LA PAZIENZA DI FRANCESCO

Ma perché crescesse in lui il cumulo dei meriti, che trovano tutti il loro compimento nella pazienza, l’uomo di Dio incominciò ad essere tormentato da molteplici malattie: erano così gravi che a stento restava nel suo corpo qualche parte senza strazio e pena.
A causa delle varie, insistenti, ininterrotte infermità, era ridotto al punto che ormai la carne era consumata e rimaneva quasi soltanto la pelle attaccata alle ossa.
Ma, per quanto strazianti fossero i suoi dolori, quelle sue angosce non le chiamava sofferenze, ma sorelle.
Una volta, vedendolo pressato più del solito dai dolori lancinanti, un frate molto semplice gli disse: « Fratello prega il Signore che ti tratti un po’ meglio, perché sembra che faccia pesare la sua mano su di te più del dovuto ».
A quelle parole, il Santo esclamò con un grido: « Se non conoscessi la tua schiettezza e semplicità, da questo momento io avrei in odio la tua compagnia, perché hai osato ritenere discutibili i giudizi di Dio a mio riguardo ». E, benché stremato dalla lunga e grave infermità, si buttò per terra, battendo le ossa indebolite nella cruda caduta. Poi baciò la terra, dicendo: « Ti ringrazio, Signore Dio per tutti questi miei dolori e ti prego, o Signore mio, di darmene cento volte di più, se così ti piace. Io sarò contentissimo, se tu mi affliggerai e non mi risparmierai il dolore, perché adempiere alla tua volontà è per me consolazione sovrappiena ».
Per questo motivo ai frati sembrava di vedere un altro Giobbe, nel quale, mentre cresceva la debolezza del corpo, cresceva contemporaneamente la forza dello spirito.
Avendo conosciuto molto tempo prima il giorno del suo transito, quando esso fu imminente disse ai frati che entro poco tempo doveva deporre la tenda del suo corpo, come gli era stato rivelato da Cristo.

(Bonaventura da Bagnoregio, Vita major, 1238-2)

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VIDEO – COMPENDIO CATECHISMO

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FOTO – MEDUGORJE DAL 6 AL 12 AGOSTO

Stiamo pubblicando più di 700 foto scattate durante l’ultimo pellegrinaggio a Medugorje, avvenuto dal 6 al 12 di agosto 2011.

Qui sotto alcuni esempi. Le altre le trovate sul nostro account Flickr (qui).

 

 

 

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8X1000: FAZIOSITA’ SULLA CHIESA CATTOLICA

L’inutile polemica • Il fiscalista: «Nessun privilegio, le norme sostengono il non profit • Aiuto di Stato? No, semmai le attività sociali sono aiuti allo Stato»
di Massimo Calvi

Chi è Victor Uckmar?
Uno dei maggiori fiscalisti italiani con spiccata passione per il sociale

Victor Uckmar, classe 1925, professore emerito dell’Università di Genova, è uno dei maggiori e più noti tributaristi italiani. È professore a contratto di diritto tributario internazionale nell’Università di Bologna, direttore delle riviste Diritto e Pratica Tributaria e Diritto e Pratica Internazionale, avvocato con studi a Genova, Milano, Roma e Buenos Aires. È anche consulente del Ciat, il Centro Interamericano Administratores Tributario. E presidente onorario del Centro di Ricerche Tributarie dell’Impresa presso l’Università Bocconi. È consigliere di amministrazione di numerose società. Ha una spiccata passione per il sociale e le attività non profit, seguendo da vicino numerose associazioni di volontariato.

L’esenzione dal versamento dell’Ici è più che giustificata quando ad usufruirne, nei limiti delle norme in vigore, sono anche le attività della Chiesa cattolica. E l’ipotesi che ciò possa essere considerato un aiuto di Stato non trova fondamento, semmai si dovrebbe parlare di “aiuto allo Stato”. A sostenerlo è Victor Uckmar, professore di diritto tributario e tra i maggiori fiscalisti italiani, che, analizzando per Avvenire alcune delle questioni più controverse legate al tema delle agevolazioni Ici, sfata anche molti luoghi comuni ricorrenti nel dibattito in corso.

Professor Uckmar, in tema di esenzioni Ici si è sentito spesso parlare di «privilegi» concessi alla Chiesa cattolica. È d’accordo? Le norme relative all’imposta comunale sugli immobili prevedono effettivamente un trattamento di favore per la Chiesa?
L’espressione «privilegi concessi alla Chiesa Cattolica», nel caso dell’esenzione Ici oggetto di tanta polemica, è assolutamente fuori luogo. Il termine privilegio deriva dal latino privus (solo, singolo) e ligium (stessa radice di lex, legis, legge) e significa Legge fatta a vantaggio di un singolo o per pochi. Nel caso di cui stiamo parlando non è la sola Chiesa cattolica a godere dell’esenzione, ma tutti gli enti non commerciali e quindi una categoria molto ampia di soggetti. Leggendo la norma – cioè l’articolo 7 lettera i) del decreto legislativo 504 del 1992 – infatti, si potrà verificare come essa non parli in alcun punto di Chiesa né tantomeno di enti ecclesiastici. Per l’individuazione dei soggetti agevolati la norma richiama una norma del Testo unico delle imposte sui redditi (e in particolare fa riferimento agli immobili utilizzati dai «soggetti di cui all’art. 87, comma 1, lett. c, del Testo unico delle imposte sui redditi e successive modificazioni»). E andando a vedere l’articolo richiamato (nella nuova numerazione del Testo unico è l’art. 73, lett. c) si legge: «gli enti pubblici e privati, diversi dalle società, nonché i trust, residenti nel territorio dello stato, che non hanno per oggetto esclusivo o principale l’esercizio di attività commerciali». Quindi, non la Chiesa cattolica, non gli enti ecclesiastici, ma tutti – e sono davvero molti – gli enti non commerciali. Pertanto, nell’amplissima categoria dei soggetti titolati a fruire dell’esenzione Ici in questione sono ricompresi anche tutti gli enti non profit, le Onlus, il cosiddetto Terzo settore. Si potrà discutere, sul piano politico o sul piano giuridico, dell’opportunità o legittimità dell’esenzione, ma si deve tener presente che essa non riguarda affatto specificamente la Chiesa cattolica, bensì tutti gli enti non commerciali. Quindi, è errato parlare di privilegio per la Chiesa cattolica. Le polemiche, clericali o anticlericali, sorte in questi giorni hanno pretestuosamente “spostato” i termini del problema.

