SCIENZA ED INTELLIGENZA CREATRICE

Il Presidente della Federazione Mondiale degli Scienziati, Antonino Zichichi, ha scritto un interessante articolo su La Bussola […]. Il tema è il “terzo Big-Bang”, cioé il passaggio da un universo con vita priva di ragione ad un universo con vita dotata di ragione. L’universo avrebbe potuto essere esattamente com’è, con le stesse strutture e gli stessi dettagli, ma privo della nostra presenza. Lo scienziato sottolinea che si è scoperto solo una parte delle stelle è come il Sole, anche se nessuna è identica a un’altra. Se il nostro Sole fosse più grande, moriremmo di caldo; più piccolo, moriremmo di freddo; ferma restando la condizione di rimanere alla stessa distanza dal Sole nella quale ci troviamo ora.

Noi non abbiamo scelto questa distanza, nè abbiamo stabilito quale dovesse essere la massa del Sole. Non solo: se la Terra fosse più piccola, quindi più leggera, non potrebbe tenere legato a sé quello strato d’aria cui diamo il nome di atmosfera e che ci permette di vivere. Se la Terra fosse più pesante, dovremmo avere una struttura ossea e muscolare adeguata alla forza gravitazionale in gioco.

Ovviamente -continua Zichichi- sappiamo che ci sono nell’universo duecento miliardi di galassie, ciascuna contenente duecento miliardi di stelle. Il totale fa quarantamila miliardi di miliardi di posti in cui potrebbe esserci la vita così come è da noi, sulla Terra. Questo numero deve, però, essere messo a confronto con i dettagli necessari per dar vita a qualcosa di analogo alla nostra forma di materia vivente, dotata di quella proprietà cui diamo il nome di “ragione”. Allora, il problema è quello di capire quanti dettagli debbono essere presenti per arrivare a una forma di materia vivente capace di una attività intellettuale (la ragione) simile alla nostra, in grado di scoprire le grandi conquiste cui è arrivata la nostra forma di materia vivente.

Calcolando tutte le condizioni necessarie per arrivare alla materia vivente dotata di ragione, se ne deduce che le stelle presenti nel nostro universo sono troppo poche. Ce ne vorrebbe un numero di gran lunga superiore a quello prima citato – quarantamila miliardi di miliardi – per potere realizzare quell’enorme quantità di “dettagli” necessari all’esistenza della materia vivente dotata di “ragione”. A conti fatti, risulta che, con il numero di stelle e galassie che compongono l’universo, l’esistenza della materia vivente dotata di ragione è davvero un miracolo. Dovrebbero esistere centomila miliardi di miliardi di miliardi di universi per averne uno dotato di vita come la nostra. Fu il padre della scienza, Galileo Galilei, a dire che “Colui che ha fatto il mondo” è più intelligente di tutti. Doveva toccare a un cattolico come Galileo Galilei, scoprire le prime Leggi Fondamentali della Natura da lui chiamate “le prime impronte del Creatore”.

Sono veramente tanti gli scienziati che confermano questa evidenza. Citiamo ad esempio il Nobel per la Fisica, Tony Hewish, spiega a Il Foglio del 9/2/08«Dall’osservazione scientifica mi sembra, sia per gli esseri viventi che per gli elementi fondamentali della vita, vi sia un messaggio molto chiaro. E il messaggio è questo: l’universo è stato prodotto da un essere intelligente». Anche l’ex paladino dell’ateismo scientifico (ci piace chiamarlo spesso in causa proprio per la sua radicale conversione e per la sua attualtià), Antony Flew, dopo la conversione ha sostenuto in un’intervista alla Bbc nel 2004 e nel suo libro “Dio esiste. Come l’ateo più famoso del mondo ha cambiato idea” (Alfa & Omega 2010), che una «superintelligenza è l’unica spiegazione valida dell’origine della vita e della complessità della natura». La razionalità dell’uomo quindi è proprio la scatola nera degli atei materialisti: non è possibile infatti che essa emerga mediante processi naturali non guidati.

Da http://www.facebook.com/home.php#!/pages/Scienza-e-Fede/137967229558980?v=wall

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ROSMINI: DIFENDERCI DALLE PRETESE ESASPERATE DELLA MODERNITA’

L’impegno centrale per Rosmini è quello di ripensare la tradizione del pensiero cristiano alla luce delle esperienze filosofiche della modernità; egli non vuole cadere nel razionalismo e nel soggettivismo moderno ma, nello stesso tempo, intende creare un’armonia tra filosofia moderna e tradizione.

Il male della contemporaneità è individuabile nell’esasperazione razionalistica che si esprime con diversi volti: scetticismo, materialismo, idealismo, panteismo. Il recupero ed insieme il giudizio critico sulla filosofia moderna, il suo antirazionalismo, si traduce a livello politico nel principio anti-perfettistico. Non bisogna negare le moderne libertà dello Stato bensì denunciare le sue pretese perfettistiche ovvero le pretese di “giungere all’invenzione di un’organizzazione sociale che antivegga e preoccupi tutta l’umana perversità” e, per raggiungere un simile obiettivo, esser disposti a calpestare la libertà personale e il diritto soggettivo.

L’antiperfettismo, in linea con quello che sarà lo svolgimento della Dottrina sociale della Chiesa, denuncia l’illusione, di matrice razionalistica, di poter creare una società perfetta e capace di rimedio completo ai mali del mondo esaurendo così la responsabilità dell’individuo.

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CRISTIANI E PENSIERO SOCIALE: UNA VIA DA RISCOPRIRE

«Ciò che unisce tra loro il pensiero dei cattolici liberali italiani è l’idea di persona libera e responsabile». È forse questa la frase che meglio sintetizza l’affascinante complessità della lunga tradizione “politica” dei cattolici italiani negli ultimi due secoli. Il tema, del resto, non sembra aver esaurito la propria spinta propulsiva né, tantomeno, la specifica forza dirompente all’interno dello scenario politico nazionale. Nemmeno dopo 150 anni, nemmeno dopo le conquiste del ‘900, nemmeno ora che si è aperto il terzo millennio. La questione, insomma, è rimasta viva durante tutte le stagioni che hanno attraversato la storia contemporanea ed è ancora in divenire, e resta sempre attuale.

Il pensiero cattolico dei liberali italiani è stato recentemente affrontato e descritto, in maniera agevole e fluida, dallo studioso DARIO ANTISERI attraverso la pubblicazione di un suo prezioso pamphlet intitolato Il liberalismo cattolico italiano (Rubbettino, pp. 146, € 8,00). La storia raccontata in questo libro di Antiseri, intelligentemente raccolta in un fruibile formato tascabile, affonda nei testi, nelle biografie e nelle personalità più importanti della tradizione cattolico-liberale italiana che va, appunto, come recita il sottotitolo, “dal Risorgimento ai nostri giorni”. Tra i nomi dei protagonisti di questa carrellata vanno segnalati senz’altro Antonio Rosmini, Vincenzo Gioberti, Alessandro
Manzoni, Romolo Murri, don Sturzo. Oltre, ovviamente, Luigi Taparelli d’Azeglio, Gioacchino Ventura, Raffaello Lambruschini e Angelo Tosato. A cui si aggiunge, non a caso, l’apporto dato da Luigi Einaudi, uomo politico allo stesso tempo liberale e cattolico, che era solito mettere in guardia i suoi lettori dalle falsità e dalle distorsioni che il pensiero e l’azione liberale continuamente dovevano subire da parte dei suoi più acerrimi avversari. Una manipolazione sistematica della parola “liberale” che, purtroppo, a quanto pare, prosegue ancora oggi. A tal proposito, Dario Antiseri riporta nel suo libro quel passo in cui Einaudi denuncia come falsa l’idea «che i liberali siano fautori dello Stato assente». E poi prosegue: «Che Adam Smith sia il campione assoluto del lasciar fare e lasciar passare sono bugie … ma, per essere grosse, sono ripetute dalla più parte dei politici» che in più, evidentemente, non sapevano e non sanno in che cosa consista il pensiero liberale. E di conseguenza non conoscono la storia o il pensiero dei cattolici liberali.

Come non ricordare, perciò, Alessandro Manzoni quando, in una lettera del 28 febbraio 1848, indirizzata ad Antonio Rosmini, scrisse: «Io laico in tutti i sensi», sottolineando così il suo voler rivendicare a se stesso e agli altri un approccio laico rispetto alla sua fede cattolica e, quindi, la possibilità di far convivere in armonia questa compresenza interiore dettata dalla convinzione che l’uomo non è “nato libero”, come sosteneva Rousseau, ma deve conquistarsi la propria libertà anche rispetto alla corruzione e all’oppressione dello Stato o della Chiesa. E seguendo questo filo rosso, Antiseri prosegue il suo viaggio valorizzando e rafforzando la tesi secondo cui «la vera libertà –
come affermava Luigi Taparelli D’Azeglio – anche nell’economia, non istà nella libertà delle passioni, ma nella sicurezza dei diritti».

