libro Il mio itinerario a Cristo (Torino, Società Editrice Internazionale), su sollecitazione di don Cojazzi. Quello che qui presentiamo – saltando alcune parti, a nostro avviso non indispensabili alla comprensione del tutto – è un testo molto più breve, contenuto in un volume a più voci, curato da don Giovanni Rossi, dedicato alla conversione e alla fede di alcune eminenti personalità del mondo della scienza, dell’arte e della cultura.
Scrive, dunque, Michele Federico Sciacca in Uomini incontro a Cristo, a cura di don Giovanni Rossi (Edizioni Pro Civitate Christiana, Assisi, 1956, pp. 37-44):

Evidentemente la mia testimonianza è di un filosofo. È stata, la mia, conversione di un filosofo (che è uomo, malgrado l’opinione in contrario di molta gente benevola). Ed è la conversione continua del mio pensiero. Dunque mi limiterò in queste righe ad illustrare quali furono gli ostacoli principali che dovetti sormontare per cedere al dono della fede cristiano-cattolica e che sono gli ostacoli che quasi ogni filosofo incontra nel suo cammino intellettuale, specie quelli, come me, che hanno avuto una formazione laica e che provengono dallo studio del pensiero moderno. Praticamente significa tutti, e, da questo punto di vista, il mio breve discorso potrà essere di aiuto a qualche “vagante” di buona volontà desideroso di diventare “viator”: da insipiens, sapiens che significa semplicemente “sapere quello che si dice”, e questo lo sa solo chi crede in Dio, perché l’ateo, secondo l’antica Sapienza biblica, è “colui che non sa quello che dice”.
Non c’è fede senza ragione: alla fede è essenziale il fondamento razionale. Ma è anche vero che la fede può essere un pericolo mortale per la ragione, soprattutto per il filosofo. In ogni momento, egli è sempre sul punti di commettere il “peccato della ragione”, cioè di rifiutare quanto trascende i limiti della conoscenza naturale e razionale. È il peccato di superbia, il peccatum originalis, quello che è fonte di ogni altro. È negare Dio, il Soprannaturale, la Rivelazione: il Cristianesimo come tale. Questa tentazione sta in agguato sotto i paludamenti accademici di ogni filosofo (e si può dire che sonnecchi nella testa di ogni uomo). Essa viene mascherata da uno specioso preconcetto: ammettere Dio e una verità superrazionale è negare l’autonomia della ragione umana e la libertà della volontà. Anch’io prima della conversione la pensavo così come quanti si dicono spregiudicati, “spiriti forti”, “liberi pensatori”.
Forti in che cosa? Liberi da che? Queste domande m’invitarono a farmele, oltre il vangelo, anche Agostino, Pascal, e Rosmini. Una volte poste, non potevo esimermi dal dare una risposta. “Forti” non sono quegli spiriti, perché non è forte, per usare una espressione efficace di Pascal, “chi fa il bravo con Dio”: non c’è uomo più debole di chi ripone tutta la sua forza nelle sue sole forze. Si ritira in e su se stesso, non per coraggio, ma per paura: l’ateo non crede in Dio, non perché sia convinto che Dio non esiste, ma perché teme di convincersi del contrario. “Liberi” non sono quei pensatori perché non è libero chi si fa schiavo di una libertà che è arbitrio e orgoglio, cioè di ciò che è la negazione della libertà stessa e di ogni libertà. E allora capii una cosa, questa: è atto razionale quello con cui la ragione riconosce (e come “riconoscimento” è atto morale) che vi è un sapere che la oltrepassa, di ordine diverso ma non contraddicente la ragione stessa. Sembra nulla, ma prima di rendersi conto di ciò bisogna domare il peccato della ragione e liberarsi dal preconcetto che ammettere Dio è pressocché negare l’uomo. È perfettamente il contrario: negare Dio è negare l’uomo, proprio quell’autonomia e quella libertà che stanno a cuore al razionalismo assoluto. Nella solitudine di se stessa la ragione finisce per perdere anche quella verità di cui è naturalmente capace. Dire che essa si autofonda, cioè che è il principio di e stessa, è come dire che il contingente è necessario. Infatti, l’autonomia della ragione atea è l’assolutizzazione che la ragione fa di se stessa. Ma una ragione che si assolutizza… non ragiona, “sragiona”, esce fuori dal suo ordine, si fa disforme, “anormale”. Dunque non è “irrazionale” l’affermazione che vi è una verità “superrazionale”, ma è irrazionale negare questa verità ed è razionale ammetterla. Solo chi è ammalato di superbia psicologica può sostenere il contrario, cioè la ragione è assoluta; io sono un essere razionale; dunque il mio pensiero è assoluto. Sotto sotto, chi divinizza la ragione, divinizza se stesso e se ne compiace. E questo chiama difesa dell’autonomia della ragione e della libertà umana! Invece, la ragione è autonoma quando ubbidisce al suo ordine naturale, il quale le dice che proprio le verità che le son proprie, cioè quelle suo ordine esigono (dimostrano) che Dio esiste e non escludono (perché non la contraddicono) la Rivelazione, anzi la trovano perfettamente conveniente ala ragione stessa e richiesta (pur restando dono gratuito) dalla profonda dialettica della vita spirituale. La fede – e solo la fede – è liberatrice della libertà, perché richiede che la volontà voglia secondo la legge con la quale Dio illumina le menti delle creature. Quella che è considerata (oggi molto meno di venti anni fa) la conquista definitiva del pensiero moderno, «Dio è morto», secondo un’idiota espressione di Nietzsche mi si presentò, e mi si presenta ancora oggi, come la sua disfatta, perché significa la morte dell’uomo. E infatti chi la scrisse cancellò l’uomo e immaginò la dottrina del Superuomo.
Superato questo preconcetto fondamentale, ne restavano altri, e restano per i vagantes non più o non ancora clerici.Questo, per esempio, che è legato a quello di sopra: la filosofia cattolica non può non essere dommatica; dunque la filosofia cattolica, come tale, non è filosofia. Questo sillogismo invade e devasta la testa e il cuore di tanti che fan professione di filosofi e invase un tempo anche la mia. L’ho sentito recentemente formular da un Collega professore di filosofia in una Università dell’Italia del Nord e con pieno convincimento. Ma che cosa c’è di più dommatico di quel sillogismo? La critica assolutizzata diventa il peggiore dommatismo, in quanto crea il dommatismo della critica, che distrugge la critica come tale. Quel ragionamento, in verità, è da don Ferrante, e sinceramente tempo molto che l’egregio uomo abbia a morire imprecando alle stelle come un eroe di Metastasio. Una critica che muore in finale da melodramma rovina proprio la reputazione di un filosofo “critico”. Ma rassegnamoci ad affidarlo alle mani di Dio, giacché la Provvidenza, per metterci a più dura prova, ci ha privati della Santa Romana Inquisizione, e proseguiamo il nostro breve discorso.
