SCHIAVI DEL NULLA

Alla passione violenta, ben nota ai nostri antichi, che sacrificavano alle divinità concrete dell’oro, della carne, o della conquista, l’uomo d’oggi ha sostituito la passione pura, la passione astratta, amputata del suo rapporto congenito con un oggetto concreto, la passione che corrode senza nutrire, che si lancia senza ricadere. […]

Molto significativa a questo proposito è la curva storica dello svolgimento della passione. La triade uomo, passione, oggetto della passione, si è progressivamente spogliata dei suoi due elementi essenziali per essere soltanto unità e passione nuda.

Il Rinascimento aveva lanciato l’uomo in balia di una vita affettiva violenta e tumultuosa, ma i libertini e i condottieri di allora sapevano ancora godere del mondo come uomini anche se al colmo del delirio. Cedevano a sé stessi, all’oggetto dei loro desideri, ma per lo meno vivevano vigorosamente. Il mondo borghese del XIX secolo invece ha effettuato una specie di economía degli affetti che impoverisce l’uomo; egli ha attinto avidamente ai piaceri della vita; piú che trarre un benessere dai godimenti, li accumulava. Alla prodigalità è subentrata la cupidigia. La sensualità forte ha dato luogo a un libertinaggio ordinato e quasi legalizzato. Ma se la vitalità umana s’inaridiva a poco a poco, almeno un oggetto concreto era sempre offerto in pasto alle passioni.

0ggi le passioni si sono dissolte: sono senza oggetto. Invade la coscienza non piú l’oggetto del desiderio, ma il solo desiderio. Si effettua uno strano ascetismo invertito che opera in modo sordo o esplicito secondo il grado d’intelligenza degli uomini, per eliminare il fine concreto delle tendenze affettive. […]

Ovunque la passione è permeata di astrazione. Si viaggia tanto per viaggiare, e non con un programma preciso diretto verso un fine preciso. […] Si ama per amare, o piuttosto per non amare, per giocare all’amore cosí come si gioca a viaggiare. Ciò che si chiama il flirt, questa degenerazione della passione che si estende a tutte le classi sociali e a tutte le età, è un amore svuotato del suo soggetto e del suo oggetto. Ci si veste per vestirsi, sottoponendosi sí ai capricci della moda, non tanto per conquistare quel cuore, per attirare quello sguardo, per soddisfare quella persona, quanto in una maniera generica per sollecitare un’attenzione qualsiasi. […]

Non si tratta di civettería, perché la civettería implica una personalità, benché superficiale, ma si tratta di un’arte per apparire impersonali di fronte a un mondo impersonale. […] La passione, sciolta dalla natura che serviva, privata di un oggetto, non è piú altro che un fiume senz’acqua, un torrente essiccato. L’io, prigioniero di sé stesso, non ha piú nemmeno la risorsa di essere schiavo di qualcuno o di qualche cosa.

Alla fine realizza la terribile condizione di essere letteralmente lo schiavo del nulla.

(MARCEL DE CORTE, Incarnazione dell’uomo. Psicología dei costumi contemporanei. Trad. di G. Ferrari Sborgi, Cremona, Morcelliana, 1949, pp. 151-153)

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UN BEATO DI IERI PER LE DOMANDE DI OGGI

l beato Duns Scoto è uno di quei celebri sconosciuti medievali che tanto avrebbe da dire ai tempi moderni.

Infatti, sono in pochi a sapere che è soprattutto grazie a lui che sono stati superati i problemi teologici riguardanti l’Immacolata Concezione di Maria e che nel suo pensiero è possibile trovare il giusto equilibrio e rigore per rispondere alle maliziose domande che il serpente suole avanzare ai giorni nostri, insinuando dubbi e falsi ragionamenti.

Di certo il suo linguaggio non è tra i più accessibili, ma il film che si propone racconta in modo molto bello come il concretizzarsi di tanto sapere trovi vera espressione soltanto nella carità, senza la quale siamo solo come cembali squillanti.

Attorniato da eminenti intelligenze Duns Scoto non smette di inquadrare il proprio intelletto alla luce dell’amore di Dio, senza il quale la ragione è fallace ed incerta, nonché raggirata dall’abile serpente.

Beatificato da Papa Giovanni Paolo II nel 1993, ci è modello di come la verità, il bene ed il bello siano inscindibili nel loro manifestarsi e di come non vi possano essere verità contraddittorie che possano coesistere, perché Dio è Uno e non può contraddire Se stesso e la propria essenza che è Amore.

Qui di seguito uno spezzone del film a lui dedicato, prodotto dai Francescani dell’Immacolata, di cui consiglio caldamente la visione. Il DVD è facilmente recuperabile negli store on-line o presso le librerie religiose.

Di seguito, per qualche notizia in più, ho “saccheggiato” da Radici Cristiane

L’intervista è stata pubblicata su Radici Cristiane n. 67 del settembre 2011.

La sintesi teologica di carità e conoscenza del beato Giovanni Duns Scoto

a cura di Fabrizio Cannone

Padre Alessandro M. Apollonio è il rettore del Seminario Teologico Immacolata Mediatrice dei Francescani dell’Immacolata, sito a pochi chilometri da Cassino. Nato a Trieste 51 anni fa, il sacerdote ha conseguito un Dottorato in Teologia Dogmatica presso la Pontificia Università della Santa Croce e un secondo Dottorato al Marianum di Roma.

Filosofo sistematico e mariologo insigne, dirige la rivista Immaculata Mediatrix e i Quaderni di Studi Scotisti. Ha al suo attivo varie pubblicazioni di tematiche teologiche, filosofiche, mariologiche e di “francescanistica”. È uno dei maggiori esperti in Italia del pensiero filosofico di Scoto. Lo abbiamo intervistato in occasione dell’uscita del film sul beato Giovanni Duns Scoto, di cui si è occupato in prima persona assieme ad altri suoi confratelli.

Come mai un film su Scoto? E per realizzarlo, voi francescani di stretta osservanza, non avete infranto il vostro voto di Povertà?

L’idea è nata durante le lezioni di filosofia e teologia scotista nel nostro Seminario (STEVI). Soprattutto agli studenti sembrava impossibile che un pen­siero così elevato e così cattolico fosse sconosciuto alla massa dei fedeli, compresi gli stessi “addetti ai lavori”. Abbiamo, così, cominciato con una collana di “Studi Scotisti”, che oramai ha al suo attivo 9 volumi di studi specializzati sul tema.

Due di questi volumi contengono la prima tra­duzione italiana del Prologo e delle prime due Distinzioni dell’opera teologica maggiore del beato Scoto, detta Ordinano. L’iniziativa ha suscitato il plauso di numerosi esperti in materia.

L’idea del film, invece, ci sembrava un’utopia irrealizzabile. Fino a quando non è intervenuto nel progetto il nostro confratello p. Alfonso Bruno, neo licenziato in comunicazioni sociali, e il regista Fernando Muraca.

Quest’ultimo ha preso subito a cuore l’idea e ha prodotto una sceneggiatura che ripercorreva i momenti salienti della vita del giovane dottore scozzese e gli aspetti più peculiari del suo pensiero. È stato molto bravo a tradurre in linguaggio cinematografico accessibile a tutti i contenuti teologici e filosofici oggetto delle nostre pubblicazioni e delle nostre animate riunioni.

Ci premeva mettere in luce, oltre alle eccelse virtù del Beato, la sua sublime dottrina sul primato della volontà, oggetto di tante incomprensioni e ingiustificati sospetti, che lungi dallo scadere nel volontarismo arbitrario, rafforza ancor di più la dignità e la necessità dell’attività intellettuale umana.

