APPUNTI SULLA TRINITA’

Ogni realtà concernente Dio è irraggiungibile, è fuori dalla portata dello spirito umano. In effetti Dio partecipa ad una sfera d’esistenza nella quale l’uomo non può penetrare. Ogni conoscenza religiosa sarebbe stata impossibile senza averne avuto rivelazione.

L’intera Trinità partecipa alla sua missione tramite un’energia comune poiché tutte le energie divine sono comuni all’insieme della Trinità. Il fatto che le due Persone derivino solo dal Padre crea l’impressione facilmente dissipabile della monarchia della Persona paterna. Ma le proprietà del Figlio e dello Spirito non sono certo ritenute inferiori a quelle del Padre; esse non sono effettivamente distinte che in rapporto alla causa che deve rimanere rigorosamente unica per evitare ogni specie di dualismo, ma esse non lo sono in rapporto alla natura increata. Le Persone non sono prima, seconda e terza; esse sono d’uguale valore – e non numerate -, sono designate dal loro santo nome, un solo Dio, Padre, un solo ingenerato, il Figlio, un solo Santo Spirito. Ogni genere di subordinazione conduce al politeismo.

Queste distinte Persone sono legate in tal maniera che alcuna può essere concepita senza le altre e che ciascuna presuppone le altre due. Esse costituiscono tre persone perfette, inseparabilmente unite: “Poiché dov’è presente il Santo Spirito là è anche il Cristo e dov’è il Cristo anche il Padre è presente” (San Basilio). In tal modo che chiunque non crede nello Spirito non può certamente credere al Figlio e chi non crede al Figlio non può certamente credere in Dio Padre.

L’unità delle Personedella triade è espressa felicemente dall’identificazione della potenza, dell’energia e della volontà. Esiste una corrente indivisa d’energia tra il Padre, il Figlio e lo Spirito: “Così la maniera di conoscere Dio proviene dall’unico Spirito attraverso il Figlio e va all’unico Padre e, inversamente, la naturale bontà, la santificazione e l’ufficio reale vengono dal Padre attraverso il Figlio unigenito verso lo Spirito” (San Basilio).

L’attività della Trinità è comune benché certe energie paiano a volte separarsi. Nella creazione, ad esempio, il Padre è la causa iniziale di tutto quanto è creato nel mondo, il Figlio la causa creatrice e lo Spirito la causa perfezionatrice, ma la sorgente è unica. Senza dubbio nessuna Persona ha attività imperfetta in modo da rendere necessaria l’attività delle altre. Si tratta d’una volontà unificata; ciascuna Persona ha la volontà d’agire in accordo con le altre.

San Basilio caratterizza lo Spirito con una perifrasi, come immagine del Figlio, perché in Lui e attraverso di Lui gli uomini vedono il Figlio. Le persone trinitarie si fanno ciascuna rivelatrice delle altre agli uomini; lo Spirito riflette in Se stesso l’immagine del Figlio, il Figlio quella del Padre. Così l’itinerario della conoscenza di Dio parte dallo Spirito, attraverso il Figlio per arrivare al Padre. Ma nella Trinità non esiste un’immagine dello Spirito che lo rende meno conosciuto rispetto alle altre ipostasi. Il Figlio ha parlato del Padre ed è stato manifestato dallo Spirito che ha parlato nel passato ai profeti come oggi parla alla Chiesa.

Nelle scritture troviamo abbondanti testimonianze su queste due persone, il Padre e il Figlio. Inoltre, la loro opera è oggettiva – la creazione del mondo e l’istituzione delle condizioni della rigenerazione dell’uomo – e cade immediatamente sotto i sensi. Quanto allo Spirito la Scrittura lo menziona solo occasionalmente. Senza dubbio egli abita nella Chiesa e si fa conoscere attraverso le sue energie ma l’esperienza spirituale acquisita dagli illuminati è spesso poco precisa e non permette una completa comprensione della sua personalità. Per questa ragione i Padri hanno evitato di precisare le sue origini. Pure il termine di “processione”, come abbiamo detto altrove, non dissipa la nostra ignoranza del modo della sua esistenza, ignoranza che san Basilio considera d’altronde come senza importanza.

 

Precisazioni sullo Spirito Santo

Le attività dello Spirito, ineffabili nella loro ampiezza ed innumerevoli, si rapportano all’insegnamento, all’adattamento filiale e, in particolare, alla ripartizione dei carismi; nessun carisma è accordato alla creatura senza l’azione dello Spirito.  San Basilio riassume i loro frutti nei termini di confermazione, santificazione e perfezione.

Lo Spirito Santo ha reso perfette le potenze angeliche con la santificazione, al momento della creazione del mondo, nel corso del progressivo rinnovamento dell’umanità, egli ha donato uno dei suoi più importanti carismi, la profezia; al momento del vero rinnovamento era presente e attivo con Cristo. Nella vita della Chiesa crea il suo adornamento e al momento dell’ultimo giudizio sarà con il Giudice. Da un certo punto di vista, l’attività per eccellenza dello Spirito è la continua e attiva conservazione della rivelazione e la sua ripartizione individuale agli esseri particolari.

Lo Spirito abita nella Chiesa ed è simultaneamente posseduto dall’insieme dei suoi membri come da ciascuno in particolare. È il legame che collega i suoi membri nel tempo e nello spazio. I ministri della Chiesa sono illuminati per divenire buoni pastori e i fedeli sono fortificati per divenire buon gregge. Nei due casi l’attività dello Spirito si rapporta alla personalità di colui che ne è il portatore.

L’attività dello Spirito è ben più personale nella vita privata del credente. Disceso su tutti i credenti egli tocca solo colui che è puro di cuore come il sole non tocca che l’occhio che gode buona salute. Su questo punto ci si rende conto delle tendenze ascetiche di Basilio.

L’illuminazione dello Spirito tocca prima l’anima e il cuore, poi l’intelletto. La sua grazia, ineffabilmente unita alla personalità e all’esistenza umana è una potenza di permanente rigenerazione in loro e li rende spirituali e portatori dello Spirito. Così lo Spirito può essere designato come l’ eidos, che dona una forma all’uomo naturale, lo libera dalla schiavitù dalle potenze e dalle necessità naturali e ne fa una personalità libera con una metamorfosi piena di forza. L’uomo spirituale è reso conforme all’immagine di Dio, ne è in qualche sorta l’immagine dello Spirito che, dunque, non trovandosi nella Trinità appare nell’umanità.

Dimorando nei santi, lo Spirito è da loro visto misticamente; l’ignoranza originale è così superata esistenzialmente. Non manifesta ad essi solo se stesso, manifesta anche la gloria del Figlio e la visione archetipa. “Poiché noi vediamo la bellezza dell’immagine invisibile di Dio, dono allo spettacolo soprannaturale degli archetipi, vi troviamo anche inseparabilmente unito a Dio, lo Spirito di conoscenza che offre in se stesso il potere di vedere l’immagine agli amanti della verità… Egli manifesta anche in se la gloria del Figlio e offre la conoscenza di Dio ai veri adoratori”. Il fine del pellegrinaggio dell’uomo spirituale è la visione del Dio triadico. Questo vuol dire che chi ha già raggiunto un tal grado di perfezione può abitare con Dio, essergli simile e divenire Dio. Attraverso l’attività del Santo Spirito l’umanità è collegata alla Trinità.

Stralci di testo tratti da http://digilander.libero.it/ortodossia/Pneumatologia.htm

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SPIRITO SANTO: CHI E’?

di Don Renzo Lavatori

Lo Spirito Santo è il mistero dei misteri perché è la più nascosta, la più misteriosa delle Tre divine Persone. Il Figlio lo abbiamo visto, lo abbiamo toccato – dice Giovanni – lo abbiamo contemplato, l’abbiamo sentito. Quindi Gesù di Nazareth è a noi vicino perché è uguale in tutto a noi, pienamente uomo come noi eccetto nel peccato; è nato, è cresciuto, ha parlato, ha fatto i miracoli, ha sofferto, ha patito, è stato condannato ingiustamente, è morto ed è risorto.

