CARD. BIFFI: L’IMMIGRAZIONE

Intervento dell’arcivescovo di Bologna al Seminario della Fondazione Migrantes, 30 settembre 2000

Premessa

Dovrebbe essere evidente a tutti quanto sia rilevante il tema dell’immigrazione nell’Italia di oggi; ma credo sia altrettanto innegabile l’inadeguata attenzione pastorale e lo scarso realismo con cui finora esso è stato valutato e affrontato. Il fenomeno appare imponente e grave; e i problemi che ne derivano – tanto per la società civile quanto per la comunità cristiana – sono per molti aspetti nuovi, contrassegnati da inedite complicazioni, provvisti di una forte incidenza sulla vita delle nostre popolazioni.

I generici allarmismi senza dubbio non servono, ma nemmeno le banalizzazioni ansiolitiche e le speranzose minimizzazioni. Né si può sensatamente confidare in un rapido esaurirsi dell’emergenza: è improbabile che tutto si risolva quasi autonomamente, senza positivi interventi, e la tensione stia per sciogliersi presto quasi come un temporale estivo, che di solito è di breve durata e non suscita prolungate preoccupazioni.

A una interpellanza della storia come questa si deve dunque rispondere – come, del resto, davanti a tutti gli eventi imprevisti e non eludibili della vicenda umana – senza panico e senza superficialità. Vanno studiate le cause e va accuratamente indagata l’indole multiforme dell’accadimento; ma non si può neanche attardarsi troppo nelle ricerche e nelle analisi, senza mai arrivare a qualche provvedimento mirato e, per quel che è possibile, efficace, perché i turbamenti e le sofferenze derivanti dall’immigrazione sono già in atto.

Un fenomeno che ha sorpreso lo Stato

Dobbiamo riconoscere – e può essere un’attenuante – che siamo stati tutti colti di sorpresa.

E’ stato colto di sorpresa lo Stato, che dà tuttora l’impressione di smarrimento; e pare non abbia ancora recuperata la capacità di gestire razionalmente la situazione, riconducendola entro le regole irrinunciabili e gli ambiti propri dell’ordinata convivenza civile. I provvedimenti, che via via vengono predisposti, sono eterogenei e spesso appaiono contradditori: denunciano la mancanza di una qualche progettualità e, più profondamente, denotano l’assenza di una corretta e disincantata interpretazione di ciò che sta avvenendo. Non vediamo che ci sia una “lettura” abbastanza penetrante dei fatti, tale che sia poi in grado di suggerire, sviluppare e sorreggere un indirizzo coerente e saggio di comportamento.

Ha sorpreso anche la comunità ecclesiale

Sono state colte di sorpresa anche le comunità cristiane, ammirevoli in molti casi nel prodigarsi prontamente ad alleviare disagi e pene, ma sprovviste finora di una visione non astratta, non settoriale e abbastanza concorde, in grado di ispirare valutazioni e intenti operativi che tengano conto di tutte le implicazioni degli avvenimenti e di tutti gli aspetti della questione. Le generiche esaltazioni della solidarietà e del primato della carità evangelica – che in sé e in linea di principio sono legittime e anzi doverose – si dimostrano più generose e ben intenzionate che utili, se rifuggono dal commisurarsi con la complessità del problema e la ruvidezza della realtà effettuale.

Anche nella nostra esplicita consapevolezza di pastori, non si ha l’impressione che il fenomeno dell’immigrazione negli ultimi quindici anni – nel corso dei quali esso si è amplificato e acutizzato – sia stato vivo e pungente a misura della sua oggettiva gravità.

Abbiamo avuto in merito due estesi documenti: nel 1990 la Nota pastorale della Commissione ecclesiale “Giustizia e pace” dal titolo: Uomini di culture diverse: dal conflitto alla solidarietà; e nel 1993 gli Orientamenti pastorali della Commissione ecclesiale per le migrazioni dal titolo: Ero forestiero e mi avete ospitato. Ambedue i testi, molto estesi e analitici, sono più che altro (e doverosamente) tesi a costruire e a diffondere nella cristianità una “cultura dell’accoglienza”. Manca invece un po’ di realismo nel vaglio delle difficoltà e dei problemi; e soprattutto appare insufficiente il risalto dato alla missione evangelizzatrice della Chiesa nei confronti di tutti gli uomini, e quindi anche di coloro che vengono a dimorare da noi.

Gli auspici del pastore

Vorrei adesso dare consistenza al mio cordiale saluto ai partecipanti di questo seminario, esprimendo semplicemente alcuni auspici: nascono dalla riflessione e dal cuore di un vescovo, rivelano più che altro le sue sollecitudini apostoliche e sono formulati nel rispetto di quanti – studiosi, operatori sociali, pubbliche autorità – sono chiamati in causa dalla necessità di dare rapida e sufficiente risposta all’emergenza che qui prende il nostro interesse.

Non dovrebbe essere inutile che agli esami e alle considerazioni di natura politica, economica, antropologica, culturale dei competenti (e prestando ad essi la dovuta attenzione) si aggiunga anche la prospettiva di chi – essendo a tutti gli effetti cittadino italiano e avendo l’originale presunzione di poter esporre anche in quanto tale il proprio parere – si sente soprattutto responsabile del presente e dell’avvenire del gregge di Cristo che gli è stato affidato; e, tra l’altro, non può mai dimenticare l’inquietante domanda che il Signore Gesù ha lasciato senza risposta: “Il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?” (Lc 18,8).

Gli auspici per lo Stato e la società civile

L’auspicio sostanziale che crediamo di dover formulare per lo Stato e la società civile, è che si chiariscano e siano comunemente accolte alcune persuasioni previe, sicché ci si accosti al fenomeno dell’immigrazione provvisti di una “cultura” plausibile largamente condivisa.

E’ incontestabile, per esempio, il principio che a ogni popolo debbano essere riconosciuti gli spazi, i mezzi, le condizioni che gli consentano non solo di sopravvivere ma anche di esistere e svilupparsi secondo quanto è richiesto dalla dignità umana. Gli organismi internazionali sono sollecitati a farsi carico delle iniziative atte a conseguire questa mèta e non possono perdere di vista questo necessario ideale di giustizia distributiva generale; e tutto ciò vale – in modo proporzionato e secondo le reali possibilità – anche per i singoli stati.

Ma non se ne può dedurre – se si vuol essere davvero “laici” oltre tutti gli imperativi ideologici – che una nazione non abbia il diritto di gestire e regolare l’afflusso di gente che vuol entrare a ogni costo. Tanto meno se ne può dedurre che abbia il dovere di aprire indiscriminatamente le proprie frontiere.

Bisogna piuttosto dire che ogni auspicabile progetto di pacifico inserimento suppone ed esige che gli accessi siano vigilati e regolamentati. E’ tra l’altro davanti agli occhi di tutti che gli ingressi arbitrari – quando hanno fama di essere abbastanza agevolmente effettuabili – determinano fatalmente da un lato il dilatarsi incontrollato della miseria e della disperazione (e spesso pericolose insorgenze di intolleranza e di rifiuto assoluto), dall’altro il prosperare di un’industria criminale di sfruttamento di chi aspira a varcare clandestinamente i confini.

Progetti realistici complessivi

Ciò che dobbiamo augurare al nostro Stato e alla società italiana è che si arrivi presto a un serio dominio della situazione, in modo che il massiccio arrivo di stranieri nel nostro paese sia disciplinato e guidato secondo progetti concreti e realistici di inserimento che mirino al vero bene di tutti, sia dei nuovi arrivati sia delle nostre popolazioni.

Tali progetti dovrebbero contemplare tanto la possibilità di un lavoro regolarmente remunerato quanto la disponibilità di alloggi dignitosi non gratuiti: per questa strada si potrà arrivare a un sicuro innesto entro il nostro organismo sociale, senza discriminazioni e senza privilegi.

Chi viene da noi deve sapere subito che gli sarà richiesto, come necessaria contropartita dell’ospitalità, il rispetto di tutte le norme di convivenza che sono in vigore da noi, comprese quelle fiscali. Diversamente non si farebbe che suscitare e favorire perniciose crisi di rigetto, ciechi atteggiamenti di xenofobia e l’insorgere di deplorevoli intolleranze razziali.

Criteri attuativi

La pratica attuazione di questi progetti obbedirà necessariamente a criteri che saranno anche economici: l’Italia ha bisogno di forze lavorative che non riesce più a trovare nell’ambito della sua popolazione.

A questo proposito, dovrebbero essere tutti ormai persuasi di quanto sia stata insipiente la linea perseguita negli ultimi quarant’anni, con l’ossessivo terrorismo culturale antidemografico e con l’assenza di ogni correttivo legislativo e politico che ponesse qualche rimedio all’egoistica e stolta denatalità, da molto tempo ai vertici delle statistiche mondiali. Tutto questo nonostante l’esempio contrario delle nazioni d’Europa più accorte, più lungimiranti, più civili, che non hanno esitato a prendere in questo campo intelligenti e realistici provvedimenti.

La salvaguardia dell’identità nazionale

Ma i criteri di cui si parla non potranno essere soltanto economici e previdenziali.

Una consistente immissione di stranieri nella nostra penisola è accettabile e può riuscire anche benefica, purché ci si preoccupi seriamente di salvaguardare la fisionomia propria della nazione. L’Italia non è una landa deserta o semidisabitata, senza storia, senza tradizioni vive e vitali, senza una inconfondibile fisionomia culturale e spirituale, da popolare indiscriminatamente, come se non ci fosse un patrimonio tipico di umanesimo e di civiltà che non deve andare perduto.

Sotto questo profilo, uno Stato davvero “laico” – che cioè abbia di mira non il trionfo di qualche ideologia, ma il vero bene degli uomini e delle donne sui quali esercita la sua attività di amministrazione e di governo, e voglia loro preparare con accortezza un desiderabile futuro – dovrebbe avere tra le sue preoccupazioni primarie quella di favorire la pacifica integrazione delle genti (come si è già storicamente verificato nell’incontro tra le popolazioni latine e quelle germaniche sopravvenute) o quanto meno una coesistenza non conflittuale; una compresenza e una coesistenza che comunque non conducano a disperdere la nostra ricchezza ideale o a snaturare la nostra specifica identità.

Bisogna perciò concretamente operare perché coloro che intendono stabilirsi da noi in modo definitivo “si inculturino” nella realtà spirituale, morale, giuridica del nostro paese, e vengano posti in condizione di conoscere al meglio le tradizioni letterarie, estetiche, religiose della peculiare umanità della quale sono venuti a far parte.

A questo fine, le concrete condizioni di partenza degli immigrati non sono ugualmente propizie; e le autorità non dovrebbero trascurare questo dato della questione.

In una prospettiva realistica, andrebbero preferite (a parità di condizioni, soprattutto per quel che si riferisce all’onestà delle intenzioni e al corretto comportamento) le popolazioni cattoliche o almeno cristiane, alle quali l’inserimento risulta enormemente agevolato (per esempio i latino-americani, i filippini, gli eritrei, i provenienti da molti paesi dell’Est Europa, eccetera); poi gli asiatici (come i cinesi e i coreani), che hanno dimostrato di sapersi integrare con buona facilità, pur conservando i tratti distintivi della loro cultura. Questa linea di condotta – essendo “laicamente” motivata – non dovrebbe lasciarsi condizionare o disanimare nemmeno dalle possibili critiche sollevate dall’ambiente ecclesiastico o dalle organizzazioni cattoliche.

Come si vede, si propone qui semplicemente il “criterio dell’inserimento più agevole e meno costoso”: un criterio totalmente ed esplicitamente “laico”, a proposito del quale evocare gli spettri del razzismo, della xenofobìa, della discriminazione religiosa, dell’ingerenza clericale e perfino della violazione della Costituzione, sarebbe un malinteso davvero mirabile e singolare; il quale, se effettivamente si verificasse, ci insinuerebbe qualche dubbio sulla perspicacia degli opinionisti e dei politici italiani.

Il caso dei musulmani

Se non si vuol eludere o censurare tale realistica attenzione, è evidente che il caso dei musulmani vada trattato a parte. Ed è sperabile che i responsabili della cosa pubblica non temano di affrontarlo a occhi aperti e senza illusioni.

Gli islamici – nella stragrande maggioranza e con qualche eccezione – vengono da noi risoluti a restare estranei alla nostra “umanità”, individuale e associata, in ciò che ha di più essenziale, di più prezioso, di più “laicamente” irrinunciabile: più o meno dichiaratamente, essi vengono a noi ben decisi a rimanere sostanzialmente “diversi”, in attesa di farci diventare tutti sostanzialmente come loro.

Hanno una forma di alimentazione diversa (e fin qui poco male), un diverso giorno festivo, un diritto di famiglia incompatibile col nostro, una concezione della donna lontanissima dalla nostra (fino a praticare la poligamia). Soprattutto hanno una visione rigorosamente integralista della vita pubblica, sicché la perfetta immedesimazione tra religione e politica fa parte della loro fede indubitabile e irrinunciabile, anche se aspettano prudentemente a farla valere di diventare preponderanti. Non sono dunque gli uomini di Chiesa, ma gli stati occidentali moderni a dover far bene i loro conti a questo riguardo.

Va anzi detto qualcosa di più: se il nostro Stato crede sul serio nell’importanza delle libertà civili (tra cui quella religiosa) e nei princìpi democratici, dovrebbe adoperarsi perché essi siano sempre più diffusi, accolti e praticati a tutte le latitudini. Un piccolo strumento per raggiungere questo scopo è quello della richiesta che venga data una “reciprocità” non puramente verbale da parte degli stati di origine degli immigrati.

Scrive a questo proposito la Nota Cei del 1993: ‘In diversi paesi islamici è quasi impossibile aderire e praticare liberamente il cristianesimo. Non esistono luoghi di culto, non sono consentite manifestazioni religiose fuori dell’islam, né organizzazioni ecclesiali per quanto minime. Si pone così il difficile problema della reciprocità. E’ questo un problema che non interessa solo la Chiesa, ma anche la società civile e politica, il mondo della cultura e delle stesse relazioni internazionali. Da parte sua il papa è instancabile nel chiedere a tutti il rispetto del diritto fondamentale della libertà religiosa’ (n. 34). Ma – diciamo noi – chiedere serve a poco, anche se il papa non può fare di più.

Per quanto possa apparire estraneo alla nostra mentalità e persino paradossale, il solo modo efficace e non velleitario di promuovere il “principio di reciprocità” da parte di uno Stato davvero “laico” e davvero interessato alla diffusione delle libertà umane, sarebbe quello di consentire in Italia per i musulmani, sul piano delle istituzioni da autorizzare, solo ciò che nei paesi musulmani è effettivamente consentito per gli altri.

Cattolicesimo “religione nazionale storica”

Quanto ai rapporti da intrattenere con le diverse religioni, che sono presenti tra noi in conseguenza dell’immigrazione, sarà bene che nessuno ignori o dimentichi che il cattolicesimo – che indiscutibilmente non è più la “religione ufficiale dello Stato” – rimane nondimeno la “religione storica” della nazione italiana, la fonte precipua della sua identità, l’ispirazione determinante delle nostre più vere grandezze.

Sicché è del tutto incongruo assimilarlo socialmente alle altre forme religiose o culturali, alle quali dovrà essere assicurata piena e autentica libertà di esistere e di operare, senza però che questo comporti un livellamento innaturale o addirittura un annichilimento dei più alti valori della nostra civiltà.

Va anche detto che è una singolare visione della democrazia il far coincidere il rispetto degli individui e delle minoranze con il non rispetto della maggioranza e l’eliminazione di ciò che è acquisito e tradizionale in una comunità umana. Dobbiamo qui segnalare purtroppo casi sempre più numerosi di questa, che è una “intolleranza sostanziale”, per esempio quando nelle scuole si aboliscono i segni e gli usi cattolici per la presenza di alcuni di altre fedi.

Alle comunità ecclesiali

Che cosa diremo di illuminante e di pratico alle comunità cristiane, che di questi tempi sono per la verità afflitte da poca chiarezza di idee e da molte incertezze comportamentali?