La legge che ha istituito l’Ici prevede otto attività meritorie che, se svolte da enti non commerciali, giustificano l’esenzione: attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative, sportive. La normativa può dare luogo a dubbi interpretativi o facilitare l’elusione?
L’interpretazione di qualunque norma va effettuata cum grano salis, cioè secondo buon senso, partendo dal dato letterale corroborato dalla valutazione della ratio legis, cioè la finalità perseguita dal legislatore nell’emanare quella norma. Venendo alle otto attività citate dalla norma, la formulazione è dotata di una sufficiente specificazione e la formulazione è piuttosto precisa e dettagliata, poiché contiene un elenco preciso, chiaro, di attività che il legislatore ha considerato meritevoli. Con diligenza e buona fede, invece, occorre che gli addetti ai lavori interpretino le norme, senza sollevare questioni capziose e tentando tuttavia di evitare abusi. Mi pare, oltretutto, che la Chiesa cattolica possa godere di una presunzione di buona fede. Per la sua millenaria storia e tradizione, nonché per gli stessi precetti della f ede cristiana, essa desta pochi sospetti di voler illegittimamente fruire di esenzioni, senza svolgere effettivamente attività di beneficienza, assistenza, formazione… E comunque, sul piano giuridico, si deve ricordare che il Concordato – che essendo un trattato internazionale è di valenza superiore alla norma interna – pone l’equiparazione dei fini di culto e religione a quella di beneficienza ed istruzione.

Su alcuni organi di informazione si è letto che, per escludere la natura commerciale di un’attività, e dunque beneficiare delle esenzioni Ici, è sufficiente aggiungere una piccola cappella nell’immobile? È veramente così?
Questa tesi è frutto di una ricostruzione forzata e polemica della norma di interpretazione autentica del decreto Visco. Infatti, a norma dell’articolo 7, comma 2 bis, del Dl 30 settembre 2005 n. 203 (conv. con modif., nella legge 2 dicembre 2005, n. 248), così come sostituito dall’art. 39, comma 1, del decreto Visco (D.L. 4 luglio 2006, n. 223, convertito, con modif., nella legge 4 agosto 2006, n. 248), «l’esenzione disposta dall’articolo 7, comma 1, lett. i, del d.lgs. n. 504 del 1992, si intende applicabile alle attività indicate nella medesima lettera che non abbiano esclusivamente natura commerciale». L’attività svolta, pertanto, deve essere una di quelle indicate dall’articolo 7 lettera i del decreto Ici, e cioè attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive, nonché le attività di cui all’articolo 16, lettera a, legge 20 maggio 1985, n. 222, e cioè le attività religiose o strettamente connesse alla religione, ossia le attività dirette all’esercizio del culto e alla cura delle anime, alla formazione del clero e dei religiosi, a scopi missionari, alla catechesi, all’educazione cristiana. E inoltre – ha aggiunto il Decreto Visco per superare il delicato problema interpretativo delle attività promiscue – l’attività svolta non deve avere esclusivamente natura commerciale. Ora, è evidente come il riferimento alla presenza di una cappella costituisce una forzatura: ciò che conta è l’attività svolta in un immobile, non la presenza o meno di una stanza adibita a cappella.

Uno dei nodi più intricati riguarda proprio la questione della commercialità. La legge che ha istituito l’Ici nel 1992 prevede l’esenzione in base alla natura non commerciale del soggetto, se opera nelle otto attività previste. Una sentenza della Cassazione del 2004, che ha reso necessarie due successive norme di interpretazione autentica, ha invece di fatto chiamato in causa anche la commercialità dell’attività svolta. L’attuale normativa è sufficientemente chiara?
Non ritengo sussista confusione tra “ente” e “attività” titolate all’esenzione di cui all’articolo 7 del decreto Ici. La sentenza della Cassazione – la n. 4645 dell’8 marzo 2004, emanata dalla sezione tributaria della nostra Suprema Corte – chiarisce esattamente la distinzione tra ente e attività esentati. L’esenzione dall’Ici in questione spetta in presenza di due condizioni concorrenti: una condizione soggettiva, e cioè il fatto che il soggetto utilizzatore dell’immobile sia un ente non commerciale (secondo la definizione di cui all’art. 87, comma 1, lett. c, Tuir) e una condizione oggettiva, e cioè che l’immobile, in relazione al quale si pretende l’esenzione Ici, sia destinato esclusivamente allo svolgimento delle attività tassativamente elencate dalla norma, le quali, ha aggiunto il decreto Visco, non devono esercitate in forma esclusivamente commerciale. I due profili, soggettivo e oggettivo, sono ben distinti, nella norma e nella giurisprudenza. La confusione nasce altrove, a mio parere, e in particolare nell’interpretazione del requisito oggettivo.

In che senso?
Vediamo il caso in cui l’ente svolga in forma commerciale una delle attività citate: che accade? In tal caso la natura commerciale dell’attività indurrebbe a escludere l’esenzione, laddove la sua contemporanea natura didattica, sportiva, ricett iva… etc., invece, sembrerebbe qualificarla per l’esenzione. La Cassazione risolse il dubbio interpretativo nel senso che la forma commerciale di una attività, sia pure ricompresa nell’elenco delle otto previste dal noto articolo 7 del decreto Ici – nel caso specifico si trattava di un’attività ricettiva – escludeva l’esenzione. Ora, la Suprema Corte ha ritenuto che l’attività in questione, pur se annoverabile tra le otto attività agevolate dal decreto del 1992, non dovesse fruire dell’agevolazione perché la forma marcatamente commerciale prevaleva sulla natura ricettizia della medesima. Nella realtà, la soluzione interpretativa fornita dalla Cassazione era possibile perché l’articolo 7 del decreto Ici, prima degli interventi del Decreto Visco, non diceva nulla a proposito della eventuale natura commerciale dell’attività. Ma la questione interpretativa, così come risolta dalla Suprema Corte, evidentemente non convinceva. Per questo il legislatore ha deciso di intervenire, con una interpretazione autentica sul problema del rapporto tra le attività “meritorie”, e quindi esentate per l’articolo 7 del decreto Ici, e l’eventuale svolgimento in forma commerciale delle medesime. Alla fine del 2005, fu chiarito che l’esenzione (disposta dall’articolo 7, comma 1, lettera i, del decreto 30 dicembre 1992, n. 504) «si intende applicabile alle attività indicate nella medesima lettera a prescindere dalla natura eventualmente commerciale delle stesse». Quindi, secondo tale intervento normativo, la forma commerciale, l’eventuale scopo di lucro dell’attività, non contavano nulla: per la sussistenza del requisito oggettivo dell’esenzione, contava soltanto che l’attività svolta fosse tra quelle otto previste dall’articolo 7 del decreto Ici, e cioè assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive.

