ODE ALLA POVERTA’

Il legame che abbiamo con beni e oggetti ci impedisce un reale distacco dalle cose di questo mondo, cosa di cui necessita invece una buona ascesi.

La materialità della nostra vita è ciò che utilizza il Maligno per impedirci una reale vita dello spirito ed una concreta testimonianza di Cristo.

Vecchi discorsi che, di tanto in tanto, sentiamo pronunciare da qualche vecchio sacerdote o rispolveriamo in impolverati cassetti della memoria.
Ma come si fa ad essere poveri, come si fa a scegliere cosa avere o meno?

E’ presto detto: è cosa buona tutto ciò che serve materialmente nell’immediato e perciò è utile al conseguimento di un’utilità necessaria. Un fabbro non può lavorare senza un martello, un cuoco non può cucinare senza coltelli, un’autista non può esercitare il mestiere senza un’auto, ecc…

La qualità di questi beni deve essere proporzionata in base alle reali necessità che la circostanza richiede. Maggiore è la qualità del risultato che voglio ottenere, maggiore deve essere la qualità del mezzo che devo utilizzare.

Non è cosa buona possedere solo il mezzo materiale che mi serve per produrre o lavorare altra materia. E’ cosa lecita e assai più utile anche tutto ciò che materialmente mi facilita ed aiuta la crescita spirituale. Un quadro rappresentante un’immagine che mi facilita la contemplazione, un vestito che mi ridona una dignità perduta, un libro che mi istruisce, un album musicale che mi arricchisce, o comunque tutto ciò che mi porta ad una maggiore elevazione del cuore e della mente.

Il possesso di un oggetto, sia per motivi materiali che spirituali, trova sempre e comunque il suo fine nella lode di Dio. L’utilizzo di ciascuna cosa non è mai fine a se stessa, bensì è trampolino per lanciarsi in una dimensione superiore al mezzo utilizzato. Quando ciò non avviene significa che ci siamo legati a quell’oggetto, che in quella cosa troviamo il nostro compiacimento e perciò ecco che si viene a creare passo a passo l’ancoraggio a questo mondo.

Tutto ciò in cui rinveniamo esserci un attaccamento del cuore, non si riscontri un’utilità materiale evidente e/o mezzo per una crescita spirituale, è certamente da intendersi come superfluo e mezzo del demonio per ostacolarci nella virtù.

E’ per questo motivo che gli antichi padri ed i santi di ogni tempo elargivano i propri beni a chiese e cattedrali: ogni ricchezza era in onore alla regalità di Dio e ad una scienza del bello che a lui potesse elevare, senza riservare nulla per se stessi. Povertà dell’uomo e ricchezza a Dio. Quando questo binomio si è invertito lungo la storia abbiamo assistito a ciò che ancora oggi ci è di scandalo ed accusa. Quando le ricchezze materiali servono per gonfiare l’uomo di un benessere fine a se stesso, il demonio si accampa nel cuore di ciascuno di noi e saccheggia ciò che di buono vi è in esso.

E questo valga egualmente per un falso umanesimo che appesantisce la mente più che elevarla: uomini e donne che si attaccano alla propria arte o al proprio sapere non per lodare Dio nella verità e nella bellezza, ma per mostrare se stessi in una divinazione del proprio intelletto.

Povertà è operare sempre e comunque secondo ciò che riteniamo vantaggioso al Vangelo e all’anima: il resto è il superfluo del demonio.

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IL VANGELO DAPPERTUTTO

Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano. (Mc 16,20)

La nostra è una cultura figlia del razionalismo. Siamo immersi nelle superstizioni della ragione, per cui tutto è materia e tutto è determinato dalla legge di causa ed effetto.

La cultura del secolo ci ha così impregnato di falsi dogmi che suscita un sentore di vergogna sostenere l’esistenza del soprannaturale, di elementi invisibili all’occhio umano che esercitano un influsso determinante sulla materia e sugli eventi, in un innesto misterioso con il nostro libero arbitrio.

Invece la fede deve riscoprire necessariamente la dimensione dell’invisibile, poiché se non la si riconosce e non le si attribuisce il giusto peso, inibiamo le relazioni spirituali che possiamo avere con essa.

I figli di questo mondo ci hanno bollato come superstiziosi, retrogradi, creduloni, spiriti involuti o, nel migliore dei casi, di una semplicità compassionevole, ma, nella loro incredulità, permane uno spazio che supera l’ideologia, il “partito preso”, i castelli filosofici incastonati negli altari eretti al proprio io. Questo spazio è la coscienza, una dimensione invisibile e spirituale che sa, che conosce, che è consapevole di dovere rendere conto a se stessa e alla Sorgente di cui si percepisce solo frammento.

E’ alla coscienza, alla natura spirituale e reale dell’uomo che la Parola, ed i segni che la accompagnano, osano presentarsi, affinché si consolidi nel bene e cammini nel timore del Signore, per crescere nel conforto dello Spirito Santo (cfr At 5,31).

Il ruolo ed il destino dell’uomo si gioca nella dimensione invisibile dell’uomo, perché la nostra cittadinanza è nei cieli (cfr Fil 3,20) e nostro compito è quello di mostrare quale sia la differenza tra la realtà caduca ed apparente della materia, l’astratta ed inconcludente discorsività dei concetti e la reale, concreta, vissuta nobiltà della fede che si incarna ad imitazione di quel Cristo che noi crediamo essere Uomo ed essere Dio ad un tempo.