Quanto alla povertà, essa è la cassa senza fondo della divina Provvidenza. Abbiamo cominciato senza un soldo. Il regista, gli attori, i costumisti, gli operatori cinematografici, ecc., si sono accontentati di un semplice rimborso spese.

Durante le riprese del film, hanno condiviso la semplicità e la povertà francescana: alloggi rustici, cibi alla buona, e freddo a volontà. In questo modo i costi sono stati drasticamente abbattuti.

Ma per quanto poco, dove trovare il denaro necessario, visto che non possediamo un solo centesimo? Ci sono venuti incontro dei benefattori della provincia di Napoli, alcuni dei quali figurano anche come comparse del film.

Ci illustri un poco, caro padre, in modo accessibile ai nostri lettori, la figura del francescano Giovanni Duns Scoto e, in sintesi, il suo pensiero.

Duns Scoto è il frutto più bello del francescanesimo britannico medievale. Non è spuntato a caso. Nella Gran Bretagna del 1200 la vita serafica fioriva rigogliosa: le comunità erano esemplari per l’osservanza della regola, i frati si dedicavano alla contemplazione, all’edificazione del popolo, allo studio della Sacra Teologia.

Il fondatore della scuola francescana inglese fu Roberto Grossatesta, poi consacrato vescovo di Lincoln. Ma il maestro diretto di Duns Scoto fu Guglielmo di Ware, esimio per virtù e sapienza. Da lui Duns Scoto apprese molti dei principi teologici che poi sviluppò magistralmente con quella sottigliezza tutta cattolica che lo contraddistingue. Il caso più eclatante è quello dell’Immacolata Concezione della Vergine Maria.

È vero che Scoto è se non il fondatore, almeno l’ispiratore del nominalismo e del volontarismo medievale, considerati in seguito gli antecedenti filosofici della modernità laica ed immanentista?

Lo nega risolutamente Benedetto XVI nella caatechesi dedicata a Duns Scoto, del 7 luglio 2010:

«Comunque, la visione scotista non cade in questi estremismi [del volontarismo]: per Duns Scoto un atto libero risulta dal concorso di intelletto e volontà e se egli parla di un “primato” della volontà, lo argomenta proprio perché la volontà segue sempre l’intelletto».

Guglielmo di Occam è il vero fondatore del volontarismo nominalista, ma ha travisato completamente il pensiero del Dottor Sottile. Come Agostino non è l’ispiratore del giansenismo, anche se Giansenio di fatto cita Agostino a proprio sostegno, così Duns Scoto non è l’ispiratore del volontarismo occamista, anche se Occam di fatto cerca una giustificazione autorevole ai suoi errori citando Duns Scoto.

Ma il conflitto tra Scoto e Tommaso, e in generale tra francescani e domenicani, di cui spesso parlano i manuali di storia della filosofia è fondato nei fatti o frutto di una semplificazione?

È frutto di una semplificazione e di amplificazione. Di semplificazione, come nel caso dell’“univocità dell’ente” di Scoto, contrapposta alla analogia entis di Tommaso. In realtà non c’è contrapposizione, perché l’univocità di Scoto è semplicemente presupposta, anche se non chiaramente tematizzata, dall’analogia di Tommaso.

Di amplificazione, come nel caso dell’Immacolata. È vero che qui Duns Scoto ha detto qualcosa di diverso da Tommaso. ma a legger bene san Tommaso si vede che la sua tesi “maculista” era una semplice opinione “salvo migliore giudizio”, e non una conclusione teologica assolutamente certa.

Che può dirci circa le opinioni “politiche” di Scoto? E vero che aveva una visione molto teocratica e che fu un irriducibile papista?

Il fondamento di ogni autorità è Dio. Sulla terra il primo a parteciparla è il padre di famiglia. L’autorità del principe viene dopo, perché dipende da Dio ma anche da coloro che lo hanno scelto come proprio governante, per quatto attiene al bene comune. «Il prìncipe deve avere a cuore soprattutto i diritti di Dio (…) ma ciò che viene fatto e stabilito dai legislatori in alcuni paesi è oltre modo scandaloso : i principi puniscono più per i peccati commessi contro di sé che quelli commessi contro Dio e si preoccupano piùdel benessere temporale che dell’onore di Dio».

Sono parole di grande attualità e insegnamento per i nostri governanti, affinchè capiscano che la laicità non significa ateismo ma piena acccttazione della legge di Dio.

Quanto alla grande devozione di Duns Scoto al Papa, basti pensare che egli preferì l’espulsione dall’Università di Parigi piuttosto che incrinare la sua obbedienza al Sommo Pontefice.

Dopo lo scisma di Enrico VIII, in tutta la Gran Bretagna fu ordinata la distruzione totale degli scritti di Duns Scoto, considerati l’ “ercole dei papisti”, e il nome di Duns, da allora, divenne sinonimo di “tonto”, per sfregio alla cattolica sottigliezza del nostro Beato.

Per i medievali il sapere non era settoriale come per noi e la teologia era considerata giustamente una scienza esatta. Scoto quale contributo dà alla filosofìa della scienza, cioè in fondo alla fondazione del sapere, sia esso fisico o metafisico?

Il contributo di Duns Scoto è enorme sia quanto alla fondazione della metafisica, sia della scienza sperimentale. In metafisica egli risolve brillantemente dei problemi lasciati parzialmente irrisolti dalla sintesi tommasiana, quali: l’oggetto primo dell’intelletto umano; la distinzione formale “a parte rei”: la sopra citata dottrina dell’univocità dell’ente: il principio d’individuazione; la forma corporeitatis ecc.

Quanto alla scienza sperimentale, Duns Scoto ne formula già chiaramente i principi, con un anticipo di tre secoli su Francis Bacon e Galileo Galilei. In ogni modo, il grado di certezza raggiunto dalla scienza sperimentale induttiva è di grado inferiore rispetto alla certezza della deduzione metafisica.

Passando alla teologia, egli mostra costantemente il limite cui può giungere la ragione, e il suo ordine, la sua apertura obbedienziale alla luce della fede. Capolavoro metafisico di Duns Scoto è la dimostrazione dell’esistenza di Dio, come solido fondamento razionale della fede trinitaria.

Che consiglio darebbe a chi voglia mettersi, anche senza tanti studi pregressi, alla scuola di Scoto: da quale letture partire e che itinerario segui­re?

Consiglio di leggere la vita di Duns Scoto scritta da p. Stefano M. Manelli; poi l’insegnamento dei Papi, soprattutto l’esortazione apostolica Alma Parens di Paolo VI (1966); la lettera di Benedetto XVI Laetare Colonia; e la catechesi di Benedetto XVI del 7 luglio 2010.

Poi bisognerebbe studiare bene la filosofìa di Duns Scoto. Il miglior interprete italiano è il frate minore Efrem Bertoni. Purtroppo, i suoi libri sono fuori produzione e quindi piuttosto difficili da reperire. Tra le pubblicazioni disponibili, invece, vi è anche la nostra collana di Studi scotisti (9 volumi).

In che modo secondo Lei Scoto può stimolare oggi i giovani studiosi, gli uomini di pensiero e in generale i “cercatori della Verità”?

Duns Scoto dice a tutti gli studiosi che il vertice della scienza umana è la dimostrazione dell’esistenza di Dio e dei suoi attributi essenziali. Ma la pura conoscenza di Dio non rende felice l’uomo; la felicità consiste nell’amare Dio totalmente, senza riserve, perché solo Lui è degno di esser amato sopra ogni cosa, e come fine a se stesso.

Ora, questo amore naturale è molto imperfetto, come è imperfetta la scienza di Dio naturalmente acquisita. Perciò l’anima si apre all’accoglienza della fede, la quale non distrugge ma perfeziona la ragione al di sopra di ogni limite naturalmente concepibile. Ma anche la fede soprannaturale non è fine a se stessa: è finalizzata alla Carità soprannaturale nella quale consiste la perfezione dell’uomo e la sua divinizzazione.