L’autore, inoltre, ricorda come Rosmini, da parte sua, asseriva spesso che «le persone sono principio e fine dello Stato» e che «la proprietà privata è uno strumento di difesa della persona dall’invadenza dello Stato». Per poi, ovviamente, scagliarsi contro gli assolutismi ideologici o statalisti attraverso la critica al cosiddetto “perfettismo”. Perché, affermava il filosofo Antonio Rosmini, «il perfettismo è effetto dell’ignoranza e frutto di un “baldanzoso pregiudizio”. Il perfettista ignora il principio ontologico della limitazione delle cose». A una tale linea di pensiero si ricollega, ancora una volta, per esempio, il ragionamento di Einaudi quando scrive che «l’unica garanzia di salvezza
contro l’errore, contro il disastro, dunque, non è la dittatura; ma è la discussione». Perché la verità «non è mai sicura in se stessa, se non in quanto permette al principio opposto di contrastarla e di cercare di dimostrarne il vizio». Insomma, per sintetizzare, Einaudi invitava sempre a «conoscere per deliberare».

Tra i tanti nomi presenti nel libro, comunque, spicca quello di Luigi Sturzo che, al suo rientro in Italia, dopo la Seconda guerra mondiale, in virtù dell’esperienza e delle conoscenze acquisite in Inghilterra e negli Usa, accentuò il suo carattere di difensore della libertà «per tutti e sempre». E si prodigò per spiegare, in tutte le sedi politiche, che “lo statalismo non risolve mai i problemi economici e per di più impoverisce le risorse nazionali; complica le attività individuali, non solo nella vita materiale e degli affari, ma anche nella vita dello spirito”. E poi, ancora, Gioberti, Ventura e Lambruschini. Un susseguirsi coerente e lineare degli uomini che hanno fatto la storia del pensiero e dell’azione cattolico-liberale. Soprattutto Manzoni e Rosmini, i due principali punti di riferimento per molti di loro. Ed è proprio Rosmini che riesce a spiegare il “metodo” attraverso cui, non solo è possibile e realizzabile, ma è addirittura necessario, concretizzare l’incontro tra il pensiero liberale e la migliore tradizione cattolica. In modo che, finalmente, «a forza di ragionare insieme non si giunge a convincersi che in molte cose già si conviene senza saperlo, le sole espressioni, le sole forme variando, non il pensiero ultimo che è uguale». Nel libro di Dario Antiseri, insomma, si ritrovano molte delle idee e degli insegnamenti che si ascoltano anche negli ambienti laici. Come l’idea espressa esplicitamente da Rosmini secondo cui «gli individui non si possono intendere, se non parlano molto fra loro; se non si comunicano a lungo, di continuo, i propri individuali sentimenti; se le idee imperfette dei singoli non ricevono perfezione dallo scontro con le idee di tutti».

di Pier Paolo Segneri

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CONFUSIONE POLITICA? CI PENSA ROSMINI

Gli interessi di Rosmini per la politica, intesa come teoria e prassi, iniziano da quando era molto giovane e terminano sul letto di morte. Il suo primo grande studio politico lo compie giovanissimo, gli ultimi interessi li coltiva sulla nascente Italia unita (stava morendo quando gli comunicano la decisione di Cavour di partecipare alla guerra di Crimea, decisione che approva). In mezzo poi abbiamo le due grandi opere della maturità: Filosofia della politica e Filosofia del diritto. Io qui mi limiterò solo ad illustrare qualcuno dei numerosi principi di filosofia della politica da lui elaborati.

1.Fine prossimo del politico è l’utilità. E’ un principio importante, perché ci aiuta a comprendere meglio il politico, cioè a giudicare equamente sulla sua importanza ma anche sui suoi limiti. Egli in sostanza persegue il bene comune, ma non tutto il bene, bensì quei beni che Tommaso chiamava “commutabili” o temporali o contingenti, per distinguerli invece dai beni eterni, spirituali. Il politico allora è preposto alla corretta amministrazione del dare e dell’avere, sta attento che nella corsa ai beni temporali venga conservata la giustizia ed a ciascuno venga riconosciuto ciò che gli spetta per diritto. Ovviamente questi beni non sono avulsi dai beni etici e spirituali, perché l’uomo è una unità e quando persegue l’utilità svincolata dalla giustizia etica crea nella società dei nodi che la straziano. Però c’è una diversità fra il politico ed altre forme di servizio sociale, quali il filosofo, il moralista, il sacerdote. Questi ultimi trattano valori immutabili, quali la verità l’etica la religione, chiari, non negoziabili. Il politico invece tratta beni mutevoli, non molto chiari, soggetti a scelte opinabili perché non accompagnati da certezze assolute. Inoltre il politico ha a che fare con persone che a volte sono dei poveri cristi, deve continuamente essere accompagnato dal consenso, si trova a decidere tra persone che cambiano umore, talvolta si trova a rappresentare una società che è lontana dai principi morali. Suo compito allora non è la giustizia astratta, ma quel tanto di giustizia possibile nel tipo di società in cui si trova. La sua virtù maggiore sarà la prudenza: il dono di prendere la decisione pratica migliore nel vissuto sociale che gli è stato dato da amministrare. La prudenza non è un cedere ai cittadini, ma un portarli verso il bene comune a piccoli passi, facendo opera di convinzione ma non allontanandosi astrattamente dal cittadino. Se comprendiamo bene questa massima, capiremo che molte critiche fatte da noi ai politici sono ingiuste: chiediamo loro di fare ciò che la società attuale non permette di fare, e lo chiediamo in nome di principi teorici esatti, profetici, ma non innervati nella pratica o costume della società.

2. Il perfettismo è frutto dell’ignoranza. I politici che non capiscono questa differenza fra teoria astratta ma asettica e il vissuto un po’ confuso ma vitale, vengono da Rosmini accusati di perfettismo. Si tratta di persone le quali si illudono che gli ideali politici possano essere calati facilmente nella società, e creano delle strutture sociali, nelle quali in nome di un ideale astratto di uomo vengono sacrificati gli uomini reali. Qui il politico abusa del potere che gli è concesso dalle leggi, il potere della coercizione, cioè dell’uso della forza su chi non vuole obbedire alla legge. L’abuso o ingiustizia sta nel fatto che si accollano sui cittadini pesi che non sono in grado di sopportare: giustizia pura, che ignora l’equità. Tipiche strutture di questo genere saranno le cosidette idelogie del Novecento, il cui germe Rosmini e Manzoni avevano già avuto modo di osservare nella Rivoluzione francese e nei vari socialismi utopistici del tempo. L’ideologia ci dà una norma astratta di uomo (la volontà generale di Rousseaux, l’uomo essenziale di Marx, il superuomo di Nietzche, lo spirito assoluto che si incarna in un popolo di Hegel, ecc.), e vuole costringere tutto un popolo ad adeguarsi, creando sofferenze e soprusi infiniti. Questi politici sono pericolosi perché dommatici, tagliano le teste se non corrispondono alla loro idea, non conoscono il principio popperiano della fallibilità, scambiano la perfezione con la perfettibilità, sono impermeabili ai suggerimenti che la vita sociale dà in continuazione. E che un buon politico deve sempre “auscultare” come fa il medico coi suoi pazienti. Essi, invece di diventare super partes preferiscono governare super servos. Il politico vero invece sa che deve governare non la società da lui sognata, ma quella che gli tocca: in una società di briganti vanno bene certe leggi, in una società di trappisti altre leggi. Il tutto, però col desiderio di perfettibilità, cioè di portare la società di briganti sempre più verso la società di santi: e la sua volontà intelligente sta nel creare queste trasformazioni in meglio stando al passo con la società che amministra. Ma per agire così, scrive Rosmini, il politico deve conoscere a fondo “la geografia del cuore umano”.

3. Le democrazie liberali sono figlie del cristianesimo. Anche questo è un punto importante, che in Rosmini e Manzoni divenne chiarissimo soprattutto dopo i tanti colloqui fatti insieme, prima a Milano e poi a Stresa. In sostanza le sorgenti democrazie liberali, spinte dalla rivoluzione francese, erano riuscite a portare a galla un principio preziosissimo del Vangelo, che società anteriori avevano tenuto forzatamente in ombra. Si tratta del principio di persona, del fatto cioè che la carta dei diritti del cittadino andava elaborata non sulla divisione delle classi, o sulla razza o sulla ricchezza, ma sul fatto che ogni uomo è persona di una dignità infinita, portatore di un elemento che lo rende il diritto stesso sussistente. Le democrazie liberali portavano in germe questo nucleo sano, mettevano l’uomo reale al centro della città e della società, spingevano i politici a mettersi a servizio di quest’uomo, delle sue aspirazioni, delle sue esigenze, e nello stesso tempo puntavano sulle potenzialità insite nell’uomo, quali la sua libertà e la sua volontà intelligente, per lo sviluppo della società. Ovviamente si trattava di un germe, di un nucleo che andava incoraggiato, liberato dalle venature utopistiche dei rivoluzionari e calato nella realtà umile del tessuto sociale; soprattutto andava liberato da tutti quei parassiti che le menti distorte dei “capipopolo” gli vivevano costruito attorno. Per queste loro concezioni Rosmini e Manzoni ebbero a soffrire tanto, ma oggi sono considerati come i padri nobili del cattolicesimo liberale.

