IL VANGELO DAPPERTUTTO

Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano. (Mc 16,20)

La nostra è una cultura figlia del razionalismo. Siamo immersi nelle superstizioni della ragione, per cui tutto è materia e tutto è determinato dalla legge di causa ed effetto.

La cultura del secolo ci ha così impregnato di falsi dogmi che suscita un sentore di vergogna sostenere l’esistenza del soprannaturale, di elementi invisibili all’occhio umano che esercitano un influsso determinante sulla materia e sugli eventi, in un innesto misterioso con il nostro libero arbitrio.

Invece la fede deve riscoprire necessariamente la dimensione dell’invisibile, poiché se non la si riconosce e non le si attribuisce il giusto peso, inibiamo le relazioni spirituali che possiamo avere con essa.

I figli di questo mondo ci hanno bollato come superstiziosi, retrogradi, creduloni, spiriti involuti o, nel migliore dei casi, di una semplicità compassionevole, ma, nella loro incredulità, permane uno spazio che supera l’ideologia, il “partito preso”, i castelli filosofici incastonati negli altari eretti al proprio io. Questo spazio è la coscienza, una dimensione invisibile e spirituale che sa, che conosce, che è consapevole di dovere rendere conto a se stessa e alla Sorgente di cui si percepisce solo frammento.

E’ alla coscienza, alla natura spirituale e reale dell’uomo che la Parola, ed i segni che la accompagnano, osano presentarsi, affinché si consolidi nel bene e cammini nel timore del Signore, per crescere nel conforto dello Spirito Santo (cfr At 5,31).

Il ruolo ed il destino dell’uomo si gioca nella dimensione invisibile dell’uomo, perché la nostra cittadinanza è nei cieli (cfr Fil 3,20) e nostro compito è quello di mostrare quale sia la differenza tra la realtà caduca ed apparente della materia, l’astratta ed inconcludente discorsività dei concetti e la reale, concreta, vissuta nobiltà della fede che si incarna ad imitazione di quel Cristo che noi crediamo essere Uomo ed essere Dio ad un tempo.

Portiamo il Vangelo dappertutto, come sappiamo, come possiamo, nella coerenza e nella fedeltà all’insegnamento di Colui che ci vuole *perfetti* come il Padre suo e nostro. (cfr Mt 5,48)

 

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LA PREGHIERA, SOSTANZA DI FELICITA’

“Sono certo che il Signore affida a ciascuno una missione da compiere nel mondo, indica a tutti la strada per la quale camminare per arrivare alla salvezza eterna nel Paradiso di Dio”.

Così recitava don Bosco.

La sapienza di Dio distribuisce i carismi secondo le necessità degli uomini ed i suoi piani, ma tali carismi vanno riconosciuti, compresi, amati, fatti fruttare e circostanziati secondo la prospettiva che ci troviamo a vivere.

E’ certo che Dio dispone la nostra esistenza per renderci felici. E’ la mancata risposta alla missione proposta ed al riconoscimento di quei carismi donatici per affrontare quella missione che crea una lontananza, una frattura che noi chiamiamo infelicità.

Comprendere il linguaggio di Dio, identificare la sua prospettiva non è sempre facile, poiché richiede un’ascesi, uno sforzo spirituale in cui l’anima si incontra con Dio ed impara il suo linguaggio.
E’ la dimensione della preghiera, del colloquio con Lui, durante il quale Lui rivela, suggerisce, corregge, uniforma, plasma, sentenzia, modifica, sancisce, smussa, indica, lenisce, conforta, rimprovera, accarezza, comanda, consiglia, delibera, ascolta, illumina, confida… E’ nella preghiera che noi troviamo la luce per risanare la frattura che ci separa dalla nostra felicità e riempiamo di senso pensieri, azioni e circostanze.

Buona orazione a tutti.

 

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SPIRITO DI DIO E DEL DIAVOLO

A ciascuno Dio parla in modo differente e offre modi espressivi diversi, manifestazione della sua infinità creativa.
Il molteplice manifestarsi del Dio vivo lo si riconosce, però, dalla fresca sorgente di grazia che feconda ogni suo creare, cosicché pace, armonia, ordine, bellezza, carità, gratuità, giustizia, splendore, intelligenza, equilibrio, sentimento, abnegazione, pazienza, costanza, bontà, ecc… le si riscontreranno in ogni frammento proveniente da Dio.
Dai frutti si riconosce l’albero e dal profumo dell’incenso che brucia nel cuore dell’uomo si può riconoscere se egli propone un’opera di Dio.

Il demonio, scimmiottatore eterno del suo Signore, si adopera costantemente nell’imitazione di queste opere, proponendo la medesima forma, ma marchiandone lo spirito con segno opposto.

Ecco, dunque, che avremo l’uomo silenzioso che nel suo umile scomparire è desideroso di Dio e semina, nel suo non dire, la sapienza della virtù e l’esempio della pace.
Ecco, invece, la silenziosa serpe che tace per restare nel nascondimento e non farsi scoprire nelle sue malizie e nel suo degenere essere.

Ecco il predicatore forte e sapiente, che prosciuga i suoi polmoni per farsi protagonista sulla scena di un mondo che lo rifiuta per quegli ammonimenti che ad esso rivolge.
Ecco, invece, il paroliere freddo ed astuto, che manipola parole e pensieri, accarezzando le debolezze degli uomini con la lusinga, per farli suoi ed usarli attraverso il compiacimento che come fumo si effonde sugli occhi dei viziosi.

Ciascuno segua la sua vocazione, le sue inclinazioni, ciò che nel cuore ritiene essere manifestazione dello Spirito di Dio.
Coloro che sono chiamati al discernimento di queste manifestazioni abbia l’amore a base del discernimento, per ricordare come la materia su cui operano Dio ed il demonio è la medesima, ma differenti sono i segni attraverso cui lo spirito dell’uno e dell’altro si manifestano.

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COSA SIGNIFICA “SAPIENZA” PER DIO

La concezione ebraica della sapienza differisce molto dalla nostra. Per noi sapienza e scienza si identificano: sapiente è chi ha fatto molti studi e ha vastità di conoscenze, chi possiede grande dottrina, chi “sa”, l’uomo di cultura. La sapienza ebraica – come in genere quella orientale – ha invece carattere pratico, è scienza pratica della vita; è assennatezza, discernimento, prudenza, astuzia, senso politico e perfino abilità artigiana. È stata definita “l’arte di riuscire nella vita umana”, sia privata che pubblica. Questa sapienza è fatta di riflessione e di osservazioni sul corso delle cose e sul comportamento umano; è frutto di esperienza personale, quotidiana e di buon senso.

