PECCATI CONTRO LO SPIRITO SANTO

1. Impugnare la verità conosciuta è uno dei peccati contro lo Spirito Santo.
Si dicono contro lo Spirito Santo quei peccati che manifestano sistematica opposizione a qualunque influsso della grazia.
Sono particolarmente gravi perché comportano disprezzo e rifiuto di tutti gli aiuti che Dio offre al fine di condurre una persona a salvezza.
Vengono detti contro lo Spirito Santo perché è attribuita allo Spirito Santo l’opera della conversione e della santificazione.

2. Secondo san Tommaso i peccati contro lo Spirito Santo sono tanti quanti sono i modi di disprezzare l’aiuto di Dio per trattenere l’uomo dal peccato (Somma teologica, II-II, 14, 2).
Gli aiuti per trattenere dal peccato provengono da tre fonti: dal giudizio di Dio, dai suoi doni e dal parte del peccato stesso.
Si rifiuta l’aiuto che viene dal timore del giudizio quando si dispera della salvezza oppure si presume di salvarsi senza merito.
Si rifiuta l’aiuto che viene dai suoi doni quando si impugna la verità conosciuta e si prova invidia della grazia altrui.
Si rifiuta l’aiuto che viene dalla considerazione del peccato quando si permane nell’ostinazione nel peccato e in esso si vuole rimanere anche nel momento della morte (impenitenza finale).

3. (Impugnare la verità conosciuta nello specifico).
Questo peccato si oppone direttamente alla fede, perché si rifiuta di aderire a Dio pur avendone segni certi e avendone anche il convincimento interiore.
Per San Tommaso l’impugnazione della verità conosciuta consiste “nell’impugnare (combattere) le verità di fede conosciute, per peccare con maggiore licenza” (Somma teologica, II-II, 14, 2).
Peccato di impugnazione della verità conosciuta potrebbe essere stato il peccato di Erode, il quale fu edotto dai Magi sulla nascita di Gesù come della nascita di un Re dalle origini celesti e fu confermato in questo anche dai sommi sacerdoti e dagli scribi.
Oppure potrebbe essere stato il peccato di qualche eresiarca.
Ma quando si tratta di applicare questo peccato ad una persona in particolare è meglio restare cauti, perché i segreti dei cuori li conosce solo Dio.

4. Questo peccato, come gli altri contro lo Spirito Santo, vengono detti imperdonabili non perché Dio non li voglia o non li possa perdonare, ma perché l’uomo si chiude del tutto a ogni aiuto che Dio gli offre per la salvezza.
Questa è anche l’interpretazione del Catechismo della Chiesa Cattolica: “La misericordia di Dio non conosce limiti, ma chi deliberatamente rifiuta di accoglierla attraverso il pentimento, respinge il perdono dei propri peccati e la salvezza offerta dallo Spirito Santo. Un tale indurimento può portare alla impenitenza finale e alla rovina eterna” (CCC 1864).

Fonte: http://www.amicidomenicani.it/leggi_sacerdote.php?id=1366

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ANNA MARIA TAIGI E IL GAY PRIDE

PROFEZIA SUI “GAY PRIDE”
Nel ‘700 la Beata Anna Maria Taigi lo aveva profetizzato.In quegli anni era assolutamente impensabile portare la lussuria in processione.Gay pride? Diabolici pride ! Le visioni profetiche sul Gay pride della mistica Beata Anna Maria Taigi
essa scrisse:

” […] dopo questi segni, quando si sarà vicini alla fine, il Drago sarà sciolto e la Divina Madre inviterà alla penitenza e gli uomini senza tener conto dei Celesti moniti andranno per le vie della Eterna Città Santa bagnata dal Sangue dei Principi(Apostoli), portando la Lussuria in processione; e il Padre della Menzogna sarà a loro capo. Sacrilegi compiranno contro i tempi del Santo Spirito e contro la Religione: gli uomini si vestiranno da donne e le donne si vestiranno da uomini, la Voce del Santo Vicario non sarà ascoltata e l’ Alma Sua figura sara fatta oggetto di scherno e risa, allora il Drago che già ha preso possesso del suo regno istillerà lumi alle menti degli a lui soggetti per diffondere l’alito pestilento della Lussuria ove il Beatissimo pose Sede e per diffondere e moltiplicare l’opera sua nefanda di distruzione e perdizione, dovrà allora dalla Cristianità implorarsi la Misericordia di Dio e fare Orazione per la Chiesa Militante domandando aiuto alla Madre Santa e offrendo penitenze e sacrifici […]”.

Anna Maria Taigi aveva visioni di assoluta precisione, non frutto di illusioni o di immaginazione, descriveva esattamente luoghi che non aveva mai visitato, in Italia e altrove, profetizzò con straordinaria precisione un gran numero di avvenimenti, specie riguardanti le sorti della Chiesa, con molti anni di anticipo. Profetizzò il disastro napoleonico in Russia, quando non si aveva ancora idea che Napoleone avrebbe invaso quel paese, profetizzò pure che sarebbe morto a Sant’Elena e ne descrisse esattamente le esequie quando il corso era ancora vivo.

Non si potrebbe dare descrizione più perfetta, pronunciata con due secoli di anticipo, dell’evento anticristico e diabolico noto come Gay Pride!
Preghiamo e facciamo penitenza! Per noi e per questi nostri fratelli e sorelle che non sanno quello che fanno.
Signore Gesù Cristo abbi pietà di noi peccatori e del mondo intero per i meriti della Tua dolorosa Passione… Santissima Vergine, Madre della Purezza vieni in nostro soccorso!! Angeli Santi e Santi tutti del Cielo, Anime Purganti, pregate con noi e per noi!

Fra le sue altre profezie vi è la conquista francese dell’Algeria, la rivoluzione a Parigi nel 1830, la guerra di Crimea, la liberazione degli schiavi nelle Americhe, la caduta di gran parte delle monarchie europee. Predisse il pontificato di Giovanni Mastai Ferretti, il futuro Pio IX, ne indicò la durata esatta, descrisse quello che il futuro Papa avrebbe fatto e le persecuzioni alle quali sarebbe andato incontro: Mastai Ferretti non era neppure ancora cardinale quando Anna Maria Taigi morì, e anche numerose altre profezie di lei si avverarono solo molti anni dopo la morte della veggente. In confessione rivelò al padre Ferdinando dell’Ordine dei Trinitari, nella chiesa di San Crisogono a Roma, che proprio in quel momento il Padre generale di quell’Ordine veniva ucciso insieme ai suoi frati dai francesi che occupavano la Spagna, e descrisse dettagliatamente i maltrattamenti che la soldataglia giacobina e atea stava infliggendo ai martiri. Due mesi dopo lettere dalla Spagna riferirono l’eccidio e confermarono in ogni dettaglio la visione.

MISTICA SUBITO RICONOSCIUTA: LA BEATA ANNA MARIA TAIGI
Anna Maria Riannetti era un’umile ragazza nata a Siena il 29 maggio 1769. Era figlia di un farmacista che fece fallimento e nel 1775 dovette trasferirsi con tutta la famiglia a Roma, dove i suoi genitori lavorarono come domestici. Anna fu mandata in una scuola per fanciulle povere retta dalle Suore Pie Filippine, e a tredici anni dovette a sua volta andare a lavorare, dapprima in alcune fabbriche, e successivamente a servizio. Nel 1790 sposò Domenico Taigi che era servitore presso la potente famiglia Chigi, ed era di carattere molto difficile. I due ebbero sette figli, di cui tre morirono in giovane età. Devota alla Santissima Trinità, Anna Maria condusse una vita veramente cristiana, curando la famiglia e assistendo quelli più poveri di lei.

All’inizio del 1791 e per quarantasette anni, fino alla morte, Anna Maria Taigi iniziò ad avere apparizioni della Madonna e ricevette molti doni miracolosi, fra i quali un sole luminoso che le brillava davanti agli occhi, nel quale — ella riferì — “c’era una figura seduta, di infinita dignità e maestà, la cui testa era rivolta verso il cielo, come nell’immobilità dell’estasi; dalla sua fronte uscivano due raggi luminosi verticali”. La figura umana di Cristo all’interno di un cerchio luminoso corrisponde alla visione dantesca nell’ultimo canto del Paradiso, ed autorizza a pensare che il Sommo Poeta non si sia limitato a un descrizione di fantasia. Come alla grande veggente Anna Maria Taigi, anche a Dante fu assai probabilmente concesso di vedere una concreta realtà spirituale, come del resto egli stesso afferma nella conclusione de La Vita nuova.

C’erano pure, nel “sole” della Taigi, le immagini di una corona di spine e di una croce. Sempre equilibrata e piena di buon senso, la donna accolse questo dono senza gloriarsene e se servì solo per il prossimo. Nel “sole” che sempre l’accompagnava, di notte come di giorno, Maria Taigi vedeva con assoluta precisione i destini delle anime e gli avvenimenti futuri. Vide spesso grandi personaggi della Chiesa, sacerdoti e religiosi, precipitare all’inferno, mentre persone umili e povere, semplici come bambini, ascendevano diritte in paradiso.

A differenza di quanto avverrà più tardi per Maria Valtorta, il clero non la perseguitò con critiche ossessive e diniego della Santa Comunione: fu subito creduta e rispettata, prova evidente del fatto che la gerarchia ecclesiastica, nonostante la convulsa epoca rivoluzionaria, aveva le idee più chiare di oggi.
Anna Maria Taigi fu beatificata il 30 maggio 1920 e il suo corpo, assolutamente incorrotto, si conserva nella basilica di San Crisogono a Roma.

Fonte: http://antimassoneria.altervista.org/nel-1700-anna-maria-taigi-previde-le-processioni-della-lussuria/

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A. LIVI: RAGIONARE PER CREDERE

Trascrizione dell’intervento di mons. Antonio Livi durante la conferenzaFede o ideologia? La libertà al bivio. Il caso della teologia della liberazione. – Presentazione del libro di Julio Loredo “Teologia della liberazione. Un salvagente di piombo per i poveri”, svoltasi il 15 giugno 2015 presso la chiesa abbazia di Santo Stefano a Genova.

Mons. ANTONIO LIVI

Dopo quello che avete ascoltato dall’avv. Artiglieri, sarà difficile che ascoltiate altre cose, perché ho la gola in riparazione… forse le corde vocali sono già state attaccate dal male… In ogni caso, mi sforzerò di parlare. Volevo dire, a parte lo scherzo, che dopo quello che abbiamo sentito dall’avv. Artiglieri – puntualissimo, giustissimo e ben calibrato – devo aggiungere qualcosa che conferma, non allarga l’orizzonte di quanto abbiamo sentito.

Le prime parole. Siamo in una chiesa: non è un salotto, non è un’assemblea politica; è un posto di preghiera, di riflessione e di maturazione di buoni propositi per la vita. E i buoni propositi che fa un cristiano sono sempre racchiusi in questa parola: apostolato.

Perché noi siamo nella Chiesa, che è la Chiesa degli apostoli, i quali trasmettono fedelmente, infallibilmente, la Dottrina di Gesù. Hanno il carisma dell’infallibilità, ma hanno, soprattutto, l’indefettibilità. La Chiesa è sempre capace di amministrare i sacramenti della Grazia; è sempre di capace di “confezionare” il Corpo e il Sangue del Signore. La Chiesa, dal Battesimo all’Eucarestia, all’Unzione degli infermi, – per investitura divina – ha la capacità di santificare, oltre che di governare e di insegnare.

I tre munera Christi (insegnare, santificare e governare) sono tutti nella persona di Gesù (maestro o profeta, sacerdote e re). Pertanto gli apostoli – non eletti dal popolo, non rappresentati del popolo – sono presenza viva di Cristo nelle generazioni, fino a noi.

Noi pertanto siamo nella Chiesa apostolica e uniti a Cristo – nella Chiesa apostolica – e siamo chiamati all’azione apostolica. Ognuno col suo carisma, ognuno con la sua capacità, ognuno con le possibilità che storicamente la Provvidenza mette a nostra disposizione. Tutti abbiamo una vita apostolica.

Che cosa significa? L’apostolato è appunto fare la nostra parte nella funzione che hanno gli apostoli di trasmettere la Dottrina, di avvicinare alla Grazia dei sacramenti, di testimoniare la carità di Cristo.

Dico questo perché poi dirò che la funzione della Chiesa in rapporto ai problemi socio-politici ed economico-sociali, di cui si occupa maldestramente la teologia della liberazione. Questa funzione della Chiesa di intervenire nella società l’ha sempre fatto, e nell’epoca moderna anche in forma anche dottrinale: i cento anni e passa della Dottrina sociale della Chiesa, dalla Rerum Novarumdi Leone XIII alla Centesimus Annus di Giovanni Paolo II.

La Chiesa ha fatto proprio una teologia ufficiale, una teologia che io chiamo interpretazione autentica del Vangelo, anche per quanto riguarda l’intervento della Chiesa come tale nei problemi economico-sociali.

La Chiesa ha una duplice maniera di fare apostolato. C’è l’apostolato gerarchico e c’è l’apostolato dei laici. Adesso lo sappiamo anche in forma dottrinale molto chiara, dopo il Concilio Vaticano II, dopo l’Apostolicam Acusitatem.

E quando mi rivolgo ai laici, dico loro: “Attenti, a voi non spettano missioni gerarchiche, ma spettano missioni qualificate, qualificatissime, sante, cristiane, come laici.

Quale differenza c’è? C’è una grande differenza.

L’apostolato dei laici si fa a nome proprio, singoli o associazioni, a proprio rischio e pericolo, non in nome della Gerarchia. La Gerarchia, invece, a proprio nome, fa quello che le spetta con iniziative – che si chiamano genericamente “pastorale” – con le norme del diritto canonico, con l’elezione delle persone messe a capo di questa o di quell’altra diocesi. In ogni caso, in un terreno come quello economico-sociale, è chiamata ad agire, la Chiesa conta soprattutto sull’apostolato dei laici, sulla loro personale responsabilità.

Apostolicam acusitatem, in accusativo, per cui in nominativo apostolica acutitas. Che significa: l’iniziativa generosa, persino a volte eroica, nell’apostolato che a loro compete.

E qual è il campo dell’apostolato dei laici? Giovanni Paolo II lo ripeteva mille volte: la famiglia.

Soprattutto la famiglia, cellula fondamentale della società, tutta la società intera: il parlamento, le elezioni, i sindacati, l’attività imprenditoriale, la promozione delle opere di carità e di assistenza, di volontariato, tutto un campo immenso. Il nucleo, però, è la famiglia. Dalla santità della famiglia c’è la possibilità per il resto.

Poi vedremo dalla presentazione del libro del prof. Loredo che la sua attività da laico responsabile e apostolica ha già nella parola stessa del suo movimento la parola “famiglia”.

L’attività del cristiano, attività apostolica, è variegata, multiforme, dal punto di visti delle attività. Ma, variegate e multiforme, anche dal punto di vista della riflessione teorica, della speculazione, della dottrina. In questo senso, l’unità di vita del cristiano, che è sempre apostolica, comprende anche quello che io chiamo – ma non è un’invenzione mia –, apostolato della dottrina.

La parola dottrina – didachè – è tipica proprio dell’epoca apostolica, o sub-apostolica. La Dottrina dei 12 Apostoli è uno dei primi libri patristici che fanno capire come si è svolta la catechesi universale della Chiesa cattolica.

La Dottrina. Dalla Dottrina viene il catechismo, da lì viene la catechesi, da lì viene tutto quello che ha spiegato Paolo VI[1] nella Catechesi Tradendae; quello che ultimamente ha detto papa Francesco nell’Evangelii Gaudium.

La Dottrina è fatta di parole, frasi, ragionamenti che hanno come anima la logica.