Nel Verbo incarnato, che è il Figlio, noi possiamo contemplare i lineamenti stupendi del Padre, che nessuno ha mai visto. Il Padre è inaccessibile perché è il principio delle altezze vertiginose dell’essere divino. Solo l’Unigenito che è nel seno del Padre, lui ce lo ha rivelato facendosi uomo. Quindi nel Verbo incarnato, il Figlio unigenito, noi possiamo intravedere la figura dolcissima del Padre.

Ma lo Spirito Santo come facciamo a vederlo? Sappiamo che la Scrittura, la Tradizione, i Padri, il Magistero hanno indicato dei simboli in riferimento a Lui, ma sono molto lontani dalla sua personalità, dalla sua identità propria: il fuoco, l’acqua, la colomba, il soffio, il respiro, il bacio, anche lo stesso termine “Spirito” – in ebraico ruah – è concettualmente impalpabile. Gesù lo dice: potete sapere che cos’è il vento? Noi lo sentiamo ma non sappiamo da dove viene e dove va; così è lo Spirito di Dio. È difficilissimo conoscerlo. Anzi, secondo alcuni Padri della Chiesa, in particolare San Basilio, di cui ho avuto modo di studiare il capolavoro De Spiritu Sancto, dice che lo Spirito Santo più che vederlo, si sente, si percepisce, come il vento. Diversamente dal Figlio fatto uomo, che possiamo comprendere con i nostri occhi umani, lo Spirito Santo non è visibile né raffigurabile. Tra le divine Persone, egli è la più nascosta, appunto perché è invisibile, ma è anche la più intima in ciascuno di noi, perché solo nello Spirito possiamo conoscere il Figlio e nel Figlio il Padre; solo lo Spirito ci fa capire chi è Gesù di Nazareth, il suo rapporto profondissimo di filiazione con il Padre, perché Lui è il vincolo eterno d’amore che unisce il Padre al Figlio. Solo attraverso di Lui possiamo entrare nella comunione d’amore ineffabile, stupenda, che è la vita nuova del cristiano in cui anche noi piccole creature possiamo gridare: «Abbà, papà mio»; il Padre può dire a noi: «Figlio mio tu sei, io ti ho generato». Questo colloquio eterno d’amore tra il Padre e il Figlio può risuonare dentro di noi, misere povere limitate creature, attraverso lo Spirito Santo.

È molto difficile parlare di Lui, anzitutto per rispondere alla domanda: chi è lo Spirito Santo; qual’è la sua costituzione personale rispetto al Padre e al Figlio? Il Padre, come il nome stesso dice, è colui che dà, comunica la vita, genera il Figlio da sempre e per sempre; il Figlio nella sua personalità è colui che è generato da sempre e per sempre. Ma lo Spirito Santo chi è? qual’è la sua identità propria? Questa domanda costituisce la difficoltà che già gli antichissimi Padri sentivano. Agostino stesso, nella sua opera De Trinitate, non riesce a determinare in modo chiaro la definizione dello Spirito Santo; ugualmente poi, San Tommaso D’Aquino e anche i teologi contemporanei, quando si tratta di fermare l’attenzione sullo Spirito Santo e chiuderlo in una definizione, restano interdetti; lo Spirito Santo sfugge, non si lascia afferrare. Ma non è questo l’argomento di queste riflessioni, perché richiederebbe una trattazione altamente teologica; entreremmo nell’essere intimo di Dio, una realtà che va al di là del nostro compito. Una seconda questione, a noi più accessibile, risponde alla domanda che cosa fa lo Spirito Santo, qual’è la sua opera, la sua particolare missione.

La funzione propria dello Spirito Santo
Per rispondere alla domanda, dobbiamo tener presente tutto l’arco della divina economia, come la Dominum et Vivificantem lo suggerisce in modo chiaro. Il Papa dice che non c’è alcuna azione divina ad extra, cioè fuori della Trinità Santissima, in tutta la storia della salvezza che non sia stata compiuta per mezzo dello Spirito Santo, cominciando dalla creazione, ma in particolare nella incarnazione del Figlio, come noi ripetiamo nel Credo: «si è incarnato per opera dello Spirito Santo». L’incarnazione è veramente il capolavoro di questo divino artista che è lo Spirito Santo; è il capolavoro perché è il mistero più profondo attuato nella storia, l’unione sostanziale tra la carne umana e la natura divina, unione in modo che le due nature fossero un solo essere senza confusione, senza che la natura umana di Gesù si mischiasse alla natura divina. Gesù è rimasto perfetto Dio e perfetto uomo, in un solo essere, una sola Persona. Questo unire senza confondere è l’opera grandissima dello Spirito Santo.

Questo è stato vero per l’incarnazione del Verbo, è vero anche nella Chiesa che costituisce un corpo solo, il corpo mistico di Cristo, ma possiede una molteplicità di membra, di funzioni, di carismi, una ricchezza di composizione stupenda. Ma spesso succede che questa molteplicità di funzioni, di carismi non trova l’unione fra tutti, la comunione nell’interscambio, disperdendosi per mille rivoli. Se invece vogliamo attuare l’unione, soffochiamo la diversità dei ruoli e dei doni. Questo è il grande dramma della Chiesa di tutti i tempi. Ci si chiede: chi può unire realtà diverse pur conservandole nella loro esplicita distinzione? Solo lo Spirito Santo, il quale svolge la medesima funzione nella Trinità: egli unisce in modo profondissimo lo Spirito del Padre con lo Spirito del Figlio perché i due siano un solo Spirito d’amore e di effusione, ma il Padre resta Padre che genera, il Figlio resta Figlio che è generato; mai il Padre potrà confondersi con il Figlio né mai il Figlio può o potrà identificarsi con il Padre, ma tutti e due sono un solo soffio sussistente eterno d’Amore. La Persona dello Spirito Santo, è Lui che, in seno alla Trinità, compie l’opera mirabile di unire le due divine Persone in modo così profondo che sono un solo Spirito, ma lasciando che ognuna conservi la propria distinzione personale.

Un’altro esempio per capire come lo Spirito Santo sia l’artefice di unione della diversità nella complementarietà: la vita familiare esprime l’unione dello sposo con la sposa, una unione profondissima, poiché i due sono una sola carne, ma ognuno è diverso dall’altro; lo sposo non può pensare la sua sposa perfettamente identica a se stesso, né la sposa può desiderare lo sposo uguale a se stessa. Come fanno i due, nella loro diversità di carattere, di temperamenti, di ideali, di visioni, di sentimenti, di sensibilità, a formare un solo essere, una sola carne? Ciò avviene per opera dello Spirito Santo. Quindi anche una autentica vita matrimoniale è possibile, in tutta la sua profondità e la sua realtà, in virtù dello Spirito Santo.