Va però notato che presso gli Ebrei, pur conservando le caratteristiche dell’ambiente orientale, la sapienza ha una valenza religiosa, oltre che morale: non è solo capacità di vivere e giudicare con probità e rettitudine, ma anche conoscenza/comprensione della volontà di Dio, che ci aiuta a organizzare la vita nel modo che a Lui piace. Possiede la sapienza chi ha imparato quello che bisogna fare o evitare non soltanto nella propria vita e nel rapporto con gli altri, ma anche e soprattutto nel rapporto con Dio, aderendo saggiamente a Lui. Perciò l’opposizione sapienza-stoltezza si configura come opposizione giustizia-iniquità, pietà-empietà, timore di Dio-vita di peccato. Si afferma infatti che il timore di Dio è il principio della sapienza (Proverbi 1,7; 9,10; 15,33; Giobbe 28,28; Salmo 111,10) e l’osservanza della legge divina è il mezzo per giungere ad essa (Salmo 119,97 ss.; Siracide 24,22-25). La sapienza è dono di Dio. Dio la concede a chi gliela domanda con la preghiera, come ha fatto con re Salomone, il padre della sapienza biblica (1 Re 5,9-14; Proverbi 10,1). La sapienza porta alla salvezza, come la stoltezza alla rovina. Proviene da Dio, mira a Dio, considera ogni cosa dal punto di vista di Dio.

Il documento più rappresentativo della “sapienza” d’Israele è senz’altro il libro biblico dei Proverbi, appartenente al gruppo dei libri detti appunto “sapienziali”. Di particolare interesse nei Proverbi è la figura della sapienza personificata (1,20-33; 3,16-19 e capp. 8 – 9): la sapienza di Dio viene presentata non come una qualità nozionale, ma come una persona che sta a sé e agisce indipendentemente da Dio: esce da Lui, in Lui ha il fondamento e principio, a Lui nello stesso tempo è legata e ne è distinta.

In Proverbi 8 la Sapienza, prendendo essa stessa la parola, invita gli uomini ad ascoltare la sua voce (vv. 1-11), fa il proprio elogio (vv. 12-21), rivela la sua origine (vv. 22-25), la parte attiva che ebbe nella creazione (vv. 26-30) e la missione affidatale di ricondurre gli uomini a Dio (vv. 35-36). La Sapienza da tutta l’eternità vive con Dio; con Lui ha partecipato alla creazione e cerca con gioia la compagnia degli uomini (v. 31). Essa non desidera altro che comunicarsi all’uomo, per orientarlo alla conoscenza di Dio e all’incontro con Lui: “Chi trova me, trova la vita, e il Signore lo proteggerà” (v. 35). La Sapienza non può né ingannarsi né ingannare: i suoi detti sono conformi a giustizia (vv. 6-8). L’accoglierla è questione di vita o di morte per l’uomo (vv. 32-36). La Sapienza si presenta come colei che ha la chiave della conoscenza dell’universo e della vita umana, perché proviene da Dio e ha presieduto come mediatrice e ordinatrice all’opera della creazione. A questa Sapienza – che è stata costituita fin dall’eternità, che è stata generata quando ancora non esistevano gli abissi, né le sorgenti d’acqua, né le basi dei monti, e che era là quando Dio fissava i cieli, stabiliva i limiti del mare e disponeva le fondamenta della terra, che era presso di Lui come architetto (vv. 22-30) – sarà paragonato Cristo, Verbo di Dio, mediante il quale tutto è stato fatto, luce che illumina ogni uomo che viene in questo mondo (Giovanni 1,1-14), sapienza di Dio (1 Corinzi 1,24-30) venuta tra noi.

Gli autori del Nuovo Testamento si ispireranno al passo di Proverbi 8,22-31 per esprimere, anche mediante la categoria della sapienza, il mistero di Gesù Cristo e la sua opera. Gesù è presentato come sapienza e sapienza di Dio (Matteo 11,19; 12,42; Luca 11,49; 1 Corinzi 1,24); come la Sapienza, Cristo partecipa alla creazione e conservazione del mondo (Colossesi 1,15-17); in Cristo si assomma tutto ciò che Dio ha voluto comunicarci su di sé, su di noi e sull’universo (Giovanni 1,1-18). La Sapienza ha trovato la sua gioia vivendo in mezzo agli uomini (Proverbi 8,31); il Logos (cioè il Verbo, la Parola) è diventato un uomo e ha abitato tra noi (Giovanni 1,14). È soprattutto su questa corrispondenza di contenuto e di forma tra la Sapienza dei Proverbi e il Logos giovanneo che si appoggia l’esegesi dei Padri della Chiesa i quali, a partire da san Giustino, hanno interpretato il mistero della Sapienza come preannunzio del mistero della seconda persona della SS. Trinità, il Verbo incarnato, ossia il Cristo.

Per i cristiani la vera sapienza è quella della Croce, mediante la quale è stato rivelato all’umanità ciò che nessuna indagine filosofica o ricerca scientifica o meditazione poteva scoprire: l’amore di Dio per gli uomini e il suo piano di salvezza (Colossesi 1,15-23). Questa sapienza, però, può sembrare una pazzia a quelli che si fidano solo della ragione (cfr. 1 Corinzi 1,17 ss. e cap. 2).

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MEDITAZIONE SULLA PENTECOSTE

Mentre il giorno di Pentecoste stava per finire, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo, e riempì tutta la casa dove si trovavano. Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro; ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito dava loro il potere d’esprimersi. Si trovavano allora in Gerusalemme Giudei osservanti di ogni nazione che è sotto il cielo. Venuto quel fragore, la folla si radunò e rimase sbigottita perché ciascuno li sentiva parlare la propria lingua. Erano stupefatti e fuori di sé per lo stupore dicevano: “Costoro che parlano non sono forse tutti Galilei? E com’è che li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa?… e li udiamo annunziare nelle nostre lingue le grandi opere di Dio” (At 2,1-11).

E’ nello stile di Dio preparare gli uomini a ricevere i suoi interventi con segni e profezie che destano l’attenzione e impediscono che passino inosservate.

Tutto l’antico testamento era in questo senso una preparazione alla venuta di Cristo.Anche qui abbiamo dei segni premonitori.

C’è un segno per l’udito, si udì un rombo come di vento gagliardo, non un rumore qualsiasi, e si sa che il vento nella Bibbia è simbolo dello Spirito Santo.

C’è poi un altro segno per la vista, videro lingue come di fuoco, e il fuoco è associato allo Spirito Santo.

Il Battista aveva promesso un Battesimo di Spirito Santo e fuoco ed ecco finalmente la realtà invisibile, che è lo scopo di tutti.

Tutti furono pieni di Spirito Santo (l’evento più grande della storia del mondo insieme con l’incarnazione e la resurrezione di Cristo) viene descritto nel modo più semplice.

E’ lo stile di Dio operare cose grandiose con il minimo di mezzi e di parole.

La comunità cristiana viene presentata negli Atti degli Apostoli una comunità di persone convertite.

E’ la comunità di coloro che al sentire proclamare da Pietro l’annuncio di Gesù Signore dal pentimento e dalla conversione,e si spalanca una porta di grande gioia perché pochi brani della Bibbia traspirano gioia, pace e speranza, novità di vita come queste poche righe che ci descrivono la prima comunità cristiana.

E’ un gruppo di persone che sono tirate via dal mondo e messe insieme con una solidarietà nuova, che si chiama amore.

La condivisione fraterna, il mettere insieme e il gioire insieme li tiene insieme una realtà fortissima, la più forte del mondo che si chiama Spirito Santo che agisce attraverso l’insegnamento degli apostoli, perché quando gli apostoli parlano è lo Spirito Santo che fa eco nella loro parola e nel cuore di chi ascolta,uniti nell’unione fraterna e cioè nella carità e nella frazione del pane e nella preghiera.

Questa unione si manifesta anche all’esterno perché condividevano anche i beni.