4. Il bene comune va distinto da altri beni più particolari. Il politico deve stare attento a non confondere il bene comune con altri beni. Bene comune significa il bene che rifluisce su tutti i cittadini, proporzionatamente a quanto loro spetta. Non significa quindi egualitarismo, perché sarebbe ingiusto trattare allo stesso modo persone disuguali: come dice Aristotele, non sarebbe giustizia dare la stessa porzione di cibo a persone disuguali come un bambino ed un atleta. Bene comune inoltre significa tutto il bene di cui un uomo o una società sono capaci: bene, quindi non solo di ordine materiale e sensibile (profitto e piacere), ma anche di ordini superiori, quali il bene etico e spirituale. Talvolta sotto la maschera del bene comune si nasconde il bene pubblico, che è il bene della classe dirigente, e che oggi nell’immaginario collettivo viene chiamata “la casta”. Accanto al bene pubblico vi è il bene del partito, tentazione molto forte oggi: si decide del governo non in base alle persone migliori. sul territorio, ma in base ad una distribuzione che rappresenti i partiti della coalizione (al mio partito la tale città, al tuo l’altra città, ecc.). La cosa più spregevole è quando si fa politica per un bene individuale, cioè per sistemare una mia posizione esistenziale. Rosmini aveva parole molto forti contro i “partiti” del tempo, perché allora i partiti volevano rappresentare una classe o un particolare interesse. Era dunque facile che se si apparteneva al partito dei poveri, si era tentati a rubare nel portafoglio del ricco; se si apparteneva al partito dei ricchi veniva spontaneo infierire sui poveri, ecc. Lo spaventava il nome stesso di “partito”, che indicava parzialità, e quindi incapacità a vedere il bene comune nella sua totalità. Oggi sappiamo che “partito” vuol dire un’altra cosa: vuol dire la mia visione della totalità, il mio punto di vista che si mette in concorrenza con gli altri punti di vista, e si propone ai cittadini come visuale o tendenza generale per conquistare i loro consensi. I partiti oggi servono nel parlamento come forze equilibratrici dell’interesse comuni, ricchezza di espressioni diverse che concorrono all’unità del bene comune. Come l’opposizione in una democrazia è preziosa in quanto “cane da guardia” contro gli abusi di chi governa. Quindi le parole di Rosmini contro i partiti di allora non vanno applicate ai partiti di oggi. Però andrebbero meditate alcune sue tesi: come, ad esempio, la proposta che una volta al governo il politico non risponde più ai suoi elettori ma all’intera nazione; oppure l’altra proposta che chiunque dovesse trovarsi ad aver accettato un regalo, venga dimesso dal suo incarico. Il politico, una volta eletto, dovrebbe guardare al bene di tutti, rispondere nella sua coscienza al bene generale della sua nazione, cioè dell’intero corpo dei cittadini, farsi un cuore i cui battiti siano ritmati dai diritti e dai doveri di tutti. Per il bene comune egli dovrebbe mantenere il diritto di dissenso dal proprio partito, senza temere di essere penalizzato. La professione del politico è una professione nobile, perché in un certo senso condivide il governo di Dio nel mondo, ed offre un’eco della gioia creatrice di Dio perché ha a che fare non con beni inanimati ma con beni spirituali quali sono le intelligenze e le volontà umane . Ma tutto questo avviene in lui se sta stare all’altezza della sua professione, se ha un cuore grande e disinteressato, se cerca con sincerità il bene comune. Altrimenti subentrerà presto in lui un senso interiore di disgusto e di frustrazione per quanto è costretto a fare, la perdita della fierezza interiore, una concezione pessimista dell’uomo delle sue pulsioni e del suo smodato egoismo. D’altra parte il simile si unisce al simile: un politico corrotto sarà circondato da uomini che vivono di corruzione, mentre un politico vero conoscerà uomini veri. A ciascuno il suo, anche qui.

5. Le persone umane sono la ricchezza maggiore della nazione. Abbiamo detto che la persona per Rosmini è il diritto sussistente. Di conseguenza, più viene sviluppato il bene-diritto che è la persona, più la nazione trova sviluppo e ricchezza in tutti i sensi. La persona poi è un bene nel senso che la sua libertà è aperta a tante potenzialità espressive che chiedono di essere sviluppate. Puntare allora sullo sviluppo delle persone libere e consapevoli è il miglior modo di governare una nazione. Il bello delle democrazie, scriveva Tocqueville, è che ogni cittadino può potenzialmente diventare quello che vuole. E voleva dire che la democrazia non ci offre una uguaglianza di fatto, ma di diritto, quella che egli chiamava “uguaglianza delle condizioni”. A ciascuno rimane il compito di scegliere quello che vuole e di pagare nella libera competizione il prezzo della sua scelta. Se sceglie di fare il barbone è libero di farlo e il prezzo non sarà molto alto; ma se sceglie di diventare presidente o direttore o medico o avvocato, dovrà vedersela con tanti altri che hanno scelto la stessa cosa, e lo stato deve garantire in questa corsa l’uguaglianza delle condizioni, cioè una regola alla quale adeguarsi, senza privilegi e senza scorciatoie. Puntare sulle persone piuttosto che sugli altri beni premia sempre lo stato in generale. Oggi possiamo portare qualche esempio: 1. Il Giappone non ha grandi ricchezze in termini di materie prime: ha puntato sulle persone, sulla loro istruzione, sulla loro convivenza, ed oggi è uno degli stati più ricchi del mondo. 2. Come controprova il Brasile: ricchissimo di materie prime, ma tra i più poveri del mondo. 3. Un’altra prova: come mai la Corea del sud, senza petrolio, si trova ad essere molto più ricca di tanti paesi arabi che hanno nel petrolio una fonte inesauribile di ricchezza? Essere padroni di petrolio è una maledizione o una benedizione? Usare la ricchezza materiale per tenere in piedi una democrazia populista (vedi Venezuela) concorre a far progredire o a far regredire un popolo?

6. Il principio della sussidiarietà. Rosmini dice che il politico dovrebbe seguire questa regola stabilita da Dio nel governare il mondo: “Il maggior bene che si può fare ad una persona non è dargli il bene ma renderlo da se stesso autore del proprio bene”. Questo principio si contrappone al principio di assistenza o assistenzialismo, il quale provvede totalmente al bisogno del cittadino. Questo principio addormenta le potenzialità di una persona, eliminando le sfide spegne il desiderio di combattere per venirne a galla, fiacca la volontà e priva della gioia con la quale si gusta un bene conquistato da se stessi. Tocqueville ha una bellissima pagina sullo sbarco degli emigranti europei in Nord e in Sud America. I primi hanno trovato una natura avversa, delle sfide inimmaginabili: ma queste sfide a lungo termine sono diventate una benedizione. I secondi hanno trovato un paradiso già al loro arrivo, ma questo paradiso a lungo termine si è trasformato in veleno. Le democrazie liberali, a differenza delle democrazie populiste, hanno potuto debellare le sacche di povertà proprio perché hanno insegnato alla gente che per uscire da un problema bisognava darsi da fare, stimolare la propria fantasia, impegnare le proprie forze: “Aiuta il popolo ad aiutare se stesso”. Nelle democrazie liberali, allora, la migliore medicina non è quella di sostituirsi come Stato alla fantasia dei cittadini, ma di stimolare questa fantasia. Lo Stato non deve lasciare affondare il cittadino, ma neanche sollevarlo di peso dai suoi guai: suo compito offrire un appiglio, un punto di partenza che gli permetta di risollevarsi, lasciandogli però il compito di sollevarsi principalmente con le proprie forze. Si tratta di una bontà forte, diversa dal “buonismo” che invece è una bontà debole e controproducente. La sussidiarietà inoltre non ha paura della libera competizione, favorisce lo sprigionarsi delle energie in tutte le realtà sociali, purché sia garantita l’eguaglianza delle condizioni.