In definitiva, tutte le scienze sono dominate dalla teologia perché senza Dio i termini stessi di cui si compongono i loro principi primi sono privati della loro ragion d’essere.

La fede in Cristo e nella Vergine Maria, come centro e fine dell’universo, è il coronamento soprannaturale di questa grandiosa visione del mondo e della storia, ma è poggiata sui predetti solidi preamboli razionali.

(da Radici Cristiane n. 67 del settembre 2011)

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FEDE: DIFENDERLA CON CUORE E RAGIONE

Il riconoscimento della fede è una virtù della ragione, ma la corruzione di essa nasce nel cuore della volontà.

Quando si comincia a vivere male, secondo principi non cristiani, automaticamente la fede inizia a vacillare, perché le facciamo venire meno l’ossigeno della preghiera, che le garantisce il nutrimento del contatto con Dio.

Quando il cuore diventa schiavo della passione, inizia rapidamente la sua influenza di corruzione della ragione, la quale passa rapidamente dal dubbio alla formulazione di errori, al fine di giustificare le proprie azioni.

Infine, una volta che l’orgoglio, l’immoralità, l’avarizia, la vendetta e altri peccati dominano il terreno, non si applica più la ragione per combattere il male e la falsità, ma, al contrario, la ragione se ne fa portatrice, prima per convenienza ed opportunismo, ed infine per illusoria convinzione, conseguenza della cecità spirituale raggiunta.

In questo deplorevole stato le verità della fede si arrivano a considerare come preoccupazioni dell’infanzia ed un appesantimento inutile dell’educazione e, da idee personali, si cosparge l’intera società di questi inganni, così da permeare ogni strato sociale di errori che inclinano al male fin dalla tenera età.

Corrotta per la malvagità del cuore, la ragione si costituisce giudice supremo della fede: tutto ciò che non arriva alla ragione naturale, è condannato; non si crede a niente tranne quello che sostenta la giurisdizione delle proprie idee.

Oh Dio mio, quanto è importante conservare la purezza dei costumi se si vuole conservare la purezza della fede!

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VALTORTA – DESCRIZIONE DEL PARADISO

Descrizione del Paradiso della Mistica Maria Valtorta del 25-5

2
5‑5. Tenterò descrivere la inesprimibile, ineffabile, beatifica visione della tarda sera di ieri, quella che dal sogno dell’anima mi condusse al sogno del corpo per apparirmi ancor più nitida e bella al mio ritorno ai sensi. E prima di accingermi a questa descrizione, che sarà sempre lontana dal vero più che non noi dal sole, mi sono chiesta: “Devo prima scrivere, o prima fare le mie penitenze?”. Mi ardeva di descrivere ciò che fa la mia gioia, e so che dopo la penitenza sono più tarda alla fatica materiale dello scrivere.

Ma la voce di luce dello Spirito Santo ‑ la chiamo così perché è immateriale come la luce eppure è chiara come la più sfolgorante luce, e scrive per lo spirito mio le sue parole che son suono e fulgore e gioia, gioia, gioia ‑ mi dice avvolgendomi l’anima nel suo baleno d’amore: “Prima la penitenza e poi la scrittura di ciò che è la tua gioia. La penitenza deve sempre precedere tutto, in te, poiché è quella che ti merita la gioia. Ogni visione nasce da una precedente penitenza e ogni penitenza ti apre il cammino ad ogni più alta contemplazione. Vivi per questo. Sei amata per questo. Sarai beata per questo. Sacrificio, sacrificio. La tua via, la tua missione, la tua forza, la tua gloria. Solo quando ti addormenterai in Noi cesserai di esser ostia per divenire gloria”.

Allora ho fatto prima tutte le mie giornaliere penitenze. Ma non le sentivo neppure. Gli occhi dello spirito “vedevano” la sublime visione ed essa annullava la sensibilità corporale. Comprendo, perciò, il perché i martiri potessero sopportare quei supplizi orrendi sorridendo. Se a me, tanto inferiore a loro in virtù, una contemplazione può, effondendosi dallo spirito ai sensi corporali, annullare in essi la sensibilità dolorifica, a loro, perfetti nell’amore come creatura umana può esserlo e vedenti, per la loro perfezione, la Perfezione di Dio senza velami, doveva accadere un vero annullamento delle debolezze materiali. La gioia della visione annullava la miseria della carne sensibile ad ogni sofferenza.

 

Ed ora cerco descrivere.

Ho rivisto il Paradiso. E ho compreso di cosa è fatta la sua Bellezza, la sua Natura, la sua Luce, il suo Canto. Tutto, insomma. Anche le sue Opere, che sono quelle che, da tant’alto, informano, regolano, provvedono a tutto l’universo creato. Come già l’altra volta, nei primi del corrente anno, credo, ho visto la Ss. Trinità. Ma andiamo per ordine.

Anche gli occhi dello spirito, per quanto molto più atti a sostenere la Luce che non i poveri occhi del corpo che non possono fissare il sole, astro simile a fiammella di fumigante lucignolo rispetto alla Luce che è Dio, hanno bisogno di abituarsi per gradi alla contemplazione di questa alta Bellezza.

Dio è così buono che, pur volendosi svelare nei suoi fulgori, non dimentica che siamo poveri spiriti ancor prigionieri in una carne, e perciò indeboliti da questa prigionia. Oh! come belli, lucidi, danzanti, gli spiriti che Dio crea ad ogni attimo per esser anima alle nuove creature! Li ho visti e so. Ma noi… finché non torneremo a Lui non possiamo sostenere lo Splendore tutto d’un colpo. Ed Egli nella sua bontà ce ne avvicina per gradi.

Per prima cosa, dunque, ieri sera ho visto come una immensa rosa. Dico “rosa” per dare il concetto di questi cerchi di luce festante che sempre più si accentravano intorno ad un punto di un insostenibile fulgore.

Una rosa senza confini! La sua luce era quella che riceveva dallo Spirito Santo. La luce splendidissima dell’Amore eterno. Topazio e oro liquido resi fiamma… oh! non so come spiegare! Egli raggiava, alto, alto e solo, fisso nello zaffiro immacolato e splendidissimo dell’Empireo, e da Lui scendeva a fiotti inesausti la Luce. La Luce che penetrava la rosa dei beati e dei cori angelici e la faceva luminosa di quella sua luce che non è che il prodotto della luce dell’Amore che la penetra. Ma io non distinguevo santi o angeli. Vedevo solo gli immisurabili festoni dei cerchi del paradisiaco fiore.

Ne ero già tutta beata e avrei benedetto Dio per la sua bontà, quando, in luogo di cristallizzarsi così, la visione si aprì a più ampi fulgori, come se si fosse avvicinata sempre più a me permettendomi di osservarla con l’occhio spirituale abituato ormai al primo fulgore e capace di sostenerne uno più forte.

E vidi Dio Padre: Splendore nello splendore del Paradiso. Linee di luce splendidissima, candidissima, incandescente. Pensi lei: se io lo potevo distinguere in quella marea di luce, quale doveva esser la sua Luce che, pur circondata da tant’altra, la annullava facendola come un’ombra di riflesso rispetto al suo splendere? Spirito… Oh! come si vede che è spirito! È Tutto. Tutto tanto è perfetto. È nulla perché anche il tocco di qualsiasi altro spirito del Paradiso non potrebbe toccare Dio, Spirito perfettissimo, anche con la sua immaterialità: Luce, Luce, niente altro che Luce.