Dopo questa norma di interpretazione, emanata dal governo Berlusconi, è stata la volta del decreto Visco. Ma le polemiche non si sono sopit e…
Il decreto Visco ha parzialmente modificato tale interpretazione, decidendo di dare un qualche rilievo al fatto che una delle otto attività meritorie sia svolta in forma commerciale e ha modificato l’articolo 7, comma 2 bis sopracitato, come segue: «l’esenzione disposta dall’art. 7, comma 1, lett. i), del d.lgs. n. 504 del 1992, si intende applicabile alle attività indicate nella medesima lettera che non abbiano esclusivamente natura commerciale». Quindi, l’interpretazione del requisito oggettivo dell’esenzione Ici, come attualmente indicata dal legislatore medesimo, è la seguente: Per la sussistenza dell’esenzione, è necessario che nell’immobile venga svolta esclusivamente una attività tra quelle indicate nell’elenco tassativo dell’articolo 7 decreto Ici e che tale attività sia svolta in forma non esclusivamente commerciale. La polemica è sorta in relazione al fatto che attività svolte in forma commerciale, anche se non esclusivamente, possano fruire dell’esenzione; ma troppo spesso si è dimenticato che tutto ciò accade nell’ambito, rigorosamente delimitato, di attività giudicate meritorie dal legislatore. E infatti, a prescindere dal successivo problema dello svolgimento in forma anche parzialmente commerciale, potranno fruire dell’esenzione solo e soltanto, «esclusivamente», le attività di cui all’articolo 7. Di più, persino queste attività, socialmente meritevoli, perderanno l’esenzione se saranno svolte in forma «esclusivamente» commerciale. Il problema sta tutto, ora, nella corretta identificazione della commercialità cui fa riferimento l'”aggiunta” del decreto Visco.

Su suggerimento di alcuni soggetti, la Commissione europea ha chiesto al governo italiano informazioni relative al trattamento fiscale riservato alla Chiesa, e dunque anche agli enti non profit. Ritiene esistano i margini per parlare di aiuti di Stato o di violazione delle norme sulla concorrenza?
È ovvio che si lede la concorrenza, anche tramite una agevolazione fiscale, laddove si favo risca una attività imprenditoriale a discapito di un’altra, nell’ambito di un medesimo mercato. Ma in questo caso il riferimento alla commercialità non va inteso nel senso in questione e non porta a distorsioni della concorrenza. Nel caso dell’Ici, infatti, si esentano enti non commerciali che svolgono attività meritorie e socialmente utili, le quali possono essere svolte anche, ma non esclusivamente, in forma commerciale. È evidente che un ragionamento in termini di “aiuti di Stato” con riferimento alle agevolazioni fiscali agli enti non profit – e tra essi, la Chiesa -, soltanto perché essi, nello svolgere la propria attività, ricevono pagamenti, e al solo fine di autofinanziare i propri servizi, arrecherebbe un gravissimo danno a un settore che il legislatore, non solo italiano, ha giudicato particolarmente meritevole di sostegno, e cioè il cosiddetto Terzo settore.

Ritiene sia giusto riconoscere un trattamento di favore alle attività socialmente utili?
Penso che si tratti essenzialmente di una scelta di tipo politico. Tuttavia, nel fare tale scelta, occorre considerare che, dal punto di vista politico ma anche giuridico-costituzionale, l’imposizione fiscale si giustifica come contributo dei cittadini, in rapporto alle capacità di ciascuno, alle spese pubbliche. Cioè, in altri termini, compartecipazione anche alle spese che lo Stato sostiene per i servizi di pubblica utilità. Si tratta del fondamento dello Stato sociale. Quindi, il cittadino dà il proprio denaro allo Stato perché organizzi i servizi sociali a suo favore e anche a favore di tutti, particolarmente delle fasce più deboli. Ora, come è noto, lo Stato spesso non riesce a venire incontro a tutte le esigenze “sociali” della popolazione e un aiuto fondamentale gli è fornito dal volontariato, dagli enti non profit, dalla Chiesa e da tutto il Terzo settore. La Chiesa e gli enti non profit, perciò, investono il proprio denaro, cioè quello guadagnato proprio con le attività svolte in forma commerciale, dir ettamente nei servizi sociali. Non è uno scandalo, anzi è normale, che parte di tale denaro non sia versato alle casse dello Stato, affinché organizzi i servizi sociali, ma venga direttamente destinato alle attività sociali. La destinazione finale è la medesima. Quindi, le esenzioni fiscali per il non profit sono davvero un aiuto di Stato o invece non rappresentano soltanto un modo per far transitare le somme destinate allo svolgimento dei servizi sociali da parte di uno Stato che fatica a organizzarli direttamente, a vantaggio di tali servizi? Più che un “aiuto di Stato” direi che è un “aiuto allo Stato”.

Tratto da Avvenire del 6 settembre 2007

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LA MUSICA, IL LINGUAGGIO DEGLI ANGELI

La Parola di Cristo dimori fra voi abbondantemente; ammaestratevi e ammonitevi con ogni sapienza cantando a Dio di cuore e con gratitudine salmi, inni e cantici spirituali” (Col 3,16).

Con queste parole San Paolo si rivolgeva a dei cristiani che, in un ambiente difficile e ostile dovevano testimoniare la gioia della loro fede.
Doveva essere ancora così a Milano verso la fine del IV secolo quando sant’Agostino, cercatore della verità e della bellezza, fu affascinato dai canti e dagli inni che Ambrogio aveva composto per la sua Chiesa e che i cristiani milanesi cantavano conquistando il cuore di quel giovane tormentato e stanco di tante avventure intellettuali e umane insoddisfacenti.

Doveva essere così ancora ai tempi di San Francesco, quando questo giovane, figlio di una madre di origine provenzale, educato quindi con i canti di giullari e trovatori, capace di animare le feste della gioventù assisana con i suoi gusti raffinata, si convertì, mettendo al servizio della sua straordinaria e assolutamente nuova maniera di annunciare il Vangelo itinerando, la sua gioia di vivere e cantare: “A voce alta e chiara cantava in francese le lodi del Signore” (Leggenda dei tre compagni 33, FF 1436) e compose quel meraviglioso Cantico delle Creature per invitare tutti a benedire e lodare il Signore.

Francesco, postosi a riflettere, compose anche la melodia che insegno ai suoi compagni: “Altissimo, onnipotente bon Signore….“.
Il suo spirito era immerso in così grande dolcezza e consolazione, che ha voluto mandare i frati per il mondo a lodare Dio.
Voleva che dapprima uno di essi, capace di predicare, rivolgesse al popolo un sermone, finito il quale tutti cantassero al Signore come giullari di Dio.

Questo mondo nel quale viviamo ha bisogno della bellezza per non cadere nella disperazione. La bellezza, come la verità, mette la gioia nel cuore degli uomini ed è frutto prezioso che resiste al logorio del tempo, che unisce le generazioni e le fa comunicare nell’ammirazione” (Concilio Vaticano II, Messaggio agli artisti).

I canti sono la medicina dell’anima, la terapia dell’angoscia e della sfiducia.

Giovanni Paolo II scriveva: “Per trasmettere il messaggio affidatole da Cristo, la Chiesa ha bisogno dell’arte. Essa, infatti, deve rendere percepibile e, anzi, per quanto possibile, affascinante il mondo dello spirito, dell’invisibile, di Dio. Ora l’arte, ha una capacità tutta sua di cogliere l’uno e l’altro aspetto del messaggio traducendolo in colori, forme, suoni che assecondano l’intuizione di chi guarda e ascolta. E questo senza privare il messaggio stesso del suo valore trascendente e del suo alone di mistero” (Lettera di Giovanni Paolo II agli artisti, 12).

