I MONACI NON FANNO LOCANDA

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Nel giorno della beatificazione del cardinale Alfredo Ildefonso Schuster, che veniva sancita esattamente vent’anni fa da Giovanni Paolo II, le edizioni dell’Abbazia San Benedetto di Seregno pubblicavano un’antologia di brani tratti dalle principali opere di argomento monastico del famoso vescovo di Milano1. «Forse nessun monaco come lui, diventando vescovo, è rimasto monaco fino in fondo», testimonia Pelagio Visentin2 introducendo la scelta di testi da La «Regula monasteriorum, La vita monastica nel pensiero di san Benedetto e Un pensiero quotidiano sulla Regola di san Benedetto, pubblicati nel decennio 1942-1951 e che cercherò ovviamente di recuperare in qualche modo (in particolare gli otto, diconsi otto, volumi dei Pensieri sulla Regola).

Ci sono almeno tre aspetti che mi hanno colpito di questo che tocca definire «aureo libretto». Anzitutto la dimensione pratica su cui spesso si sofferma il cardinale: la sua preoccupazione, abbaziale e pastorale, è volta alla conduzione delle comunità, al loro resistere o adattarsi alle trasformazioni del mondo circostante, al mutare della consuetudine che deriva dal mutare degli individui. In un costante confronto con le sue esperienze, il vescovo ammonisce ad esempio contro «la soverchia cura economica o edilizia» che fa dimenticare la crescita spirituale per quella degli edifici; oppure contro un’interpretazione scomposta dell’ospitalità: «Si distingua bene tra l’ospite in senso cristiano ed i semplici forestieri, o turisti moderni» in modo che il monastero non si trasformi «in un’azienda alberghiera, o in un centro di sport», e non si parli di conti, «perché i Benedettini offrono bensì ospitalità, ma non fanno mai locanda». La carità fraterna, ancora, è fondamentale, ma è bene che i compiti siano assegnati con precisione, «Quando sono incaricati tutti, fa nessuno», e che i detti incaricati siano preparati: «Avverta poi l’abate che, oggi soprattutto, quando la civiltà è tanto progredita, per i diversi uffici della cittadella monastica si richiede una vera competenza scientifica o tecnica. […] Se un cuoco non conosce bene l’arte sua, finirà col rovinare coi grassi gli stomachi più delicati dei religiosi. Se l’addetto alla cantina è imperito…».

Un piccolo particolare mi ha poi confortato. Qualche tempo fa ho usato il termine «macchina» per riferirmi al complesso di regole e comportamenti che consente il buon funzionamento di un monastero, ed ecco che il cardinale Schuster, mettendo in guardia sul cattivo effetto dei monaci accentratori, che vogliono fare tutto da soli e a modo loro, dice: «In queste circostanze, in un monastero tutto il congegno della macchina conventuale si arresta ed irruginisce: un vero disastro!».

L’antiquato e raro «irruginire» evoca il secondo aspetto, minore, che mi è piaciuto, quello linguistico. L’italiano sempre composto del cardinale è piacevolmente desueto, cosa che non sorprende e che è utile a mantenere ben desta l’attenzione: i superiori che «non di rado vanno a dare il capo» contro un grave ostacolo; i monaci che si limitano a «processionare intorno al chiostro»; il «monachino infermiccio», l’«inconsiderato parlare», l’«antico spirito di onnigena unità», la pericolosità degli «zelotipi, ossia i caratteri gelosi», e così via.

Infine, ben più importante, mi ha colpito quello che definirei lo «spirito di corpo» del vescovo benedettino. Da un lato tale spirito si manifesta in una certa apprensione per i monaci che non fanno più i monaci ma qualcos’altro, ad esempio gli studiosi, che ricordano i «girovaghi» di san Benedetto: «Quanti ne ho veduti di monaci intellettuali, investigatori di codici e palinsesti nelle varie biblioteche ed archivi d’Europa, i quali, col troppo stare fuori dai loro chiostri, hanno finito miserabilmente col perdere la vocazione!» Ma anche i guardiani di opere d’arte, che si ritrovano «anche adesso in quei minuscoli cenobi dove restano due o tre religiosi a custodire l’artistico monumento» e che sono regola a se stessi, come i sarabaiti.

Altrove l’apprensione cede il posto a una mite forma di orgoglio monastico: «Talora i monaci non si rendono esatto conto dell’impressione che la semplice osservanza regolare esercita sui secolari». Anche per questo motivo i monaci non devono inseguire il mondo, i suoi modi, i suoi cambiamenti; non devono scimmiottare i laici per puro spirito di «aggiornamento», devono bensì essere al loro stesso livello per cultura e preparazione, ma non dimentichino mai il  «galateo monastico» né il senso della loro vita, che è mettersi alla scuola del Cristo («Il monastero non è il paradiso, ma il purgatorio»), e tra loro si chiamino col nome di fratello («che vuol far dimenticare quello secolaresco di compagno, o di camerata»). È proprio custodendo la loro forma di vita che i monaci, «senza punto uscire dai loro chiostri, anzi senza neppur conversare cogli uomini, possono esercitare una benefica influenza sul mondo contemporaneo».

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  1. Alfredo Ildefonso Schuster, o.s.b., Sapientia cordis. Il racconto della vita monastica, Abbazia San Benedetto Seregno 1996 (20033); volume 14 della pregevole collana verde degli «Orizzonti monastici».
  2. Don Pelagio Visentin (1917-1997), liturgista e monaco benedettino di Praglia, a lungo preside dell’Istituto di liturgia pastorale (ILP) Santa Giustina di Padova, fu figura di spicco del movimento di rinnovamento liturgico acceso dal Vaticano II.

Fonte: https://monachesimoduepuntozero.com/2016/05/12/i-benedettini-non-fanno-mai-locanda-il-cardinale-ildefonso-schuster-o-s-b/

 

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ATTO DI PENTIMENTO

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trinità nt«Gesù, infinita Misericordia, che perdonasti a Levi e lo vocasti a Te, perdonaci i nostri peccati, perché l’averti offeso è il nostro dolore.

Gesù, infinita Misericordia, che perdonasti alla Maddalena e la unisti alle Donne sante e fedeli, perdonaci i nostri peccati, perché l’averti offeso è il nostro dolore.

Gesù, infinita Misericordia, che perdonasti a Zaccheo e ne facesti un tuo discepolo, perdona i nostri peccati, perché l’averti offeso è il nostro dolore.

Gesù, infinita Misericordia, che perdonasti all’adultera e soltanto le desti il divino comando di non più peccare, perdona i nostri peccati, perché l’averti offeso è il nostro dolore.

Gesù, infinita Misericordia, che perdonasti al ladrone pentito conducendolo teco in Paradiso, perdona i nostri peccati, ché l’averti offeso è il nostro dolore.

Gesù, infinita Misericordia, che perdonasti a Pietro d’averti rinnegato, perdona i nostri peccati di infedeltà, perché l’averti offeso è il nostro dolore.

Gesù, infinita Misericordia, che dall’alto della croce invocasti il perdono del Padre per i tuoi nemici e crocifissori, ottienici il perdono del Padre per averlo offeso tante volte — Te offendendo, Ss. Verbo del Padre — perché di averlo offeso è il nostro dolore.

Gesù, infinita Misericordia, che tanto perdonasti gli Apostoli da ottenere per essi dal Padre lo Spirito Santo da essi offeso non amando Dio sopra ogni cosa – Te, Dio Incarnato, vilmente da loro abbandonato – e il prossimo loro – Te, Amico e Maestro perfetto – ottienici il perdono dello Spirito Santo per le nostre colpe contro il duplice amore, perché di avere offeso l’amore, essenza stessa di Dio, noi ci doliamo.

Perdonaci, Gesù – Tu, Specchio del Padre, Tu, Frutto del divino Amore – di tutte le nostre colpe contro il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, perché l’avere offeso la Triade Ss. è il nostro dolore, e Tu solo ci puoi levare le macchie delle colpe, perché per rendere monde le nostre anime hai versato tutto il tuo Ss. Sangue.
Vogliamo amarti, o Signore!

Soccorri la nostra debolezza. Soccorrici quando cadiamo.
Infondici il tuo amore perché Tu possa vivere in noi, instaurare in noi il Regno di Dio, farci “una cosa sola” con Te, con Te che sei Uno col Padre, e con Lui e lo Spirito Santo formi il Dio Uno e Trino, nostro Principio e nostro Fine, Origine d’ogni nostro bene presente ed eterno.

Vivi Tu solo in noi, vivi col tuo Spirito, con quel tuo Spirito tutto amore che è lo stesso Spirito che dal Padre e da Te procede, e le nostre anime assecondino i tuoi più leggeri impulsi, onde ogni nostra apparente azione non sia che la veste alle tue reali e nascoste azioni in noi. E così avvenga per la completa fusione, anzi più, per il completo annichilimento della creatura per far vivere solo Tu in noi.

Vivere ed agire, movendo, o eterno e santissimo Movente, ogni movimento delle nostre anime, delle nostre menti, dei nostri cuori, e persino della nostra umanità, perché tutto che è nostro si muova e ti serva nell’amore e con amore, o Dio che meriti tutto il nostro amore e ci chiedi di amarti, perché nell’amore è la Legge, e chi giunge ad amarti con tutto se stesso, e ad amare il prossimo suo come si ama, non pecca più ed ha il tuo Regno, in questa e nell’altra vita.

Vivi Tu solo in noi, o Figlio del Padre che col Padre e lo Spirito Santo sei un unico Dio, di modo che il Padre guardando noi, Te suo Diletto veda, e ci ami in Te e per Te nostro Ospite divino, e per stare con Te in noi inabiti.

Vivi Tu solo in noi, o Verbo incarnato, che fosti concepito per opera dell’Amore eterno, e che mai da Lui sei diviso, onde, pregando lo spirito nostro per lodare l’adorabilissima Divinità Una e Trina e per invocarla nelle nostre necessità e dolori, sia ancora la voce dello Spirito Santo che sale al Trono di Dio per dargli lode perfetta e supplica giusta, accettevoli entrambe al Signore.