In primo luogo, deve essere manifesto a tutti che non è per sé compito della Chiesa come tale risolvere ogni problema sociale che la storia di volta in volta ci presenta. Le nostre comunità e i nostri fedeli non devono perciò nutrire complessi di colpa a causa delle emergenze anche imperiose che essi con le loro forze non riescono ad appianare. Sarebbe un implicito, ma comunque intollerabile e grave “integralismo” il credere che le aggregazioni ecclesiali e i cattolici possano essere responsabilizzati di tutto.

Qualche volta i malintesi sono involontariamente propiziati dalle pubbliche autorità che, quando non sanno che pesci pigliare, fanno appello alle nostre supplenze e fatalmente ci coinvolgono (dando in tal modo implicito riconoscimento che le organizzazioni ecclesiali sono tra quelle che in Italia riescono ancora a funzionare).

L’annuncio del Vangelo e l’osservanza della carità

Compito primario e indiscutibile delle comunità ecclesiali è l’annuncio del Vangelo e l’osservanza del comando dell’amore. Di fronte a un uomo in difficoltà – quale che sia la sua razza, la sua cultura, la sua religione, la legalità della sua presenza – i discepoli di Gesù hanno il dovere di amarlo operosamente e di aiutarlo a misura delle loro concrete possibilità.

Il Signore ci chiederà conto della genuinità e dell’ampiezza della nostra carità e ci domanderà se abbiamo fatto tutto il possibile. Su questo però – sarà bene che nessuno se lo dimentichi – noi siamo tenuti a rispondere non ad altri, ma solo al Signore.

Non surrogabilità dell’evangelizzazione

Dovere statutario della Chiesa Cattolica e compito di ogni battezzato è di far conoscere esplicitamente Gesù di Nazaret, il Figlio di Dio morto per noi e risorto, oggi vivo e Signore dell’universo, unico Salvatore di tutti.

Tale missione può essere coadiuvata ma non surrogata dall’attività assistenziale che riusciremo a offrire ai nostri fratelli. Suppone la nostra attitudine al dialogo sincero, aperto, rispettoso con tutti, ma non può risolversi nel solo dialogo. E’ favorita dalla conoscenza oggettiva delle posizioni altrui, ma si avvera soltanto nella conoscenza di Cristo cui noi riusciamo a portare i nostri fratelli, che sventuratamente ancora non ne sono gratificati.

Inoltre l’azione evangelizzatrice è di sua natura universale e non tollera deliberate esclusioni di destinatari. Il Signore non ci ha detto: “Predicate il Vangelo ad ogni creatura, tranne i musulmani, gli ebrei e il Dalai Lama” (cf Mc 16,15). Chi ci contestasse la legittimità o anche solo l’opportunità di questo annuncio illimitato e inderogabile, peccherebbe di intolleranza nei nostri confronti: ci proibirebbe infatti di essere quello che siamo, vale a dire “cristiani”; cioè obbedienti alla chiara ed esplicita volontà di Cristo.

E’ molto importante che tutti i cattolici si rendano conto di questa loro indeclinabile responsabilità. E per essere buoni evangelizzatori, persuasi dentro di sé e persuasivi nei confronti degli altri, essi devono crescere sempre più nella intelligenza e nella gioiosa ammirazione degli immensi tesori di verità, di sapienza, di consolante speranza che hanno la fortuna di possedere: è una effusione sovrumana, anzi divinizzante di luce, assolutamente inconfrontabile con i pur preziosi barlumi offerti dalle varie religioni e dall’Islam; e noi siamo chiamati a proporla appassionatamente e instancabilmente a tutti i figli di Adamo.

Approccio realisticamente differenziato

Le comunità cristiane – in funzione di un approccio sapiente e realistico al fenomeno dell’immigrazione – non possono non valutare attentamente i singoli e i gruppi, in modo da assumere poi gli atteggiamenti più pertinenti e più opportuni.

Agli immigrati cattolici – quale che sia la loro lingua e il colore della loro pelle – bisogna far sentire nella maniera più efficace che all’interno della Chiesa non ci sono “stranieri”: essi a pieno titolo entrano a far parte della nostra famiglia di credenti, e vanno accolti con schietto spirito di fraternità.

Quando sono presenti in numero rilevante e in aggregazioni omogenee consistenti, andranno sinceramente incoraggiati a conservare la loro tipica tradizione cattolica, che sarà oggetto di affettuosa attenzione da parte di tutti. La compresenza di queste diverse “forme” di vita ecclesiale e di culto autentico costituirà senza dubbio un arricchimento spirituale per lintera cristianità.

Ai cristiani delle antiche Chiese orientali, che non sono ancora nella piena comunione con la Sede di Pietro, esprimeremo simpatia e rispetto. E, in conformità agli eventuali accordi generali e secondo l’opportunità, potremo favorirli anche dell’uso di qualche nostra chiesa per le loro celebrazioni.

Gli appartenenti alle religioni non cristiane vanno amati e, quanto è possibile, aiutati nelle loro necessità. Da alcuni di loro – segnatamente dai musulmani – possiamo tutti imparare la fedeltà ai loro esercizi rituali e ai loro momenti di preghiera, ma non tocca a noi prestare positive collaborazioni alla loro pratica religiosa.

A questo proposito, è utile richiamare quanto è disposto dalla Nota CEI del 1993, già citata: “Le comunità cristiane, per evitare inutili fraintendimenti e confusioni pericolose, non devono mettere a disposizione, per incontri religiosi di fedi non cristiane, chiese, cappelle e locali riservati al culto cattolico, come pure ambienti destinati alle attività parrocchiali” (n. 34).

Come si può capire dalla complessità di questa problematica, non è ammissibile che essa sia affrontata ‘in toto’ dalla “Caritas italiana”, che ha un ben delimitato campo di valutazione e di interesse. Sui temi della evangelizzazione, della identità cristiana del nostro popolo, delle concrete difficoltà pastorali – e dunque sulla questione della immigrazione globalmente intesa – non dovrebbero esserci deleghe a nessun particolare organismo ecclesiale.

Conclusione

In un’intervista di una decina d’anni fa, mi è stato chiesto con molto candore e con invidiabile ottimismo: “Ritiene anche Lei che l’Europa o sarà cristiana o non sarà?”. Mi pare che la mia risposta di allora possa ben servire alla conclusione del mio intervento di oggi.

Io penso – dicevo – che l’Europa o ridiventerà cristiana o diventerà musulmana. Ciò che mi pare senza avvenire è la “cultura del niente”, della libertà senza limiti e senza contenuti, dello scetticismo vantato come conquista intellettuale, che sembra essere l’atteggiamento largamente dominante nei popoli europei, più o meno tutti ricchi di mezzi e poveri di verità. Questa “cultura del niente” (sorretta dall’edonismo e dalla insaziabilità libertaria) non sarà in grado di reggere all’assalto ideologico dell’Islam, che non mancherà: solo la riscoperta dell’avvenimento cristiano come unica salvezza per l’uomo – e quindi solo una decisa risurrezione dell’antica anima dell’Europa – potrà offrire un esito diverso a questo inevitabile confronto.

Purtroppo né i “laici” né i “cattolici” pare si siano finora resi conto del dramma che si sta profilando. I “laici”, osteggiando in tutti i modi la Chiesa, non si accorgono di combattere l’ispiratrice più forte e la difesa più valida della civiltà occidentale e dei suoi valori di razionalità e di libertà: potrebbero accorgersene troppo tardi. I “cattolici”, lasciando sbiadire in se stessi la consapevolezza della verità posseduta e sostituendo all’ansia apostolica il puro e semplice dialogo a ogni costo, inconsciamente preparano (umanamente parlando) la propria estinzione.La speranza è che la gravità della situazione possa a un certo momento portare a un efficace risveglio sia della ragione sia dell’antica fede.

E’ il nostro augurio, il nostro impegno, la nostra preghiera.
Fonte: http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/7283
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CARD. BURKE: GESÙ È SEMPRE LO STESSO

Il cardinale Burke contro la “manipolazione” informativa sul Sinodo. E molto netto sul resto.

Piace poco o nulla al mondo, il cardinale Raymond Leo Burke. E, se possibile, piace ancora meno alla chisignalesa che piace al mondo. D’altra parte, questo americano di sessantasei anni di Richland Center, Wisconsin, ha fatto di tutto per riuscire cattolicamente nell’intento di ustionare le coscienze cristiane troppo inclini alla tiepidezza. Partecipa alle marce per la vita, dice che non va data la comunione ai politici che sostengono leggi abortiste, denuncia il rapido progredire dell’agenda omosessualista, fa sapere a papa Francesco che la difesa dei principi non negoziabili non è una moda sottoposta agli umori dei pontefici, sostiene la messa in rito tradizionale. Recentemente ha firmato il libro collettivo “Permanere nella verità di Cristo. Matrimonio e comunione nella Chiesa cattolica”, scritto in aperta polemica con le misericordiose aperture del cardinale Walter Kasper su famiglia e comunione ai divorziati risposati. Nulla di strano, quindi, se il rimpasto curiale pensato da Bergoglio prevede che, da prefetto della Segnatura Apostolica, ora venga esiliato alla carica di cardinale patrono del Sovrano Ordine di Malta. Ma intanto, al Sinodo sulla famiglia, questo finissimo canonista figlio dell’America rurale ha assunto il ruolo di oppositore, verrebbe da dire di katechon, al cospetto della svolta attribuita, senza smentite, alla mens papale. Come recita l’antica “Bibbia poliglotta” aperta sul leggìo del suo studio alla pagina dell’Ecclesiaste, “Ogni cosa ha il suo tempo (…) c’è un tempo per tacere e un tempo per parlare”.

D. Cosa si vede oltre la cortina mediatica che avvolge il Sinodo?
R. Emerge una tendenza preoccupante perché alcuni sostengono la possibilità di adottare una prassi che si discosta dalla verità della fede. Anche se dovrebbe essere evidente che non si può procedere in questo senso, molti incoraggiano per esempio pericolose aperture sulla questione della comunione concessa ai divorziati risposati. Non vedo come si possa conciliare il concetto irreformabile dell’indissolubilità del matrimonio con la possibilità di ammettere alla comunione chi vive una situazione irregolare. Qui si mette direttamente in discussione ciò che ci ha detto Nostro Signore quando insegnava che chi divorzia da sua moglie e sposa un’altra donna commette adulterio.

D. Secondo i riformatori questo insegnamento è diventato troppo duro.
R. Dimenticano che il Signore assicura l’aiuto della grazia a coloro che sono chiamati a vivere il matrimonio. Questo non significa che non ci saranno difficoltà e sofferenze, ma che ci sarà sempre un aiuto divino per affrontarle ed essere fedeli sino alla fine.

D. Sembra che la sua sia una posizione minoritaria…
R. Qualche giorno fa ho visto una trasmissione in cui il cardinale Kasper ha detto che si sta camminando nella direzione giusta verso le aperture. In poche parole, i 5.700.000 italiani che hanno seguito quella trasmissione, hanno ricavato l’idea che tutto il Sinodo marci su quella linea, che la Chiesa sia sul punto di mutare la sua dottrina sul matrimonio. Ma questo, semplicemente, non è possibile. Molti vescovi intervengono per dire che non si possono ammettere cambiamenti.

D. Però non emerge dal briefing quotidiano della Sala stampa vaticana. Lo ha lamentato anche il cardinale Müller.
R. Io non so come sia concepito il briefing, ma mi pare che qualcosa non funzioni bene se l’informazione viene manipolata in modo da dare rilievo solo a una tesi invece che riportare fedelmente le varie posizioni esposte. Questo mi preoccupa molto perché un numero consistente di vescovi non accetta le idee di apertura, ma pochi lo sanno. Si parla solo della necessità che la chiesa si apra alle istanze del mondo enunciata a febbraio dal cardinale Kasper. In realtà, la sua tesi sui temi della famiglia e su una nuova disciplina per la comunione ai divorziati risposati non è nuova, è già stata discussa trent’anni fa. Poi da febbraio ha ripreso vigore ed è stata colpevolmente lasciata crescere. Ma tutto questo deve finire perché provoca un grave danno per la fede. Vescovi e sacerdoti mi dicono che ora tanti divorziati risposati chiedono di essere ammessi alla comunione poiché lo vuole Papa Francesco. In realtà, prendo atto che, invece, finora non si è espresso sulla questione.

D. Però sembra evidente che il cardinale Kasper e quanti sono sulla sua linea parlino con il sostegno del Papa.
R. Questo sì. Il Papa ha nominato il cardinale Kasper al Sinodo e ha lasciato che il dibattito proseguisse su questi binari. Ma, come ha detto un altro cardinale, il Papa non si è ancora pronunciato. Io sto aspettando un suo pronunciamento, che può essere solo in continuità con l’insegnamento dato dalla Chiesa in tutta la sua storia. Un insegnamento che non è mai mutato perché non può mutare.

D. Alcuni prelati che sostengono la dottrina tradizionale dicono che se il Papa dovesse portare dei cambiamenti li accetterebbero. Non è una contraddizione?
R. Sì, è una contraddizione, perché il Pontefice è il Vicario di Cristo sulla terra e perciò il primo servitore della verità della fede. Conoscendo l’insegnamento di Cristo, non vedo come si possa deviare da quell’insegnamento con una dichiarazione dottrinale o con una prassi pastorale che ignorino la verità.

D. L’accento posto dal Pontefice sulla misericordia come la più importante, se non l’unica, idea guida della Chiesa, non contribuisce sostenere l’illusione che si possa praticare una pastorale sganciata dalla dottrina?
R. Si diffonde l’idea che possa esistere una Chiesa misericordiosa che non rispetta la verità. Ma mi offende nel profondo l’idea che, fino a oggi, i vescovi e i sacerdoti non sarebbero stati misericordiosi. Io sono cresciuto in una zona rurale degli Stati Uniti e ricordo che, quando ero bambino, nella nostra parrocchia c’era una coppia di una fattoria vicina alla nostra che veniva in chiesa a Messa, ma non faceva mai la comunione. Crescendo, chiesi il perché a mio papà e lui, con naturalezza, mi spiegò che vivevano in una condizione irregolare e accettavano di non accedere alla comunione. Il parroco era molto gentile con loro, molto misericordioso e applicava la sua misericordia nell’operare perché la coppia tornasse a una vita consona alla fede cattolica. Senza verità non può esserci vera misericordia. I miei genitori mi hanno sempre insegnato che, se noi amiamo i peccatori, dobbiamo odiare il peccato e dobbiamo fare di tutto per strappare i peccatori dal male nel quale vivono.

D. Nel suo studio c’è una statua del Sacro Cuore, nella sua cappella, sopra l’altare, c’è un’altra immagine del Cuore di Gesù, il suo motto episcopale è “Secundum Cor Tuum”. Allora, un vescovo può tenere unite misericordia e dottrina…
R. Sì, è presso la fonte inesauribile e incessante della verità e della carità, cioè dal glorioso trapassato Cuore di Gesù, che il sacerdote trova la sapienza e la forza di guidare il gregge secondo la verità e in carità. Il Curato di Ars definiva il sacerdote come l’amore dal Sacro Cuore di Gesù. Il sacerdote unito al Sacro Cuore non soccomberà alla tentazione di dire al gregge parole diverse da quelle di Cristo indefettibilmente trasmesseci nella Chiesa, non cadrà nella tentazione di sostituire alle parole della sana dottrina un linguaggio confuso e facilmente erroneo.

D. Ma i riformatori sostengono che la carità, per la chiesa, consista nel rincorrere il mondo.
R. Questo è il cardine dei ragionamenti di chi vuole mutare la dottrina o la disciplina. Mi preoccupa molto. Si dice che i tempi sono tanto cambiati, che non si può più parlare di diritto naturale, dell’indissolubilità del matrimonio… Ma l’uomo non è cambiato, continua a essere come Dio l’ha voluto. Certo, il mondo si è secolarizzato, ma questo è un motivo in più per dire in modo chiaro e forte la verità. E’ nostro dovere, ma per farlo, come ha insegnato San Giovanni Paolo II nell’Evangelium vitae, bisogna chiamare le cose con il loro nome, non possiamo usare un linguaggio quanto meno ambiguo per piacere al mondo.

