mar 01 2009

MAESTRO E AMICO

L’intima vocazione di chi si prefigge la formazione spirituale è quella di custodire e preservare.
Come un padre accoglie, come una madre ascolta, come un fratello aiuta, come un guerriero difende, come un angelo consiglia, come un maestro insegna, come un pedagogo esorta, come un profeta annuncia, come un amico soffre delle cadute dell’assistito.

Riottoso alla presunzione di conoscenza consuma l’amore per l’amico nella sua propria debolezza, schiaffeggiato dalla consapevole limitatezza del proprio essere. Eppur si compiace delle sue infermità, perché non lui vuole affermarsi, ma la verità che ha in cuore di testimoniare, che lo rende forte opportune et inopportune.

Il suo dire non desidera né gloria né ammirazione, ma scaturisce dalla forza e dal vigore per quell’ideale di cui è sposo e di cui dona la sovrabbondanza che gli sgorga dall’anima.
Con spirito vigile veglia incessantemente su di sé, affinché le ombre del mondo non offuschino la sua limpidezza e con eguale solerzia sorveglia le anime di quegli amici che a lui hanno voluto affidarsi.

Con amore ammonisce, con giustizia punisce e con sapiente mano opera sui proliferanti mali dei suoi protetti, saldo e forte in quel coraggio di chi, pur amando, sa di dover ferire per spurgare le infezioni.

Obbediente alla propria coscienza non invade l’altrui libertà, ma infonde senso di responsabilità e schiettezza di spirito.
Custode del libero arbitrio non rinuncia all’ammonimento e alla rispettosa correzione, poiché non riesce a concepire sincerità di relazione senza verità di fatti ed intenti.

Come padre e maestro si prodiga per incarnare non solo la verità che annuncia, ma la vita stessa di chi assiste, soffrendo e gaudendo per l’amico come se ogni evento accadesse a se stesso.

La responsabilità che il formatore di spiriti si addossa è quella di chi, nell’orto del Getsemani, in attesa di esser braccato, torturato ed ucciso come il peggiore dei briganti, ebbe in cuore di dire: “Io conservavo nel tuo nome coloro che mi hai dato e li ho custoditi; nessuno di loro è andato perduto” (Gv 17,12).


feb 24 2009

SPIRITO D’ECCEZIONE

Il volgare trattamento che la cultura di massa ha riservato alle caustiche realtà dello spirito, ha portato ad una barbara approssimazione dell’animo umano, ingannando facilmente il profilo pressapochista dell’analfabeta spirituale contemporaneo.

Infrollito dal borghese intendere dell’avere, il barbaro frequentatore della religiosità a basso costo ha certo più interesse a cogliere l’aspetto emotivo del neofita che non l’asperità della costante lotta ascetica dell’aristocratico.
Impantanato nella ricerca di un qualche cosa che scuota l’impatto emotivo, lo stuolo dei mollicci mestieranti della fede si prona dinanzi a qualunque idea o fatto che confermi quelle piacevoli convinzioni, che assiomaticamente si sono poste a conditio sine qua non della propria patologia religiosa.

Nasce, così, la balocca consuetudine dell’insipiente, per cui il grado di intensità psico emotiva che raggiunge nella propria interiorità malata, è per lui la medesima nobiltà d’animo del gigante dello spirito, sfociando, invece, nelle puerili ed irrazionali logiche dello schizofrenico religioso.

Inutile sentenziare sugli errori del laicismo moderno se prima l’homo religiosus non fuoriesce da quel perverso meccanismo per cui se i fatti lo contraddicono, “tanto peggio per i fatti”.
Incarnare una religiosità sentimentale ed irrazionale è la colpa che grida vendetta ai nostri padri, della cui dottrina ci si è voluti servire per erigere castelli ideologici ora tradizionalisti ora progressisti, al fine di incasellare il mondo nei propri acrobatici tentativi di dittatura sulla realtà.

E’ per noi, traditori di un’incarnata dottrina che riecheggiano le parole del poeta:
“E i popoli stessi son colti dalla voluttà della morte.
E tramontano le civiltà eroiche…” (Chateaubriand).

Ed infine, nel burrascoso tramonto di un’era, sorgono, in qualche catacomba del mondo, le eccezioni, quei singoli che hanno trovato nella rassegnazione ad un ideale l’olezzo insopportabile di cui puzza la volgare viltà dell’edonismo contemporaneo.
Rivoltosi ed indignati, concentrano il proprio impegno alla ricerca della onesta e disinteressata verità, che sia per essi vantaggiosa o svantaggiosa. Costanti nel gaudio e nello sconforto, superano le prove che il destino attende, affrontando con timore e tremore quel laccio che gli è teso su tutti i sentieri (cfr. Osea 9,8), talvolta piegati dalla fatica a cui la costanza obbliga.