Non ti chiedo, o Amore Ss., di farmi vivere una mia personale vita nella grazia, ma ti chiedo di vivere Tu, Grazia, in me, perché io viva realmente la vita della Grazia e mi trasformi e supericrei in un vero Cristo.»

M. Valtorta, Quaderni, 26 maggio 1949

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GESU’ SECONDO LA MATEMATICA

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Utilizzando la probabilità statistica nel suo libro Science Speaks, originariamente pubblicato nel 1976 e poi più volte riveduto, lo scienziato statunitense Peter W. Stoner (1888-1980), direttore del Dipartimento di Matematica e di Astronomia del Pasadena City College in California, calcola che il realizzarsi casuale anche di sole otto profezie ammonta a una probabilità di 1 su 100.000.000.000.000.000 ovvero 1 su 10 in potenza 17.

E si spiega con un esempio: se si prende un numero di monete di dollari di argento pari a 10 in potenza 17, con esse si può ricoprire tutta la superficie dello Stato nordamericano del Texas di uno strato spesso due piedi, vale a dire circa 60 centimetri. E quindi lo scienziato osserva: «Ora, segnate una di queste monete e disperdetele per tutto lo Stato. Bendate gli occhi di un uomo e ditegli che può andare lontano quanto vuole, ma che deve trovare il dollaro segnato. Quale possibilità ha di trovarlo? È la stessa probabilità che i profeti avrebbero avuto di vedere compiersi in un uomo le otto profezie da loro scritte, dalla loro epoca fino a oggi, assumendo che le abbiano scritte con la propria saggezza».
Ebbene, la probabilità casuale che un uomo realizzi non 8, ma ben 48 profezie è pari a un numero ancora più enorme, 1 su 10 in potenza 157. Nei Vangeli però Gesù ha realizzato ben 48 profezie, almeno 48 profezie.

La probabilità che dunque Gesù sia stato un semplice uomo i cui gesti siano per caso coincisi con quanto il Messia avrebbe dovuto realizzare a norma di Scritture Sacre è infinitesimale, forse persino meno. A rigore allora di statistica e di matematica, Gesù era Dio.

di Marco Respinti

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VERO, BUONO, BELLO

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“Un essere che sia solo vero, ma non più buono, perde la sua bellezza, perché la bellezza è l’esito dell’Unione di Verità e Bontà” (Corrado Gnerre in “Dove lo sguardo trova quiete“)

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VANGELO AI MUSULMANI

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In primo luogo, preparare il terreno in silenzio, con la bontà, con il contatto, con il buon esempio: stabilire il contatto, farsi conoscere da loro e conoscerli; amarli, dal profondo del cuore, farsi stimare e amare da loro; con ciò, far cadere i pregiudizi, ottenere fiducia, acquistare autorità – e questo richiede tempo –, poi parlare in privato ai meglio disposti, con molta prudenza, a poco a poco, a ognuno in maniera diversa, in modo da dare a ciascuno quello che è capace di ricevere.

I musulmani sono incapaci di discussione. La fede può nascere in loro, con l’aiuto della grazia, soltanto quando ci saremo imposti alla loro ammirazione e alla loro stima, vivendo in mezzo a loro le virtù cristiane.

Prima di parlar loro del dogma cristiano, bisogna parlare di religione naturale, condurli all’amore di Dio, all’atto d’amore perfetto. Quando saranno arrivati a compiere atti d’amore perfetto e a chiedere con tutto il cuore la luce a Dio, saranno vicini alla conversione. Allorché vedranno uomini più virtuosi di loro, più sapienti di loro, che parlano di Dio meglio di loro, e che sono cristiani, allora essi saranno disposti ad ammettere che forse quegli uomini non sono nell’errore, e saranno pronti a chiedere a Dio la luce. (Charles de Foucauld)

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BLONDET: ATEISMO COME DEFICIENZA

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Uno dei troll che mi hanno lordato la casa ha voluto scrivermi un’ultima mail per insultarmi di persona: esibendo al sua superiorità di ateo contro la mia ridicola stupidità e inferiorità di cattolico integralista, difensore di una Chiesa pedofila, eccetera eccetera.

Confesso che – in questo volgere di tempi apocalittici che ormai ci travolgono – sentire uno che dichiara: “Io sono ateo” come fosse una prova di superiorità e libertà, mi fa uno strano effetto. Come si può vantarsi dimancare di una facoltà? Di essere privi di una funzione conoscitiva? E’ come se uno dicesse: guarda, adesso ho perso il senso del tatto, quindi – come vedi – posso afferrare ferri roventi, mettere le mani nelle braci, rovesciarmi addosso pentole bollenti… tutte cose che tu, povero idiota, non puoi fare. Tu non sei libero, io sì.

Ora, quello che costui descrive è il Morbo di Hansen, più comunemente noto come lebbra. La lebbra infatti, come affezione neurologica, fa’ perdere il senso del tatto. E’ per questo che i malati di lebbra nel terzo mondo hanno perduto le dita delle mani; hanno sollevato pentole bollenti e ferri roventi senza sentire dolore. Ma almeno, loro, non si sentono supremamente liberi; si sanno sciagurati e malati.

L’uomo-massa che oggi trionfa è precisamente la forma umana che si vanta di aver perso un supremo organo di conoscenza, quel che Pascal chiamò l”esprit de finesse”, la fine capacità intellettuale di intuire dietro il caso un Ordine, dietro le realtà domestiche una simbologia; di cogliere le più sottili analogie dietro realtà distanti, di presentire un’Intelligenza e un Progetto nel cosmo. No; all’uomo massa hanno detto che il mondo col suo ordine è un puro risultato di “caso e necessità”, tuttavia felicemente (ancorché casualmente) progressista: tant’è vero che dal verme è salito allo scimpanzé e poi al lettore di Repubblica, coronamento ultimo dell’Evoluzione. Sicché l’uomo massa è ben contento di non avere sopra di sé Uno a cui rispondere; si è esercitato per un secolo ad annullare in sé ogni briciola residua di quella facoltà intellettuale troppo fine e impegnativa per lui; adesso ci è riuscito completamente, e vive questo abbassamento come la sua suprema “liberazione”.

Apro una parentesi per ricordare cos’è “L’uomo-massa” per Ortega y Gasset, che l’ha meglio denunciato: non è l’operaio, non è una classe sociale. E’ essenzialmente il tipo d’uomo per cui “vivere significa essere ciò che già è” , senza sforzo di migliorarsi. L’uomo che “vive a suo gusto”, approfittando da sciocco viziato dei beni della civiltà – creata dai suoi antenati – che rendono possibile la facilità della sua esistenza; verso questa civiltà non si ritiene obbligato- almeno alla sua manutenzione; l’uomo massa vive nella civiltà come il selvaggio vive nella natura, nella foresta, come se i jet low cost che gli rendono facili le vacanze all’estero, gli antibiotici che lo guariscono dalla polmonite, i tablet e le auto, fossero prodotti naturali, e non già risultati di duri sforzi, organizzazione complesse e severe discipline sociali elaborate e perfezionate dal passato.

Discipline che lui vede, ormai, come ostacoli alla sua facile e piatta felicità.

Come aveva previsto Ortega y Gasset, l’uomo-massa ha preso oggi il comando del mondo “ di cui sta facendo “un paradiso senza tracce antiche”; naturalmente odia ogni tradizione (1) , se non altro perché gli ricorda una nobiltà superiore a quella a cui abbia mai aspirato. Privatosi della speciale facoltà di cui dicevamo, non solo ha cessato di produrre “arte”: ha prodotto sgorbi cui dà un valore “di mercato”; non contento, sta distruggendo tutte le forme d’arte antica presenti nel mondo (l’ISIS è un modello per ogni uomo-massa, non meno di quanto lo siano i modernisti fra i cardinali  ‘cattolici’) . Ovviamente, insulta chiunque abbia una qualche aspirazione ad una vita un poco più nobile della sua – ricordiamo , “Nobile è chi aspira a un ordine e a una legge” – e lo vuol appiattire al suo livello.

Detto in breve, l’uomo-massa è incapace di mantenere la civiltà. Da quando ha il potere, non fa’ che abbassarla e guastarla. Lui si contenterebbe di “essere quello che già è”; ma il guaio è che l’uomo “lo voglia o no, è un essere obbligato per costituzione a cercare un’istanza superiore” (come disse Ortega, che non era un cattolico). All’uomo si addice dunque il motto della freccia: “O sale o scende”. Non può restare quello che già è. Se si propone questo, scende.

Ha imposto come metodo la privazione della facoltà sottile e raffinata, ha finalmente costruito una società mondiale a sua immagine. Piatta, edonista, volgare, e radicalmente sbagliata. Una società truffaldina alla radice, che ha riportato iniquità che i nostri padri hanno provato per secoli a ridurre; una giustizia sempre più arbitraria in quella che fu la culla del diritto; che ci ha ridotto dal benessere alla miseria, e che adesso sta crollando sotto i nostri occhi, e che probabilmente finirà con una catastrofe di fuoco e di sangue inimmaginabile.

E adesso veniamo all’italiota. All’uomo-massa nella sua versione nostrana. E’ la torma che, di fronte al mio articolo sul “topino”, sulla povera ragazza senza amore né innocenza lasciata morire sulla spiaggia a Messina, ha ululato e vomitato – ormai appartenendo ad una specie subumana che non riesce più a parlare veramente. C’è chi si è sentito offeso, chi urtato da una mia mancanza di delicatezza verso la poveretta: l’uomo massa ha creato una realtà orribile, ma pretende che gliela si edulcori col sentimentalismo. L’uomo-massa ha questo atteggiamento davanti alla morte: non se ne deve parlare. Specie la propria morte non deve essere evocata; vige in lui la superstizione che se non se ne parla, la si scongiurerà, o forse – a lui – non toccherà mai. L’evento più certo della vita umana, non deve esser ricordato al nuovo padrone, al bambino grasso e viziato collettivo che ci domina; cosa che fa dubitare se esista vita intelligente sulla Terra.