Per cui una dottrina illogica non è dottrina. Così come una terapia senza diagnosi, senza obiettivi di guarigione, non è terapia.

La dottrina ha bisogna di logica, in tutti i livelli, da quello più semplice del catechismo dei bambini, all’assoluzione che si dà al moribondo, alla confessione delle persone lontanissime che dopo tanto tempo si riavvicinano alla Chiesa.

Tutto è dottrina, che deve essere logica. Che cos’è la logica?

Qui entra in ballo il motivo per cui io sto qua a parlare di queste cose.

La logica è intrinseca alla nostra santa fede. Non solo alla fede che si propone, si propaga, e si spiega (catechesi e teologia), ma alla fede che si accetta, alla fede che si vive momento per momento.

Ognuno, quando crede – come ha insegnato già a suo tempo Sant’Agostino –, significa che ha pensato quello che Gesù ha detto è vero, va creduto e va vissuto. La fede è pensata, se non è pensata non è fede. Il pensiero è la logica.

La logica è il pensiero che ha come oggetto la Verità.

Ragionando, dopo cinquant’anni, su questi argomenti, sto per pubblicare un libro che riassume tutto questo, detto frammentariamente in tanti libri.

L’essenza del pensiero umano – pertanto della dottrina sia dogmatica e morale della Chiesa, sia la dottrina filosofica, sia quella scientifica, qualunque dottrina, anche quella politica, nei suoi limiti ipotetici – è la Verità.

La formula che uso è logica aletica. Ogni cosa che si pensa deve avere una logica, perché deve puntare alla Verità e riconoscerla nei suoi elementi propri. Non si può pensare che sia vero qualche cosa se non si è convinti che questa verità è fondata. Non si può comunicare la verità a nessuno se non si mostra in maniera comprensibile e partecipata la fondazione aletica di quello che uno dice.

Piano piano mi sto avvicinando a quello che voglio dire.

Voglio dire che io qua, in questo pomeriggio – grazie all’invito dell’avv. Artiglieri e al fatto che vengo accolto da tante persone che conosco e poi l’ausilio tecnologico del dottor Smeraldi che è qui con la telecamera, che ringrazio (tutto volontariato, tutto apostolato) –, sono qui per dire che il rifiuto che dobbiamo opporre alla teologia della liberazione comincia proprio da questo presupposto.

Cerchiamo di vedere che cosa può esserci di vero in questa proposta dottrinale che nasce da ambienti cattolici; i più illustri sono, tra l’altro, un sacerdote peruviano, un altro brasiliano, avendo come capi scuole dei sacerdoti tedeschi, teologi come Johann Baptist Metz. Nell’ambiente cristiano, dove tutti devono essere apostoli, alcuni si presentano dicendo: “Noi siamo apostoli della rivoluzione marxista”. Di fronte a questo, con tranquillità e serenità, uno dice: “Sarà vero?”.

Sarà vero che questa è una proposta non solo fattibile, ma addirittura da seguire? Possiamo essere oggetti del proselitismo dei teologi della liberazione? Chi sono, che autorità hanno, quanto può essere vero quello che dicono? Che cosa stanno dicendo, di che cosa parlano e in nome di che cosa?

Questo si chiama spirito critico che scientificamente è la logica aletica.

La logica aletica significa: in ogni cosa che penso e in ogni cosa che altri mi propongono, vado a vedere in che grado, in che misura, fino a dove può essere vero; indipendentemente dal fatto che possa essere bello, commuovente, entusiasmante, spaventoso, contrario ai miei interessi. Questi sono altri tipi di logica, si chiamano logica estetica, logica pragmatica, ma quello che interessa al pensiero è la Verità. In tutti i campi è così.

Quando, recentemente, un medico illustre di uno dei principali ospedali di Roma mi disse – in maniera molto bella e persuasiva – che invece di cercare di guarire dovevo pensare al giudizio di Dio, a salvarmi l’anima – non era un prete, ma un professore di medicina – la cosa era bella, anche commuovente, ma era falsa, perché io, in quel momento, volevo una diagnosi, una terapia, qualche cosa che rispondesse alla funzione del medico, per di più profumatamente pagato.

In quel momento mi interessava sapere: è vero non è vero che non c’è rimedio e che devo solo affidarmi a Dio? Che poi sia bello affidarsi a Dio me lo può dire anche il mio confessore, lo leggo nel Vangelo, lo capisco da solo, ma non c’entra con quello che in quel momento chiedo nel dialogo.

Ecco, questo è il punto. La logica aletica prevale, per motivi logici, su ogni altro tipo di logica, su ogni altro tipo di considerazioni.

Purtroppo la teologia della liberazione punta sul fatto che, nel mondo contemporaneo, questo criterio di logica aletica non viene assolutamente preso in considerazione. La retorica, che è tipica delle ideologie – come l’avv. Artiglieri ha, giustissimamente, nominato il termine “ideologia”.

Che cos’è l’ideologia, tecnicamente parlando? È una dottrina che non cerca, né si fonda sulla verità; cerca un interesse e si fonda sulla retorica che consenta a questo interesse di apparire come fondato, quando in realtà non è fondato.

Chi ha inventato questo termine, in un certo senso, è stato proprio Marx, “padre” della teologia della liberazione. Il quale diceva: tutta la filosofia di Hegel, tutta la dottrina della Chiesa, tutte sono ideologie al servizio della classe dominante. Non che la classe dominante cerchi la verità o insegni la verità, ma cerca quello che può servire per mantenere il potere. Questa è l’ideologia secondo Marx.

In realtà, anche il marxismo è una pura ideologia. Pubblicai, anni fa, un libro intitolato Il marxismo, ideologia della rivoluzione.

Si tenta di inculcare, nell’opinione pubblica, che quella politica – molto spesso rivoluzionaria, militare, guerrafondaia – è non solo utile, ma necessaria, eticamente necessaria, perché bisogna stare dalla parte del popolo, perché bisogna reagire all’ingiustizia, etc…

E, parlando, si fa leva sul sentimento della morale, che Marx diceva essere semplicemente una sovrastruttura dell’economia. Contraddicendosi – l’ideologia fa così, è piena di contraddizioni – la morale non esiste, però io, per motivi morali, vi dico: entrate insieme a noi in questa azione politica rivoluzionaria.

Questo lo ha appreso molto bene, in Italia, Gramsci, che ha detto: Io sono un intellettuale, di famiglia borghese, ma faccio la scelta di stare con il popolo. Voglio essere un intellettuale organico alla rivoluzione. Chi non lo è, invece, è un intellettuale che tradisce il popolo, che sta dalla parte degli sfruttatori.

Vedete che argomenti sono? Non sono argomenti logici, che richiederebbero un aggancio alla legge naturale, alla realtà sociologica.

E lui diceva: A forza di propaganda riusciremo a cambiare il senso comune degli italiani che attualmente – diceva, negli anni ’30, Antonio Gramsci – è agricolo, pre-industriale e cattolico. Con la propaganda il partito comunista farà la rivoluzione culturale, il popolo italiano sarà adeguato alle esigenze dell’industrialismo e non sarà più cattolico.

Questo lo diceva negli anni ’30. Adesso come siamo? Siamo in una situazione fenomenica dove si può perfettamente dire che ci è riuscito, anche se Mussolini lo mise in carcere, e vi morì per malattia. La realtà è questa, non solo in Italia, ma in tante parti.

Quando il comunismo, il marxismo, vince attraverso la rivoluzione culturale, significa che l’ideologia è fortissima e usa i mezzi tipici dell’ideologia: la persuasione attraverso la retorica.

La retorica significa: fare appello al cuore delle persone, alla suggestione, non con ragionamenti e dati scientifici inoppugnabili, ma attraverso la psicologia della massa, attraverso l’egemonia dei mezzi di comunicazione.

Quando degli sventurati vescovi europei dicono che “i fedeli delle nostre diocesi non accettano più questa morale, non l’accettano più, sono su altre strade”, di cosa stanno parlando? Stanno parlando di una sociologia della cultura, influenzata da un’ideologia anti-cristiana.

Le masse sono così… Poi vai a vedere se uno ha veramente responsabilità pastorale, le singole persone, le singole anime, che si distanziano dalla massa. Il moribondo non è lo stesso di un ragazzo che è riuscito a vincere un trofeo. Un operaio che deriva da una famiglia contadina, con le sue tradizioni, non è la stessa cosa di un’intellettuale pieno di vizi ostentati.

Le singole anime, accostate dalla vera pastorale, non hanno la psicologia della massa, hanno i problemi e le soluzioni della singola anima che in fondo risponde al suo Creatore con la coscienza.

Come, in maniera mirabile, ha scritto Giovanni Paolo II nella Veritatis Splendor, dove dice: “Chi, alla fine, decide tutto è il dettame della coscienza personale”, che a volte non funzione perché uno è stordito dalla droga, dal sesso, dal divertimento, dal bisogno. Però questi sono episodi della vita, prima o poi una persona fa come il figliol prodigo, rientra in se stesso e dice: “Come stanno le cose? Mio padre come mi ha trattato? Come mi tratterà?”.

Detto questo, entriamo nell’argomento.

Che cosa c’entra la filosofia? Mi ha presentato l’Avvocato gentilmente come filosofo, infatti lo sono. Ha detto anche – gli è sfuggito – che ho scritto libri di teologia. Non è esatto. Ho scritto di filosofia, di quel ramo della filosofia che si chiama, appunto, logica aletica, che applicata alle scienze si chiamaepistemologia.

L’epistemologia è uno studio logica del linguaggio, del metodo di una scienza, per vedere che valore ha questa scienza, che limiti, che oggetto, che possibilità, che valore aletico ha.

E facendo questo lavoro, epistematicamente, mi è toccato farlo con spirito cristiano, con spirito apostolico, come sacerdote, sulla teologia. Così come attualmente si presente nel nostro mondo occidentale, in questo secolo che è passato, il ‘900, e adesso.

Epistemologia della teologia. Quando la teologia è vera, pertanto merita attenzione, quando la teologia è falsa, e merita di essere ignorata, o addirittura respinta. La teologia, da un punto di vista logico, è quello che la Chiesa ha sempre voluto che fosse, fin dall’inizi: interpretazione scientifica della fede,scienza della fede.

La fede precede la teologia.

La teologia non è assolutamente indispensabile per la vita personale di ciascuno, per la fede personale di ciascuno. Ma una spiegazione, un’illustrazione, un approfondimento, un’applicazione della fede, da parte di una scienza piena di logica – com’è appunto la teologia – è utilissima alla Chiesa. Per questo tutti i grandi pastori, Dottori della Chiesa dei primi secoli, hanno fatto filosofia per fare teologia. Fino all’arrivo di San Tommaso d’Aquino che, addirittura, ha teorizzato perfettamente il metodo della teologia.

Tommaso d’Aquino è al contempo un Dottore della Chiesa, un mistico e il più grande filosofo della storia della filosofia. Allo stesso tempo e con la stessa finalità, con un’unità di vita assoluta.

Se un giorno avrete la possibilità di prendere il testo del cosiddetto ritmo di S. Tommaso d’Aquino per la festa dell’Eucarestia, del Corpus Domini, Adoro te devote, – è un latino facile da capire – ma tutto pieno di termini metafisici, tutto pieno di una logica stringente. Dove, addirittura, c’è la definizione di che cos’è la fede, c’è la definizione di che cos’è la speranza, c’è la definizione di che cos’è l’amore, c’è la definizione di che cos’è il rapporto, nell’Eucarestia, fra le specie visibile e la sostanza. C’è tutto. C’è tutta la teologia, in termini filosofici, perfettamente comprensibili, perché rigorosamente logici. E, allo stesso tempo, è un canto mistico, commuovente. È commuovente nell’immagine del pellicano che si ferisce per alimentare, col suo sangue, i suoi piccoli. È mistica. Tant’è vero che il Doctor Mellifluus, San Bonaventura[2], quando lesse l’Adoro te devote di San Tommaso d’Aquino – lui aveva scritto un altro inno in concorrenza, era un concorso – disse: “No, no, il mio non vale niente. Quello di San Tommaso d’Aquino, dal punto di vista mistico, mi batte”.

Un domenicano che viene riconosciuto da un francescano! Quando le persone sono intelligenti, riescono pure a fare questi “miracoli”, riescono a superare le barriere di gruppo, di partito, di ordine, etc.

La teologia è una cosa seria. La teologia è una scienza. Se non è scienza, automaticamente diventa o catechesi – se è fatta bene, con rispetto della fede, – o se invece è confusionaria, è ideologia, pura e semplice, che fa solo danno. Perché, ripeto, quello che alla Chiesa interessa è che la scienza, col suo rigore metodologico, aiuti a credere, faccia credere di più e meglio, non che distolga dalla fede, non che metta in dubbio la fede. Altrimenti è un controsenso.

Che apostolato è, per un teologo, distruggere la fede del popolo? È un suicidio, della sua stessa anima, ed è un tentativo di omicidio del popolo che gli è affidato.

Per questo mi rifaccio di nuovo a quello che ha detto perfettamente l’avv. Artiglieri. Violenza e menzogna sono le caratteristiche del male. Ossia del demonio. E questo che lui ha detto, lo ha detto anche pensando che lo ha detto Gesù. Per questo è vero. Non perché lo ha detto l’avv. Artiglieri o lo ripeto io, ma perché lo ha detto Gesù.

Come Gesù ha definito Satana? In due termini che sono proprio questi. Satana è omicida fin dall’inizio. Satana è il padre della menzogna. Vedete? L’omicidio è la violenza. E la menzogna è occultare o dissimulare la verità.

Allora qual è la teologia? In termini tecnici, la vera teologia è interpretazione scientifica della fede. Pertanto non domanda se la cosa va creduta o no. Ma, dando per scontato che va creduta, nei motivi razionali per credere, si scopre tutto un filone di approfondimento scientifico, che riguarda le fonti, le articolazioni, le connessioni, riguarda soprattutto le applicazioni.

Quando invece la teologia – la presunta teologia – ignora la fede, i limiti ben precisi che la fede mette a ciò che l’uomo può comprendere e a come l’uomo può praticarla; soprattutto quando la teologia ignora che la fede è dono di Dio, offerta all’uomo che liberamente rispondere, ai fini della salvezza: “Chi crederà e si farà battezzare si salverà. Chi non crederà sarà dannato”.

Approfitto di ogni conferenza scolastica o chiesa, o conventicolo, per ripetere questa frase di Gesù, che sorprendentemente è la frase più chiara del Vangelo, è proprio l’attività missionaria della Chiesa e l’apostolato, e non viene mai ripetuta, perché la parola “dannare” sembra che sia priva di misericordia e poco elegante. Ma nel Vangelo non c’entra niente l’eleganza o la bellezza formale. È la Verità che entusiasma. Perché il bello di questa frase è il fatto che Gesù ci promette la vita eterna, al prezzo di una cosa così facile che è credere ad una cosa così credibile, com’è il suo Vangelo.

L’essenza della fede è la salvezza personale.

Qui siamo nel cuore di quello che volevo dire. La teologia della liberazione, come la “madre” di essa, che è la teologia politica, parte proprio col piede sbagliato perché fa come oggetto della rivelazione il popolo, la massa, la storia, la classe.

Ogni storicismo, per sua natura, a cominciare da quello hegeliano, abbandona il valore dell’individuo, col suo destino, con la sua libertà, e col motivo per cui Dio lo ha creato e lo assiste con la sua Provvidenza.

Il motivo per cui ci ha creati è quello che Gesù stesso ha detto: Dio vuole che tutti gli uomini, singolarmente – non l’uomo genericamente, non la massa –, siano salvati e giungano alla conoscenza della Verità (cfr. 1Tm 2,4).

Questa è logica aletica del Vangelo.