E’ in questa ostentata avversità, priva dei fervori gaudenti dei suddetti, che l’uomo è provato nel suo ideale, novello Giobbe che tutto sa perdere, ma non l’onore del suo fermo sposalizio a ciò che in coscienza ritiene il Bene.
Fedele a se stesso, agisce in funzione del suo pensiero e non indietreggia dinanzi alle intimidazioni di una società che lo rifiuta.
Con bocca di profeta annuncia ciò che vede, conscio della responsabilità che su di lui incombe, poiché penetrare l’anima dell’uomo e del mondo è una faccenda riservata alla spregiudicata nobiltà di chi tutto gioca per l’essere e nulla riserva per l’avere.

Schiacciato dal suo aristocratico ambire, scava in profondità la sua anima, sprigionando in modo proporzionale le ali che lo porteranno alle altezze dei nobili rapaci, che, come attente sentinelle, focalizzano da ineguagliabile altura il particolare più nascosto. Sentinella attenta del popolo che lo disprezza, sosta infaticabile alla contemplazione attiva della sua verità, pronto come un arciere a scoccare precisa la freccia che penetrerà profonda nel cuore della propria e dell’altrui coscienza.

L’inspiegabilità di una scelta dolorosa è il paradosso che crea lo spirito d’eccezione.


nov 23 2008

VIGILANZA RECIPROCA

Tag:Tag , , , , , Paolo De Bei @ 21:48

All’interno di un gruppo, oltre alla presenza di una guida, è necessario creare la responsabilizzazione di ogni singolo, per mezzo di un’adeguata vigilanza reciproca.
Ciascuno divenga custode del suo prossimo, senza cadere nella presunzione di averne la direzione.
L’amorevolezza reciproca che passa attraverso il riguardo dell’altrui integrità è il più adeguato mezzo che una guida saggia può utilizzare per la creazione di un ambiente sano e responsabile.


nov 22 2008

TRASFORMAZIONE

Tag:Tag , , Paolo De Bei @ 22:11

Saper essere severi ed amorevoli, far convivere ad un tempo le due dimensioni, non è tanto un’arte da imparare, quanto una spiritualità da incarnare.
Solo Dio può trasformare l’anima in Se Stesso.


set 05 2008

GRAZIE A….

Tag:Tag , , , , , admin @ 21:27

fiore4so GRAZIE A....Avete scelto Falco Bianco e forse non sapete perché, o forse sì.

Noi non siamo solo amici, ma intimamente partecipi del nostro pensiero.

Vi ha incuriosito l’associazione? O lo avete appreso annusando e vi è piaciuto l’odore?

Siamo persone che sbagliano e imparano, su questo non abbiamo dubbi.

Ciò che fa vivere questa esperienza è un atto di volontà, fondato sulla convinzione che per ciascuno di noi sia possibile disincagliare la propria essenza dai fondali rabbiosi e ostili del nostro io egoistico, almeno per momenti fugaci, lampeggianti.

Per sconfiggere la nostra imperfezione?

Non lo credo possibile del tutto, no.

Piuttosto per abbracciare porzioni sempre più vaste dell’immensa attrazione di cui siamo parte. Per allargare le braccia, per abbracciare senza soffocare, per abbracciare senza trattenere, per saper lasciare andare, pur vivendo con intensità e passione l’intreccio misterioso della vita.

E’ impossibile ripercorrere di quali intrecci e di quali profondità è intessuta ogni vita, e molti rimangono al di sotto della soglia della nostra consapevolezza. Eppure, ogni intreccio, per quanto mi riguarda, meriterebbe un “grazie”.

Queste storie non sarebbero mai nate senza l’altro, l’uomo o la donna o il bambino incontrato.

Una storia che non c’è, si rende giustizia da sé. Ha infiniti modi di esserci e non può non esserci.

E’ importante per noi ciò che la storia dice, perché il tondo leggero del suo soffice calco vibra nelle profondità, soprattutto nel silenzio interiorizzato e meditato., riflettuto.

Il sogno ci sveglia e ci lascia sempre incompiuti, così come il dare è un incompiuto avere e l’avere un incompiuto dare.

Così si apre lo spazio per una vasta gamma di scelte, dolori ed errori, ma anche splendori, divisi come il giorno e la notte.

Noi non ci accontentiamo: desideriamo vedere i nostri germogli apparire e fiorire.


set 05 2008

ODE ALLA VITA – (Pablo Neruda)

Tag:Tag , , , , , admin @ 20:51

libro della vita ODE ALLA VITA   (Pablo Neruda)Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine, ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi, chi non cambia marcia, chi non rischia e non cambia i colori dei vestiti, chi non parla a chi non conosce.

Lentamente muore chi fa della televisione il suo guru. Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su bianco e i puntini sulle “i”, piuttosto che un insieme di emozioni, proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti all’errore e ai sentimenti.

Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi infelice sul lavoro, chi non rischia la certezza per l’incertezza per inseguire un sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire a consigli sensati.

Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi non ascolta musica, chi non trova la grazia in se stesso.

Muore lentamente chi distrugge l’amor proprio, chi non si lascia aiutare.

Muore lentamente chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna, della pioggia incessante.

Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non fà domande sugli argomenti che non conosce, chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.

Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivi richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare.

Soltanto l’ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida felicità.