Portiamo il Vangelo dappertutto, come sappiamo, come possiamo, nella coerenza e nella fedeltà all’insegnamento di Colui che ci vuole *perfetti* come il Padre suo e nostro. (cfr Mt 5,48)

 

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LA PREGHIERA, SOSTANZA DI FELICITA’

“Sono certo che il Signore affida a ciascuno una missione da compiere nel mondo, indica a tutti la strada per la quale camminare per arrivare alla salvezza eterna nel Paradiso di Dio”.

Così recitava don Bosco.

La sapienza di Dio distribuisce i carismi secondo le necessità degli uomini ed i suoi piani, ma tali carismi vanno riconosciuti, compresi, amati, fatti fruttare e circostanziati secondo la prospettiva che ci troviamo a vivere.

E’ certo che Dio dispone la nostra esistenza per renderci felici. E’ la mancata risposta alla missione proposta ed al riconoscimento di quei carismi donatici per affrontare quella missione che crea una lontananza, una frattura che noi chiamiamo infelicità.

Comprendere il linguaggio di Dio, identificare la sua prospettiva non è sempre facile, poiché richiede un’ascesi, uno sforzo spirituale in cui l’anima si incontra con Dio ed impara il suo linguaggio.
E’ la dimensione della preghiera, del colloquio con Lui, durante il quale Lui rivela, suggerisce, corregge, uniforma, plasma, sentenzia, modifica, sancisce, smussa, indica, lenisce, conforta, rimprovera, accarezza, comanda, consiglia, delibera, ascolta, illumina, confida… E’ nella preghiera che noi troviamo la luce per risanare la frattura che ci separa dalla nostra felicità e riempiamo di senso pensieri, azioni e circostanze.

Buona orazione a tutti.

 

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SPIRITO DI DIO E DEL DIAVOLO

A ciascuno Dio parla in modo differente e offre modi espressivi diversi, manifestazione della sua infinità creativa.
Il molteplice manifestarsi del Dio vivo lo si riconosce, però, dalla fresca sorgente di grazia che feconda ogni suo creare, cosicché pace, armonia, ordine, bellezza, carità, gratuità, giustizia, splendore, intelligenza, equilibrio, sentimento, abnegazione, pazienza, costanza, bontà, ecc… le si riscontreranno in ogni frammento proveniente da Dio.
Dai frutti si riconosce l’albero e dal profumo dell’incenso che brucia nel cuore dell’uomo si può riconoscere se egli propone un’opera di Dio.

Il demonio, scimmiottatore eterno del suo Signore, si adopera costantemente nell’imitazione di queste opere, proponendo la medesima forma, ma marchiandone lo spirito con segno opposto.

Ecco, dunque, che avremo l’uomo silenzioso che nel suo umile scomparire è desideroso di Dio e semina, nel suo non dire, la sapienza della virtù e l’esempio della pace.
Ecco, invece, la silenziosa serpe che tace per restare nel nascondimento e non farsi scoprire nelle sue malizie e nel suo degenere essere.

Ecco il predicatore forte e sapiente, che prosciuga i suoi polmoni per farsi protagonista sulla scena di un mondo che lo rifiuta per quegli ammonimenti che ad esso rivolge.
Ecco, invece, il paroliere freddo ed astuto, che manipola parole e pensieri, accarezzando le debolezze degli uomini con la lusinga, per farli suoi ed usarli attraverso il compiacimento che come fumo si effonde sugli occhi dei viziosi.

Ciascuno segua la sua vocazione, le sue inclinazioni, ciò che nel cuore ritiene essere manifestazione dello Spirito di Dio.
Coloro che sono chiamati al discernimento di queste manifestazioni abbia l’amore a base del discernimento, per ricordare come la materia su cui operano Dio ed il demonio è la medesima, ma differenti sono i segni attraverso cui lo spirito dell’uno e dell’altro si manifestano.

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COSA SIGNIFICA “SAPIENZA” PER DIO

La concezione ebraica della sapienza differisce molto dalla nostra. Per noi sapienza e scienza si identificano: sapiente è chi ha fatto molti studi e ha vastità di conoscenze, chi possiede grande dottrina, chi “sa”, l’uomo di cultura. La sapienza ebraica – come in genere quella orientale – ha invece carattere pratico, è scienza pratica della vita; è assennatezza, discernimento, prudenza, astuzia, senso politico e perfino abilità artigiana. È stata definita “l’arte di riuscire nella vita umana”, sia privata che pubblica. Questa sapienza è fatta di riflessione e di osservazioni sul corso delle cose e sul comportamento umano; è frutto di esperienza personale, quotidiana e di buon senso.

Va però notato che presso gli Ebrei, pur conservando le caratteristiche dell’ambiente orientale, la sapienza ha una valenza religiosa, oltre che morale: non è solo capacità di vivere e giudicare con probità e rettitudine, ma anche conoscenza/comprensione della volontà di Dio, che ci aiuta a organizzare la vita nel modo che a Lui piace. Possiede la sapienza chi ha imparato quello che bisogna fare o evitare non soltanto nella propria vita e nel rapporto con gli altri, ma anche e soprattutto nel rapporto con Dio, aderendo saggiamente a Lui. Perciò l’opposizione sapienza-stoltezza si configura come opposizione giustizia-iniquità, pietà-empietà, timore di Dio-vita di peccato. Si afferma infatti che il timore di Dio è il principio della sapienza (Proverbi 1,7; 9,10; 15,33; Giobbe 28,28; Salmo 111,10) e l’osservanza della legge divina è il mezzo per giungere ad essa (Salmo 119,97 ss.; Siracide 24,22-25). La sapienza è dono di Dio. Dio la concede a chi gliela domanda con la preghiera, come ha fatto con re Salomone, il padre della sapienza biblica (1 Re 5,9-14; Proverbi 10,1). La sapienza porta alla salvezza, come la stoltezza alla rovina. Proviene da Dio, mira a Dio, considera ogni cosa dal punto di vista di Dio.