Che significa “filosofia critica” e che “pensiero dommatico”? critica significa, per Kant, “giudizio” e giudicare vuol dire definire e anche segnare i limiti. Porre dunque criticamente il problema “filosofia” e i problemi della filosofia significa definire l’oggetto proprio e indicare i limiti della validità conoscitiva della ricerca razionale, cioè non accettare a priori o dommaticamente un sapere che non sia stato controllato dalla ragione, né la ragione stessa come potere onnipotente e infallibile. Ma se è così, quale filosofo cattolico non è stato “critico”? E se non è arrivato alle stesse conclusioni di Kant è perché è stato davvero critico e non dommatico come Kant e altri filosofi cosiddetti critici. Infatti, se critica vuol significare che la ragione esclude a priori una verità rivelata (e dunque dommatica), perché la verità è solo umana e razionale, allora non si è più critici, ma si contro l’essenza stessa della critica., la quale ammonisce che nulla debba essere ammesso o escluso a priori o dommaticamente. Questo è un “pregiudizio” e non un “giudizio”, ma la critica è “giudizio”, dunque quel “pregiudizio” è la negazione della critica stessa. Sì, il pensiero cattolico parla di verità dommatica, ma: 1) non se ne serve per fondare su di essa la dimostrazione di verità razionali o filosofiche; 2) la riconosce perché non contraddice alla ragione. Dunque l’ammette perché (oltre a crederla per fede) la ragione “giudica” (e perciò è “critica”) che le è conveniente e non le ripugna. Il cosiddetto filosofo critico, invece, non giudica, “pregiudica” (e perciò è “acritico”) col negarla in partenza, cioè muove da un presupposto dommatico che nessuna critica della ragione ha autorizzato. Il pensiero moderno anticristiano (empirismo e razionalismo, criticismo, idealismo trascendentale loro derivati) non è tale per legittimo uso della critica ma per suo uso spurio, non per critica ma per difetto di critica, perché ha perduto il senso della profondità dell’uomo, dell’interiorità autentica (che è, agostinianamente, presenza di verità oggettiva); perché di fronte alle profondità metafisiche dell’ente umano è superficiale, anche s,e per altri motivi, alcuni suoi rappresentanti siano grandi filosofi.
Questo è un punto psicologicamente importante, un nodo artificioso da sciogliere. Non c’è opposizione tra pensiero critico e Verità rivelata o dommatica, né il credere nella Rivelazione impedisce l’uso del pensiero più critico, in quanto la critica, la più intransigente e sviluppata, non può non arrivare all’esistenza di Dio e all’apertura della ragione naturale e alla Rivelazione. Forse S. Agostino e i Padri, S. Tommaso e i Dottori non sono filosofi? E neppure filosofi Campanella e Pascal agli inizi el pensiero moderno? Vico e Rosmini dentro la problematica più matura di esso e il Blondel nel cuore stesso del pensiero contemporaneo? Tanti son filosofi, pur essendo cattolici (vorrei dire, proprio perché cattolici), che la critica laicale ha fatto ogni sforzo per dimostrare che in fondo non sono cattolici e che, per quanto vi è in loro di cattolicesimo, non sono filosofi! Ma sradicarli dal cattolicesimo è cavar loro la mente e il cuore, negare l’«anima di verità» della loro filosofia.
Quanto stiamo dicendo fa cadere un altro pregiudizio: essere cattolici, se filosofi, significa rinnegare il pensiero moderno. Proprio l’opposto: vuol dire penetrarne profondamente le esigenze, assumerlo “criticamente” e risolvere i problemi che esso pone (e che è incapace di spingere fino in fondo) dentro le verità fondamentali della metafisica nella duplice (ma non contrastante) corrente platonico-agostiniana e artistotelico-tomistica.
Per questo motivo io assegno a Rosmini una immensa importanza nello sviluppo del pensiero filosofico umano: egli prese di petto il pensiero moderno e soprattutto la “critica” kantiana e dalle sue esigenze fece scaturire l’oggettività e il realismo della verità. Per questo io debbo al Rosmini la liberazione da Kant e dall’idealismo trascendentale , pur continuando a pensare da moderno, anzi da modernissimo. Il problema è qui: la verità è “sviluppo” o è “scoperta”? è “posta” o “creata” dall’uomo o è presente interiormente all’uomo? Son noti i paralogismi dell’idealismo immanentista: «il pensiero umano è esigenza di assoluto, dunque è assoluto; il pensiero è percettivo della verità, dunque è costitutivo di essa». No: 1) proprio perché il pensiero è esigenza di assoluto non è assoluto, ma contiene tanta forza naturale da dimostrarel’esistenza dell’Assoluto stesso, che lo trascende e lo fonda; 2) proprio perché il pensiero è “percettivo” della verità non è “costitutivo” di essa: è la verità che lo fa pensiero e non viceversa. Dunque la verità è data al pensiero, affinché sia pensiero. Ed è questa la critica, quella che scopre la dignità dell’uomo nel fatto che egli è partecipe di verità e che ne è partecipe per dono naturale di Dio e perché Dio ha voluto elevare su ogni altra la creatura spirituale. E così per altra via siamo tornati a confermare il punto di partenza di queste nostre pagine: la Rivelazione non nega l’autonomia della ragione e la libertà della volontà. Ma per arrivare a questa conclusione è necessario vincere la superbia, non commettere il peccato della ragione o della filosofia, della scientia che “gonfia”. Questa è la vittoria della ragione, dell’uomo spirituale su quello passionale.
Qualcuno potrebbe osservare che io qui della mia conversione, come della conversione in generale e del Cristianesimo, stia facendo una questione tutta intellettuale. Ripeto che la mia testimonianza è di un filosofo per filosofi di buona volontà. E aggiungo: i preconcetti qui accennati sono incagli psicologici molto diffusi anche tra i non filosofi e agiscono inconsapevolmente nella gran maggioranza dei non credenti. Basti pensare, ad esempio, che per i marxisti (e il marxismo è una dottrina di massa) la religione èalienazione a Dio di ciò che spetta all’uomo. Se ben si considera, a questa affermazione sottostanno gli stessi preconcetti sopra discussi, anche se il marxismo abbia suoi scopi particolari. Dico ancora che solo apparentemente io abbia fatto della conversione e del Cristianesimo una questione umana, perché la filosofia è vita dello spirito e lo spirito è l’essenza dell’uomo. E poi, sotto questa veste intellettuale, c’è il problema centrale del significato radicale e ultimo della umanità dell’uomo. Qui si vuol dire che tale significato si coglie nel dinamismo interno dello spirito umano, il quale contiene elementi che lo portano a Dio. Solo se approda a questo porto, l’uomo si chiarifica a se stesso, e hanno un senso il dolore e la morte, i problemi più umani e più nostri, nella soluzione dei quali gravita tutta la nostra vita…