Ma fra gli ululanti, ci sono stati anche approvatori. Fra questi cito un medico, chirurgo plastico, che ringrazio

“Preziosissimo Blondet,

Lei ha fotografato perfettamente la situazione del Nulla che abita le giovani anime. Glielo confermo prendendoLe poco tempo.

Il mio lavoro mi porta quotidianamente a scoperchiare il vuoto che ristagna in questi giovani tegami. E non parlo solo di ragazzine che vogliono le tette da pornostar o le labbra a canotto ( che ovviamente verranno utilizzate con uno scopo ben preciso).

Parlo anche dei giovani novelli aspiranti Rocco Siffredi, che, neanche ventenni e ACCOMPAGNATI DALLA MADRE, vengono in ambulatorio e chiedono di aumentare le dimensioni di un già notevole pene perché “Sa dottore, lo faccio per lavoro”. E te lo dicono guardandoti negli occhi senza vergogna. Colla mamma ( impiegata amministrativa presso una delle nostre Asl) che si accolla volentieri le spese dell’intervento. Altro che selvaggi col telefonino, qui siamo ormai arrivati alla fase finale del dannato per scelta. Il brutto ed il cattivo sono percepiti come il bello ed il buono da queste giovani testoline. Il rovesciamento e’ completo e consolidato.

Tuttavia ho speranza – direi anzi ho la certezza- che i suoi nobili sforzi -come i piccoli nostri -di denunciare crudelmente – a crudo!- questo marciume , e di spronare violentemente – a forza quasi..!- gli ultimi residui di umanità in ascolto verso la Sacra Etica ed Estetica sia essenziale per la Vittoria finale.

Direttore grazie quindi!!! Continui ad ispirarci.

dottor cristiano “

Dunque la realtà, da noi, è ancor più orribile di quanto immaginato. Non ci sono solo le discoteche per dodicenni, le mega-discoteche dove i quindicenni si fulminano con l’ecstasi e il come etilico; abbiamo una mamma, impiegata, classe media, che porta il figlio a farsi ingrossare il pene, “per lavoro”. Quale marcio “rapporto educativo” unisce una simile madre a un simile figlio? Questa società è tarlata, corrotta fin nelle fondamenta. Totalmente privata di risorse spirituali, come affronterà la tempesta che viene?

Note

1) Cito ancora una volta la definizione di Evola: “Il termine “tradizionale” nulla ha da spartire con il termine “conservatore”. Una Società Tradizionale non è tale perché adotta le leggi, i costumi e i precetti morali del passato – il che sarebbe “tradizionalismo”, uno scimmiottamento di ciò che è già superato – bensì perché si rifà al »principio tradizionale«, il quale afferma che all’interno di una collettività che voglia dirsi in linea con l’evoluzione del Cosmo, tutti i cittadini si dedicano alla propria realizzazione interiore, ognuno al suo livello e in accordo con le caratteristiche personali. In una società autenticamente tradizionale l’elevazione spirituale dell’individuo è vissuta come l’unico scopo della vita cosciente di un essere umano. Ogni altra attività – politica, economica, scientifica, educativa, artistica – ruota intorno a tale principio e ne è la manifestazione.”

Fonte: http://www.maurizioblondet.it/lateismo-come-deficienza-mentale/

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PECCATI CONTRO LO SPIRITO SANTO

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1. Impugnare la verità conosciuta è uno dei peccati contro lo Spirito Santo.
Si dicono contro lo Spirito Santo quei peccati che manifestano sistematica opposizione a qualunque influsso della grazia.
Sono particolarmente gravi perché comportano disprezzo e rifiuto di tutti gli aiuti che Dio offre al fine di condurre una persona a salvezza.
Vengono detti contro lo Spirito Santo perché è attribuita allo Spirito Santo l’opera della conversione e della santificazione.

2. Secondo san Tommaso i peccati contro lo Spirito Santo sono tanti quanti sono i modi di disprezzare l’aiuto di Dio per trattenere l’uomo dal peccato (Somma teologica, II-II, 14, 2).
Gli aiuti per trattenere dal peccato provengono da tre fonti: dal giudizio di Dio, dai suoi doni e dal parte del peccato stesso.
Si rifiuta l’aiuto che viene dal timore del giudizio quando si dispera della salvezza oppure si presume di salvarsi senza merito.
Si rifiuta l’aiuto che viene dai suoi doni quando si impugna la verità conosciuta e si prova invidia della grazia altrui.
Si rifiuta l’aiuto che viene dalla considerazione del peccato quando si permane nell’ostinazione nel peccato e in esso si vuole rimanere anche nel momento della morte (impenitenza finale).

3. (Impugnare la verità conosciuta nello specifico).
Questo peccato si oppone direttamente alla fede, perché si rifiuta di aderire a Dio pur avendone segni certi e avendone anche il convincimento interiore.
Per San Tommaso l’impugnazione della verità conosciuta consiste “nell’impugnare (combattere) le verità di fede conosciute, per peccare con maggiore licenza” (Somma teologica, II-II, 14, 2).
Peccato di impugnazione della verità conosciuta potrebbe essere stato il peccato di Erode, il quale fu edotto dai Magi sulla nascita di Gesù come della nascita di un Re dalle origini celesti e fu confermato in questo anche dai sommi sacerdoti e dagli scribi.
Oppure potrebbe essere stato il peccato di qualche eresiarca.
Ma quando si tratta di applicare questo peccato ad una persona in particolare è meglio restare cauti, perché i segreti dei cuori li conosce solo Dio.

4. Questo peccato, come gli altri contro lo Spirito Santo, vengono detti imperdonabili non perché Dio non li voglia o non li possa perdonare, ma perché l’uomo si chiude del tutto a ogni aiuto che Dio gli offre per la salvezza.
Questa è anche l’interpretazione del Catechismo della Chiesa Cattolica: “La misericordia di Dio non conosce limiti, ma chi deliberatamente rifiuta di accoglierla attraverso il pentimento, respinge il perdono dei propri peccati e la salvezza offerta dallo Spirito Santo. Un tale indurimento può portare alla impenitenza finale e alla rovina eterna” (CCC 1864).

Fonte: http://www.amicidomenicani.it/leggi_sacerdote.php?id=1366

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ANNA MARIA TAIGI E IL GAY PRIDE

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PROFEZIA SUI “GAY PRIDE”
Nel ‘700 la Beata Anna Maria Taigi lo aveva profetizzato.In quegli anni era assolutamente impensabile portare la lussuria in processione.Gay pride? Diabolici pride ! Le visioni profetiche sul Gay pride della mistica Beata Anna Maria Taigi
essa scrisse:

” […] dopo questi segni, quando si sarà vicini alla fine, il Drago sarà sciolto e la Divina Madre inviterà alla penitenza e gli uomini senza tener conto dei Celesti moniti andranno per le vie della Eterna Città Santa bagnata dal Sangue dei Principi(Apostoli), portando la Lussuria in processione; e il Padre della Menzogna sarà a loro capo. Sacrilegi compiranno contro i tempi del Santo Spirito e contro la Religione: gli uomini si vestiranno da donne e le donne si vestiranno da uomini, la Voce del Santo Vicario non sarà ascoltata e l’ Alma Sua figura sara fatta oggetto di scherno e risa, allora il Drago che già ha preso possesso del suo regno istillerà lumi alle menti degli a lui soggetti per diffondere l’alito pestilento della Lussuria ove il Beatissimo pose Sede e per diffondere e moltiplicare l’opera sua nefanda di distruzione e perdizione, dovrà allora dalla Cristianità implorarsi la Misericordia di Dio e fare Orazione per la Chiesa Militante domandando aiuto alla Madre Santa e offrendo penitenze e sacrifici […]”.

Anna Maria Taigi aveva visioni di assoluta precisione, non frutto di illusioni o di immaginazione, descriveva esattamente luoghi che non aveva mai visitato, in Italia e altrove, profetizzò con straordinaria precisione un gran numero di avvenimenti, specie riguardanti le sorti della Chiesa, con molti anni di anticipo. Profetizzò il disastro napoleonico in Russia, quando non si aveva ancora idea che Napoleone avrebbe invaso quel paese, profetizzò pure che sarebbe morto a Sant’Elena e ne descrisse esattamente le esequie quando il corso era ancora vivo.

Non si potrebbe dare descrizione più perfetta, pronunciata con due secoli di anticipo, dell’evento anticristico e diabolico noto come Gay Pride!
Preghiamo e facciamo penitenza! Per noi e per questi nostri fratelli e sorelle che non sanno quello che fanno.
Signore Gesù Cristo abbi pietà di noi peccatori e del mondo intero per i meriti della Tua dolorosa Passione… Santissima Vergine, Madre della Purezza vieni in nostro soccorso!! Angeli Santi e Santi tutti del Cielo, Anime Purganti, pregate con noi e per noi!

Fra le sue altre profezie vi è la conquista francese dell’Algeria, la rivoluzione a Parigi nel 1830, la guerra di Crimea, la liberazione degli schiavi nelle Americhe, la caduta di gran parte delle monarchie europee. Predisse il pontificato di Giovanni Mastai Ferretti, il futuro Pio IX, ne indicò la durata esatta, descrisse quello che il futuro Papa avrebbe fatto e le persecuzioni alle quali sarebbe andato incontro: Mastai Ferretti non era neppure ancora cardinale quando Anna Maria Taigi morì, e anche numerose altre profezie di lei si avverarono solo molti anni dopo la morte della veggente. In confessione rivelò al padre Ferdinando dell’Ordine dei Trinitari, nella chiesa di San Crisogono a Roma, che proprio in quel momento il Padre generale di quell’Ordine veniva ucciso insieme ai suoi frati dai francesi che occupavano la Spagna, e descrisse dettagliatamente i maltrattamenti che la soldataglia giacobina e atea stava infliggendo ai martiri. Due mesi dopo lettere dalla Spagna riferirono l’eccidio e confermarono in ogni dettaglio la visione.