L’opera dello Spirito Santo nel cristiano
La nostra considerazione ora riguarda in specifico l’opera che lo Spirito Santo compie nel cristiano. Ce lo dice la Scrittura, ce lo dice la Tradizione, il Magistero, la Liturgia: lo Spirito Santo imprime nell’uomo la figura di Gesù, cioè rende l’uomo figlio di Dio, similmente al Figlio, l’Unigenito. Su tutti i cristiani, che partecipano di questa medesima filiazione divina, lo Spirito ha impresso questo sigillo, questa raffigurazione splendente che è il Figlio. Ciò è avvenuto nel nostro battesimo, la prima grande effusione dello Spirito Santo che noi abbiamo ricevuto. In esso lo Spirito Santo ci ha configurati a Cristo, rendendoci simili al Figlio di Dio. Questa è un’opera straordinaria. Tuttavia, nel momento in cui imprime in noi l’immagine di Gesù e noi diventiamo un altro Cristo, Egli rispetta la diversità di ciascuno di noi. Si vede qui il capolavoro che lo Spirito Santo compie in ciascuno di noi. Quante persone si sono battezzate in questi duemila anni di vita della Chiesa? Credo miliardi. In ciascuno di noi è rappresentata la figura di Gesù, ma in modo diverso uno dall’altro. Tutti siamo configurati a Cristo, ma ognuno nella sua costituzione propria, personale, che Dio stesso ha creato.

A questo punto sarebbe importante considerare il fatto che la vocazione alla santità di tutti i battezzati, come dice la Lumen Gentium, non consiste semplicemente nell’imitare i santi che ci hanno preceduto o con cui noi viviamo (perché alle volte viviamo in presenza di santi), ma nel riprodurre in noi i lineamenti stessi di Cristo, in modo che lo Spirito trasfiguri noi in Gesù, secondo il nostro carattere, secondo il nostro temperamento, secondo la nostra sensibilità. Ogni santo rappresenta uno sprazzo di luce del Verbo incarnato.

Pertanto l’opera compiuta dallo Spirito Santo è questa: ci ha resi figli, in modo tale che il giorno del nostro battesimo Dio Padre ha detto a noi come nel battesimo di Gesù al Giordano: «Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato» e dall’altra parte noi rispondiamo con tutta la comunità cristiana come Gesù: «Abbà, sono qui per riconoscerti come mio amatissimo Padre e Signore. Abbà, nelle tue mani affido il mio spirito. Abbà, sia fatta la tua e non la mia volontà». Con il battesimo inizia un colloquio meraviglioso tra noi creature umane resi figli nello Spirito e il Padre celeste. Dal battesimo dunque nasce questa familiarità con Dio che spesse volte dimentichiamo, ma che costituisce la vita nuova nello Spirito: attuare giorno dopo giorno la vita filiale nei confronti di Dio. Non è facile, perché purtroppo noi portiamo ancora dentro di noi il vecchio sigillo del servo che ha paura del padrone, che si tiene lontano da lui, lo riverisce, gli obbedisce, ma per forza, per obbligo, per dovere; ogni comandamento lo sente come un peso, perché è un servo, non è figlio. Il figlio che è stato toccato dal cuore paterno del Padre, che ha vissuto l’amore del Padre, che si sente perdonato, rigenerato pienamente dal Padre, non ha più questa paura, si abbandona fiduciosamente, serenamente «come un bimbo in braccio a chi lo ha generato», per sentire tutti i palpiti dell’Amore paterno, che continuamente usa perdono, misericordia, riversa amore. Alle volte certamente, da buon educatore, richiama all’obbedienza, invita alla disponibilità senza condizionamenti, mette anche alla prova in modo doloroso e impegnativo. Ma tutto compie per il bene pieno e totale dei suoi figli amati e prediletti. Riconosce le loro debolezze, i loro peccati, ma intende purificarli e farli maturare nella sua stessa purezza di amore e di santità, se i suoi figli implorano il suo perdono e si affidano alla sua misericordia.

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LETTERA A DIOGNETO

La Lettera a Diogneto è un testo cristiano di autore anonimo, risalente al II secolo e proveniente dall’Asia Minore.
Qui di seguito un piccolo edificante stralcio, per meditare le verità espresse e per ricondurci alla fede forte, essenziale e coerente dei nostri padri.
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Il mistero cristiano

V. 1. I cristiani né per regione, né per voce, né per costumi sono da distinguere dagli altri uomini. 2. Infatti, non abitano città proprie, né usano un gergo che si differenzia, né conducono un genere di vita speciale. 3. La loro dottrina non è nella scoperta del pensiero di uomini multiformi, né essi aderiscono ad una corrente filosofica umana, come fanno gli altri. 4. Vivendo in città greche e barbare, come a ciascuno è capitato, e adeguandosi ai costumi del luogo nel vestito, nel cibo e nel resto, testimoniano un metodo di vita sociale mirabile e indubbiamente paradossale. 5. Vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri. Ogni patria straniera è patria loro, e ogni patria è straniera. 6. Si sposano come tutti e generano figli, ma non gettano i neonati. 7. Mettono in comune la mensa, ma non il letto. 8. Sono nella carne, ma non vivono secondo la carne. 9. Dimorano nella terra, ma hanno la loro cittadinanza nel cielo. 10. Obbediscono alle leggi stabilite, e con la loro vita superano le leggi. 11. Amano tutti, e da tutti vengono perseguitati. 12. Non sono conosciuti, e vengono condannati. Sono uccisi, e riprendono a vivere. 13. Sono poveri, e fanno ricchi molti; mancano di tutto, e di tutto abbondano. 14. Sono disprezzati, e nei disprezzi hanno gloria. Sono oltraggiati e proclamati giusti. 15. Sono ingiuriati e benedicono; sono maltrattati ed onorano. 16. Facendo del bene vengono puniti come malfattori; condannati gioiscono come se ricevessero la vita. 17. Dai giudei sono combattuti come stranieri, e dai greci perseguitati, e coloro che li odiano non saprebbero dire il motivo dell’odio.

L’anima del mondo

VI. 1. A dirla in breve, come è l’anima nel corpo, così nel mondo sono i cristiani. 2. L’anima è diffusa in tutte le parti del corpo e i cristiani nelle città della terra. 3. L’anima abita nel corpo, ma non è del corpo; i cristiani abitano nel mondo, ma non sono del mondo. L’anima invisibile è racchiusa in un corpo visibile; i cristiani si vedono nel mondo, ma la loro religione è invisibile. 5. La carne odia l’anima e la combatte pur non avendo ricevuto ingiuria, perché impedisce di prendersi dei piaceri; il mondo che pur non ha avuto ingiustizia dai cristiani li odia perché si oppongono ai piaceri. 6. L’anima ama la carne che la odia e le membra; anche i cristiani amano coloro che li odiano. 7. L’anima è racchiusa nel corpo, ma essa sostiene il corpo; anche i cristiani sono nel mondo come in una prigione, ma essi sostengono il mondo. 8. L’anima immortale abita in una dimora mortale; anche i cristiani vivono come stranieri tra le cose che si corrompono, aspettando l’incorruttibilità nei cieli. 9. Maltrattata nei cibi e nelle bevande l’anima si raffina; anche i cristiani maltrattati, ogni giorno più si moltiplicano. 10. Dio li ha messi in un posto tale che ad essi non è lecito abbandonare.


 

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SPIRITO DI CONOSCENZA

Con il dono di conoscenza lo Spirito Santo ci coglie nella nostra vita di fede circondati da tutte le creature razionali e irrazionali e ci aiuta a tendere con sicurezza verso Dio, fine ultimo di ogni cosa. Prima però cerchiamo di capire l’espressione: “Spirito di conoscenza” che è presa da Is 11,2 dove si parla di un futuro re, discendente di Davide, su cui riposerà in permanenza lo Spirito del Signore. Nelle antiche traduzioni si era soliti dire: spirito di scienza, ma le nuove traduzioni, come quella della CEI, preferiscono tradurre: spirito di conoscenza. In questo modo si riesce meglio a distinguere quella scienza, cioè quel sapere del mondo fisico e spirituale che l’uomo acquista con i suoi ragionamenti, dal dono dello Spirito Santo che implica non solo l’acquisizione di un sapere, ma anche di una certa esperienza di fede, di solito implicita nel termine conoscenza usato dalla Bibbia. Lo Spirito Santo, infatti, crea sempre una relazione di comunione con Dio.