Di fronte al Padre Iddio era Dio Figlio. Nella veste del suo Corpo glorificato su cui splendeva l’abito regale che ne copriva le Membra Ss. senza celarne la bellezza superindescrivibile. Maestà e Bontà si fondevano a questa sua Bellezza. I carbonchi delle sue cinque Piaghe saettavano cinque spade di luce su tutto il Paradiso e aumentavano lo splendore di questo e della sua Persona glorificata.

Non aveva aureola o corona di sorta. Ma tutto il suo Corpo emanava luce, quella luce speciale dei corpi spiritualizzatí che in Lui e nella Madre è intensissima e si sprigiona dalla Carne che è carne, ma non è opaca come la nostra. Carne che è luce. Questa luce si condensa ancor di più intorno al suo Capo. Non ad aureola, ripeto, ma da tutto il suo Capo. Il sorriso era luce e luce lo sguardo, luce trapanava dalla sua bellissima Fronte, senza ferite. Ma pareva che, là dove le spine un tempo avevano tratto sangue e dato dolore, ora trasudasse più viva luminosità.

Gesù era in piedi col suo stendardo regale in mano come nella visione che ebbi in gennaio, credo.

Un poco più in basso di Lui, ma di ben poco, quanto può esserlo un comune gradino di scala, era la Ss. Vergine. Bella come lo è in Cielo, ossia con la sua perfetta bellezza umana glorificata a bellezza celeste.

Stava fra il Padre e il Figlio che erano lontani tra loro qualche metro. (Tanto per applicare paragoni sensibili). Elia era nel mezzo e, con le mani incrociate sul petto ‑ le sue dolci, candidissime, piccole, bellissime mani ‑ e col volto lievemente alzato – il suo soave, perfetto, amoroso, soavissimo volto ‑ guardava, adorando, il Padre a il Figlio.

Piena di venerazione guardava il Padre. Non diceva parola. Ma tutto il suo sguardo era voce di adorazione e preghiera e canto. Non era in ginocchio. Ma il suo sguardo la faceva più prostrata che nella più profonda genuflessione, tanto era adorante. Ella diceva: “Sanctus!”, diceva: “Adoro Te!” unicamente col suo sguardo.

Guardava il suo Gesù piena di amore. Non diceva parola. Ma tutto il suo sguardo era carezza. Ma ogni carezza di quel suo occhio soave diceva: “Ti amo!”. Non era seduta. Non toccava il Figlio. Ma il suo sguardo lo riceveva come se Egli le fosse in grembo circondato da quelle sue materne braccia come e più che nell’Infanzia e nella Morte. Ella diceva: “Figlio mio!”, “Gioia mia!”, “Mio amore!” unicamente col suo sguardo.

 

Si beava di guardare il Padre e il Figlio. E ogni tanto alzava più ancora il volto e lo sguardo a cercare l’Amore che splendeva alto, a perpendicolo su Lei. E allora la sua luce abbagliante, di perla fatta luce, si accendeva come se una fiamma la investisse per arderla e farla più bella. Ella riceveva il bacio dell’Amore e si tendeva con tutta la sua umiltà e purezza, con la sua carità, per rendere carezza a Carezza e dire: “Ecco. Son la tua Sposa e ti amo e son tua. Tua per l’eternità”. E lo Spirito fiammeggiava più forte quando lo sguardo di Maria si allacciava ai suoi fulgori.

E Maria riportava il suo occhio sul Padre e sul Figlio. Pareva che, fatta deposito dall’Amore, distribuisse questo. Povera immagine mia! Dirò meglio. Pareva che lo Spirito eleggesse Lei ad essere quella che, raccogliendo in sé tutto l’Amore, lo portasse poi al Padre e al Figlio perché i Tre si unissero e si baciassero divenendo Uno. Oh! gioia comprendere questo poema di amore! E vedere la missione di Maria, Sede dell’Amore!

Ma lo Spirito non concentrava i suoi fulgori unicamente su Maria. Grande la Madre nostra. Seconda solo a Dio. Ma può un bacino, anche se grandissimo, contenere l’oceano? No. Se ne empie e ne trabocca. Ma l’oceano ha acque per tutta la terra. Così la Luce dell’Amore. Ed Essa scendeva in perpetua carezza sul Padre e sul Figlio, li stringeva in un anello di splendore. E si allargava ancora, dopo essersi beatificata col contatto del Padre e del Figlio che rispondevano con amore all’Amore, e si stendeva su tutto il Paradiso.

Ecco che questo si svelava nei suoi particolari… Ecco gli angeli. Più in alto dei beati, cerchi intorno al Fulcro del Cielo che è Dio Uno e Trino con la Gemma verginale di Maria per cuore. Essi hanno somiglianza più viva con Dio Padre. Spiriti perfetti ed eterni, essi sono tratti di luce, inferiore unicamente a quella di Dio Padre, di una forma di bellezza indescrivibile. Adorano… sprigionano armonie. Con che? Non so. Forse col palpito del loro amore. Poiché non son parole; e le linee delle bocche non smuovono la loro luminosità. Splendono come acque immobili percosse da vivo sole. Ma il loro amore è canto. Ed è armonia così sublime che solo una grazia di Dio può concedere di udirla senza morirne di gioia.

Più sotto, i beati. Questi, nei loro aspetti spiritualizzati, hanno più somiglianza col Figlio e con Maria. Sono più compatti, direi sensibili all’occhio e ‑ fa impressione ‑ al tatto, degli angeli. Ma sono sempre immateriali. Però in essi sono più marcati i tratti fisici, che differiscono in uno dall’altro. Per cui capisco se uno è adulto o bambino, uomo o donna. Vecchi, nel senso di decrepitezza, non ne vedo. Sembra che anche quando i corpi spiritualizzati appartengono ad uno morto in tarda età, lassù cessino i segni dello sfacimento della nostra carne. Vi è maggior imponenza in un anziano che in un giovane. Ma non quello squallore di rughe, di calvizie, di bocche sdentate e schiene curvate proprie negli umani. Sembra che il massimo dell’età sia di 40, 45 anni. Ossia virilità fiorente anche se lo sguardo e l’aspetto sono di dignità patriarcale.

Fra i molti… oh! quanto popolo di santi!… e quanto popolo di angeli! I cerchi si perdono, divenendo scia di luce per i turchini splendori di una vastità senza confini! E da lungi, da lungi, da questo orizzonte celeste viene ancora il suono del sublime alleluia e tremola la luce che è l’amore di questo esercito di angeli e beati…

Fra i molti vedo, questa volta, un imponente spirito. Alto, severo, e pur buono. Con una lunga barba che scende sino a metà del petto e con delle tavole in mano. Le tavole sembrano quelle cerate che usavano gli antichi per scrivere. Si appoggia con la mano sinistra ad esse che tiene, alla loro volta, appoggiate al ginocchio sinistro. Chi sia non so. Penso a Mosè o a Isaia. Non so perché. Penso così. Mi guarda e sorride con molta dignità. Null’altro. Ma che occhi! Proprio fatti per dominare le folle e penetrare i segreti di Dio.

Lo spirito mio si fa sempre più atto a vedere nella Luce. E vedo che ad ogni fusione delle tre Persone, fusione che si ripete con ritmo incalzante ed incessante come per pungolo di fame insaziabile d’amore, si producono gli incessanti miracoli che sono le opere di Dio.

Vedo che il Padre, per amore del Figlio, al quale vuole dare sempre più grande numero di seguaci, crea le anime. Oh! che bello! Esse escono come scintille, come petali di luce, come gemme globulari, come non sono capace di descrivere, dal Padre. È uno sprigionarsi incessante di nuove anime… Belle, gioiose di scendere ad investire un corpo per obbedienza al loro Autore. Come sono belle quando escono da Dio! Non vedo, non lo posso vedere essendo in Paradiso, quando le sporca la macchia originate.