MISTICA SUBITO RICONOSCIUTA: LA BEATA ANNA MARIA TAIGI
Anna Maria Riannetti era un’umile ragazza nata a Siena il 29 maggio 1769. Era figlia di un farmacista che fece fallimento e nel 1775 dovette trasferirsi con tutta la famiglia a Roma, dove i suoi genitori lavorarono come domestici. Anna fu mandata in una scuola per fanciulle povere retta dalle Suore Pie Filippine, e a tredici anni dovette a sua volta andare a lavorare, dapprima in alcune fabbriche, e successivamente a servizio. Nel 1790 sposò Domenico Taigi che era servitore presso la potente famiglia Chigi, ed era di carattere molto difficile. I due ebbero sette figli, di cui tre morirono in giovane età. Devota alla Santissima Trinità, Anna Maria condusse una vita veramente cristiana, curando la famiglia e assistendo quelli più poveri di lei.

All’inizio del 1791 e per quarantasette anni, fino alla morte, Anna Maria Taigi iniziò ad avere apparizioni della Madonna e ricevette molti doni miracolosi, fra i quali un sole luminoso che le brillava davanti agli occhi, nel quale — ella riferì — “c’era una figura seduta, di infinita dignità e maestà, la cui testa era rivolta verso il cielo, come nell’immobilità dell’estasi; dalla sua fronte uscivano due raggi luminosi verticali”. La figura umana di Cristo all’interno di un cerchio luminoso corrisponde alla visione dantesca nell’ultimo canto del Paradiso, ed autorizza a pensare che il Sommo Poeta non si sia limitato a un descrizione di fantasia. Come alla grande veggente Anna Maria Taigi, anche a Dante fu assai probabilmente concesso di vedere una concreta realtà spirituale, come del resto egli stesso afferma nella conclusione de La Vita nuova.

C’erano pure, nel “sole” della Taigi, le immagini di una corona di spine e di una croce. Sempre equilibrata e piena di buon senso, la donna accolse questo dono senza gloriarsene e se servì solo per il prossimo. Nel “sole” che sempre l’accompagnava, di notte come di giorno, Maria Taigi vedeva con assoluta precisione i destini delle anime e gli avvenimenti futuri. Vide spesso grandi personaggi della Chiesa, sacerdoti e religiosi, precipitare all’inferno, mentre persone umili e povere, semplici come bambini, ascendevano diritte in paradiso.

A differenza di quanto avverrà più tardi per Maria Valtorta, il clero non la perseguitò con critiche ossessive e diniego della Santa Comunione: fu subito creduta e rispettata, prova evidente del fatto che la gerarchia ecclesiastica, nonostante la convulsa epoca rivoluzionaria, aveva le idee più chiare di oggi.
Anna Maria Taigi fu beatificata il 30 maggio 1920 e il suo corpo, assolutamente incorrotto, si conserva nella basilica di San Crisogono a Roma.

Fonte: http://antimassoneria.altervista.org/nel-1700-anna-maria-taigi-previde-le-processioni-della-lussuria/

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A. LIVI: RAGIONARE PER CREDERE

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Trascrizione dell’intervento di mons. Antonio Livi durante la conferenzaFede o ideologia? La libertà al bivio. Il caso della teologia della liberazione. – Presentazione del libro di Julio Loredo “Teologia della liberazione. Un salvagente di piombo per i poveri”, svoltasi il 15 giugno 2015 presso la chiesa abbazia di Santo Stefano a Genova.

Mons. ANTONIO LIVI

Dopo quello che avete ascoltato dall’avv. Artiglieri, sarà difficile che ascoltiate altre cose, perché ho la gola in riparazione… forse le corde vocali sono già state attaccate dal male… In ogni caso, mi sforzerò di parlare. Volevo dire, a parte lo scherzo, che dopo quello che abbiamo sentito dall’avv. Artiglieri – puntualissimo, giustissimo e ben calibrato – devo aggiungere qualcosa che conferma, non allarga l’orizzonte di quanto abbiamo sentito.

Le prime parole. Siamo in una chiesa: non è un salotto, non è un’assemblea politica; è un posto di preghiera, di riflessione e di maturazione di buoni propositi per la vita. E i buoni propositi che fa un cristiano sono sempre racchiusi in questa parola: apostolato.

Perché noi siamo nella Chiesa, che è la Chiesa degli apostoli, i quali trasmettono fedelmente, infallibilmente, la Dottrina di Gesù. Hanno il carisma dell’infallibilità, ma hanno, soprattutto, l’indefettibilità. La Chiesa è sempre capace di amministrare i sacramenti della Grazia; è sempre di capace di “confezionare” il Corpo e il Sangue del Signore. La Chiesa, dal Battesimo all’Eucarestia, all’Unzione degli infermi, – per investitura divina – ha la capacità di santificare, oltre che di governare e di insegnare.

I tre munera Christi (insegnare, santificare e governare) sono tutti nella persona di Gesù (maestro o profeta, sacerdote e re). Pertanto gli apostoli – non eletti dal popolo, non rappresentati del popolo – sono presenza viva di Cristo nelle generazioni, fino a noi.

Noi pertanto siamo nella Chiesa apostolica e uniti a Cristo – nella Chiesa apostolica – e siamo chiamati all’azione apostolica. Ognuno col suo carisma, ognuno con la sua capacità, ognuno con le possibilità che storicamente la Provvidenza mette a nostra disposizione. Tutti abbiamo una vita apostolica.

Che cosa significa? L’apostolato è appunto fare la nostra parte nella funzione che hanno gli apostoli di trasmettere la Dottrina, di avvicinare alla Grazia dei sacramenti, di testimoniare la carità di Cristo.

Dico questo perché poi dirò che la funzione della Chiesa in rapporto ai problemi socio-politici ed economico-sociali, di cui si occupa maldestramente la teologia della liberazione. Questa funzione della Chiesa di intervenire nella società l’ha sempre fatto, e nell’epoca moderna anche in forma anche dottrinale: i cento anni e passa della Dottrina sociale della Chiesa, dalla Rerum Novarumdi Leone XIII alla Centesimus Annus di Giovanni Paolo II.

La Chiesa ha fatto proprio una teologia ufficiale, una teologia che io chiamo interpretazione autentica del Vangelo, anche per quanto riguarda l’intervento della Chiesa come tale nei problemi economico-sociali.

La Chiesa ha una duplice maniera di fare apostolato. C’è l’apostolato gerarchico e c’è l’apostolato dei laici. Adesso lo sappiamo anche in forma dottrinale molto chiara, dopo il Concilio Vaticano II, dopo l’Apostolicam Acusitatem.

E quando mi rivolgo ai laici, dico loro: “Attenti, a voi non spettano missioni gerarchiche, ma spettano missioni qualificate, qualificatissime, sante, cristiane, come laici.

Quale differenza c’è? C’è una grande differenza.

L’apostolato dei laici si fa a nome proprio, singoli o associazioni, a proprio rischio e pericolo, non in nome della Gerarchia. La Gerarchia, invece, a proprio nome, fa quello che le spetta con iniziative – che si chiamano genericamente “pastorale” – con le norme del diritto canonico, con l’elezione delle persone messe a capo di questa o di quell’altra diocesi. In ogni caso, in un terreno come quello economico-sociale, è chiamata ad agire, la Chiesa conta soprattutto sull’apostolato dei laici, sulla loro personale responsabilità.

Apostolicam acusitatem, in accusativo, per cui in nominativo apostolica acutitas. Che significa: l’iniziativa generosa, persino a volte eroica, nell’apostolato che a loro compete.

E qual è il campo dell’apostolato dei laici? Giovanni Paolo II lo ripeteva mille volte: la famiglia.

Soprattutto la famiglia, cellula fondamentale della società, tutta la società intera: il parlamento, le elezioni, i sindacati, l’attività imprenditoriale, la promozione delle opere di carità e di assistenza, di volontariato, tutto un campo immenso. Il nucleo, però, è la famiglia. Dalla santità della famiglia c’è la possibilità per il resto.

Poi vedremo dalla presentazione del libro del prof. Loredo che la sua attività da laico responsabile e apostolica ha già nella parola stessa del suo movimento la parola “famiglia”.

L’attività del cristiano, attività apostolica, è variegata, multiforme, dal punto di visti delle attività. Ma, variegate e multiforme, anche dal punto di vista della riflessione teorica, della speculazione, della dottrina. In questo senso, l’unità di vita del cristiano, che è sempre apostolica, comprende anche quello che io chiamo – ma non è un’invenzione mia –, apostolato della dottrina.

La parola dottrina – didachè – è tipica proprio dell’epoca apostolica, o sub-apostolica. La Dottrina dei 12 Apostoli è uno dei primi libri patristici che fanno capire come si è svolta la catechesi universale della Chiesa cattolica.

La Dottrina. Dalla Dottrina viene il catechismo, da lì viene la catechesi, da lì viene tutto quello che ha spiegato Paolo VI[1] nella Catechesi Tradendae; quello che ultimamente ha detto papa Francesco nell’Evangelii Gaudium.

La Dottrina è fatta di parole, frasi, ragionamenti che hanno come anima la logica.

Per cui una dottrina illogica non è dottrina. Così come una terapia senza diagnosi, senza obiettivi di guarigione, non è terapia.

La dottrina ha bisogna di logica, in tutti i livelli, da quello più semplice del catechismo dei bambini, all’assoluzione che si dà al moribondo, alla confessione delle persone lontanissime che dopo tanto tempo si riavvicinano alla Chiesa.

Tutto è dottrina, che deve essere logica. Che cos’è la logica?

Qui entra in ballo il motivo per cui io sto qua a parlare di queste cose.

La logica è intrinseca alla nostra santa fede. Non solo alla fede che si propone, si propaga, e si spiega (catechesi e teologia), ma alla fede che si accetta, alla fede che si vive momento per momento.

Ognuno, quando crede – come ha insegnato già a suo tempo Sant’Agostino –, significa che ha pensato quello che Gesù ha detto è vero, va creduto e va vissuto. La fede è pensata, se non è pensata non è fede. Il pensiero è la logica.

La logica è il pensiero che ha come oggetto la Verità.