Il documento più rappresentativo della “sapienza” d’Israele è senz’altro il libro biblico dei Proverbi, appartenente al gruppo dei libri detti appunto “sapienziali”. Di particolare interesse nei Proverbi è la figura della sapienza personificata (1,20-33; 3,16-19 e capp. 8 – 9): la sapienza di Dio viene presentata non come una qualità nozionale, ma come una persona che sta a sé e agisce indipendentemente da Dio: esce da Lui, in Lui ha il fondamento e principio, a Lui nello stesso tempo è legata e ne è distinta.

In Proverbi 8 la Sapienza, prendendo essa stessa la parola, invita gli uomini ad ascoltare la sua voce (vv. 1-11), fa il proprio elogio (vv. 12-21), rivela la sua origine (vv. 22-25), la parte attiva che ebbe nella creazione (vv. 26-30) e la missione affidatale di ricondurre gli uomini a Dio (vv. 35-36). La Sapienza da tutta l’eternità vive con Dio; con Lui ha partecipato alla creazione e cerca con gioia la compagnia degli uomini (v. 31). Essa non desidera altro che comunicarsi all’uomo, per orientarlo alla conoscenza di Dio e all’incontro con Lui: “Chi trova me, trova la vita, e il Signore lo proteggerà” (v. 35). La Sapienza non può né ingannarsi né ingannare: i suoi detti sono conformi a giustizia (vv. 6-8). L’accoglierla è questione di vita o di morte per l’uomo (vv. 32-36). La Sapienza si presenta come colei che ha la chiave della conoscenza dell’universo e della vita umana, perché proviene da Dio e ha presieduto come mediatrice e ordinatrice all’opera della creazione. A questa Sapienza – che è stata costituita fin dall’eternità, che è stata generata quando ancora non esistevano gli abissi, né le sorgenti d’acqua, né le basi dei monti, e che era là quando Dio fissava i cieli, stabiliva i limiti del mare e disponeva le fondamenta della terra, che era presso di Lui come architetto (vv. 22-30) – sarà paragonato Cristo, Verbo di Dio, mediante il quale tutto è stato fatto, luce che illumina ogni uomo che viene in questo mondo (Giovanni 1,1-14), sapienza di Dio (1 Corinzi 1,24-30) venuta tra noi.

Gli autori del Nuovo Testamento si ispireranno al passo di Proverbi 8,22-31 per esprimere, anche mediante la categoria della sapienza, il mistero di Gesù Cristo e la sua opera. Gesù è presentato come sapienza e sapienza di Dio (Matteo 11,19; 12,42; Luca 11,49; 1 Corinzi 1,24); come la Sapienza, Cristo partecipa alla creazione e conservazione del mondo (Colossesi 1,15-17); in Cristo si assomma tutto ciò che Dio ha voluto comunicarci su di sé, su di noi e sull’universo (Giovanni 1,1-18). La Sapienza ha trovato la sua gioia vivendo in mezzo agli uomini (Proverbi 8,31); il Logos (cioè il Verbo, la Parola) è diventato un uomo e ha abitato tra noi (Giovanni 1,14). È soprattutto su questa corrispondenza di contenuto e di forma tra la Sapienza dei Proverbi e il Logos giovanneo che si appoggia l’esegesi dei Padri della Chiesa i quali, a partire da san Giustino, hanno interpretato il mistero della Sapienza come preannunzio del mistero della seconda persona della SS. Trinità, il Verbo incarnato, ossia il Cristo.

Per i cristiani la vera sapienza è quella della Croce, mediante la quale è stato rivelato all’umanità ciò che nessuna indagine filosofica o ricerca scientifica o meditazione poteva scoprire: l’amore di Dio per gli uomini e il suo piano di salvezza (Colossesi 1,15-23). Questa sapienza, però, può sembrare una pazzia a quelli che si fidano solo della ragione (cfr. 1 Corinzi 1,17 ss. e cap. 2).

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MEDITAZIONE SULLA PENTECOSTE

Mentre il giorno di Pentecoste stava per finire, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo, e riempì tutta la casa dove si trovavano. Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro; ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito dava loro il potere d’esprimersi. Si trovavano allora in Gerusalemme Giudei osservanti di ogni nazione che è sotto il cielo. Venuto quel fragore, la folla si radunò e rimase sbigottita perché ciascuno li sentiva parlare la propria lingua. Erano stupefatti e fuori di sé per lo stupore dicevano: “Costoro che parlano non sono forse tutti Galilei? E com’è che li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa?… e li udiamo annunziare nelle nostre lingue le grandi opere di Dio” (At 2,1-11).

E’ nello stile di Dio preparare gli uomini a ricevere i suoi interventi con segni e profezie che destano l’attenzione e impediscono che passino inosservate.

Tutto l’antico testamento era in questo senso una preparazione alla venuta di Cristo.Anche qui abbiamo dei segni premonitori.

C’è un segno per l’udito, si udì un rombo come di vento gagliardo, non un rumore qualsiasi, e si sa che il vento nella Bibbia è simbolo dello Spirito Santo.

C’è poi un altro segno per la vista, videro lingue come di fuoco, e il fuoco è associato allo Spirito Santo.