Ricevuta la Pentecoste gli apostoli escono in strada a proclamare con forza che Gesù Crocifisso è risorto.

Questa comunità cristiana è il nuovo popolo sacerdotale: il popolo dell’alleanza,che va allo sbaraglio per il mondo, infatti non vanno per il mondo a sentire lusinghe, vanno per essere giudicati e criticati, ma in mezzo a queste difficoltà portano la fiamma che si è accesa a Pentecoste, Gesù Cristo Signore e con questa fiaccola hanno incendiato il mondo.

Non tutti vanno per le strade a predicare, Maria non fa udire la sua voce nelle piazze perché rimane nel Cenacolo in preghiera e senza le preghiere di Maria e delle donne del Cenacolo non sappiamo se la voce di Pietro avrebbe avuto quel timbro irresistibile che fece crollare il cuore di 3.000 persone.

Così l’esperienza della Chiesa ci dimostra che la forza dell’annuncio cristiano nasce dalla profondità della preghiera e della contemplazione.

II FASE

Lo Spirito Santo è la nuova legge del cristiano, la legge interiore scritta non più su tavole di pietra ma nel nostro cuore.

Egli è il principio della nuova alleanza.Lo Spirito Santo non è dato solo per portare la salvezza fino ai confini della terra, egli è la salvezza,non è solo un aiuto per la missione,è la vita stessa.

San Paolo dice apertamente(Rm 8,2) la legge dello Spirito che da la vita in Cristo Gesù ci ha liberati dalla legge del peccato e della morte.

Questa legge nuova agisce attraverso l’amore;non è altro che il comandamento nuovo di Cristo,è un dono,una grazia,una capacità nuova che viene infusa in noi, che ci permette di amare a nostra volta Dio e il prossimo.

La legge nuova è la grazia stessa dello Spirito Santo.

Rinati dello Spirito sono coloro a cui è stato tolto il cuore di pietra dello schiavo e dato un cuore di carne di figlio.

Lo Spirito Santo fa una specie di operazione chirurgica, opera un vero trapianto di cuore;in genere i trapianti di cuore si fanno in anestesia e le persone non sentono nulla e solo quando l’operazione è finita a distanza di tempo si rendono conto di stare bene.

Per gli apostoli non fu così, i gesti che si mettono a fare da lì a poco non lasciano dubbi.

Un cambiamento come quello che vediamo in tutto il loro comportamento,all’improvviso entusiasmo che li porta a sfidare l’ironia della gente fino ad accettare di passare per ubriachi,non si spiega senza una forte emozione interiore.

Queste sono cose che solo l’amore fa fare.

I discepoli fecero a Pentecoste un’esperienza nuova e travolgente dell’amore di Dio. Si sentirono battezzati, cioè immersi nell’oceano dell’amore del padre.

Lo Spirito Santo è amore, quanto effonde se stesso, effonde l’amore.

E la prima cosa che fa quando entra nel cuore è insegnare a gridare ABBA.

E’ a Pentecoste che è stato effuso l’amore di Dio mediante lo Spirito Santo,e anche noi del Rinnovamento possiamo testimoniare che quando abbiamo ricevuto il battesimo nello Spirito, in quel momento ci siamo sentiti amati da Dio e dai fratelli, ed è nato dentro di noi il desiderio di gridare a tutti l’amore di Dio.

Venuto quel fragore la folla si radunò e rimase sbigottita perché ciascuno li sentiva parlare la propria lingua, e si chiedevano l’uno con l’altro:che significa questo; altri invece li deridevano e dicevano:si sono ubriacati di mosto.

A lato di questo brano, nella Bibbia troviamo un rinvio a Genesi 11, l’episodio della torre di Babele.

Luca ci vuole dire qualcosa che rovescia l’avvenimento di Babele,da quello ebbe origine la divisione e l’incomunicabilità e la discordia.

Invece nella Pentecoste c’è unità, armonia e comunione.

A Babele dicevano facciamo una torre la cui cima tocchi il cielo, facciamoci un nome per non disperderci sulla terra, ecco dove sta il peccato. Gli uomini di Babele non erano atei, erano devoti e religiosi,volevano innalzare un tempio a Dio ma non per Dio, ma per fare un nome a loro stessi.

A Pentecoste invece tutti si capiscono perché hanno dimenticato se stessi.

Gli apostoli non vogliono farsi un nome ma vogliono farlo a Dio,non discutono più tra loro su cui sia il più grande, perché sono stati travolti dallo Spirito Santo, tutti li capiscono perché non parlano di se stessi ma delle grandi opere di Dio.

E’ avvenuta in loro una rivoluzione e sono incentrati su Dio.

Sant’Agostino dice: ci sono due cantieri nel mondo,in uno si costruisce la città di Satana (Babilonia), nell’altro quello di Dio che è Gerusalemme.

Ogni nostra azione, iniziativa o progetto si trova di fronte a un bivio.

Dobbiamo chiedere allo Spirito Santo che operi in noi questa rivoluzione, facendo di Dio il nostro centro e proclamare le sue grandi opere; è così che noi possiamo dire che non viviamo più per noi stessi ma per Cristo che è morto e risorto per noi.

E’ un’occasione che il Signore da al Rinnovamento, per demolire le varie torri di Babele che ci sono intorno a noi e dentro di noi.

Vogliamo chiedere allo Spirito che spinga ognuno di noi ad annunciare il vangelo e che ci permetta di accettare e comprendere la parola salvezza, è lo Spirito Santo che convince e converte seminando la fede in coloro che ci ascoltano, perché possano rispondere alla parola proclamata confessando che Gesù è il Signore.

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DOVE E’ DIO?

Un giovane chiese a una persona più anziana, che pensava potesse dirgli qualcosa su Dio: «Do­v’è Dio?»

L’interpellato rispose: «Mettiti a sede­re qui tranquillamente» – e gli indicò un posto a sedere – «e te lo dirò». Il giovane sedette pieno di attesa. L’altro allora cominciò:

«Dio è dietro di me, perché io vengo da lui, ed egli è per me aiuto e forza che mi sostiene.
Dio è davanti a me, perché da lui giunge a me incessantemente il torrente dei doni e dei compiti, soprattutto nei confronti degli uomini che incon­tro. E io sono sempre in cammino verso di lui; a lui mi avvicino.
Dio è sotto di me, perché mi sostiene nell’esi­stenza. Senza di lui, piomberei nel nulla.
Dio è sopra di me: mi vede e mi guida e mi fa trovare la strada giusta.
Dio è attorno a me; perché vengo a lui con le mie mancanze. Allora egli mi abbraccia come fa il padre con il figlio perduto e mi tiene stretto così avvolto. Già nei salmi è scritto:«Di spalle e da­vanti tu mi avvolgi».
Dio è in me. Egli mi dà gioia e pace interiore, amore e pazienza, fiducia e una grande attesa.
Se anche tu vuoi sperimentare questa realtà va nel silenzio, dove nessuno ti disturba, pensa a Dio che è dietro di te, davanti a te, sotto di te e sopra di te, attorno a te e in te, e intanto ripeti:

«Mio Dio, eccomi»; oppure; «Abbi pietà di me».

Allora giungerai presto ad avere la mia stessa espe­rienza e saprai non solo dov’è Dio, ma come egli è presente e che cos’è per noi».