Con questo dono lo Spirito Santo viene in aiuto alla nostra fede e ci dona la capacità di capire, senza errore di sorta, qualsiasi realtà del mondo fisico, umano e spirituale, nella sua relazione con Dio e di vedere ogni cosa nella luce di Dio, Sommo Bene e fine ultimo di tutte le cose. Ora, tra queste realtà esistenti e visibili, si trova soprattutto ogni persona umana. Troppi contemplano le bellezze naturali: i monti, i mari, il cielo, ecc. e con entusiasmo esclamano: “Veramente Dio esiste!”. Ma è forse possibile dire questo con convinzione, quando vedo milioni di esseri umani affamati o soggetti agli altri come schiavi? L’uomo non è forse la creatura più importante della creazione? Dice il Salmista:

“Quando contemplo il cielo / opera delle tue dita / la luna e le stelle che hai fissate / (mi chiedo:) che cos’è l’uomo perché te ne ricordi / il figlio dell’uomo perché te ne curi? / (e sento che debbo rispondere:) Eppure lo hai fatto poco meno di un Dio / di gloria e onore lo hai onorato / gli hai dato potere sulle opere delle tue mani / tutto hai posto sotto i suoi piedi” (Sal 8,4.6-7).

[…]

Il libro della Sapienza dice che “gli uomini sono incapaci di conoscere Dio partendo dai beni visibili… e si lasciano sedurre dalla loro apparenza, perché sono troppo belle le cose che vedono” (Sap 13,1-7). E Paolo, riecheggiando questo testo, dice che gli uomini, affascinati dalla loro bellezza “hanno cambiato la gloria di Dio con l’immagine dell’uomo corruttibile, di uccelli, di quadrupedi, di rettili… e hanno agito secondo i desideri del loro cuore” (Rm 1,23s), resi così incapaci di vedere il senso di ogni cosa, e in particolare della creatura umana, nella luce di Dio.

[…]

La persona credente, che vive la virtù morale della giustizia, sostenuta dal dono di conoscenza, scopre che nelle creature razionali e irrazionali ci sono tanti limiti, perché vede Dio come il fine supremo di tutte le cose e come la vera e unica felicità per ogni persona umana.

1ª tappa: non attaccare il cuore a nessuna creatura

Come fare? Basta vincere il peccato denunciato dal capitolo 13 del libro della Sapienza e dal capitolo primo della lettera ai Romani (vedi sopra); e innanzitutto renderci conto che siamo persone assai limitate, anche se dotte. La Bibbia ci insegna questo con parole molto radicali, che però bisogna leggere senza dimenticare quanto ci ha detto il Sal 8.
Il Sal 39,6 dice: “La mia esistenza davanti a te è un nulla; solo un soffio è l’uomo vivente”; e Is 40,17 afferma: “Tutte le nazioni sono come un nulla davanti a lui, come niente e vanità sono da lui ritenute”. Queste affermazioni sono un invito a mettere Dio al di sopra di tutte le cose e ad amare tutto e tutti come Dio ama; Gesù dice: “Per questo il Padre mi ama, perché io offro la mia vita… Questo comando ho ricevuto dal Padre mio”; (Gv 10,17.18). “Se mi amate osserverete i miei comandamenti… E questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amato” (Gv 14,15; 15,12). Solo amando Dio sopra ogni cosa o persona, posso, come Gesù, amare gli altri fino al sacrificio totale. Questo esige un certo distacco anche dalle creature umane, ma si tratta di un distacco che ci rende liberi e che permette agli altri di essere liberi, cioè se stessi, e di vedere Dio o il Signore Gesù, e non noi, come il vero e unico punto di riferimento della propria vita.

2ª tappa: distacco, non disprezzo

Il dono di conoscenza relativizzando ogni creatura e facendocela vedere nella sua vera realtà, è sorgente di lode, di canto, di meravigliosa libertà interiore. In questa situazione, dopo essere risalito dalle creature a Dio, si può davvero in sintonia con Dio contemplare il creato e, passando in rassegna le cose create, esclamare: “è cosa buona”, anzi: “molto buona” (Gn 1,4.10. 12.18.21.25.31). Si potrebbe anche tradurre: “è cosa bella”, anzi: “molto bella”. Questo però, lo scopre solo chi ha fede, come l’autore del libro della Sapienza (c. 13) e Paolo (Rm 1). Solo il credente, dotato del dono di conoscenza, pur prendendo atto della limitatezza delle cose create, può sempre esclamare: “Mi rallegri, o Signore, con le tue meraviglie, esulto per l’opera delle tue mani” (Sal 92,5).
“Con il dono di conoscenza l’uomo impara a meravigliarsi, a stupirsi delle cose che lo circondano, perché ne assapora tutta la bellezza come riflesso della bellezza di Dio. Guardando la creazione è come se posasse lo sguardo sulle cose invisibili; anzi, l’invisibilità di Dio in qualche modo gli si fa visibile (cf Rm 1,20). E allora in questa luce gli avvenimenti, i fatti e le persone non lo colpiscono mai in profondità: il suo cuore non ne rimane impressionato: è come se avesse tutto e non possedesse nulla, perché di ogni cosa ha imparato a fare eucaristia, ringraziamento, offerta”.1 Non si presenta forse così il Poverello di Assisi nel suo Cantico delle Creature?

3ª tappa: mortificarsi

Non ci stupisca questa parola, perché il giusto che contempla il creato, non può non soffrire a causa del peccato dell’uomo, che ha stravolto il senso della creazione; guidato dal dono di conoscenza capisce che la sua missione è quella di lottare contro il peccato per liberare se stesso e l’umanità dal male. Egli deve rendersi sempre di più conforme a Gesù crocifisso, deve vivere come Gesù, cercando sempre e in ogni cosa la gloria di Dio, per tendere come Gesù verso il godimento di Dio con le creature che egli ama.
Chi cerca Dio, come Sommo e Unico bene, e lo cerca con tutto il cuore anche quando tutto sembra congiurare contro di lui, costui sullo stile di Gesù appare come il restauratore dell’ordine voluto da Dio e distrutto dal peccato dell’uomo. Il vero credente, sotto l’azione dello Spirito, si sente, come Gesù, triste osservando “la durezza dei cuori” (Mc 3,5); ferito nel cuore dal peccato, soffre tutti i dolori possibili e sa percorrere come Gesù tutte le strade della redenzione disposto a vincere qualsiasi ostacolo pur di aiutare tutti a orientarsi verso Dio, fine ultimo di tutti, e a salvarsi. Chi vive in profondità il dono di conoscenza ama le creature e desidera che ritornino ad essere come Dio le vuole per esclamare in sintonia con Dio: “Adesso sì, che tutto è cosa buona, bella”.

Preghiamo

Signore Gesù, che mi hai donato il tuo Spirito, fa’ che, seguendo il tuo esempio, io possa con te pretendere la croce e possa vedere ogni persona nella luce di Dio e camminare insieme ad essa verso Dio, Unico e Sommo Bene, Fine ultimo e felicità suprema ed eterna di ogni essere umano. Amen!