D. La chiarezza non sembra essere una priorità dei riformatori se, per esempio, non si sentono in contraddizione quando sostengono che i divorziati risposati possono accedere alla comunione a condizione di riconoscere l’indissolubilità del matrimonio.
R. Se uno ribadisce sinceramente l’indissolubilità del matrimonio può solo rettificare lo stato irregolare nel quale si trova o astenersi dalla comunione. Non ci sono vie di mezzo.

D. Neanche quella del cosiddetto “divorzio ortodosso”?
R. La prassi ortodossa dell’economia o del secondo o terzo matrimonio penitenziale è storicamente e attualmente molto complessa. In ogni caso, la chiesa cattolica, che sa di questa prassi da secoli, non l’ha mai adottata, in virtù delle parole del Signore ricordate nel Vangelo secondo San Matteo (19, 9).

D. Non pensa che, se di dovesse concedere questa apertura, ne seguiranno tante altre?
R. Certamente. Ora si dice che questo verrà concesso solo in alcuni casi. Ma chi conosce un po’ gli uomini sa che, quando si cede in un caso, si cede in tutti gli altri. Se verrà ammessa come lecita l’unione tra divorziati risposati, verranno aperte le porte a tutte le unioni che non sono secondo la legge di Dio perché sarà stato eliminato il baluardo concettuale che preserva la buona dottrina e la buona pastorale che ne discende.

D. I riformatori parlano spesso di un Gesù disposto a tollerare il peccato per poter andare incontro agli uomini. Ma era così?
R. Un Gesù simile è un’invenzione che non ha riscontro nei Vangeli. Basti pensare allo scontro con il mondo nel Vangelo di San Giovanni. Gesù è stato il più grande oppositore del suo tempo e lo è anche al tempo di oggi. Penso a quanto disse alla donna sorpresa in flagrante adulterio: “Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più” (Gv 8, 11).

D. Ammettere alla comunione i divorziati risposati mina il sacramento del matrimonio, ma anche quello dell’eucaristia. Non le sembra una deriva che tocca il cuore della chiesa?
R. Nella Prima Lettera ai Corinzi, al capitolo 11, San Paolo insegna che chi riceve l’eucaristia in stato di peccato mangia la propria condanna. Accedere all’eucaristia significa essere in comunione con Cristo, essere conformi a lui. Molti oppongono l’idea che l’eucaristia non è il sacramento dei perfetti, ma questo è un falso argomento. Nessun uomo è perfetto e l’eucaristia è il sacramento di coloro che stanno combattendo per essere perfetti, secondo quando chiede Gesù stesso: di esserlo come il Nostro Padre che è in cielo (Mt 5, 48). Anche chi combatte per raggiungere la perfezione pecca, certo, e se è in stato di peccato mortale non può comunicarsi. Per poterlo fare deve confessare il suo peccato con pentimento e con il proposito di non commetterlo più: questo vale per tutti, compresi i divorziati risposati.

D. Oggi, la partecipazione all’eucaristia non viene quasi più visto come un atto sacramentale, ma come una pratica sociale. Non significa più comunione con Dio, ma accettazione da parte di una comunità. Non sta qui la radice del problema?
R. E’ vero, si sta diffondendo sempre di più questa idea protestante. E non vale solo per i divorziati risposati. Si sente spesso dire che, in momenti particolari come la prima comunione, la cresima dei figli o in occasione dei matrimoni, anche i non cattolici possono essere ammessi all’eucaristia. Ma questo, ancora una volta, è contro la fede, è contro la verità stessa dell’eucaristia.

D. Invece che un dibattito su questi temi, che cosa dovrebbe produrre il Sinodo.
R. Il Sinodo non è un’assemblea democratica dove i vescovi si radunano per cambiare la dottrina cattolica a seconda della maggioranza. Io vorrei che diventasse l’occasione per dare il sostegno dei pastori a tutte le famiglie che intendono vivere al meglio la loro fede e la loro vocazione, per sostenere quegli uomini e quelle donne che, pur tra molte difficoltà, non vogliono staccarsi da ciò che insegna il Vangelo. Questo dovrebbe fare un Sinodo sulla famiglia, invece che perdersi in inutili discussioni su argomenti che non possono essere discussi nel tentativo di cambiare verità che non possono essere cambiate. A mio avviso, sarebbe stato meglio togliere questi temi dal tavolo perché non sono disponibili. Si parli piuttosto di come aiutare i fedeli a vivere la verità del matrimonio. Si parli della formazione dei ragazzi e dei giovani che arrivano al matrimonio senza conoscere gli elementi fondamentali della fede e poi cadono alle prime difficoltà.

D. I riformatori non pensano a quei cattolici che hanno tenuto insieme la loro famiglia anche in situazioni drammatiche rinunciando a rifarsi una vita?
R. Tante persone che hanno fatto questa fatica mi chiedono ora se hanno sbagliato tutto. Chiedono se hanno buttato via la loro vita tra inutili sacrifici. Non è accettabile tutto questo, è un tradimento.

D. Non pensa che la crisi della morale sia legata alla crisi liturgica?
R. Certamente. Nel postconcilio si è verificata una caduta della vita di fede e della disciplina ecclesiale evidenziata specialmente dalla crisi della liturgia. La liturgia è diventata un’attività antropocentrica, ha finito per rispecchiare le idee dell’uomo invece che il diritto di Dio di essere adorato come Lui stesso chiede. Da qui, discende anche nel campo morale l’attenzione quasi esclusiva ai bisogni e ai desideri degli uomini, invece che a quanto il Creatore ha scritto nei cuori delle creature. La lex orandi è sempre legata alla lex credendi. Se l’uomo non prega bene, allora non crede bene e quindi non si comporta bene. Quando vado a celebrare la Messa tradizionale, per esempio, vedo tante belle famiglie giovani, con tanti bambini. Non credo che queste famiglie non abbiano problemi, ma è evidente che hanno più forza per affrontarli. Tutto questo vorrà pur dire qualcosa. La liturgia è l’espressione più perfetta, più completa della nostra vita in Cristo e quando tutto questo diminuisce o viene tradito ogni aspetto della vita dei fedeli viene ferito.

D. Che cosa può dire un pastore al cattolico che si sente smarrito davanti a questi venti di cambiamento?
R. I fedeli devono prendere coraggio perché il Signore non abbandonerà mai la sua Chiesa. Pensiamo come il Signore ha placato il mare in tempesta e le sue parole ai discepoli: “Perché avete paura, gente di poca fede?” (Mt 8, 26). Se questo periodo di confusione sembra mettere a rischio la loro fede, devono solo impegnarsi con più forza in una vita veramente cattolica. Ma mi rendo conto che vivere di questi tempi dà una grande sofferenza.

D. Riesce difficile non pensare a un castigo.
R. Questo lo penso prima di tutto per me stesso. Se io sto soffrendo adesso per la situazione della chiesa, penso che il Signore mi sta dicendo che ho bisogno di una purificazione. E penso anche che, se la sofferenza è così diffusa, ciò significa che c’è una purificazione di cui tutta la Chiesa ha bisogno. Ma ciò non dipende da un Dio che aspetta solo di punirci, dipende dai nostri peccati. Se in qualche modo abbiamo tradito la dottrina, la morale o la liturgia, segue inevitabilmente una sofferenza che ci purifica per riportarci sulla via stretta.

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IL VERO SENSO DELLA MISERICORDIA

Un Gesù che sia d’accordo con tutto e con tutti, un Gesù senza la sua santa ira, senza la durezza della verità e del vero amore, non è il vero Gesù come lo mostra la Scrittura, ma una sua miserabile caricatura.Una concezione del “vangelo” dove non esista più la serietà dell’ira di Dio, non ha niente a che fare con la vangelo biblico. Un vero perdono è qualcosa del tutto diverso da un debole “lasciar correre”.Il perdono è esigente e chiede ad entrambi – a chi lo riceve ed a chi lo dona – una presa di posizione che concerne l’intero loro essere.

Un Gesù che approva tutto è un Gesù senza la croce, perché allora non c’è bisogno del dolore della croce per guarire l’uomo. Ed effettivamente la croce viene sempre più estromessa dalla teologia e falsamente interpretata come una brutta avventura o come un affare puramente politico.La croce come espiazione, la come come “forma” del perdono e della salvezza non si adatta ad un certo schema del pensiero moderno. Solo quando si vede bene il nesso fra verità ed amore, la croce diviene comprensibile nella sua vera profondità teologica.

Il perdono ha a che fare con la verità e perciò esige la croce del Figlio ed esige la nostra conversione. Perdono è appunto restaurazione della verità, rinnovamento dell’essere e superamento della menzogna nascosta in ogni peccato. Il peccato è sempre, per sua essenza, un abbandono della verità del proprio essere e quindi della verità voluta dal Creatore, da Dio.

 

Da Joseph Ratzinger, “Guardare a Cristo”, pag. 76, Jaca Book 1986.

 

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PADRE PIO E LA MORMORAZIONE

Uno dei peccati per cui Padre Pio negava l’assoluzione era quello della mormorazione o maldicenza nella quale incorrono spesso anche quelli che si reputano cristiani..praticanti. Giustamente il Padre si mostrava severo con quelli che, forse senza rendersene conto del tutto, offendevano la giustizia e la carità. Disse ad un penitente : ” Quando tu mormori di una persona vuol dire che non l’ami, l’hai tolta dal tuo cuore. Ma sappi che, quando togli uno dal tuo cuore, con quel fratello se ne va anche Gesù”. Una volta, invitato a benedire una casa, arrivato all’ingresso della cucina, disse: ” Qui ci sono i serpenti, non entro”. E ad un sacerdote, che spesso vi si recava a mangiare, disse di non andarci più, perché lì si mormorava. Nella mormorazione oltre a mancare di carità si esprimono giudizi, contravvenendo a quanto dice Gesù: ” Non giudicate”. (Lc, 6,37)

Il Padre ammoniva ” Solo Dio può giudicare, non noi”. Padre Pio suggeriva un accorgimento: per evitare di emettere giudizi, bisogna non concepirne, altrimenti prima o poi si mette fuori quanto uno ha dentro l’animo. Anche se vediamo un delinquente, non possiamo dare su di lui nessun giudizio: solo Dio può vedere fino in fondo il cuore dell’uomo, né possiamo fare gli scandalizzati di fronte agli sbagli altrui, altrimenti il Signore permette che noi battiamo la testa nello stesso errore. Se qualche volta purtroppo siamo costretti ad esprimere un giudizio, facciamolo con larghezza di carità”. Qualora un penitente in confessione si accusava di aver inavvertitamente sbagliato nell’esprimere un giudizio o in esso vi era stata anche una sola lieve esagerazione, il Santo domandava ” L’hai ritrattato?”.

Anche dall’ironia il Padre metteva in guardia i suoi figli. Disse a Luciano Bellodi di Modena: ” Per fare dell’ironia o dello spirito occorre avere cuore e cervello e saper valutare chi ci sta ascoltando, cioè la persona che ci sta davanti, perché la nostra ironia potrebbe ferirla profondamente e andare al di là anche dei nostri intendimenti”. Sorella dell’ironia è la battuta mordace: Una signora, avendo saputo che una sua amica sarebbe scesa a San Giovanni Rotondo, la pregò di consegnare al Padre una lettera con l’offerta per una santa messa. Così davanti a lei infilò nella busta 10.000lire. Erano gli anni cinquanta e l’incaricata della commissione, vedendo questa generosa offerta, disse dentro di sé: Quanti soldi per una messa! Quando fu a San Giovanni Rotondo appena potè incontrare Padre Pio gli porse la missiva. Il Santo, guardando la busta chiusa, disse un po’ divertito: ” Quanti soldi per una messa!”. La signora capì allora davanti a chi si trovava. Ed accettò la lezione. A suor Pura Pagani, che in confessione gli manifestava delle incomprensioni e dei torti ricevuti nell’ambito ecclesiastico, il Padre disse: ” Devi perdonare.

Anch’io ho perdonato”. Narra Mario Sanci: ” Nel mio ufficio di collocamento in una accesa discussione, un operaio mi dà un forte schiaffo, ne segue una denuncia ai carabinieri e l’operaio è ricercato per essere arrestato. Non può rientrare a casa, neanche per dormire e siamo nel periodo della Pasqua 1956. Dopo moltissime pressioni di amici ritiro la denuncia. Parecchio tempo dopo, mi reco a San Giovanni Rotondo per confessarmi da Padre Pio. Appena mi inginocchio, il Padre mi chiede: ” Hai beneficato qualche padre di famiglia?”. Il mio pensiero vola subito alla denuncia ritirata e rispondo: ” Si, Padre, ma mi è costato uno schiaffo”. Appena dico questo, vedo Padre Pio piegarsi tutto da una parte, mettersi la mano sulla guancia, come se quello schiaffo lo stesso ricevendo lui in quel momento. Io rimango imbarazzato ed addolorato. Il Santo si rialza e comincia: ” Da quanto tempo non ti confessi?”. Segue la mia confessione, che si conclude con l’assoluzione.

Ogni tanto medito su questo episodio. Penso che il Padre abbia voluto mostrarmi che in realtà io ho dato a lui veramente uno schiaffo, quando, pur vantandomi di essere un suo figlio spirituale, non volevo perdonare a chi mi aveva offeso; ma devo aggiungere che da quel giorno, quando mi metto davanti al Crocifisso, vedo quanti schiaffi e colpi di flagelli ho dato a Gesù con i miei peccati. Quella lezione mi è stata salutare”. Un signore si confessa da Padre Pio; terminata l’accusa dei peccati rimane in attesa che parli il Padre, il quale domanda: “Hai altro?”. Avendo avuto risposta negativa, il confessore ripete la domanda. Al secondo no il santo chiede: ” Con tuo fratello come va? Quali sono i vostri rapporti?”. “Non mi parla, ma non è colpa mia. Mi ha fatto del male e si è allontanato da me. Io non so che fare”, risponde il penitente. “Và a far pace”, dice il Santo. “Ma , Padre, è lui che ha fatto del male a me, non io a lui”, si giustifica il penitente. Ed il Santo: “E Gesù che colpa aveva, quando è salito sulla croce. Non è morto per le colpe degli altri ed anche per le tue?” E non volle dargli l’assoluzione. Una giovane signora, che diceva a Padre Pio di essere continuamente umiliata dalla famiglia del suo sposo, al termine della confessione si sentì dire pieno di dolcezza e comprensione: Hai il cuore pieno di odio per i parenti di tuo marito. Ne avresti motivo, perché hai ragione tu, ma per amor di Dio devi perdonare”.

Il Padre ha indicato alla penitente la via della pace interiore; insegna inoltre che la motivazione del perdono sta tutto e solo nell’amore che noi portiamo a Dio, al quale in realtà facciamo umile dono della nostra sofferenza, senza chiedere vendetta. Anche per S.L., insegnante – la quale aveva subito una grave ingiustizia che aveva segnato tutta la sua vita – c’è stata comprensione ed accoglienza da parte del Padre, ma in modo del tutto particolare. Nel 1956 andò a San Giovanni Rotondo, ma era un po’ scettica nei riguardi di Padre Pio; vedendo che le donne facevano toccare le corone del rosario al confessionale, dove il santo svolgeva il suo apostolato, disse: “E’ feticismo”. Ma subito dopo aggiunse come una preghiera: “Signore, se veramente questo frate è un uomo di Dio, dammi un segno”.

La notte alle 2,30 si svegliò sentendo un intenso profumo di rose. Si domandò donde potesse prevenire: con lei non aveva nessuna boccetta di essenza odorosa e sul comodino c’era solo la cicca che aveva spento prima di addormentarsi. La mattina volle controllare se ci fosse un roseto nell’ambito della pensione che la ospitava. Niente! Recatasi in chiesa, si confessò da Padre Pio, accusando per primo il peccato che le pesava più sulla coscienza: ” Io maledico la mamma del mio fidanzato, perché è stata causa della rottura del possibile matrimonio”. Padre Pio le gridò: E chi sei tu, per giudicare? Quando ti sarai pentita tornerai qua”. E le sbattè in faccia lo sportello del confessionale. Ritornata in albergo in preda ad una crisi isterica cominciò ad inveire: ” Che santo è questo , che a me danneggiata non dà una parola di sollievo!? Aspettavo conforto ed ho trovato giustizia. E continuava su quel tono. Ma più passava il tempo e più aumentava la rabbia. All’improvviso avvertì un’ondata di profumo di viole . Tacque. Chiese poi alle altre amiche se lo sentissero; risposero di no. Si rese conto allora che Padre Pio le stava vicino nonostante la durezza dimostrata. Nel giro di un giorno cominciò a calmarsi. Ma con l’andar del tempo constatò con sua meraviglia che nel suo cuore non c’era più odio. Dopo un mese tornò a San Giovanni Rotondo ed il Padre le diede l’assoluzione.