Il Battista aveva promesso un Battesimo di Spirito Santo e fuoco ed ecco finalmente la realtà invisibile, che è lo scopo di tutti.

Tutti furono pieni di Spirito Santo (l’evento più grande della storia del mondo insieme con l’incarnazione e la resurrezione di Cristo) viene descritto nel modo più semplice.

E’ lo stile di Dio operare cose grandiose con il minimo di mezzi e di parole.

La comunità cristiana viene presentata negli Atti degli Apostoli una comunità di persone convertite.

E’ la comunità di coloro che al sentire proclamare da Pietro l’annuncio di Gesù Signore dal pentimento e dalla conversione,e si spalanca una porta di grande gioia perché pochi brani della Bibbia traspirano gioia, pace e speranza, novità di vita come queste poche righe che ci descrivono la prima comunità cristiana.

E’ un gruppo di persone che sono tirate via dal mondo e messe insieme con una solidarietà nuova, che si chiama amore.

La condivisione fraterna, il mettere insieme e il gioire insieme li tiene insieme una realtà fortissima, la più forte del mondo che si chiama Spirito Santo che agisce attraverso l’insegnamento degli apostoli, perché quando gli apostoli parlano è lo Spirito Santo che fa eco nella loro parola e nel cuore di chi ascolta,uniti nell’unione fraterna e cioè nella carità e nella frazione del pane e nella preghiera.

Questa unione si manifesta anche all’esterno perché condividevano anche i beni.

Ricevuta la Pentecoste gli apostoli escono in strada a proclamare con forza che Gesù Crocifisso è risorto.

Questa comunità cristiana è il nuovo popolo sacerdotale: il popolo dell’alleanza,che va allo sbaraglio per il mondo, infatti non vanno per il mondo a sentire lusinghe, vanno per essere giudicati e criticati, ma in mezzo a queste difficoltà portano la fiamma che si è accesa a Pentecoste, Gesù Cristo Signore e con questa fiaccola hanno incendiato il mondo.

Non tutti vanno per le strade a predicare, Maria non fa udire la sua voce nelle piazze perché rimane nel Cenacolo in preghiera e senza le preghiere di Maria e delle donne del Cenacolo non sappiamo se la voce di Pietro avrebbe avuto quel timbro irresistibile che fece crollare il cuore di 3.000 persone.

Così l’esperienza della Chiesa ci dimostra che la forza dell’annuncio cristiano nasce dalla profondità della preghiera e della contemplazione.

II FASE

Lo Spirito Santo è la nuova legge del cristiano, la legge interiore scritta non più su tavole di pietra ma nel nostro cuore.

Egli è il principio della nuova alleanza.Lo Spirito Santo non è dato solo per portare la salvezza fino ai confini della terra, egli è la salvezza,non è solo un aiuto per la missione,è la vita stessa.

San Paolo dice apertamente(Rm 8,2) la legge dello Spirito che da la vita in Cristo Gesù ci ha liberati dalla legge del peccato e della morte.

Questa legge nuova agisce attraverso l’amore;non è altro che il comandamento nuovo di Cristo,è un dono,una grazia,una capacità nuova che viene infusa in noi, che ci permette di amare a nostra volta Dio e il prossimo.

La legge nuova è la grazia stessa dello Spirito Santo.

Rinati dello Spirito sono coloro a cui è stato tolto il cuore di pietra dello schiavo e dato un cuore di carne di figlio.

Lo Spirito Santo fa una specie di operazione chirurgica, opera un vero trapianto di cuore;in genere i trapianti di cuore si fanno in anestesia e le persone non sentono nulla e solo quando l’operazione è finita a distanza di tempo si rendono conto di stare bene.

Per gli apostoli non fu così, i gesti che si mettono a fare da lì a poco non lasciano dubbi.

Un cambiamento come quello che vediamo in tutto il loro comportamento,all’improvviso entusiasmo che li porta a sfidare l’ironia della gente fino ad accettare di passare per ubriachi,non si spiega senza una forte emozione interiore.

Queste sono cose che solo l’amore fa fare.

I discepoli fecero a Pentecoste un’esperienza nuova e travolgente dell’amore di Dio. Si sentirono battezzati, cioè immersi nell’oceano dell’amore del padre.

Lo Spirito Santo è amore, quanto effonde se stesso, effonde l’amore.

E la prima cosa che fa quando entra nel cuore è insegnare a gridare ABBA.

E’ a Pentecoste che è stato effuso l’amore di Dio mediante lo Spirito Santo,e anche noi del Rinnovamento possiamo testimoniare che quando abbiamo ricevuto il battesimo nello Spirito, in quel momento ci siamo sentiti amati da Dio e dai fratelli, ed è nato dentro di noi il desiderio di gridare a tutti l’amore di Dio.

Venuto quel fragore la folla si radunò e rimase sbigottita perché ciascuno li sentiva parlare la propria lingua, e si chiedevano l’uno con l’altro:che significa questo; altri invece li deridevano e dicevano:si sono ubriacati di mosto.

A lato di questo brano, nella Bibbia troviamo un rinvio a Genesi 11, l’episodio della torre di Babele.

Luca ci vuole dire qualcosa che rovescia l’avvenimento di Babele,da quello ebbe origine la divisione e l’incomunicabilità e la discordia.

Invece nella Pentecoste c’è unità, armonia e comunione.

A Babele dicevano facciamo una torre la cui cima tocchi il cielo, facciamoci un nome per non disperderci sulla terra, ecco dove sta il peccato. Gli uomini di Babele non erano atei, erano devoti e religiosi,volevano innalzare un tempio a Dio ma non per Dio, ma per fare un nome a loro stessi.