7. La vitalità delle forze etiche e spirituali. I valori etici e spirituali sono delle forze interiori, che la società non è in grado di controllare con le sue leggi positive, ma che costituiscono il grado di forza reale della società. Sono come la vita interna dell’uomo rispetto al corpo: nella misura in cui questa interna vitalità viene a scomparire, il corpo si sfascia e si decompone. Tenere allora alta la tensione etica e spirituale, non scoraggiare chi la vive, favorirne l’espansione è interesse della società stessa. Il cittadino nel quale vive la tensione verso i valori etici e spirituali è certamente più pronto a capire il senso di solidarietà di una nazione ed è portato ad adeguarsi alle leggi non in base ad una costrizione esterna, ma in base alla propria coscienza ed al senso interiore di giustizia. Se poi la sua etica approda ad un senso religioso della vita, egli possiede dei fondamenti molto più stabili del cittadino che coltiva solo i valori sociali. Inoltre, se il bene comune è il fine della politica, l’uomo religioso non può andare contro il vero politico, il quale vuole proprio il bene comune. Ecco perché Rosmini, quando enumera la forza dei beni di cui si compone il corpo sociale (ricchezza materiale, popolazione, scienza, potere militare, virtù) conclude che alla virtù deve essere lasciato il compito di guida e di ordinatrice della nazione. La coltivazione della virtù garantisce equilibrio e forza alla nazione, evita paurosi sbandamenti e fallimenti, crea coesione. Non dimentichiamo poi che nel concetto cristiano di religione c’è quel bene soprannaturale che viene chiamata grazia: essa è un’autentica forza nuova, di ordine soprannaturale, che viene quotidianamente elargita ai cittadini come aggiunta gratuita alle forze naturali che già operano in campo. La coscienza di questa forza, dice Rosmini, è ciò che ha portato l’occidente cristiano alle scoperte scientifiche di ogni genere, donando ai singoli la voglia di esplorare, crescere, accettare le sfide di ogni genere. Molti frutti di cui noi godiamo oggi sono dovuti a questa coscienza cristiana. Mangiarne oggi i frutti, e al tempo stesso tagliare l’albero che ce li ha dati, per Rosmini è una stupidità irresponsabile, perché priva le generazioni future della possibilità di altri frutti del genere. Grazie anche a questi doni soprannaturali, scrive Rosmini, le civiltà cristiane finché rimarranno tali hanno in se stesse la forza di autorigenerarsi, quindi non soggiacciono alle leggi naturali che vogliono di ogni società una nascita, una crescita ed un declino.

8. L’appagamento. Un ultimo punto. Esiste un segno, si chiede Rosmini, per capire se una popolazione è socialmente forte o debole? E risponde che questo segno c’è ed è l’appagamento dei cittadini. Per appagamento egli intende uno stato interiore d’animo, per cui il cittadino tutto sommato, non vorrebbe cambiare governo o forma di governo. Non è la felicità, ma la sensazione di non avere alternative concrete migliori. Un po’ come diceva Churchill per le democrazie: non sono il meglio, ma costituiscono la forma di governo meno tragica rispetto a quelle che conosciamo. Tocqueville, in questo d’accordo con Rosmini, sosteneva che il consenso interno dei cittadini si può conquistarlo quando noi diamo loro la sensazione di un magari piccolo, ma progressivo miglioramento: oggi sto un po’ meglio di ieri, e per domani vedo la prospettiva di stare un po’ meglio di oggi. Sarebbe invece disastroso, ci avverte ancora Rosmini, scatenare nella società “desideri inesplebili”, cioè speranze che non possono trovare soluzione, perché in questo caso il cittadino vivrebbe in uno stato di continua tensione ed a medio o lungo termine tutte le promesse sollecitate e non mantenute provocherebbe delusioni, rancori, instabilità politica. Pensiamo, per fare un esempio, a quando abbiamo promesso a tutti una laurea facile, sapendo che non avremmo poi potuto riempirla di vissuto; oppure a quando promettiamo ricchezza facile o esoneri dalle tasse che non siamo in grado di realizzare: al momento dei conti, tutti i desideri scatenati al di là delle reali possibilità si trasformano in armi puntate contro chi li ha scatenati.

5. Conclusione. Ovviamente Rosmini non è tutto qui. Mio compito, visto il tempo a mia disposizione, era solo dare qualche saggio di quella che Rosmini chiamava “filosofia della politica e del diritto”. Sono più delle linee direttive generali che delle applicazioni pratiche e circostanziate. Ma il compito del filosofo è questo: aiutare il politico a tenere in vista la meta della sua professione, in modo che non si smarrisca lungo la strada. Come poi compiere concretamente questa via, spetta al suo fiuto politico, che è diverso da quello del filosofo. Vorrei terminare con un esempio, che usava il mio amico filosofo e maestro Michele Federico Sciacca. Il filosofo è come il presbite: vede male da vicino, ma vede chiaro lontano, sa dire dove si va a finire. Il politico invece, anche in ragione del tempo che deve impiegare a fiutare le tendenze del quotidiano, è come il miope: vede bene da vicino, ma vede confuse le cose lontane. Da soli si portano con sé delle lacune: ma se si aiutano a vicenda possono influire con efficacia sulla società.

Da http://www.scienzaevitafirenze.it/cms/alcuni-principi-rosminiani-di-filosofia-della-politica.html

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L’ANTIRELIGIONE ED IL CRISTIANO

«C’è il pericolo che la ragione, la cosiddetta ragione occidentale, sostenga di avere finalmente riconosciuto ciò che è giusto e avanzi una pretesa di totalità che è nemica della libertà. Credo necessario denunciare con forza questa minaccia. Nessuno è costretto a essere cristiano. Ma nessuno deve essere costretto a vivere secondo la “nuova religione”, come fosse l’unica vera, vincolante per tutta l’umanità». Del rischio di una dittatura del relativismo Benedetto XVI parla da tempo, ma il bello di Luce del mondo è che le domande di Peter Seewald somigliano a quelle che molti di noi farebbero, se potessero, al Papa.

La pressione perché «si pensi come tutti, si agisca come agiscono tutti», evocata da Seewald, quanto la sentiamo, anche in un Paese di tradizione cristiana come il nostro. È, risponde Benedetto XVI, una «pressione di intolleranza» che si esercita presentando il cristianesimo come un modo di pensare «sbagliato», e ridicolizzandolo; privandolo, in nome della «ragionevolezza», dello spazio per vivere.E fin qui è la lucida analisi di qualcosa che sperimentiamo ogni giorno. Ma provocante è la questione posta da Seewald: com’è che, anche in Paesi in cui quasi tutti sono battezzati, «una maggioranza accetta di essere dominata da una minoranza di opinion leader?». E il Papa, in risposta, si domanda: in che misura queste persone sono ancora parte della Chiesa? Da un lato, dice, non vogliono perdere questo fondamento, dall’altro «è chiaro che sono interiormente plasmate dal pensiero moderno». Insomma, l’avvento di una dittatura del relativismo è possibile per una «schizofrenia» dei cristiani, un ridurre la fede a un vecchio substrato che vive «parallelamente» alla modernità, ma non la contagia e non la fermenta.

A fronte di questa realtà, Benedetto XVI afferma l’urgenza della «nuova evangelizzazione» recentemente annunciata – di un nuovo inizio, che susciti un cristianesimo capace di distinguersi alla “controreligione” avanzante.E il denso dialogo del libro, nella asciuttezza della forma giornalistica, interpella profondamente noi cristiani insofferenti di tirannie mediatiche, politiche ed economiche, giustamente ribelli al conformismo cui ci viene chiesto di allinearci. Perché certo, le forze della «antireligione obbligatoria» sono ampie e attrezzate; ma Benedetto XVI non guarda a loro, guarda ai suoi, e (ci) domanda: in che cosa realmente credete, in chi davvero riponete la vostra speranza? In un Dio che si mette da parte, finita la messa della domenica; o in Cristo che “c’entra” con tutto, e trasforma ogni cosa?
La questione posta da Benedetto XVI dice una volta di più del suo coraggio, quando afferma in sostanza che alla prima radice della crisi presente c’è una fede spesso astratta, “divisa”, incapace di fecondare di sé la realtà. Il problema, insomma, prima che gli avversari siamo noi – e questa è sempre una cosa scomoda da dire.

Non si potrebbe semplicemente pensare, domanda molto laicamente a questo punto l’intervistatore, che dopo duemila anni il cristianesimo si è esaurito, come è accaduto a tante altre culture? Ma qui il Papa rivela, dopo la severa lucidità dell’analisi, un ottimismo che potrebbe apparire illogico. Dice del germogliare di movimenti in America latina, della fedeltà della Chiesa d’Africa ai poveri, di un “fiorire”, in Occidente, di iniziative poco visibili, ma che nascono «dal di dentro, dalla gioia dei giovani». Parla, il Papa, del cristianesimo come di una forza vitale, di un seme che, apparentemente annichilito, comunque rinasce, là dove non te lo saresti immaginato, e nuovamente cresce. Seme che, estirpato, ritorna; perseguitato, risorge.

Radicale differenza: le culture e le ideologie nascono, trionfano e declinano. Ma Cristo nato nella carne, morto e risorto, uomo e non dottrina, tenacemente resta dentro la storia degli uomini; negato, dimenticato, ritorna.E la granitica benigna certezza di Benedetto ci solleva, larga come un gesto di benedizione. Il destino della Chiesa è nelle mani di Cristo – non solo nelle povere nostre.