Il Padre chiese un giorno ad un penitente: ” Tu sai fare l’esame di coscienza?”. L’altro non fu pronto a dare la risposta, ed il Padre continuò “Vediamo. Se uno ti fa un torto, come ti comporti?”. Rispose: “Ma! Padre, io da primo reagisco, poi mi pento e mi sforzo di perdonare”. “Tu sei in errore, figliolo. Se uno ti fa un torto, mentre subisci il torto devi avergli già perdonato, senza reagire: il perdono, dopo aver reagito, è tardivo”. Cleonice Morcaldi ricorda che negli anni 20 – durante il periodo in cui da parte di certa gente del posto si facevano arrivare a Roma voci calunniose sul conto di Padre Pio – un professionista di San Giovanni Rotondo, di ritorno dalla capitale, ove era andato per accusare il Santo, si recò in convento. Un frate, che era addentro alle cose, quando lo vide, avrebbe voluto impedirgli di avvicinarsi al confessionale della sagrestia, dove il Padre stava confessando. Ma il Santo disse al suo confratello di lasciar passare il dottore. Eh, quanto tempo sei stato fuori!… Diamoci un abbraccio!” E lo abbracciò davanti a tutti. Il Padre metteva nella sfera dell’odio anche l’antipatia, avversione istintiva ed immotivata. In confessione una donna gli disse: “Padre, faccio fatica a salutare gli antipatici”. E Padre Pio pronto: ” Anche i pagani fanno così”.

Da: https://www.facebook.com/IstruzioneCattolica

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LA RAGIONE DIMOSTRA, LA BELLEZZA RIVELA

La bellezza è la vita stessa della Chiesa. Ed espressione di questa vita a diversi livelli è la creazione della bellezza. Nell’arte, tale bellezza rappresenta lo stesso senso e la stessa perfezione che in qualsiasi altro ambito della vita. Le grandi epoche d’arte dei cristiani testimoniano che si tratta di un’arte essenziale e capace della rivelazione della presenza del mistero. La perfezione di tale arte consiste nel presentare questo mondo – come anche la figura umana – nei suoi tratti essenziali, per rendere visibile l’atteggiamento della persona nel suo compimento.

La persona si compie nella relazione con Dio e con gli altri. Perciò i gesti sono puliti, il volto essenziale e il corpo è espressione di questa relazionalità, in modo che tutto esprima lo spazio per l’intervento di Dio, la sua discesa e manifestazione nella persona. L’uomo nella sua fragilità, imperfezione e mortalità di peccatore si apre con l’invocazione a Dio che risponde con la sua venuta, agendo nella persona per salvarla. La fragilità dell’uomo completato dall’azione di Dio – queste due realtà unite esprimono la perfezione dell’arte delle grandi epoche: il romanico, il primo bizantino, e così via. E questa perfezione, questa bellezza, racchiude il senso di tutte le attività dell’uomo: lavoro, famiglia, politica, conoscenza, tutto ciò che è umano si compie come perfezione nella sua divinoumanità.

Ciò che è dunque la bellezza nell’arte lo è in ogni aspetto della vita dell’uomo, proprio perché la bellezza intesa così esprime quella comunione alla vita divina che è la santità della Chiesa e che i martiri hanno testimoniato con il sangue.

Credo anzitutto che vada riscoperta una vera ecclesiologia comunionale, il che significa riprendere seriamente tutta la teologia, la liturgia, la spiritualità e la pastorale a partire della comunione. Non possiamo avere una ecclesiologia di comunione se insistiamo su una teologia scientifica concettuale, espressione dell’individuo, dove la sostanza delle cose diventa il contenuto ultimo della verità senza che la comunione sia più costitutiva dell’essere (come è nel Dio della fede cristiana, il Dio trinitario), per cui la conoscenza diventa un’adaequatio tra la res e un intellectus posti uno di fronte all’altro. Se le nostre comunità cristiane non esprimeranno la bellezza della vita battesimale, se non diventeranno teofania attraverso la nostra stessa umanità, non susciteremo il desiderio per Dio e per la vita nello Spirito Santo.
Perché ci siano queste comunità, bisogna far sì che i nostri seminaristi e le nostre giovani religiose e religiosi siano formati partecipando e maturando nell’arte della comunione, nell’arte della partecipazione alla vita del Dio trino che trasforma l’individuo in «ipostasi ecclesiale», come si esprimerebbe Zizioulas. Se i seminari e gli altri luoghi formativi non diverranno luoghi di ecclesialità, luoghi di esperienza dell’amore pasquale che solo genera alla comunione fraterna, non giova a nulla tanta enfasi sulla preparazione culturale e intellettuale, perché le persone che usciranno da tali luoghi non saranno in grado di far innamorare di Dio, mentre la forza della bellezza consiste non nella dimostrazione, ma nella rivelazione che affascina e attira, che “contagia”.

La bellezza nell’arte, come affermava Giovanni Paolo II, è via della conoscenza, perché è percezione unita della totalità e della cattolicità della vita. Non va dimenticato che in oriente, fino a oggi, i grandi temi teologici vengono sviluppati non solo concettualmente, ma anche artisticamente nell’arte figurativa e nella poesia. Il nostro itinerario di studio si è rivelato assolutamente insufficiente per la trasmissione della fede, perché soffre del dualismo tra una conoscenza concettuale, che colloca la sua verità dentro agli schemi del linguaggio e pone tutto il suo sforzo nel voler costruire una teologia oggettiva e scientifica, e la prassi, cioè la concretezza della vita. Mentre l’arte non può per se stessa essere separata dalla vita. Dunque nell’itinerario formativo va certamente contemplata l’arte.

Non si tratta semplicemente di inserire la storia dell’arte nei curricula, ma di fare una lettura teologico-spirituale dell’arte. Per questo ci vogliono persone preparate, che non verniciano semplicemente ciò che hanno imparato nella facoltà di storia dell’arte con qualche impalcatura religiosa. Si tratta di persone che hanno un discernimento sulla storia dell’arte, capaci di aiutare a scoprire il valore dell’arte popolare o di un’arte grande come l’arte classica, sempre indicando le categorie della bellezza che sta a monte di un’epoca o di un’altra, di un popolo o di un altro, in modo che le persone comincino a essere iniziate alla distinzione necessaria tra un’arte che suscita ammirazione (l’arte classica), un’arte che dice qualcosa sulla fede e sui suoi contenuti (rinascimento e barocco) e infine un’arte che suscita l’unione con Dio, la preghiera, una vita secondo Cristo e nell’umanità di Cristo (l’arte liturgica). Un’arte quindi che è autenticamente liturgica, perché continua il dinamismo trasfigurante del sacramento che la liturgia celebra e pertanto è testimonianza della Chiesa, in maniera che le pareti dell’edificio ecclesiale lavorate secondo una tale arte siano l’autoritratto della Chiesa.

L’arte liturgica che si manifesta sulle pareti dell’edificio sacro fa vedere la trasfigurazione che i sacramenti e la liturgia attuano nel mondo e nella storia. Perciò i cristiani hanno considerato la bellezza come espressione della santità, mentre nell’epoca moderna la secolarizzazione è avvenuta anche perché la bellezza è stata considerata non come una dimensione indispensabile della santità e della sacralità, ma come una dimensione della ricchezza economica e dei sentimenti estetici del soggetto.

Se mettessimo in atto piccoli passi di cambiamento nelle nostre strutture formative, certamente non avremmo spazi liturgici come quelli attuali, espressione non solo di una grave secolarizzazione, ma anche di una tragica superficialità del clero, vittima di uno spirito postmoderno soggettivista, dove ciascuno fa come gli pare. Questo aspetto rende particolarmente preoccupante la situazione nelle terre delle giovani Chiese dove, negli ultimi decenni, lo spazio liturgico sconfessa praticamente ciò che il missionario vuole annunciare. Le nostre chiese non sono lo spazio di eventi liturgici che scandiscono il ritmo della vita e disegnano le assi portanti di un’antropologia cristiana. Ad esempio, difficilmente vi troviamo marcati i passaggi necessari dal battesimo all’eucaristia, dalla purificazione alla comunione.

La bellezza si crea quando la materia del mondo accoglie la forza, l’energia, la luce della comunione. Quando una persona vuole esprimere l’amore che sente per un altro, l’amicizia che lo lega a un altro e prende una realtà del mondo per farne dono a quella persona, la materia si trasfigura. Questa azione, che di per sé è un’azione artistica sulla materia del mondo, partecipa dell’azione di Dio sulla materia del mondo nel sacramento. Lo sfondo sul quale va capita la creazione artistica è pertanto l’eucaristia, dove la materia del mondo, tramite il lavoro dell’uomo e la discesa dello Spirito, diventa apertura per accogliere l’intervento di Cristo. Bisogna smettere di pensare all’artista in un modo romantico, rinascimentale, come qualcosa di straordinario. L’arte intesa in questo senso è finita.

Siamo all’inizio di un’epoca in cui di nuovo si intenderà l’arte come un servizio, come tante altre attività dell’uomo, un servizio che partecipa, con la sua missione, alla trasfigurazione del mondo, dell’uomo e della storia. Se vogliamo che tale mentalità si radichi in mezzo a noi, occorre essere preoccupati che nei nostri ambiti formativi ci sia davvero l’amore. Se non c’è l’amore, non c’è la forza della creatività, perché nessuno cambierà l’aspetto di un pugno di terra, povera materia del mondo, per sorprendere l’altro, per rallegrarlo, per dirgli la sua amicizia. Dobbiamo inoltre avere un linguaggio teologico profondamente simbolico nel senso patristico, e dunque liturgico, un linguaggio che chi fa passare per le sue mani la materia del mondo capisce molto bene. Il lavoro manuale è assai importante per una mentalità simbolica. Quando una cultura o una civiltà non riesce più a tenere insieme nel cuore l’intelletto e le mani, è all’inizio del suo declino.

Da: www.tempi.it

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GESU’, SCHIAVO DI ALLAH?

L’Islam si fa sempre più arrogante e aggressivo in casa nostra. Anche i cosiddetti “moderati” sono convinti che prima o poi tutta l’Europa diventerà musulmana. Su un blog di qualche giorno fa sono comparse immagini di alcuni manifestanti che inalberano cartelli con scritte come L’ISLAM CONQUISTERA’ ROMA e GESU’ E’ LO SCHIAVO DI ALLAH.

In questa nostra epoca così travagliata tutti si riempiono la bocca con la parola “dialogo” perché, dopo le tragiche esperienze del XX secolo, tutti hanno una tremenda paura che anche in Europa si verifichi uno scontro cruento di civiltà e di religione con l’Islam. Io credo, invece, che bisognerebbe accantonare per un po’ quell’abusato stilema, che rischia di diventare obsoleto, per tornare a riflettere sul nostro essere cristiani (e in particolare cattolici) e cercare per tutti noi una nuova conversione e una nuova presa di coscienza di questa nostra ben precisa e bimillenaria identità che invece si fa di tutto per cancellare. Poi, se saremo riusciti a ridiventare veramente cristiani, evento per nulla scontato, forse potremo cercare di dialogare non solo con chi cristiano non è, ma anche con chi odia il cristianesimo e si ripromette di distruggerlo.
Questo, infatti, è stato l’ammonimento che ci hanno ripetutamente rivolto, durante i loro pontificati, sia S. Giovanni Paolo II che Benedetto XVI, ai cui scritti io mi rivolgo spesso perché nessuno, come questi due grandissimi Papi, è stato capace, il primo di risvegliare, negli anni della mia maturità, quella mia piccola fede che allora era piuttosto tiepida e di facciata, e il secondo di consolidarla negli anni della mia ormai vicina vecchiaia, rendendola molto più consapevole e responsabile.

Il loro insegnamento mi ha fatto capire che chi si professa cristiano deve esserlo totalmente, nell’anima, nello spirito, nella mente, nell’intelligenza, negli affetti, nei progetti quotidiani. Non possiamo servire due padroni, Dio e il “mondo“; non possiamo professarci cattolici se, invece di tenere sempre davanti agli occhi il Catechismo della Chiesa Cattolica, finiamo per appoggiare sia pure indirettamente certe tendenze anticristiane che oggi vanno per la maggiore. E (incredibile dictu per tanti cattolici “adulti”) queste tendenze riguardano da vicino anche il corpo.”Il corpo?!” mi obiettarono sbalorditi tempo fa alcuni amici, cattolici della domenica e sostenitori irremovibili di certe aberrazioni antropologiche oggi di gran moda riguardanti l’istituto del Matrimonio, “ma se anche fior di Cardinali dicono che i tempi sono cambiati e anche la Chiesa deve capirlo e adeguarsi!”. Questa reazione mi ha fatto capire quanto certo cattolicesimo si sia fatto influenzare dalle mode filosofiche e sociologiche oggi di moda e quanto lavoro ci sia per i catechisti, sia degli adulti che dei bambini, per raddrizzare questi binari distorti, soprattutto in campo bioetico. Ma di questo parlerò un’altra volta.

Anzitutto vorrei chiarire a me stessa se sia veramente possibile dialogare con coloro che – non solo tagliano teste e seppelliscono vivi i altri esseri umani, sia adulti che bambini, nel silenzio e nell’indifferenza dei loro correligionari che si professano (o meglio: sembrano) moderati – ma che riescono anche a reclutare nelle loro file tanti giovani nati, cresciuti ed educati in occidente, affascinandoli con quella diabolica ideologia che attribuisce i loro delitti alla volontà di Dio; con chi fa di tutto per proporre ai cristiani loro connazionali, come alternativa alla morte, la conversione all’Islam promettendo in cambio, agli uomini, denaro in abbondanza e almeno quattro mogli e, alle donne, una vita agiata come consorte, magari soprannumeraria, di un uomo che probabilmente per età potrebbe essere il loro nonno. L’islam non propone l’amore per il Dio che per amore ci ha creati, ma solo la sottomissione incondizionata alla Divinità che non si cura della sincerità del cuore.

Che fare allora? Non mi sembra che il dialogo abbia finora prodotto frutti concreti di signalpacificazione tra la civiltà cristiana e quella islamica e meno che mai sia servito ad affievolire gli ardori bellici di chi predica la guerra santa contro gli infedeli. I Vescovi italiani si affrettano a porgere cordialmente i loro auguri ai musulmani quando inizia il Ramadan; si dichiarano favorevoli alla costruzione in Italia di nuove moschee finanziate dai contribuenti italiani, guardandosi bene dall’adoperarsi per l’attuazione del principio di reciprocità nei paesi islamici dove invece si distruggono le chiese cristiane; si dichiarano favorevoli all’entrata della Turchia nell’Unione Europea, trascurando il fatto che in tal modo si verrebbe a creare una testa di ponte dell’islamismo in un’Europa già abbondantemente scristianizzata e dimenticando il filo da torcere che l’Impero Ottomano ha dato all’Europa nei secoli passati. Senza contare che non levano una voce, neppure ispirata alla “correzione fraterna” insegnata da Cristo, contro i matrimoni misti nei quali i mariti musulmani obbligano le loro mogli italiane a convertirsi all’Islam rinnegando Cristo, dato che i musulmani reputano questo tipo di matrimonio un ottimo espediente per infiltrarsi pacificamente nel nostro tessuto sociale ancora (formalmente) cattolico. Ma tanto oggi anche i preti sembrano credere che tutte le fedi siano uguali, no? E lo spirito di Assisi (malamente interpretato) dove lo mettiamo?