Ragionando, dopo cinquant’anni, su questi argomenti, sto per pubblicare un libro che riassume tutto questo, detto frammentariamente in tanti libri.

L’essenza del pensiero umano – pertanto della dottrina sia dogmatica e morale della Chiesa, sia la dottrina filosofica, sia quella scientifica, qualunque dottrina, anche quella politica, nei suoi limiti ipotetici – è la Verità.

La formula che uso è logica aletica. Ogni cosa che si pensa deve avere una logica, perché deve puntare alla Verità e riconoscerla nei suoi elementi propri. Non si può pensare che sia vero qualche cosa se non si è convinti che questa verità è fondata. Non si può comunicare la verità a nessuno se non si mostra in maniera comprensibile e partecipata la fondazione aletica di quello che uno dice.

Piano piano mi sto avvicinando a quello che voglio dire.

Voglio dire che io qua, in questo pomeriggio – grazie all’invito dell’avv. Artiglieri e al fatto che vengo accolto da tante persone che conosco e poi l’ausilio tecnologico del dottor Smeraldi che è qui con la telecamera, che ringrazio (tutto volontariato, tutto apostolato) –, sono qui per dire che il rifiuto che dobbiamo opporre alla teologia della liberazione comincia proprio da questo presupposto.

Cerchiamo di vedere che cosa può esserci di vero in questa proposta dottrinale che nasce da ambienti cattolici; i più illustri sono, tra l’altro, un sacerdote peruviano, un altro brasiliano, avendo come capi scuole dei sacerdoti tedeschi, teologi come Johann Baptist Metz. Nell’ambiente cristiano, dove tutti devono essere apostoli, alcuni si presentano dicendo: “Noi siamo apostoli della rivoluzione marxista”. Di fronte a questo, con tranquillità e serenità, uno dice: “Sarà vero?”.

Sarà vero che questa è una proposta non solo fattibile, ma addirittura da seguire? Possiamo essere oggetti del proselitismo dei teologi della liberazione? Chi sono, che autorità hanno, quanto può essere vero quello che dicono? Che cosa stanno dicendo, di che cosa parlano e in nome di che cosa?

Questo si chiama spirito critico che scientificamente è la logica aletica.

La logica aletica significa: in ogni cosa che penso e in ogni cosa che altri mi propongono, vado a vedere in che grado, in che misura, fino a dove può essere vero; indipendentemente dal fatto che possa essere bello, commuovente, entusiasmante, spaventoso, contrario ai miei interessi. Questi sono altri tipi di logica, si chiamano logica estetica, logica pragmatica, ma quello che interessa al pensiero è la Verità. In tutti i campi è così.

Quando, recentemente, un medico illustre di uno dei principali ospedali di Roma mi disse – in maniera molto bella e persuasiva – che invece di cercare di guarire dovevo pensare al giudizio di Dio, a salvarmi l’anima – non era un prete, ma un professore di medicina – la cosa era bella, anche commuovente, ma era falsa, perché io, in quel momento, volevo una diagnosi, una terapia, qualche cosa che rispondesse alla funzione del medico, per di più profumatamente pagato.

In quel momento mi interessava sapere: è vero non è vero che non c’è rimedio e che devo solo affidarmi a Dio? Che poi sia bello affidarsi a Dio me lo può dire anche il mio confessore, lo leggo nel Vangelo, lo capisco da solo, ma non c’entra con quello che in quel momento chiedo nel dialogo.

Ecco, questo è il punto. La logica aletica prevale, per motivi logici, su ogni altro tipo di logica, su ogni altro tipo di considerazioni.

Purtroppo la teologia della liberazione punta sul fatto che, nel mondo contemporaneo, questo criterio di logica aletica non viene assolutamente preso in considerazione. La retorica, che è tipica delle ideologie – come l’avv. Artiglieri ha, giustissimamente, nominato il termine “ideologia”.

Che cos’è l’ideologia, tecnicamente parlando? È una dottrina che non cerca, né si fonda sulla verità; cerca un interesse e si fonda sulla retorica che consenta a questo interesse di apparire come fondato, quando in realtà non è fondato.

Chi ha inventato questo termine, in un certo senso, è stato proprio Marx, “padre” della teologia della liberazione. Il quale diceva: tutta la filosofia di Hegel, tutta la dottrina della Chiesa, tutte sono ideologie al servizio della classe dominante. Non che la classe dominante cerchi la verità o insegni la verità, ma cerca quello che può servire per mantenere il potere. Questa è l’ideologia secondo Marx.

In realtà, anche il marxismo è una pura ideologia. Pubblicai, anni fa, un libro intitolato Il marxismo, ideologia della rivoluzione.

Si tenta di inculcare, nell’opinione pubblica, che quella politica – molto spesso rivoluzionaria, militare, guerrafondaia – è non solo utile, ma necessaria, eticamente necessaria, perché bisogna stare dalla parte del popolo, perché bisogna reagire all’ingiustizia, etc…

E, parlando, si fa leva sul sentimento della morale, che Marx diceva essere semplicemente una sovrastruttura dell’economia. Contraddicendosi – l’ideologia fa così, è piena di contraddizioni – la morale non esiste, però io, per motivi morali, vi dico: entrate insieme a noi in questa azione politica rivoluzionaria.

Questo lo ha appreso molto bene, in Italia, Gramsci, che ha detto: Io sono un intellettuale, di famiglia borghese, ma faccio la scelta di stare con il popolo. Voglio essere un intellettuale organico alla rivoluzione. Chi non lo è, invece, è un intellettuale che tradisce il popolo, che sta dalla parte degli sfruttatori.

Vedete che argomenti sono? Non sono argomenti logici, che richiederebbero un aggancio alla legge naturale, alla realtà sociologica.

E lui diceva: A forza di propaganda riusciremo a cambiare il senso comune degli italiani che attualmente – diceva, negli anni ’30, Antonio Gramsci – è agricolo, pre-industriale e cattolico. Con la propaganda il partito comunista farà la rivoluzione culturale, il popolo italiano sarà adeguato alle esigenze dell’industrialismo e non sarà più cattolico.

Questo lo diceva negli anni ’30. Adesso come siamo? Siamo in una situazione fenomenica dove si può perfettamente dire che ci è riuscito, anche se Mussolini lo mise in carcere, e vi morì per malattia. La realtà è questa, non solo in Italia, ma in tante parti.

Quando il comunismo, il marxismo, vince attraverso la rivoluzione culturale, significa che l’ideologia è fortissima e usa i mezzi tipici dell’ideologia: la persuasione attraverso la retorica.

La retorica significa: fare appello al cuore delle persone, alla suggestione, non con ragionamenti e dati scientifici inoppugnabili, ma attraverso la psicologia della massa, attraverso l’egemonia dei mezzi di comunicazione.

Quando degli sventurati vescovi europei dicono che “i fedeli delle nostre diocesi non accettano più questa morale, non l’accettano più, sono su altre strade”, di cosa stanno parlando? Stanno parlando di una sociologia della cultura, influenzata da un’ideologia anti-cristiana.

Le masse sono così… Poi vai a vedere se uno ha veramente responsabilità pastorale, le singole persone, le singole anime, che si distanziano dalla massa. Il moribondo non è lo stesso di un ragazzo che è riuscito a vincere un trofeo. Un operaio che deriva da una famiglia contadina, con le sue tradizioni, non è la stessa cosa di un’intellettuale pieno di vizi ostentati.

Le singole anime, accostate dalla vera pastorale, non hanno la psicologia della massa, hanno i problemi e le soluzioni della singola anima che in fondo risponde al suo Creatore con la coscienza.

Come, in maniera mirabile, ha scritto Giovanni Paolo II nella Veritatis Splendor, dove dice: “Chi, alla fine, decide tutto è il dettame della coscienza personale”, che a volte non funzione perché uno è stordito dalla droga, dal sesso, dal divertimento, dal bisogno. Però questi sono episodi della vita, prima o poi una persona fa come il figliol prodigo, rientra in se stesso e dice: “Come stanno le cose? Mio padre come mi ha trattato? Come mi tratterà?”.

Detto questo, entriamo nell’argomento.

Che cosa c’entra la filosofia? Mi ha presentato l’Avvocato gentilmente come filosofo, infatti lo sono. Ha detto anche – gli è sfuggito – che ho scritto libri di teologia. Non è esatto. Ho scritto di filosofia, di quel ramo della filosofia che si chiama, appunto, logica aletica, che applicata alle scienze si chiamaepistemologia.

L’epistemologia è uno studio logica del linguaggio, del metodo di una scienza, per vedere che valore ha questa scienza, che limiti, che oggetto, che possibilità, che valore aletico ha.

E facendo questo lavoro, epistematicamente, mi è toccato farlo con spirito cristiano, con spirito apostolico, come sacerdote, sulla teologia. Così come attualmente si presente nel nostro mondo occidentale, in questo secolo che è passato, il ‘900, e adesso.

Epistemologia della teologia. Quando la teologia è vera, pertanto merita attenzione, quando la teologia è falsa, e merita di essere ignorata, o addirittura respinta. La teologia, da un punto di vista logico, è quello che la Chiesa ha sempre voluto che fosse, fin dall’inizi: interpretazione scientifica della fede,scienza della fede.

La fede precede la teologia.

La teologia non è assolutamente indispensabile per la vita personale di ciascuno, per la fede personale di ciascuno. Ma una spiegazione, un’illustrazione, un approfondimento, un’applicazione della fede, da parte di una scienza piena di logica – com’è appunto la teologia – è utilissima alla Chiesa. Per questo tutti i grandi pastori, Dottori della Chiesa dei primi secoli, hanno fatto filosofia per fare teologia. Fino all’arrivo di San Tommaso d’Aquino che, addirittura, ha teorizzato perfettamente il metodo della teologia.

Tommaso d’Aquino è al contempo un Dottore della Chiesa, un mistico e il più grande filosofo della storia della filosofia. Allo stesso tempo e con la stessa finalità, con un’unità di vita assoluta.