Mario Galizzi SDB

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VALTORTA – IL PADRE NOSTRO

Dai Quaderni di Maria Valtorta,

Dice Gesù: «Nel Pater noster è la perfezione della preghiera. Osserva: nessun atto è assente nella brevità della formula. Fede, speranza, carità, ubbidienza, rassegnazione, abbandono, domanda, contrizione, misericordia, sono presenti. Dicendola, pregate con tutto il Paradiso, durante le prime quattro petizioni, poi, lasciando il Cielo, che è la dimora che vi attende, tornate sulla terra, rimanendo con le braccia alte verso il Cielo per implorare per le necessità di quaggiù a per chiedere aiuto nella battaglia da vincersi per tornare lassù. ―Padre nostro che sei nei cieli. O Maria! Solo il mio amore poteva dirvi: dite ―Padre nostro. Con questa espressione vi ho investiti pubblicamente del titolo sublime di figli dell‘Altissimo e fratelli miei. Se qualcuno, schiacciato dalla considerazione della sua nullità umana, può dubitare di essere figlio di Dio, creato a sua immagine e somiglianza, pensando a questa mia parola non può più dubitare. Il Verbo di Dio …

… non erra e non mente. E il Verbo vi dice: dite ―Padre nostro. Avere un padre è dolce cosa e forte aiuto. Io, nell‘ordine materiale, ho voluto avere un padre sulla terra per tutelare la mia esistenza di bimbo, di fanciullo, di giovane. Con questo ho voluto insegnarvi, sia ai figli che ai padri, quanto sia grande la figura morale del padre. Ma avere un Padre di perfezione assoluta, quale è il Padre che è nei Cieli, è dolcezza delle dolcezze, aiuto degli aiuti. Guardate a questo Padre-Dio con timore santo, ma sempre più forte del timore sia l‘amore riconoscente per il Datore della vita in terra e in cielo. ―Sia santificato il Nome tuo. Con lo stesso movimento dei serafini e di tutti i cori angelici, ai quali e coi quali vi unite nell‘esaltare il nome dell‘Eterno, ripetete questa esultante, riconoscente, giusta lode al Santo dei Santi. Ripetetela pensando a Me che prima di voi, Io, Dio figlio di Dio, l‘ho detta con venerazione somma e con sommo amore. Ripetetela nella gioia e nel dolore, nella luce e nelle tenebre, nella pace e nella guerra. Beati quei figli che mai hanno dubitato del Padre e in ogni ora, in ogni evento, hanno saputo dirgli: ―Sia benedetto il tuo Nome!. ―

Venga il tuo Regno. Questa invocazione dovrebbe essere il battito del pendolo di tutta la vostra vita, e tutto dovrebbe gravitare su questa invocazione al Bene. Perché il Regno di Dio nei cuori, e dai cuori nel mondo, vorrebbe dire: Bene, Pace, e ogni altra virtù. Scandite perciò la vostra vita di innumeri implorazioni per l‘avvento di questo Regno. Ma implorazioni vive, ossia agire nella vita applicando il vostro sacrificio di ogni ora, perché agire bene vuol dire sacrificare la natura, a questo scopo.

Sia fatta la tua Volontà come in Cielo così in terra. Il Regno del Cielo sarà di chi ha fatto la Volontà del Padre, non di chi avrà accumulato parole su parole, e poi si è ribellato al volere del Padre, mentendo alle parole anzidette. Anche qui vi unite a tutto il Paradiso che fa la Volontà del Padre. E se tale Volontà la fanno gli abitanti del Regno, non la farete voi per divenire, a vostra volta, abitanti di lassù? Oh! gioia che vi è stata preparata dall‘amore uno e trino di Dio! Come potete voi non adoperarvi con perseverante volontà a conquistarla?

Chi fa la Volontà del Padre vive in Dio. Vivendo in Dio non può errare, non può peccare, non può perdere la sua dimora in Cielo, poiché il Padre non vi fa fare altro che ciò che è Bene, e che, essendo Bene, salva dal peccare, e conduce al Cielo. Chi fa sua la Volontà del Padre, annullando la propria, conosce e gusta dalla Terra la Pace che è dote dei beati. Chi fa la Volontà del Padre, uccidendo la propria volontà perversa e pervertita, non è più un uomo: è già uno spirito mosso dall‘amore e vivente nell‘amore. Dovete, con buona volontà, svellere dal cuore vostro la volontà vostra e mettere al suo posto la Volontà del Padre. Dopo avere provveduto alle petizioni per lo spirito, poiché siete poveri, viventi fra i bisogni della carne, chiedete il pane a Colui che provvede di cibo gli uccelli dell‘aria e di vesti i gigli del campo. ―Dacci oggi il nostro pane quotidiano. Ho detto oggi e ho detto pane.

Io non dico mai nulla di inutile. Oggi. Chiedete giorno per giorno gli aiuti al Padre. È misura di prudenza, giustizia, umiltà. Prudenza: se aveste tutto in una volta, ne sciupereste molto. Siete degli eterni bambini e capricciosi per giunta. I doni di Dio non vanno sciupati. Inoltre, se aveste tutto, dimentichereste Iddio. Giustizia: Perché dovreste avere tutto in una volta quando Io ebbi, giorno per giorno, l‘aiuto del Padre? E non sarebbe ingiusto pensare che è bene che Dio vi dia tutto insieme, sotto-pensando con sollecitudine umana che, non si sa mai, è bene avere oggi tutto nella tema che domani Dio non dia? La diffidenza, voi a ciò non riflettete, è un peccato. Non bisogna diffidare di Dio. Egli vi ama con perfezione. È il Padre perfettissimo. Chiedere tutto insieme urta la fiducia e offende il Padre Umiltà: il dover chiedere giorno per giorno vi rinfresca nella mente il concetto del vostro nulla, della vostra condizione di poveri, e del Tutto e della Ricchezza di Dio.

Pane . Ho detto ―pane perché il pane è l‘alimento-re, l‘indispensabile alla vita. Con una parola e nella parola ho chiuso, perché li chiedeste tutti, tutti i bisogni della vostra sosta terrena. Ma come sono diverse le temperature della vostra spiritualità, così sono diverse le estensioni della parola.

Pane-cibo per coloro che hanno una spiritualità embrionale al punto che è già molto se sanno chiedere a Dio il cibo per saziare il loro ventre. Vi è chi non lo chiede e lo prende con violenza, imprecando a Dio e ai fratelli. Costui è guardato con ira dal Padre poiché calpesta il precetto da cui vengono gli altri:

―Ama il tuo Dio con tutto il tuo cuore, ama il tuo prossimo come te stesso.

―Pane-aiuto nelle necessità morali e materiali per chi non vive solo per il ventre, ma sa vivere anche per il pensiero, avendo una spiritualità più formata.

―Pane-religione per coloro che, ancora più formati, antepongono Dio alle soddisfazioni del senso e del sentimento umano e già sanno muovere le ali nel soprannaturale.

―Pane-spirito, pane-sacrifecio a quelli che, raggiunta l‘età piena dello spirito, sanno vivere nello spirito e nella verità, occupandosi della carne e del sangue solo quel tanto che è strettamente necessario per continuare ad esistere nella vita mortale, finché sia l‘ora di andare a Dio. Questi hanno ormai scalpellato se stessi sul mio modello e sono copie viventi di Me, sulle quali il Padre si curva con abbraccio d‘amore.

―Perdonaci i nostri debiti come noi li perdoniamo ai nostri debitori. Non v‘è, nel numero dei creati, nessuno, eccetto mia Madre, che non abbia avuto da farsi perdonare dal Padre colpe più o meno gravi a seconda della propria capacità d‘esser figli di Dio. Pregate il Padre che vi cancelli dal novero dei suoi debitori. Se lo farete con animo umile, sincero, contrito, piegherete l‘Eterno in vostro favore. Ma condizione essenziale per ottenere, per essere perdonati, è di perdonare. Se vorrete solo e non darete pietà al vostro prossimo, non conoscerete perdono dell‘Eterno. Dio non ama gli ipocriti e i crudeli, e colui che respinge il perdono al fratello respinge il perdono del Padre a se stesso. Considerate inoltre che, per quanto possiate essere stati feriti dal prossimo vostro, le vostre ferite a Dio sono infinitamente più gravi. Questo pensiero vi spinga a perdonare tutto come Io perdonai per mia Perfezione e per insegnare il perdono a voi.