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PREGHIERA INFUOCATA

Mio Signore, mio amato, se non compi quello che io ti chiedo perché ancora ti ricordi dei miei peccati, fai pure, o Dio mio, riguardo ad essi la tua volontà, che è quanto io cerco di più; usa la tua bontà e misericordia e sarai conosciuto in essi. E se tu attendi le mie opere per concedermi ciò di cui ti prego, concedimele e compile tu e vengano pure le pene che tu desideri accettare da me, ma se tu non aspetti le mie opere, che cosa aspetti, o clementissimo mio Signore? Perché tardi? Se infine deve essere grazia e misericordia quella che ti chiedo nel tuo Figlio, accetta il mio piccolo contributo perché lo vuoi e concedimi questo bene, poiché vuoi anche questo.

Chi potrà mai liberarsi dal suo modo di agire e dalla sua condizione imperfetta, se tu, o Dio mio, non lo sollevi a te in purezza di amore?

Come si innalzerà a te l’uomo generato e cresciuto in bassezza, se tu o Signore, non lo sollevi con la mano con cui lo creasti?

Non mi toglierai, Dio mio, quanto una volta mi hai dato nel tuo unico Figlio Gesù Cristo, nel quale mi hai concesso tutto ciò che io desidero; perciò io mi rallegrerò pensando che tu non tarderai, se io attendo.

Perché indugi a lungo, potendo tu subito amare Dio dentro il tuo cuore?

Miei sono i cieli e mia la terra, miei sono gli uomini, i giusti sono miei e miei i peccatori. Gli angeli sono miei e la Madre di Dio, tutte le cose sono mie. Lo stesso Dio è mio e per me, poiché Cristo è mio e tutto per me.

Che cosa chiedi dunque e che cosa cerchi, anima mia? Tutto ciò è tuo e tutto per te.

Non ti fermare in cose meno importanti e non contentarti delle briciole che cadono dalla mensa del Padre tuo.

Esci fuori e vai superba della tua gloria. Nasconditi in essa e gustala e otterrai quanto chiede il tuo cuore.

 

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I FRUTTI DELLO SPIRITO SANTO

La Parola di Dio dà un equilibrio fondamentale tra i doni e il frutto.
Leggendo 1 Corinzi 13, arriviamo immediatamente ad una conclusione: qualsiasi cosa faremo senza l’amore, davanti a Dio non ha valore; i doni senza l’amore non servono, l’azione verso gli altri non garantisce l’amore.

Ma che cos’è l’amore? La Scrittura in esame non dà una definizione, ma spiega cosa fa l’amore (versi 3 a 7). L’uomo naturale non può avere quest’amore. L’amore di cui parla Paolo è: Amore Agape, Amore di Dio, Amore dello Spirito. L’apostolo conclude poi con questa affermazione: “tre cose durano: fede, speranza e carità (amore), ma la più grande di tutte è l’amore”.

L’amore è il frutto dello Spirito; Galati 5:22 dice: “Ma il frutto dello Spirito è: amore, gioia, pace, pazienza, gentilezza, bontà, fede, mansuetudine, autocontrollo”.
Il frutto è il risultato della vita: prima viene il germoglio, poi il fiore ed in ultimo il raccolto maturo. E’ la vita, che è nell’albero stesso, a portare frutto, coadiuvato dalle forze della natura, del sole e della pioggia. Non può esserci frutto dove vi è morte.

La figura è precisa: il frutto dello Spirito è il risultato diretto della vita di Cristo comunicata al credente per mezzo dello Spirito. Filippesi 1:11 dice: “ripieni di frutti di giustizia che si hanno per mezzo di Gesù Cristo, alla gloria e lode di Dio”.
Il frutto spirituale è la conseguenza di una vita di comunione completa ed ininterrotta con Cristo: “Io sono la vite, voi siete i tralci; chi dimora in me e io in lui, porta molto frutto, poiché senza di me non potete far nulla” Giovanni 15:5.
La spiegazione dell’assenza del frutto nella vita del credente risiede nella mancanza di comunione con Cristo. Non vi è lavoro cristiano, per quanto grande sia, o esercizio di doni spirituali che possano sostituire il nostro dialogo con Dio.

È incoraggiante ricordare che la comunione ininterrotta con Cristo nel cammino quotidiano produce la rinuncia a noi stessi e il prendere la croce, come lo stesso Gesù afferma in Matteo 16:24-25: “Allora Gesù disse ai suoi discepoli: “Se qualcuno mi vuole seguire, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi avrà perduto la propria vita per amor mio, la ritroverà”.

Ed è così che il frutto è prodotto in abbondanza; in Galati 5:22-25 è scritto: “Ma il frutto dello Spirito è: amore, gioia, pace, pazienza, gentilezza, bontà, fede, mansuetudine, autocontrollo. Contro tali cose non vi è legge. Ora quelli che sono di Cristo hanno crocifisso la carne con le sue passioni e le sue concupiscenze. Se viviamo per lo Spirito, camminiamo altresì per lo Spirito”.
Contemplando Gesù Cristo veniamo trasformati: “Or il Signore è lo Spirito, e dov’è lo Spirito del Signore, vi è libertà. E noi tutti, contemplando a faccia scoperta come in uno specchio la gloria del Signore, siamo trasformati nella stessa immagine di gloria in gloria, come per lo Spirito del Signore” 2 Corinzi 3:17-18.
Saranno gli altri a vedere il frutto così prodotto prima in noi stessi, ed è bene che sia così.

Sia i doni che il frutto provengono dallo Spirito Santo

Ogni cristiano nato di nuovo ha ricevuto lo Spirito di Dio nella nuova nascita, quindi può produrre il frutto dello Spirito, dimorando in Cristo. In Giovanni 3:5-8 Gesù dice: “In verità, in verità ti dico che se uno non è nato d’acqua e di Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Ciò che è nato dalla carne è carne; ma ciò che è nato dallo Spirito è spirito. Non meravigliarti se ti ho detto: “Dovete nascere di nuovo”. Il vento soffia dove vuole e tu ne odi il suono, ma non sai da dove viene né dove va, così è per chiunque è nato dallo Spirito”.

Il battesimo nello Spirito Santo ha prodotto in ogni credente la potenza per il servizio e per la testimonianza. In Atti 1:8 è scritto: “Ma voi riceverete potenza quando lo Spirito Santo verrà su di voi, e mi sarete testimoni in Gerusalemme e in tutta la Giudea, in Samaria e fino all’estremità della terra”.
I segni iniziali del battesimo dello Spirito Santo sono manifestazioni soprannaturali dello Spirito sulla linea dei doni spirituali:

Atti 2:4: “Così furono tutti ripieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, secondo che lo Spirito dava loro di esprimersi”.
Atti 10:46: “perché li udivano parlare in altre lingue e magnificare Dio….”
Atti 19:6: “E, quando Paolo impose loro le mani, lo Spirito Santo scese su di loro e parlavano in altre lingue e profetizzavano”.