Il cantare per un cristiano non è un semplice gusto estetico o una maniera più appropriata per animare delle celebrazioni o degli incontri, ma una testimonianza della propria identità e la forma adeguata per trasmettere la fede e la speranza.
Nessuno come Agostino ha saputo esprimere meglio questa stupenda verità: “Ecco tu dici, io canto. Tu canti, certo, lo sento che canti. Ma bada che la tua vita non abbia a testimoniare contro la tua voce. Cantate con la voce, cantate con il cuore, cantate con la bocca, cantate con la vostra condotta santa” (Sant’Agostino, Discorsi, 34).

Anche colui che passa per essere omicida di Dio, Nietzsche, comprende quale sia la grandezza della musica: “Ho sete di un maestro nell’arte musicale” disse un innovatore al suo discepolo “che apprendesse da me i miei pensieri e li traducesse nel suo linguaggio: così mi sarebbe più facile insinuarmi nell’orecchio e nel cuore degli uomini. Gli uomini possono essere sedotti con i suoni ad ogni errore e ad ogni verità: chi potrebbe confutare un suono?“.

Che il Signore apra i nostri cuori al canto, così da poter essere sempre più vicini al linguaggio con cui gli angeli ed i santi lo osannano eternamente.

Ornella

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SAMURAI CRISTIANI, UNA STORIA SCONOSCIUTA

A memoria di quel 15 agosto 1549, quando San Francesco Saverio sbarcò in Giappone, portando per la prima volta la parola di Cristo.

Vi propongo la lettura che segue:

era il 1637, è il Giappone, è la repressione sui cristiani giapponesi e alla cui resistenza contro la volontà di sterminio totale, pur nella coscienza che si fosse perdenti dall’inizio, perdenti nella battaglia, c’erano i samurai cristiani. Il capo era un samurai di 16 anni. Quarantamila cristiani giapponesi, donne e bambini compresi, si ribellarono alla persecuzione e si arroccarono nella penisola di Shimabara, nel castello in disuso di Hara. Qui tennero testa per cinque mesi al più grande esercito di samurai che la storia del Giappone avesse mai visto.

Nella battaglia finale i cristiani vennero uccisi, migliaia delle loro teste vennero infilzate su pali per terrorizzare chiunque avesse voluto farsi cristiano.

E’ una storia sconosciuta ai piu’ , come la storia dei cattolici in Giappone, perseguitati continuamente fino al secolo XVIII , è una cosa che non avevo mai sentita , ma che mi fà pensare.

Veramente tutto è successo su questo mondo, Cristo veramente è il bene più prezioso, senza di lui l’uomo non conosce pietà, … ne vale la pena di leggere, è la testimonianza di cosa è successo quando la stessa gente in un momento della storia, ha incontrato Cristo, il senso della vita, dell’uomo, della storia:

Rino Cammilleri racconta la grande rivolta dei samurai cristiani
di Antonio Gaspari
ROMA, mercoledì, 3 giugno 2009 (ZENIT.org).- Un romanzo straordinario, il racconto di un fatto vero che ha segnato la storia di un paese e della comunità cristiana, un evento epico e commovente, una vicenda che narra l’eroismo di samurai e contadini, che pur di avere la libertà religiosa morirono tutti martiri.

“Il crocifisso del samurai”, edito da Rizzoli e scritto da Rino Cammilleri, racconta la grande rivolta dei samurai cristiani di Shimabara avvenuta nel 1637.

Quarantamila cristiani giapponesi, donne e bambini compresi, si ribellarono alla persecuzione e si arroccarono nella penisola di Shimabara, nel castello in disuso di Hara. Qui tennero testa per cinque mesi al più grande esercito di samurai che la storia del Giappone avesse mai visto.

Nella battaglia finale i cristiani vennero uccisi, migliaia delle loro teste vennero infilzate su pali per terrorizzare chiunque avesse voluto farsi cristiano.

L’armata dello Shogun riuscì a stroncare la ribellione, ma al costo di settantamila uomini ben armati e addestrati che morirono combattendo contro contadini e anziani samurai cristiani che pure erano affamati e indeboliti dal freddo, ma saldi nella fede in Gesù Cristo.

Per evitare l’onta di non essere riuscito a domare la rivolta il generale giapponese Matsudaira Nobutsuna, offrì ai rivoltosi l’onore delle armi, la dilazione sulle tasse e il perdono, ma questi rifiutarono. L’unica cosa che chiesero era la libertà di professare la religione cristiana.

Ma proprio questa libertà era ciò che le autorità giapponesi temevano. Per i due secoli successivi alla rivolta cristiana, il Giappone si isolò dal mondo e perseguitò tutti coloro che si dicevano seguaci di Cristo.

Eppure, quando nella seconda metà dell’Ottocento i missionari europei poterono tornare in Giappone, trovarono che i discendenti di quegli antichi cristiani avevano conservato la fede nella clandestinità, tramandandosela di generazione in generazione.

Rino Cammilleri, noto giornalista e saggista, ha svolto una intensa ricerca storica per scrivere questo romanzo così avvincente.

Cammilleri, che ha trascorso la vita a indagare la storia della cristianità, è autore di rubriche in diverse testate giornalistiche. Ha pubblicato decine di libri, tra cui “I santi di Milano” (Rizzoli 2000), “Gli occhi di Maria” (con Vittorio Messori, Rizzoli 2001) e “Immortale odium” (Rizzoli 2007).

ZENIT lo ha intervistato:

ZENIT: Per anni lei ha studiato e raccontato la storia del cristianesimo. Come è arrivato a questa struggente storia dei martiri giapponesi?

Cammilleri: Chi mi segue sa che mi sono a lungo occupato di sfatare le “leggende nere” che gravano sulla storia della Chiesa. I presunti scheletri nell’armadio del cristianesimo (Inquisizione, Crociate, Galileo, Conquistadores.) ormai li ho revisionati tutti. Ma in tutti questi anni mi sono imbattuto in storie meravigliose che nessuno ha mai raccontato, almeno non col risalto che meritano. Sono storie così avvincenti da superare la fantasia e sono ideali per un romanzo storico, genere al quale i cattolici non si dedicano più da troppo tempo. Ho deciso, allora di farlo io. Col precedente “Immortale odium” (Rizzoli) ho messo in scena il braccio di ferro ottocentesco tra la Chiesa e la Massoneria, prendendo spunto dall’attacco al corteo funebre del b. Pio IX nel 1881. Con questo “Il crocifisso del samurai” (sempre Rizzoli) ho puntato il riflettore sulla grande rivolta di Shimabara, in cui nel 1637 quasi cinquantamila cristiani giapponesi, guidati da samurai cristiani, si immolarono in nome della libertà religiosa e del loro diritto a professare la religione di Cristo.

ZENIT- Perché le autorità giapponesi ebbero così paura del cristianesimo?