―Non ci indurre in tentazione ma liberaci dal male. In tentazione Dio non vi induce. Dio vi tenta con doni di Bene soltanto, e per attirarvi a Sé. Voi, interpretando male le mie parole, credete che esse vogliano dire che Dio vi induca in tentazione per provarvi. No. Il buon Padre che è nei Cieli il male lo permette, ma non lo crea. Egli è il Bene da cui sgorga ogni bene. Ma il Male c‘è. Ci fu dal momento in cui Lucifero si aderse contro Dio. Sta a voi fare del Male un Bene, vincendolo e implorando dal Padre le forze per vincerlo.

Ecco cosa chiedete con l‘ultima petizione. Che Dio vi dia tanta forza da sapere resistere alla tentazione. Senza il suo aiuto la tentazione vi piegherebbe perché essa è astuta a forte, e voi siete ottusi e deboli. Ma la Luce del Padre vi illumina, ma la Potenza del Padre vi fortifica, ma l‘Amore del Padre vi protegge, onde il Male muore e voi ne rimanete liberati. Questo è quanto chiedete col Pater che Io vi ho insegnato. In esso vi è tutto compreso, tutto offerto, tutto chiesto di quanto è giusto sia chiesto e dato. Se il mondo sapesse vivere il Pater, il Regno di Dio sarebbe nel mondo. Ma il mondo non sa pregare. Non sa amare. Non sa salvarsi. Sa solo odiare, peccare, dannarsi. Ma Io non ho dato e fatto questa preghiera per il mondo che ha preferito essere regno di Satana. Io ho dato e ho fatto questa preghiera per coloro che il Padre mi ha dato perché sono suoi, e l‘ho fatta affinché siano una cosa sola col Padre e con Me fin da questa vita, per raggiungere la pienezza dell‘unione nell‘altra.»

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TSUNAMI: CIO’ CHE ALLA SCIENZA SFUGGE

Recentemente il professor Roberto de Mattei, affrontando in termini teologici, il recente terremoto in Giappone, ha sollevato un forte dibattito. Cosa ha detto di così particolare il De Mattei? Ha proposto una domanda che da sempre angustia l’uomo: unde malum? Questa domanda è il più grande scandalo con cui ognuno di noi abbia a che fare. “Perché?” ci chiediamo tutti, quando il telegiornale ci presenta morti violente, omicidi efferati e mostruosità di cui l’uomo si rende protagonista.
A questa domanda vi sono due risposte: il credente tira in ballo il peccato originale, la legge di Dio, la libertà umana.

L’ateo, invece, prova a giustificare con il determinismo (Lombroso), la società che corrompe gli individui (Rousseau), il domani in cui, passando per i gulag e i tribunali rivoluzionari, non vi saranno più né ladri, né delinquenti, e quindi, come promettevano Marx e i suoi epigoni, neppure polizia, eserciti e tribunali.
Altri ancora negano del tutto l’esistenza del male morale, in nome di un totale relativismo, oppure si limitano a non proporre alcun tentativo di risposta, ma il problema del Bene e del male, del Vero e del falso rimane.

Oltre al male morale, di cui l’uomo è personalmente colpevole, ha aggiunto de Mattei, ci sono i mali “naturali”, che avvengono senza colpa specifica: un figlio che nasce malato, un terremoto, una catastrofe naturale.
Anche di fronte a questi fatti vi sono due atteggiamenti possibili.

Vediamo prima quello dei Voltaire e degli atei di ogni epoca: per costoro le catastrofi naturali sono la dimostrazione che Dio non esiste, o che, se c’è, non si prende cura dell’uomo. La conseguenza filosofica è chiara: siamo solo “bambocci di carne”, agglomerati di atomi, figli del caso e della necessità, macchine complesse destinate ai vermi… In quest’ottica, si badi bene, che l’uomo muoia prima o dopo, per terremoto o per un embolo, a gruppi di 5 o di 10, non cambia molto.

Perché ti stupisci che io non mi curi di te – dice all’Islandese la Natura dell’ateizzante Leopardi – che io ti perseguiti con il freddo e il caldo, i terremoti e gli tsunami? Tu non sei niente, non vali niente, sei solo parte di un immenso meccanismo cieco che tutto stritola, e che non distingue tra uomini e formiche.

Diciamoci la verità: se l’uomo non è altro che materia, e solo materia, perché addolorarci così tanto per un terremoto che uccide migliaia di uomini e non per una pioggia che allaga un formicaio?
Questa, se fossero coerenti, dovrebbe essere la posizione dei membri dello Uaar che urlano contro de Mattei: “terremoto del Giappone e tsunami sono l’equivalente di una tempesta che distrugge una tonnellata di mele, o che stermina un formicaio”. Come un “colpo di fortuna”, per dirla con R. Dawkins, ha generato l’universo e l’uomo, così liberi “colpi di sfiga” si incaricano di tanto in tanto di devastare Terra e individui.
De Mattei, al contrario, propone una visione diversa, una visione cattolica. Non piace? Liberissimi. Ma non occorre urlare contro il retrogrado che dovrebbe dimettersi perché il suo pensiero non sarebbe “scientifico”.

Come ragiona de Mattei? Sentiamolo: “se Dio permette i terremoti e altre sciagure esistono ragioni che Egli conosce e che noi non conosciamo”; perciò dobbiamo “accettare la volontà di Dio dinanzi alle catastrofi naturali, pur facendo tutto quanto è in nostro potere per evitarle”. Traduco: nascono figli Down? Facciamo di tutto per evitarli, ma se ci nasce, accettiamolo e amiamolo così. Avvengono catastrofi naturali: studiamo ogni modo per evitarle, ma se accadono, ciò non dimostra che l’universo sia, per utilizzare una espressione della Margherita Hack, solo una grande scorreggia (“il Big Bang è la più grande scorreggia dell’universo da cui è nato tutto quello che noi possiamo osservare”).

Spieghiamo allora il punto di partenza di questo ragionamento: Dio esiste ed è Padre.

Questo non è sempre ben chiaro, e ben visibile. Eppure, nonostante l’apparente indifferenza e ostilità del cosmo e delle forze naturali verso l’uomo, non è altrettanto vero che proprio l’evoluzione cosmica si è organizzata in modo tale da produrre quelle straordinarie e improbabilissime condizioni necessarie al “miracolo” della vita, come scriveva il genetista ateo Francis Crick, e al miracolo, ben più grande, dell’uomo? Per un credente, insomma, Dio c’è e l’uomo è immortale. Per questo occorre cercare di capire, almeno in piccola parte, perché, nonostante questo, il male accada.Scrive de Mattei, utilizzando anche le parole di mons. Manzella: “La grandezza della Divina Provvidenza si manifesta soprattutto nella capacità di Dio di trarre il bene dal male fisico e morale dell’universo, quel male che egli non causa, ma che permette per un fine superiore… Nessuno può dire con certezza se il terremoto di Messina o quello del Giappone sia stato un castigo di Dio… Per quale fine in concreto Dio ha operato in un caso speciale? Per quale fine Messina e Reggio sono state distrutte? Chi potrebbe dirlo? E possibile fare delle congetture, non è possibile affermare alcuna cosa con certezza. Intanto per noi, al nostro scopo, basta la sicurezza, che le catastrofi possono essere, e talora sono esigenza della giustizia di Dio”.