Ricordo che quando sollevai alcuni di questi problemi al corso di teologia per laici che frequentai anni fa presso l’Università Lateranense dichiarandomi preoccupata per il futuro, il professore di teologia morale mi dette torto sostenendo che il Cristianesimo è improntato alla gratuità e al dono di sé, perciò pretendere il contraccambio con la costruzione delle chiese o impedire che i musulmani invadano senza permesso del Comune la Piazza del Duomo di Milano per la loro preghiera non sarebbe conforme al Vangelo. Questo ragionamento non mi convinse allora e tanto meno mi convince adesso. Certamente il Vangelo ci insegna a dare anche la vita per il nostro fratello (ed esempi al riguardo nella storia ne abbiamo avuti a migliaia, basti pensare a S. Massimiliano Kolbe e al nostro Salvo D’Acquisto) ma in sede politica – nella quale il principio della reciprocità è uno dei fondamenti del diritto internazionale – quale paese occidentale difende la libertà religiosa dei cristiani di nazionalità araba, in nome del diritto umano riconosciuto dalla Carta dell’ONU a professare liberamente la propria religione? Chi difende con forza l’esistenza dei luoghi di culto cristiani nei paesi musulmani in base a quel principio che consente la costruzione di moschee in Europa? Nessuno lo fa, perché a nessuno in Europa importa più nulla del Cristianesimo, preoccupati come siamo che vengano chiusi i rubinetti del petrolio. Solo Mons. Tommaso Ghirelli, Vescovo di Imola, ha avuto il coraggio di chiedere agli islamici presenti tra noi di pronunciarsi pubblicamente contro i delitti commessi dai loro correligionari in Medio Oriente, “altrimenti dovrebbero avere il coraggio di allontanarsi dalla nostra terra”[1]. ” Finalmente un Vescovo che parla chiaro!” mi sono detta “ma chi delle solite anime belle, lo starà a sentire e lo sosterrà?”. Credo che nessuno lo abbia fatto.

Alcuni anni fa, trovandomi nel salotto di alcuni amici, mi capitò di partecipare a un’interessante conversazione su questo argomento con un professore egiziano, coltissimo e ottimo conoscitore della civiltà cristiana e della lingua italiana, il quale sosteneva che il governo spagnolo dovrebbe restituire al culto islamico la famosa Moschea di Cordova – capolavoro di architettura araba medioevale diventata Cattedrale cristiana dopo la “Reconquista” e la cacciata degli Arabi dalla penisola Iberica per opera dei Re Cattolici Ferdinando e Isabella nel XV secolo – con la motivazione che la trasformazione avvenne a seguito dell’espulsione del popolo musulmano che viveva in Spagna da secoli. Nella mia ingenuità di cattolica “bambina” io risposi che, se fossi stata spagnola (e in quanto Europea) non avrei avuto nulla in contrario, a patto però che il governo turco fosse disposto a restituire al culto cristiano l’antica chiesa di S. Sofia a Istanbul, grande esempio di architettura bizantina, trasformata in moschea dopo la caduta dell’Impero Romano d’Oriente nel 1453, poi in museo e ora, pare, in procinto di ridiventare moschea per effetto della virata in senso islamico disposta dal governo turco. Tutto ciò in omaggio al principio di reciprocità nel riconoscimento e nel rispetto dei reciproci valori religiosi e senza dimenticare la ben precisa identità delle due parti. S. Sofia non era diventata anch’essa una moschea a seguito dell’invasione imperialista ottomana? Le due vicende, secondo me, erano uguali e contrarie, oltre che praticamente coeve, perciò questo “scambio” poteva rappresentare un grande passo avanti nel rispetto e nella considerazione reciproca tra le due civiltà e forse avrebbe reso più gradito agli Europei l’ingresso della Turchia nell’Unione.

Non l’avessi mai detto! Poco mancò che il dotto professore dimenticasse la sua ottima educazione di stampo occidentale per accusarmi davanti a tutti gli altri ospiti di blasfemia contro l’Islam perché mi ero permessa di porre il Cristianesimo sullo stesso piano della Fede rivelata dal Profeta! Il mio ragionamento, invece – come ben compresero tutti gli altri ospiti italiani – era di carattere puramente politico e non certo confessionale. Il sapiente professore mi era stato descritto precedentemente come uno studioso dotato di grande moderazione e sicuramente lo era nel senso che, probabilmente, non avrebbe mai aderito all’ISIS e avrebbe disapprovato gli eccessi del cosiddetto Stato Islamico e i delitti del Califfato, ma la sua “forma mentis” di musulmano fervente e praticante gli impediva di percepire la laicità aconfessionale del mio ragionamento, “dando a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”, nonostante i lunghi studi compiuti nelle università occidentali.
Naturalmente dopo il suo sfogo io tacqui per non mancare di rispetto ai comuni amici nostri ospiti, ma l’episodio mi fece capire che non sono ancora maturi i tempi per intavolare con l’Islam un discorso di pace su un piede di parità e di uguale dignità dei dialoganti. Se un intellettuale musulmano plurilaureato a Cambridge e a Yale ragionava così, come si poteva sperare di farsi capire dalla massa islamica, molto meno colta di lui?

Successivamente ho ripensato spesso a quell’episodio in cui il rispetto umano per i padroni di casa mi impedì di “reagire cristianamente“: me ne dolgo tuttora, e tuttora non saprei dire quale avrebbe dovuto essere una mia giusta, misurata e rispettosa replica all’appassionata e veemente difesa degli intoccabili principi islamici fatta da quel professore. I presenti mi dissero che avevo fatto bene a tacere perché ero un’ospite in casa altrui (ecco l’imbelle buonismo di tanti cattolici in cui ero caduta anche io!) ma è certo che la nostra timidezza politica e dialettica di fronte ai musulmani non giova alla tenuta della fede cristiana in occidente, mentre l’Islam si fa sempre più arrogante e aggressivo, anche in casa nostra. Anche i cosiddetti “moderati” sono convinti che prima o poi tutta l’Europa diventerà musulmana. Su un blog di qualche giorno fa sono comparse immagini di alcuni manifestanti che inalberano cartelli con scritte come L’ISLAM CONQUISTERA’ ROMA e GESU’ E’ LO SCHIAVO DI ALLAH.

L’Occidente parla a vanvera quando afferma di voler esportare la democrazia nei paesi del Medio Oriente e non reagisce come dovrebbe e potrebbe, facendosi rispettare nel settore economico, politico, sociale ed educativo, dimenticando che la democrazia è un prodotto della civiltà occidentale completamente sconosciuto a quei popoli. Lo sapeva benissimo il professore egiziano che approvava l’uguaglianza tra gli uomini solo per l’Occidente, ma la rifiutava per il mondo arabo; ha cercato con forza di farcelo entrare in testa l’Arcivescovo caldeo di Mosul, Mons. Amel Nona: “I vostri principi liberali e democratici qui non valgono nulla … Dovete prendere decisioni forti e coraggiose a costo di contraddire i vostri principi. Voi pensate che tutti gli uomini sono uguali, ma per l’Islam questo non è vero: i vostri valori non sono i loro valori. Se non lo capite in tempo diventerete vittime del nemico che avete accolto a casa vostra.”[2] Aveva forse ragione la grande Oriana Fallaci quando diceva di temere l’avvento dell’Eurabia?

Lo scorso 3 settembre è comparso un intelligente commento sul blog Stranocristiano che io non esito a fare mio: è evidente che gli islamici ci hanno dichiarato guerra; quante altre decapitazioni di innocenti ci vorranno, quanti altri delitti, quanti rapimenti dovranno essere commessi prima che noi occidentali ce ne rendiamo conto? Da noi Europei la democrazia è arrivata a seguito delle bombe americane, mentre i dittatori erano arrivati con libere elezioni o comunque col forte sostegno popolare e ancora alcuni oggi fingono di non sapere perché gli alleati non abbiano bombardato, prima del 1939, le linee ferroviarie dirette verso Auschwitz, come se non avessero saputo a che cosa servissero.

Io sono la prima ad essere terrorizzata all’idea di una guerra che coinvolga l’Europa e ancora di più all’idea che Roma, la mia amata città, venga “conquistata dall’Islam”, anche se so bene che questo non avverrà mai perché siamo sotto la protezione della Madonna “Salus Populi Romani”. Nel 1944 i miei genitori assistettero da vicino al bombardamento del quartiere S. Lorenzo e furono tra i primi a stringersi attorno alla figura orante e benedicente del grande Papa Pio XII, Defensor Civitatis, accorso in mezzo alle macerie per condividere il dolore del suo gregge così crudelmente ferito e consolarlo, ma so anche che, secondo la teologia morale cattolica, la difesa del “terzo innocente” ingiustamente aggredito, perseguitato e spogliato di tutto, è preciso dovere del cristiano che altrimenti si rende complice di simili misfatti. E chi è più innocente di quel povero popolo seguace di Cristo che da secoli vive e lavora in quelle terre? Riflettiamo un po’, allora, prima di parlare tanto di dialogo …

(Riscossa Cristiana, 18 settembre 2014). .

[1] Cfr. LA BUSSOLA QUOTIDIANA, 12.9.2014
[2] Cfr. CORRIERE DELLA SERA, 10.8.2014.

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S. AGOSTINO – ESORTAZIONE ALLA PERFEZIONE

“Pertanto, tu, credendo a queste cose, guàrdati dalle tentazioni (perché il diavolo cerca chi perisca con lui). Guàrdati perché quel nemico non ti seduca non solo attraverso coloro che sono fuori della Chiesa, siano pagani o Giudei o eretici, ma anche perché tu non voglia imitare coloro che, in seno alla stessa Chiesa cattolica, abbia visto vivere male o indulgere senza ritegno ai piaceri del ventre e della gola o essere impudichi o dediti alle vane ed illecite curiosità degli spettacoli o dei rimedi sacrileghi o delle diaboliche arti divinatorie o vivere nel fasto e nella vanagloria propri dell’avarizia e della superbia o avere una condotta di vita che la legge condanna e punisce.

[…]

Non credere poi che gli uomini malvagi, sebbene entrino fra le pareti di una chiesa, possano entrare nel regno dei cieli; giacché, se non muteranno in meglio se stessi, a tempo debito saranno separati dai giusti. Imita dunque gli uomini buoni, sopporta i malvagi, ama tutti, poiché non sai che cosa sarà domani chi oggi è malvagio. E non amare la loro ingiustizia, ma amali perché apprendano la giustizia. Poiché non ci è stato solo comandato l’amore a Dio ma anche l’amore del prossimo: due comandamenti nei quali si raccoglie tutta la Legge e i profeti.

[…]

Per parte sua il diavolo induce in tentazione non solo attraverso le passioni, ma anche attraverso le paure provocate dagli scherni, dai dolori e dalla morte stessa. Ma qualunque cosa l’uomo avrà patito per il nome di Cristo e per la speranza della vita eterna, e avrà sopportato perseverando, varrà ad accrescergli la ricompensa. Se avrà acconsentito al diavolo, con lui sarà dannato. Ma le opere di misericordia, accompagnate da una devota umiltà, ottengono dal Signore che egli non permetta che i suoi servi siano tentati più di quanto possano tollerare” (S. Agostino – Prima catechesi cristiana, § 27,55)

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DALLA MAGIA ALLA VERA FEDE

La mia storia è molto triste, una storia che è difficile raccontare. Mi sento forte­mente sporca, indegna, disgraziata.

Vorrei dare la colpa di tutto quello che mi è accaduto ai miei parenti, ma non posso ritornare ad essere bugiarda e devo ammettere che potevo fermarmi nel compiere tanto male, ma era più forte di me, non riuscivo a bloccare il desiderio di essere cattiva e di godere nel sapere che gli altri soffrivano.

Non era solamente il forte guadagno a darmi piacere, anche se l’idea stessa di guadagnare tanti soldi mi rendeva follemente felice, ma arrivava dalla sof­ferenza degli altri, la mia realizzazione. Sì, perché più male causavo agli altri, più poteri ottenevo. Da chi, vi domande­rete. Da colui che è l’avversario di Dio, il male personificato, l’odio vivente, la disgrazia di chi non sta con Gesù. Io, Francesca, ero al servizio di satana. Ogni notte rimanevo sveglia per incontrare il maligno nelle pratiche magiche, per preparare intrugli magici, per invocarlo di ascoltare quanto mi veniva chiesto da coloro che venivano a trovarmi.

Chiedevo di aiutarmi nel mio lavoro di esaudire i clienti, che venivano a sollecitare l’intervento suo per rovinare persone, anche parenti, per soddisfare la superbia di altre.

Anche se vorrei tanto maledire chi mi portò a praticare la magia, non posso più tornare a vivere come prima, perché sono rinata, sono un’altra persona, ho incontrato la Madonna a Medjugorje. Lì mi sono convertita.

La mia infanzia fu normale fino a dieci anni circa, non potevo capire cosa succedeva a casa mia, ma ricordo che c’era un ambiente pesante, tante discussioni e continui litigi tra i miei, non c’era pace e nessuno frequentava la Messa. Ricordo che mai si facevano preghiere a casa, e sono cresciuta quasi senza sapere nulla del Signore e della Madonna.

Cresciuta, compresi quello che facevano a casa mia con la magia ed io divenni una esperta fattucchiera, chiaroveggente o sensitiva. I miei parenti mi passarono i libri dei segreti, sapevo molto sugli intrugli o preparati per legare persone, sfasciare matrimoni, causare disgrazie alle persone, arrecare fallimenti economici e personali. Avevo tra le mani la possibilità di distruggere e di “aiutare” quelli che venivano da me ad implorare il mio aiuto, ma non sapevano che non era a me che veniva chiesto l’aiuto, ma al diavolo.

Tutti coloro che frequentano maghi e fattucchiere non si rendono conto del tremendo legamento che avviene con essi, frequentandoli anche per una sola volta. Solo le preghiere di liberazione dei Sacerdoti li libererà da questo micidiale legamento, che significa dipendenza spirituale dal diavolo, influssi negativi e tristi sulla persona, sul lavoro, sugli affetti, su tutto. Succedono incidenti strani, malattie inspiegabili, e nessuno pensa che la causa è da attribuire alla visita fatta al mago o alla fattucchiera. Mai e poi mai questi che operano nel mondo dell’occulto potranno liberarvi dalle fatture o da strane malattie, anche se per un certo periodo sembrerà che l’intervento del mago sia stato efficace. Invece, se non c’è più il sintomo di una malattia o il matrimonio ritorna in pace, succederà qualcosa di diverso.

Mi piaceva molto quello che facevo, incontravo molta gente e guadagnavo molti soldi. Non provavo alcun dolore nel preparare polverine con sangue essiccato, testa di gallina tritata ed altro, che sarebbero servite a rovinare una coppia di sposi, a causare malattie, confusione mentale, squilibrio psichico, turbe mentali, sonnolenza, tristezza, fallimento nella vita, perdita dell’onore, allontanamento da Dio.

La prima cosa che si cercava di fare, era quella di infondere il rifiuto del sacro nelle persone colpite dalla fattura. Infatti, se la persona non prega più (se pregava), avrà pochissime possibilità di chiedere aiuto a Dio. Ma non ero io ad infondere il rifiuto del sacro, bensì colui che invocavo ogni notte. Lui doveva rimanere nella mente della persona colpita, ispirando continui pensieri contro Gesù e la Madonna, contro i Sacerdoti e la preghiera. Col tempo, la persona non avrebbe più creduto in Dio, aprendosi la porta verso l’abisso infer­nale. Sapeste quanti sono oggi quelli colpiti da queste fatture…

Il motivo che quasi sempre spingeva tantissime persone a venire a chiedere il mio intervento per distruggere economi­camente, fisicamente, mentalmente una persona, era dovuto all’invidia. Quante volte ho preparato fatture richieste dalle suocere per le nuore, dalle nuore per le suocere, da fratelli contro altri fratelli, da sorelle contro altre sorelle. A pensarci mi faccio schifo. Con la mia maledetta ope­ra di fattucchiera ho distrutto, letteral­mente distrutto persone e famiglie. Dio mi potrà mai perdonare?!? Ero pazza, agivo come fuori di me, incapace di fermarmi a vedere cosa stavo procu­rando a famiglie intere.