Una testimonianza, quella di Michele Federico Sciacca, lucida e onesta, che affronta senza giri di parole i nodi centrali della questione e sfata, con semplicità e chiarezza, il mito illuminista e scientista, secondo il quale la fede non si addice all’esercizio della ragione, e l’una delle due cose esclude fatalmente l’altra.
In fondo, quasi tutti gli esponenti della cultura moderna “laica” son rimasti fermi alla vecchia (e assai rozza) formula di Bakunin: Se esiste Dio, l’uomo è uno schiavo. Ma l’uomo è libero, dunque Dio non esiste.Anche se rivestono i loro preconcetti di ragionamenti indubbiamente più sofisticati, basta grattare un poco la vernice per vedere che sono rimasti ancora lì, al più vieto materialismo e al positivismo più tronfio e grossolano.
E si respira, la loro aria di sufficienza nei confronti dei pochi intellettuali di ispirazione religiosa (e non solo cristiana): la si respira quasi tangibilmente, come una nube che avvolge le università, i licei, le case editrici, la stampa, i salotti televisivi. Si respira il loro atteggiamento di ironica superiorità, di mal dissimulata prevenzione. Essi si sentono i portatori del “nuovo” e del “vero” (i due concetti, per loro, sono pressoché sinonimi), e guardano dall’alto in basso gli attardati rappresentanti di una specie in via di estinzione, quasi delle rarità antropologiche. Non solo: essi non li considerano dei colleghi alla pari, degli intellettuali da prendersi realmente sul serio, ma quasi delle curiosità folkloristiche.
Un pensatore cristiano, ad esempio, parlerà senza imbarazzo di “anima”. Ma, per un filosofo laicista, una simile espressione è già qualche cosa di scorretto, se non proprio di eretico: non solo essa tenta di esprimere un concetto indimostrabile, ma tradisce, nell’uso stesso del vocabolario, o ignoranza o rifiuto della terminologia scientista, che adopera solo ed esclusivamente espressioni come “psiche”, “mente”, “coscienza”, “io”, “inconscio”, e così via.
I filosofi di tendenza ateistica si credono “moderni”, ma esprimono una mentalità vecchissima, addirittura arcaica (e non nel senso positivo della parola). Nell’India antica, ad esempio, il maestro Kesakambalin (di cui si parla in un celebre passo delSamannaphalasutta del Dighanikaya, XIII, 14, si sforzava di dimostrare, invero con procedimento alquanto rozzo, la natura materiale di tutto ciò che esiste e, per conseguenza, l’inesistenza di un’anima spirituale e, addirittura, l’inesistenza di un mondo ultraterreno di premi o di castighi (cit. in Giuseppe Tucci, Storia della filosofia indiana, Bari, Laterza, 1977, vol. 1, p. 88):