Ancora: “Le grandi catastrofi sono certamente un male, però non sono un male assoluto, ma una male relativo, dal quale sorgono beni di ordine superiore e più universali. La luce della fede ci insegna che le grandi catastrofi, o sono un richiamo paterno della bontà di Dio, o sono esigenze della divina giustizia, che infligge un castigo meritato, o sono un tratto della divina misericordia, che purifica le vittime aprendo loro le porte del Cielo. Perché il Cielo è il nostro destino eterno”.
Analogamente, Alessandro Manzoni, descrivendo don Rodrigo colpito dalla peste, fa dire a Fra Cristoforo: “può essere castigo o misericordia”. Oppure castigo e misericordia insieme.
In verità il credente non gioca a fare il Padreterno, non sa perché Dio permetta la nascita di un figlio Down o un terremoto, ma immagina che un significato che gli sfugge, ci sia. Così come hanno fatto tutti i popoli, che hanno sempre dato un significato metafisico al “diluvio universale”.
La giornalista Flavia Amabile, ritenendo di dire cosa acuta, ha scritto che il discorso di De Mattei è condotto “in modo piuttosto anomalo per il suo ruolo”, secondo “un punto di vista non particolarmente basato sulla scienza”.
Forse la Amabile dovrebbe tenere presenti tre cose.
La prima: che a radio Maria de Mattei non parla come vicepresidente del Cnr, ma come cattolico.
La seconda: che la spiegazione scientifica del male morale, non esiste, e quella del male naturale, non basta. Se bastasse, bisognerebbe dire che il figlio Down è solo un errore di trascrizione genetica, cioè un essere naturalmente inferiore; e che il terremoto non è altro che un aggiustamento, più o meno casuale, della crosta terrestre. Un’altra scorreggina, insomma…
Ma questa spiegazione “scientifica” non soddisfa, perché l’uomo non è una formica né una mela, e anela al perché metafisico di ciò che accade. Per questo di fronte al Down è capace di vedere in profondità, la dignità immortale di un uomo come gli altri, e di fronte al dramma di un terremoto, non può che implorare Dio, o anche maledirlo.

Infine, la Amabile dovrebbe sapere che i più grandi scienziati della storia (Copernico, Galilei, Keplero, il fondatore della geologia Stenone, Galvani, Volta, Mendel, Pasteur, Maxwell, Planck…) erano religiosi, credevano cioè al peccato, all’anima, a Dio, alla Transustanziazione, e persino all’Apocalisse (vedi Newton), senza che per questo qualcuno si sognasse accusarli di “un punto di vista non particolarmente basato sulla scienza”. Nessuno di loro avrebbe mai rinunciato a chiedersi il perché ultimo del problema del male. Forse anche perché giornalisti di un certo tipo, a quei tempi, per loro fortuna, non c’erano…

di Francesco Agnoli – http://www.culturacattolica.it/default.asp?id=17&id_n=27386

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CROCIFISSO IN AULA: L’EUROPA APPROVA

18/03/2011 – A grande maggioranza, la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo assolve l’Italia: la croce nelle scuole pubbliche non viola la libertà di educazione. Il costituzionalista Andrea Simoncini spiega perché è una decisione «realista»

«È una sentenza estremamente importante: perché è pronunciata sui fatti, non sulle ideologie». Il costituzionalista Andrea Simoncini commenta a caldo per Tracce.it la sentenza con cui la Grande Chambre della Corte europea dei diritti dell’uomo ha “assolto” l’Italia sulla presenza del crocifisso nelle scuole. La battaglia a colpi di ricorsi era stata portata avanti da una famiglia di Abano Terme contro il Governo italiano. Il caso è arrivato a Strasburgo dopo essere passato per due volte dal Tar del Veneto, dalla Corte Costituzionale e dal Consiglio di Stato (qui la ricostruzione della vicenda).
La motivazione dei due genitori “anti-crocifisso”, era a grandi linee la seguente: «È una battaglia civile. Se io a casa insegno ai miei figli che l’uomo è figlio dell’evoluzione, e poi a scuola un professore sostiene invece che siamo tutti figli di Dio, quel crocifisso che sta alle sue spalle gli conferisce una autorità superiore alla mia».
La Grande Chambre gli ha dato torto. Con una sentenza definitiva, inappellabile. Un collegio di diciassette giudici ha, in sostanza, stabilito (a larghissima maggioranza: 15 a 2) che il crocifisso appeso in aula non viola l’art. 2 del Protocollo n. 1 della Convenzione dei diritti dell’uomo, che è relativo al diritto all’istruzione: l’Italia, cioè, non lede la libertà di educazione. Così è stata ribaltata la sentenza di primo grado del 3 novembre 2009, con cui la Corte di Strasburgo aveva condannato il nostro Paese.

Perché è una sentenza “sui fatti”?
Perché l’approccio della sentenza, a una prima lettura, appare molto realista. Nel senso che la Grande Chambre ha chiamato le cose con il loro nome. Innanzitutto, afferma che la croce è un simbolo religioso. Questo è notevole, dal momento che uno degli argomenti usato da più governi nella “difesa” del crocifisso giocava proprio in questa direzione: non si tratta di un simbolo religioso, ma culturale. Invece, la Corte ribadisce che è «prima di tutto un simbolo religioso». Questo è un primo aspetto per cui la sentenza si basa sui fatti, su “come stanno le cose”.

La sentenza afferma che, pur essendo un simbolo religioso, non lede la libertà di educazione, perché non ci sono elementi che attestano «l’eventuale influenza che l’esposizione di un simbolo di questa natura sulle mura delle aule scolastiche potrebbe avere sugli alunni».
Questo è un secondo fattore di realismo. Per la Corte è evidente che un crocifisso appeso al muro di un’aula non è in grado di indottrinare nessuno. Perché ci sia indottrinamento deve esserci un pensiero proposto contro la libertà, e non alla libertà. Dovrebbe esserci un’educazione imposta con violenza, con l’alterazione della libertà di coscienza.

Infatti la sentenza dice che lo Stato italiano non svolge «un’opera di indottrinamento» perché non prevede «l’insegnamento obbligatorio del cristianesimo» e perché «lo spazio scolastico è aperto ad altre religioni». Per cui non sussistono elementi a indicare che «le autorità siano intolleranti».
Ma, soprattutto, specifica che il crocifisso «è un simbolo essenzialmente passivo, la cui influenza sugli alunni non può essere paragonata a un discorso didattico o alla partecipazione ad attività religiose». Solo un insegnamento può realizzare la funzione educativa.

Ma questo non toglie che Massimo Albertin e Soile Lautsi, i due genitori che hanno portato l’Italia e il crocifisso di fronte ai giudici, si sentano ledere nella libertà di educazione dei figli Dataico e Sami, che all’inizio della vicenda nel 2002 frequentavano la scuola media.
Qui si pone l’altro passaggio decisivo della sentenza. Giuridicamente fondamentale. La sentenza stabilisce che «la percezione soggettiva che mi è stato reso un diritto non basta ad affermare che quel diritto è stato leso». Affermando che la percezione personale «non è sufficiente», la Corte rigetta l’idea che qualsiasi sensazione, come qualsiasi desiderio, costituiscano di per sé un diritto o la violazione di un diritto. Soprattutto quando si parla di coscienza, educazione, libertà. Ma, in questa direzione, la Corte fa un’altra sottolineatura decisiva.

Quale?
Osserva che la presenza del crocifisso ha lasciato «intatto» il diritto della madre «in quanto genitrice di spiegare e consigliare i suoi figli, di orientarli verso una direzione conforme alle proprie convinzioni filosofiche». Questo significa affermare che l’educazione non può mai essere delegata a una struttura: in qualsiasi ambiente un ragazzo si trovi, la sua educazione è rimandata innanzitutto alla responsabilità della famiglia, dei genitori.