Il Figlio, per zelo per il Padre suo, riceve e giudica, senza soste, coloro che, cessata la vita, tornano all’Origine per esser giudicati. Non vedo questi spiriti. Comprendo se essi sono giudicati con gioia, con misericordia, o con inesorabilità, dai mutamenti dell’espressione di Gesù. Che fulgore di sorriso quando a Lui si presenta un santo! Che luce di mesta misericordia quando deve separarsi da uno che deve mondarsi prima di entrare nel Regno! Che baleno di offeso e doloroso corruccio quando deve ripudiare in eterno un ribelle!

È qui che comprendo ciò che è il Paradiso. E ciò di che è fatta la sua Bellezza, Natura, Luce e Canto. È fatta dall’Amore. Il Paradiso è Amore. È l’Amore che in esso crea tutto. È l’Amore la base su cui tutto si posa. È l’Amore l’apice da cui tutto viene.

Il Padre opera per Amore. Il Figlio giudica per Amore. Maria vive per Amore. Gli angeli cantano per Amore. I beati osannano per Amore. Le anime si formano per Amore. La Luce è perché è l’Amore. Il Canto è perché è l’Amore. La Vita è perché è l’Amore. Oh! Amore! Amore! Amore!… Io mi annullo in Te. Io risorgo in Te. Io muoio, creatura umana, perché Tu mi consumi. Io nasco, creatura spirituale, perché Tu mi crei.

Sii benedetto, benedetto, benedetto, Amore, Terza Persona! Sii benedetto, benedetto, benedetto, Amore, che sei amore delle Due Prime! Sii benedetto, benedetto, benedetto, Amore, che ami i Due che ti precedono! Sii benedetto Tu che mi ami. Sii benedetto da me che ti amo perché mi permetti di amarti e conoscerti, o Luce mia…

 

Ho cercato nei fascicoli, dopo aver scritto tutto questo, la precedente contemplazione del Paradiso. Perché? Perché diffido sempre di me e volevo vedere se una delle due era in contraddizione con l’altra. Ciò mi avrebbe persuasa che sono vittima di un inganno.

No. Non vi è contraddizione. La presente è ancor più nitida ma ha le linee essenziali uguali. La precedente è alla data 10 gennaio 1944. E da allora io non l’avevo mai più guardata. Lo assicuro come per giuramento.

Tratto dai Quaderni di Maria Valtorta (Mistica) (Quaderno 22) Edizioni CEV

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SANTA TERESA DI LOS ANDES – PICCOLE PERFEZIONI

Dal diario di Santa Teresa di Los Andes

22 febbraio – Sono in meditazione. Nostro Signore mi ha invitato a meditare sulla purezza dela Vergine. Lei senza dirmi nulla, ha cominciato a parlarmi. Non ho riconosciuto la sua voce e le ho chiesto se era Gesù. Mi ha risposto che Nostro Signore era nella mia anima, ma che lei mi parlava. Mi ha detto punto per punto quello che mi era stato detto a proposito della purezza:

1) Essere pura in pensieri: cioé respingere tutti i pensieri che non siano di Dio per vivere costantemente alla sua presenza. Per questo sforzarmi di non avere affezine per alcuna creatura;

2) essere pura nei miei desideri per desiderare di appartenere ogni giorno di più a Dio; desiderare la sua gloria; desiderare d’essere santa e di fare tutto con perfezione. Pr questo non desiderare né onori, né lodi ma il disprezzo e l’umiliazione poiché è così che si è graditi a Dio. Non desiderare né il conforto, né alcuna cosa che lusinghi i miei sensi. Non desiderare il cibo ed il sonno che per meglio servire Dio;

3) essere pura nelle azioni. Astenermi da tutto ciò che può contaminarmi, da tutto ciò che non è permesso da Dio che desidera la mia santificazione, agire per Dio il meglio possibile e non per essere vista dalle creature. Evitare ogni parola che non sia pronunciata che per Dio, per la sua gloria. Che nelle mie conversazioni mi immerga sempre in Dio. non guardare nulla senza alcuna necessità, se non per contemplare Dio nelle sue opere. Immaginarmi che Dio mi osserva sempre. Astenermi da ciò che mi piace al gusto e se devo mangiare, non compiacermi ma offrirlo a Dio come cosa necessaria per meglio servirlo. Mortificare il tatto non toccando me stessa senza necessità, né alcuna altra persona. In una parola, che tutto il mio spirito sia immerso in Dio in modo tale che dimentichi completamente il mio corpo.

La Vergine dovette vivere così fin dalla nascita […]”

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NATURA DELLO SPIRITO SANTO

“Lo Spirito Santo è lo Spirito SS. del SS. Increato, Purissimo Spirito che è il Signore.

L’essenza di Dio, il suo principale attributo è la Carità. Ecco: il fuoco della Carità Divina, l’immenso, perfettissimo Fuoco della Carità Divina, che genera il Figlio e per il Figlio tutte le cose create, sia mortali o peribili, sia immortali (lo spirito nostroe gli angeli) e tutte vede nella Carità e a tutte provvede, è Il Santo Spirito di Dio.

Come in noi l’anima è lo spirito nostro, così l’anima di Dio (mi si conceda il paragone) è l’amore, è l’amore che anima Dio in tutte le sue azioni così come in noi è lo spirito che anima la carne e ci dà somiglianza con Dio.

Senza il suo Sprito Santo Dio non sarebbe più Dio perché non sarebbe più amore”.

Maria Valtorta il 25/7/1948 in “Quadernetti”, Centro Editoriale Valtortiano, 2006, p. 120-121.

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IL DISCERNIMENTO SPIRITUALE

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LA MORTIFICAZIONE CRISTIANA

Parole di Desiré-Félicien-François-Joseph Mercier, vescovo cattolico e filosofo belga.

Oggetto della mortificazione cristiana.
La mortificazione cristiana ha per fine la neutralizzazione degli influssi maligni che il peccato originale esercita ancora sulle nostre anime, anche dopo che il battesimo ci ha rigenerati.
La nostra rigenerazione in Cristo, anche se annulla completamente il peccato che è in noi, ci lascia tuttavia molto distanti dalla rettitudine e dalla pace originali. Il concilio di Trento riconosce che la concupiscenza, ovvero la triplice brama della carne, degli occhi e dell’orgoglio, si fa sentire in noi anche dopo il battesimo, al fine di esercitarci alle gloriose lotte della vita cristiana. E’ questa triplice bramosia che la Scrittura chiama tanto il vecchio uomo, opposto all’uomo nuovo, che è Gesù vivo in noi e noi stessi vivi in Gesù, quanto la carne ovvero la natura decaduta, opposta allo spirito ovvero la natura rigenerata dalla grazia sovrannaturale. E’ questo vecchio uomo ovvero questa carne, cioè tutto l’uomo con la sua duplice vita morale e fisica, che bisogna, non dico annientare – perché è cosa impossibile nella vita presente – ma mortificare, cioè ridurre praticamente all’impotenza, all’inerzia e alla sterilità di un morto; bisogna impedirgli di fare il suo frutto, che è il peccato, e annullare la sua azione in tutta la nostra vita morale.

La mortificazione cristiana deve dunque abbracciare tutto l’uomo, estendersi a tutte le sfere di attività in cui la nostra natura è capace di insorgere.

Tale è l’oggetto della virtù della mortificazione: ne indicheremo ora la pratica, percorrendo successivamente le manifestazioni molteplici in cui si traduce nella nostra vita.
– L’attività organica, ovvero la vita corporale.

– L’attività sensibile, che si esercita sia sotto forma di conoscenza sensibile attraverso i sensi esteriori o anche l’immaginazione, sia sotto forma di appetito sensibile, ovvero passione.

