OPEROSITA’ E DOTTRINA

Può darsi che avesse ragione don Bosco. E’ forse più saggio portare una filosofia attraverso la pratica di una dottrina che non attraverso la spiegazione della dottrina stessa.
La gente comprende più il fare che il concetto e attraverso la direzione attenta dell’agire, si possono portare le persone ad una comprensione vissuta della dottrina e attuare una selezione naturale su quelli mossi da ipocrisia o sentimentalismo.
La creazione di un ambiente adeguato all’operosità è forse il miglior servigio fatto allo spirito.
Creare un luogo adeguato in cui formare l’intera persona, dove non solo venga professata la verità, ma dove venga anche fatto tacere l’errore, è l’esigenza prima del nostro tempo.
Insegnare un S. Giovanni della Croce senza una sovrastruttura ambientale e comportamentale adeguata, è una fatica assolutamente inutile.

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SULLA LEGGE NATURALE

Salve, mi chiamo Simona, ho 24 anni e leggo sempre con molto interesse il vostro blog. Mi rivolgo a Voi per chiedervi che cosa si intenda per “legge naturale” e su quali basi è possibile affermare che ogni uomo riconosce allo stesso modo il bene ed il male.
Tutte le persone che frequento sostengono che questo non è possibile, ma io credo che debba esserci una natura comune che ci renda simili: sbaglio? […]

Simona da Ravenna

Cara Simona,
il problema che sollevi ha una storia ed una ramificazione discorsiva vastissima.
Per legge naturale si intende quell’insieme di regole già inscritte nell’animo umano, a prescindere dalle leggi che regolamentano i popoli.
Furono gli stoici a sviluppare per primi in modo organico questa idea, e, grazie ai giuristi imperiali dell’età romana, la patristica cristiana ebbe modo di riceverne l’eredità concettuale.
Intesa come un sigillo impresso da Dio nell’anima, la legge di natura viene fin da subito a coincidere con la morale stessa, funzionando come minimo comune denominatore per la legislazione del diritto positivo e delle norme giuridiche esistenti.
Secondo San Tommaso d’Aquino le leggi di un popolo sono solo “leggi umane”, ovvero norme utili all’ordine civile, ma in esse si specifica e si particolarizza la legge naturale, la quale è il modo in cui è presente nelle creature razionali quella legge oggettiva eterna, che ha la sua origine nella mente di Dio.
Leone XIII scrive a riguardo nell’enciclica Libertas praestantissimum: La legge naturale è inscritta e scolpita nell’anima di tutti i singoli uomini: essa, infatti, è la ragione umana che impone di agire bene e proibisce il peccato […]. Questa prescrizione dell’umana ragione, però, non sarebbe in grado di avere forza di legge, se non fosse la voce e l’interprete di una ragione più alta, alla quale il nostro spirito e la nostra libertà devono essere sottomessi“.
In altri termini la legge naturale indica all’uomo le norme prime ed essenziali che regolano la vita di fronte al bene ed al male, per mezzo di quella che viene comunemente definita coscienza.
Per un cristiano l’esposizione semplificata e precettistica dei principi di coscienza è espressa nel Decalogo.
E’ Tommaso d’Aquino a ribadire ulteriormente che “la legge naturale altro non è che la luce dell’intelligenza infusa in noi da Dio. Grazie ad essa conosciamo ciò che si deve compiere e ciò che si deve evitare. Questa luce o questa legge Dio l’ha donata alla creazione“.
Altresì, il Catechismo della Chiesa Cattolica, sostiene  che “la legge naturale è immutabile e permane inalterata attraverso i mutamenti della storia” e che le norme che la esprimono restano sostanzialmente valide.
A queste basi, però, va aggiunta una diversificazione tra la comprensione del bene e la sua pratica.
Infatti, secondo la trattazione greca dell’etica, sembra quasi che il bene, per essere concretizzato, non abbia altra necessità che l’essere compreso, cadendo così in un intellettualismo morale talvolta poco concreto.
La rivoluzione cristiana, invece, introduce il principio di peccato. Questo consiste per l’appunto nella distanza che si frappone tra la comprensione di ciò che è buono e la sua costante pratica.