Se un giorno avrete la possibilità di prendere il testo del cosiddetto ritmo di S. Tommaso d’Aquino per la festa dell’Eucarestia, del Corpus Domini, Adoro te devote, – è un latino facile da capire – ma tutto pieno di termini metafisici, tutto pieno di una logica stringente. Dove, addirittura, c’è la definizione di che cos’è la fede, c’è la definizione di che cos’è la speranza, c’è la definizione di che cos’è l’amore, c’è la definizione di che cos’è il rapporto, nell’Eucarestia, fra le specie visibile e la sostanza. C’è tutto. C’è tutta la teologia, in termini filosofici, perfettamente comprensibili, perché rigorosamente logici. E, allo stesso tempo, è un canto mistico, commuovente. È commuovente nell’immagine del pellicano che si ferisce per alimentare, col suo sangue, i suoi piccoli. È mistica. Tant’è vero che il Doctor Mellifluus, San Bonaventura[2], quando lesse l’Adoro te devote di San Tommaso d’Aquino – lui aveva scritto un altro inno in concorrenza, era un concorso – disse: “No, no, il mio non vale niente. Quello di San Tommaso d’Aquino, dal punto di vista mistico, mi batte”.

Un domenicano che viene riconosciuto da un francescano! Quando le persone sono intelligenti, riescono pure a fare questi “miracoli”, riescono a superare le barriere di gruppo, di partito, di ordine, etc.

La teologia è una cosa seria. La teologia è una scienza. Se non è scienza, automaticamente diventa o catechesi – se è fatta bene, con rispetto della fede, – o se invece è confusionaria, è ideologia, pura e semplice, che fa solo danno. Perché, ripeto, quello che alla Chiesa interessa è che la scienza, col suo rigore metodologico, aiuti a credere, faccia credere di più e meglio, non che distolga dalla fede, non che metta in dubbio la fede. Altrimenti è un controsenso.

Che apostolato è, per un teologo, distruggere la fede del popolo? È un suicidio, della sua stessa anima, ed è un tentativo di omicidio del popolo che gli è affidato.

Per questo mi rifaccio di nuovo a quello che ha detto perfettamente l’avv. Artiglieri. Violenza e menzogna sono le caratteristiche del male. Ossia del demonio. E questo che lui ha detto, lo ha detto anche pensando che lo ha detto Gesù. Per questo è vero. Non perché lo ha detto l’avv. Artiglieri o lo ripeto io, ma perché lo ha detto Gesù.

Come Gesù ha definito Satana? In due termini che sono proprio questi. Satana è omicida fin dall’inizio. Satana è il padre della menzogna. Vedete? L’omicidio è la violenza. E la menzogna è occultare o dissimulare la verità.

Allora qual è la teologia? In termini tecnici, la vera teologia è interpretazione scientifica della fede. Pertanto non domanda se la cosa va creduta o no. Ma, dando per scontato che va creduta, nei motivi razionali per credere, si scopre tutto un filone di approfondimento scientifico, che riguarda le fonti, le articolazioni, le connessioni, riguarda soprattutto le applicazioni.

Quando invece la teologia – la presunta teologia – ignora la fede, i limiti ben precisi che la fede mette a ciò che l’uomo può comprendere e a come l’uomo può praticarla; soprattutto quando la teologia ignora che la fede è dono di Dio, offerta all’uomo che liberamente rispondere, ai fini della salvezza: “Chi crederà e si farà battezzare si salverà. Chi non crederà sarà dannato”.

Approfitto di ogni conferenza scolastica o chiesa, o conventicolo, per ripetere questa frase di Gesù, che sorprendentemente è la frase più chiara del Vangelo, è proprio l’attività missionaria della Chiesa e l’apostolato, e non viene mai ripetuta, perché la parola “dannare” sembra che sia priva di misericordia e poco elegante. Ma nel Vangelo non c’entra niente l’eleganza o la bellezza formale. È la Verità che entusiasma. Perché il bello di questa frase è il fatto che Gesù ci promette la vita eterna, al prezzo di una cosa così facile che è credere ad una cosa così credibile, com’è il suo Vangelo.

L’essenza della fede è la salvezza personale.

Qui siamo nel cuore di quello che volevo dire. La teologia della liberazione, come la “madre” di essa, che è la teologia politica, parte proprio col piede sbagliato perché fa come oggetto della rivelazione il popolo, la massa, la storia, la classe.

Ogni storicismo, per sua natura, a cominciare da quello hegeliano, abbandona il valore dell’individuo, col suo destino, con la sua libertà, e col motivo per cui Dio lo ha creato e lo assiste con la sua Provvidenza.

Il motivo per cui ci ha creati è quello che Gesù stesso ha detto: Dio vuole che tutti gli uomini, singolarmente – non l’uomo genericamente, non la massa –, siano salvati e giungano alla conoscenza della Verità (cfr. 1Tm 2,4).

Questa è logica aletica del Vangelo.

Dio vuole – lo martello questo, perché è importantissimo lo dice San Paolo nella lettera a Timoteo ed è Sacra Scrittura, è parola di Dio – che tutti gli uomini siano salvati. (Vuole: la sua volontà è il suo piano.) E che giungano alla conoscenza della Verità.

Questo e, nel linguaggio biblico soprattutto, di fonte semitica, è chiaramente un’eliade.

Dio vuole che ciascuno di noi sia salvato attraverso la conoscenza della Verità. Pertanto, la fede è per la salvezza di ogni uomo, che trascende, metafisicamente, i movimenti delle masse e i movimenti della storia.

Una volta a Roma, in Vaticano, in una riunione della CEI, alcuni teologi – entusiasti dello storicismo progressistico – dicevano: L’escatologia cosmica, di cui parla Johan Baptist Metz, sarebbe la realizzazione del paradiso in terra, la società senza classi, la giustizia temporale, etc… questa meta è raggiunta dal popolo in cammino.

Già allora, nelle chiese, per lo meno in Italia, a Roma, continuamente si cantava Il tuo popolo in cammino: sembrava tutto così bello. La storia, la storia…

Io dicevo: Questa parola “storia”, non è teologica. Non c’è nella Sacra Scrittura, non c’è nei Padri. Questa parola “storia” – la storia come soggetto di attività, e la storia come oggetto di interesse di Dio, come oggetto di movimento dello Spirito Santo, è una cosa idealistica.

Cosa c’entra con la nostra fede cattolica, la storia? La storia che ci obbliga ad andare in una certa linea, perché questa è la linea della storia; la storia che ci fa cambiare tutto perché la storia richiede il mutamento. Dov’è questa “storia”?

Quella che conosce la Scrittura è la storia personale di ciascuno, o la storia della salvezza che è un’iniziativa di Dio. L’iniziativa di Dio, appunto, per la salvezza personale.

A me interessa – dicevo (e suscitai tante risate) – la Salvezza, la salvezza mia, la mia storia, l’escatologia personale.

Siccome ridevano tanto, chiesi: Come interpretate voi le parole di San Paolo quando diceva: “Non vedo l’ora d’incontrare Cristo, il giorno di Cristo”? E si riferiva alla sua morte. E poi diceva: “È vicino il momento di terminare la mia corsa. Sono stato fedele, adesso mi attendo il premio che Dio ha preparato per coloro che lo amano, non solo a me, ma anche a tutti gli altri che attendono la sua venuta”. C’è un corso: fidem et babi, cursum consumarium. È la storia sua, di San Paolo. Non parlava nemmeno di tutta la comunità cristiana, non parlava di tutta l’umanità, la storia non c’era lì.

Invece lo storicismo è l’essenza della teologia della liberazione. Dove il soggetto, attivo e passivo, della fede non esiste, secondo la fede. E sarebbe il popolo. “Popolo” poi identificato in una classe sociale, che ha dei diritti e che vuole rivendicare attraverso la lotta, la liberazione.

Per cui, dicevo – teologia della liberazione –, la parola teologia è abusiva. Non è teologia, perché non è interpretazione scientifica della fede.

Pure la parola liberazione è ambigua, usata in maniera ipocrita. Perché Gesù ha detto: “Veritas liberabit vos” (cfr. Gv 10). Ma la “verità” che libera non è quella inventata dai teologi tedeschi del ‘900 con la teologia politica.

La teologia politica è intrinsecamente anticristiana, sia perché è temporalistica, sia poi perché è materialistica, sia perché è sociologica. Tutti termini che stridono, sono in contrasto con l’essenza del cristianesimo.

Il che non toglie, come dicevo all’inizio, che ci sia una dottrina sociale della Chiesa; che ci sia un’azione libera, responsabile, dei cattolici in politica, in economia.

Quando si tratta di una dottrina politica, siamo nel campo dell’opinabile umano. Quando si tratta di dottrine politiche nell’ambito della teologia, si tratta pure di ipotesi, d’interpretazione del Vangelo, che però devono essere in consonanza con l’interpretazione del Vangelo già ufficialmente la Chiesa ha fatto.

Come può essere un’interpretazione del Vangelo autentica quella contrasta con la dottrina sociale della Chiesa? Come può la teologia della liberazione presentarsi ai cattolici come qualcosa di credibile se è in contrasto con la dottrina sociale della Chiesa?

La Chiesa ha ufficialmente smentito la legittimità della teologia della liberazione con quei famosi documenti firmati dal cardinale Ratzinger e approvati da Giovanni Paolo II, anzi direttamente ispirati da lui, per dire come realmente sono le cose.

Né teologia, né liberazione.

Perché la liberazione di cui parla Gesù è chiaramente la liberazione dal pericolo di perdere il fine per il quale Dio ci ha creati, cioè il pericolo di perdere l’anima.

Come si diceva tranquillamente prima, adesso è una cosa che fa un po’ sorridere quelli che hanno una mentalità modernistica.

Il bene delle anime e il bene della propria anima sono termini desueti. Ma io non ne faccio a meno perché ho vissuto sempre così e mi sembrano, da un punto di vista logico, così semplici e chiari.

Dio ci ha creati perché liberamente possiamo corrispondere alla sua Grazia ed avere il premio eterno: la felicità eterna.

Certamente portando con noi quanti possiamo. Certamente testimoniando la nostra fede, il nostro amore, attraverso anche la solidarietà con tutti gli altri.