– L’attività razionale e libera, principio dei nostri pensieri, dei nostri giudizi e delle determinazioni della nostra volontà.

– La manifestazione esteriore della vita della nostra anima, ovvero le nostra azioni esteriori.
– I nostri rapporti col prossimo.

Esercizio della mortificazione cristiana.

N.B. Tutte le pratiche di mortificazione da noi qui riunite sono tratte dagli esempi dei santi, specialmente di sant’Agostino, san Tommaso d’Aquino, santa Teresa, san Francesco di Sales, san Giovanni Berchmans, o raccomandate da maestri riconosciuti di vita spirituale, come il venerabile Luigi di Blois, Rodriguez, Scaramelli, Mons. Gay, don Allemand, don Hamon, don Dubois ecc.

Mortificazione del corpo.
1 – In fatto di alimentazione limitati, se possibile, al puro necessario. Medita queste parole che sant’Agostino rivolgeva a Dio: «Mi hai insegnato, o mio Dio, a non assumere gli alimenti che come rimedi. Oh! Signore, chi fra noi non supera talvolta questo limite? Se ce n’è uno, dichiaro che quest’uomo è grande e che deve grandemente glorificare il tuo nome» (Confessioni, libro X, cap. 31).

2 – Prega Dio spesso, prega Dio ogni giorno di impedire con la sua grazia che tu superi i limiti della necessità e ti lasci andare seguendo il piacere.

3 – Non mangiare niente tra i pasti, tranne in caso di necessità o di convenienza sociale.

4 – Pratica l’astinenza e il digiuno, ma praticalo soltanto sotto il vincolo dell’obbedienza e con discrezione.

5 – Non ti è vietato di gustare qualche soddisfazione corporea, ma fallo con intenzione pura e benedicendo Dio.

6 – Regola il tuo sonno, evitando ogni fiacchezza, ogni mollezza, specialmente al mattino. Fissati un’ora, se puoi, per andare a letto e per alzarti, e attienitici con energia.

7 – In generale, non riposarti che nella misura del necessario; dedicati generosamente al lavoro, non risparmiare in ciò la tua fatica. Guardati dall’estenuare il tuo corpo, ma anche dal blandirlo; come lo senti poco disposto a obbedire al padrone, così trattalo come uno schiavo.

8 – Se ti senti leggermente indisposto, evita di essere di peso agli altri a causa del tuo cattivo umore; lascia ai tuoi fratelli di compatirti; tu, sii paziente e muto come il divino Agnello, che portò tutte le nostre pene.

9 – Guardati dal fare del più piccolo disagio una ragione di dispensa o di deroga al tuo ordine del giorno. «Bisogna odiare come la peste qualsiasi dispensa in materia di regole», scriveva Giovanni Berchmans.

10 – Ricevi docilmente, sopporta con umiltà, pazienza, perseveranza la mortificazione dolorosa che si chiama malattia.

Mortificazione dei sensi, dell’immaginazione e delle passioni.
11 – Prima di tutto e sempre chiudi gli occhi di fronte a ogni spettacolo pericoloso, e anche, abbine il coraggio, a ogni spettacolo vano e inutile. Guardate senza vedere; non osservate nessuno per scorgerne la bellezza o la bruttezza.

12 -Tieni chiusi i tuoi orecchi alle lusinghe, alle lodi, alle seduzioni, ai cattivi consigli, alle maldicenze, agli scherzi offensivi, alle indiscrezioni, alla critica malevola, ai sospetti comunicati, a ogni parola che può causare fra due anime il minimo raffreddamento.

13 – Se il senso dell’olfatto ha da soffrire qualcosa a causa di certe infermità o malattie del prossimo, lungi da te di lamentartene: mettici una gioia santa.

14 – Per quel che riguarda la qualità degli alimenti, abbi un grande rispetto per il consiglio di Nostro Signore: «Mangiate quel che vi si serve». «Mangiate ciò che è buono senza compiacervene, ciò che è cattivo senza manifestare avversione, e mostratevi indifferenti all’uno e all’altro: ecco, dice san Francesco di Sales, la vera mortificazione».

15 – Offri a Dio i tuoi pasti, imponiti a tavola una piccola privazione; per esempio, rifiutati un granello di sale, un bicchiere di vino, un dolcetto ecc.; i tuoi commensali non se ne accorgeranno, ma Dio ne terrà conto.

16 – Se ciò che ti si presenta ti attrae molto, pensa al fiele e all’aceto che diedero a bere a Nostro Signore sulla croce: non ti impedirà di gustare la vivanda, ma servirà da contrappeso al piacere.
17 – Evita ogni contatto sensuale, ogni carezza passionale, in cui potresti cercare, in cui potresti trovare una gioia principalmente sensibile.

18 – Non andare a scaldarti, a meno che non sia necessario per risparmiarti un’indisposizione.

19 – Sopporta tutto ciò che affligge naturalmente la carne; specialmente il freddo d’inverno, il caldo d’estate, la durezza del letto e tutte le scomodità di questo genere. Fa’ buon viso a tutti i climi, sorridi a tutte le temperature. Di’ col profeta: «Freddo, caldo, pioggia, benedite il Signore». Beati noi, se possiamo arrivare a dire di buon cuore questa frase che era familiare a san Francesco di Sales: «Non mi sento mai meglio di quando non mi sento bene».

20 – Mortifica la tua immaginazione, quando questa ti seduce con l’esca di un posto brillante, quando ti rattrista con la prospettiva di un avvenire buio, quando ti irrita col ricordo di una parola o di un azione che ti hanno offeso.

21 – Se senti il bisogno di sognare, mortificalo senza pietà.

22 – Mortifica con la massima cura l’impazienza, l’irritazione o la collera.

23 – Esamina a fondo i tuoi desideri, sottomettili sotto il controllo della ragione e della fede: davvero non desideri una vita lunga piuttosto che una vita santa? Piacere e benessere senza fastidi e dolori, vittorie senza battaglie, successi senza rovesci, applausi senza critiche, una vita comoda, tranquilla, senza croci di nessuna natura, ovvero una vita in tutto opposta a quella del nostro divino Salvatore?

24 – Guardati dal prendere certe abitudini che, senza essere chiaramente cattive, possono divenire funeste, come l’abitudine alle letture frivole, ai giochi d’azzardo ecc.

25 – Cerca di conoscere il tuo difetto dominante e, conosciutolo, perseguitalo fino ai suoi ultimi rifugi. A questo scopo, sottomettiti di buon cuore a ciò che potrebbe esserci di monotono e di noioso nella pratica dell’esame di coscienza.

26 – Non ti è proibito di avere un cuore e di mostrarlo, ma guardati dal pericolo di eccedere la giusta misura. Combatti energicamente gli attaccamenti troppo naturali, le amicizie troppo particolari e tutte le mollezze del cuore.

Mortificazione dello spirito e della volontà.
27 – Mortifica il tuo spirito, proibendogli tutte le immaginazioni vane, tutti i pensieri inutili o estranei, che fanno perdere il tempo, dissipano l’anima, disgustano dal lavoro e dalle cose serie.

28 – Ogni pensiero triste o inquieto deve essere bandito dal tuo spirito. La preoccupazione di tutto ciò che potrebbe in futuro accaderti non deve toccarti in nulla. Quanto ai pensieri cattivi che malgrado i tuoi sforzi ti molestano, devi, nel rigettarli, farne un oggetto di pazienza. Essendo involontari, saranno per te un’occasione di merito.

29 – Evita di intestardirti nelle tue idee, di ostinarti nei tuoi sentimenti. Lascia volentieri prevalere il giudizio altrui, a meno che non si tratti di materia in cui hai il dovere di pronunciarti e di parlare.