Non tutte le fatture che preparavo erano efficaci, perché se la persona che si doveva colpire aveva una Fede forte, non si poteva assolutamente disturbare. E quando mi accorgevo che quella per­sona non poteva essere colpita, diven­tavo come un’ossessa e dicevo molte be­stemmie, più di quelle che ripetevo come le litanie, quando la notte prepa­ravo le fatture ed invocavo il diavolo. Per preparare le fatture occorre essere amici del diavolo e lui è sempre presente quando si mescolano gli intrugli.

Ora mi rendo conto di avere ricevuto un grande miracolo, proprio grande, per­ché come dice Gesù: “Era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato” (Lc 15,24). Ero morta spiri­tualmente, ora gioisco grazie al mio Signore. Ma è stata la Madonna ad ottenermi questa Grazia, perché essendo stata invitata da una vicina di casa, ignara del mio lavoro, ad andare a Medjugorje, pensai a rilassarmi e feci il viaggio, ma odiavo tutti quelli che nel pullman pregavano e auguravo loro ogni male, ma erano protetti dalla loro fede, dalla loro preghiera. Arrivati lì, pensavo a tutto, tranne ad entrare nella Chiesa di San Giacomo, ma spinta dalla mia amica vi entrai. Non volevo inginocchiarmi e non lo feci. Rifiutavo tutto il sacro che vi era dentro e volevo bestemmiare ad alta voce, sentivo che il diavolo si era scate­nato dentro di me e mi spingeva a com­piere qualche gesto folle. Mi allontanai dalla loro presenza, perché li odiavo e camminavo senza guardare dove anda­vo. Vidi la statua della Madonna, mi avvicinai e la guardai. Fissai i suoi occhi, Lei mi guardava, il suo sguardo mi penetrava dentro, mi rovistava, stava succedendo qualcosa di imprevedibile e che non riuscivo a fermare.

Cominciai ad avvertire strane sensa­zioni, la testa si alleggeriva da tanti pen­sieri, cominciai a pensare a tutto il male che avevo fatto, ma questo in pochi se­condi, tutto si svolgeva molto veloce­mente e non ero io a guidare la mia men­te. Forse in meno di un minuto mi resi conto che la mia vita era stata solo un fallimento, scoppiai a piangere, sin­ghiozzavo, fiumi di lacrime mi cadeva­no dagli occhi e Lei lì, una statua che mi fissava e sentivo che mi diceva perché avevo compiuto tutto quel male. Perché ero stata così cattiva e chi aveva pregato così tanto per la mia conversione?

Dinanzi la statua della Madonna mi sono sentita sporca, cattiva ed impura. Ho provato per la prima volta vergogna di me stessa, anche se ero sola e nessuno mi ve­deva, o meglio, la Madonna mi guardava. La statua, ferma e silenziosa sembrava avere un cuore che vi batteva dentro. La verità è che il Cuore della Madonna in quei momenti l’ho avvertito dentro me, sentivo pulsare dentro, l’amore che per la prima volta nella mia vita provavo e piangevo, continuavo a piangere a dirotto.

In quei momenti l’amore verso la Madonna aumentò in maniera impres­sionante, sentivo che l’amavo come niente e nessuna cosa prima, anche se non sapevo nulla di Lei. Non avevo mai pregato in vita mia, non avevo fatto la Prima Comunione perché i miei erano contrari a tutto ciò che riguardava il sacro.

Dinanzi la statua della Madonna ho provato momenti di dolore per tutto il male che ho fatto nella mia vita; ho provato anche momenti di grandissima gioia, perché avevo scoperto che amavo. Mi sembrava di avere un cuore, mi accorgevo della sua esistenza, lo sentivo battere nel mio petto, lo seguivo con commozione ed in silenzio interiore.

Ero stata amata dalla Madonna, Lei mi ha insegnato ad amare. La mia vita era stata sempre piena di inquietudini, di invidie, di tristezza. Ho solo odiato nella mia vita, ma cosa ne avevo guadagnato?

Niente riguardo la vera gioia che si prova rimanen­do a guardare la statua della Madonna.

Il male che facevo prima era per me lo scopo della vi­ta, e più procuravo del male agli altri, più cresceva in me il desiderio di compiere del male. Parlando con un Padre francescano, mi spie­gò che ognuno di noi si sen­te fortemente attratto da ciò che compie, di buono o di cattivo. Chi fa del bene, sente il desiderio di farne ancora, chi fa del male, prova un forte piacere, aumentando la sua malizia. Non mi rendevo conto, ma ero una vera strega. Una indiavolata.

Chi compie del male, non riesce più a controllarsi, diventa schiavo della sua malvagità e l’influenza del diavolo aumen­ta a dismisura. È facile fare del male, so­prattutto senza essere visti, ma interior­mente ti svuoti sempre di più, non senti più emozioni, non hai più la consapevolezza della realtà, sembri vivere in un altro mon­do, ed è il mondo infernale. Che tristezza.

Chi compie del male, si rallegra per i danni causati agli altri, ma dovrà darne amaramente conto a Dio. Finchè uno vive come fuori di sé, accecato dall’invidia e dalla cattiveria, non si rende conto dei danni morali, economici e fisici che causa agli altri, anzi, prova grandi piaceri, gioi­sce delle disgrazie altrui. Proprio come fa il diavolo. E chi fa questo genere di male, diventa come un diavolo, perché si riem­pie del suo spirito, si lascia guidare, diven­ta una persona posseduta dal diavolo.

Provo orrore quando penso al male che ho compiuto, alle persone innocenti che hanno sofferto, alle coppie che si sono separate, ai disastri economici causati. Anche se non me ne rendevo conto, so adesso che la mia responsabilità è enorme. Anche se non ho ricevuto un’educazione corretta, mi accorgevo delle sofferenze che causavo, mi rendevo conto che la mia opera era disonesta e perfida. Non posso ora coprirmi con queste scuse. Non posso dare la colpa agli altri, liberamente eseguivo le richieste dei clienti.

Il ricordo dei clienti mi turba ancora, perché nessuno veniva per fare del bene agli altri -d’altronde non sarebbero venuti da me -, in ognuno era visibile nel volto una cattiveria e una crudeltà spaventosa, e alla base di ogni richiesta c’era l’invidia verso qualcuno. Erano meno coloro che chiedevano qualcosa di personale, mentre i più venivano per arrecare danno ai familiari, parenti e conoscenti.

Parlerò anche di quali richieste faceva­no contro i familiari – madre contro figlia, sorella contro sorella -.

Non ho mai conosciuto veramente la felicità cristiana, non ho mai gioito e non ho mai amato. Perché Gesù ha usato misericordia con me? Non trovo una spiegazione, devo solo ripetermi che Gesù è buono e vuole salvare tutti. Forse Gesù ha considerato che la mia attività di maga era dovuta all’ambiente della mia fami­glia? Ma ci sono tante persone come ero io e forse migliori di me, eppure, non ho mai sentito dire che qualche fattucchiera si sia convertita a Dio. Parlo di me come una ex maga senza provare vergogna, adesso sono una creatura nuova, rinata nell’amore di Gesù e desiderosa di riparare il male fatto a tante persone.

Ho chiesto al mio Padre spirituale il permesso di entrare in un monastero di clausura. Aspetto la sua risposta.

Il Padre spirituale non l’ho trovato subito, anche perché non ne comprendevo assolutamente il ruolo e la necessità. Anzi, dopo essere stata a Medjugorje e avere ricevuto il grande dono dalla Madonna della mia conversione, ero convinta di non dovere andare a confessarmi, perché quando scoppiai a piangere lì, avevo chiesto perdono a tutto il mondo per la mia cattiveria, per tutto il male che ho commesso, per tutte le persone che hanno sofferto. Perdono, gridavo dentro di me. Ma chi poteva perdonarmi? Le lacrime mi sgorgavano come da una fontanella, avevo vergogna e ripetevo nella mia mente: perdono, perdonatemi, pietà di me. Quelle lacrime non cambiarono in un istante il mio cuore, nel senso che il mio cuore era troppo insensibile ancora, perché erano cambiati solamente i miei pensieri, era la mia mente a rifiutare la magia e a cercare il bene, ma il mio cuore era molto legato alla vita passata. Riflettevo in quei giorni proprio su questo: è la mia mente a stabilire se vivere bene o male, se amare oppure odiare, se seguire Dio o il diavolo, mentre il cuore si riempie degli affetti che la mente stabilisce e la volontà compie. Forse non sono chiara, ma voglio dire che le decisioni sono prese dalla mente, siamo noi a stabilire cosa vogliamo fare e resistere alle influenze esteriori. Il cuore diventa buono o cattivo dai pensieri della persona, che diventano azioni o parole che si pronunciano. Dovevo molto lavorare interiormente per trasformare il mio cuore.

Riflettevo molto, rimanevo tutto il giorno a riflettere e questo mi ha aiutato tantissimo. Sentivo di potere resistere ai miei istinti, che ancora erano fortissimi dentro me, meditavo sulla mia conver­sione e mi proponevo di non seguire quei pensieri che mi facevano ricordare la vita passata. Adesso riconosco che quella riflessione mi dava maggiore forza nel resistere alle mie debolezze e ad impe­gnarmi nella vita spirituale. Non era facile cambiare la mia vita, non potevo farcela da sola, era troppo grande il cambiamento che era avvenuto in me.

Ritornando dal pellegrinaggio, non pensavo di incontrare un Sacerdote come guida, ho cominciato a frequentare un gruppo di preghiera e a partecipare ogni giorno alla Santa Messa. Il grande aiuto mi è arrivato leggendo il libro DIO È VIVO, dell’Associazione Gesù e Maria, infatti, mi ha dato i fondamenti della Fede Cattolica, ho cominciato a conoscere la Legge di Dio. Questo libro mi ha dato un grande entusiasmo per la Chiesa di Gesù, per la sua Persona Divina e la sua vita. Ho letto subito il Vangelo e mi commuovevo nel meditare i miracoli di Gesù, rimanevo sba­lordita per i suoi insegnamenti. Leggendo DIO È VIVO ho scoperto i Sacramenti ed io non ero né battezzata e neanche avevo fatto la Prima Comunione. Il gruppo di preghiera che frequentavo mi face cono­scere il parroco vicino casa mia, anziano ma molto buono, e mi incoraggiò a perse­verare, promettendomi di darmi tutti gli aiuti per ricevere i Sacramenti. Passò del tempo, ero diventata una cristiana e mi confessavo, ma non davo ancora impor­tanza al Padre spirituale. Ero superba. La causa non era tanto la mia poca cono­scenza delle cose di Dio, ero troppo sicura di me. Lo ero stata per tutta la vita. Nel tempo mi accorsi che non ero capace di trovare la soluzione giusta nelle scelte che dovevo fare, anzi, sbagliavo sempre nel mio agire. Una mia amica mi parlò del Padre spirituale, della necessità di con­frontarmi con un uomo di Dio e di aprirmi con umiltà. Ero chiamata ad obbedire. Ma già da tempo obbedivo a Gesù e non più a me, ma ascoltare un uomo era diverso, perché ho dovuto seguire le sue indi­cazioni nelle scelte che dovevo fare.

Mi decisi di andare e presi un appun­tamento per incontrarlo in un’altra città. Il primo incontro fu molto cordiale, mi sentii compresa, non mi guardava con sdegno, eppure meritavo la fucilazione. Anche il mio parroco era stato comprensivo nella Confessione, mi aveva dato penitenze per riparare, poche a quanto meritavo.

Con il Padre spirituale fu un incontro misterioso. Voglio dire che avvertivo qual­cosa di soprannaturale, sentivo che mi guardava dentro, anche se lui non mi fissava, era pensieroso, assorto. Mi lasciò parlare per un poco, poi mi interruppe e continuò lui. Parlava e mi diceva dei sentimenti che provavo in quel momento e quelli che provavo prima, mi leggeva dentro, mi esaminava spiritualmente. Ero sbalordita, commossa e piena di gioia. Avevo trovato chi mi conosceva meglio di me stessa, e poteva aiutarmi a dare un nuovo senso alla mia tormentata vita. Fu così che alla fine di quel primo colloquio gli dissi di volere entrare in clausura, ma lui disse che era ancora molto presto. La cosa strana è che fino a poco prima di incontrare il mio Padre spirituale per la prima volta, non mi era affatto passato per la mente il pensiero di diventare monaca di clausura. Ma davanti a lui, alla fine dell’in­contro, dissi proprio questo: voglio entrare in clausura. Ricordo benissimo che durante il colloquio non si era parlato assolutamente di clausura o di una mia consacrazione. Eppure, io lo dissi. L’unica spiegazione che mi davo era questa: in quell’incontro lo Spirito Santo era presen­te, ed io ne ero stata avvolta. Fui io a parlare di clausura, ma lì era lo Spirito Divino ad operare. Dissi di volere entrare in clausura, ma il Padre spirituale mi invitò a fare prima un cammino di Fede serio e coerente, per la clausura era molto presto.

Finito il primo incontro con lui, com­presi la grandissima necessità della guida spirituale, e la convinzione che non potevo più sbagliarmi nella vita, che dovevo con­frontarmi con lui, per essere aiutata a fare la volontà di Dio.

Dio è veramente buono e misericordio­so. Egli ci ama sul serio e non considera ciò che eravamo prima di conoscerlo, ma ciò che siamo. Con questa testimonianza desidero dirvi di non ricorrere mai, mai, mai, dai maghi: è la vostra rovina. Capirete quando vi racconterò la malizia della ma­gia che usavo per fare del male e gli effetti.

Tratto da: Grande Opera Mariana” GESU’ E MARIA

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L’IMPORTANZA DEL CATECHISMO

Quella società permeata di valori cristiani è un ricordo. Il processo di decristianizzazione è stato lento ma tenace, e, quel che è peggio, oggi ci scopriamo noi stessi responsabili di un secolarismo distruttore: distruttore di fede e di cultura; distruttore di valori e di costumi; distruttore di pace e di vita.

Ci siamo lasciati affascinare più dalle ideologie che dal “Padre Nostro”; ci siamo lasciati lusingare da una modernità senza tradizione; abbiamo voluto dimenticare il valore della nostra storia, consegnandola ad un nemico che abilmente l’ha distorta e manipolata; abbiamo rincorso le false promesse dell’Ingannatore e abbiamo strisciato nei bassifondi della morale barattando i nostri valori per un piatto di lenticchie; ci siamo lasciati convincere che Dio ha torto, erigendo altari alle scienze umane ed istituendo tabernacoli al nostro io; abbiamo abbandonato preghiera ed ascesi per inventarci religiosità a nostra immagine e somiglianza, con la sola proprietà di compiacere.

Nelle chiese sventolano bandiere dalle ideologie umane, dimentichi che il simbolo della vera pace è solo il Cristo crocifisso; il Santissimo Sacramento è abbandonato alla sua prigionia nel tabernacolo, mentre noi banchettiamo, tingendo di agape ciò che il più delle volte è solo divertimento mondano; si organizzano un numero sconsiderato di riunioni pastorali, in cui tutti si chiacchiera di ogni problema del mondo, ma in cui nessuno sembra ricordare di riformare la propria vita.

Il risultato è un mondo pagano, consapevole ed appagato di ogni sua idolatria, frutto delle triplici “S” sataniche (soldi, sesso, successo), dalle cui radici si ramifica un florilegio di vizi.

Bisogna tornare all’insegnamento del catechismo, anche questo bollato come noiosa ed inutile accozzaglia di nozioni, idea ovviamente scaturita dall’abile dialettica diffamatoria di intelligenze malvagie ed infingarde.

Per amare bisogna conoscere chi si ama. Amare ciò che Gesù ed il suo Corpo Mistico (la Chiesa) hanno insegnato, significa poterci conformare all’amato, vuol dire assimilare quel messaggio che tanto costò al nostro Dio, di cui noi oggi ci facciamo beffa.

Attraverso il conoscimento della dottrina il nostro cuore e la nostra intelligenza hanno l’oggetto su cui fare scendere la grazia dello Spirito Santo, la cui opera ordinaria prevede la collaborazione della natura umana.