Questa pienezza genuina dello Spirito Santo deve però condurci al frutto, per l’arricchimento che ha prodotto in noi la potenza di Dio. Purtroppo queste due esperienze rimangono spesso divise. Per tale ragione accade, alle volte, che un credente ricevi evidenti manifestazioni della potenza dello Spirito ma continui a mostrare una palese immaturità in ciò che concerne il frutto dello Spirito, ossia il carattere cristiano.
Questo è abbastanza normale per un “bambino in Cristo”; ma lo scopo di Dio è portarci alla piena maturità della vita cristiana. Non a caso la parola “testimoni” viene dal latino “martirus” da dove fu poi coniato il termine “martire”. In Apocalisse 12:11, confermando questa verità, notiamo che è scritto: “Ma essi l’hanno vinto per mezzo del sangue dell’Agnello e per mezzo della parola della loro testimonianza; e non hanno amato la loro vita, tanto da esporla alla morte”.

La scalata verso l’amore

L’apostolo Paolo alla fine del capitolo 12 della 1° lettera ai Corinzi, dopo aver fatto un elenco di doni carismatici e descritto l’importanza dell’esercizio di questi doni nel corpo di Cristo, ci mostra una via eccellente: l’amore, il primo frutto dello Spirito.

1 Corinzi 12:31: “Ora voi cercate ardentemente i doni maggiori; e vi mostrerò una via ancora più alta”.
1 Corinzi 13:1: “Quand’anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non ho amore, divento un bronzo risonante o uno squillante cembalo”.
C’è un legame tra il frutto e i doni. Più avanti, l’apostolo scriverà: “Desiderate l’amore e cercate ardentemente i doni spirituali”.

Anche qui vediamo non solo l’equilibrio tanto messo in evidenza dalla Parola di Dio tra doni e frutto, ma anche un escalation: “Desiderare l’amore attraverso i doni”.
L’amore deve diventare un’energia nell’uso dei doni
Chiarito ulteriormente lo scopo del nostro studio, leggiamo 2 Pietro 1:3-8: “Poiché la sua divina potenza ci ha donato tutte le cose che appartengono alla vita e alla pietà, per mezzo della conoscenza di colui che ci ha chiamati mediante la sua gloria e virtù, attraverso le quali ci sono donate le preziose e grandissime promesse, affinché per mezzo di esse diventiate partecipi della natura divina, dopo essere fuggiti dalla corruzione che è nel mondo a motivo della concupiscenza. Anche voi per questa stessa ragione usando ogni diligenza, aggiungete alla vostra fede la virtù, alla virtù la conoscenza, alla conoscenza l’autocontrollo, all’autocontrollo la perseveranza, alla perseveranza la pietà, alla pietà l’affetto fraterno e all’affetto fraterno l’amore. Perché, se queste cose si trovano in voi abbondantemente, non vi renderanno pigri né sterili nella conoscenza del Signore nostro Gesù Cristo”.

Nei primi versi appena letti comprendiamo che il Signore ha provveduto a tutto per renderci partecipi della sua natura divina.
Ma c’è una scala di valori da percorrere: fede, virtù, conoscenza, autocontrollo, perseveranza (pazienza) pietà, amore fraterno e carità (amore).
Notiamo che, dopo i primi tre valori (fede – virtù – conoscenza), troviamo un elenco simile, anche se più breve, in Galati 5:22: “Ma il frutto dello Spirito è: amore, gioia, pace, pazienza, gentilezza, bontà, fede, mansuetudine, autocontrollo”.

Quindi la scalata di questi valori ci conduce al frutto dello Spirito: l’amore.
Esaminiamo ora: fede, virtù e conoscenza.
Questi primi valori non contengono il frutto dello Spirito, ma sono i valori che precedono il frutto.

La fede

È sicuramente la fede della salvezza che ci introduce nella vita cristiana. Efesini 2: 8-9 afferma: “Voi infatti siete stati salvati per grazia, mediante la fede, e ciò non viene da voi, è il dono di Dio, non per opere, perché nessuno si glori. e anche la misura di fede per comunicare ed esercitare i doni spirituali che il Signore ha donato ad ognuno di noi”.
Ancora Romani 12:3 dice: “Infatti, per la grazia che mi è stata data, dico a ciascuno che si trovi fra voi di non avere alcun concetto più alto di quello che conviene avere, ma di avere un concetto sobrio, secondo la misura della fede che Dio ha distribuito a ciascuno”.
Senza fede è impossibile piacere a Dio, tutto quello che dobbiamo esercitare è per fede (Ebrei 11:1-6).

La virtù

Nel dizionario della lingua italiana il significato di virtù è: disposizione d’anima volta al bene. Poi le virtù posso essere intellettuali, morali, naturali.
Quando poi veniamo alle Scritture leggiamo che le “virtù” che uscivano da Gesù (in altre traduzioni leggiamo anche potenza o potere) guarivano i malati e liberavano dai demoni, come si evince da questi versi:
Luca 6:19: “E tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una potenza che guariva tutti”.
Marco 5:30: “Ma subito Gesù, avvertendo in sé stesso che una potenza era uscita da lui, voltatosi nella folla, disse: “Chi mi ha toccato i vestiti?”.
Quindi virtù è sinonimo di potenza, potenza per guarigioni e liberazione, ricevuta nel battesimo nello Spirito Santo per esercitare con vigore i doni spirituali: “Poi disse loro: “Andate per tutto il mondo e predicate l’evangelo a ogni creatura; chi ha creduto ed è stato battezzato, sarà salvato; ma chi non ha creduto, sarà condannato. E questi sono i segni che accompagneranno quelli che hanno creduto: nel mio nome scacceranno i demoni, parleranno nuove lingue; prenderanno in mano dei serpenti anche se berranno qualcosa di mortifero, non farà loro alcun male; imporranno le mani agli infermi, e questi guariranno” Marco 16:15-18.

La conoscenza

Fermarsi all’uso dei doni significa commettere lo stesso errore fatto dai fratelli della chiesa di Corinto, che, malgrado l’uso di tutti i doni dello Spirito, erano ancora “bambini in Cristo” (1 Corinzi 3:1), non era ancora manifesto nella loro vita il frutto dello Spirito (1Corinzi 13:1-3), mancavano della maturità cristiana e della conoscenza dell’intero consiglio della Parola di Dio.
Il consiglio di Dio non si limita ad insegnare sui doni

L’apostolo Paolo, infatti, deve riprendere l’istruzione sulla conoscenza che porta il frutto dello Spirito: “la croce”, la morte a noi stessi. In 2 Corinzi 5:14-17 egli scrive: “Poiché l’amore di Cristo ci costringe, essendo giunti alla conclusione che, se uno è morto per tutti, dunque tutti sono morti; e che egli è morto per tutti, affinché quelli che vivono, non vivano più d’ora in avanti per sé stessi, ma per colui che è morto ed è risuscitato per loro. Perciò d’ora in avanti noi non conosciamo nessuno secondo la carne; e anche se abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne, ora però non lo conosciamo più così. Se dunque uno è in Cristo, egli è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, tutte le cose sono diventate nuove”.

L’autocontrollo

Il Signore, attraverso l’uso dei doni o ministeri che ci ha donato, ci permette di entrare nella vita dello Spirito. Quando arriviamo a questo punto, ci sono due cose che possiamo fare: continuare il nostro cammino, prendere la croce, rinunciare a noi stessi e portare frutto:
Marco 8:34-35: “Poi chiamata a sé la folla con i suoi discepoli, disse loro: “Chiunque vuol venire dietro a me rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi segua, perché chiunque vorrà salvare la sua vita, la perderà; ma chi perderà la sua vita per amor mio e dell’evangelo, la salverà”.
Galati 5:24: “Ora quelli che sono di Cristo hanno crocifisso la carne con le sue passioni e le sue concupiscenze”.