Tratto da Avvenire.it

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LA SCIENZA HA ANCORA BISOGNO DI DIO

Dopo le azzardatissime dichiarazioni di Stephen Hawking -sicuramente molto autopubblicitarie- secondo il quale «la «filosofia è morta e non è necessario ricorrere a Dio per dare inizio all’universo», sono state moltissime le repliche di colleghi e scienziati (molte delle quali raccolte nell’articolo Creazione senza Dio? Gli scienziati rispondono a Stephen Hawking). Quest’avvenimento è stato l’occasione per incontri molto interessanti sull’argomento, come quello organizzato dall’astronomo cattolico Piero Benvenuti, intitolato «L’Universo non ha bisogno di Dio?» (9 novembre 2010, Facoltà Teologica, Università degli Studi di Padova), cui hanno partecipato il fisico agnostico, ma che per sua ammissione combatte «ogni scientismo», Silvio Bercia, il teologo laureato in fisica Simone Morandini e il filosofo che si definisce “non credente” Ermanno Bencivenga. Sul web abbiamo trovato l’intervento di quest’ultimo pubblicato su TuttoScienza (supplemento de La Stampa del 17 novembre). Tutti e tre gli intervenuti, si legge su Avvenire, sono convinti che una teoria scientifica, per quanto perfetta, è sempre limitata e non può stabilire o negare l’esistenza di un Creatore, se non erigendo la teoria stessa alla dignità di fede. Il fisico Bergia è addirittura apodittico nel suo giudizio: «Bisognerebbe ricordare, a chi propone una teoria capace, a suo dire, di spiegare ogni cosa e per sempre, che proprio la scoperta dell’espansione accelerata dell’universo è lì a insegnarci che la ricerca non è mai finita». Dal canto suo Ermanno Bencivenga usa le armi della logica filosofica per sostenere quello che ogni persona di buon senso dovrebbe sapere e cioè che «una teoria scientifica non può mai essere verificata e il meglio che ci si possa aspettare da essa è che fornisca un quadro coerente all’interno del quale raccogliere i dati. Senza considerare che gli studi di Kurt Gódel ci dicono che neppure la sua coerenza può essere dimostrata». L’unica cosa che resta, quindi, è la possibilità di impegnarsi nei confronti dei principi teorizzati «con un atteggiamento simile alla fede». E allora, come suggerisce Benvenuti, c’è un limite oltre cui lo scienziato deve essere cosciente di non poter indagare con le armi della scienza, «di fronte al quale la fisica deve avere l’umiltà di lasciare campo alla metafisica». Un limite che non può essere intaccato dalle scoperte scientifiche, anche se rivoluzionarie. «Ciò che non si vuol comprendere – sottolinea Simone Morandini- è che quando il credente parla di Dio Creatore, confessa in Lui la sorgente dell’essere stesso. Quella potenza amante che opera in modo nascosto, ma non per questo meno reale, proprio all’interno di quel mondo descritto in modo così efficace dalle leggi della scienza». Ecco infine lo scritto integrale di Bencivegna.

La Teoria del Tutto si scopre orfana del test decisivo.di Ermanno Bencivenga, University of California – Irvine

Anche i migliori scienziati non sanno sempre evitare la trappola di slogan di grande effetto mediatico, ma di poca o nessuna sostanza. È il caso di Stephen Hawking, il quale nel recente libro «The Grand Design» giudica a portata di mano una Teoria del Tutto che spieghi in modo necessario l’esistenza e l’evoluzione dell’Universo, e su questa base procede ad affermazioni radicali come «la filosofia è morta» e «non abbiamo bisogno di un Dio creatore».

Da non credente, non solo nell’Onnipotente ma anche nei dogmi dello scientismo, ho partecipato il 9 novembre, davanti a un pubblico attento e numeroso, a una tavola rotonda stimolata dal libro di Hawking e intitolata, appunto, «L’Universo non ha bisogno di Dio?», organizzata dall’astronomo Piero Benvenuti presso la Facoltà Teologica del Triveneto a Padova. Insieme con noi hanno dialogato il fisico di Bologna Silvio Bergia e il teologo di Venezia Simone Morandini.

Il tema che è emerso con maggior chiarezza dal dibattito è quante mediazioni arbitrarie si debbano accettare per arrivare da una rappresentazione plausibile dello stato effettivo della scienza a pronunciamenti come quelli di Hawking. In primo luogo, è noto che di nessuna teoria può essere provata la verità. Il meglio che si possa ottenere è una sua corroborazione sperimentale.

La teoria, cioè, può al massimo fornire un quadro coerente in cui collocare i risultati osservativi. Di necessità, dunque, sarebbe meglio non parlare, e proporre invece la possibilità che le cose stiano come sancito dalla teoria. Anche la possibilità, però, è a rischio: sappiamo dal secondo teorema di Gödel che la coerenza di una teoria potente almeno quanto l’aritmetica elementare non è dimostrabile, se non accettando una teoria più potente. Nel caso specifico della teoria che fonderebbe la spiegazione universale auspicata da Hawking, inoltre, cioè la teoria delle stringhe, c’è il grosso problema che essa non fa nessuna previsione che possa essere sottoposta a controllo sperimentale; quindi non solo non potremo mai sapere se il quadro che offre sia coerente, ma non è neanche chiaro che cosa debba entrare in tale quadro.

Assumiamo, comunque, che una qualche teoria fisica permetta davvero di render conto di tutti i fenomeni che è in grado di descrivere; ciò vuol dire forse che essa renderebbe conto di Tutto? Per raggiungere questa conclusione bisogna accettare un’ulteriore, controversa premessa di carattere riduzionista: che cioè esista un livello ontologico privilegiato al quale ogni cosa e ogni evento possano essere ridotti; che per esempio la natura e il comportamento di una cellula, di un canguro o del Parlamento italiano possano essere spiegati in modo esauriente dalla teoria delle stringhe. Il che rifiuterebbero quanti ritengono assodata l’esistenza di fenomeni emergenti, che non possono essere descritti e capiti se non in un vocabolario che si situi alla loro scala di grandezza e nel loro orizzonte di senso. Tentare di spiegare un organismo in termini delle entità fisiche fondamentali, quali che esse siano, sarebbe per costoro come voler ridurre i flussi giornalieri del traffico agli impegni personali di ogni singolo guidatore.

«Il mondo» è un insieme di strutture fra loro incommensurabili, descritte in linguaggi distinti e di indipendente dignità; e stare al mondo esige attenzione e rispetto per questa diversità. Quando attenzione e rispetto vengono meno e ci sclerotizziamo nell’uso di un unico strumento espressivo, si è suggerito a Padova, il risultato è una teoria del tutto, una delle tante che, ahimè, ci circondano. È una teoria del tutto il creazionismo all’americana, che ha una risposta banale per ogni domanda; lo è la filosofia accademica, incartapecorita e autoreferenziale, di cui si fa benissimo ad annunciare la morte (senza perciò poterne trarre verdetti per la filosofia tout court, che prospera, spesso, proprio nei laboratori di fisica); e lo è anche una teoria scientifica, quando i suoi cultori dimenticano o occultano il suo carattere di coraggiosa avventura, di ipotesi creativa e originale, di scommessa azzardata, e tentano di presentarla, a sé stessi e ad altri, come la Sola e Assoluta Verità.

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CASTITA’ DEI FIGLI DI DIO

Cristo ha sempre proposto la castità come qualità dell’amore, poiché il Vangelo non concepisce la persona come soggetto che agisce in relazione al piacere. 
La piacevolezza di un atto può costituire la conseguenza all’azione, ma non la finalità principale, la quale rimane sempre soggetta a categorie morali più alte e spirituali, quali il bene, la verità, la giustizia, la bellezza e via dicendo, per quanto il termine “Bene” sia già onnicomprensivo di tutti gli altri elementi. Infatti noi diciamo “cosa buona” ciò che è vero, o ciò che è bello e cosa “non buona” ciò che offende gli elementi positivi dello spirito.
L’inclinazione naturale della coscienza ci spinge a giudicare “non buoni” quegli istinti e quelle passionalità disordinate, che tendono a sovvertire l’ordine con il caos.

Ordine è ciò che è disposto dal dominio dello spirito, il quale, ad immagine e somiglianza del suo Creatore, dispone con intelligenza le priorità umane che portano al bene e governa tenacemente quegli elementi della persona che, se lasciati a se stessi, si ribellerebbero facilmente. 
Passioni e istinti, infatti, non avendo in sé un’intelligenza ordinatrice, ed essendo intaccati dal peccato d’origine e dalle sollecitazioni del mondo e della natura, porterebbero facilmente a viziosità non degne dell’uomo, facilitate dal fatto che noi avvertiamo maggiormente gli aspetti percettivi e sensoriali che non gli elementi spirituali. 
Il dovere primo ed essenziale dello spirito, invece, è quello di dare intelligenza a ciò che propriamente non ne ha (passioni ed istinti), ordinando con armonia e governando con forza su ciò che si mostra ribelle all’obbedienza dell’amore.

Alla luce di questo, il piacere risulta in se stesso una componente lecita, ma solo se vissuta in ordine all’intelligenza ordinatrice dello spirito, il quale è chiamato a sviluppare la virtù della temperanza in modo eroico, al fine di gustare ciò che aggrada senza rendersene dipendente ed abbruttito con appetiti disordinati; è chiamato alla fortezza per rispondere efficacemente alle tentazioni di una carne corrotta e viziata (non buona); è chiamato alla giustizia, al fine di avere chiara ed equa consapevolezza del proprio agire; è chiamato alla prudenza, in modo da scegliere con saggezza in ogni circostanza; è chiamato alla fede ed alla speranza, per dare causa e finalità al proprio impegno di vita; è chiamato alla carità, perché, se senza amore, lo spirito diventa solo pieno di molti astratti concetti e di molte intenzioni, ma rimane vuoto di Dio, unico Maestro interiore di vita, capace di realizzare in noi ciò che è impossibile agli uomini.