Immagina, o Kassapa, che qui (alcuni) uomini, avendo afferrato un ladro che ha commesso peccato me lo presentino: «Eccoti, o signore, un ladro che ha commesso peccato; a costui infliggi quella punizione che desideri». Così io direi: «Allora, o signori, dopo aver gettato quest’uomo vivo in un otre, dopo avere a questo chiuso la bocca, dopo averlo coperto con pelle fresca, dopo aver fatto (sopra a lui) una spessa cementatura con umida creta, dopo averlo collocato in un forno, ponete fuoco». E quelli, dopo aver acconsentito (dicendo) «va bene» (c. s.), pongano fuoco. Quando noi conosciamo che quest’uomo è morto, allora, dopo aver tirato giù quell’orcio, dopo averlo liberato dall’involucro e dopo avergli aperto la bocca, celermente guardiamo pensando: «Forse noi possiamo vedere la sua anima (jiva) mentre che esce». Ma noi non vediamo anima che esce. Questo appunto, o Kassapa, è la prova per la quale io penso: «Anche così non c’è un altro mondo, non ci sono esseri opapatika, non c’è frutto e maturazione delle azioni buone o cattive».

Può sembrare incredibile, ma il pregiudizio della filosofia materialistica si regge tuttora su basi non molto più solide di quelle elaborate da Kesakambalin: come se il fatto di non poter sperimentare mediante i sensi una realtà ultrasensibile, di per sé provasse l’inesistenza di quest’ultima.
Eppure, sulla base di un tale pregiudizio, la cultura accademica oggi dominante continua a veicolare una visione distorta e volutamente ingannevole del fatto religioso, come se si trattasse di un sapere di seconda o terza scelta che, prima o poi, verrà spazzato via dai “lumi” della Ragione!

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DA DON BOSCO – 24/01/2009

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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OPEROSITA’ E DOTTRINA

Può darsi che avesse ragione don Bosco. E’ forse più saggio portare una filosofia attraverso la pratica di una dottrina che non attraverso la spiegazione della dottrina stessa.
La gente comprende più il fare che il concetto e attraverso la direzione attenta dell’agire, si possono portare le persone ad una comprensione vissuta della dottrina e attuare una selezione naturale su quelli mossi da ipocrisia o sentimentalismo.
La creazione di un ambiente adeguato all’operosità è forse il miglior servigio fatto allo spirito.
Creare un luogo adeguato in cui formare l’intera persona, dove non solo venga professata la verità, ma dove venga anche fatto tacere l’errore, è l’esigenza prima del nostro tempo.
Insegnare un S. Giovanni della Croce senza una sovrastruttura ambientale e comportamentale adeguata, è una fatica assolutamente inutile.

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DON BOSCO: SULLA BUONA STAMPA

Proponiamo, qui di seguito, lo stralcio di una lettera di San Giovanni Bosco riguardante l’apostolato della buona stampa, che, volendo estendere al tempo odierno, vogliamo ricollegarla anche al nostro piccolo contributo in rete.
Uomo e santo di riferimento alla nostra associazione, ci indica l’equilibrio che deve sussistere tra il calore di un cuore attento alla verità ed il rigore di un’intelligenza aperta alla carità.
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[…]
Fra questi quello che io intendo caldamente raccomandarvi, per la gloria di Dio e la salute delle anime, si è la diffusione dei buoni libri. Io non esito a chiamare Divino questo mezzo, poiché Dio stesso se ne giovò a rigenerazione dell’uomo. Furono i libri da esso ispirati che portarono in tutto il mondo la retta dottrina. Esso volle che in tutte le città e in tutti i villaggi della Palestina ve ne fossero copie, e che ogni sabbato se ne facesse lettura nelle religiose assemblee. Sul principio questi libri furono patrimonio solamente del popolo Ebreo, ma, trasportate le tribù . in cattività nell’Assiria e nella Caldea, ecco la Santa Scrittura venir tradotta in siro-caldaico e tutta l’Asia centrale possederla nel proprio linguaggio. Prevalendo la potenza Greca, gli Ebrei portarono le loro colonie, in ogni angolo della terra, e con esse si moltiplicarono all’infinito i Libri Santi; e i Settanta, colla loro versione, arricchirono con questi eziandio le biblioteche dei popoli pagani; sicchè gli oratori, i poeti, i filosofi di que’ tempi attinsero dalla Bibbia non poche verità… Iddio, principalmente co’sizoi scritti ispirati, preparava il mondo alla venuta del Salvatore.