A Pentecoste invece tutti si capiscono perché hanno dimenticato se stessi.

Gli apostoli non vogliono farsi un nome ma vogliono farlo a Dio,non discutono più tra loro su cui sia il più grande, perché sono stati travolti dallo Spirito Santo, tutti li capiscono perché non parlano di se stessi ma delle grandi opere di Dio.

E’ avvenuta in loro una rivoluzione e sono incentrati su Dio.

Sant’Agostino dice: ci sono due cantieri nel mondo,in uno si costruisce la città di Satana (Babilonia), nell’altro quello di Dio che è Gerusalemme.

Ogni nostra azione, iniziativa o progetto si trova di fronte a un bivio.

Dobbiamo chiedere allo Spirito Santo che operi in noi questa rivoluzione, facendo di Dio il nostro centro e proclamare le sue grandi opere; è così che noi possiamo dire che non viviamo più per noi stessi ma per Cristo che è morto e risorto per noi.

E’ un’occasione che il Signore da al Rinnovamento, per demolire le varie torri di Babele che ci sono intorno a noi e dentro di noi.

Vogliamo chiedere allo Spirito che spinga ognuno di noi ad annunciare il vangelo e che ci permetta di accettare e comprendere la parola salvezza, è lo Spirito Santo che convince e converte seminando la fede in coloro che ci ascoltano, perché possano rispondere alla parola proclamata confessando che Gesù è il Signore.

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DOVE E’ DIO?

Un giovane chiese a una persona più anziana, che pensava potesse dirgli qualcosa su Dio: «Do­v’è Dio?»

L’interpellato rispose: «Mettiti a sede­re qui tranquillamente» – e gli indicò un posto a sedere – «e te lo dirò». Il giovane sedette pieno di attesa. L’altro allora cominciò:

«Dio è dietro di me, perché io vengo da lui, ed egli è per me aiuto e forza che mi sostiene.
Dio è davanti a me, perché da lui giunge a me incessantemente il torrente dei doni e dei compiti, soprattutto nei confronti degli uomini che incon­tro. E io sono sempre in cammino verso di lui; a lui mi avvicino.
Dio è sotto di me, perché mi sostiene nell’esi­stenza. Senza di lui, piomberei nel nulla.
Dio è sopra di me: mi vede e mi guida e mi fa trovare la strada giusta.
Dio è attorno a me; perché vengo a lui con le mie mancanze. Allora egli mi abbraccia come fa il padre con il figlio perduto e mi tiene stretto così avvolto. Già nei salmi è scritto:«Di spalle e da­vanti tu mi avvolgi».
Dio è in me. Egli mi dà gioia e pace interiore, amore e pazienza, fiducia e una grande attesa.
Se anche tu vuoi sperimentare questa realtà va nel silenzio, dove nessuno ti disturba, pensa a Dio che è dietro di te, davanti a te, sotto di te e sopra di te, attorno a te e in te, e intanto ripeti:

«Mio Dio, eccomi»; oppure; «Abbi pietà di me».

Allora giungerai presto ad avere la mia stessa espe­rienza e saprai non solo dov’è Dio, ma come egli è presente e che cos’è per noi».

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PREGHIERA INFUOCATA

Mio Signore, mio amato, se non compi quello che io ti chiedo perché ancora ti ricordi dei miei peccati, fai pure, o Dio mio, riguardo ad essi la tua volontà, che è quanto io cerco di più; usa la tua bontà e misericordia e sarai conosciuto in essi. E se tu attendi le mie opere per concedermi ciò di cui ti prego, concedimele e compile tu e vengano pure le pene che tu desideri accettare da me, ma se tu non aspetti le mie opere, che cosa aspetti, o clementissimo mio Signore? Perché tardi? Se infine deve essere grazia e misericordia quella che ti chiedo nel tuo Figlio, accetta il mio piccolo contributo perché lo vuoi e concedimi questo bene, poiché vuoi anche questo.

Chi potrà mai liberarsi dal suo modo di agire e dalla sua condizione imperfetta, se tu, o Dio mio, non lo sollevi a te in purezza di amore?

Come si innalzerà a te l’uomo generato e cresciuto in bassezza, se tu o Signore, non lo sollevi con la mano con cui lo creasti?

Non mi toglierai, Dio mio, quanto una volta mi hai dato nel tuo unico Figlio Gesù Cristo, nel quale mi hai concesso tutto ciò che io desidero; perciò io mi rallegrerò pensando che tu non tarderai, se io attendo.

Perché indugi a lungo, potendo tu subito amare Dio dentro il tuo cuore?

Miei sono i cieli e mia la terra, miei sono gli uomini, i giusti sono miei e miei i peccatori. Gli angeli sono miei e la Madre di Dio, tutte le cose sono mie. Lo stesso Dio è mio e per me, poiché Cristo è mio e tutto per me.

Che cosa chiedi dunque e che cosa cerchi, anima mia? Tutto ciò è tuo e tutto per te.

Non ti fermare in cose meno importanti e non contentarti delle briciole che cadono dalla mensa del Padre tuo.

Esci fuori e vai superba della tua gloria. Nasconditi in essa e gustala e otterrai quanto chiede il tuo cuore.

 

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I FRUTTI DELLO SPIRITO SANTO

La Parola di Dio dà un equilibrio fondamentale tra i doni e il frutto.
Leggendo 1 Corinzi 13, arriviamo immediatamente ad una conclusione: qualsiasi cosa faremo senza l’amore, davanti a Dio non ha valore; i doni senza l’amore non servono, l’azione verso gli altri non garantisce l’amore.