L’essere casto non riconduce solo alla sessualità, ma ad ogni manifestazione dell’amore. La castità è la manifestazione dell’amore ordinata secondo lo spirito.
Tutte quelle azioni che sono dominate da egoismo, superbia, orgoglio, vanità, vanagloria, ecc… e che vorrebbero manifestarsi come espressioni di sentimento, in realtà nascondono alla radice il grave peccato contro la castità, ovvero contro la purezza, la trasparenza, la veridicità, la gratuità, l’abnegazione e via dicendo.
“Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo” (Mc 7,14-23).

Ad ogni modo non ci si può esimere dall’entrare nello specifico, ovvero nell’affrontare aspetti di morale sessuale che tanto sembrano affliggere gli uomini del nostro tempo.
Castità è vivere in modo positivo ed armonioso la sessualità nel proprio stato di vita. Esiste quindi una castità per le persone consacrate, una castità per i fidanzati ed una per coloro che si sono uniti in matrimonio.

I consacrati hanno assunto ed integrato nella propria vita quella castità che dovrebbe divenire relazione d’amore con ogni persona, perché in ciascuna va a ritrovare indistintamente Cristo. E’ una forma di sessualità sublimata, spiritualizzata, che domina gli aspetti della carne, per prediligere un’unione spirituale, la quale è piena e perfetta perché piena di quell’amore somigliante a quello che Dio prova per l’uomo.

E’ questo modello d’amore che dà senso e significato anche alle altre condizioni di stato (matrimonio, fidanzamento, ecc…), in cui l’aspetto carnale non va concepito come pratica animalesca, di scarico dei propri istinti o necessità, ma come dialogo particolare, relazione, complicità, comunione, coronamento di una condizione spirituale. Una dimensione che se vissuta secondo una corretta prospettiva diviene addirittura virtù, perché espressione del completo dono di sé e perciò manifestazione concreta di una perfetta manifestazione dello spirito.
Detto questo è dunque impossibile riuscire a concepire l’atto sessuale separato dalla sua emanazione spirituale, la quale, che sia di origine positiva o negativa, è sempre quella matrice che segna positivamente o negativamente il modo di amare, rimandando a ciò che è stato preliminariamente detto: o l’anima domina e governa sulle passioni e sugli istinti, generando ordine ed armonia o a prendere il sopravvento saranno quegli aspetti della persona che più la avvicinano alla bestialità.
L’unione sessuale di persone affette dall’egoismo del piacere o dal dominio dei sensi, uniscono solo le parti più brutte e degenerate di sé, trasformando la sessualità più in una celebrazione del proprio io che non l’attuazione di quel desiderio di completo dono di sé.

Ecco dunque l’ossessione del piacere, delle frustrazioni psicologiche, delle necessità di dimostrare a se stessi il grado di seduzione, il livello di virilità, la propria capacità di soddisfare il partner, ecc… elementi largamente permeati nella società e nell’intendere comune, che lasciano trasparire il culto di se stessi e lo squilibrio e l’insoddisfazione a cui porta il caos emotivo e sensuale non governato dallo spirito (da Dio), ma dal peccato (dal demonio).

Talvolta il rapporto sessuale viene concepito come dimensione senza la quale non è possibile concretizzare una relazione, così che impedimenti prolungati all’atto sessuale (una malattia, un incidente, un momento particolare, ecc…) portano alla fine della relazione stessa.
La sessualità è un modo dell’amore, certamente bellissimo e positivo se vissuto nei termini descritti, ma non è il modo dell’amore, l’unico modo dell’amore, e non ne determina né la qualità né la sopravvivenza, poiché il sentimento è superiore alla carne e situa la sua origine in ciò che ci rende simile agli angeli e non alle bestie: l’anima.

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MEDUGORJE, TESTIMONIANZA DI LISA

Testimonianza riguardante il pellegrinaggio a Medugorje organizzato dal 9 al 15 ottobre dall’Associazione Falco Bianco.

Perché Medugorje?

Perché guardando e ascoltando Paolo Brosio parlare e raccontare storie di Medugorje, mi si è acceso forte il desiderio di partire in pellegrinaggio per quel paese?

Un anno fa desideravo partire, quest’anno l’ho fatto, capendone poi il motivo, perché mi chiedevo come mai lo desiderassi tanto, visto che sono una ragazza giovane, sana e sposata da poco con una persona speciale. Ho un lavoro a tempo determinato, ma lavoro, che di questi tempi non è poco, vengo da una famiglia stabile unita in cui, come in tutte le famiglie possono esserci stati dei brutti eventi, ma che si sono risolti e siamo andati avanti.

Da un anno vivo a 60 kilometri di distanza dai miei; mi sono trasferita dopo il matrimonio da Quarrata a Montaione: non sono paesi troppo vicini e nemmeno troppo lontani , ci vediamo una volta la settimana , ci sentiamo per telefono , ma ho sempre poche cose da dire, ma tanto lo sanno che voglio loro bene e so che loro me ne vogliono. Insomma non mi manca nulla, eppure sento il bisogno e il desiderio da andare a Medugorje.

Intanto, mentre meditavo se partire oppure no, un giorno di agosto, girando senza meta per Montaione con Claudio (mio marito), ci siamo trovati vicini al Santuario della Madonna della Pietrina, e incuriositi ci siamo andati… Abbiamo capito subito che lì ci tirava un’altra aria e siamo rimasti affascinati dalla vegetazione e dal panorama splendido, ed è diventato uno dei nostri luoghi preferiti dove andare a rilassarci. A settembre venne il momento di decidere se iscrivermi o no al pellegrinaggio, visto che sarei dovuta partire da sola. Spinta sempre dal desiderio ho detto sì.

Da allora non me ne sono mai pentita. Anzi, ho fatto bagaglio di tante esperienze e nuove amicizie.
La domanda che mi veniva fatta spesso era la stessa che mi facevo anch’io, cioè che cosa mi portasse a Medugorje. La mia risposta per i primi 2 giorni è stata il desiderio forte… poi ho cominciato a pregare, prima a modo mio, visto la scarsa frequenza e partecipazione alla Chiesa… poi, grazie a persone speciali, la preghiera si è intensificata, è diventata più profonda, e questo a mosso qualcosa dentro di me… Poco dopo una persona speciale mi ha avvicinato e grazie ad un suo forte abbraccio caloroso e soprattutto amoroso mi sono riconciliata con Dio: mi è sembrato di riceverlo dalla Madonna stessa, e a quel punto si è rotta la pietra che teneva imprigionato il mio cuore.

Continuando a pregare il mio cuore ha cominciato a battere più forte, quasi in dei momenti mi mancava il fiato, tipo come quando mi sono innamorata di mio marito , non sentivo più nemmeno la fame, mi sentivo sazia, mi sentivo a posto, in PACE… ed allora ho capito perché desideravo fare questo pellegrinaggio: io non ero sana, ero malata. Io non avevo tutto, mi mancava Dio.

Tutto il viaggio è stata una crescita e una presa di consapevolezza, un volere imparare tante cose. Voglio imparare ad amare, a perdonare sul serio chi mi sta intorno. Ho provato il desiderio di voler essere perdonata dei miei tanti peccati commessi nella vita , ma soprattutto a riconoscerli come tali. Sono sicura che Maria è venuta a cercarmi e che per mezzo di angeli custodi senza ali che ho incontrato, mi ha aiutato a riconoscerne alcuni e soprattutto a pentirmene profondamente fino al pianto…

Di strada ne devo fare ancora molta in questo cammino di pentimento, ma Maria mi tiene per mano. Infatti mi ha fatto incontrare “per caso “ una ragazza di La Spezia che mi ha detto di conoscere delle suore che proprio in quella settimana del viaggio avevano inaugurato una nuova casa chiamata “Oasi Cuore Immacolato di Maria”, che casualmente è a Montaione, posizionata in linea d’aria sotto al Santuario della Madonna della Pietrina, trovato per caso in agosto anche lui… Ma che caso!!!

Ringrazio la Madonna per tutte le grazie che mi ha concesso e per starmi sempre vicina, la ringrazio per aver fatto conoscere tutte queste persone speciali, per aver affiancato Claudio che in tutto questo mi ha sempre appoggiato e incoraggiato ed è ed è stato un esempio di vero Amore, spero di esserne degna. Spero di essere degna di tutto l’Amore che Dio mi ha donato e del mio, anzi SUO, cuore che ha rigenerato.

Per ora ho imparato a dire ai miei genitori che voglio loro bene e li abbraccio; non lo voglio dare per scontato, non voglio che se ne dimentichino mai… io adesso sono felice, perché Dio ha dato un senso a tutte le scelte della mia vita.
Solo Dio è il senso della vita di tutti..

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VERITA’ E BELLEZZA NON SI SEPARANO MAI

La visita di Benedetto XVI a Santiago di Compostela e Barcellona dei giorni scorsi è stata ricchissimo di temi e di insegnamenti. Ecco le risposte del Santo Padre ad alcune domande, rivoltegli durante il volo verso la Spagna.