Tocca adunque a noi imitare l’opera del Celeste Padre. I libri buoni, diffusi nel popolo, sono uno dei mezzi atti a mantenere il regno del Salvatore in tante anime. I pensieri, i principii, la morale di un libro cattolico sono sostanza tratta dai libri divini e dalla tradizione Apostolica. Sono essi tanto più necessari in quanto che l’empietà e la immoralità oggigiorno si attiene a quest’arma, per fare strage nell’ovile di Gesù Cristo , per condurre e per trascinare in perdizione gli incauti e i disobbedienti. Quindi è necessario opporre arma ad arma. Aggiungete che il libro, se da un lato non ha quella forza intrinseca della quale è fornita la parola viva, da un altro lato presenta vantaggi in certe circostanze anche maggiori. Il buon libro entra persino nelle case ove non può entrare il sacerdote, è tollerato eziandio dai cattivi come memoria o come regalo. Presentandosi non arrossisce, trascurato non s’inquieta, letto insegna verità con calma, disprezzato non si lagna e lascia il rimorso che talora accende il desiderio di conoscere la verità; mentre esso è.sempre pronto ad insegnarla. Talora rimane polveroso sovra un tavolino o in una biblioteca. Nessuno pensa a lui. Ma vien l’ora della solitudine, o della mestizia, o del dolore, o della noia, o della necessità di svago, o dell’ansia dell’avvenire, e questo amico fedele depone la sua polvere, apre i suoi fogli, e si rinnovano le mirabili conversioni di S. Agostino, del Beato Colombino e di S. Ignazio. Cortese coi paurosi per rispetto umano, si intrattiene con essi senza dare sospetto a veruno famigliare coi buoni è sempre pronto a tener ragionamento; va con essi in ogni istante, in ogni luogo. Quante anime furono salvate dai libri buoni, quante preservate dall’orrore, quante incoraggiate nel benel Chi dona un libro buono, non avesse altro merito che destare un pensiero di Dio, ha già acquistato un merito incomparabile presso Dio. Eppure quanto di meglio si ottiene! Un libro in una famiglia, se non è letto da’ colui a cui è destinato o donato, è letto dal figlio o dalla figlia, dall’amico o dal vicino. Un libro in un paese talora passa nelle mani di cento persone. Iddio solo conosce il bene che produce un libro in una città, in una biblioteca circolante, in una società d’operai, in un ospedale, donato come pegno di amicizia. Nè bisogna temere che un libro possa essere da certuni rifiutato perchè buono. Al contrario. Un nostro Confratello, tutte le volte che a Marsiglia andava sui moli di quel porto, recava sue provviste di libri buoni da regalare ai facchini, agli artigiani, ai marinai. Or bene, questi libri furono sempre accolti con gioia e riconoscenza, e talora erano letti subito con viva curiosità.

Premesse queste osservazioni e ommessene molte altre che voi stessi già conoscete, vi pongo sott’ occhio le ragioni per cui dovete essere animati a procurare con tutte le forze e con tutti i mezzi la diffusione dei buoni libri, non solo come Cattolici, ma specialmente come Salesiani.

1. Fu questa una fra le precipue imprese che mi affidò la Divina Provvidenza;, e voi sapete come io dovetti occuparmene con istancabile lena, non ostante le mille altre mie occupazioni. L’odio rabbioso dei nemici del bene, le persecuzioni contro la mia persona dimostrarono, come l’errore vedesse in questi libri un formidabile avversario e per ragione contraria un’impresa benedetta da Dio.

2. Infatti la mirabile diffusione di questi libri è un argomento per provare l’assistenza speciale di Dio. In meno di trent’anni sommano circa a venti milioni i fascicoli o volumi da noi sparsi tra il popolo. Se qualche libro sarà rimasto trascurato, altri avranno avuto ciascuno un centinaio di lettori, e quindi il numero di coloro, ai quali i nostri libri fecero del bene, si può credere con certezza di, gran lunga maggiore del numero dei volumi. pubblicati.

3. Questa diffusione dei buoni libri è uno dei fini principali della nostra Congregazione. L’articolo 7 del paragrafo primo delle nostre Regole dice dei Salesiani: “Si adopereranno a diffondere buoni libri nel popolo, usando” tutti quei mezzi che la carità cristiana inspira. Colle parole e con gli scritti cercheranno di porre un argine all’empietà ed all’eresia, che in tante guise tenta insinuarsi fra i rozzi e gli ignoranti. A questo scopo devono indirizzarsi le prediche le quali di tratto in tratto si tengono al popolo, i tridui, le novene e la diffusione dei buoni libri”.

4. Perciò fra questi libri che si devono diffondere, io propongo di tenerci a quelli, che hanno fama di essere buoni, morali e religiosi, e debbonsi preferire le opere. uscite dalle nostre tipografie, sia perché il vantaggio materiale che ne ‘ proverrà si muta in carità, col mantenimento di tanti nostri poveri giovanetti, sia perché le nostre pubblicazioni tendono a formare un sistema ordinato, che abbraccia su vasta scala tutte le classi che formano l’umana società. Non mi fermo su questo punto; piuttosto con vera compiacenza vi accenno una classe sola, quella dei giovanetti alla quale sempre ho cercato di far del bene, non solo colla parola viva, ma colle stampe. Colle Letture Cattoliche, mentre desiderava istruire tutto il popolo, avea di mira di entrar nelle case, far conoscere lo spirito dominante nei nostri Collegi e trarre alla virtù i giovanetti, specialmente colle biografie di Savio, di Besucco e simili.

Col Giovane provveduto ebbi in mira di condurli in chiesa, loro istillare lo spirito di pietà e innamorarli della frequenza dei Sacramenti. Colla collezione dei classici italiani e latini emendati e colla Storia d’Italia e con altri libri storici o letterarii, volli assidermi al loro fianco nella scuola e preservarli da tanti errori e da tante passioni, che loro riuscirebbero fatali pel tempo e per l’eternità. Bramava, come una volta essere loro compagno nelle ore della ricreazione, e ho meditato di ordinare una serie di libri ameni che spero non tarderà a venire alla luce. Finalmente col Bollettino Salesiano, fra i molti miei fini, ebbi anche questo di tener vivo nei giovanetti ritornati nelle loro famiglie l’amore allo spirito di S. Francesco di Sales e alle sue massimo, e di loro stessi fare i salvatori di altri giovanetti. Non vi dico che io abbia raggiunto il mio ideale di perfezione: vi dirò bensì che a voi tocca coordinarlo in modo che sia completo in tutte le sue parti.