Dio vuole – lo martello questo, perché è importantissimo lo dice San Paolo nella lettera a Timoteo ed è Sacra Scrittura, è parola di Dio – che tutti gli uomini siano salvati. (Vuole: la sua volontà è il suo piano.) E che giungano alla conoscenza della Verità.

Questo e, nel linguaggio biblico soprattutto, di fonte semitica, è chiaramente un’eliade.

Dio vuole che ciascuno di noi sia salvato attraverso la conoscenza della Verità. Pertanto, la fede è per la salvezza di ogni uomo, che trascende, metafisicamente, i movimenti delle masse e i movimenti della storia.

Una volta a Roma, in Vaticano, in una riunione della CEI, alcuni teologi – entusiasti dello storicismo progressistico – dicevano: L’escatologia cosmica, di cui parla Johan Baptist Metz, sarebbe la realizzazione del paradiso in terra, la società senza classi, la giustizia temporale, etc… questa meta è raggiunta dal popolo in cammino.

Già allora, nelle chiese, per lo meno in Italia, a Roma, continuamente si cantava Il tuo popolo in cammino: sembrava tutto così bello. La storia, la storia…

Io dicevo: Questa parola “storia”, non è teologica. Non c’è nella Sacra Scrittura, non c’è nei Padri. Questa parola “storia” – la storia come soggetto di attività, e la storia come oggetto di interesse di Dio, come oggetto di movimento dello Spirito Santo, è una cosa idealistica.

Cosa c’entra con la nostra fede cattolica, la storia? La storia che ci obbliga ad andare in una certa linea, perché questa è la linea della storia; la storia che ci fa cambiare tutto perché la storia richiede il mutamento. Dov’è questa “storia”?

Quella che conosce la Scrittura è la storia personale di ciascuno, o la storia della salvezza che è un’iniziativa di Dio. L’iniziativa di Dio, appunto, per la salvezza personale.

A me interessa – dicevo (e suscitai tante risate) – la Salvezza, la salvezza mia, la mia storia, l’escatologia personale.

Siccome ridevano tanto, chiesi: Come interpretate voi le parole di San Paolo quando diceva: “Non vedo l’ora d’incontrare Cristo, il giorno di Cristo”? E si riferiva alla sua morte. E poi diceva: “È vicino il momento di terminare la mia corsa. Sono stato fedele, adesso mi attendo il premio che Dio ha preparato per coloro che lo amano, non solo a me, ma anche a tutti gli altri che attendono la sua venuta”. C’è un corso: fidem et babi, cursum consumarium. È la storia sua, di San Paolo. Non parlava nemmeno di tutta la comunità cristiana, non parlava di tutta l’umanità, la storia non c’era lì.

Invece lo storicismo è l’essenza della teologia della liberazione. Dove il soggetto, attivo e passivo, della fede non esiste, secondo la fede. E sarebbe il popolo. “Popolo” poi identificato in una classe sociale, che ha dei diritti e che vuole rivendicare attraverso la lotta, la liberazione.

Per cui, dicevo – teologia della liberazione –, la parola teologia è abusiva. Non è teologia, perché non è interpretazione scientifica della fede.

Pure la parola liberazione è ambigua, usata in maniera ipocrita. Perché Gesù ha detto: “Veritas liberabit vos” (cfr. Gv 10). Ma la “verità” che libera non è quella inventata dai teologi tedeschi del ‘900 con la teologia politica.

La teologia politica è intrinsecamente anticristiana, sia perché è temporalistica, sia poi perché è materialistica, sia perché è sociologica. Tutti termini che stridono, sono in contrasto con l’essenza del cristianesimo.

Il che non toglie, come dicevo all’inizio, che ci sia una dottrina sociale della Chiesa; che ci sia un’azione libera, responsabile, dei cattolici in politica, in economia.

Quando si tratta di una dottrina politica, siamo nel campo dell’opinabile umano. Quando si tratta di dottrine politiche nell’ambito della teologia, si tratta pure di ipotesi, d’interpretazione del Vangelo, che però devono essere in consonanza con l’interpretazione del Vangelo già ufficialmente la Chiesa ha fatto.

Come può essere un’interpretazione del Vangelo autentica quella contrasta con la dottrina sociale della Chiesa? Come può la teologia della liberazione presentarsi ai cattolici come qualcosa di credibile se è in contrasto con la dottrina sociale della Chiesa?

La Chiesa ha ufficialmente smentito la legittimità della teologia della liberazione con quei famosi documenti firmati dal cardinale Ratzinger e approvati da Giovanni Paolo II, anzi direttamente ispirati da lui, per dire come realmente sono le cose.

Né teologia, né liberazione.

Perché la liberazione di cui parla Gesù è chiaramente la liberazione dal pericolo di perdere il fine per il quale Dio ci ha creati, cioè il pericolo di perdere l’anima.

Come si diceva tranquillamente prima, adesso è una cosa che fa un po’ sorridere quelli che hanno una mentalità modernistica.

Il bene delle anime e il bene della propria anima sono termini desueti. Ma io non ne faccio a meno perché ho vissuto sempre così e mi sembrano, da un punto di vista logico, così semplici e chiari.

Dio ci ha creati perché liberamente possiamo corrispondere alla sua Grazia ed avere il premio eterno: la felicità eterna.

Certamente portando con noi quanti possiamo. Certamente testimoniando la nostra fede, il nostro amore, attraverso anche la solidarietà con tutti gli altri.

Però è sempre il soggetto individuo che, attraverso la Chiesa, è in dialogo col soggetto Dio, che ci ha creati, ci ha redenti, con la sua Provvidenza ci conduce per le strade del mondo, in certi momenti da soli, in certi momenti in compagnia, per questo fine ultimo che è la salvezza della mia anima. È il buon frutto da ricavare dal sacrificio di Cristo, attraverso il sacrificio eucaristico.

Che cosa posso aggiungere a tutto questo? Posso aggiungere che, da un punto di vista scientifico, l’analisi linguistica della teologia della liberazione fa vedere che si tratta proprio di ideologia.

Proprio perché gli argomenti di una scienza sono argomenti logici che possono ottenere la persuasione, non la suggestione.

Ogni scienza, anche quando rimane nell’ipotetico, propone ipotesi accettabili.

Gli scienziati – ho un amico fisico di Firenze che si chiama Tito Arecchi, il quale dice: Noi parliamo ormai da tanto tempo della realtà fisica sull’atomica, ma sono tutte ipotesi, sono modelli; i protoni, i neutroni non si vedono, sono calcoli matematici che facciamo su certi eventi su certi eventi visibili attraverso il microscopio elettronico.

Però questi modelli, finché non sono smentiti, valgono. Anche le teorie fisiche più accreditate scientificamente sono opinabili – il Papa lo ha detto, – sono tutte falsificabili in una certa misura. Però, nella misura in cui sono accettate, sono accettate perché persuasive, attraverso argomenti logici, attraverso induzioni e deduzioni.

Nella teologia della liberazione non c’è nulla di questo. Sono tutte cose fantasiose, sono estrapolazioni: da un dato viene fuori tutto. Soprattutto perché ogni dottrina socio-politica che basa su una sociometria che è, per sua natura, la scienza più inesatta e più approssimativa che si possa immaginare.

Il linguaggio della teologia della liberazione è un linguaggio retorico, che fa appello al cuore, al senso di responsabilità, al senso della giustizia. Questo quanto al linguaggio, ma il contenuto è materialistico.

Anche l’interpretazione che, per 50 anni, è stata fatta della scelta preferenziale dei poveri, da parte di Cristo e della Chiesa, è un’interpretazione sistematicamente falsa. Perché nella Sacra Scrittura, Antico e Nuovo Testamento, i poveri non sono identificati con una classe sociale materiale economica.

Io, questo, lo so per certo perché ho dedicato tre anni allo studio del termine “povero” nella Sacra Scrittura. Lo so per certo! Ci sono mille considerazioni da fare, ma nessuna che coincide che è stata adottata per scopi retorici dalla teologia della liberazione.

Molto spesso i poveri sono considerati, nella S. Scrittura, i più disgraziati dal punto di vista della salvezza della loro anima, i più ingannati dal demonio, i più sedotti dalla carne, dal mondo, i più lontani dalla Grazia di Dio, i più immersi nell’ignoranza. Questi sono i poveri.

E poi basta vedere il comportamento di Gesù.

Mi piace tanto perché la figura di quelle tre persone, che sono i tre fratelli Lazzaro, Marta e Maria, che erano evidentemente ricchi – una famiglia ricca, che sono gli amici di Gesù, al di fuori della cerchia degli Apostoli – a cui Gesù voleva molto bene, ma proprio molto bene. Quindi amici particolari. Amici che Gesù amava. Nell’umanità di Cristo questo è fantastico. Così come, fra gli apostoli, prediligeva Giovanni. Nel Cuore di Gesù c’è questa amicizia. Ed erano ricchi. E piange non per la loro povertà – perché non c’era – ma perché c’è una malattia, perché vede Maria commossa per la morte del fratello.

E Nicodemo? E quell’amico sconosciuto che prepara la Pasqua per Lui? Una grande sala con tappetti, una cosa di lusso, extra-lusso, un albergo di 5 stelle.

Insomma, il comportamento di Gesù non ha nessuna connotazione di preferenza per chi soffre per motivi economici a dispetto di chi soffre per motivi spirituali, per motivi familiari o per motivi di altro genere.

Quando Gesù dice: “Mi commuovo, soffro per questa gente perché sono come pecore senza pastore”. Ecco i poveri per cui si commuove Gesù. Ecco la scelta preferenziale.

Adesso, se Gesù getta uno sguardo a questa nostra città di Genova, a tutta l’Italia, a tutto il mondo, geme allo stesso modo: tante pecore senza pastore. Povere pecore perché non hanno pastore. Perché non hanno chi insegna la buona dottrina e naturalmente questo vuoto viene riempito dalle cattive dottrine.

Per cui, da un punto di vista filosofico, logico, il motivo più che sufficiente per rifiutare al teologia della liberazione – anzitutto non è teologia, come scienza, pertanto non ha nessun argomento valido per essere condivisa – è che utilizza, in maniera sporca, come si dice in Italia, la retorica. Fa leva su sentimenti buoni, di chi ha la fede, grazie a Dio. E poi questa fede viene applicata in maniera contraria alla logica stessa della fede.

Termino dicendo che chi si presenta come teologo, si presenta come pastore; ma non è un buon pastore, in molti casi. È un cattivo pastore. Si presenta come profeta, ma è un falso profeta.

La Chiesa attuale pullula di falsi profeti e di cattivi pastori. E a Gesù non resta che ricordare quello che ha detto nel Vangelo: Attenti ai falsi profeti. Attenti! Ragionate, usate la logica. La logica della deduzione. Perché non si raccoglie un frutto buono da un albero cattivo. Pertanto, guardate, esaminate criticamente le loro opere, che cosa fanno.

Per esempio, l’ipocrisia è un’opera. La retorica è un’altra opera. Sono opere cattive.

Quando mai la Chiesa ha evangelizzato con motivi subdoli, con retorica? Anzi, San Paolo dice: Se non vi piace questo, e perché non lo volete accettare, ma io vi dico cose anche spiacevoli, ma sono la verità.

Anche questo appello allo spirito critico, è un appello alla logica, all’intelligenza, che premia sul cuore.

Perché io posso avere un’enorme simpatia – e ce l’ho – per il popolo sudamericano, in particolare per i peruviani. E ho molto rispetto per tutti sacerdoti, miei confratelli.

E quando il fondatore in America Latina della teologia della liberazione, Gustavo Gutiérrez, mi dice certe cose, non lo guardo né con odio, né con antipatia, né con prevenzione, ma gli dico: “Ma, fratello mio, che stai dicendo? Bisogna intenderci, facciamo insieme apostolato. Se c’è qualcosa di cui hanno bisogno i sudamericani peruviani, è di catechesi, non di istigazione alla lotta violenta. Se la vuoi fare, falla a nome di un partito politico – è legittimo essere di sinistra e rivoluzionari (legittimo ipoteticamente) –, ma non in nome di Dio. Non in nome della Chiesa”.

I peruviani, che stanno a Roma, che conosco, che assisto, sono tutti molto buoni; gente molto semplice, con un gran senso della famiglia, dell’onore, dell’onestà, vanno volentieri alla processione del Signor de l’Opinagros (anche a Roma fanno questa processione), ma non vanno mai a Messa. E se ci vanno, lo fanno solo per un matrimonio o per un funerale.

Perché? Perché non hanno, da secoli, catechesi sulla Messa. Alla Messa non ci si va se non si capisce che cos’è.

E per fare una catechesi sul sacrificio eucaristico, ce ne vuole e ce ne vuole! Ce ne vuole – come faceva qui a Genova il card. Siri – ce ne vuole di buona volontà, non di retorica, ma di dottrina e di logica.

È vero o non è vero che Gesù è morto per noi? È vero o non è vero che il sacrificio della Messa applica a noi i meriti? È vero o non è vero che l’Eucarestia è degna di essere adorata?

Questa catechesi è quella di cui c’è bisogno.

Ho detto l’America Latina, il Perù, per fare un esempio, ma tutto il mondo è paese. Le statistiche religiose dicono che sempre meno gente frequenta la Messa, soprattutto giovani.

La colpa è di noi sacerdoti che non abbiamo fatto – e non facciamo – sufficiente catechesi, dottrina. Dottrina, dottrina, dottrina!

Se invece della dottrina sull’Eucarestia, facciamo comizi politici per, come si fa a Roma, soprattutto per la rivoluzione di sinistra – avranno, questi motivi, qualcosa di fondato – ma certamente è un tradimento della missione apostolica. Perché la missione apostolica ha delle priorità in ordine alla finalità stessa del Vangelo.

Concludo con questo. Quando, anche in Italia, certi falsi profeti e cattivi maestri, cattivi pastori, addirittura parlano di cose umane sbagliate, in nome del Vangelo, io mi sento fremere d’indignazione e poi mi freno – freno il fremito –, e cerco di parlare con soavità e rispetto; ma fremo d’indignazione.

Parlare in nome del Vangelo, in nome addirittura dello Spirito con la maiuscola. Non dicono Spirito Santo perché è troppo antiquato. “Lo Spirito guida la Chiesa verso…” quello che vogliono loro.

Ma questa è un’arroganza blasfema!

Lo Spirito ha parlato in Gesù Cristo che lo ha dato alla sua Chiesa e assiste gli Apostoli, quando esercitano la missione divina, carismatica, che hanno.

Ma non è lo Spirito che può essere, a proprio piacimento, invocato per dare una patente di teologia a quella che è pura e semplice ideologia politica. Che riguardi la rivoluzione o l’ecumenismo, o la riforma liturgica, qualunque cosa.

Invocare lo Spirito, quando noi sappiamo che il dogma dell’infallibilità è proprio lo Spirito Santo che impedisce che anche il peggiore dei pastori – peggiore dal punto di vista della sua personale anima, virtù – possa dire qualcosa che non sia perfettamente in linea con la Verità del Vangelo.

Per questo io, qualunque sia la persona del papa, del vescovo, quando parla con il carisma dell’infallibilità, dico: “Questa è Parola di Dio”.

Parola di Dio, Parola del Signore: come diciamo nella Messa.

Quando invece è parola di uomo, non dico niente di nuovo. Perché Gesù ha voluto che fosse stampata nella S. Scrittura questa distinzione logica. È una distinzione logica anche questa.

Quando San Paolo, anche lui indignato, dice: Sono contento che abbiate ricevuto la dottrina che vi ho dato, la mia parola, non come parola di uomo, ma come veramente è, Parola di Dio.

Grazie.

[1] Mons. Livi si confonde. Giovanni Paolo II è l’autore della Catechesi Tradendae.