Attraverso la dottrina abbiamo le armi per difenderci dalle false dottrine, dai seduttori di un mondo che luccica di buio.

Nessuno sa più niente. Tutti si interrogano nuovamente su un perduto senso della vita, ma sono pochi coloro che si impegnano nella ricerca, e ancor meno coloro che sono costanti nella pratica della verità tradotta nel bene.

Papa Luciani scrisse “Catechetica in briciole” nel quale, con parole semplici, ha voluto sottolineare l’importanza di questo strumento straordinario che è il Catechismo.

Basterebbe anche solo rileggersi il piccolo Catechismo di Pio X, che, nella sua semplicità, indica la strada da approfondire e valica i confini dei cuori, almeno laddove un cuore c’è ancora.

————

1. – Che cos’è il Catechismo

1. — Catechismo è parola greca che significa: parlo dall’alto.
Oggi, questa parola viene adoperata in tre sensi:
a) insegnamento a viva voce della religione («frequentare il
catechismo»); b) libro che contiene le verità religiose in forma
semplice e piana («comperare un catechismo»); c) le verità
stesse contenute nel libro o esposte nell’insegnamento («il
catechismo» ci insegna che…).

2. — Il primo significato di insegnamento è più comune.
Si badi, però, che si tratta di un insegnamento speciale: non è istruzione della sola mente, ma educazione di tutta la vita: non mira solo a mettere in testa alcune nozioni, ma trasmette solide convinzioni, così vive e forti da portare alle opere buone, all’esercizio delle virtù.
Mi spiego. Ho due catechisti: il primo parla e spiega bene, ma non fa migliori i fanciulli; il secondo è meno bravo, ma sa fare così bene coll’esempio, con la convinzione che l’anima, con le sue esortazioni, che alla sua scuola i fanciulli diventano più buoni, si invogliano a frequentare la Chiesa, pregano volentieri. Il secondo vale molto di più dei primo come
catechista.
Ho due fanciulli: uno sa a memoria il testo e lo capisce, ma la sua vita non è quella insegnata dal testo. L’altro ricordapochino, ma si sforza di diventar migliore per mettere in
pratica ciò che ha studiato. Questi ha imparato il catechismosul serio.

3. — Chiesero a Michelangelo: «Come fate a produrre statue così piene di vita?» Rispose: «Le statue sono già nel marmo. Tutto sta a cavarle fuori».
I fanciulli sono, come il marmo, della materia grezza: se ne può ricavare dei galantuomini, degli eroi, perfino dei santi.
E questa, è l’opera del catechista.

4. — Messo da parte il catechismo, non saprete che mezzi adoperare per fare buoni piccoli e grandi.
Tirerete in campo la «dignità umana»? I piccoli non capiscono che cosa sia, i grandi se ne infischiano.
Metterete avanti «l’imperativo categorico»? Peggio che peggio.
E’ ben diverso, invece, se parlerete a piccoli e grandi di Dio che tutto vede, che premia e castiga, che ha dato una legge santa ed inviolabile, che offre i Sacramenti per rafforzare
la nostra volontà buona, ma tanto debole ed incostante.

5. — Lo so: parecchi hanno studiato il catechismo e ciononostante sono diventati cattivi.
Ma il catechismo avrà almeno messo nel cuore il rimorso:il rimorso non lascerà loro aver pace nel peccato e presto o tardi li ricondurrà al bene.

6. — Si dice che anche la filosofia e la scienza sono capaci di far buoni e nobili gli uomini.
Ma non c’è neppur confronto col catechismo, che insegna in breve la sapienza di tutte le biblioteche; risolve i problemi di tutte le filosofie e soddisfa alle ricerche più penose e difficili dello spirito umano.
Il catechismo spiega perché si soffre a questo mondo, come bisogna impiegare la ricchezza, perché tutti devono lavorare. Ci mette avanti Cristo per modello e ci dice: Fate come Lui! E’ vostro fratello. Vi vuol bene, vi perdona, viene a vivere in voi!
Il catechismo ci grida continuamente: Sii buono, sii paziente, sii puro, perdona, ama il Signore! Insomma non esiste al mondo forza moralizzatrice più potente del catechismo.

2. – C’è bisogno di Catechismo

7. — Peccato che questa immensa forza sia poco sfruttata! I fanciulli studiano poco il catechismo; gli adulti, perché si illudono di averlo studiato, non lo studiano più. E così c’è in
giro una Ignoranza religiosa incredibile: gente che conosce la scienza e ha letto cataste di libri non sa nulla del cristianesimo in mezzo a cui vive, non ha mai letto il Vangelo per intero,scambia un funerale della sera per una Messa ecc.
Senza dire di tant’altra gente, che frequenta la Chiesa e si crede pia ed invece manca completamente di idee religiose; crede di aver la fede ed ha solo del tenerume; cerca nella pietà non il volere di Dio, ma impressioni, sentimenti e vaghe ebbrezze; ignora la vera devozione e pratica un mucchio di devozioni legate a certe formule, a certi numeri, metà cabala, metà superstizioni; svuota la testa e il cuore e carica unicamente il sistema nervoso.

8. — Dei bambini piccolissimi, si dice: «Son tanto piccoli! È troppo presto per insegnar loro la religione»!
Ed invece un educatore a una mamma che chiedeva quando dovesse cominciare l’istruzione del suo bambino di due anni, rispose: Subito. Siete in ritardo per lo meno di tre anni! Voleva dire che i bimbi sono capaci di impressioni religiose fin dai primi istanti della loro vita.
E un altro educatore scrisse che nemmeno in quattro anni di università un uomo impara tanto quanto nei primi quattro anni della vita. Tanto sono decisive e indelebili le prime impressioni!

9. — C’è chi dice con Rousseau: Voglio rispettare la libertà di mio figlio, non voglio imporre alcun insegnamento religioso.
A vent’anni sceglierà.
Ma pensano questi genitori che in realtà ai loro figlioli hanno imposto tutto? La vita, intanto, perché non hanno chiesto il permesso dei figli per metterli al mondo: e poi il cibo, i vestiti, la casa, la scuola…
D’altra parte, chi si metterà, a vent’anni, a studiar religione? Vent’anni! L’età di tutti gli esami per quelli che studiano, l’età del lavoro, del mestiere, dell’officina, dell’ufficio per gli altri. L’età delle passioni, dei divertimenti, dei dubbi. Chi avrà voglia o tempo di prendersi i grossi volumi, studiarvi sopra tutte le religioni di questo mondo per vedere quale sia la vera e migliore? E poi, non aspettano, i genitori, che le malattie siano entrate nel corpo dei figli per cacciarle a forza di medicine; fanno invece di tutto, perché non entrino nel corpo.
Altrettanto si deve fare con l’anima: metterci il catechismo, il timor di Dio, affinché i vizi non entrino: non aspettare che i vizi siano entrati per aver la consolazione di cacciarli con la religione.

10. — Il nostro ragazzo deve lavorare, deve studiare!
— Ma prima ancora deve diventar buono, deve essere premunito contro tutte le seduzioni e le tentazioni di domani.
Non è con la tavola di Pitagora o con un banco da falegname o con un diploma che si sbarra la via alle passioni.
Questo ragazzo è atteso al varco: domani la donna, il giornale, il cinema, l’osteria se lo disputeranno. Mandar avanti dei giovani o delle figliole senza catechismo sulla strada del
mondo è lo stesso che mandare dei soldati alla guerra senza giberne, senza cartucce, e farne degli sconfitti e degli infelici.
11. — I grandi si scusano: abbiamo già studiato, il catechismo!
Ma da ragazzi; ed era catechismo per ragazzi, fatto di poche nozioni, con immagini, parole e sentimenti infantili, roba che accarezzava l’immaginazione, il cuore. Ma adesso che
siete adulti occorre qualcosa di più sostanzioso che rischiari la testa e guidi la vita. Adesso occorrono ragioni solide, chiare, risposte convincenti, per respingere vittoriosamente gli
attacchi che d’ogni parte volano contro la fede.
Mai come oggi s’è sentito bisogno di catechismo.

[…]
II
IL MAESTRO DI CATECHISMO
1. La missione del Catechista

1. — C’è un quadro del Murillo chiamato «I fanciulli della conchiglia». In uno sfondo tranquillo e sereno, mentre Angeli dall’alto guardano e sorridono, Gesù Fanciullo dà a bere, in una conchiglia, al piccolo Giovanni Battista l’acqua attinta ad un limpidissimo ruscello che scorre ai piedi.
Ecco la missione del catechista: sostituire Gesù e dare ai fanciulli, col catechismo, l’acqua della vita eterna.

2. — E’ una missione nobile. Il catechista continua l’opera di Gesù, degli Apostoli; si mette in linea coi Vescovi, coi sacerdoti, coi missionari; aiuta la famiglia che non sempre può
e sa da sola educare i figli; aiuta la patria col formare buoni cittadini. Aiuta soprattutto la Religione. Certo, al centro della Religione sono la S. Messa, i Sacramenti, le sacre funzioni. Si
pensi alle tracce che lascia una prima Comunione, il rito delle Nozze, una Confessione ben fatta.
Ma cosa si raccoglie in una prima Comunione, in un Matrimonio ben celebrato? Quel che il catechista ha seminato.
E chi va alla S. Messa, alle funzioni, e chi ne ricava un frutto pratico? Chi è stato preparato con catechismo serio, continuato.
Chi si confessa con accusa sincera, con vero dolore e proposito fermo? Chi ha avuto un bravo catechista che gli ha comunicato circa la Confessione idee, convinzioni e buoneabitudini.
Uomini grandi come Alessandro Volta, Silvio Pellico e Cesare Cantù ritennero onore spiegare quasi tutte le domeniche il catechismo ai bambini nella Chiesa parrocchiale.
Anche Napoleone insegnò il catechismo negli ultimi anni e Carlo Alberto istruiva personalmente i figli sul modo di confessarsi, comunicarsi e ascoltare la S. Messa.
Pio X ha detto: quello del catechista è oggi il più grande di tutti gli apostolati.

3. — E’ una missione difficile. Le difficoltà vengono anzitutto dagli alunni. I fanciulli sono spesso leggeri, incostanti, irrequieti, distratti da cento cose. Le famiglie talvolta aiutano
poco l’opera del catechista e perfino la ostacolano o la distruggono.
Altre difficoltà riguardano il catechista stesso, che si sente impreparato a insegnare, ha poco tempo, teme di legarsi, deve sottostare alle fatiche della preparazione, della disciplina da
tenere ecc. ecc. E poi il catechista va incontro allo scoraggiamento, tanto più facile quanto maggiore era stato l’entusiasmo nel cominciare. Non si vedono frutti, si incontrano resistenze, si provano delusioni, amarezze, viene voglia di piantare tutto…

4. — Eppure, è una missione che porta frutti. Le difficoltà si superano. Chi ha passione e insiste e ritenta e soprattuttocerca di prepararsi per rendere piacevole, attraente la lezione,
riesce a interessare i ragazzi. I frutti non possono mancare.
Sicura, intanto, è la ricompensa del Signore, che ha detto:
«Tutto quanto avrete fatto a uno di questi piccoli, l’avrete fatto a me», e: «Coloro che avranno insegnato la giustizia a molti, brilleranno come le stelle nell’eternità».
Poi c’è anche il risultato qui in terra. Il contadino raccoglie la messe parecchi mesi dopo aver gettato il seme. Il catechista è un seminatore: spesso l’effetto del suo insegnamento si vede più in là, in età più avanzata, una disgrazia, in punto di morte: spesso il frutto è visibile subito nei fanciulli che imparano, che diventano più buoni e ci sono riconoscenti.

2. – Le doti del Catechista

Dipende soprattutto dal catechista che la sua missione riesca o no. S. Filippo Neri e S. Giovanni Bosco catechizzavano i ragazzi in qualche angolo di sacrestia, perfino in istrada, senza lusso di ambienti, senza mezzi, eppure incantavano come maghi e trasformavano. Avevano quel che occorre più di tutto: le belle doti, che si possono dividere così:
Doti religiose che fanno il cristiano;
Doti morali che fanno l’uomo;
Doti professionali, o del mestiere, che fanno il maestro;
Doti esterne che non fanno niente di nuovo, e non sono indispensabili, ma danno pieno risalto alle doti precedenti e permettono al catechista di brillare davanti ai ragazzi nella luce
completa di cristiano, uomo e maestro.

a) Doti religiose
5. — Buona condotta. E’ una dote capitale. I fanciulli leggono più sul catechista che sul catechismo; imparano più dalla condotta che dalle parole, più cogli occhi che con le orecchie.
Sono come le spugne: assorbono soprattutto quello che vedono. E vedono molto: hanno antenne finissime per captare tutto quello che il catechista è interiormente. Se il catechista non è buono, la sua voce esterna può dire quello che vuole, ma cento altre voci escono da lui a smentire ciò che le labbra pronunciano.
Non si riesce a insinuare nei fanciulli la dolcezza, il perdono, quando, lunghi pensieri di astio o di vendetta hanno dato una piega dura al nostro volto.
Non si porta alla purezza con le belle parole, quando brutte abitudini o pensieri cattivi oscurano la nostra anima.
Il catechista non può dare ciò che non possiede: anzi, egli non insegna nemmeno ciò che ha, o ciò che sa, ma ciò che è.

6. — Pietà, Dio ha riservato a sé solo di produrre nelle anime la vita soprannaturale, ossia la Grazia e le virtù. Il catechista è soltanto uno strumento di cui Dio si serve: se resta unito a
Dio, vivendo in stato di Grazia, farà del bene ai fanciulli;
staccato da Dio, col peccato mortale, la sua opera sarà sterile.
E’ come la lampadina elettrica: unita alla corrente, fachiaro; staccata dalla corrente, lascia all’oscuro.
Ci sono stati dei catechisti che, privi di doti esteriori, scarsi di ingegno e di cultura, hanno tuttavia ottenuto frutti meravigliosi. Avevano una pietà profonda che conquistava i
fanciulli più che tutta l’eloquenza di questo mondo.
Catechisti che non solo insegnavano Dio, ma Lo mostravano e facevano sentire, come il Curato d’Ars, del quale si disse: Andiamo a vedere una trasparenza di Dio!
Non si concepisce un catechista senza vera pietà. Come può far amare il Signore se egli, primo, non l’ama? Come insegnerà a pregare, a frequentare i Sacramenti, se non ha gusto per la preghiera, passione per le funzioni, se non fa bene le genuflessioni, il segno di croce, ecc.? E la pietà non è una maschera che si mette e si leva: è un profumo che esce da un’anima desiderosa di piacere a Dio e che i fanciulli fiutano e riconoscono con una facilità straordinaria.

7. — Convinzione profonda. Il catechista deve essere un entusiasta, un convinto. Convinto che la sua missione è una cosa grande, che le cose che insegna sono vere, che i fanciulli,
a furia di sforzi, verranno elevati, migliorati. Queste convinzioni daranno anima, ali al suo apostolato; con esse egli diventerà un artista del catechismo: senza di esse, resterà un
manovale del catechismo, incapace di edificare e trascinare.
Due alpinisti scalano una roccia; il primo, perché è di moda; il secondo, per passione.
Sentiteli al ritorno: “Cosa ho veduto? — dice il primo — Oh! nulla di speciale: quattro corde, quattro alberi, deitorrenti, dei prati, un cantoncino di cielo e nient’altro!”. E sbadiglia.
Dice il secondo: “Cosa ho veduto? Non lo dimenticherò mai più! Rocce, poi ancora rocce, e prati e torrenti e azzurro e sole e cose meravigliose!”. E mentre parla pare che tali meraviglie gli ridano ancora nello sguardo e nell’anima.
Quei due dicono la stessa cosa, ma è il modo di dire, diverso. Il primo non invoglia nessuno a tentare una scalata; il secondo invece col suo entusiasmo accenderà la passione della
montagna in altri e guiderà proseliti a nuove vette.
Così il catechista: non basta che dica, ma, dicendo, deve invogliare, appassionare e trascinare.

b) Doti morali
8. — Amare i fanciulli. Lacordaire ha scritto: «Dio volle che nessun bene si facesse agli uomini fuorché amandoli». Ed è vero.
Se i fanciulli si sentono amati, spalancano la porta del loro cuore, si fidano, ascoltano, si lasciano persuadere e fanno.
Se non si sentono amati, restano diffidenti, fanno per forza, o affatto non fanno.
Il catechista stesso, poi, sé non vuol bene, ai fanciulli, non troverà mai la forza di superare gli insuccessi, le noie, le ingratitudini inerenti al suo ufficio; tanto meno sarà capace di
aver fiducia in loro, di compatirli, e di aver pazienza.
9. — Pazienza. Perché la pazienza è necessaria al catechista.
«Coi fanciulli — dice S. Francesco di Sales — occorre: un bicchierino di sapienza, un barile di prudenza ed un mare di pazienza».
E lo sanno tutti, tanto è vero che quando un maestro non riesce coi fanciulli, il popolo dice senz’altro: «Non riesce, perché non ha pazienza Quando invece un maestro è capace,
virtuoso, il popolo senz’altro esclama: «Quanta pazienza!».