Vi prego e vi scongiuro adunque di non trascurare questa parte importantissima della nostra missione. Incominciatela non solo fra gli stessi giovanetti che la Provvidenza vi ha affidati, ma colle vostre parole e col vostro esempio fate di questi altrettanti apostoli della diffusione dei buoni libri.
Al principio dell’anno gli alunni, specialmente i nuovi, si accendono di entusiasmo alla proposta di queste nostre associazioni, tanto più vedendo che si tratta di corrispondere con una esigua somma. Procurate però che siano spontanee e non in qualsivoglia modo imposte le loro adesioni, e con ragionate esortazioni inducete i giovani ad associarsi, non solo in vista del bene che questi libri faranno ad essi,. ma eziandio riguardo al bene che con questi possono fare agli altri, mandandoli a casa di mano in mano che son pubblicati, al padre, alla madre, ai fratelli, ai benefattori. Eziandio i parenti poco praticanti la religione restano commossi a questo ricordo di un figlio, di un fratello lontano, e facilmente si inducono a leggere il libro, se non altro, per curiosità. Procurino però che queste spedizioni non prendano mai l’aspetto di predica o di lezione ai parenti, ma sempre e solo di caro dono é di affettuosa memoria. Ritornati poi a casa, col regalarli agli amici, coll’imprestarli ai parenti, col darli per compenso. di qualche servigio, col cederli al parroco, pregando che li distribuisca, col procurare:e nuovi associati, si sforzino di accrescere i meriti delle loro opere buone.

Persuadetevi, o cari miei figliuoli, che simili industrie attireranno su di voi e sui nostri fanciulli le benedizioni più elette del Signore.

Finisco: la conclusione di questa lettera deducetela voi, col procurare che i nostri giovani attingano i morali e cristiani principii, specialmente dalle nostre produzioni, evitando il disprezzare i libri degli altri. Debbo però dirvi che provai grave pena al cuore, quando seppi che in alcune nostre Case le opere da noi stampate, appositamente per la gioventù, fossero talvolta sconosciute o tenute in nessun conta Non amate e non fate amare dagli altri quella scienza, che al dire dell’Apostolo in fiat, e rammentatevi che S. Agostino, divenuto Vescovo, benché esimio maestro di belle lettere ed oratore eloquente, preferiva le improprietà di lingua e la niuna eleganza di stile, al rischio di non essere inteso dal popolo.

La grazia del Nostro Signore Gesù Cristo sia sempre con voi.
Pregate per me.

Torino, 19 Marzo, festa di S. Giuseppe, 1885.
A f mo in G. C.
Sac. Giovanni Bosco.

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SPIRITO AMICO

L’intima vocazione di chi si prefigge la formazione spirituale è quella di custodire e preservare.
Come un padre accoglie, come una madre ascolta, come un fratello aiuta, come un guerriero difende, come un angelo consiglia, come un maestro insegna, come un pedagogo esorta, come un profeta annuncia, come un amico soffre delle cadute dell’assistito.

Riottoso alla presunzione di conoscenza consuma l’amore per l’amico nella sua propria debolezza, schiaffeggiato dalla consapevole limitatezza del proprio essere. Eppur si compiace delle sue infermità, perché non lui vuole affermarsi, ma la verità che ha in cuore di testimoniare, che lo rende forte opportune et inopportune.

Il suo dire non desidera né gloria né ammirazione, ma scaturisce dalla forza e dal vigore per quell’ideale di cui è sposo e di cui dona la sovrabbondanza che gli sgorga dall’anima.
Con spirito vigile veglia incessantemente su di sé, affinché le ombre del mondo non offuschino la sua limpidezza e con eguale solerzia sorveglia le anime di quegli amici che a lui hanno voluto affidarsi.

Con amore ammonisce, con giustizia punisce e con sapiente mano opera sui proliferanti mali dei suoi protetti, saldo e forte in quel coraggio di chi, pur amando, sa di dover ferire per spurgare le infezioni.

Obbediente alla propria coscienza non invade l’altrui libertà, ma infonde senso di responsabilità e schiettezza di spirito.
Custode del libero arbitrio non rinuncia all’ammonimento e alla rispettosa correzione, poiché non riesce a concepire sincerità di relazione senza verità di fatti ed intenti.

Come padre e maestro si prodiga per incarnare non solo la verità che annuncia, ma la vita stessa di chi assiste, soffrendo e gaudendo per l’amico come se ogni evento accadesse a se stesso.

La responsabilità che il formatore di spiriti si addossa è quella di chi, nell’orto del Getsemani, in attesa di esser braccato, torturato ed ucciso come il peggiore dei briganti, ebbe in cuore di dire: “Io conservavo nel tuo nome coloro che mi hai dato e li ho custoditi; nessuno di loro è andato perduto” (Gv 17,12).

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SULLA LEGGE NATURALE

Salve, mi chiamo Simona, ho 24 anni e leggo sempre con molto interesse il vostro blog. Mi rivolgo a Voi per chiedervi che cosa si intenda per “legge naturale” e su quali basi è possibile affermare che ogni uomo riconosce allo stesso modo il bene ed il male.
Tutte le persone che frequento sostengono che questo non è possibile, ma io credo che debba esserci una natura comune che ci renda simili: sbaglio? […]