30 – Mortifica l’organo naturale del tuo spirito, cioè la lingua. Esercitati volentieri al silenzio, sia che te lo prescriva una regola religiosa, sia che te lo imponga tu stesso spontaneamente.

31 – Scegli di ascoltare gli altri, piuttosto che parlare tu stesso; comunque, parla a proposito, evitando egualmente, in quanto eccessi, il parlare troppo che impedisce agli altri di dire i loro pensieri, e il parlare troppo poco che denota una insofferenza offensiva per quelli che parlano.

32 – Non interrompere mai chi parla e non prevenire con una risposta precipitosa chi ti chiede qualcosa.

33 – Abbi sempre un tono di voce moderato, mai brusco o spiccato. Evita i moltissimo, tantissimo, terribile, orribile ecc.: mai esagerare.

34 – Ama la semplicità e la rettitudine. La simulazione, i sotterfugi, gli equivoci calcolati che certe persone pie si permettono senza scrupoli, screditano molto la vera pietà.

35 – Astieniti con cura da ogni parola grossolana, volgare o anche audace, perché il Signore ci avverte che ce ne chiederà conto nel giorno del Giudizio.

36 – Soprattutto, mortifica la tua volontà: è il punto decisivo. Piegati costantemente a ciò che sai essere la volontà di Dio e l’ordine della Provvidenza, senza tener conto dei tuoi gusti, né delle tue avversioni. Sottomettiti volentieri, anche ai tuoi sottoposti, nelle cose che non riguardano la gloria di Dio e i doveri del tuo incarico.

37 – Guardati dalla minima disobbedienza agli ordini o anche ai desideri dei tuoi superiori; ricedili come se venissero da Dio.

38 – Ricordati che praticheresti la più grande delle mortificazioni, se amassi di essere umiliato, e che manifesteresti un’obbedienza perfetta verso coloro a cui Dio ti ha sottoposto.

39 – Scegli di essere dimenticato e di non essere tenuto in nessun conto: è il detto di san Giovanni della Croce, è il consiglio dell’Imitazione di Cristo: non parlare quasi di te stesso, né in bene né in male, ma cerca col silenzio di farti dimenticare.

40 – Di fronte a un’umiliazione, a un’offesa, potresti essere tentato di mormorare, di rattristarti. Di’ come David: « Tanto meglio! E’ bene che io sia umiliato!»

41 – Non intrattenere nessun desiderio frivolo: «Desidero poche cose, diceva san Francesco, e il poco che desidero, lo desidero tanto poco!»

42 – Accetta con la più perfetta rassegnazione le mortificazioni provvidenziali, le croci e i lavori legati al posto in cui la Provvidenza ti ha messo. «Dove meno si trova la nostra scelta, c’è più volontà di Dio». Vorremmo scegliere la nostra croce, averne un’altra invece della nostra, portare una croce pesante che avrebbe almeno qualche splendore, piuttosto che una croce leggera che stanca per la sua continuità: illusi! È la nostra croce che bisogna portare, non un’altra, e il suo merito non è nella sua qualità, ma nella perfezione con cui la si porta.

43 – Non lasciarti turbare dalle tentazioni, gli scrupoli, le aridità spirituali: «ciò che si fa nell’aridità è più meritorio di fronte a Dio, di ciò che si fa nella consolazione», dice il santo vescovo di Ginevra.

44 – Non si deve deplorare troppo le nostre miserie, ma umiliarci in esse. Umiliarsi è una cosa buona, che poche persone capiscono: inquietarsi e risentirsi è una cosa che tutti conoscono e che è cattiva, perché, in questa specie di inquietudine e di risentimento, l’amor proprio ha sempre la parte maggiore.

45 – Diffidiamo egualmente della timidezza e dello sconforto che sfibrano, e della presunzione che altro non è se non l’orgoglio in azione. Lavoriamo come se tutto dipendesse dai nostri sforzi, ma restiamo umili come se il nostro lavoro fosse inutile.

Mortificazione da praticare nelle nostre azioni esteriori.
46 – Osserva con la massima esattezza tutti i punti della tua regola di vita, obbedisci senza indugio, ricordandoti di san Giovanni Berchmans, che diceva: «La mia penitenza è di seguire la vita comune»; «Fare il più gran caso alle minime cose, questo è il mio motto»; «Morire, piuttosto che violare una sola regola».

47 – Nell’esercizio dei doveri del tuo stato di vita, cerca di essere contento di tutto ciò che è fatto per dispiacerti e annoiarti, ricordandoti ancora delle parole di san Francesco: «Non sto mai meglio, di quando non mi sento bene».

48 – Non accordare mai un momento all’ozio: dal mattino alla sera, sta’ occupato senza pause.

49 – Se la tua vita si svolge, almeno in parte, nello studiare, applica questi consigli di san Tommaso d’Aquino ai suoi allievi: «Non accontentatevi di ricevere superficialmente ciò che leggete o sentite, ma cercate di penetrarne ed approfondirne tutti i sensi. Non restate mai in dubbio su ciò che potete sapere con certezza. Lavorate con una santa avidità per arricchire il vostro spirito; classificate con ordine nella vostra memoria tutte le conoscenze che potete acquisire. Tuttavia non cercate di penetrare i misteri che sono al di sopra della vostra intelligenza».

50 – Occupati soltanto dell’azione presente, senza ritornare col pensiero alle cose fatte in precedenza, né andare avanti a ciò che segue. Dite con san Francesco: «Mentre faccio questo, non sono obbligato a fare altro»; «Affrettiamoci adagio: tanto presto, quanto bene».

51 – Sii modesto nel tuo atteggiamento. Niente era perfetto come il contegno di san Francesco: teneva sempre la testa dritta, evitando egualmente la leggerezza che la fa voltare in tutte le direzioni, la negligenza che la fa pendere in avanti e l’umore fiero e altezzoso che la fa gettare all’indietro. Il suo volto era sempre tranquillo, sgombro da ogni imbarazzo, sempre gioioso, sereno e aperto, senza tuttavia nessuna allegria o arguzia indiscreta, senza risate chiassose, immoderate o troppo frequenti.

52 – Da solo, stava composto come in un’assemblea. Non incrociava le gambe, non appoggiava la testa sul gomito. Quando pregava, era immobile come una statua. Se la natura gli suggeriva di prendere qualche agio, non l’ascoltava.

53 – Cura la pulizia e l’ordine come una virtù, la sporcizia e il disordine come un vizio; mai abiti sporchi, macchiati o strappati. D’altra parte, considera un vizio ancor più grande il lusso e la mondanità. Fa’ conto che vedendo il tuo abbigliamento, una persona non dica: è sporco, né: è elegante, ma che tutti debbano dire: è appropriato.

Mortificazioni da praticare nei nostri rapporti col prossimo.
54 – Sopporta i difetti del prossimo, difetti di educazione, di spirito, di carattere. Sopporta tutto ciò che ti dispiace in lui: l’atteggiamento, il tono della voce, l’accento, o altro.

55 – Sopportate tutto di tutti, e sopportatelo fino alla fine e cristianamente. Mai di queste pazienze così orgogliose, che fanno dire: Che ho a che fare io con questo o quello? Che bisogno ho dell’affetto, della benevolenza, o anche della gentilezza di una creatura qualunque e di questa in particolare? Niente è meno secondo Dio di questo distacco altezzoso e di questa indifferenza sprezzante; sarebbe meglio, allora, un moto d’impazienza.

56 – Sei tentato di irritarti? Per l’amore di Gesù, sii dolce.
Di vendicarti? Rendi il bene per il male; si dice che il grande segreto per toccare il cuore di santa Teresa era di farle qualche torto.
Di manifestare cattivo umore verso qualcuno? Sorridigli con bontà.
Di evitare di incontrarlo? Cercalo virtuosamente.
Di dirne male? Parlane bene.
Di parlargli duramente? Rivolgiti a lui con dolcezza, cordialmente.