Però è sempre il soggetto individuo che, attraverso la Chiesa, è in dialogo col soggetto Dio, che ci ha creati, ci ha redenti, con la sua Provvidenza ci conduce per le strade del mondo, in certi momenti da soli, in certi momenti in compagnia, per questo fine ultimo che è la salvezza della mia anima. È il buon frutto da ricavare dal sacrificio di Cristo, attraverso il sacrificio eucaristico.

Che cosa posso aggiungere a tutto questo? Posso aggiungere che, da un punto di vista scientifico, l’analisi linguistica della teologia della liberazione fa vedere che si tratta proprio di ideologia.

Proprio perché gli argomenti di una scienza sono argomenti logici che possono ottenere la persuasione, non la suggestione.

Ogni scienza, anche quando rimane nell’ipotetico, propone ipotesi accettabili.

Gli scienziati – ho un amico fisico di Firenze che si chiama Tito Arecchi, il quale dice: Noi parliamo ormai da tanto tempo della realtà fisica sull’atomica, ma sono tutte ipotesi, sono modelli; i protoni, i neutroni non si vedono, sono calcoli matematici che facciamo su certi eventi su certi eventi visibili attraverso il microscopio elettronico.

Però questi modelli, finché non sono smentiti, valgono. Anche le teorie fisiche più accreditate scientificamente sono opinabili – il Papa lo ha detto, – sono tutte falsificabili in una certa misura. Però, nella misura in cui sono accettate, sono accettate perché persuasive, attraverso argomenti logici, attraverso induzioni e deduzioni.

Nella teologia della liberazione non c’è nulla di questo. Sono tutte cose fantasiose, sono estrapolazioni: da un dato viene fuori tutto. Soprattutto perché ogni dottrina socio-politica che basa su una sociometria che è, per sua natura, la scienza più inesatta e più approssimativa che si possa immaginare.

Il linguaggio della teologia della liberazione è un linguaggio retorico, che fa appello al cuore, al senso di responsabilità, al senso della giustizia. Questo quanto al linguaggio, ma il contenuto è materialistico.

Anche l’interpretazione che, per 50 anni, è stata fatta della scelta preferenziale dei poveri, da parte di Cristo e della Chiesa, è un’interpretazione sistematicamente falsa. Perché nella Sacra Scrittura, Antico e Nuovo Testamento, i poveri non sono identificati con una classe sociale materiale economica.

Io, questo, lo so per certo perché ho dedicato tre anni allo studio del termine “povero” nella Sacra Scrittura. Lo so per certo! Ci sono mille considerazioni da fare, ma nessuna che coincide che è stata adottata per scopi retorici dalla teologia della liberazione.

Molto spesso i poveri sono considerati, nella S. Scrittura, i più disgraziati dal punto di vista della salvezza della loro anima, i più ingannati dal demonio, i più sedotti dalla carne, dal mondo, i più lontani dalla Grazia di Dio, i più immersi nell’ignoranza. Questi sono i poveri.

E poi basta vedere il comportamento di Gesù.

Mi piace tanto perché la figura di quelle tre persone, che sono i tre fratelli Lazzaro, Marta e Maria, che erano evidentemente ricchi – una famiglia ricca, che sono gli amici di Gesù, al di fuori della cerchia degli Apostoli – a cui Gesù voleva molto bene, ma proprio molto bene. Quindi amici particolari. Amici che Gesù amava. Nell’umanità di Cristo questo è fantastico. Così come, fra gli apostoli, prediligeva Giovanni. Nel Cuore di Gesù c’è questa amicizia. Ed erano ricchi. E piange non per la loro povertà – perché non c’era – ma perché c’è una malattia, perché vede Maria commossa per la morte del fratello.

E Nicodemo? E quell’amico sconosciuto che prepara la Pasqua per Lui? Una grande sala con tappetti, una cosa di lusso, extra-lusso, un albergo di 5 stelle.

Insomma, il comportamento di Gesù non ha nessuna connotazione di preferenza per chi soffre per motivi economici a dispetto di chi soffre per motivi spirituali, per motivi familiari o per motivi di altro genere.

Quando Gesù dice: “Mi commuovo, soffro per questa gente perché sono come pecore senza pastore”. Ecco i poveri per cui si commuove Gesù. Ecco la scelta preferenziale.

Adesso, se Gesù getta uno sguardo a questa nostra città di Genova, a tutta l’Italia, a tutto il mondo, geme allo stesso modo: tante pecore senza pastore. Povere pecore perché non hanno pastore. Perché non hanno chi insegna la buona dottrina e naturalmente questo vuoto viene riempito dalle cattive dottrine.

Per cui, da un punto di vista filosofico, logico, il motivo più che sufficiente per rifiutare al teologia della liberazione – anzitutto non è teologia, come scienza, pertanto non ha nessun argomento valido per essere condivisa – è che utilizza, in maniera sporca, come si dice in Italia, la retorica. Fa leva su sentimenti buoni, di chi ha la fede, grazie a Dio. E poi questa fede viene applicata in maniera contraria alla logica stessa della fede.

Termino dicendo che chi si presenta come teologo, si presenta come pastore; ma non è un buon pastore, in molti casi. È un cattivo pastore. Si presenta come profeta, ma è un falso profeta.

La Chiesa attuale pullula di falsi profeti e di cattivi pastori. E a Gesù non resta che ricordare quello che ha detto nel Vangelo: Attenti ai falsi profeti. Attenti! Ragionate, usate la logica. La logica della deduzione. Perché non si raccoglie un frutto buono da un albero cattivo. Pertanto, guardate, esaminate criticamente le loro opere, che cosa fanno.

Per esempio, l’ipocrisia è un’opera. La retorica è un’altra opera. Sono opere cattive.

Quando mai la Chiesa ha evangelizzato con motivi subdoli, con retorica? Anzi, San Paolo dice: Se non vi piace questo, e perché non lo volete accettare, ma io vi dico cose anche spiacevoli, ma sono la verità.

Anche questo appello allo spirito critico, è un appello alla logica, all’intelligenza, che premia sul cuore.

Perché io posso avere un’enorme simpatia – e ce l’ho – per il popolo sudamericano, in particolare per i peruviani. E ho molto rispetto per tutti sacerdoti, miei confratelli.

E quando il fondatore in America Latina della teologia della liberazione, Gustavo Gutiérrez, mi dice certe cose, non lo guardo né con odio, né con antipatia, né con prevenzione, ma gli dico: “Ma, fratello mio, che stai dicendo? Bisogna intenderci, facciamo insieme apostolato. Se c’è qualcosa di cui hanno bisogno i sudamericani peruviani, è di catechesi, non di istigazione alla lotta violenta. Se la vuoi fare, falla a nome di un partito politico – è legittimo essere di sinistra e rivoluzionari (legittimo ipoteticamente) –, ma non in nome di Dio. Non in nome della Chiesa”.

I peruviani, che stanno a Roma, che conosco, che assisto, sono tutti molto buoni; gente molto semplice, con un gran senso della famiglia, dell’onore, dell’onestà, vanno volentieri alla processione del Signor de l’Opinagros (anche a Roma fanno questa processione), ma non vanno mai a Messa. E se ci vanno, lo fanno solo per un matrimonio o per un funerale.

Perché? Perché non hanno, da secoli, catechesi sulla Messa. Alla Messa non ci si va se non si capisce che cos’è.

E per fare una catechesi sul sacrificio eucaristico, ce ne vuole e ce ne vuole! Ce ne vuole – come faceva qui a Genova il card. Siri – ce ne vuole di buona volontà, non di retorica, ma di dottrina e di logica.

È vero o non è vero che Gesù è morto per noi? È vero o non è vero che il sacrificio della Messa applica a noi i meriti? È vero o non è vero che l’Eucarestia è degna di essere adorata?

Questa catechesi è quella di cui c’è bisogno.

Ho detto l’America Latina, il Perù, per fare un esempio, ma tutto il mondo è paese. Le statistiche religiose dicono che sempre meno gente frequenta la Messa, soprattutto giovani.

La colpa è di noi sacerdoti che non abbiamo fatto – e non facciamo – sufficiente catechesi, dottrina. Dottrina, dottrina, dottrina!

Se invece della dottrina sull’Eucarestia, facciamo comizi politici per, come si fa a Roma, soprattutto per la rivoluzione di sinistra – avranno, questi motivi, qualcosa di fondato – ma certamente è un tradimento della missione apostolica. Perché la missione apostolica ha delle priorità in ordine alla finalità stessa del Vangelo.

Concludo con questo. Quando, anche in Italia, certi falsi profeti e cattivi maestri, cattivi pastori, addirittura parlano di cose umane sbagliate, in nome del Vangelo, io mi sento fremere d’indignazione e poi mi freno – freno il fremito –, e cerco di parlare con soavità e rispetto; ma fremo d’indignazione.

Parlare in nome del Vangelo, in nome addirittura dello Spirito con la maiuscola. Non dicono Spirito Santo perché è troppo antiquato. “Lo Spirito guida la Chiesa verso…” quello che vogliono loro.

Ma questa è un’arroganza blasfema!

Lo Spirito ha parlato in Gesù Cristo che lo ha dato alla sua Chiesa e assiste gli Apostoli, quando esercitano la missione divina, carismatica, che hanno.

Ma non è lo Spirito che può essere, a proprio piacimento, invocato per dare una patente di teologia a quella che è pura e semplice ideologia politica. Che riguardi la rivoluzione o l’ecumenismo, o la riforma liturgica, qualunque cosa.

Invocare lo Spirito, quando noi sappiamo che il dogma dell’infallibilità è proprio lo Spirito Santo che impedisce che anche il peggiore dei pastori – peggiore dal punto di vista della sua personale anima, virtù – possa dire qualcosa che non sia perfettamente in linea con la Verità del Vangelo.

Per questo io, qualunque sia la persona del papa, del vescovo, quando parla con il carisma dell’infallibilità, dico: “Questa è Parola di Dio”.

Parola di Dio, Parola del Signore: come diciamo nella Messa.