Cammilleri: Con la battaglia di Sekigahara del 1600 erano finite le eterne guerre feudali e il clan dei Tokugawa si era imposto su tutto il Giappone, governando di fatto al posto dell’Imperatore. Il cristianesimo, portato da s. Francesco Saverio, era stato dapprima bene accolto e quasi trecentomila giapponesi si erano fatti battezzare. Ma contro di loro “remavano” i bonzi buddisti e i mercanti protestanti, invidiosi della concorrenza spagnola e portoghese. Misero la pulce nell’orecchio allo Shogun (il dittatore): i missionari cattolici erano l’avanguardia dell’invasione spagnola e
portoghese. La prova? Il fatto che i cristiani, quando erano messi di fronte alla scelta tra le leggi dello Shogun e quelle di Cristo, preferivano farsi uccidere anziché disobbedire a quest’ultimo.

ZENIT- Perché il sangue di quei martiri sembra aver generato così poco frutto?

Cammilleri: Non direi, anzi. Per due secoli, proprio a causa di quella rivolta, il Giappone si chiuse al mondo esterno. Quando i missionari poterono tornare, nella seconda metà dell’Ottocento, trovarono che il cristianesimo era sopravvissuto nelle catacombe, tramandato di padre in figlio. I «cristiani nascosti», sfidando la morte (il cristianesimo sul suolo giapponese ebbe il permesso di esistere solo alla fine del secolo), contattarono il primo missionario e gli fecero addirittura l’esame per vedere se era cattolico o protestante. Non si è mai vista una fedeltà così tenace. L’animo giapponese ha anche questo bellissimo aspetto.

ZENIT- Nella parte finale del romanzo lei ricorda la profezia di Tertulliano secondo cui “il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani”, ma poi riflette anche sul fatto che in tanti luoghi il cristianesimo è stato soffocato nel sangue. Ha una spiegazione teologica per questa apparente contraddizione?

Cammilleri: No. Io posso basarmi solo sui fatti storici. Nei luoghi dove si è stesa la cappa islamica, per esempio, il cristianesimo è praticamente scomparso. In Giappone la maggior concentrazione di cristiani era nella zona di Nagasaki. Ebbene, proprio a Nagasaki è stata sganciata la seconda bomba atomica. La cristianità nipponica è stata azzerata per due volte. Tutti i beatificati giapponesi sono martiri. Tertulliano aveva sotto gli occhi i cristiani romani. Noi, oggi, abbiamo una visuale più ampia della sua. Non basta impiantare il cristianesimo, occorre difenderlo: questo è quanto la
storia ci insegna. In Indocina la persecuzione cessò solo quando intervennero le cannoniere francesi. In Cina, i massacri di cristiani da parte della setta dei Boxers smisero quando le potenze occidentali inviarono corpi di spedizione.

ZENIT- Oggi in Giappone solo il 4% della popolazione è cristiano. Crede che la situazione possa cambiare e che i cristiani possano crescere verso cifre significative?

Cammilleri: Il cristianesimo ha dalla sua, agli occhi degli orientali, il prestigio dell’Occidente. Ma anche la pessima immagine di sé che, sul piano morale, l’Occidente secolarizzato ormai offre. E’ l’Occidente che, nel bene e nel male, dà il “la” all’intero pianeta. E se il sale non riacquista sapore non serve davvero a niente. Se si rievangelizza l’Occidente il resto seguirà.

ZENIT- I samurai giapponesi sembrano molto simili ai legionari romani. Con la differenza che i legionari che si convertirono al cristianesimo, che pure morirono a migliaia, generarono chiese, devozione, altre conversioni, fino ad arrivare all’imperatore Costantino. Cosa è accaduto in Giappone perché la storia si svolgesse in maniera così diversa?

Cammilleri: Proviamo a immaginare se non ci fosse stato Costantino, se il cristianesimo fosse stato bandito dalle legioni, se si fosse continuato a perseguitarlo con l’efficacia ossessiva di Diocleziano. Le precedenti persecuzioni erano state sporadiche e localizzate. La pressione non fu mai così capillare da impedire alla pianticella di respirare e svilupparsi.
Costantino, da buon giardiniere, diede spazio e acqua e concime. Infatti, già con Teodosio, sessant’anni dopo, il cristianesimo era diventato maggioritario nell’Impero. Ma in Giappone non fu così. Il cristianesimo fu perseguitato nei modi più feroci per più di due secoli, e solo esso. Una pausa di settant’anni, poi, come sappiamo, giù una atomica. Tuttavia, oggi c’è un detto in Giappone: quando si commemora il giorno della bomba, «Hiroshima urla, Nagasaki prega». Proteste antiamericane nella prima, composte liturgie nella seconda. Il “piccolo gregge” giapponese ha la pelle dura, e la testa anche di più.

ZENIT- Per molti anni il mondo giornalistico e letterario cattolico italiano è stato impegnato a rispondere alle calunnie e alle allusioni di diversi scrittori contrari a Cristo e alla Chiesa cattolica. Con questa sua opera così come con il libro di Rosa Alberoni “La prigioniera dell’Abbazia” si può cominciare a dire che emerge e si consolida un filone di romanzi che ruotano attorno ai valori, alle virtù, all’epopea, alla storia, all’eroismo dei cristiani?

Cammilleri: Le cose emergono se c’è qualcuno che le fa emergere. Spero proprio che si tratti di «filone», perché per il momento mi pare solo una cocciuta iniziativa di pochi. Cocciuta, ho detto, perchè questi combattono non più contro intellettuali avversari ma contro il mercato. Se la gente preferisce comprare libri sui vampiri o sui serial killer, i casi sono due:
o i romanzieri cattolici non sono capaci di avvincere e non annoiare, o anche il pubblico cattolico preferisce vampiri e serial killer. In quest’ultimo caso siamo davvero messi male.

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IGNAZIO, MISTICO DI LUCE

La sua figura di “mistico di luce” emerse solo dopo il Vaticano II. Ce lo racconta Paolo Monaco sj,che nel libro Come un sole (Città Nuova ed.), ha raccolto i pensieri più profondi ed alti del fondatore dei gesuiti

«Come dal sole discendono i raggi e tu essendo un raggio, sei un sole». Così Paolo Monaco, gesuita, spiega il perché del titolo Come un sole, il nuovo libro edito da Città Nuova che raccoglie i brani più mistici di sant’Ignazio di Loyola. All’interno del volumetto, la lettura spazia dai brani tratti dalla Autobiografia, agli Esercizi Spirituali, alle Costituzioni, al Diario spirituale fino alle Lettere, rivelando pagine profondamente ispirate da Dio, perché come dice lo stesso Sant’Ignazio: «Non il molto sapere sazia e soddisfa l’anima, ma il sentire e gustare le cose internamente».

Un aspetto affascinante del santo basco che siamo abituati a vedere come pellegrino, cavaliere, asceta e fondatore di uno degli ordini più diffusi della storia della Chiesa: la Compagnia di Gesù.
Ma egli, che non fu solo figlio del secolo delle scoperte – nacque nel 1491, un anno prima del viaggio di Cristoforo Colombo –, fu anche figlio di un secolo di mistici, come Giovanni della Croce o Teresa d’Avila. La fondatrice dell’ordine delle Carmelitane scalze, in particolare, fu aiutata «dalla seconda generazione di gesuiti a riconoscere l’autenticità delle sue visioni, memori di quelle del fondatore e formati dalla pratica della contemplazione degli Esercizi Spirituali» continua padre Paolo.