57 – Cerca di fare l’elogio dei tuoi fratelli, specialmente di quelli verso cui provi più naturalmente invidia.

58 – Non fare delle battute di spirito a scapito della carità.

59 – Se ci si permettono in tua presenza discorsi poco appropriati, o se si tengono conversazioni dannose per la reputazione del prossimo, potrai talvolta riprendere dolcemente chi parla, ma più spesso sarà meglio cambiare abilmente argomento o testimoniare il tuo dispiacere mostrandoti volutamente triste o disattento.

60 – Ti costa qualcosa rendere un piccolo servizio? Offriti tu stesso di farlo: doppio merito.

61 – Abbi orrore di porti di fronte a te stesso e ad altri come una vittima. Guardati dall’esagerare ciò che ti pesa, sforzati di trovarlo leggero; lo è in realtà, molto più spesso di quanto non sembri, e lo sarebbe sempre con un po’ più di virtù.

Conclusione.
In generale, sappi rifiutare alla natura ciò che ti domanda senza bisogno.
Sappi farle dare ciò che ti rifiuta senza ragione. I tuoi progressi nella virtù, dice l’autore dell’Imitazione di Cristo, saranno proporzionati alla violenza che saprai farti.
«Bisogna morire, diceva il santo vescovo di Ginevra, bisogna morire affinché Dio viva in noi: perché è impossibile arrivare all’unione dell’anima con Dio per un’altra via che non sia la mortificazione. Queste parole – bisogna morire – sono dure, ma saranno seguite da una grande dolcezza, perché non si muore a se stessi che per essere uniti a Dio con questa morte».
Piacque a Dio che fossimo in grado di applicare a noi stessi queste belle parole di san Paolo ai Corinzi: «In tutte le cose soffriamo tribolazioni. Portiamo ovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, affinché la vita di Gesù si manifesti anche nei nostri corpi» (2 Co 4, 10).

 

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LA VANAGLORIA

Dagli scritti di Don Antonio Roscelli

La vanagloria, che da S. Gregorio viene anche chiamata peccato capitale, è la terza figlia della superbia. Questa è un desiderio disordinato di gloria e di lode umana. Ma dunque, direte voi, bramare la gloria della propria eccellenza è sempre peccato? Rispondo: questa brama può essere anche buona, quando è ordinata; vale a dire quando si brama solo la gloria che merita un bene come la gloria di Dio, il profitto del prossimo e l’utile proprio purché sia onesto.

È sempre poi cattiva, quando è contro la retta ragione: il che succede quando si brama la gloria per un bene che non si ha, o si brama maggior gloria di quella che merita un tal bene. Ma la vanagloria, soggiungerete voi, è peccato grave o veniale? Regolarmente parlando, è peccato veniale: ho detto regolarmente, perché in alcuni casi può essere anche peccato grave, come sarebbe se ci si gloriasse di essere lodato per aver commesso qualche grave peccato; così parimenti sarebbe peccato grave la vanagloria, quando ne seguisse danno notevole al prossimo.

La vanagloria ha anch’essa le sue figlie, come la superbia: la prima è la iattanza ed è quando uno si loda e si gloria eccessivamente di qualche cosa. Dico eccessivamente, perché lodarsi, come faceva S. Paolo, per un buon fine, vale a dire per la gloria di Dio e a profitto del prossimo, non è peccato.

La iattanza, di per sé, è peccato veniale. In tre casi, però, può essere anche colpa grave, cioè: 1° quando uno si loda e si gloria con disprezzo di Dio; 2° quando si loda con ingiuria del prossimo, come faceva il fariseo del Vangelo il quale, lodando se stesso, disprezzava il pubblicano; 3° finalmente, quando uno si vanta e si gloria di qualche grave peccato.

La seconda figlia della vanagloria è l’ipocrisia, che è la simulazione della virtù che non si ha, o il nascondere qualche vizio e difetto che si hanno. Questa, essendo come una specie di bugia, sarà sempre, per lo meno, peccato veniale.

La terza figlia della vanagloria è la pertinacia, la quale consiste in ostinarsi nella propria opinione e volerla difendere contro la verità. Questa sarà colpa grave quando la verità che ostinatamente s’impugna riguarda la fede o i buoni costumi, la pietà o la pace od altro bene notevole che tocchi l’onor di Dio o l’utile del prossimo.

La quarta è l’invenzione di novità ed è quando uno per cattivarsi l’altrui lode, vuole esporre cose mirabili e nuove e, quando questo fosse di cose contrarie alla fede ed ai buoni costumi, o generasse danno al prossimo, sarebbe anche peccato grave.

La quinta è la curiosità ed è uno sregolato desiderio di vedere, udire o sapere cose che non convengono. Se questo si fa in cose leggere solo per curiosità, non sarà che peccato veniale, ma sarebbe colpa grave quando ci fosse pericolo di peccare gravemente, come se si volesse guardare deliberatamente oggetti osceni, o saper gli altrui difetti, o conoscere ciò che altri è tenuto ad occultare del suo prossimo.

La sesta figlia della vanagloria è la disubbidienza formale, per cui si trasgredisce il precetto del Superiore. Quando la disobbedienza è con disprezzo del Superiore o del comando, è sempre peccato grave, quand’anche non fosse che in piccole cose perché, essendo un Superiore un ministro di Dio, Dio stesso ne resta in lui disprezzato, secondo il detto di Cristo: «Chi disprezza voi, disprezza me». Quando poi non si osserva il comando del Superiore per altri motivi, la colpa è mortale o veniale, secondo la gravità o la parvità della materia.

 Da http://www.immacolatine.it/Manoscritti_vol_3/La_superbia_1.html

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ARSENIO: VERA E FALSA VOLONTA’ DI DIO

Dai detti dei Padri del Deserto.

Un’altra volta l’arcivescovo, desiderando incontrarlo (Arsenio – n.d.r.) mandò prima a vedere se l’anziano gli avrebbe aperto. E questi gli fece sapere: “Se vieni io ti apro; ma se apro a te, a pro a tutti; e allora non resto più qui”. All’udire ciò l’arcivescovo disse: “Se vado per farlo scappare, allora non ci vado più”.

“Con quale fermezza Arsenio difendeva la sua vocazione […].

Il demonio è veramente sottile: molti santi non può prenderli tentandoli al male. Quando le persone sono molto progredite nel cammino della virtù, non riesce ad ingannarle presentando loro il male, sia pure camuffato come bene; allora presenta loro qualcosa che di per sé è un bene: come, in questo caso, dare consigli a un arcivescovo. Ma è anche questa una tentazione, perché, assecondandola, Arsenio si distoglierebbe dal compito che Dio gli ha assegnato. Il demonio sa benissimo che un’anima progredisce nella virtù nella misura in cui è fedele a ciò che Dio le ha indicato. Ecco allora che, per portare alla rovina quell’anima, le indica un’altra strada, anche più perfetta, una strada che, magari sotto colore di carità fraterna, sembra più santa, pur di sviare l’anima dalla strada indicata da Dio. Così ottiene vittoria.

Se Arsenio fosse diventato consigliere di arcivescovi e di pie donne della corte, certo non saremmo qui a leggere i detti del grande Arsenio.

Anche noi facciamo attenzione: il demonio molte volte ci tenta e ottiene vittoria presentandoci qualcosa che sembra un bene tanto affascinante da apparire molto superiore a quello che facciamo; ma il suo scopo è semplice, distoglierci da quella che sa essere la volontà di Dio e la via che egli ci ha segnato per il nostro cammino di perfezione”.

Tratto da Lotte e tentazioni dei Padri del Deserto di Padre Livio Fanzaga, ed. Sugarco.

 

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