10. — Senso della giustizia. Il fanciullo non sopporta le parzialità e le ingiustizie e, quando le vede o crede di vederle, soffre, si allontana chiudendosi in se stesso.
In questa materia, cose che per noi sono sciocchezze, per il fanciullo acquistano una importanza straordinaria. Bisogna badare di evitarle, cercando di trattare tutti alla stessa maniera, guardandosi da simpatie verso i più ricchi, i più intelligenti, i meglio vestiti, ecc. Se qualche preferenza si può avere e mostrare è verso i più poveri, i più ignoranti, i deficienti.

11. — Rispetto della verità. Anche alla verità i fanciulli sono sensibilissimi. Essi hanno una grande fiducia nel catechista.
Questi per tanto non deve mai permettersi, neppure per scherzo, di dire cose non vere o di parlare con sottintesi o doppi sensi.
Non sarà mai troppa, a questo riguardo, la prudenza e la cura di non perder davanti al fanciullo il prestigio di essereuomini di parola. Per esempio, si stia attenti quando si racconta, a non cambiare i particolari. Il fanciullo, che ha memoria fedele soprattutto per i particolari concreti, resta male, se nella seconda volta, li trova diversi dalla prima; nel
suo animo sorge il dubbio, che poi passa con tutta facilità dai dettagli insignificanti alla sostanza e alle verità insegnate.

c) Doti professionali
12. — Sapere. Per insegnare bisogna sapere: per insegnare uno bisogna sapere dieci, per insegnare bene, bisogna sapere benissimo.
Ed ecco una scala: chi sa benissimo, insegna bene; chi sa bene, insegna discretamente; chi sa appena passabilmente, insegna male.
Alle scuole elementari una maestra insegna non molte cose e  più facili che le verità del catechismo. Eppure si pretende da lei che studi almeno tredici anni, che superi difficili esami.
Si dice: Oh! si tratta poi di ragazzi! Tanto più è necessario sapere ed avere idee chiare e
precise. Se no, non si può parlare con linguaggio facile e semplice.
Ecco cosa succede quando il catechista sa poco; nelle teste dei fanciulli entrano errori, dubbi e confusioni; — il catechista parla e va avanti senza disinvoltura, senza brio e fiducia in sé; — i ragazzi si accorgono della sua poca scienza, e addio prestigio di maestro!
13. — Saper insegnare. Non è lo stesso che «sapere». Altro è avere le idee nella testa propria e altro farle passare nella testa degli altri.
Ci sono dei pozzi di scienza che non riescono a comunicarla agli altri.
E ci sono degli oratori, bravissimi a parlare ai grandi, che non riescono a fare stare attenti i piccoli.
E ci sono dei maestri capaci di insegnare bene ai fanciulli storia e geografia, ma niente capaci di insegnare il catechismo, che è una materia con difficoltà tutte sue.
Un catechista quindi non solo deve sapere o avere, la scienza; ma deve avere l’abilità di comunicare ai piccoli la sua scienza con la didattica, anzi con la didattica catechistica.

14. — Per arrivare al possesso di questa abilità, sono utilissimi:

1) Il senso di adattamento, e cioè, il saper proporzionare ciò che si dice a chi ci ascolta. Si parla in maniera diversa a bambini di età diversa; e, se i bambini hanno la stessa età, in
una maniera ai meno intelligenti e in un’altra ai più intelligenti. Si cerca sempre di dire cose facili e di dire in modo facile le cose difficili. Si devono sempre presentare le cose sotto un aspetto simpatico che piaccia ai fanciulli e le faccia amare.

2) La chiarezza: idee poche, ma colorite e incisive; meglio poco e bene che tanto e confuso; parole facili, che i fanciulli già conoscono e capiscono, concrete e, se possibile, accompagnate da immagini. Non si dirà: «La sapienza divina», ma «Dio che è tanto bravo». Non si dirà: «Pierino si vergognò», ma «Pierino è diventato tutto rosso per la vergogna». Meglio ancora «Pierino, per la vergogna è diventato rosso come un galletto».

3) Il saper raccontare: è una delle migliori risorse per riuscire coi ragazzi, che sono desiderosi di racconti e bevono avidamente le storie narrate con garbo ed ampiezza.

d) Doti esterne
15. — Il fanciullo è un caricaturista terribile: un minimo di ridicolo che ci sia nel catechista, lo scopre subito.
Ma insieme, tutto ciò che esorbita dal comune, che è bravura vera, o armonia, o grazia, conquista e incanta il fanciullo.
Basta poco per farei beffeggiare da lui e basta poco per suscitare il suo entusiasmo.
Per questo, bisogna che il catechista sorvegli e controlli il suo esterno.

16. — Stia attento all’espressione del volto. I fanciulli la osservano, vi leggono i pensieri che la parola non è stata capace di dire, ma soprattutto i sentimenti che il catechista nutre per loro.
Niente, quindi, sguardo truce. Niente tristezza esagerata. Il fanciullo la prende per cattiveria. Se abbiamo dei crucci, dei malanni, non facciamoli vedere agli alunni: e se fuori piove o
tuona, il nostro viso sia egualmente sereno, tranquillo in modo che i fanciulli dicano: il catechista è contento di essere con noi, egli è buono, ci vuol bene.

17. — Sorvegli lo sguardo. Ai fanciulli parla più l’occhio che la bocca del catechista: nell’occhio essi vedono le sfumature della parola. D’altra parte, è con l’occhio che il catechista li domina e fa sentire che li vuoi dominare. Un occhio vigile, penetrante, acuto impressiona e soggioga i fanciulli.

18. — Sorvegli il gesto. Un gesto naturale, sobrio rende più vivace ed attraente la parola, soprattutto coi piccoli, che sono abituati a supplire i vocaboli che mancano con la vivacissima mimica, mettendo in moto occhi, mani, persona, tono di voce, testa, tutto ma il gesto meccanico e goffo ci rende ridicoli e distrae.

19. — Merita una cura speciale la voce. Il minimo che si domanda è di articolare bene le parole, senza precipitare, senza mangiar sillabe, senza ingarbugliarsi. Non gridare,
assordando, ma neanche parlar troppo basso o fra i denti, in maniera che i ragazzi non capiscano o facciano fatica a capire.
Cominciando, si parla piuttosto piano per attirare l’attenzione; si prosegue facendo degli alto e dei basso, dei piano e dei forte, rallentando in certi momenti e accelerando in altri.
Chi ha un bel timbro di voce, ne approfitti. Un bel timbro,  tradendo o entusiasmo o pietà, può rendere seducenti anche le cose più comuni, come le fate che trasformavano le
pastorelle in principesse.
Il catechista ha qualche intercalare, ossia una parola o frase  che ripete con predilezione ogni tanto? Si sorvegli; altrimenti lo sorvegliano gli alunni che alla fine della lezione avranno
contato 50 o 60 «insomma» o «non è vero» o altre simili perluzze.

20. — Il portamento esterno ha pure la sua importanza.
L’eleganza esagerata, il profumo, la cipria, il rossetto della catechista o l’aria da taglia cantoni del catechista farebbero ridere i fanciulli, ma la trascuratezza, la sciatteria li
impressionerebbero male.
Andando a far catechismo si va a fare una cosa grande: il vestito sia conveniente, la capigliatura composta, non manchi la proprietà e il decoro. Lo meritano il catechismo ed anche i ragazzi.

21. — E finalmente, se il catechista possiede delle abilità che impressionano favorevolmente il ragazzo, non le nasconda, ma le usi a favore dell’insegnamento. Il fatto che egli è un bravoportiere, manda in visibilio gli alunni? E faccia il portiere, nelle partite, perché i fanciulli attaccano spesso la loro stima proprio a queste bravure. La catechista ha una bella voce, fa
dei bei disegni? Esterni talvolta queste qualità, non per mettersi in mostra, ma per far del bene.

3. – La formazione del Catechista

22. — Per poter diventare bravi catechisti è indispensabile un minimo di doti spontanee, ossia una certa attitudine naturale a fare l’educatore.  Caio, che è gran buon figliuolo, ma che non ha memoria e che parlando balbetta e s’ingarbuglia, non ha stoffa di
catechista.
Sempronio che è nervoso, eccitabilissimo, e lascia andar continuamente e per cose da nulla cazzotti e scappellotti, non ha stoffa.
Tizio che ha una timidità straordinaria, che chiude gli occhi parlando ai fanciulli e non osa guardare le persone in viso, solo se si corregge può esser messo a tener una classe di
ragazzi.
Resta quindi che a formare il catechista giovano molto la buona volontà, la perseveranza tenace, lo studio, l’esercizio: ma a patto che ci sia un fondo di disposizioni naturali.

23. — Per acquistare le doti religiose e morali servono lapreghiera, la frequenza ai sacramenti, la meditazione, lo sforzo continuato per farsi un carattere lieto, paziente, leale,
ottimista. Senza la meditazione, soprattutto, le convinzioni non scendono fino alle profondità dell’anima. Anche la pratica dell’esame di coscienza e del ritiro mensile giova molto.

24. — Per possedere la scienza sufficiente, occorre lo studio diligente, assiduo del catechismo.
Non basta aver studiato: occorre studiare ancora, su testi più  ampi, ben fatti, senza dir mai basta, con attenta riflessione.  Non si richiede, certo, che ogni catechista ne sappia
quanto il Parroco, ma è certo che per insegnare agli altri, per quanto si studi, non se ne sa mai abbastanza.

25. — L’abilità didattica si acquista soprattutto colla pratica. E’ sbagliato dire: adesso frequento un corso o imparo un trattato di pedagogia, e poi son bell’e pronto per insegnare. Ci si forma solo insegnando.
Seguire il corso e leggere il trattato, va benissimo; a patto che si applichi subito quel che s’è sentito e letto. E quando si è messo in pratica, si tornerà a sentire e a leggere, per vedere
dove s’è fatto giusto e dove s’è sbagliato.
E’ stato detto: nei primi dieci anni, il maestro insegna a spese degli alunni. Questo, forse, è un po’ troppo, ma è un fatto che il «mestiere» dell’insegnamento si resta «garzoni»
molto tempo.

26. — Ed anche quando si è fatto pratica e si ha un po’ di esperienza si trema e si sente sempre il bisogno di imparare. I fanciulli si rinnovano, ed anche le classi. Il catechista pure
deve rinnovarsi e non può gettar l’ancora e dire: adesso basta.

27. — Oltre che al corso catechisti, si partecipi, potendo, a raduni, giornate per catechisti. Buona cosa interrogare catechisti sperimentati: ci possono suggerire esperienze che sui
libri non si trovano. Meglio ancora, ascoltare le lezioni che essi tengono ai loro scolari. Ottima cosa abbonarsi a una rivista  («Sussidi», «Catechesi», «Via, Verità e Vita»), avere a
disposizione una biblioteca catechistica, fornita di testi, di cartelloni, disegni e riviste.
Oltre a tutto questo, preoccuparsi di farsi uno zibaldone, ossia una raccolta propria di esempi, racconti, disegni. E’ vero che ce n’è già, stampate, di raccolte simili, ma quella è roba di tutti, e non sempre adatta ai nostri alunni, o al nostro temperamento. Occorre avere a disposizione del materiale proprio, che si è esperimentato efficace, che si sa adatto.
Questo materiale va preparato un po’ alla volta. Sento un bel paragone in una predica? — Me lo metto via! A casa lo scrivo, lo ripongo. Domani potrò tirarlo fuori a dottrina.
Leggo un bel racconto? Giù, due righe sulla carta. Domani lo ripeterò ai miei fanciulli. E così si diventa ricchi di bel materiale.

[…]

 

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NEL PECCATO NON C’E’ PROGRESSO

Il cardinale e arcivescovo di Chicago, Francis George, malato da tempo, visto il peggiorare delle sua condizione ha chiesto lo scorso aprile al Vaticano di iniziare il processo per individuare il suo successore. Quello che qui riportiamo è un estratto di un articolo pubblicato sul suo spazio internet nel novembre del 2012.

[…] «L’eternità entra nella storia umana spesso in modi incomprensibili. Dio fa promesse ma non dà scadenze temporali. I pellegrini che visitano il Santuario di Fatima entrano in una enorme piazza, con il punto delle apparizioni segnato da una piccola cappella su un lato, una grande chiesa a un’estremità, una cappella per l’adorazione altrettanto grande all’altra estremità, un centro per visitatori e per le confessioni. Appena fuori lo spazio principale è stata ricostruita una sezione del muro di Berlino, una testimonianza tangibile di ciò di cui Maria aveva parlato quasi un secolo fa. Il comunismo in Russia e nelle nazioni satellite è crollato, benché molti dei suoi effetti di peccato siano ancora tra di noi.
Il comunismo impose un modello di vota totalizzante basato su un assunto: Dio non esiste. Il secolarismo è il suo compagno e sodale più presentabile. Per ironia della storia, alcune settimane fa alle Nazioni Unite la Russia si è unita alla maggioranza dei Paesi per opporsi agli Stati Uniti e all’Europa occidentale che volevano dichiarare l’uccisione di un bambino non nato un diritto universale. Chi si trova sul lato sbagliato della storia in questo momento?

La presente campagna elettorale ha portato in superficie un sentimento anti-religioso, in buona parte esplicitamente anti-cattolico, cresciuto in questo Paese per decenni. La secolarizzazione della nostra cultura è una questione che supera di gran lunga quelle politiche o l’esito di queste elezioni, per quanto siano importanti.

Parlando alcuni anni fa a un gruppo di sacerdoti, totalmente al di fuori dell’attuale dibattito politico, stavo cercando di esprimere in modo plateale ciò che una completa secolarizzazione della nostra società potrebbe comportare un giorno. Stavo rispondendo a una domanda, non ho mai messo nulla per iscritto, ma le parole furono catturate dallo smart-phone di qualcuno e sono diventate virali, da wikipedia e altrove. Dissi – ed è stato riportato correttamente – che io mi aspettavo di morire in un letto, ma che il mio successore sarebbe morto in prigione e il suo successore sarebbe morto martire in una piazza pubblica. E’ stata omessa però la frase finale, sul vescovo successore di un possibile vescovo martirizzato: “Il suo successore raccoglierà i resti di una società in rovina e lentamente aiuterà a ricostruire la civiltà, come la Chiesa ha fatto tante volte lungo la storia”.

[…] Dio sostiene il mondo, nei buoni e cattivi tempi. I cattolici, assieme a molti altri, credono che solo una persona ha superato e riscattato la storia: Gesù Cristo, figlio di Dio, salvatore del mondo e capo del suo corpo, la Chiesa. Coloro che si raccolgono ai piedi della sua croce e della sua tomba vuota, non importa la loro nazionalità, sono sul lato giusto della storia. Quelli che mentono su di lui e minacciano e perseguitano i suoi seguaci, in qualsiasi epoca, possono illudersi di portare qualcosa di nuovo, ma finiscono solo per portare variazioni su una vecchia storia, quella del peccato e dell’oppressione umana. Non c’è nulla di “progresso” nel peccato, anche quando viene promosso come qualcosa di “illuminato”». […]

Da: iltimone.org

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