[2] Mons. Livi si confonde: San Bonaventura è il Doctor Seraphicus. San Bernardo invece è il Doctor Mellifluus.

Fonte: http://www.cooperatoresveritatis.net/it/ragionare-per-credere

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A. LIVI: VERA E FALSA TEOLOGIA

Quella che qui presentiamo è una proposta di lettura impegnativa e destinata a lettori già ben infarinati di materia filosofica e teologica, ma, essendo una meravigliosa opera di Mons. Antonio Livi, non poteva mancare una sua presentazione sulle nostre pagine.
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La teologia, intesa come “scienza della fede” o «sacra doctrina», è sempre stata considerata dalla Chiesa come un contributo scientifico utile, e in certe circostanze addirittura indispensabile alla vita di fede dei cristiani, perché può essere di aiuto ai credenti perché ciascuno, in rapporto alle proprie esigenze culturali, possa prendere coscienza del contenuto e delle ragioni della sua fede. In questo senso si deve dire che la teologia hamolte cose da dire ai credenti, ma sempre nei limitati di quellepoche cose che sono effettivamente contenute nella rivelazione divina, e sono quindi davvero la “parola di Dio”. Quelle poche cose, oltretutto, sono rilevabili con adeguata certezza soltanto sulla scorta di quelle altre poche cose che per la ragione naturale sono assolutamente incontrovertibili e che costituiscono lamateria di verità alla quale la filosofia applica la forma di scienza.

La filosofia, da parte sua, può dire molte cose, ma an ch’essa resta nei limiti di quello che la ragione umana riesce a inferire a partire dall’esperienza presa nella sua universalità. L’universalità e la necessità delle conoscenze costituiscono l’esclusivo e indispensabile servizio che solo la filosofia, come dialettica razionale, è in grado di offrire alla sapienza umana; allo stesso tempo, costituiscono il suo limite, che ingiustamente viene talvolta denominato come “astrattezza”. Si tratta in realtà di un necessaria delimitazione del campo d’indagine, quale ogni scienza deve operare per avere la sua specificità epistemica e il suo metodo appropriato; la specificità della filosofia consiste nel limitarsi a dire, con sufficiente giustificazione epistemica, ciò che riguarda l’intero dell’esperienza, «l’ente in quanto ente», così come la specificità delle scienze particolari consiste nel limitarsi a dire, con sufficiente giustificazione epistemica, ciò che riguarda determinati ambiti dell’esperienza. ciò che le scienze particolari guadagnao in “concretezza” (cioè, in termini logici, in “comprensione”) perdono in universalità  (cioè, in termini logici, in “estensione”).

La filosofia gode del privilegio di riflettere su nozioni, a cominciare da quella di “essere”,  che hanno il massimo possibile di “estensione” e il minimo possibile di “comprensione”. La teologia non è né filosofia né una delle scienze particolari: non riflette sull’esperienza naturale, non riguarda direttamente lo scibile  umano ma ciò che lo trascende, ossia i misteri della natura divina e i disegni di salvezza di Dio nei riguardi del mondo. La teologia, infatti, si distingue dalla filosofia in quanto è, è l’interpretazione razionale della parola di Dio, consegnata alla Chiesa tramite la tradizione apostolica e la Sacra Scrittura. Ora, la teologia, pur essendo del tutto diversa dalla filosofia e dalle scienze particolari, ha con esse un rapporto di dipendenza epistemica ineliminabile, perché tanto la materia quanto la forma della rivelazione delle verità soprannaturali presuppongono la conoscenza certa di verità naturali.

Tale dipendenza non deve però portare il teologo a dimenticare lo specifico statuto epistemologico della teologia; infatti, la scienza della rivelazione divina presuppone la fede, è opera di quei credenti che mettono i frutti della loro riflessione al servizio delle finalità pastorali della Chiesa. La teologia, dunque, ad altro non mira se non ad allargare i confini dell’interpretazione razionale del dogma, per l’edificazone di tutti i credenti nella fede comune. Di conseguenza, come la filosofia giunge a proposizioni che possono esibire una pretesa di verità solo se queste risutano conformi alle “prime verità” costituite dal senso comune, così la teologia giunge a proposizioni che possono esibire una pretesa di verità solo se queste risutano conformi alle “prime verità” costituite dal dogma, ossia dalla Parola di Dio così come essa viene proposta infallibilmente dalla Chiesa e che ogni cristiano è tenuto a credere come l’unica verità che salva. In caso contrario, non si tratta più di vera teologia, almeno nel senso cattolico del termine; si tratta, in alcuni casi, di mera “filosofia religiosa”, e in altri casi – e questo è ciò che avviene con maggiore frequenza e con peggiori conseguenze – di falsa teologia, se non addirittura di teologia falsa, già condannata dalla Scrittura lì dove l’Apostolo delle genti ammonisce il suo discepolo Timoteo dicendogli di guardarsi dai «discorsi che pretendono di introdurre delle novità che non sono ispirate  dalla fede ma riflettono delle opinioni false che si presenta abusivamente come scienza e che già hanno sedotto alcuni portandoli a rinnegare la fede» (Prima Lettera a Timoteo, 5, 20-21).

In questo mio lavoro, che si avvale fondamentalmente della competenza epistemologica che ritengo di avere, mi guarderò bene dal pronunciare giudizi circa l’ortodossia di qualche dottrina teologica, ossia eviterò che quanto dico possa essere interpretato come una condanna di qualche studioso in quanto teologo. Mi limiterò a giudicare della coerenza epistemologica di alcuni discorsi genericamente denominati “teologici”, cercando di distinguere tra discorsi che possono legittimamente presentarsi come teologia e discorsi che invece debbono onestamente riconoscersi come mera filosofia religiosa. Riguardo ai primi, un filosofo come me può soltanto rilevare le categorie filosofiche, più o meno  adeguate, che entrano a far parte integrante del discorso teoloogico in senso stretto, ma non può pronunciarsi in modo apodittico sull’ortodossia delle conclusioni, perché ciò spetta logicamente al Magistero; invece, riguardo ai secondi, un filosofo come me può e deve innanzitutto segnalare l’abuso del titolo di “teologia”, e poi anche esprimere un parere “tecnico”, un parere cioè circa la coerenza o l’incoerenza logica con i principi della scienza filosofica. Anche in questo secondo caso, dunque, io mi devo astenere da pronunciare condanne: infatti, come diceva il mio maestro Gilson,  in filosofia nessuno può parlare di “errori”  a proposito delle teorie di altri pensatori, ma deve limitarsi a dire che tali teorie non lo convincono, che non esibiscono, secondo lui, adeguate giustificazioni epistemiche, che non sono pienamente coerenti o addirittura cadono in radicali contraddizioni. Condannare gli errori – diceva Gilson – è diritto e  dovere del magistero ecclesiastico quando si trova a dover esaminare una dottrina teologica e valutarne la compatibilità con il dogma, arrivando, se del caso, a dichiarare eretica quella dottrina ; ma in filosofia non ha senso parlare di errori e tanto meno di eresie (cfr Gilson 1960a).

Prima di terminare questa presentazione devo spiegare in quale senso utilizzo qui l’espressione “filosofia religiosa”, che appare fin dal sottotitolo del mio saggio. Per me la “filosofia religiosa” è cosa ben diversa dalla “filosofia della religione”; questa è una disciplina filosofica che legittimamente esamina l’esperienza religiosa in generale o una religione storica in particolare adottando in modo esclusivo il metodo fenomenologico, ossia considerando il fenomeno religioso (ivi comprese le credenze che lo caratterizzano) per così dire da fuori, senza alcuna valutazione aletica, senza cioè condividerne la pretesa di rappresentare una verità assoluta, logicamente non naturale (per via di indagine filosofica) ma soprannaturale (per via di rivelazione divina). Invece la “filosofia religiosa”, così come la intendo io, è una tipica espressione del razionalismo moderno, quello che, soprattutto con l’idealismo di Fichte, Hegel e Schelling, ha inteso edificare dei sistemi onnicomprensivi caratterizzati dall’esplicita pretesa (enunciata nella Wissenschaftslehre) di rappresentare la verità assoluta (definitiva, perfetta e priva di presupposti); in base a tale pretesa, i sistemi razionalistici  assumono al loro interno termini e concetti propri del dogma cristiano, con il dichiarato intento di “razionalizzarli”, ossia per purificarli degli elementi irrazionali (mitologici, pragmatici, retorici) che avevano concorso alla loro formulazione storica. La verità che il cristianesimo pretende di custodire come rivelazione divina non è negata, ma nemmeno riconosciuta come tale dai sistemi razionalistici: essa diventa oggetto di una Aufhebung con la quale viene relativizzata, nel senso che viene sussunta, come “momento” intermedio della dialettica dello Spirito, dalla verità assoluta che è quella della filosofia idealistica. Ora, il fatto che tale “filosofia religiosa” si sia presentata (così soprattutto nel caso di Hegel) e si presenti ancora oggi (tra tanti diversi casi si possono citare quelli di Massimo Cacciari e di Emanuele Severino) come affine alla teologia vera e propria, sfruttando la circostanza che la sua tematica e il suo linguaggio sono in massima parte desunti dalla tradizione teologica cristiana, ha provocato un assai pernicioso disorientamento presso quei credenti che si accostano alla letteratura religiosa senza possedere i criteri di discermento che in questo campo sono invece indispensabili. Al necessario discernimento dell’autentica teologia ― l’unica  che serva veramente all’incremento della fede  dei credenti ― vuole contribuire questo mio breve trattato epistemologico.

 

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SAPERE LA VOLONTA’ DI DIO SU DI NOI

p. Jean Lafrance s.j.(1931-1991) gesuita, e insigne predicatore, con la sua esperienza di preghiera, ha permesso di penetrare sempre più profondamente il mistero di Dio; i suoi scritti sono quasi una preghiera all’Altissimo e manifestano la possibilità dell’uomo, di ogni uomo di esercitare un dialogo con Dio, e di crescere in umanità e risposta di fede, esercitando tutte le capacità razionali spirituali, sociali che il Creatore ha donato ad ognuno

Questi tre capitoli sono estratti dall’importante opera del padre: Prega il Padre tuo nel segreto
[ parte II – La via della salvezza: §§ 19 – 20 – 21 ]Edizioni O.R. Milano 1989.

  1. Prega per scoprire la volontà di Dio su di te
    senza possibili illusioni.
    Poi rimani disponibile e abbandonato
    tra le mani del Padre.

Hai sentito la chiamata a seguire Gesù e hai accettato consapevolmente il rischio dell’amore, servendolo nella totale povertà e umiltà. Come Paolo vuoi la vera sapienza: « Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso » (1 Cor 2, 2). È normale che tu viva in te una grande lotta tra questo desiderio di amare veramente il Cristo e quello di compiere invece la tua volontà. Solo lo Spirito Santo può purificare il tuo cuore, al punto di disporlo davanti a Dio a compiere la sua volontà.

Nella tua vita, tutto si riduce – in definitiva – a scoprire questa volontà di Dio, e a compierla: « Non sono coloro che dicono: Signore, Signore, che entreranno nel Regno, ma coloro che fanno la volontà di mio Padre ». In definitiva tu desideri accostarti al Cristo più da vicino nella sua totale povertà, ma non sai con esattezza quale forma particolare di povertà il Cristo voglia da te. Tutto quanto è buono e perfetto in sé, non lo è necessariamente per te. Tu aspetti dunque nella preghiera assidua che Dio ti riveli quello che in te fa ostacolo al dono totale e vero. L’importante non è quello che tu decidi di abbandonare per Dio, ma quello che egli vuole che tu abbandoni per lui.

È qui che le illusioni possono insinuarsi nelle tue migliori intenzioni. Ti può capitare di pensare che il meglio per te è il più difficile: quello che importa, in realtà, non è il fatto che un distacco o una attività ti ripugni o ti piaccia, ma che esiga maggior amore. Se, dopo aver pregato lungamente, intravedi quest’opera nella pace e nella fiducia, come una volontà di Dio per te, è un segno chiaro che Dio ti chiama a rispondervi generosamente. Sta certo che se preghi nella verità e lasci tempo al tempo – che è un fattore di primaria importanza per una decisione – Dio ti farà vedere quello che si aspetta da te.

È il momento di metterti di fronte all’opera dello Spirito Santo in te. Guarda semplicemente i doni ricevuti da Dio nelle differenti tappe della tua vita, le chiamate ricevute attraverso gli avvenimenti e le persone. Cerca di scoprire la vocazione che Dio traccia in te e che deve stagliarsi come un crinale sull’orizzonte. Ogni uomo porta nell’anima un mistero, il suo proprio mistero, che è quello del suo nome particolare. Tutta la sua angoscia su questa terra è di individuarlo. Solo il Cristo può rivelare all’uomo il mistero del suo nome, lui che, nel suo cuore di Figlio di Dio, è aperto eternamente all’essere, al cuore del Padre.

E insieme guarda se sei stato fedele a questa chiamata di Dio. Molto spesso hai utilizzato questi doni per servire le tue vedute personali, anche se di per sé buone. La vocazione che intravedi è un dono di Dio, o una costruzione che dipende da te? Quante illusioni nei tuoi desideri di santità e nelle tue attività al servizio degli altri!

Attento a non abbandonarti ad analisi psicologiche e ancor meno a considerazioni razionali, ma làsciati interpellare nel cuore del tuo essere. Proprio tu sei rimesso in causa da questa volontà di Dio. Da ciò deriva la necessità di una preghiera intensa e prolungata, per vedere te stesso con lo sguardo dello Spirito Santo. Ripeti a Cristo il tuo desiderio di non essere più che una sola cosa con la volontà di Dio. Solo la preghiera può purificare le tue motivazioni profonde e fare apparire in piena luce le intenzioni del tuo cuore.

Non ti stupire, allora, se fai l’esperienza della tua grande povertà che ti riduce a essere malleabile e duttile tra le mani di Dio. Sei un po’ di terra nel cavo della mano di Dio e chiedi al soffio dello Spirito di venire a modellarti a immagine del Figlio. È una situazione non comoda, poiché non si tratta più di decidere da te solo di evitare una determinata cosa o di intraprenderne un’altra, ma di lasciarti puramente e semplicemente lavorare da Dio.

Tu ti abbandoni tra le mani di Dio in una totale indifferenza. È la disponibilità fondamentale quella che assicura la concordanza della tua vita di uomo con il disegno di Dio. In fondo, tu accetti di abbandonare tutto per seguire il Cristo, ma ti rifiuti di decidere da te solo: metti la tua forza nel non volere né un bene né un altro, se non ti muove il solo servizio di Dio nostro Signore (cfr Esercizi Spirituali di S. Ignazio. n. 155).

Di tali esseri, spossessati di sé, Dio può fare dei santi. Per arrivare a una tale disposizione che è difficile, perché tocca le radici stesse della libertà, è evidente che l’orazione è più necessaria che mai. Soltanto il Cristo può venire ad insegnarti e a darti la forza di offrirti così a Dio nel più grande sacrificio. Lui stesso ti ha aperto la strada con la sua Pasqua. Ripeti spesso la preghiera di abbandono del padre de Foucauld: « Padre mio, mi abbandono a te, fa’ di me quello che vuoi. Qualunque cosa tu faccia di me, ti ringrazio. Sono pronto a tutto, accetto tutto ».