Simona da Ravenna

Cara Simona,
il problema che sollevi ha una storia ed una ramificazione discorsiva vastissima.
Per legge naturale si intende quell’insieme di regole già inscritte nell’animo umano, a prescindere dalle leggi che regolamentano i popoli.
Furono gli stoici a sviluppare per primi in modo organico questa idea, e, grazie ai giuristi imperiali dell’età romana, la patristica cristiana ebbe modo di riceverne l’eredità concettuale.
Intesa come un sigillo impresso da Dio nell’anima, la legge di natura viene fin da subito a coincidere con la morale stessa, funzionando come minimo comune denominatore per la legislazione del diritto positivo e delle norme giuridiche esistenti.
Secondo San Tommaso d’Aquino le leggi di un popolo sono solo “leggi umane”, ovvero norme utili all’ordine civile, ma in esse si specifica e si particolarizza la legge naturale, la quale è il modo in cui è presente nelle creature razionali quella legge oggettiva eterna, che ha la sua origine nella mente di Dio.
Leone XIII scrive a riguardo nell’enciclica Libertas praestantissimum: La legge naturale è inscritta e scolpita nell’anima di tutti i singoli uomini: essa, infatti, è la ragione umana che impone di agire bene e proibisce il peccato […]. Questa prescrizione dell’umana ragione, però, non sarebbe in grado di avere forza di legge, se non fosse la voce e l’interprete di una ragione più alta, alla quale il nostro spirito e la nostra libertà devono essere sottomessi“.
In altri termini la legge naturale indica all’uomo le norme prime ed essenziali che regolano la vita di fronte al bene ed al male, per mezzo di quella che viene comunemente definita coscienza.
Per un cristiano l’esposizione semplificata e precettistica dei principi di coscienza è espressa nel Decalogo.
E’ Tommaso d’Aquino a ribadire ulteriormente che “la legge naturale altro non è che la luce dell’intelligenza infusa in noi da Dio. Grazie ad essa conosciamo ciò che si deve compiere e ciò che si deve evitare. Questa luce o questa legge Dio l’ha donata alla creazione“.
Altresì, il Catechismo della Chiesa Cattolica, sostiene  che “la legge naturale è immutabile e permane inalterata attraverso i mutamenti della storia” e che le norme che la esprimono restano sostanzialmente valide.
A queste basi, però, va aggiunta una diversificazione tra la comprensione del bene e la sua pratica.
Infatti, secondo la trattazione greca dell’etica, sembra quasi che il bene, per essere concretizzato, non abbia altra necessità che l’essere compreso, cadendo così in un intellettualismo morale talvolta poco concreto.
La rivoluzione cristiana, invece, introduce il principio di peccato. Questo consiste per l’appunto nella distanza che si frappone tra la comprensione di ciò che è buono e la sua costante pratica.

In epoca moderna si oppone a questa tesi il positivismo giuridico, il quale afferma che l’unico diritto esistente è quello arbitrariamente deciso dal legislatore, di fatto indipendente dal valore morale a cui esso rimanda o dalla sua conformità all’idea di giustizia.
Il maggiore rappresentante contemporaneo di questa filosofia fu H. Kelsen, il quale, nella Dottrina pura del diritto, si prefigge di liberare la scienza del diritto da tutti quegli elementi che le sono estranei, quali Dio e la morale.
Di qui la conseguente polemica con il giusnaturalismo, il quale ritiene la normativa sociale doverosamente basata su un ordine oggettivo e razionale, in base al quale essa deve essere giustificata o criticata.
Kelsen sostiene, dunque, che la legge naturale non sia altro che irrazionale ed ideologica, perché l’oggetto della scienza giuridica non deve essere confuso con la realtà sociale in cui esso viene applicata.
Tale posizione, oltre a prevedere le relazioni umane come un artificio contrattuale, si presenta come un filamento ideologico dello Stato Etico hegeliano, presenta pericolosità sotto ogni punto di vista, sia personale che sociale.
Seguendo tale filosofia ciascun singolo pare giustificato ad elaborare un’etica arbitraria ed autoreferenziale, incapace di relazionarsi con un modello di verità e di giustizia oggettivo ed universale, scadendo in forme di relativismo assolute prive di motivazioni reali. Sul piano sociale il positivismo giuridico rischia di rendere dittatoriale la forma di governo nella quale si inserisce, poiché i legislatori non andrebbero più ad interagire con una dimensione metafisica, oltre la storia ed il tempo, ma si baserebbero su arbitrarietà e sensibilità personali e pericolosamente variabili.
Questo modello di intendere, oggi largamente diffuso in ogni strato sociale, intende dire che non è più la verità ad incarnarsi nel tempo, ma è il tempo a produrre quella verità di cui l’uomo è giudice indiscusso.
Scriveva profeticamente Tocqueville: “Se cerco di immaginare il dispotismo moderno vedo una folla smisurata di esseri simili e eguali che volteggiano su se stessi per procurarsi piccoli e meschini piaceri di cui si pasce la loro anima. Ognuno di essi, ritiratosi in disparte, è come straniero a tutti gli altri, i suoi figli e i suoi pochi amici costituiscono per lui tutta l’umanità; il resto dei cittadini è lí, accanto a lui, ma non lo vede; vive per sé solo e in sé, e se esiste ancora la famiglia, già non vi è piú la patria.
Al di sopra di questa folla vedo innalzarsi un immenso potere tutelare, che si occupa da solo di assicurare ai sudditi il benessere e di vegliare alle loro sorti. E’ assoluto, minuzioso, metodico, previdente e persino mite. Assomiglierebbe alla potestà paterna, se avesse per scopo, come quella, di preparare gli uomini alla virilità. Ma, al contrario, non cerca che di tenerli in un’infanzia perpetua.
Lavora volentieri alla felicità dei cittadini, ma vuole esserne l’unico agente, l’unico arbitro. Provvede alla loro sicurezza, ai loro bisogni, facilita i loro piaceri, dirige gli affari, le industrie, regola le successioni, divide le eredità: non toglierebbe forse loro anche la fatica di vivere e di pensare?
Cosí, ogni giorno, meno utile e piú raro diviene l’impiego del libero arbitrio, piú limitata l’azione della volontà. Dopo aver plasmato a suo piacimento ogni individuo, il sovrano stende la mano sulla società intera, coprendola di una fina rete di minuziose regole, uniformi e complesse, attraverso le quali nessuno spirito, foss’anche il piú originale e vigoroso, riuscirebbe mai a farsi luce
“.