Oppure vivere la vita cristiana senza produrre frutto, continuando forse ad usare i doni senza che questi possano giovare a noi stessi. Un giorno, però, il Signore non ci riconoscerà, come è scritto in Matteo 7:22-23: “Molti mi diranno in quel giorno: “Signore, Signore, non abbiamo noi profetizzato nel tuo nome, e nel tuo nome scacciato demoni e fatte nel tuo nome molte opere potenti?”. E allora dichiarerò loro: “Io non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi tutti operatori di iniquità”.
Anche nel frutto ovviamente, come abbiamo visto, c’è una crescita; la croce ogni giorno ci porta a realizzare la morte a noi stessi nelle varie aree della nostra vita dove siamo ancora carnali.
Dimorando in Cristo, possiamo portare un frutto sempre più abbondante. Gesù in Giovanni 15:4-5 dice: “Dimorate in me e io dimorerò in voi; come il tralcio non può da sé portare frutto se non dimora nella vite, così neanche voi, se non dimorate in me. Io sono la vite, voi siete i tralci; chi dimora in me e io in lui, porta molto frutto, poiché senza di me non potete far nulla”.
Quando portiamo frutto, anche i doni o ministeri che il Signore ci ha donato diventeranno più potenti in Lui perché consacrati ad un impegno costante a servire Lui, l’Altissimo, l’Iddio Onnipotente.

Dio ci benedica
Anziano Enrico Morra

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L’ATEO PIU’ FAMOSO AL MONDO CAMBIA IDEA

La notizia è di tre anni fa ma in questi giorni è tornata di pubblico dominio per via di un libro: il filosofo inglese Antony Flew, uno dei portabandiera dell’ateismo mondiale, è passato dall’altra parte e dichiara “There is a God”. Questo è il titolo dell’ultima sua opera, edita da Harper Collins, che sicuramente farà scalpore negli ambienti intellettuali e in particolare tra i militanti dell’ateismo, che hanno perso uno dei loro punti di riferimento. Antony Flew, ora 84enne, è sulla breccia dal 1950, quando pubblicò “Theology and Falsification” nel quale affermava che il concetto di Dio era troppo vago e che a causa della sua grandezza – invisibile, impalpabile e imperscrutabile – non si poteva provare né la sua esistenza né la sua non-esistenza.

Queste semplici argomentazioni gli valsero una notorietà che è andata crescendo negli anni fino a farlo diventare il capofila degli intellettuali atei, dalla cattedra di Oxford. La fede non c’entra Ma le cose cambiano. E adesso Flew sostiene l’esistenza di un creatore, di un essere eterno, motore di tutte le cose. «È stata la stessa evidenza a condurmi a queste conclusioni», ha affermato il filosofo inglese, alla fine di un percorso non di fede ma di riflessione razionale. E parla di “prove scientifiche” dell’esistenza di Dio, riferendosi alle leggi della natura – troppo perfette per essere dovute al caso – e a quel disegno intelligente che non può essere cancellato dalle teorie evoluzionistiche.

L’origine della vita e la riproduzione non possono essere spiegate in senso esclusivamente biologico. Domande e risposte Flew, che nel 2006 fu tra i firmatari della richiesta fatta a Blair di far insegnare il disegno intelligente all’università – afferma che il Big Bang potrebbe essere in armonia con il racconto della Genesi, che la complessità del Dna non può che far pensare ad una “intelligenza” e che l’esistenza del male non è un problema insormontabile per l’esistenza di Dio. Nelle sue parole riecheggiano – lo ammette lui stesso – il pensiero di Einstein e di altri scienziati secondo i quali ci deve essere stata un’intelligenza senza limiti dietro la complessità dell’universo fisico. Lo stesso concetto – la conoscibilità di Dio attraverso l’osservazione del mondo e l’uso di ragione – è patrimonio ufficiale della Chiesa dall’Ottocento, dai tempi del Concilio Vaticano I.

(di Stefano Grossi Gondi, elaborazione dal New York Times, 4 novembre 2007)

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I DONI DELLO SPIRITO SANTO

I doni dello Spirito Santo sono regali che Dio ci fa per affinarci di più a sé.

Troviamo questi doni enumerati nel Libro del profeta Isaia al capitolo 11 dove parlando del Messia che verrà il profeta dice che sarà ricoperto dello Spirito del Signore che è spirito di Sapienza ecc…

È interessante notare che nell’originale ebraico erano nominati solo sei doni, mancava la pietà, quando invece è stata preparata la versione greca chiamata dei 70 (circa un secolo prima di Cristo), essi introdussero anche la pietà perché nella lingua greca il termine timore di Dio non rendeva la pienezza di significati del corrispondente ebraico.

I 7 doni ci sono dati perché nello Spirito Santo portiamo frutti, noi che ora siamo innestati nella vite vera. I frutti dello Spirito santo li conosciamo da Galati 5,22-23.

Nella sequenza allo Spirito Santo diciamo: “Senza il tuo spirito non c’è nulla nell’uomo senza colpa”. Il Signore vuole darci questi doni ma tocca a noi aprirci. Nel Vangelo secondo Giovanni (7,37) è scritto: “Chi ha sete venga a me e beva, chi crede in me, fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno. E diceva questo riferendosi allo Spirito Santo”. Abbiamo dunque la certezza di questi doni.

Il dono della Sapienza

È l’esperienza gioiosa delle realtà soprannaturali. Ci da una conoscenza di Dio che non passa dalla conoscenza delle cose ma dalla condivisione della sua stessa vita. È fondamentale nella vita Cristiana, Risponde alle nostre esigenze di felicità. In Sapienza 8 abbiamo la sposa che offre tutte le gioie dell’intimità con Dio. È la gioia degli Apostoli dopo la Pentecoste. È l’anticipazione del Paradiso.

Sapienza 7,24-27: “Lei penetra in tutte le cose in virtù della sua purezza. È un aura del Dio potente e una pura effusione della gloria dell’Altissimo. Lei può tutto e rinnova tutto mentre lei rimane intatta. Passando in anime sante di ogni età produce amici di Dio e profeti”.

Sapienza 9,10: “Mandami la tua sapienza che sia con me e lavori con me perché io conosca ciò che piace a te”.

Matteo 5,13-16: “Voi siete il sale della terra e la luce del mondo. La vostra luce deve risplendere di fronte agli altri, essi devono vedere le vostre opere buone e rendere gloria al Padre dei cieli”.

La gente si sente attratta dal “Sapiente” perché sa che non è solo conoscenza quella che riceve ma stile di vita, capacità di approfondire le cose, provocazione ai valori veri della vita. Il sapiente capisce l’animo, le attese le speranze di chi gli sta di fronte.

Il sapiente non si allinea alle mode ma sa andare contro corrente e provocare la massa.