  1. Lascia riposare il tuo cuore nella pace di Dio e vedrai
    apparire la sua volontà chiara e precisa su di te.

Quando un’acqua è torbida, bisogna solo lasciarla riposare sotto la calda luminosità del sole, perché le impurità si depositino nel fondo e l’acqua pura appaia in superficie. La stessa cosa avviene per la tua vita cristiana, che si purifica a poco a poco, nella preghiera, sotto lo sguardo di Dio. Se sei fedele a vivere sotto la luce dell’Evangelo, le intenzioni profonde del tuo cuore si chiariscono e tu intravedi quello che è di ostacolo all’azione di Dio in te. Nello stesso tempo, lo Spirito Santo inclinerà il tuo cuore verso questa o quella forma di povertà per meglio orientare la tua vita nel senso della volontà di Dio. Imparerai soprattutto ad esser qui, davanti a Dio, per lui solo. Quando lavori, o quando riposi, agisci troppo spesso per un fine, e dimentichi quale meraviglia sia esistere, semplicemente esistere, senza pensare ad altro. La preghiera ti fa esistere davanti a Dio. Essa ti fa raggiungere questo fondo del cuore, più profondo di ogni desiderio, di ogni pensiero, di ogni immagine e di ogni azione. Così, tu sei solo con te, alle origini del tuo essere, là dove la tua anima è uscita dalle mani del Creatore. Tu sei solo con l’Assoluto, solo della solitudine del Solo.

Ecco, dunque, la differenza che esiste tra questa scelta spirituale compiuta nella luce dello Spirito, e le decisioni morali che tu prendi per cambiare la tua vita sul piano umano. Per esempio, può accadere che tu decida di lottare contro un certo difetto, di darti maggiormente alla preghiera o d’intraprendere un certo atto di ascesi per meglio servire Dio. Non puoi trascurare questo lavoro di perfezionamento se vuoi divenire un uomo libero, ma esso ha i suoi limiti e soprattutto rimane su un piano umano. Per di più, lo puoi fare all’infuori della preghiera, con l’aiuto di qualcuno che ti conosce bene, per esempio. Se chiedi ai tuoi amici che cosa ti rimproverano, capirai quello che bisogna cambiare nella tua vita.

La scelta spirituale che qui sei invitato a realizzare, si situa sul piano della vita teologale. Si tratta di scoprire la volontà precisa di Dio su di te in un dato momento della tua vita per darle un orientamento. Non puoi dunque fidarti solo dei lumi della tua ragione e delle risorse della tua volontà, ma hai bisogno di una rivelazione superiore dello Spirito, per comprendere i disegni d’amore di Dio a tuo riguardo. La preghiera continua, la contemplazione dell’Evangelo purificano il tuo cuore, invitandoti così ad abbandonare a Dio il fondo del tuo essere.

In principio vi è la certezza che lo Spirito Santo vuole realizzare in te qualche cosa che non ti è possibile definire anticipatamente; di solito vai alla preghiera con dei problemi precisi, per i quali vuoi delle soluzioni immediate, ottenute con l’analisi o con la decisione. Tu non puoi allora scoprire la volontà di Dio, che esige un’assenza di premesse e l’oblio di quello che sei o di quello che fai. Lascia dunque i tuoi problemi fuori della porta, e apriti a Dio per sottoporti a una presenza attiva dello Spirito che vuole la tua realizzazione. Il tuo essere non sei tu a costruirlo, ma lo ricevi da Dio. Solo così potrai percepire una volontà personale e attuale di Dio: riconoscendo e accettando te stesso.

L’orazione diventa il luogo del passaggio dello Spirito, e lasci cadere a poco a poco le tue difese e le tue sicurezze. Solo partendo da zero puoi ritrovare il tuo essere profondo e divenire un adulto libero e non un personaggio. L’orazione facilita questa evoluzione, facendoti salire ad un altro livello, che non è quello delle tue preoccupazioni attuali. Allora non vi sono più problemi o dualismi, ma un assumere personalmente e coscientemente la tua vita per darla al Cristo, accettando, senza illusioni, le esigenze dell’amore.

Per queste ragioni, la volontà di Dio non prende abitualmente delle andature straordinarie o sensazionali. Dio lavora nella trama stessa della tua esistenza; è dunque a livello della tua vita quotidiana che si farà palese la sua volontà. Egli ti chiede soprattutto di accettare in piena lucidità il tuo essere di uomo con i suoi limiti e le sue deficienze, per mezzo delle quali ti purifica.

Continua a pregare rilevando nella tua vita le chiamate precise e i desideri che lo Spirito ti suggerisce; è sempre per mezzo delle tue aspirazioni profonde che Egli ti parla e ti fa scoprire la volontà di Dio. E poi cerca di tradurre concretamente in quale modo vuoi realizzare questa scelta, se occorre prendendo degli appunti. Può succedere che tu metta il punto finale a questa ricerca riassumendola in una parola dell’Evangelo.

In ogni caso, se hai scelto secondo Dio, tu proverai in te stesso una grande gioia. La pace e la gioia sono sempre i segni dell’azione di Dio in te, anche quando questa gioia esige da te un sacrificio reale. Un poco alla volta si formerà in te quello spirito di discernimento spirituale che ti farà « sentire » la volontà di Dio in tutti gli avvenimenti della vita.

  1. Dio non ti abbandona al solo lume della tua ragione
    quando ti chiama a fare una scelta spirituale.
    È nella preghiera che tu vedrai delinearsi la sua volontà.

Sei qui ormai al centro della vita cristiana, perché tutto si riduce in definitiva, nella tua esistenza di uomo, a scoprire la volontà di Dio e a compierla. Ma se ti è facile discernere questa volontà attraverso i comandamenti, tu dubiti spesso di riuscire a scoprire quello che Dio si aspetta da te, in particolare nella tua situazione attuale. Più progredirai nella vita cristiana autentica e più dovrai fare delle scelte che dipendono unicamente dalla tua coscienza, illuminata dallo Spirito e dalla legge delle Beatitudini, senza poterti riferire né a un codice, né ad un maestro che sembri sapere o detenere la verità. Che si tratti di un impegno politico, di uno stato di vita, di un approfondimento della tua preghiera o di qualche altra decisione che orienti la tua vita, non puoi fare a meno di una scelta onerosa che impegni la tua libertà e la tua fedeltà. Tuttavia, non sarebbe credere in Dio e nella sua Provvidenza il pensarlo capace di abbandonarti a te stesso nelle decisioni della tua vita.

Se vuoi conoscere la volontà di Dio, la condizione sine qua non è di renderti disponibile, ossia, di fronte ad una scelta da fare, di non voler preferire l’una opzione o l’altra, di abbandonare ogni pregiudizio che impedisca a Dio di farti sapere in quale senso vuole che t’impegni. In una parola, non devi avere alcuna idea in proposito, e devi accettare di entrare nelle vedute di un altro, che sconcertano sempre le tue.

Questa è certo la disposizione fondamentale per operare una scelta secondo Dio. Ma forse tu ti poni una domanda: come fare a renderti disponibile, se non lo sei? Diciamo così: che devi fermarti, guardarti oggettivamente e interpellare il tuo giudizio critico; questi atteggiamenti si vivono sotto lo sguardo dì Dio, nella preghiera, per scoprire le resistenze alla sua volontà.

Può accadere che con una tale preghiera Dio ti mostri chiaramente quello che si aspetta da te, ma non è sua abitudine: egli preferisce parlarti con i segni. Non considerare troppo presto le tue buone intenzioni come volontà di Dio. Un mezzo per scoprire questa volontà è analizzare i vari dati e le componenti della scelta, gli argomenti in un senso o nell’altro, come si usa esaminare prima di ogni decisione. Se fai questo sotto lo sguardo di Dio, vedrai le ragioni pro o contro ordinarsi secondo dei criteri spirituali, per esempio seguire il Cristo nella via delle Beatitudini; oppure vedrai apparire i motivi umani o egoistici, poiché il discernimento spirituale si riferisce anche a criteri oggettivi: la sapienza della Croce e delle Beatitudini enunciata da Cristo nell’Evangelo. Da una parte, le ragioni saranno chiare, forti, certe; dall’altra, senza valore, inconsistenti, torbide o dubbie. Dio non sembra avere risposto direttamente alla tua domanda, ma in realtà l’ha fatto, illuminando e guidando la tua intelligenza o il tuo cuore.

Vi è anche un’altra maniera per scoprire questa volontà: quella d’interrogare la tua affettività profonda. Se sei nella pace duratura, e nella vera gioia, puoi dire che i progetti che accompagnano i tuoi sentimenti interiori sono volontà di Dio perché lo Spirito Santo agisce sempre nella gioia, nella pace e nella dolcezza. Se, al contrario, sei nella tristezza, nello scoraggiamento e nell’irrequietezza, puoi supporre che il progetto concepito è probabilmente ispirato dalla carne o dallo spirito del male.

In questo campo, ciò che sembra essenziale è la durata e la qualità del desiderio. Non puoi avere nessuna certezza se ti affidi al sentimento di un solo istante. Al contrario, se durante un periodo più o meno lungo, una determinata decisione è sempre accompagnata dalla gioia e il suo contrario dalla tristezza, vi è ragione di credere che sia Dio a mandarti la consolazione dello Spirito e a suggerirti di compiere l’azione corrispondente. Vi è poi l’atto di libertà che ti fa prendere questa decisione per Gesù Cristo. Molto spesso è dopo questa libera opzione che la pace si stabilisce in te. L’esperienza di consolazione o di desolazione che segue la scelta, confermerà la scelta stessa e ti indicherà chiaramente se sei nella volontà di Dio.

A poco a poco, riuscirai a compiere delle scelte veramente spirituali, interpretando in modo sempre più chiaro i segni di Dio, sia che si tratti di grandi decisioni che impegnano la tua esistenza, o semplicemente delle scelte riguardanti la tua vita quotidiana. D’altronde, questa educazione della tua libertà dovrà proseguire per tutta la vita, e più sarai fedele a rispondere alle sollecitazioni dello Spirito, meglio scoprirai quello che ti viene domandato.

Per concludere questa meditazione, puoi rileggere nel primo libro di Samuele (3,1-21) la chiamata di Dio a Samuele; capirai come Dio parla agli uomini per indicare loro la sua volontà. Samuele vive nel tempio, è al servizio di Eli e lo aiuta nel culto, ma non è ancora in relazione intima con Jahvè, ossia non ha ancora percepito la parola personale e originale che Dio gli rivolge: « Samuele fino allora non aveva ancora conosciuto il Signore, né gli era stata ancora rivelata la parola del Signore » (1 Sam 3,7). Tu rassomigli a Samuele finché non hai percepito la volontà personale di Dio su di te. Come il giovanetto, ciò che devi fare tu lo chiedi al gran sacerdote Eli oppure a leggi scritte.

Ma osserva la pedagogia divina. Jahvè comincia col chiamare tre volte per nome il giovanetto: « Samuele! Samuele! Samuele! ». Si tratta proprio di una chiamata personale, di una volontà precisa che vuol fargli udire. Contempla anche la disponibilità di Samuele, che alla minima chiamata si mette alla ricerca della volontà di Dio. Sei sensibile ai più lievi tocchi dello Spirito, che ti fa segno attraverso avvenimenti apparentemente banali?

Samuele va a trovare il sommo sacerdote; questi non ha per missione di rivelargli la volontà di Dio, non la conosce, ma lo mette semplicemente in contatto con la parola di Dio. Così nella tua vita, tu interroghi il tuo padre spirituale che è in assiduo ascolto della voce di Dio e gli chiedi di aiutarti a metterti in comunicazione con essa. Solo lo Spirito può parlare al tuo cuore, ma la guida spirituale c’è proprio per aiutarti a verificare l’autenticità della sua chiamata.

Samuele è pronto ad ascoltare la voce di Dio, poiché si è stabilito in una profonda disponibilità, e vuole ormai una cosa sola, al di là di qualsiasi preferenza: la volontà di Jahvè. Quando sei chiamato a fare una scelta secondo lo Spirito, ripeti spesso nella preghiera la parola del giovane Samuele: « Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta » (1 Sam 3,9). Allora il Signore ti rivelerà i suoi profondi segreti e, come Samuele, « tu non lascerai andare a vuoto una sola delle sue parole » (1 Sam 3,19). Comincerai allora a diventare l’uomo spirituale – di cui parla san Paolo – che penetra i segreti di Dio perché lo Spirito Santo lo ha pervaso.

Fonte: http://www.ansdt.it/Testi/CulturaMonastica/Lafrance/index.html

 

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GIAPPONESI IN SALSA SPIRITICA

Proprio non capisco: una settimana fa circa viene a trovarmi nella redazione di Tv2000 un giovane professore di antropologia. Nulla di strano se non fosse che viene dal Giappone. Da Kyoto precisamente. Mi dice che sta preparando una ricerca sulle possessioni diaboliche e altre azioni del diavolo in Giappone. Trovo il fatto molto curioso visto il sincretismo religioso che c’ è in quel paese e dove della religione interessa molto poco e lui mi risponde che il vero problema sono i morti. I morti? Sì perché i giapponesi sembrano essere fissati con il culto dei defunti.

Ora il culto degli avi è sempre esistito: già nell’antica Roma si cercava il contatto con i propri cari. Poi è arrivato il cristianesimo e questo contatto primordiale è stato trasformato in “suffragio”, cioè nella possibilità di poter recitare preghiere per alleviare le pene delle anime dei trapassati.

Ma la questione in Giappone cambia del tutto. Sembra che le anime dei trappassati una volta che sono evocati disturbino – e rarissimamente posseggano – i corpi di chi li ha chiamati. Tecnicamente questo è possibile. Ecco perché gli esorcisti lanciano l’allarme contro le sedute spiritiche e contro il channelling (nuova forma di spiritismo introdotta dalla New Age).
In questi mesi – a questo proposito- gira tra gli adolescenti un gioco pericolosissimo a detta dei cacciatori di diavoli.

Circola sui social network, da Facebook a Twitter. Si chiama “Charlie Challenge” e simula una seduta spiritica. Una goliardata che qualche tempo fa è costata il ricovero in ospedale anche ad un quindicenne di Napoli. Il quotidiano Telegraph scrive che il gioco ha origini messicane: bastano due matite e un pezzo di carta e lo scopo è quello di entrare in contatto con uno spirito di nome Charlie. Sul foglio vengono tracciate una linea orizzontale e una verticale e nei quattro quadri si scrivono le parole “Si” o “No”. Il resto lo fa la suggestione o qualcun altro: nei video su YouTube si vedono ragazzi pronunciare una particolare “formula” e chiedere a Charlie, lo spirito, di giocare. Se una matita si muove verso la risposta affermativa si può proseguire e chiedere altro.

Tornando alla fissazione dei giapponesi per i morti mi viene in mente un film visto anni fa. “ The Call”- questo il titolo della pellicola – in cui si narrava appunto di come i defunti disturbassero i vivi chiamandoli al cellulare.

Il mio ospite mi dice che nel Sol levante di esorcisti ce ne sono pochissimi. Forse qualcuno. Quindi se uno ha problemi di natura diabolica va a farsi curare da maestri buddisti, di Yoga o di Reiki.

E mentre penso a tutto questo leggo questa notizia : Il sacerdote ugandese John Bashobora, autoproclamatosi «esorcista» e guaritore, fa quasi il tutto esaurito allo stadio Nazionale di Varsavia durante l’evento «Gesù allo Stadio»: sabato erano presenti 40.000 persone, e diverse altre erano collegate con Radio Varsavia.
Chissà il diavolo quanto se la ride.

Fonte: Il Segno di Giona

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“ODIATI A CAUSA DEL MIO NOME”

Notre Dame ha suonato le campane per i cristiani perseguitati, massacrati e tutte le vittime innocenti. Anche noi, a nostro modo, ci uniamo ai cristiani perseguitati in Egitto e, con loro, nel resto del mondo.