È stato un aspetto a lungo inedito quello di Ignazio mistico?
«Solo dopo il Concilio Vaticano II si è iniziato a recuperare la dimensione mistica del santo che si festeggia il 31 luglio. Ignazio visse svariate “notti spirituali” e ciclicamente si chiese: “Cosa devo fare?”. Dopo la straordinaria esperienza di Manresa aveva deciso di stabilirsi a Gerusalemme, ma fu costretto a tornare in Spagna. Fu allora che decise di dedicarsi allo studio, di aiutare gli altri attraverso gli Esercizi spirituali e di sperimentare assieme ai primi compagni un nuovo stile di vita evangelica. Ma quel testo iniziò a circolare e così venne sottoposto ad otto processi dall’Inquisizione. Forse per questo motivo, dopo la sua morte, l’esperienza mistica di cui molto egli stesso racconta ne l’Autobiografia e nella parte del Diario spirituale – giunto a noi solo parzialmente –, rimase pressoché nascosta».

Per Ignazio, come si caratterizzò questa esperienza mistica?
«Nel periodo di Manresa si trattò di un’esperienza fatta di visioni “di luce”, attraverso le quali Ignazio fu istruito da Dio su alcune fondamentali verità di fede, sulla presenza di Dio in tutte le cose e infine sul discernimento. Da questo punto di vista mistico, il discernimento, sta nel saper distinguere la luce di Dio da altre luci che appaiono come quella di Dio ma non lo sono. Solo chi è abituato a vedere la luce di Dio, intuisce quale seguire. La visione che in qualche modo fa da punto di riferimento in tutta la sua vita è quella di “Cristo come un sole”».

Entrò in depressione?
«Sì, per esempio quando si sentì sommerso dagli scrupoli per gli errori commessi, proprio mentre sentiva il desiderio di seguire Dio con radicalità. Una depressione fortissima, che lo fece entrare in una spirale di penitenze, ma questo gli permise di vedere ed accettare la sua miseria, la sua umanità. Una tensione che lo lacerò a tal punto da pensare di farla finita. Ma a quel punto Dio lo fece svegliare come da un sogno. Questo momento di buio, e gli altri che verranno dopo – come i processi –, la sua anima veniva lavorata perché risplendesse. E questo percorso, con diverse intensità e sfumature, avviene in ciascuno di noi».

L’Autobiografia, che parla molto del momento mistico di Ignazio, ha un’origine che sembra dirla lunga sull’umiltà del santo…
«Si racconta che mentre passeggiava in giardino un gesuita, suo stretto collaboratore, gli avesse confidato un suo momento di crisi, tanto che Ignazio si sentì di condividere con lui un fatto della sua vita, nonostante non fosse avvezzo a parlare di sé. Quel racconto sarà per il gesuita un’esperienza fortissima, tanto da risollevarsi da quel momento. Ignazio capì allora quanto fosse importante, come tutti i fondatori, che comunicasse la sua storia, del come Dio lo avesse guidato verso la fondazione della Compagnia di Gesù, e comprendendo maggiormente il valore della richiesta fatta dai suoi primi compagni di parlarne. A Roma, nelle stanzette che si trovano accanto alla Chiesa del Gesù, sant’Ignazio iniziò il racconto proprio a quel gesuita che aveva aiutato con il semplice fatterello. Ogni volta, il gesuita ascoltava quanto Ignazio diceva e solo al termine del racconto, si recava nella sua stanza a scrivere. Il testo rimane così un momento di comunione tra Ignazio e il lettore, ogni volta».

Un consiglio su come leggere queste pagine?
«L’idea di Ignazio era che le persone gustino internamente questa luce, che è poi ciò che gli ha fatto vedere Dio nella sua storia».

Fonte:  http://www.cittanuova.it/contenuto.php?TipoContenuto=web&idContenuto=35454

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SANT’IGNAZIO DI LOYOLA, SOLDATO DI CRISTO

Oggi la Chiesa ricorda Ignazio di Loyola.
La nostra Associazione, rifacendosi a lui come uno dei riferimenti spirituali ed operativi del nostro carisma, propone un bell’articolo che lo riguarda.

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Il “Racconto di un pellegrino”, la famosa autobiografia di Sant’Ignazio di Loyola, è in realtà qualcosa di più di una semplice autobiografia, dettata a Roma nell’estate del 1553 al fedele collaboratore Ludovico Gonçalves da Camara. Essa è una vera e propria “comunicazione di vita” quale i tanti seguaci religiosi e laici della spiritualità del grande santo antepongono all’inizio degli “Esercizi” stessi.

E’ – se fatta in modo onesto e completo – un primo e difficile passo, perché impone un confronto schietto ma serrato con sé, con il proprio essere in tutti i suoi limiti, con la propria storia, con quella della realtà in cui si è vissuti.

[…] Per Sant’ Ignazio è stata la confessione del Gonzales a fornire il punto d’appoggio, di “presa”, per un inizio. Il suo collaboratore gl’aveva confessato la sua tentazione di vanagloria. Una tentazione che aveva agito con forza anche sullo stesso Sant’Ignazio, e che agisce dove più, dove meno in noi tutti. Con onesta umiltà il grande santo inizia il “Racconto” proprio da questo suo limite umano:

Fino ai ventisei anni fu uomo dedito alle vanità del mondo. Amava soprattutto esercitarsi nell’uso delle armi, con un grande, quanto vano desiderio di farsi onore. Per cui, stando in una fortezza assediata dai francesi, mentre tutti erano del parere di arrendersi, alla sola condizione di aver salva la vita (poiché era chiaro che non si potevano più difendere), egli presentò al comandante tanti argomenti, da convincerlo a resistere ancora, contro il parere degli altri cavalieri; questi, con il suo coraggio e ardimento, restarono spronati …

I nostri limiti perciò possono addirittura accecarci al punto da apparirci come delle potenzialità. Appare qui una necessità inderogabile: la capacità di collocarsi oltre sé stessi, di cercare di vedersi da fuori o da altri punti di vista, da altre prospettive. Si tratta però di un qualcosa cui normalmente neppure si pensa. Il nostro vi fu costretto da un fatto fortuito:

Il giorno in cui ci si aspettava l’attacco dell’artiglieria, egli si confessò a uno di quei suoi compagni d’arme. Il cannoneggiamento durava da parecchio quando una bombarda lo colpì a una gamba, rompendogliela tutta; e poiché il proiettile aveva toccato le due gambe anche l’altra restò malconcia”.

La via alla guarigione fu difficile, complessa e dolorosa.

Ma il Signore gli dava salute. Arrivò a stare così bene che si sentiva del tutto guarito; non poteva, però, appoggiarsi completamente sulla gamba ed era quindi costretto a stare a letto. Poiché era molto dedito alla lettura di libri mondani e falsi, cosiddetti di cavalleria, sentendosi bene, chiese che gliene portassero per passare il tempo. Ma in quella casa non se ne trovò neppure uno di quelli che era solito leggere. Perciò gli diedero una certa “Vita Christi” e un libro, in volgare, sulla vita dei santi.