Ma che cos’è l’amore? La Scrittura in esame non dà una definizione, ma spiega cosa fa l’amore (versi 3 a 7). L’uomo naturale non può avere quest’amore. L’amore di cui parla Paolo è: Amore Agape, Amore di Dio, Amore dello Spirito. L’apostolo conclude poi con questa affermazione: “tre cose durano: fede, speranza e carità (amore), ma la più grande di tutte è l’amore”.

L’amore è il frutto dello Spirito; Galati 5:22 dice: “Ma il frutto dello Spirito è: amore, gioia, pace, pazienza, gentilezza, bontà, fede, mansuetudine, autocontrollo”.
Il frutto è il risultato della vita: prima viene il germoglio, poi il fiore ed in ultimo il raccolto maturo. E’ la vita, che è nell’albero stesso, a portare frutto, coadiuvato dalle forze della natura, del sole e della pioggia. Non può esserci frutto dove vi è morte.

La figura è precisa: il frutto dello Spirito è il risultato diretto della vita di Cristo comunicata al credente per mezzo dello Spirito. Filippesi 1:11 dice: “ripieni di frutti di giustizia che si hanno per mezzo di Gesù Cristo, alla gloria e lode di Dio”.
Il frutto spirituale è la conseguenza di una vita di comunione completa ed ininterrotta con Cristo: “Io sono la vite, voi siete i tralci; chi dimora in me e io in lui, porta molto frutto, poiché senza di me non potete far nulla” Giovanni 15:5.
La spiegazione dell’assenza del frutto nella vita del credente risiede nella mancanza di comunione con Cristo. Non vi è lavoro cristiano, per quanto grande sia, o esercizio di doni spirituali che possano sostituire il nostro dialogo con Dio.

È incoraggiante ricordare che la comunione ininterrotta con Cristo nel cammino quotidiano produce la rinuncia a noi stessi e il prendere la croce, come lo stesso Gesù afferma in Matteo 16:24-25: “Allora Gesù disse ai suoi discepoli: “Se qualcuno mi vuole seguire, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi avrà perduto la propria vita per amor mio, la ritroverà”.

Ed è così che il frutto è prodotto in abbondanza; in Galati 5:22-25 è scritto: “Ma il frutto dello Spirito è: amore, gioia, pace, pazienza, gentilezza, bontà, fede, mansuetudine, autocontrollo. Contro tali cose non vi è legge. Ora quelli che sono di Cristo hanno crocifisso la carne con le sue passioni e le sue concupiscenze. Se viviamo per lo Spirito, camminiamo altresì per lo Spirito”.
Contemplando Gesù Cristo veniamo trasformati: “Or il Signore è lo Spirito, e dov’è lo Spirito del Signore, vi è libertà. E noi tutti, contemplando a faccia scoperta come in uno specchio la gloria del Signore, siamo trasformati nella stessa immagine di gloria in gloria, come per lo Spirito del Signore” 2 Corinzi 3:17-18.
Saranno gli altri a vedere il frutto così prodotto prima in noi stessi, ed è bene che sia così.

Sia i doni che il frutto provengono dallo Spirito Santo

Ogni cristiano nato di nuovo ha ricevuto lo Spirito di Dio nella nuova nascita, quindi può produrre il frutto dello Spirito, dimorando in Cristo. In Giovanni 3:5-8 Gesù dice: “In verità, in verità ti dico che se uno non è nato d’acqua e di Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Ciò che è nato dalla carne è carne; ma ciò che è nato dallo Spirito è spirito. Non meravigliarti se ti ho detto: “Dovete nascere di nuovo”. Il vento soffia dove vuole e tu ne odi il suono, ma non sai da dove viene né dove va, così è per chiunque è nato dallo Spirito”.

Il battesimo nello Spirito Santo ha prodotto in ogni credente la potenza per il servizio e per la testimonianza. In Atti 1:8 è scritto: “Ma voi riceverete potenza quando lo Spirito Santo verrà su di voi, e mi sarete testimoni in Gerusalemme e in tutta la Giudea, in Samaria e fino all’estremità della terra”.
I segni iniziali del battesimo dello Spirito Santo sono manifestazioni soprannaturali dello Spirito sulla linea dei doni spirituali:

Atti 2:4: “Così furono tutti ripieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, secondo che lo Spirito dava loro di esprimersi”.
Atti 10:46: “perché li udivano parlare in altre lingue e magnificare Dio….”
Atti 19:6: “E, quando Paolo impose loro le mani, lo Spirito Santo scese su di loro e parlavano in altre lingue e profetizzavano”.

Questa pienezza genuina dello Spirito Santo deve però condurci al frutto, per l’arricchimento che ha prodotto in noi la potenza di Dio. Purtroppo queste due esperienze rimangono spesso divise. Per tale ragione accade, alle volte, che un credente ricevi evidenti manifestazioni della potenza dello Spirito ma continui a mostrare una palese immaturità in ciò che concerne il frutto dello Spirito, ossia il carattere cristiano.
Questo è abbastanza normale per un “bambino in Cristo”; ma lo scopo di Dio è portarci alla piena maturità della vita cristiana. Non a caso la parola “testimoni” viene dal latino “martirus” da dove fu poi coniato il termine “martire”. In Apocalisse 12:11, confermando questa verità, notiamo che è scritto: “Ma essi l’hanno vinto per mezzo del sangue dell’Agnello e per mezzo della parola della loro testimonianza; e non hanno amato la loro vita, tanto da esporla alla morte”.