(Matteo 10,16-23) In quel tempo, disse Gesù ai suoi apostoli: «Ecco: io vi mando come pecore in mezzo a lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe. Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe; e sarete condotti davanti a governatori e re per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani. Ma, quando vi consegneranno, non preoccupatevi di come o di che cosa direte, perché vi sarà dato in quell’ora ciò che dovrete dire: infatti non siete voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi. Il fratello farà morire il fratello e il padre il figlio, e i figli si alzeranno ad accusare i genitori e li uccideranno. Sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato. Quando sarete perseguitati in una città, fuggite in un’altra; in verità io vi dico: non avrete finito di percorrere le città d’Israele, prima che venga il Figlio dell’uomo».

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S. TERESA D’AVILA: SOLO DIO BASTA

Gesù cosa diceva a Santa Teresa d’Avila? Che consigli le dava? I dialoghi con la mistica sono ben snocciolati in“Solo Dios basta – La teologia narrativa di Teresa d’Avila” (Ancora edizioni,2015) scritto da Padre Luigi Borriello, teologo e studioso della riformatrice del Carmelo.

IL VIANDANTE MISTERIOSO
In uno dei momenti di maggiore angoscia, Gesù diventa per Teresa una valida spalla consolatrice, una sorta di “viandante misterioso” che ne sostiene le paure. «Mentre, dunque, ero in così grande angoscia […], bastarono queste sole parole per dissiparla e acquietarmi del tutto: “Non aver paura, figlia mia, sono io e non ti abbandonerò, non temere”. Mi sembra, tenuto conto dello stato in cui ero, che sarebbero state necessarie molte ore per indurmi a calmarmi e che nessuno vi sarebbe potuto riuscire. Ed eccomi, grazie a queste sole parole, così tranquilla, piena di forza, di coraggio, di sicurezza, di pace e di luce, che in un istante sentii la mia anima trasformata, e credo che avrei potuto sostenere contro tutti che quelle grazie erano opera di Dio. Oh, com’è buono Dio!».

UN TENERO COLLOQUIO
Sono diverse le visioni in cui il colloquio con Gesù è tenero e colmo di gioia. «Oh, Signore, come sono dolci le vostre vie! Ma chi camminerà senza timore? Temo di non riuscire a servirvi: quando mi dispongo a farlo, non trovo cosa che mi soddisfi per pagarvi almeno un po’ di ciò che vi devo. Mi sembra di volermi consacrare tutta al vostro servizio ma, quando considero attentamente la mia miseria, vedo che non posso far nulla di buono, se voi non me ne date la capacità».

COMPAGNO DI STRADA
Cristo non fu, dunque, per Teresa, il Dio lontano, inafferrabile, ineffabile, ma il Dio, evidenzia Padre Borriello, che penetra nella storia, che nasce come un bambino, che cresce, soffre, ama. Era il Dio vicino che si fece compagno di strada nel cammino terreno di Teresa, che partecipò con la sua sensibilità alla sua vita di vagabonda.

“ERA PICCOLO E MOLTO BELLO”
Teresa non racconta mai teorie; descrive e racconta quanto sentito, visto e sperimentato, mossa dalla passione per la verità. Si sentiva abbracciata, baciata da Dio, ne avvertiva la fragranza, ne udiva la voce: «Il Signore […] volle alcune volte favorirmi di questa visione:vedevo vicino a me, dal lato sinistro, un angelo in forma corporea, cosa che non mi accade di vedere se non per caso raro. In questa visione piacque al Signore che lo vedessi così: non era grande, ma piccolo e molto bello, con il volto così acceso da sembrare uno degli angeli molto elevati in gerarchia che pare che brucino tutti in ardore divino».

AVEVA IN MANO UN DARDO D’ORO
Teresa vedeva tra le mani di Gesù «un lungo dardo d’oro, che sulla punta di ferro mi sembrava avesse un po’ di fuoco. Pareva che me lo configgesse a più riprese nel cuore, così profondamente che mi giungeva fino alle viscere, e quando lo estraeva sembrava portarselo via, lasciandomi tutta infiammata di grande amore di Dio».

RISORTO E MAESTOSO
Probabilmente il 25 gennaio 1561, Cristo Gesù le si manifestò in tutta la sua bellezza: «Un giorno che era la festa di san Paolo, mentre stavo a Messa, mi apparve tutta la sacratissima umanità di Cristo, in quell’aspetto sotto il quale lo si suole rappresentare risorto, con quella gran bellezza e maestà di cui ho scritto particolarmente alla signoria vostra quando me ne diede espresso ordine, e mi costò molta pena, perché non è cosa da dirsi senza sentirsi annientare».

“A VOLTE PARLAVA CON SEVERITÀ’”
Per due anni e mezzo il Signore fece questa grazia molto frequentemente. Il Messia risorto le parlava e lei ammirava «quella sua grande bellezza e la dolcezza con cui la sua divina, bellissima bocca pronunciava quelle parole che, a volte, peraltro, erano dette con severità. Molto desiderosa di conoscere il colore dei suoi occhi o la sua statura, per poterlo poi dire, non ci sono riuscita, né i miei sforzi a tal fine servono mai a nulla, anzi, mi tolgono la visione del tutto. Anche se a volte vedo che mi guarda con affettuosa indulgenza, tuttavia il suo sguardo ha tanta forza che l’anima non può sopportarlo ed entra in così alto rapimento da perdere, per goderne in modo più completo, questa meravigliosa vista»

LA VISIONE DI DIO
Tale vita di unione col Cristo ha, altresì, un senso dinamico e umanissimo, secondo le parole che la Santa udì dalla bocca del Signore: «Una volta, mentre godevo della presenza delle tre divine Persone che porto nell’anima, la luce in cui le vedevo era così intensa da non potermi far dubitare che in me si trovasse Dio vivo e vero; mi furono allora fatte intendere cose che adesso non saprei dire, fra le quali come avesse preso carne umana la Persona del Figlio e non le altre. Ripeto che non saprei spiegare nulla di questo.Alcune cose si manifestano all’anima così segretamente che l’intelletto sembra percepirle come una persona addormentata o semisveglia ha l’impressione di udire quel che le si dice».

QUEL GIORNO IN MONASTERO
Un altro incontro d’Amore molto intenso con il Signore si ebbe nel 1572: «Mentre ero nel monastero dell’Incarnazione, il secondo anno del mio priorato, durante l’ottava di san Martino, nel momento in cui stavo per comunicarmi, il padre fra Giovanni della Croce, che mi dava il santissimo Sacramento, divise l’ostia per farne parte a una consorella. Pensai che non lo facesse per mancanza di particole ma per mortificarmi, perché gli avevo detto che mi piacevano molto le ostie grandi, pur sapendo che ciò non ha importanza, dal momento che il Signore è tutto intero anche in un minimo frammento».

“SARAI LA MIA SPOSA”
A quel punto comparve «Sua Maestà» e le disse: Non temere, figlia mia, che alcuno possa esser causa di separarti da me, facendomi così intendere che la cosa era priva d’importanza. Mi apparve allora mediante visione immaginaria, come altre volte, nel più intimo dell’anima, e, porgendomi la mano destra, mi disse: Guarda questo chiodo: è il segno che da oggi in poi sarai mia sposa. Fino a questo momento non l’avevi meritato; d’ora in avanti avrai cura del mio onore, non solo perché sono il tuo Creatore, il tuo Re e il tuo Dio, ma anche perché tu sei la mia vera sposa: il mio onore è ormai il tuo, e il tuo mio. L’effetto di questa grazia fu così grande che non riuscivo a stare in me; rimasi come un’insensata e pregai il Signore o d’ingrandire la mia piccolezza o di non farmi più grazie così eccelse, perché mi sembrava proprio che la mia natura non potesse sopportarle. Passai il resto del giorno profondamente assorta.

Fonte: http://www.lalucedimaria.it/durante-le-visioni-gesu-cosa-diceva-a-santa-teresa-davila/

 

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CARD. BIFFI: L’IMMIGRAZIONE

Intervento dell’arcivescovo di Bologna al Seminario della Fondazione Migrantes, 30 settembre 2000

Premessa

Dovrebbe essere evidente a tutti quanto sia rilevante il tema dell’immigrazione nell’Italia di oggi; ma credo sia altrettanto innegabile l’inadeguata attenzione pastorale e lo scarso realismo con cui finora esso è stato valutato e affrontato. Il fenomeno appare imponente e grave; e i problemi che ne derivano – tanto per la società civile quanto per la comunità cristiana – sono per molti aspetti nuovi, contrassegnati da inedite complicazioni, provvisti di una forte incidenza sulla vita delle nostre popolazioni.

I generici allarmismi senza dubbio non servono, ma nemmeno le banalizzazioni ansiolitiche e le speranzose minimizzazioni. Né si può sensatamente confidare in un rapido esaurirsi dell’emergenza: è improbabile che tutto si risolva quasi autonomamente, senza positivi interventi, e la tensione stia per sciogliersi presto quasi come un temporale estivo, che di solito è di breve durata e non suscita prolungate preoccupazioni.

A una interpellanza della storia come questa si deve dunque rispondere – come, del resto, davanti a tutti gli eventi imprevisti e non eludibili della vicenda umana – senza panico e senza superficialità. Vanno studiate le cause e va accuratamente indagata l’indole multiforme dell’accadimento; ma non si può neanche attardarsi troppo nelle ricerche e nelle analisi, senza mai arrivare a qualche provvedimento mirato e, per quel che è possibile, efficace, perché i turbamenti e le sofferenze derivanti dall’immigrazione sono già in atto.

Un fenomeno che ha sorpreso lo Stato

Dobbiamo riconoscere – e può essere un’attenuante – che siamo stati tutti colti di sorpresa.

E’ stato colto di sorpresa lo Stato, che dà tuttora l’impressione di smarrimento; e pare non abbia ancora recuperata la capacità di gestire razionalmente la situazione, riconducendola entro le regole irrinunciabili e gli ambiti propri dell’ordinata convivenza civile. I provvedimenti, che via via vengono predisposti, sono eterogenei e spesso appaiono contradditori: denunciano la mancanza di una qualche progettualità e, più profondamente, denotano l’assenza di una corretta e disincantata interpretazione di ciò che sta avvenendo. Non vediamo che ci sia una “lettura” abbastanza penetrante dei fatti, tale che sia poi in grado di suggerire, sviluppare e sorreggere un indirizzo coerente e saggio di comportamento.

Ha sorpreso anche la comunità ecclesiale

Sono state colte di sorpresa anche le comunità cristiane, ammirevoli in molti casi nel prodigarsi prontamente ad alleviare disagi e pene, ma sprovviste finora di una visione non astratta, non settoriale e abbastanza concorde, in grado di ispirare valutazioni e intenti operativi che tengano conto di tutte le implicazioni degli avvenimenti e di tutti gli aspetti della questione. Le generiche esaltazioni della solidarietà e del primato della carità evangelica – che in sé e in linea di principio sono legittime e anzi doverose – si dimostrano più generose e ben intenzionate che utili, se rifuggono dal commisurarsi con la complessità del problema e la ruvidezza della realtà effettuale.

Anche nella nostra esplicita consapevolezza di pastori, non si ha l’impressione che il fenomeno dell’immigrazione negli ultimi quindici anni – nel corso dei quali esso si è amplificato e acutizzato – sia stato vivo e pungente a misura della sua oggettiva gravità.

Abbiamo avuto in merito due estesi documenti: nel 1990 la Nota pastorale della Commissione ecclesiale “Giustizia e pace” dal titolo: Uomini di culture diverse: dal conflitto alla solidarietà; e nel 1993 gli Orientamenti pastorali della Commissione ecclesiale per le migrazioni dal titolo: Ero forestiero e mi avete ospitato. Ambedue i testi, molto estesi e analitici, sono più che altro (e doverosamente) tesi a costruire e a diffondere nella cristianità una “cultura dell’accoglienza”. Manca invece un po’ di realismo nel vaglio delle difficoltà e dei problemi; e soprattutto appare insufficiente il risalto dato alla missione evangelizzatrice della Chiesa nei confronti di tutti gli uomini, e quindi anche di coloro che vengono a dimorare da noi.

Gli auspici del pastore

Vorrei adesso dare consistenza al mio cordiale saluto ai partecipanti di questo seminario, esprimendo semplicemente alcuni auspici: nascono dalla riflessione e dal cuore di un vescovo, rivelano più che altro le sue sollecitudini apostoliche e sono formulati nel rispetto di quanti – studiosi, operatori sociali, pubbliche autorità – sono chiamati in causa dalla necessità di dare rapida e sufficiente risposta all’emergenza che qui prende il nostro interesse.

Non dovrebbe essere inutile che agli esami e alle considerazioni di natura politica, economica, antropologica, culturale dei competenti (e prestando ad essi la dovuta attenzione) si aggiunga anche la prospettiva di chi – essendo a tutti gli effetti cittadino italiano e avendo l’originale presunzione di poter esporre anche in quanto tale il proprio parere – si sente soprattutto responsabile del presente e dell’avvenire del gregge di Cristo che gli è stato affidato; e, tra l’altro, non può mai dimenticare l’inquietante domanda che il Signore Gesù ha lasciato senza risposta: “Il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?” (Lc 18,8).

Gli auspici per lo Stato e la società civile

L’auspicio sostanziale che crediamo di dover formulare per lo Stato e la società civile, è che si chiariscano e siano comunemente accolte alcune persuasioni previe, sicché ci si accosti al fenomeno dell’immigrazione provvisti di una “cultura” plausibile largamente condivisa.

E’ incontestabile, per esempio, il principio che a ogni popolo debbano essere riconosciuti gli spazi, i mezzi, le condizioni che gli consentano non solo di sopravvivere ma anche di esistere e svilupparsi secondo quanto è richiesto dalla dignità umana. Gli organismi internazionali sono sollecitati a farsi carico delle iniziative atte a conseguire questa mèta e non possono perdere di vista questo necessario ideale di giustizia distributiva generale; e tutto ciò vale – in modo proporzionato e secondo le reali possibilità – anche per i singoli stati.

Ma non se ne può dedurre – se si vuol essere davvero “laici” oltre tutti gli imperativi ideologici – che una nazione non abbia il diritto di gestire e regolare l’afflusso di gente che vuol entrare a ogni costo. Tanto meno se ne può dedurre che abbia il dovere di aprire indiscriminatamente le proprie frontiere.

Bisogna piuttosto dire che ogni auspicabile progetto di pacifico inserimento suppone ed esige che gli accessi siano vigilati e regolamentati. E’ tra l’altro davanti agli occhi di tutti che gli ingressi arbitrari – quando hanno fama di essere abbastanza agevolmente effettuabili – determinano fatalmente da un lato il dilatarsi incontrollato della miseria e della disperazione (e spesso pericolose insorgenze di intolleranza e di rifiuto assoluto), dall’altro il prosperare di un’industria criminale di sfruttamento di chi aspira a varcare clandestinamente i confini.

Progetti realistici complessivi

Ciò che dobbiamo augurare al nostro Stato e alla società italiana è che si arrivi presto a un serio dominio della situazione, in modo che il massiccio arrivo di stranieri nel nostro paese sia disciplinato e guidato secondo progetti concreti e realistici di inserimento che mirino al vero bene di tutti, sia dei nuovi arrivati sia delle nostre popolazioni.

Tali progetti dovrebbero contemplare tanto la possibilità di un lavoro regolarmente remunerato quanto la disponibilità di alloggi dignitosi non gratuiti: per questa strada si potrà arrivare a un sicuro innesto entro il nostro organismo sociale, senza discriminazioni e senza privilegi.

Chi viene da noi deve sapere subito che gli sarà richiesto, come necessaria contropartita dell’ospitalità, il rispetto di tutte le norme di convivenza che sono in vigore da noi, comprese quelle fiscali. Diversamente non si farebbe che suscitare e favorire perniciose crisi di rigetto, ciechi atteggiamenti di xenofobia e l’insorgere di deplorevoli intolleranze razziali.