E’ guadagnata così la nuova prospettiva, il nuovo orizzonte, il fondamento da cui partire per volgersi alla propria vita: ns. Signore Gesù Cristo e la sua vita. E’ il “Principio e fondamento” degli “Esercizi Spirituali”: “L’uomo è creato per lodare, adorare e servire Dio nostro Signore e salvare così la propria anima; e le altre cose sulla faccia della terra sono create per l’uomo affinché lo aiutino al raggiungimento del fine per cui è stato creato. Da ciò consegue che l’uomo intanto deve servirsene in quanto lo aiutino nel suo, e in tanto deve allontanarsene in quanto gli siano di impedimento nello stesso fine. Per questa ragione è necessario renderci indifferenti verso tutte le cose create, in tutto quello che è consentito alla libertà del nostro libero arbitrio e non le è proibito, in modo da non desiderare da parte nostra più la salute che la malattia, più la ricchezza che la povertà, più l’onore che il disonore, più la vita lunga che quella breve, e così via, desiderando e scegliendo soltanto ciò che ci porta al fine per cui siamo stati creati.” E’ il “punto archimedeo” da cui muovere. Ma, come muovere? Come procedere? “Quando li leggeva più volte, per un tratto restava conquistato da ciò che vi era scritto. Ma quando smetteva di leggerli, talvolta si soffermava a pensare alle cose che aveva lette, mentre altre volte a quelle del mondo che prima teneva di solito a mente. (…) C’era però questa differenza: quando pensava a quelle cose del mondo, ne provava grande piacere, ma se, stanco, le lasciava stare, si ritrovava arido e scontento; mentre l’andare scalzo a Gerusalemme, il cibarsi di sole erbe, il praticare tutte le austerità, che vedeva essere state fatte dai santi, non solo lo consolavano quando vi si soffermava, ma erano pensieri che, anche dopo averli abbandonati, lo lasciavano soddisfatto e allegro. Allora, però, non ci faceva caso, né indugiava a valutare quella differenza; finché una volta gli si aprirono un poco gli occhi; cominciò a meravigliarsi di quella diversità e a rifletterci su, ricavando dall’esperienza come a causa di alcuni pensieri rimaneva triste, e, per altri, allegro. A poco a poco riuscì a conoscere la diversità degli spiriti che si agitavano: quello proveniente dal demonio, e l’altro da Dio.

Trovati il punto archimedeo ed il criterio con cui muoversi, Sant’Ignazio lo fa con quella stessa dedizione e determinazione ferma e risoluta con la quale prima procedeva nelle cose del mondo. Lascia tutto, vive di povertà e di elemosina, ma, soprattutto di preghiera e di contemplazione, tanta ed intensa.

Combatte con forza anche quelle proprie caratteristiche che sino ad allora lo avevano contraddistinto, quali la ricercatezza nel vestire, la minuziosa cura dell’eleganza e della propria persona. Finirà così con il cadere negl’eccessi opposti, ma di ciò si renderà conto solo diverso tempo dopo.

Riesce a portare a termine il proprio tanto desiderato intento di visitare le terra santa, in pellegrinaggio portato avanti con la sola e semplice questua. Comincia ad avere seguito, ma questo gli causa anche sospetti: è inquisito. Il suo atteggiamento nei confronti dell’ inquisizione è dapprima assai disponibile, si potrebbe quasi dire arrendevole, quando però si rende conto della inutile vacuità dei pretesti di questa e della vanità delle cose intorno a cui si muove, dell’assoluto non giovamento per sé ed i suoi compagni della cosa, con abilità da uomo di corte di rango quale era stato, se ne libera. Procede cioè anche in questo secondo i criteri del principio archimedeo e del discernimento degli spiriti.

Anche nella vita di Sant’Ignazio di Loyola si manifesta con evidenza – come in quella di tutti i grandi Santi dall’antichità ad oggi – la duplice presenza di Dio da una parte e del nemico dall’altra. Quest’ultimo evidentemente studiava assai bene il nostro ed il suo modo di procedere e soprattutto il criterio di discernimento degli spiriti, infatti – a differenza che con altri Santi, quali ad es. San Pio da Pietrelcina, cui si mostrò con sembianze mostruose, e che spesso combatté anche fisicamente – egli si mostrò travestito da angelo di luce: “… gli accadde molte volte, in pieno giorno, di vedere accanto a sé una cosa nell’aria che gli procurava grande piacere perché era bellissima, fuori dall’ordinario. Non riusciva a distinguere che specie di cosa fosse; in qualche modo sembrava avesse forma di un serpente con molte cose risplendenti come occhi, ma non lo erano. Il vedere questa cosa gli procurava molta gioia e consolazione: quanto più spesso la vedeva, più cresceva la consolazione; mentre, quando spariva, ne provava dispiacere.

Il demonio dunque si presenta in modo fascinoso, vestito di luce e, cercando di scimmiottare quella pace e serenità proprie di ciò che è da Dio, di introdursi nel criterio di discernimento evinto. Ma, “Durante i giorni di quella visione (che furono molti), o poco prima che essa cominciasse, lo assalì un pensiero duro che lo molestò. Gli si presentava la difficoltà della sua vita; come se qualcuno gli dicesse dentro dell’anima: “E come potrai tu sopportare questa vita, i settanta anni che devi vivere?” Ma a ciò, sempre internamente, egli rispose con grande forza (sentendo che proveniva dal nemico): “Miserabile! Puoi tu promettermi un’ora di vita?” In tal modo vinse la tentazione e restò tranquillo.

La visione dunque è sempre, o preceduta o seguita, comunque accompagnata dalla penetrazione sin nel fondo dell’anima di una inquietudine profonda. Alla fine l’inganno sarà palesato: “… andò ad inginocchiarsi davanti a una croce, lì presso per ringraziare Dio, e lì gli apparve quella visione, che mai aveva compreso, di una cosa con molti occhi che, come si è detto sopra, gli sembrava molto bella. Ma ben vide che, stando in presenza della croce, non aveva il suo solito bellissimo colore: allora capì chiaramente, e la volontà gliene dava decisa conferma, che quegli era il demonio. Dopo, molte volte e a lungo, così era solito apparirgli, ma egli, come per disprezzo, lo scacciava con un bastone che di solito portava.