P. Lombardi. Gaudí e la Sagrada Familia rappresentano con particolare efficacia il binomio fede-arte. Come può la fede ritrovare oggi il suo posto nel mondo dell’arte e della cultura? E’ questo uno dei temi importanti del Suo pontificato?

Il Santo Padre. E’ così. Voi sapete che io insisto molto sulla relazione tra fede e ragione, che la fede, e la fede cristiana, ha la sua identità solo nell’apertura alla ragione, e che la ragione diventa se stessa se si trascende verso la fede. Ma ugualmente importante è la relazione tra fede e arte, perché la verità, scopo, meta della ragione, si esprime nella bellezza e diventa se stessa nella bellezza, si prova come verità. Quindi dove c’è la verità deve nascere la bellezza, dove l’essere umano si realizza in modo corretto, buono, si esprime nella bellezza. La relazione tra verità e bellezza è inscindibile e perciò abbiamo bisogno della bellezza. Nella Chiesa, dall’inizio, anche nella grande modestia e povertà del tempo delle persecuzioni, l’arte, la pittura, l’esprimersi della salvezza di Dio nelle immagini del mondo, il canto, e poi anche l’edificio, tutto questo è costitutivo per la Chiesa e rimane costitutivo per sempre. Così la Chiesa è stata madre delle arti per secoli e secoli: il grande tesoro dell’arte occidentale – sia musica, sia architettura, sia pittura – è nato dalla fede all’interno della Chiesa. Oggi c’è un certo “dissenso”, ma questo fa male sia all’arte, sia alla fede: l’arte che perdesse la radice della trascendenza, non andrebbe più verso Dio, sarebbe un’arte dimezzata, perderebbe la radice viva; e una fede che avesse l’arte solo nel passato, non sarebbe più fede nel presente; ed oggi deve esprimersi di nuovo come verità, che è sempre presente. Perciò il dialogo o l’incontro, direi l’insieme, tra arte e fede è inscritto nella più profonda essenza della fede; dobbiamo fare di tutto perché anche oggi la fede si esprima in autentica arte, come Gaudí, nella continuità e nella novità, e che l’arte non perda il contatto con la fede.

P. Lombardi. In questi mesi si sta avviando il nuovo Dicastero per la “nuova evangelizzazione”. E molti si sono domandati se proprio la Spagna, con gli sviluppi della secolarizzazione e della diminuzione rapida della pratica religiosa, sia uno dei Paesi a cui Lei ha pensato come obiettivo per questo nuovo Dicastero, o addirittura se non ne sia l’obiettivo principale. Questa è la nostra domanda.

Il Santo Padre. Con questo Dicastero ho pensato di per sé al mondo intero perché la novità del pensiero, la difficoltà di pensare nei concetti della Scrittura, della teologia, è universale, ma c’è naturalmente un centro e questo è il mondo occidentale con il suo secolarismo, la sua laicità, e la continuità della fede che deve cercare di rinnovarsi per essere fede oggi e per rispondere alla sfida della laicità. Nell’Occidente tutti i grandi Paesi hanno il loro proprio modo di vivere questo problema: abbiamo avuto ad esempio i viaggi in Francia, nella Repubblica Ceca, nel Regno Unito, dove dappertutto è presente in modo specifico per ciascuna nazione, per ciascuna storia, lo stesso problema, e questo vale anche in modo forte per la Spagna. La Spagna è stata, da sempre, un Paese “originario” della fede; pensiamo che la rinascita del cattolicesimo nell’epoca moderna avviene soprattutto grazie alla Spagna; figure come sant’Ignazio di Loyola, santa Teresa d’Avila e san Giovanni d’Avila, sono figure che hanno realmente rinnovato il cattolicesimo, hanno formato la fisionomia del cattolicesimo moderno. Ma è ugualmente vero che in Spagna è nata anche una laicità, un anticlericalismo, un secolarismo forte e aggressivo, come abbiamo visto proprio negli anni Trenta, e questa disputa, più questo scontro tra fede e modernità, ambedue molto vivaci, si realizza anche oggi di nuovo in Spagna: perciò per il futuro della fede e dell’incontro – non lo scontro, ma l’incontro tra fede e laicità – ha un punto centrale anche proprio nella cultura spagnola. In questo senso, ho pensato a tutti i grandi Paesi dell’Occidente, ma soprattutto anche alla Spagna.

Fonte: Nella Piazza

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GAUDI’ – L’ASCESI DI UN ARTISTA

Gaudí non era un’archistar iconoclasta come certi suoi colleghi italiani che progettano chiese non-vive. La Sagrada Familia è un capolavoro di liturgia e teologia. Di pietra

Gaudí era un architetto santo e siccome gli architetti contemporanei sono degli indemoniati bisogna usare la Sagrada Familia come si usavano l’aglio e il crocefisso contro i vampiri. Bisogna riempire le loro caselle e-mail con immagini del “gigantesco poema di pietra”, bisogna procurarsi dei modellini del tempio di Barcellona e mostrarglieli per farli indietreggiare, perché smettano di affondare i loro canini iconoclasti nel collo del cattolicesimo italiano. Botta, Gregotti, Purini, Piano, Fuksas, Meier, Quintelli e Sartogo sono architetti non-morti che disegnano chiese non-vive (senza campanili croci tabernacoli o con campanili croci tabernacoli invisibili allo scopo di occultare la presenza vivificante ed esigente di Cristo). Il confronto con l’arte abbagliante del maestro catalano li denuncia così come il sorgere del sole denuncia Dracula.

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Gaudí era un patriota, per la precisione un patriota catalano, all’epoca in cui il centralismo castigliano girava per le strade armato fino ai denti e soltanto parlare la lingua che fu dei sovrani aragonesi e dei papi Borgia esponeva a grossi rischi. Il cantiere della Sagrada Familia attirava grandi personaggi. Andò a visitarlo il filosofo Unamuno e Gaudí parlò in catalano, prima di congedarlo bruscamente perché era suonata la campana dell’Angelus e doveva ritirarsi in preghiera. Andò a visitarlo il medico Albert Schweitzer e anche a lui parlò in catalano, spiegandogli che solo nella sua piccola lingua neolatina gli era possibile descrivere il proprio lavoro. Andò a visitarlo Alfonso XIII, il re di Spagna, e perfino al simbolo dell’unità nazionale Gaudí parlò in catalano, e la cosa dovette avere il suono della provocazione, se non dell’insubordinazione. Come se oggi al presidente Napolitano in visita a Treviso le personalità locali si rivolgessero dall’inizio alla fine in veneto stretto. “Gaudí non aveva mai nemmeno fatto il minimo sforzo per promuovere se stesso”, scrive lo storico Gijs van Hensbergen nella biografia “Gaudí” pubblicata in Italia da Lindau e qui abbondantemente saccheggiata. L’11 settembre 1924 la guardia civile impedì l’ingresso nella chiesa dove si doveva celebrare la messa per i martiri catalani di un’antica sollevazione, Gaudí protestò e venne arrestato, quindi, nonostante la fama e l’età, trascinato in cella. “L’aggressività nei miei confronti era dovuta al fatto che avevo parlato loro in catalano”. Oggi lo studio genovese del più famoso architetto italiano si chiama Renzo Piano Building Workshop e il sito internet è completamente in inglese.

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Gaudí era un asceta. Nel 1894 il digiuno quaresimale lo portò quasi alla morte. Quando mangiava, mangiava pochissimo, i suoi pasti erano composti quasi esclusivamente di lattuga e di latte. In tasca era solito portare un uovo oppure uva passa o noci, riserve di energia a cui attingere senza bisogno di sedersi a tavola e staccarsi dal lavoro. Non usò mai occhiali, credeva nell’esercizio oculare, non prese mai una medicina, credeva nella dieta e nella preghiera (e infatti pur essendo stato un bambino molto cagionevole, con parto traumatico, battesimo d’emergenza e prognosi ripetutamente infauste, morì vecchio e non di malattia). Vestiva così modestamente che un giorno, mentre aspettava il tram, fu scambiato per un accattone e gli fu offerta l’elemosina. I soldi finirono nella cassa del sacro cantiere, destinazione di tanti suoi compensi professionali. Non si vergognava di sollecitare le indispensabili donazioni e di raccoglierle di persona. Ogni giorno passava da un negozio dei dintorni dove ogni giorno il negoziante gli dava una peseta per la gloria di Dio. Josep Maria Bocabella, il libraio che per primo ebbe l’idea della Sagrada, per stimolare il sostegno anche del popolo minuto era solito ripetere: “Abbiamo bisogno di pietre di tutte le dimensioni”. Si capisce che se la Sagrada Familia è la Sagrada Familia e il Cubo di Foligno è il Cubo di Foligno, idolo di cemento che ha sconsacrato il santo paesaggio umbro, lo si deve anche al diverso tipo di finanziamento: il capolavoro di Gaudí è stato pagato soldo su soldo dalla comunità locale, coinvolta fin dall’inizio, il mostro di Fuksas è stato finanziato dalla Cei, un remoto, incontrollabile centro di potere che non ci ha pensato due volte a schiacciare la fede e la sensibilità dei cristiani del posto.