Quando invece è parola di uomo, non dico niente di nuovo. Perché Gesù ha voluto che fosse stampata nella S. Scrittura questa distinzione logica. È una distinzione logica anche questa.

Quando San Paolo, anche lui indignato, dice: Sono contento che abbiate ricevuto la dottrina che vi ho dato, la mia parola, non come parola di uomo, ma come veramente è, Parola di Dio.

Grazie.

[1] Mons. Livi si confonde. Giovanni Paolo II è l’autore della Catechesi Tradendae.

[2] Mons. Livi si confonde: San Bonaventura è il Doctor Seraphicus. San Bernardo invece è il Doctor Mellifluus.

Fonte: http://www.cooperatoresveritatis.net/it/ragionare-per-credere

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A. LIVI: VERA E FALSA TEOLOGIA

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Quella che qui presentiamo è una proposta di lettura impegnativa e destinata a lettori già ben infarinati di materia filosofica e teologica, ma, essendo una meravigliosa opera di Mons. Antonio Livi, non poteva mancare una sua presentazione sulle nostre pagine.
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La teologia, intesa come “scienza della fede” o «sacra doctrina», è sempre stata considerata dalla Chiesa come un contributo scientifico utile, e in certe circostanze addirittura indispensabile alla vita di fede dei cristiani, perché può essere di aiuto ai credenti perché ciascuno, in rapporto alle proprie esigenze culturali, possa prendere coscienza del contenuto e delle ragioni della sua fede. In questo senso si deve dire che la teologia hamolte cose da dire ai credenti, ma sempre nei limitati di quellepoche cose che sono effettivamente contenute nella rivelazione divina, e sono quindi davvero la “parola di Dio”. Quelle poche cose, oltretutto, sono rilevabili con adeguata certezza soltanto sulla scorta di quelle altre poche cose che per la ragione naturale sono assolutamente incontrovertibili e che costituiscono lamateria di verità alla quale la filosofia applica la forma di scienza.

La filosofia, da parte sua, può dire molte cose, ma an ch’essa resta nei limiti di quello che la ragione umana riesce a inferire a partire dall’esperienza presa nella sua universalità. L’universalità e la necessità delle conoscenze costituiscono l’esclusivo e indispensabile servizio che solo la filosofia, come dialettica razionale, è in grado di offrire alla sapienza umana; allo stesso tempo, costituiscono il suo limite, che ingiustamente viene talvolta denominato come “astrattezza”. Si tratta in realtà di un necessaria delimitazione del campo d’indagine, quale ogni scienza deve operare per avere la sua specificità epistemica e il suo metodo appropriato; la specificità della filosofia consiste nel limitarsi a dire, con sufficiente giustificazione epistemica, ciò che riguarda l’intero dell’esperienza, «l’ente in quanto ente», così come la specificità delle scienze particolari consiste nel limitarsi a dire, con sufficiente giustificazione epistemica, ciò che riguarda determinati ambiti dell’esperienza. ciò che le scienze particolari guadagnao in “concretezza” (cioè, in termini logici, in “comprensione”) perdono in universalità  (cioè, in termini logici, in “estensione”).

La filosofia gode del privilegio di riflettere su nozioni, a cominciare da quella di “essere”,  che hanno il massimo possibile di “estensione” e il minimo possibile di “comprensione”. La teologia non è né filosofia né una delle scienze particolari: non riflette sull’esperienza naturale, non riguarda direttamente lo scibile  umano ma ciò che lo trascende, ossia i misteri della natura divina e i disegni di salvezza di Dio nei riguardi del mondo. La teologia, infatti, si distingue dalla filosofia in quanto è, è l’interpretazione razionale della parola di Dio, consegnata alla Chiesa tramite la tradizione apostolica e la Sacra Scrittura. Ora, la teologia, pur essendo del tutto diversa dalla filosofia e dalle scienze particolari, ha con esse un rapporto di dipendenza epistemica ineliminabile, perché tanto la materia quanto la forma della rivelazione delle verità soprannaturali presuppongono la conoscenza certa di verità naturali.

Tale dipendenza non deve però portare il teologo a dimenticare lo specifico statuto epistemologico della teologia; infatti, la scienza della rivelazione divina presuppone la fede, è opera di quei credenti che mettono i frutti della loro riflessione al servizio delle finalità pastorali della Chiesa. La teologia, dunque, ad altro non mira se non ad allargare i confini dell’interpretazione razionale del dogma, per l’edificazone di tutti i credenti nella fede comune. Di conseguenza, come la filosofia giunge a proposizioni che possono esibire una pretesa di verità solo se queste risutano conformi alle “prime verità” costituite dal senso comune, così la teologia giunge a proposizioni che possono esibire una pretesa di verità solo se queste risutano conformi alle “prime verità” costituite dal dogma, ossia dalla Parola di Dio così come essa viene proposta infallibilmente dalla Chiesa e che ogni cristiano è tenuto a credere come l’unica verità che salva. In caso contrario, non si tratta più di vera teologia, almeno nel senso cattolico del termine; si tratta, in alcuni casi, di mera “filosofia religiosa”, e in altri casi – e questo è ciò che avviene con maggiore frequenza e con peggiori conseguenze – di falsa teologia, se non addirittura di teologia falsa, già condannata dalla Scrittura lì dove l’Apostolo delle genti ammonisce il suo discepolo Timoteo dicendogli di guardarsi dai «discorsi che pretendono di introdurre delle novità che non sono ispirate  dalla fede ma riflettono delle opinioni false che si presenta abusivamente come scienza e che già hanno sedotto alcuni portandoli a rinnegare la fede» (Prima Lettera a Timoteo, 5, 20-21).

In questo mio lavoro, che si avvale fondamentalmente della competenza epistemologica che ritengo di avere, mi guarderò bene dal pronunciare giudizi circa l’ortodossia di qualche dottrina teologica, ossia eviterò che quanto dico possa essere interpretato come una condanna di qualche studioso in quanto teologo. Mi limiterò a giudicare della coerenza epistemologica di alcuni discorsi genericamente denominati “teologici”, cercando di distinguere tra discorsi che possono legittimamente presentarsi come teologia e discorsi che invece debbono onestamente riconoscersi come mera filosofia religiosa. Riguardo ai primi, un filosofo come me può soltanto rilevare le categorie filosofiche, più o meno  adeguate, che entrano a far parte integrante del discorso teoloogico in senso stretto, ma non può pronunciarsi in modo apodittico sull’ortodossia delle conclusioni, perché ciò spetta logicamente al Magistero; invece, riguardo ai secondi, un filosofo come me può e deve innanzitutto segnalare l’abuso del titolo di “teologia”, e poi anche esprimere un parere “tecnico”, un parere cioè circa la coerenza o l’incoerenza logica con i principi della scienza filosofica. Anche in questo secondo caso, dunque, io mi devo astenere da pronunciare condanne: infatti, come diceva il mio maestro Gilson,  in filosofia nessuno può parlare di “errori”  a proposito delle teorie di altri pensatori, ma deve limitarsi a dire che tali teorie non lo convincono, che non esibiscono, secondo lui, adeguate giustificazioni epistemiche, che non sono pienamente coerenti o addirittura cadono in radicali contraddizioni. Condannare gli errori – diceva Gilson – è diritto e  dovere del magistero ecclesiastico quando si trova a dover esaminare una dottrina teologica e valutarne la compatibilità con il dogma, arrivando, se del caso, a dichiarare eretica quella dottrina ; ma in filosofia non ha senso parlare di errori e tanto meno di eresie (cfr Gilson 1960a).

Prima di terminare questa presentazione devo spiegare in quale senso utilizzo qui l’espressione “filosofia religiosa”, che appare fin dal sottotitolo del mio saggio. Per me la “filosofia religiosa” è cosa ben diversa dalla “filosofia della religione”; questa è una disciplina filosofica che legittimamente esamina l’esperienza religiosa in generale o una religione storica in particolare adottando in modo esclusivo il metodo fenomenologico, ossia considerando il fenomeno religioso (ivi comprese le credenze che lo caratterizzano) per così dire da fuori, senza alcuna valutazione aletica, senza cioè condividerne la pretesa di rappresentare una verità assoluta, logicamente non naturale (per via di indagine filosofica) ma soprannaturale (per via di rivelazione divina). Invece la “filosofia religiosa”, così come la intendo io, è una tipica espressione del razionalismo moderno, quello che, soprattutto con l’idealismo di Fichte, Hegel e Schelling, ha inteso edificare dei sistemi onnicomprensivi caratterizzati dall’esplicita pretesa (enunciata nella Wissenschaftslehre) di rappresentare la verità assoluta (definitiva, perfetta e priva di presupposti); in base a tale pretesa, i sistemi razionalistici  assumono al loro interno termini e concetti propri del dogma cristiano, con il dichiarato intento di “razionalizzarli”, ossia per purificarli degli elementi irrazionali (mitologici, pragmatici, retorici) che avevano concorso alla loro formulazione storica. La verità che il cristianesimo pretende di custodire come rivelazione divina non è negata, ma nemmeno riconosciuta come tale dai sistemi razionalistici: essa diventa oggetto di una Aufhebung con la quale viene relativizzata, nel senso che viene sussunta, come “momento” intermedio della dialettica dello Spirito, dalla verità assoluta che è quella della filosofia idealistica. Ora, il fatto che tale “filosofia religiosa” si sia presentata (così soprattutto nel caso di Hegel) e si presenti ancora oggi (tra tanti diversi casi si possono citare quelli di Massimo Cacciari e di Emanuele Severino) come affine alla teologia vera e propria, sfruttando la circostanza che la sua tematica e il suo linguaggio sono in massima parte desunti dalla tradizione teologica cristiana, ha provocato un assai pernicioso disorientamento presso quei credenti che si accostano alla letteratura religiosa senza possedere i criteri di discermento che in questo campo sono invece indispensabili. Al necessario discernimento dell’autentica teologia ― l’unica  che serva veramente all’incremento della fede  dei credenti ― vuole contribuire questo mio breve trattato epistemologico.

 

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