Un ragazzo ha visto una ragazza cento volte, ed essa era una delle tante, bruttina e noiosa. Ad un certo punto si innamora di essa e vede tutto in modo diverso, gode di averla vicina, tutto l’affascina in lei, cerca tutti i modi per stare con lei. Questo è l’effetto della fede in noi quando è arricchita dalla sapienza. Da questa nuova esperienza di Dio scaturisce anche un modo nuovo di vedere e valutare la vita e le cose. L’anima vede le cose con gli occhi di Dio e le valuta come le valuta Dio.

Frutto della sapienza è la contemplazione.

Preghiamo: Donaci, Signore, lo Spirito di Sapienza, per contemplare le meraviglie del tuo amore, per riconoscerti nel creato, nel cosmo, nelle persone, in ogni essere vivente. Concedici di adorarti, come Maria, la Madre di Gesù, in Spirito e Verità. Amen. Alleluia.

 

Il dono dell’intelletto

È la risposta al bisogno di conoscenza e verità. Ci fa comprendere in maniera chiara quello che la luce della fede ci fa comprendere in maniera crepuscolare. Nell’ultima cena Gesù dice: “Vi ho detto queste cose ma il Padre vi manderà lo Spirito Santo che vi insegnerà ogni cosa”. È indispensabile nell’Evangelizzazione e nella catechesi, sia per chi parla che per chi ascolta. Fa capire in profondità la Parola di Dio e fa gustare la bellezza delle realtà rivelate.

Salmo 119,104: “Attraverso i tuoi precetti io guadagno l’intelletto per cui odio le vie false”.

Pensate a tutti i dogmi della fede. “Ti ringrazio Padre perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli”.

Il dono dell’intelletto coinvolge non solo la mente ma anche il cuore, la volontà, la passione, e persino l’azione.

Per gli antichi Ebrei della Bibbia, sede dell’Intelletto non è il cervello ma il cuore perché la conoscenza che si raggiunge col cuore è più profonda di quella fredda del cervello.

Non è puro calcolo, ma adesione. Intelletto, da intus legere. Chi conosce con l’intelletto non si ferma all’esteriorità e al momento ma sa cogliere le conseguenze delle cose e accettarle. L’intelletto è strettamente legato alla fortezza che gli darà la capacità di portare avanti le scelte.

Altra caratteristica dell’intelletto è quella di saper fare unità tra i diversi aspetti della fede.

Chi vive di intelletto sa che la vita è sempre un misto di vittorie e sconfitte, gioie e dolori. Si arriva a capire il modo di agire di Dio che è diverso dal nostro.

È un dono indispensabile quando si legge la Bibbia. Frutto dell’intelletto è la profezia.

Preghiamo: Donaci, o Padre, il dono dell’intelletto, per scrutare il tuo Mistero, per essere profeti di verità in questo nostro tempo così difficile. Fa’ che le nostre menti e i nostri cuori si aprano alla conoscenza del tuo amore. Amen. Alleluia.

 

Il dono del Consiglio

Offre un discernimento intuitivo e sicuro nelle scelte che facciamo per conoscere la volontà di Dio. Pensate alla scelta vocazionale. Accresce la virtù della Prudenza. Fa sì che le nostre azioni siano degne di Dio; ci fa agire sempre per la gloria di Dio.

Matteo 6,25-34: “Quando pregate non fate come i pagani… quando digiunate … quando fate l’elemosina …”; “Guardate i Gigli del campo e gli uccelli del cielo”.

Qui si va al di là delle scelte legate solo ai doveri morali. Di per sé non si tratta di scegliere di seguire delle regole, quello è scontato. Non si tratta di scegliere tra un bene e un male, quello è scontato. Si tratta di scelte più impegnative che ci avvicinano a Dio.

Però è anche vero che al giorno d’oggi sorgono molteplici problematiche nuove per le quali non è più sufficiente applicare le regole vecchie alla lettera. Ad esempio tutte le problematiche dell’etica medica e scientifica.

Inoltre oggi è sempre più forte la problematica innalzata dall’incontro della società occidentale sempre più in crisi di valori religiosi e le culture diverse, per cui anche i valori tradizionali sembrano perdere o cambiare significato. Cosa vuol dire libertà, rispetto della vita, famiglia, ecc.? Fino a che punto il pluralismo è valore e non confusione? Dobbiamo ripartire da Babele per arrivare alla Pentecoste dove la diversità delle lingue scaturisce dall’unità dello Spirito.

Naturalmente, fondamento del consiglio è l’esperienza e siccome qui si parla di consiglio come dono di Dio è necessario far esperienza di Dio sia nella preghiera che nella coerenza di vita. Primo dovere di ogni consigliere è pregare.

Frutto del consiglio è soprattutto la riscoperta della propria vocazione e di quella degli altri: il così detto discernimento spirituale.

Preghiamo: Abbiamo, bisogno, o Padre, del dono del Consiglio: per fare esperienza di te, per aiutare gli altri nel discernimento, per interpretare i fatti della nostra storia, per essere coerenti nella vita. Liberaci dalla confusione, dai pensieri sbagliati, dalle suggestioni del male. Donaci, o Padre, lo Spirito di Consiglio: per confortare, per illuminare, per esortare. Amen. Alleluia.

Il dono della Fortezza

La Fortezza ci abilita a sopportare fatiche e sofferenze ma anche ad affrontare tentazioni e difficoltà. È lo spirito dei martiri, di coloro che sono ammalati da tempo e offrono queste sofferenze. Solo un amore grande riesce a superare tutte le difficoltà. “Non ci spaventino le prove o i dolori, a chi ama, Dio moltiplica i dolori. È dai dolori più grandi che sorgono le gioie più grandi”. “Vivere, palpitare, morire ai piedi della croce o in cima alla croce”. “Non domandiamo a Cristo che ci liberi dalle croci, sarebbe la nostra rovina, domandiamo che ce le aumenti, e ci dia la capacità di portarle con gioia con lui”.

Siracide 2,1: “Quando vieni a servire il Signore preparati per le prove. Sii retto di cuore e forte, non ti smarrire nel tempo dell’avversità”.

Salmo 46: “Dio è per noi rifugio e forza, aiuto sempre vicino nelle angosce”.

Matteo 10,16-33: “Vi mando come pecore in mezzo ai lupi. … Non preoccupatevi di cosa e come dovete dire, vi sarà suggerito in quel momento. Non sarete infatti voi a parlare ma lo Spirito del Padre”.

La troviamo sia tra le virtù cardinali che tra i doni dello Sp. S. Alla virtù si riferisce l’azione decisa della persona, al dono si riferisce la capacità di farsi guidare e plasmare dallo Spirito Santo nonostante le difficoltà. Il dono è quindi la completezza della virtù stessa.

Si ha di fronte il bene, con l’intelletto e il consiglio si sono fatte le scelte, ora si tratta di portarle a termine, di essere fedeli.

Si esprime più nella fedeltà del quotidiano anche se può arrivare alla grandezza del martirio.

È necessaria contro lo scoraggiamento, le tentazioni, l’egoismo, ma è necessaria anche nel cammino spirituale di santificazione, ne sono prova le così dette notti oscure attraverso le quali passarono i grandi mistici.

Frutto della fortezza è la gioia interiore.