Criteri attuativi

La pratica attuazione di questi progetti obbedirà necessariamente a criteri che saranno anche economici: l’Italia ha bisogno di forze lavorative che non riesce più a trovare nell’ambito della sua popolazione.

A questo proposito, dovrebbero essere tutti ormai persuasi di quanto sia stata insipiente la linea perseguita negli ultimi quarant’anni, con l’ossessivo terrorismo culturale antidemografico e con l’assenza di ogni correttivo legislativo e politico che ponesse qualche rimedio all’egoistica e stolta denatalità, da molto tempo ai vertici delle statistiche mondiali. Tutto questo nonostante l’esempio contrario delle nazioni d’Europa più accorte, più lungimiranti, più civili, che non hanno esitato a prendere in questo campo intelligenti e realistici provvedimenti.

La salvaguardia dell’identità nazionale

Ma i criteri di cui si parla non potranno essere soltanto economici e previdenziali.

Una consistente immissione di stranieri nella nostra penisola è accettabile e può riuscire anche benefica, purché ci si preoccupi seriamente di salvaguardare la fisionomia propria della nazione. L’Italia non è una landa deserta o semidisabitata, senza storia, senza tradizioni vive e vitali, senza una inconfondibile fisionomia culturale e spirituale, da popolare indiscriminatamente, come se non ci fosse un patrimonio tipico di umanesimo e di civiltà che non deve andare perduto.

Sotto questo profilo, uno Stato davvero “laico” – che cioè abbia di mira non il trionfo di qualche ideologia, ma il vero bene degli uomini e delle donne sui quali esercita la sua attività di amministrazione e di governo, e voglia loro preparare con accortezza un desiderabile futuro – dovrebbe avere tra le sue preoccupazioni primarie quella di favorire la pacifica integrazione delle genti (come si è già storicamente verificato nell’incontro tra le popolazioni latine e quelle germaniche sopravvenute) o quanto meno una coesistenza non conflittuale; una compresenza e una coesistenza che comunque non conducano a disperdere la nostra ricchezza ideale o a snaturare la nostra specifica identità.

Bisogna perciò concretamente operare perché coloro che intendono stabilirsi da noi in modo definitivo “si inculturino” nella realtà spirituale, morale, giuridica del nostro paese, e vengano posti in condizione di conoscere al meglio le tradizioni letterarie, estetiche, religiose della peculiare umanità della quale sono venuti a far parte.

A questo fine, le concrete condizioni di partenza degli immigrati non sono ugualmente propizie; e le autorità non dovrebbero trascurare questo dato della questione.

In una prospettiva realistica, andrebbero preferite (a parità di condizioni, soprattutto per quel che si riferisce all’onestà delle intenzioni e al corretto comportamento) le popolazioni cattoliche o almeno cristiane, alle quali l’inserimento risulta enormemente agevolato (per esempio i latino-americani, i filippini, gli eritrei, i provenienti da molti paesi dell’Est Europa, eccetera); poi gli asiatici (come i cinesi e i coreani), che hanno dimostrato di sapersi integrare con buona facilità, pur conservando i tratti distintivi della loro cultura. Questa linea di condotta – essendo “laicamente” motivata – non dovrebbe lasciarsi condizionare o disanimare nemmeno dalle possibili critiche sollevate dall’ambiente ecclesiastico o dalle organizzazioni cattoliche.

Come si vede, si propone qui semplicemente il “criterio dell’inserimento più agevole e meno costoso”: un criterio totalmente ed esplicitamente “laico”, a proposito del quale evocare gli spettri del razzismo, della xenofobìa, della discriminazione religiosa, dell’ingerenza clericale e perfino della violazione della Costituzione, sarebbe un malinteso davvero mirabile e singolare; il quale, se effettivamente si verificasse, ci insinuerebbe qualche dubbio sulla perspicacia degli opinionisti e dei politici italiani.

Il caso dei musulmani

Se non si vuol eludere o censurare tale realistica attenzione, è evidente che il caso dei musulmani vada trattato a parte. Ed è sperabile che i responsabili della cosa pubblica non temano di affrontarlo a occhi aperti e senza illusioni.

Gli islamici – nella stragrande maggioranza e con qualche eccezione – vengono da noi risoluti a restare estranei alla nostra “umanità”, individuale e associata, in ciò che ha di più essenziale, di più prezioso, di più “laicamente” irrinunciabile: più o meno dichiaratamente, essi vengono a noi ben decisi a rimanere sostanzialmente “diversi”, in attesa di farci diventare tutti sostanzialmente come loro.

Hanno una forma di alimentazione diversa (e fin qui poco male), un diverso giorno festivo, un diritto di famiglia incompatibile col nostro, una concezione della donna lontanissima dalla nostra (fino a praticare la poligamia). Soprattutto hanno una visione rigorosamente integralista della vita pubblica, sicché la perfetta immedesimazione tra religione e politica fa parte della loro fede indubitabile e irrinunciabile, anche se aspettano prudentemente a farla valere di diventare preponderanti. Non sono dunque gli uomini di Chiesa, ma gli stati occidentali moderni a dover far bene i loro conti a questo riguardo.

Va anzi detto qualcosa di più: se il nostro Stato crede sul serio nell’importanza delle libertà civili (tra cui quella religiosa) e nei princìpi democratici, dovrebbe adoperarsi perché essi siano sempre più diffusi, accolti e praticati a tutte le latitudini. Un piccolo strumento per raggiungere questo scopo è quello della richiesta che venga data una “reciprocità” non puramente verbale da parte degli stati di origine degli immigrati.

Scrive a questo proposito la Nota Cei del 1993: ‘In diversi paesi islamici è quasi impossibile aderire e praticare liberamente il cristianesimo. Non esistono luoghi di culto, non sono consentite manifestazioni religiose fuori dell’islam, né organizzazioni ecclesiali per quanto minime. Si pone così il difficile problema della reciprocità. E’ questo un problema che non interessa solo la Chiesa, ma anche la società civile e politica, il mondo della cultura e delle stesse relazioni internazionali. Da parte sua il papa è instancabile nel chiedere a tutti il rispetto del diritto fondamentale della libertà religiosa’ (n. 34). Ma – diciamo noi – chiedere serve a poco, anche se il papa non può fare di più.

Per quanto possa apparire estraneo alla nostra mentalità e persino paradossale, il solo modo efficace e non velleitario di promuovere il “principio di reciprocità” da parte di uno Stato davvero “laico” e davvero interessato alla diffusione delle libertà umane, sarebbe quello di consentire in Italia per i musulmani, sul piano delle istituzioni da autorizzare, solo ciò che nei paesi musulmani è effettivamente consentito per gli altri.

Cattolicesimo “religione nazionale storica”

Quanto ai rapporti da intrattenere con le diverse religioni, che sono presenti tra noi in conseguenza dell’immigrazione, sarà bene che nessuno ignori o dimentichi che il cattolicesimo – che indiscutibilmente non è più la “religione ufficiale dello Stato” – rimane nondimeno la “religione storica” della nazione italiana, la fonte precipua della sua identità, l’ispirazione determinante delle nostre più vere grandezze.

Sicché è del tutto incongruo assimilarlo socialmente alle altre forme religiose o culturali, alle quali dovrà essere assicurata piena e autentica libertà di esistere e di operare, senza però che questo comporti un livellamento innaturale o addirittura un annichilimento dei più alti valori della nostra civiltà.

Va anche detto che è una singolare visione della democrazia il far coincidere il rispetto degli individui e delle minoranze con il non rispetto della maggioranza e l’eliminazione di ciò che è acquisito e tradizionale in una comunità umana. Dobbiamo qui segnalare purtroppo casi sempre più numerosi di questa, che è una “intolleranza sostanziale”, per esempio quando nelle scuole si aboliscono i segni e gli usi cattolici per la presenza di alcuni di altre fedi.

Alle comunità ecclesiali

Che cosa diremo di illuminante e di pratico alle comunità cristiane, che di questi tempi sono per la verità afflitte da poca chiarezza di idee e da molte incertezze comportamentali?

In primo luogo, deve essere manifesto a tutti che non è per sé compito della Chiesa come tale risolvere ogni problema sociale che la storia di volta in volta ci presenta. Le nostre comunità e i nostri fedeli non devono perciò nutrire complessi di colpa a causa delle emergenze anche imperiose che essi con le loro forze non riescono ad appianare. Sarebbe un implicito, ma comunque intollerabile e grave “integralismo” il credere che le aggregazioni ecclesiali e i cattolici possano essere responsabilizzati di tutto.

Qualche volta i malintesi sono involontariamente propiziati dalle pubbliche autorità che, quando non sanno che pesci pigliare, fanno appello alle nostre supplenze e fatalmente ci coinvolgono (dando in tal modo implicito riconoscimento che le organizzazioni ecclesiali sono tra quelle che in Italia riescono ancora a funzionare).

L’annuncio del Vangelo e l’osservanza della carità

Compito primario e indiscutibile delle comunità ecclesiali è l’annuncio del Vangelo e l’osservanza del comando dell’amore. Di fronte a un uomo in difficoltà – quale che sia la sua razza, la sua cultura, la sua religione, la legalità della sua presenza – i discepoli di Gesù hanno il dovere di amarlo operosamente e di aiutarlo a misura delle loro concrete possibilità.

Il Signore ci chiederà conto della genuinità e dell’ampiezza della nostra carità e ci domanderà se abbiamo fatto tutto il possibile. Su questo però – sarà bene che nessuno se lo dimentichi – noi siamo tenuti a rispondere non ad altri, ma solo al Signore.

Non surrogabilità dell’evangelizzazione

Dovere statutario della Chiesa Cattolica e compito di ogni battezzato è di far conoscere esplicitamente Gesù di Nazaret, il Figlio di Dio morto per noi e risorto, oggi vivo e Signore dell’universo, unico Salvatore di tutti.

Tale missione può essere coadiuvata ma non surrogata dall’attività assistenziale che riusciremo a offrire ai nostri fratelli. Suppone la nostra attitudine al dialogo sincero, aperto, rispettoso con tutti, ma non può risolversi nel solo dialogo. E’ favorita dalla conoscenza oggettiva delle posizioni altrui, ma si avvera soltanto nella conoscenza di Cristo cui noi riusciamo a portare i nostri fratelli, che sventuratamente ancora non ne sono gratificati.

Inoltre l’azione evangelizzatrice è di sua natura universale e non tollera deliberate esclusioni di destinatari. Il Signore non ci ha detto: “Predicate il Vangelo ad ogni creatura, tranne i musulmani, gli ebrei e il Dalai Lama” (cf Mc 16,15). Chi ci contestasse la legittimità o anche solo l’opportunità di questo annuncio illimitato e inderogabile, peccherebbe di intolleranza nei nostri confronti: ci proibirebbe infatti di essere quello che siamo, vale a dire “cristiani”; cioè obbedienti alla chiara ed esplicita volontà di Cristo.

E’ molto importante che tutti i cattolici si rendano conto di questa loro indeclinabile responsabilità. E per essere buoni evangelizzatori, persuasi dentro di sé e persuasivi nei confronti degli altri, essi devono crescere sempre più nella intelligenza e nella gioiosa ammirazione degli immensi tesori di verità, di sapienza, di consolante speranza che hanno la fortuna di possedere: è una effusione sovrumana, anzi divinizzante di luce, assolutamente inconfrontabile con i pur preziosi barlumi offerti dalle varie religioni e dall’Islam; e noi siamo chiamati a proporla appassionatamente e instancabilmente a tutti i figli di Adamo.

Approccio realisticamente differenziato

Le comunità cristiane – in funzione di un approccio sapiente e realistico al fenomeno dell’immigrazione – non possono non valutare attentamente i singoli e i gruppi, in modo da assumere poi gli atteggiamenti più pertinenti e più opportuni.

Agli immigrati cattolici – quale che sia la loro lingua e il colore della loro pelle – bisogna far sentire nella maniera più efficace che all’interno della Chiesa non ci sono “stranieri”: essi a pieno titolo entrano a far parte della nostra famiglia di credenti, e vanno accolti con schietto spirito di fraternità.

Quando sono presenti in numero rilevante e in aggregazioni omogenee consistenti, andranno sinceramente incoraggiati a conservare la loro tipica tradizione cattolica, che sarà oggetto di affettuosa attenzione da parte di tutti. La compresenza di queste diverse “forme” di vita ecclesiale e di culto autentico costituirà senza dubbio un arricchimento spirituale per lintera cristianità.

Ai cristiani delle antiche Chiese orientali, che non sono ancora nella piena comunione con la Sede di Pietro, esprimeremo simpatia e rispetto. E, in conformità agli eventuali accordi generali e secondo l’opportunità, potremo favorirli anche dell’uso di qualche nostra chiesa per le loro celebrazioni.

Gli appartenenti alle religioni non cristiane vanno amati e, quanto è possibile, aiutati nelle loro necessità. Da alcuni di loro – segnatamente dai musulmani – possiamo tutti imparare la fedeltà ai loro esercizi rituali e ai loro momenti di preghiera, ma non tocca a noi prestare positive collaborazioni alla loro pratica religiosa.

A questo proposito, è utile richiamare quanto è disposto dalla Nota CEI del 1993, già citata: “Le comunità cristiane, per evitare inutili fraintendimenti e confusioni pericolose, non devono mettere a disposizione, per incontri religiosi di fedi non cristiane, chiese, cappelle e locali riservati al culto cattolico, come pure ambienti destinati alle attività parrocchiali” (n. 34).

Come si può capire dalla complessità di questa problematica, non è ammissibile che essa sia affrontata ‘in toto’ dalla “Caritas italiana”, che ha un ben delimitato campo di valutazione e di interesse. Sui temi della evangelizzazione, della identità cristiana del nostro popolo, delle concrete difficoltà pastorali – e dunque sulla questione della immigrazione globalmente intesa – non dovrebbero esserci deleghe a nessun particolare organismo ecclesiale.

Conclusione

In un’intervista di una decina d’anni fa, mi è stato chiesto con molto candore e con invidiabile ottimismo: “Ritiene anche Lei che l’Europa o sarà cristiana o non sarà?”. Mi pare che la mia risposta di allora possa ben servire alla conclusione del mio intervento di oggi.

Io penso – dicevo – che l’Europa o ridiventerà cristiana o diventerà musulmana. Ciò che mi pare senza avvenire è la “cultura del niente”, della libertà senza limiti e senza contenuti, dello scetticismo vantato come conquista intellettuale, che sembra essere l’atteggiamento largamente dominante nei popoli europei, più o meno tutti ricchi di mezzi e poveri di verità. Questa “cultura del niente” (sorretta dall’edonismo e dalla insaziabilità libertaria) non sarà in grado di reggere all’assalto ideologico dell’Islam, che non mancherà: solo la riscoperta dell’avvenimento cristiano come unica salvezza per l’uomo – e quindi solo una decisa risurrezione dell’antica anima dell’Europa – potrà offrire un esito diverso a questo inevitabile confronto.

Purtroppo né i “laici” né i “cattolici” pare si siano finora resi conto del dramma che si sta profilando. I “laici”, osteggiando in tutti i modi la Chiesa, non si accorgono di combattere l’ispiratrice più forte e la difesa più valida della civiltà occidentale e dei suoi valori di razionalità e di libertà: potrebbero accorgersene troppo tardi. I “cattolici”, lasciando sbiadire in se stessi la consapevolezza della verità posseduta e sostituendo all’ansia apostolica il puro e semplice dialogo a ogni costo, inconsciamente preparano (umanamente parlando) la propria estinzione.La speranza è che la gravità della situazione possa a un certo momento portare a un efficace risveglio sia della ragione sia dell’antica fede.