La scalata verso l’amore

L’apostolo Paolo alla fine del capitolo 12 della 1° lettera ai Corinzi, dopo aver fatto un elenco di doni carismatici e descritto l’importanza dell’esercizio di questi doni nel corpo di Cristo, ci mostra una via eccellente: l’amore, il primo frutto dello Spirito.

1 Corinzi 12:31: “Ora voi cercate ardentemente i doni maggiori; e vi mostrerò una via ancora più alta”.
1 Corinzi 13:1: “Quand’anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non ho amore, divento un bronzo risonante o uno squillante cembalo”.
C’è un legame tra il frutto e i doni. Più avanti, l’apostolo scriverà: “Desiderate l’amore e cercate ardentemente i doni spirituali”.

Anche qui vediamo non solo l’equilibrio tanto messo in evidenza dalla Parola di Dio tra doni e frutto, ma anche un escalation: “Desiderare l’amore attraverso i doni”.
L’amore deve diventare un’energia nell’uso dei doni
Chiarito ulteriormente lo scopo del nostro studio, leggiamo 2 Pietro 1:3-8: “Poiché la sua divina potenza ci ha donato tutte le cose che appartengono alla vita e alla pietà, per mezzo della conoscenza di colui che ci ha chiamati mediante la sua gloria e virtù, attraverso le quali ci sono donate le preziose e grandissime promesse, affinché per mezzo di esse diventiate partecipi della natura divina, dopo essere fuggiti dalla corruzione che è nel mondo a motivo della concupiscenza. Anche voi per questa stessa ragione usando ogni diligenza, aggiungete alla vostra fede la virtù, alla virtù la conoscenza, alla conoscenza l’autocontrollo, all’autocontrollo la perseveranza, alla perseveranza la pietà, alla pietà l’affetto fraterno e all’affetto fraterno l’amore. Perché, se queste cose si trovano in voi abbondantemente, non vi renderanno pigri né sterili nella conoscenza del Signore nostro Gesù Cristo”.

Nei primi versi appena letti comprendiamo che il Signore ha provveduto a tutto per renderci partecipi della sua natura divina.
Ma c’è una scala di valori da percorrere: fede, virtù, conoscenza, autocontrollo, perseveranza (pazienza) pietà, amore fraterno e carità (amore).
Notiamo che, dopo i primi tre valori (fede – virtù – conoscenza), troviamo un elenco simile, anche se più breve, in Galati 5:22: “Ma il frutto dello Spirito è: amore, gioia, pace, pazienza, gentilezza, bontà, fede, mansuetudine, autocontrollo”.

Quindi la scalata di questi valori ci conduce al frutto dello Spirito: l’amore.
Esaminiamo ora: fede, virtù e conoscenza.
Questi primi valori non contengono il frutto dello Spirito, ma sono i valori che precedono il frutto.

La fede

È sicuramente la fede della salvezza che ci introduce nella vita cristiana. Efesini 2: 8-9 afferma: “Voi infatti siete stati salvati per grazia, mediante la fede, e ciò non viene da voi, è il dono di Dio, non per opere, perché nessuno si glori. e anche la misura di fede per comunicare ed esercitare i doni spirituali che il Signore ha donato ad ognuno di noi”.
Ancora Romani 12:3 dice: “Infatti, per la grazia che mi è stata data, dico a ciascuno che si trovi fra voi di non avere alcun concetto più alto di quello che conviene avere, ma di avere un concetto sobrio, secondo la misura della fede che Dio ha distribuito a ciascuno”.
Senza fede è impossibile piacere a Dio, tutto quello che dobbiamo esercitare è per fede (Ebrei 11:1-6).

La virtù

Nel dizionario della lingua italiana il significato di virtù è: disposizione d’anima volta al bene. Poi le virtù posso essere intellettuali, morali, naturali.
Quando poi veniamo alle Scritture leggiamo che le “virtù” che uscivano da Gesù (in altre traduzioni leggiamo anche potenza o potere) guarivano i malati e liberavano dai demoni, come si evince da questi versi:
Luca 6:19: “E tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una potenza che guariva tutti”.
Marco 5:30: “Ma subito Gesù, avvertendo in sé stesso che una potenza era uscita da lui, voltatosi nella folla, disse: “Chi mi ha toccato i vestiti?”.
Quindi virtù è sinonimo di potenza, potenza per guarigioni e liberazione, ricevuta nel battesimo nello Spirito Santo per esercitare con vigore i doni spirituali: “Poi disse loro: “Andate per tutto il mondo e predicate l’evangelo a ogni creatura; chi ha creduto ed è stato battezzato, sarà salvato; ma chi non ha creduto, sarà condannato. E questi sono i segni che accompagneranno quelli che hanno creduto: nel mio nome scacceranno i demoni, parleranno nuove lingue; prenderanno in mano dei serpenti anche se berranno qualcosa di mortifero, non farà loro alcun male; imporranno le mani agli infermi, e questi guariranno” Marco 16:15-18.