La sentenza d’assoluzione ha trovato una maggioranza molto ampia: quindici giudici su diciassette.
Questo è un ulteriore elemento molto significativo. Indipendentemente dalla brutta abitudine di prendere per definitive sentenze che definitive non sono, la Grande Chambre ha espresso un orientamento molto forte. Considerando, soprattutto, che nel collegio erano rappresentati Paesi come Francia, Grecia, Regno Unito, Danimarca, Finlandia, Svizzera, Russia…

Ma non lascia interdetti che sia stata completamente ribaltata la sentenza di primo grado della Corte di Strasburgo?
Si resta perplessi perché si percepiscono i giudici come delle divinità. Invece sono uomini come tutti gli altri. Per cui, questi diciassette giudici hanno valutato la materia diversamente e in modo più ampio (la prima sentenza era stata emessa da sette giudici). Evidentemente ha giocato in loro l’insuperabile principio di Churchill: «Solo un imbecille, tra coerenza e verità, sceglie la coerenza». Ma, soprattutto, bisogna tenere presente che – in una materia come questa – è preponderante la discrezionalità della Costituzione del singolo Paese. La Corte Europea non ha ceduto alla tentazione di stabilire una nozione di religiosità uguale per tutti. L’Europa è un soggetto di pluralismo costituzionale, i vari Stati si comportano diversamente anche rispetto alla visibilità dei simboli: la Corte deve garantire che la materia venga regolata innanzitutto dai valori e dall’identità costituzionale di ciascun Paese. Questa sentenza, del resto, è l’esempio che quando l’Europa “fa presente” la sua cultura, il suo volto, anche le Corti non risultano più abbandonate negli uffici di Strasburgo ma sono chiamate a prendere una posizione forte. Che può contrapporsi a iniziative irrazionali e pregiudiziali. Ideologiche.

Da http://www.tracce.it/?id=376&id_n=20937

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JOHN FINNIS: LA MIA CONVERSIONE

Uno dei maggiori riformulatori del giusnaturalismo è unanimemente considerato John Finnis. Docente nelle prestigiose Università di Oxford e Notre Dame, ateo negli anni della giovinezza, è quindi passato a una visione teistica, arrivando a convertirsi al cattolicesimo dopo il primo anno di permanenza a Oxford. Descrive così questi passaggi in un’intervista su Avvenire: «Avevo due amici all’Università di Adelaide che fecero un viaggio simile al mio e nei medesimi anni, tuttavia seguendo autori e riferimenti diversi. Arrivammo alla consapevolezza, attraverso lo studio e la riflessione, che Dio esisteva, che era intervenuto nella storia e che la fede cattolica era la sola, seria possibile espressione di tale divina rivelazione. E la Chiesa cattolica era l’unica seria candidata a essere la comunità fondata per trasmettere tale rivelazione e la grazia di Dio fino alla fine dei tempi». Continua il filosofo: «A me furono di grande aiuto per superare David Hume e Bertrand Russell alcuni libri sull’empirismo inglese scritti da un sacerdote e filosofo inglese scomparso prematuramente durante il Concilio, D.J.B. Hawkins. Ma importanti furono anche le letture di Newman, specialmente l’Apologia pro vita sua, e la critica dell’empirismo fatta del gesuita Bernard Lonergan».

Finnis ha elaborato una filosofia della legge naturale che verte su una serie di “basic goods” di evidenza antropologica, i quali non necessitano di essere di per sé dei credenti in Dio. Lui la spiega così: «Tutta la realtà poggia ontologicamente o “presuppone” un’esistenza divina, una Creazione e una Provvidenza. Ma uno può occuparsi di fisica anche senza occuparsi del suo presupposto ontologico definito filosoficamente. Allo stesso modo, uno può arrivare molto lontano nella ragion pratica senza doversi confrontare con le primissime precondizioni ontologiche (metafisiche) dei beni verso i quali si orienta. L’ordine epistemologico della scoperta e l’ordine metafisico della dipendenza seguono direzioni opposte, è possibile quindi trovare un punto di incontro con tutti coloro che non siano nichilisti dogmatici».

Il filosofo conclude elogiando il pensiero di San Tommaso: «Tutta la mia filosofia della ragione pratica, della legge naturale, della giustizia, della legge positiva, dell’intenzione e dell’azione, i miei lavori sulla teologia naturale seguono profondamente la linea, per quanto posso giudicare, di san Tommaso. In particolare, la sua teoria della legge positiva è di un tale livello che non è stata veramente mai superata. Il mio lavoro a riguardo è poco più che una sua elaborazione». In un’intervista per II Tempo, oltre a elogiare il Santo Padre e il suo discorso a Ratisbona, ha dichiarato: «Considero Tommaso un fondatore del pensiero moderno perché è alla lunga il più lucido e comprensivo divulgatore delle parti migliori della migliore tradizione filosofica della storia umana». Ha poi accennato anche alla portata dei cambiamenti culturali inaugurati dalla contraccezione: «è emersa l’auto-distruzione demografica delle culture che li hanno abbracciati».

Da http://www.uccronline.it/2011/03/11/john-finnis-il-filosofo-di-oxford-racconta-la-sua-conversione-al-cattolicesimo/

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PROVVIDDENZA O PIANIFICAZIONE?

Satana non allontana dalla fede, ma suggerisce a ciascuno di salvare se stesso, lo incoraggia a fabbricare il suo piccolo cielo privato, e la sua superbia lo rende “manager dell’autosufficienza e padre dell’utopia”, cioè i mali della modernità. Infatti voler creare da sé la felicità, propria e degli altri, significa “scambiare la provvidenza per la pianificazione“, misconoscere il ruolo della Grazia, che chiede non di fare, ma di lasciar fare Dio in noi.
Il demonio non si abbandona, è un self-made man e considera questo suo incatenarsi al peccato come un’emancipazione, mentre la santità gli sembra una forma di orgoglio. Se Dio è amore, anche il diavolo lo è, ma il suo è amor proprio. Quando si incontra il diavolo non si tratta quindi di vedere chi è più forte, ma di riconoscersi debole; non si tratta di capire chi è il più acuto, ma di voler essere il più capace di amore.

Lucetta Scaraffia, Intervista a Fabrice Hadjadj, L’Osservatore Romano, 2 luglio 2010

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DALL’ABORTO AL PRO-LIFE

Norma McCorvey è la giovane mamma che nel 1973 strappò alla Corte Suprema degli Stati Uniti la famosa decisione che decretò la libertà di abortire negli USA. Consacrata a simbolo del femminismo e del laicismo americano, lesbica dichiarata, militante pro aborto, succesivamente al fatto raccontato qui sotto, si è convertita alla fede cattolica nel 1996.
Oggi è attiva sostenitrice della tutela della vita umana sin dal concepimento.

«Ero seduta in un ufficio, quando ho notato un poster con uno sviluppo fetale. La crescita del feto era così evidente, gli occhi erano così dolci. Il mio cuore mi faceva male solo a guardali. Sono corsa fuori dalla stanza e mi sono detta: “Norma, hanno ragione”.

Qualcosa in quel poster mi ha fatto perdere il respiro, continuavo a vedere l’immagine di quel piccolo embrione di 10 settimane, e non ho potuto non dire: “questo è un bambino”. E’ come se un paraocchi mi fosse caduto gli occhi, ho capito subito la verità: è un bambino!

Mi sentivo schiacciata sotto la verità di questa realizzazione.

Ho dovuto affrontare una realtà terribile: l’aborto non si trattava di un “prodotto del concepimento” o di “periodo mancato”. Si trattava di bambini uccisi nel grembo della madre. In tutti quegli anni mi ero sbagliata.

Tutto il mio lavoro nelle cliniche abortiste era sbagliato.

Divenne chiaro, dolorosamente chiaro»

Qui la testimonianza integrale (in inglese):

http://www.leaderu.com/common/roev.html

Qui la testimonianza video:

http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=YQzdMv6nW4o

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