E’ il nostro augurio, il nostro impegno, la nostra preghiera.
Fonte: http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/7283
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CARD. BURKE: GESÙ È SEMPRE LO STESSO

Il cardinale Burke contro la “manipolazione” informativa sul Sinodo. E molto netto sul resto.

Piace poco o nulla al mondo, il cardinale Raymond Leo Burke. E, se possibile, piace ancora meno alla chisignalesa che piace al mondo. D’altra parte, questo americano di sessantasei anni di Richland Center, Wisconsin, ha fatto di tutto per riuscire cattolicamente nell’intento di ustionare le coscienze cristiane troppo inclini alla tiepidezza. Partecipa alle marce per la vita, dice che non va data la comunione ai politici che sostengono leggi abortiste, denuncia il rapido progredire dell’agenda omosessualista, fa sapere a papa Francesco che la difesa dei principi non negoziabili non è una moda sottoposta agli umori dei pontefici, sostiene la messa in rito tradizionale. Recentemente ha firmato il libro collettivo “Permanere nella verità di Cristo. Matrimonio e comunione nella Chiesa cattolica”, scritto in aperta polemica con le misericordiose aperture del cardinale Walter Kasper su famiglia e comunione ai divorziati risposati. Nulla di strano, quindi, se il rimpasto curiale pensato da Bergoglio prevede che, da prefetto della Segnatura Apostolica, ora venga esiliato alla carica di cardinale patrono del Sovrano Ordine di Malta. Ma intanto, al Sinodo sulla famiglia, questo finissimo canonista figlio dell’America rurale ha assunto il ruolo di oppositore, verrebbe da dire di katechon, al cospetto della svolta attribuita, senza smentite, alla mens papale. Come recita l’antica “Bibbia poliglotta” aperta sul leggìo del suo studio alla pagina dell’Ecclesiaste, “Ogni cosa ha il suo tempo (…) c’è un tempo per tacere e un tempo per parlare”.

D. Cosa si vede oltre la cortina mediatica che avvolge il Sinodo?
R. Emerge una tendenza preoccupante perché alcuni sostengono la possibilità di adottare una prassi che si discosta dalla verità della fede. Anche se dovrebbe essere evidente che non si può procedere in questo senso, molti incoraggiano per esempio pericolose aperture sulla questione della comunione concessa ai divorziati risposati. Non vedo come si possa conciliare il concetto irreformabile dell’indissolubilità del matrimonio con la possibilità di ammettere alla comunione chi vive una situazione irregolare. Qui si mette direttamente in discussione ciò che ci ha detto Nostro Signore quando insegnava che chi divorzia da sua moglie e sposa un’altra donna commette adulterio.

D. Secondo i riformatori questo insegnamento è diventato troppo duro.
R. Dimenticano che il Signore assicura l’aiuto della grazia a coloro che sono chiamati a vivere il matrimonio. Questo non significa che non ci saranno difficoltà e sofferenze, ma che ci sarà sempre un aiuto divino per affrontarle ed essere fedeli sino alla fine.

D. Sembra che la sua sia una posizione minoritaria…
R. Qualche giorno fa ho visto una trasmissione in cui il cardinale Kasper ha detto che si sta camminando nella direzione giusta verso le aperture. In poche parole, i 5.700.000 italiani che hanno seguito quella trasmissione, hanno ricavato l’idea che tutto il Sinodo marci su quella linea, che la Chiesa sia sul punto di mutare la sua dottrina sul matrimonio. Ma questo, semplicemente, non è possibile. Molti vescovi intervengono per dire che non si possono ammettere cambiamenti.

D. Però non emerge dal briefing quotidiano della Sala stampa vaticana. Lo ha lamentato anche il cardinale Müller.
R. Io non so come sia concepito il briefing, ma mi pare che qualcosa non funzioni bene se l’informazione viene manipolata in modo da dare rilievo solo a una tesi invece che riportare fedelmente le varie posizioni esposte. Questo mi preoccupa molto perché un numero consistente di vescovi non accetta le idee di apertura, ma pochi lo sanno. Si parla solo della necessità che la chiesa si apra alle istanze del mondo enunciata a febbraio dal cardinale Kasper. In realtà, la sua tesi sui temi della famiglia e su una nuova disciplina per la comunione ai divorziati risposati non è nuova, è già stata discussa trent’anni fa. Poi da febbraio ha ripreso vigore ed è stata colpevolmente lasciata crescere. Ma tutto questo deve finire perché provoca un grave danno per la fede. Vescovi e sacerdoti mi dicono che ora tanti divorziati risposati chiedono di essere ammessi alla comunione poiché lo vuole Papa Francesco. In realtà, prendo atto che, invece, finora non si è espresso sulla questione.

D. Però sembra evidente che il cardinale Kasper e quanti sono sulla sua linea parlino con il sostegno del Papa.
R. Questo sì. Il Papa ha nominato il cardinale Kasper al Sinodo e ha lasciato che il dibattito proseguisse su questi binari. Ma, come ha detto un altro cardinale, il Papa non si è ancora pronunciato. Io sto aspettando un suo pronunciamento, che può essere solo in continuità con l’insegnamento dato dalla Chiesa in tutta la sua storia. Un insegnamento che non è mai mutato perché non può mutare.

D. Alcuni prelati che sostengono la dottrina tradizionale dicono che se il Papa dovesse portare dei cambiamenti li accetterebbero. Non è una contraddizione?
R. Sì, è una contraddizione, perché il Pontefice è il Vicario di Cristo sulla terra e perciò il primo servitore della verità della fede. Conoscendo l’insegnamento di Cristo, non vedo come si possa deviare da quell’insegnamento con una dichiarazione dottrinale o con una prassi pastorale che ignorino la verità.

D. L’accento posto dal Pontefice sulla misericordia come la più importante, se non l’unica, idea guida della Chiesa, non contribuisce sostenere l’illusione che si possa praticare una pastorale sganciata dalla dottrina?
R. Si diffonde l’idea che possa esistere una Chiesa misericordiosa che non rispetta la verità. Ma mi offende nel profondo l’idea che, fino a oggi, i vescovi e i sacerdoti non sarebbero stati misericordiosi. Io sono cresciuto in una zona rurale degli Stati Uniti e ricordo che, quando ero bambino, nella nostra parrocchia c’era una coppia di una fattoria vicina alla nostra che veniva in chiesa a Messa, ma non faceva mai la comunione. Crescendo, chiesi il perché a mio papà e lui, con naturalezza, mi spiegò che vivevano in una condizione irregolare e accettavano di non accedere alla comunione. Il parroco era molto gentile con loro, molto misericordioso e applicava la sua misericordia nell’operare perché la coppia tornasse a una vita consona alla fede cattolica. Senza verità non può esserci vera misericordia. I miei genitori mi hanno sempre insegnato che, se noi amiamo i peccatori, dobbiamo odiare il peccato e dobbiamo fare di tutto per strappare i peccatori dal male nel quale vivono.

D. Nel suo studio c’è una statua del Sacro Cuore, nella sua cappella, sopra l’altare, c’è un’altra immagine del Cuore di Gesù, il suo motto episcopale è “Secundum Cor Tuum”. Allora, un vescovo può tenere unite misericordia e dottrina…
R. Sì, è presso la fonte inesauribile e incessante della verità e della carità, cioè dal glorioso trapassato Cuore di Gesù, che il sacerdote trova la sapienza e la forza di guidare il gregge secondo la verità e in carità. Il Curato di Ars definiva il sacerdote come l’amore dal Sacro Cuore di Gesù. Il sacerdote unito al Sacro Cuore non soccomberà alla tentazione di dire al gregge parole diverse da quelle di Cristo indefettibilmente trasmesseci nella Chiesa, non cadrà nella tentazione di sostituire alle parole della sana dottrina un linguaggio confuso e facilmente erroneo.

D. Ma i riformatori sostengono che la carità, per la chiesa, consista nel rincorrere il mondo.
R. Questo è il cardine dei ragionamenti di chi vuole mutare la dottrina o la disciplina. Mi preoccupa molto. Si dice che i tempi sono tanto cambiati, che non si può più parlare di diritto naturale, dell’indissolubilità del matrimonio… Ma l’uomo non è cambiato, continua a essere come Dio l’ha voluto. Certo, il mondo si è secolarizzato, ma questo è un motivo in più per dire in modo chiaro e forte la verità. E’ nostro dovere, ma per farlo, come ha insegnato San Giovanni Paolo II nell’Evangelium vitae, bisogna chiamare le cose con il loro nome, non possiamo usare un linguaggio quanto meno ambiguo per piacere al mondo.

D. La chiarezza non sembra essere una priorità dei riformatori se, per esempio, non si sentono in contraddizione quando sostengono che i divorziati risposati possono accedere alla comunione a condizione di riconoscere l’indissolubilità del matrimonio.
R. Se uno ribadisce sinceramente l’indissolubilità del matrimonio può solo rettificare lo stato irregolare nel quale si trova o astenersi dalla comunione. Non ci sono vie di mezzo.

D. Neanche quella del cosiddetto “divorzio ortodosso”?
R. La prassi ortodossa dell’economia o del secondo o terzo matrimonio penitenziale è storicamente e attualmente molto complessa. In ogni caso, la chiesa cattolica, che sa di questa prassi da secoli, non l’ha mai adottata, in virtù delle parole del Signore ricordate nel Vangelo secondo San Matteo (19, 9).

D. Non pensa che, se di dovesse concedere questa apertura, ne seguiranno tante altre?
R. Certamente. Ora si dice che questo verrà concesso solo in alcuni casi. Ma chi conosce un po’ gli uomini sa che, quando si cede in un caso, si cede in tutti gli altri. Se verrà ammessa come lecita l’unione tra divorziati risposati, verranno aperte le porte a tutte le unioni che non sono secondo la legge di Dio perché sarà stato eliminato il baluardo concettuale che preserva la buona dottrina e la buona pastorale che ne discende.

D. I riformatori parlano spesso di un Gesù disposto a tollerare il peccato per poter andare incontro agli uomini. Ma era così?
R. Un Gesù simile è un’invenzione che non ha riscontro nei Vangeli. Basti pensare allo scontro con il mondo nel Vangelo di San Giovanni. Gesù è stato il più grande oppositore del suo tempo e lo è anche al tempo di oggi. Penso a quanto disse alla donna sorpresa in flagrante adulterio: “Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più” (Gv 8, 11).

D. Ammettere alla comunione i divorziati risposati mina il sacramento del matrimonio, ma anche quello dell’eucaristia. Non le sembra una deriva che tocca il cuore della chiesa?
R. Nella Prima Lettera ai Corinzi, al capitolo 11, San Paolo insegna che chi riceve l’eucaristia in stato di peccato mangia la propria condanna. Accedere all’eucaristia significa essere in comunione con Cristo, essere conformi a lui. Molti oppongono l’idea che l’eucaristia non è il sacramento dei perfetti, ma questo è un falso argomento. Nessun uomo è perfetto e l’eucaristia è il sacramento di coloro che stanno combattendo per essere perfetti, secondo quando chiede Gesù stesso: di esserlo come il Nostro Padre che è in cielo (Mt 5, 48). Anche chi combatte per raggiungere la perfezione pecca, certo, e se è in stato di peccato mortale non può comunicarsi. Per poterlo fare deve confessare il suo peccato con pentimento e con il proposito di non commetterlo più: questo vale per tutti, compresi i divorziati risposati.

D. Oggi, la partecipazione all’eucaristia non viene quasi più visto come un atto sacramentale, ma come una pratica sociale. Non significa più comunione con Dio, ma accettazione da parte di una comunità. Non sta qui la radice del problema?
R. E’ vero, si sta diffondendo sempre di più questa idea protestante. E non vale solo per i divorziati risposati. Si sente spesso dire che, in momenti particolari come la prima comunione, la cresima dei figli o in occasione dei matrimoni, anche i non cattolici possono essere ammessi all’eucaristia. Ma questo, ancora una volta, è contro la fede, è contro la verità stessa dell’eucaristia.

D. Invece che un dibattito su questi temi, che cosa dovrebbe produrre il Sinodo.
R. Il Sinodo non è un’assemblea democratica dove i vescovi si radunano per cambiare la dottrina cattolica a seconda della maggioranza. Io vorrei che diventasse l’occasione per dare il sostegno dei pastori a tutte le famiglie che intendono vivere al meglio la loro fede e la loro vocazione, per sostenere quegli uomini e quelle donne che, pur tra molte difficoltà, non vogliono staccarsi da ciò che insegna il Vangelo. Questo dovrebbe fare un Sinodo sulla famiglia, invece che perdersi in inutili discussioni su argomenti che non possono essere discussi nel tentativo di cambiare verità che non possono essere cambiate. A mio avviso, sarebbe stato meglio togliere questi temi dal tavolo perché non sono disponibili. Si parli piuttosto di come aiutare i fedeli a vivere la verità del matrimonio. Si parli della formazione dei ragazzi e dei giovani che arrivano al matrimonio senza conoscere gli elementi fondamentali della fede e poi cadono alle prime difficoltà.

D. I riformatori non pensano a quei cattolici che hanno tenuto insieme la loro famiglia anche in situazioni drammatiche rinunciando a rifarsi una vita?
R. Tante persone che hanno fatto questa fatica mi chiedono ora se hanno sbagliato tutto. Chiedono se hanno buttato via la loro vita tra inutili sacrifici. Non è accettabile tutto questo, è un tradimento.

D. Non pensa che la crisi della morale sia legata alla crisi liturgica?
R. Certamente. Nel postconcilio si è verificata una caduta della vita di fede e della disciplina ecclesiale evidenziata specialmente dalla crisi della liturgia. La liturgia è diventata un’attività antropocentrica, ha finito per rispecchiare le idee dell’uomo invece che il diritto di Dio di essere adorato come Lui stesso chiede. Da qui, discende anche nel campo morale l’attenzione quasi esclusiva ai bisogni e ai desideri degli uomini, invece che a quanto il Creatore ha scritto nei cuori delle creature. La lex orandi è sempre legata alla lex credendi. Se l’uomo non prega bene, allora non crede bene e quindi non si comporta bene. Quando vado a celebrare la Messa tradizionale, per esempio, vedo tante belle famiglie giovani, con tanti bambini. Non credo che queste famiglie non abbiano problemi, ma è evidente che hanno più forza per affrontarli. Tutto questo vorrà pur dire qualcosa. La liturgia è l’espressione più perfetta, più completa della nostra vita in Cristo e quando tutto questo diminuisce o viene tradito ogni aspetto della vita dei fedeli viene ferito.

D. Che cosa può dire un pastore al cattolico che si sente smarrito davanti a questi venti di cambiamento?
R. I fedeli devono prendere coraggio perché il Signore non abbandonerà mai la sua Chiesa. Pensiamo come il Signore ha placato il mare in tempesta e le sue parole ai discepoli: “Perché avete paura, gente di poca fede?” (Mt 8, 26). Se questo periodo di confusione sembra mettere a rischio la loro fede, devono solo impegnarsi con più forza in una vita veramente cattolica. Ma mi rendo conto che vivere di questi tempi dà una grande sofferenza.

D. Riesce difficile non pensare a un castigo.
R. Questo lo penso prima di tutto per me stesso. Se io sto soffrendo adesso per la situazione della chiesa, penso che il Signore mi sta dicendo che ho bisogno di una purificazione. E penso anche che, se la sofferenza è così diffusa, ciò significa che c’è una purificazione di cui tutta la Chiesa ha bisogno. Ma ciò non dipende da un Dio che aspetta solo di punirci, dipende dai nostri peccati. Se in qualche modo abbiamo tradito la dottrina, la morale o la liturgia, segue inevitabilmente una sofferenza che ci purifica per riportarci sulla via stretta.

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