Preghiamo: Donaci, o Padre, lo Spirito di Fortezza, per vincere le suggestioni del male, per essere testimoni coraggiosi del Vangelo in un mondo che cambia e si allontana sempre più da te, dalla Verità, dalla Vita. Donaci la Fortezza, Signore, per non assimilarci alla mentalità di questo secolo, per rigettare ogni messaggio di morte (la vendetta, la guerra, l’eutanasia, l’aborto), per sopportare con fiducia e speranza le nostre sofferenze e infermità, le tribolazioni e le fatiche di ogni giorno. Amen. Alleluia.


Il dono della Scienza

Dell’intelletto abbiamo detto che ci fa intuire le verità, la scienza ci da la capacità di vedere le cose come le vede Dio. Fa sì che possiamo vedere sempre tutte le creature con gli occhi della fede. Fa percepire con sensibilità viva la presenza del Creatore nelle creature e la presenza di Gesù in tutti gli uomini. È alla base della santità perché ci pone sempre alla presenza del Signore.

Salmo 49: “L’uomo nella prosperità non comprende è come gli animali che periscono. … Ma Dio potrà riscattarmi, mi strapperà dalla mano della morte. Se vedi un uomo arricchirsi non temere, se aumenta la gloria della sua casa. Quando muore con sé non porta nulla”.

Marco 12,38-40: “Guardatevi dagli scribi che amano passeggiare …”.

Marco 12,41-44: “L’obolo della vedova”.

Qui si rivolge il sapere umano che il dono della scienza sa cogliere e porre all’interno della scala di valori di Dio.

È capacità di conoscere e capire le cose e di usarle per il bene, per incamminarsi verso Dio. È un sapere che non può essere appreso solo sui libri ma diventa affinità con la materia, diventa vita.

In una cultura sempre più laica e atea che vuol escludere Dio perché di lui non ci sono prove scientifiche, la scienza si rilancia come strumento di cammino verso Dio, dando la capacità alla conoscenza umana di fare il salto verso l’assoluto e accettare quello che non possiamo comprendere. È quindi strettamente collegata con la Fede. Fa capire la limitatezza del sapere umano. È il dono dei filosofi cristiani, ma, più in generale di tutte le scuole cristiane.

Frutti della scienza sono ammirazione, stupore e riflessione.

Preghiamo: Donaci Signore la Scienza: per vedere le cose come le vedi tu, per contemplarti in noi stessi, in ogni uomo e donna creati a tua immagine e somiglianza, per lodarti in eterno, per rendere ragione della speranza che è in noi. E, in modo più semplice, per alimentare lo stupore della vita, la nostra capacità di riflessione, di ragionamento. Donaci la Scienza, o Padre, per ritrovarti in tutte le cose che hai creato: perché anche la ragione ci porta a te e non solo la fede. Donaci la vera Scienza per comprendere che il mondo si salverà non con le scoperte scientifiche, né con i progressi della tecnica, ma con l’amore che viene da te. Amen. Alleluia.

 

Il dono della Pietà

La pietà ci fa sperimentare la tenerezza del Padre e ci fa sentire figli prediletti. “Come un bimbo sereno in braccio alla madre”. Ci da il senso della Divina Provvidenza, che riconosce che siamo figli di Dio e che lui provvede a tutto. “Il Signore non turba mai la pace dei suoi Figli se non per darne una maggiore” (Don Orione). È la forza del pentimento dei peccati. È l’amore dei figli verso il Padre. Esempio è Enea che fugge da Troia portando in spalle il padre.

Osea 11,3-4: “Gli ho insegnato a camminare, l’ho tirato su fino alla mia guancia e mi sono chinato su di lui per dargli il mio cibo”.

Galati 4,6: “È lui che ci sussurra di dire Padre”.

Lo spirito di pietà ci introduce nell’intimità della famiglia trinitaria.

Sapienza 12,20-22: “Se hai punito con riguardo e indulgenza i nemici dei tuoi figli concedendo loro tempo di ravvedersi, con quanta più attenzione lo fai coi figli della promessa? Mentre dunque ci correggi colpisci i nemici perché riflettiamo e speriamo nella tua misericordia”.

È un dono che coinvolge volontà, azione, sentimenti delle persone. È una sensibilità del cuore, di quel cuore di carne che Dio ha messo al posto del cuore di pietra. Diventa così importante perché prepara il terreno per tutti gli altri doni. È cuore capace di ascoltare la parola del Signore e far sì che diventi impulso per le azioni.

Insegna a desiderare come Dio desidera. L’uomo diventa figlio di Dio e impara a dire con confidenza e umiltà: Abbà, Padre.

Da questo cuore convertito che si slancia verso Dio nasce la preghiera.

Questo rapporto con Dio ha conseguenza anche sul nostro rapporto con gli uomini. Ci fa sentire vicini agli altri, fratelli. Sensibili, senza sentirsi migliori perché la pietà porta sempre con sé l’umiltà.

Frutti della pietà sono la preghiera e la solidarietà.

Preghiamo: Donaci, o Padre, la Pietà. Per essere teneri come te, per donare il tuo amore al mondo. Fa’ che la nostra fede sia accompagnata dalla tenerezza, dalla dolcezza delle tue parole. Perché con umiltà e mansuetudine sappiamo annunciare il tuo regno di pace infinita agli uomini afflitti e stanchi, a coloro che sono senza amore, privi della tua gioia. Amen. Alleluia.

 

Il dono del Timore

Il Timore di Dio non è paura, ma il riconoscere la santità e la trascendenza, la maestà di Dio. È il santo che cantiamo ogni giorno a Messa (Is 6,1). Rende vivo il valore di Dio nella nostra vita, ci fa coscienti della sua presenza e ci fa dispiacere di far qualcosa contro di Lui. Adorazione, lode, ringraziamento partono da qui.

Siracide 1,9-18: “Il timore del Signore è gloria e vanto. … Per chi teme Dio andrà bene alla fine. … Principio della sapienza è il timore del Signore. Pienezza della sapienza è il Timore del Signore. Corona della sapienza è il timore del Signore. Radice della sapienza è il timore del Signore.”

Salmo 25: “Chi è l’uomo che teme Dio? Gli indica il cammino da seguire. Il Signore si rivela a chi lo teme, gli fa conoscere la sua alleanza. Vedi la mia miseria e la mia pena e perdona tutti i miei peccati”.

Matteo 24: “Essere pronti per la venuta del Signore”.

Non è la paura e non è neanche in contrasto con l’amore. Esso è prima di tutto rispetto, riconoscimento della sua grandezza, fiducia nella sua giustizia.

È il monito profetico che ci invita fortemente a non fare compromessi col male. Con la giustizia di Dio non si scherza.

È un riconoscere che i suoi pensieri non sono i nostri pensieri, le sue vie non sono le nostre vie.

In continuazione, l’Antico Testamento ci invita a temere Dio. È però un riconoscerlo Padre. È timore filiale intriso di affetto, è più un non voler rattristarlo col nostro comportamento sbagliato che non un temerne il castigo.

Frutto del Timore del Signore è la coerenza.

Preghiamo: Donaci, Signore, il santo Timore: per mettere Te al primo posto nella nostra vita, per riconoscere che i tuoi pensieri non sono i nostri; per camminare secondo le tue vie, per mettere in pratica i tuoi comandamenti. Per vegliare sempre, sino al giorno della tua venuta. Per ricordare al mondo che tu sei il Salvatore. Amen. Alleluia


di Padre Edoardo Scognamiglio (Provinciale dei Frati Minori Conventuali e teologo )

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