Per limiti di sintesi non mi dilungo su quei moti interiori che paralizzano ed offuscano la percezione e la pratica del bene, utilizzando a giustificazione posizioni di pensiero ben congeniate dalla propria malizia, al fine di nascondere la corrosività della propria colpevolezza, ma reputo che ciascuno di noi, in cuor suo, ne abbia piena avvertenza.

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MEDUGORJE: LE PRIME FOTO

Pubblicate le prime foto del pellegrinaggio a Medugorje di ottobre 2008. Si può averne visione accedendo all’album on-line tramite le anteprima nella sidebar di destra o cliccando direttamente qui.
Gradualmente verrà pubblicata una selezione di immagini tra gli oltre 600 scatti disponibili.
Non mancate ai prossimi aggiornamenti.

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LE RAGIONI DEL NOSTRO ESSERCI

Intervento del Presidente Paolo De Bei al consiglio direttivo di Falco Bianco, in data 3/10/2008
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In un recente colloquio ho tentato di sottolineare la necessaria coincidenza tra la coscienza personale, la formazione del pensiero e l’esperienza vissuta. Senza la dinamicità e l’effettivo intrinsecarsi di queste dimensioni, qualunque sia lo stato d’essere della persona, non ci è dato possibile una matura operatività associativa.
Se la quantità delle iniziative organizzate e svolte ci propone come una realtà viva, ciò non significa essere conseguentemente capaci di un’affermazione di identità personale e sociale, che, in ultima analisi, vorrebbe e dovrebbe essere l’anima creatrice di una qualunque praticità.
Disgiungere le proprietà dello spirito dal filamento operativo ed organizzativo non può che portare ad un’alienazione dell’intenzionalità del nostro impegno. Raccogliere denaro e materia di prima necessità per i bisognosi, animare realtà locali, proporre incontri culturali, cineforum, ritiri spirituali o qualunque altro genere di attività, rischia di ridursi in un palliativo spirituale per un pubblico in cerca di intrattenimento.
La reazione a questo modello per civiltà decadenti, ampiamente diffuso in ogni ramificazione sociale e religiosa, fu uno sprone che mosse i fondatori di Falco Bianco ad istituire un’associazione che fondasse il motivo del suo esserci proprio nell’obiettivo di formare se stessi ad una relazione inscindibile e necessitante fra teoria e prassi, fra ciò che si comprende e ciò che si attua, fra diversità ed identità, fra coscienza ed esperienza, fra singolo e comunità.
Trattare come astrattismo intellettuale una delle basi spirituali che dovrebbero fondare la nostra appartenenza all’associazione non è che la manifesta ammissione verso noi stessi di una mancato senso dell’onore nei confronti di un ideale che la nostra presenza qui vorrebbe invece pretendere di servire.
Un ideale si serve con il cuore, con la mente con il corpo: la dissonanza di una delle componenti non è che l’inizio di un tradimento che, presto o tardi, collasserà nelle più inconciliabili contraddizioni dell’essere.

Con ciò non voglio insinuare di voler sacrificare l’aspetto quantitativo del nostro agire, ma solamente di sviluppare nella giusta proporzione quello qualitativo, poiché per noi il rapporto che unisce la coscienza con l’esperienza è ciò che ci permette di dare una sostanzialità, un carattere metafisico, un fondamento identitario, un fine ultimo da perseguire che supera il significato dell’agire strettamente inteso. E’ per tale motivo che è strettamente necessario il non limitarsi ad una vaga percezione selvatica della coscienza personale e comunitaria, ma dobbiamo costringerci ad un pensiero che ne traduca adeguatamente le vibrazioni, ne discerna i contenuti e ne assimili le risultanti.
L’intelletto, inteso come impegno di comprensione e sviluppo delle ragioni del cuore e della mente, non è un’opzione facoltativa dell’essere umano, ma un preciso dovere che, nella nostra associazione, assume un carattere formale ed imprescindibile. Se la misura dell’intelligenza, intesa come talento naturale, è data da un’imperscrutabile decisione della sorte, ciò non toglie che ciascuno debba farne adeguato uso secondo quanto gli è concesso.
La teoria non deve valere né più né meno della prassi, poiché se aspiriamo ad una coincidenza di queste componenti, non possiamo prediligere l’una all’altra.
Potremmo dire che per noi il pensiero deve essere la traduzione effettiva della coscienza e dell’esperienza, e a tale rapporto noi diamo mediazione e movimento per mezzo di Falco Bianco. Al di fuori di questa dialettica, la nostra dimensione associativa verrebbe a mancare, nonché la ragione più profonda del nostro esserci costituiti in un organismo che, sì, vuole essere di utilità sociale, ma vuole esserlo secondo quel codice d’onore che rende un uomo degno di essere tale.

L’identificazione tra il nostro pensiero ed il nostro agire e tra la nostra coscienza ed il nostro essere vuole e deve divenire il nostro carattere identificativo, la condizione senza la quale il molteplice operare rimane privo di vero significato e di reale identità personale e associativa, poiché senza onore non può esserci né l’uomo né Falco Bianco.

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