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Gaudí era un maestro, non un professore. Gli studenti di architettura visitavano quotidianamente il cantiere, rapiti dal carisma di don Antoni a cui piaceva sostenere, in quei pomeriggi febbrili, che la Catalogna era stata prescelta da Dio per traghettare nella modernità l’antica e nobile tradizione della “arquitectura cristiana universal”. Gregotti è un professore, non un maestro. Mi scrive un ex studente della facoltà di Architettura di Venezia: “Teneva uno dei cinque corsi di composizione architettonica. Ha insegnato per anni. Beh, non lui direttamente (solo per cautela, per non rischiare di ustionare gli allievi con la troppa esposizione alla luce dell’astro). A fare lezione erano i suoi assistenti che non beccavano una lira, lui si mostrava in facoltà forse una o due volte all’anno e tutti ne rimanevano abbronzati. Regolare invece il passaggio all’incasso della ricca busta da ordinario. Ma insomma se hai presente la produzione gregottiana diretta puoi solo immaginare quella indiretta uscita dalle matite dei suoi assistenti o addirittura da quelle ancora più stemperate che per l’esame di composizione hanno lavorato con gli assistenti, vedendo il titolare da molto lontano, sui cataloghi e sulle Casabelle monografiche a lui dedicate”. Naturalmente Gregotti, che conosce il mio indirizzo e-mail per avermi gentilmente spedito il suo intervento all’ultimo convegno in Bicocca, ha la più ampia facoltà di replica. Se ritiene che il mio corrispondente sia disinformato o mendace deve solo farmelo sapere che lo rimetto subito in riga, quello screanzato. Se ritiene di aver garantito ai suoi studenti di composizione architettonica una presenza costante sarò lieto di rilasciargli regolare rettifica: “Il professor Gregotti, pur non avendo mai progettato nulla che somigliasse nemmeno lontanamente alla Sagrada Familia, a Venezia si è dimostrato didatta assiduo”.
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Gaudí era cattolico, cattolicissimo, riuscì a cattolicizzare perfino un condominio alto-borghese (che fra parentesi non ne voleva sapere): le 150 aperture di Casa Milà rappresentano i 150 grani del rosario. Artista eclettico, alle feste patronali organizzava fuochi d’artificio culminanti con “un trionfo multicolore di lettere gigantesche che formavano le parole Jesús, María, Josep”. Sulla panca sinuosa che delimita la terrazza del Parco Guell fece apporre la scritta “María” capovolta, “così che fosse più facile leggerla dal cielo”. Amava il canto gregoriano e siccome non è mai troppo tardi a sessantaquattro anni suonati decise di impararlo, iscrivendosi a una scuola apposita. La sua giornata-tipo: Messa mattutina, lavoro alla Sagrada Familia, confessione serale. Ogni santo giorno per decenni. Quando venne investito dal tram fatale gli trovarono in tasca un Vangelo. Morì all’ospedale mormorando “Jesús, Déu meu!”, il crocefisso stretto nella mano destra. Per tutta la vita aveva letto la Bibbia (in particolare l’Apocalisse) e il Messale Romano, testi essenziali a cui i progettisti di edifici di culto dovrebbero aggiungere l’Ordinamento Generale che è un po’ il libretto di istruzioni del Messale. Sono poche pagine leggendo le quali chiunque (non c’è bisogno di essere specialisti) può capire quanto la nuova chiesa di San Giovanni Rotondo sia liturgicamente perciò teologicamente sbagliata. Una chiesa senza inginocchiatoi! Adesso un esercizio facile facile: sapendo che secondo i Padri del deserto il diavolo, a causa o per effetto della sua superbia, non possiede ginocchia, e che secondo Joseph Ratzinger (“Introduzione allo spirito della liturgia”) “l’incapacità a inginocchiarsi appare come l’essenza stessa del diabolico”, si ricavi il nome del Principe che si è giovato dell’opera dei tre responsabili dell’edificio, l’architetto Piano, il liturgista Valenziano, il vescovo D’Ambrosio.

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Gaudí era caritatevole. A un malato di poliomielite riservò un posto all’ingresso della cripta dove grazie al viavai poteva raccogliere buone elemosine, a un anziano ambulante diede il permesso di vendere le cartoline raffiguranti la chiesa: tutti i bisognosi dovevano poter ricorrere (sono parole sue) “al cappotto caldo del Tempio”. Quando un operaio diventava troppo vecchio non lo licenziava ma gli assegnava lavori più leggeri. Scoprì che un muratore aveva allestito un piccolo orto in un angolo del cantiere e anziché punirlo per l’occupazione abusiva autorizzò gli altri dipendenti a fare lo stesso. Questa benevolenza non gli era naturale, anzi, le testimonianze sulla sua insocievolezza sono unanimi. Solo il cristianesimo può fare di un uomo che non crede nell’uomo un uomo che aiuta gli uomini. Soltanto Santiago Calatrava, l’architetto più amato dagli ortopedici (il suo ponte di Venezia, dai gradini straordinariamente maldisegnati, fornisce loro molti pazienti), poteva infamarlo così: “Il Dio, o piuttosto la Dea, che Gaudí venerava era l’architettura stessa”. Lui di idolatria sì che se ne intende.

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C’era un ragazzo partito da Reggio Emilia per Barcellona, un giorno d’estate del secolo scorso, non era ancora stato inventato l’Erasmus o forse sì ma ancora non se ne parlava, comunque la capitale catalana era già considerata il nuovo Paese dei Balocchi e aveva cominciato a suggestionare i suggestionabili ragazzi italiani. Il ragazzo, arrivato insieme a un amico che si trovava in vacanza in Liguria, a Porto Maurizio, e quindi raccolto grosso modo a metà strada, si fece subito una gran scorpacciata di Gaudí sia perché gli piaceva Gaudí sia perché a Barcellona, almeno così gli parve, altre cose importanti da vedere non ce n’erano (ad esempio: il mare dove caspita era finito? eppure sulle cartine Barcellona risultava sulla costa…). Vide il parco Guell, la casa Batllò, la casa Milà, o Pedrera che dir si voglia, e ovviamente la Sagrada Familia, dove salì gli innumerevoli gradini di pietra di una torre altissima e sottile, e nonostante il turismo e il barcellonismo non gli sembrò di essere in un luna park (qualcosa tipo le montagne russe che aveva sempre odiato) ma dentro un cuore lanciato verso Dio oltre l’ostacolo dell’indifferenza. Il giorno dopo il ragazzo, sempre accompagnato dall’amico, andò a Montserrat: le finalità erano mariane anche se poi della visita al santuario trattenne soltanto la visione di una bellissima ragazza con bellissimi occhiali da sole, una specie di lolita kubrickiana però mediterranea quindi con la pelle più scura e più compatta. Vicino alla stazione della funivia ci fu un tentativo di conversazione, presto abortito non tanto per la differenza linguistica peraltro assai lieve (il catalano sarà mica una lingua straniera), quanto per la sorveglianza dei genitori. Passò a Barcellona l’ultima notte spagnola, il ragazzo aveva lavorato come bagnino in Romagna e sapeva che l’ultima notte di vacanza è quella in cui anche le ragazze più ritrose concedono qualcosa, come se a casa dovessero portarsi a tutti i costi il ricordo almeno di un bacio, indispensabile per riscaldare di nostalgia l’inverno tedesco o bolognese, e gli venne la medesima smania e dopo un giro in locali uno peggiore dell’altro si ritrovò sulla rambla non esattamente sobrio e a distanza molto ravvicinata con una creatura di genere incerto, nemmeno lei esattamente sobria. All’ultimo momento l’amico lo strappò da quel pericoloso abbraccio, adducendo motivi sanitari più che morali. Fu un bene: di Barcellona il ragazzo si portò a casa il ricordo della Sagrada Familia e non di un corpo nudo, che di corpi nudi ne avrebbe visti ancora mentre di chiese così mai più nessuna. Per qualche tempo l’amico gli fece presente, specie quando aveva bisogno di un favore o di un prestito, di averlo salvato da aids sicuro ma il ragazzo non ne era così convinto, per quanto la creatura della rambla apparisse effettivamente promiscua e zozzetta, e comunque considerava inelegante l’eccessivo attaccamento alla vita mostrato dai salutisti, dagli atei e dai vecchi. Aids o non Aids, pensava che sarebbe morto ben prima della trasformazione del sogno di Gaudí in realtà, un momento che situava, a naso, nel famoso anno del mai. I giorni sono scivolati come acqua di fiume, senza chiedere permesso sono arrivati un nuovo millennio, una nuova moneta, un nuovo mezzo di comunicazione, tutto un nuovo mondo ha conquistato la scena ma quel ragazzo non è morto e forse domenica 7 novembre riuscirà a vedere, nello schermo del suo computer, Papa Benedetto (che Dio ce lo conservi) consacrare la Sagrada Familia.

Tratto da © – FOGLIO QUOTIDIANO di Camillo Langone

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