Scacciato direttamente, il nemico continuerà a perseguirlo in modo subdolo, nascosto, sempre profittando delle caratteristiche specifiche della personalità del nostro. Sant’Ignazio fu così duramente ed a lungo tentato in quella che sempre era stata una sua peculiarità: la scrupolosità. La tentazione si protrasse per anni e con forza: sia, anzitutto, nella vita spirituale, sia in quella pratica e caritativa, sia poi nella vita di studio. La scrupolosità giungerà ad impacciarlo ed a paralizzarlo quasi del tutto proprio negli ambiti citati, quelli a cui teneva di più. Anche questa lotta però vedrà alla fine vincitore il nostro ex soldato, adesso soldato di ns. Signore Gesù Cristo. La vittoria sarà data anche qui, e dall’assiduità nella preghiera – dalla quale egli ricaverà una sempre maggiore chiarezza ed illuminazione, su Dio, su sé e sugl’uomini e sul Mondo – e dall’applicazione dei principi ricavati, in particolare dal principio e fondamento:

L’uomo è creato per lodare, adorare e servire Dio nostro Signore e salvare così la propria anima; e le altre cose sulla faccia della terra sono create per l’uomo affinché lo aiutino al raggiungimento del fine per cui è stato creato. Da ciò consegue che l’uomo intanto deve servirsene in quanto lo aiutino nel suo, e in tanto deve allontanarsene in quanto gli siano di impedimento nello stesso fine.” Gli scrupoli dunque saranno assiduamente seguiti nella misura in cui essi siano di giovamento al suo fine ultimo: quello di servire Dio, e allontanati nella misura in cui a questo impediscono.

Quella del nostro è una “comunicazione di vita” bellissima, esemplare, in cui si intrecciano indissolubilmente, la determinazione a cercare, seguire e servire Dio, nella preghiera e nello studio, così come nella vita mondana – “contemplativi nell’azione” sarà il motto ignaziano – e la ricerca dei criteri e dei principi atti a tal fine, cioè una vera e propria “metafisica”. La lotta, sempre assidua, aspra e dura sarà necessaria anche nei confronti dell’ Inquisizione, sarà necessaria nello stesso ambito ecclesiastico al fine di portare all’accettazione del nuovo metodo, dei suoi principi e criteri. Però: “Alla fine, dopo alcuni mesi, venne il Papa a Roma. Il pellegrino gli andò a parlare a Frascati e gli presentò alcune ragioni; il Papa si convinse e comandò che si emettesse la sentenza, che fu favorevole.

La vita di Sant’Ignazio perciò viene ad identificarsi con ciò che è stato radicalmente implicito in tutto il suo adorare, pregare, fare. Di nuovo: “L’uomo è creato per lodare, adorare e servire Dio nostro Signore e salvare così la propria anima; e le altre cose sulla faccia della terra sono create per l’uomo affinché lo aiutino al raggiungimento del fine per cui è stato creato. Da ciò consegue che l’uomo intanto deve servirsene in quanto lo aiutino nel suo, e in tanto deve allontanarsene in quanto gli siano di impedimento nello stesso fine”. 

 di Francesco Latteri Scholten

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PREZIOSITA’ DEL SILENZIO

Il silenzio è mitezza
quando non rispondi alle offese
quando non reclami i tuoi diritti,
quando lasci a Dio la difesa del tuo onore.

Il silenzio è misericordia
quando non riveli le colpe dei fratelli,
quando perdoni senza indagare il passato,
quando non condanni, ma intercedi nell’intimo.

Il silenzio è pazienza
quando soffri senza lamentarti,
quando non cerchi consolazione tra gli uomini
quando non intervieni
ma attendi che il seme germogli lentamente.

Il silenzio è umiltà
quando taci per lasciare emergere i fratelli,
quando celi nel riserbo i doni di Dio,
quando lasci che il tuo agire venga interpretato male,
quando lasci ad altri la gloria dell’impresa.

Il silenzio è fede
quando taci perché è Lui che agisce,
quando rinunci alle voci del mondo,
per stare alla sua presenza,
quando non cerchi comprensione
perché ti basta sapere di essere amato da Lui.

Il silenzio è adorazione
quando abbracci la Croce
senza chiedere perché
nell’intima certezza
che questa è l’unica via giusta.

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ODE ALLA POVERTA’

Il legame che abbiamo con beni e oggetti ci impedisce un reale distacco dalle cose di questo mondo, cosa di cui necessita invece una buona ascesi.

La materialità della nostra vita è ciò che utilizza il Maligno per impedirci una reale vita dello spirito ed una concreta testimonianza di Cristo.

Vecchi discorsi che, di tanto in tanto, sentiamo pronunciare da qualche vecchio sacerdote o rispolveriamo in impolverati cassetti della memoria.
Ma come si fa ad essere poveri, come si fa a scegliere cosa avere o meno?

E’ presto detto: è cosa buona tutto ciò che serve materialmente nell’immediato e perciò è utile al conseguimento di un’utilità necessaria. Un fabbro non può lavorare senza un martello, un cuoco non può cucinare senza coltelli, un’autista non può esercitare il mestiere senza un’auto, ecc…

La qualità di questi beni deve essere proporzionata in base alle reali necessità che la circostanza richiede. Maggiore è la qualità del risultato che voglio ottenere, maggiore deve essere la qualità del mezzo che devo utilizzare.

Non è cosa buona possedere solo il mezzo materiale che mi serve per produrre o lavorare altra materia. E’ cosa lecita e assai più utile anche tutto ciò che materialmente mi facilita ed aiuta la crescita spirituale. Un quadro rappresentante un’immagine che mi facilita la contemplazione, un vestito che mi ridona una dignità perduta, un libro che mi istruisce, un album musicale che mi arricchisce, o comunque tutto ciò che mi porta ad una maggiore elevazione del cuore e della mente.

Il possesso di un oggetto, sia per motivi materiali che spirituali, trova sempre e comunque il suo fine nella lode di Dio. L’utilizzo di ciascuna cosa non è mai fine a se stessa, bensì è trampolino per lanciarsi in una dimensione superiore al mezzo utilizzato. Quando ciò non avviene significa che ci siamo legati a quell’oggetto, che in quella cosa troviamo il nostro compiacimento e perciò ecco che si viene a creare passo a passo l’ancoraggio a questo mondo.

Tutto ciò in cui rinveniamo esserci un attaccamento del cuore, non si riscontri un’utilità materiale evidente e/o mezzo per una crescita spirituale, è certamente da intendersi come superfluo e mezzo del demonio per ostacolarci nella virtù.

E’ per questo motivo che gli antichi padri ed i santi di ogni tempo elargivano i propri beni a chiese e cattedrali: ogni ricchezza era in onore alla regalità di Dio e ad una scienza del bello che a lui potesse elevare, senza riservare nulla per se stessi. Povertà dell’uomo e ricchezza a Dio. Quando questo binomio si è invertito lungo la storia abbiamo assistito a ciò che ancora oggi ci è di scandalo ed accusa. Quando le ricchezze materiali servono per gonfiare l’uomo di un benessere fine a se stesso, il demonio si accampa nel cuore di ciascuno di noi e saccheggia ciò che di buono vi è in esso.

E questo valga egualmente per un falso umanesimo che appesantisce la mente più che elevarla: uomini e donne che si attaccano alla propria arte o al proprio sapere non per lodare Dio nella verità e nella bellezza, ma per mostrare se stessi in una divinazione del proprio intelletto.

Povertà è operare sempre e comunque secondo ciò che riteniamo vantaggioso al Vangelo e all’anima: il resto è il superfluo del demonio.

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