La conoscenza

Fermarsi all’uso dei doni significa commettere lo stesso errore fatto dai fratelli della chiesa di Corinto, che, malgrado l’uso di tutti i doni dello Spirito, erano ancora “bambini in Cristo” (1 Corinzi 3:1), non era ancora manifesto nella loro vita il frutto dello Spirito (1Corinzi 13:1-3), mancavano della maturità cristiana e della conoscenza dell’intero consiglio della Parola di Dio.
Il consiglio di Dio non si limita ad insegnare sui doni

L’apostolo Paolo, infatti, deve riprendere l’istruzione sulla conoscenza che porta il frutto dello Spirito: “la croce”, la morte a noi stessi. In 2 Corinzi 5:14-17 egli scrive: “Poiché l’amore di Cristo ci costringe, essendo giunti alla conclusione che, se uno è morto per tutti, dunque tutti sono morti; e che egli è morto per tutti, affinché quelli che vivono, non vivano più d’ora in avanti per sé stessi, ma per colui che è morto ed è risuscitato per loro. Perciò d’ora in avanti noi non conosciamo nessuno secondo la carne; e anche se abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne, ora però non lo conosciamo più così. Se dunque uno è in Cristo, egli è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, tutte le cose sono diventate nuove”.

L’autocontrollo

Il Signore, attraverso l’uso dei doni o ministeri che ci ha donato, ci permette di entrare nella vita dello Spirito. Quando arriviamo a questo punto, ci sono due cose che possiamo fare: continuare il nostro cammino, prendere la croce, rinunciare a noi stessi e portare frutto:
Marco 8:34-35: “Poi chiamata a sé la folla con i suoi discepoli, disse loro: “Chiunque vuol venire dietro a me rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi segua, perché chiunque vorrà salvare la sua vita, la perderà; ma chi perderà la sua vita per amor mio e dell’evangelo, la salverà”.
Galati 5:24: “Ora quelli che sono di Cristo hanno crocifisso la carne con le sue passioni e le sue concupiscenze”.

Oppure vivere la vita cristiana senza produrre frutto, continuando forse ad usare i doni senza che questi possano giovare a noi stessi. Un giorno, però, il Signore non ci riconoscerà, come è scritto in Matteo 7:22-23: “Molti mi diranno in quel giorno: “Signore, Signore, non abbiamo noi profetizzato nel tuo nome, e nel tuo nome scacciato demoni e fatte nel tuo nome molte opere potenti?”. E allora dichiarerò loro: “Io non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi tutti operatori di iniquità”.
Anche nel frutto ovviamente, come abbiamo visto, c’è una crescita; la croce ogni giorno ci porta a realizzare la morte a noi stessi nelle varie aree della nostra vita dove siamo ancora carnali.
Dimorando in Cristo, possiamo portare un frutto sempre più abbondante. Gesù in Giovanni 15:4-5 dice: “Dimorate in me e io dimorerò in voi; come il tralcio non può da sé portare frutto se non dimora nella vite, così neanche voi, se non dimorate in me. Io sono la vite, voi siete i tralci; chi dimora in me e io in lui, porta molto frutto, poiché senza di me non potete far nulla”.
Quando portiamo frutto, anche i doni o ministeri che il Signore ci ha donato diventeranno più potenti in Lui perché consacrati ad un impegno costante a servire Lui, l’Altissimo, l’Iddio Onnipotente.

Dio ci benedica
Anziano Enrico Morra

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L’ATEO PIU’ FAMOSO AL MONDO CAMBIA IDEA

La notizia è di tre anni fa ma in questi giorni è tornata di pubblico dominio per via di un libro: il filosofo inglese Antony Flew, uno dei portabandiera dell’ateismo mondiale, è passato dall’altra parte e dichiara “There is a God”. Questo è il titolo dell’ultima sua opera, edita da Harper Collins, che sicuramente farà scalpore negli ambienti intellettuali e in particolare tra i militanti dell’ateismo, che hanno perso uno dei loro punti di riferimento. Antony Flew, ora 84enne, è sulla breccia dal 1950, quando pubblicò “Theology and Falsification” nel quale affermava che il concetto di Dio era troppo vago e che a causa della sua grandezza – invisibile, impalpabile e imperscrutabile – non si poteva provare né la sua esistenza né la sua non-esistenza.

Queste semplici argomentazioni gli valsero una notorietà che è andata crescendo negli anni fino a farlo diventare il capofila degli intellettuali atei, dalla cattedra di Oxford. La fede non c’entra Ma le cose cambiano. E adesso Flew sostiene l’esistenza di un creatore, di un essere eterno, motore di tutte le cose. «È stata la stessa evidenza a condurmi a queste conclusioni», ha affermato il filosofo inglese, alla fine di un percorso non di fede ma di riflessione razionale. E parla di “prove scientifiche” dell’esistenza di Dio, riferendosi alle leggi della natura – troppo perfette per essere dovute al caso – e a quel disegno intelligente che non può essere cancellato dalle teorie evoluzionistiche.

L’origine della vita e la riproduzione non possono essere spiegate in senso esclusivamente biologico. Domande e risposte Flew, che nel 2006 fu tra i firmatari della richiesta fatta a Blair di far insegnare il disegno intelligente all’università – afferma che il Big Bang potrebbe essere in armonia con il racconto della Genesi, che la complessità del Dna non può che far pensare ad una “intelligenza” e che l’esistenza del male non è un problema insormontabile per l’esistenza di Dio. Nelle sue parole riecheggiano – lo ammette lui stesso – il pensiero di Einstein e di altri scienziati secondo i quali ci deve essere stata un’intelligenza senza limiti dietro la complessità dell’universo fisico. Lo stesso concetto – la conoscibilità di Dio attraverso l’osservazione del mondo e l’uso di ragione – è patrimonio ufficiale della Chiesa dall’Ottocento, dai tempi del Concilio Vaticano I.

(di Stefano Grossi Gondi, elaborazione dal New York Times, 4 novembre 2007)

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