In epoca moderna si oppone a questa tesi il positivismo giuridico, il quale afferma che l’unico diritto esistente è quello arbitrariamente deciso dal legislatore, di fatto indipendente dal valore morale a cui esso rimanda o dalla sua conformità all’idea di giustizia.
Il maggiore rappresentante contemporaneo di questa filosofia fu H. Kelsen, il quale, nella Dottrina pura del diritto, si prefigge di liberare la scienza del diritto da tutti quegli elementi che le sono estranei, quali Dio e la morale.
Di qui la conseguente polemica con il giusnaturalismo, il quale ritiene la normativa sociale doverosamente basata su un ordine oggettivo e razionale, in base al quale essa deve essere giustificata o criticata.
Kelsen sostiene, dunque, che la legge naturale non sia altro che irrazionale ed ideologica, perché l’oggetto della scienza giuridica non deve essere confuso con la realtà sociale in cui esso viene applicata.
Tale posizione, oltre a prevedere le relazioni umane come un artificio contrattuale, si presenta come un filamento ideologico dello Stato Etico hegeliano, presenta pericolosità sotto ogni punto di vista, sia personale che sociale.
Seguendo tale filosofia ciascun singolo pare giustificato ad elaborare un’etica arbitraria ed autoreferenziale, incapace di relazionarsi con un modello di verità e di giustizia oggettivo ed universale, scadendo in forme di relativismo assolute prive di motivazioni reali. Sul piano sociale il positivismo giuridico rischia di rendere dittatoriale la forma di governo nella quale si inserisce, poiché i legislatori non andrebbero più ad interagire con una dimensione metafisica, oltre la storia ed il tempo, ma si baserebbero su arbitrarietà e sensibilità personali e pericolosamente variabili.
Questo modello di intendere, oggi largamente diffuso in ogni strato sociale, intende dire che non è più la verità ad incarnarsi nel tempo, ma è il tempo a produrre quella verità di cui l’uomo è giudice indiscusso.
Scriveva profeticamente Tocqueville: “Se cerco di immaginare il dispotismo moderno vedo una folla smisurata di esseri simili e eguali che volteggiano su se stessi per procurarsi piccoli e meschini piaceri di cui si pasce la loro anima. Ognuno di essi, ritiratosi in disparte, è come straniero a tutti gli altri, i suoi figli e i suoi pochi amici costituiscono per lui tutta l’umanità; il resto dei cittadini è lí, accanto a lui, ma non lo vede; vive per sé solo e in sé, e se esiste ancora la famiglia, già non vi è piú la patria.
Al di sopra di questa folla vedo innalzarsi un immenso potere tutelare, che si occupa da solo di assicurare ai sudditi il benessere e di vegliare alle loro sorti. E’ assoluto, minuzioso, metodico, previdente e persino mite. Assomiglierebbe alla potestà paterna, se avesse per scopo, come quella, di preparare gli uomini alla virilità. Ma, al contrario, non cerca che di tenerli in un’infanzia perpetua.
Lavora volentieri alla felicità dei cittadini, ma vuole esserne l’unico agente, l’unico arbitro. Provvede alla loro sicurezza, ai loro bisogni, facilita i loro piaceri, dirige gli affari, le industrie, regola le successioni, divide le eredità: non toglierebbe forse loro anche la fatica di vivere e di pensare?
Cosí, ogni giorno, meno utile e piú raro diviene l’impiego del libero arbitrio, piú limitata l’azione della volontà. Dopo aver plasmato a suo piacimento ogni individuo, il sovrano stende la mano sulla società intera, coprendola di una fina rete di minuziose regole, uniformi e complesse, attraverso le quali nessuno spirito, foss’anche il piú originale e vigoroso, riuscirebbe mai a farsi luce
“.

Per limiti di sintesi non mi dilungo su quei moti interiori che paralizzano ed offuscano la percezione e la pratica del bene, utilizzando a giustificazione posizioni di pensiero ben congeniate dalla propria malizia, al fine di nascondere la corrosività della propria colpevolezza, ma reputo che ciascuno di noi, in cuor suo, ne abbia piena avvertenza.

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