Introduzione del prof. Umbearto Galeazzi al libro:  Tommaso D’Aquino, “I vizi capitali” – testo latino a fronte -, ed. BUR, 1996.

1 – Il disorientamento contemporaneo e l’umanità da salvaguardare.

Che senso ha, oggi, leggere Tommaso d’Aquino e, in particolare, la sua indagine sull’etica? Che senso ha parlare di vizi e, quindi, di virtù; di male e, quindi, di bene?
Riproporre il dialogo con il genio speculativo dell’Aquinate significa verificare se il suo pensiero aiuta a capire l’uomo di oggi, con le sue conquiste, ma anche con il suo disorientamento, con le sue angosce e, non di rado, con la sua disperazione. Si tratta di vedere se quel pensiero aiuta a rispondere alle domande sempre più inquietanti che si impongono, quando si avverte che oggi la «posta in gioco nelle scommesse sull’agire», nelle scelte etiche, è la vita umana, con una implicita minaccia non solo alla qualità della vita e alla stessa sopravvivenza di poche o tante persone, ma anche alla stessa «identità umana» come «essenza dell’uomo globalmente inteso».(1) In un certo senso questo si può dire non solo per il nostro tempo, ma la peculiarità della situazione attuale è caratterizzata dalla compresenza di un «Prometeo irresistibilmente scatenato, al quale la scienza conferisce forze senza precedenti e l’economia imprime un impulso incessante»(2) e di un «nichilismo nel quale al massimo potere si unisce il massimo di vuoto, il massimo di capacità al minimo di sapere intorno agli scopi».(3) Sicché da questo rischio inedito scaturisce l’esigenza e la nozione di umanità da salvaguardare non solo rispetto alla minaccia, mai debellata definitivamente, alla sopravvivenza fisica, ma anche di fronte al pericolo di una pretesa manipolativa che stravolga la stessa identità dell’essere umano, la sua integrità e specificità.Uno dei sintomi non secondari, che fanno pensare a quel pericolo come non solo ipoteticamente remoto, è costituito dalla tendenza a relegare l’umana ragione a un ruolo strumentale e meramente calcolante. In tal modo, come ha evidenziato l’acuta diagnosi critica dei Francofortesi (4), essa viene ridotta a vuota razionalità formale, capace solo di verificare la coerenza interna di un certo procedimento e la funzionalità dì certi mezzi rispetto a scopi prefissati, ma viene neutralizzata di fronte ai fini, sui quali si pretende che non possa dire nulla. Perciò diventa uno strumento utilizzabile per qualsiasi fine, che evidentemente viene scelto e imposto in base a fattori e motivazioni a-razionali e addirittura arbitrar! e irrazionali. La critica della ragione strumentale evidenzia che, in tal modo, la ragione tende a essere ridotta a mero strumento, a cosa fra le cose, ma questa reificazione è reificazione dell’uomo stesso. Perché l’asservimento dell’intelligenza non è altro che l’asservimento dell’uomo, le cui possibilità di libertà e di esplicazione della propria personalità sono legate all’autonoma capacità di giudizio e di superamento critico, prima ancora che pratico, della situazione in cui si trova. Ma ciò è possibile solo se la ragione non mortifica la sua costitutiva vocazione veritativa, che la impegna  come testimonia la tradizione filosofica occidentale, per limitarci a questa  a conoscere la realtà e, in essa, il significato dell’esistenza umana, indagando su questioni decisive «riguardanti l’idea del massimo bene, il problema del destino umano, il modo di realizzare i fini ultimi».(5) Il rifiuto nichilistico di quella vocazione, con il conseguente vuoto etico, oggi sempre più diffuso perfino a livello di senso comune, è l’esito estremo di quella filosofia morale moderna, «la cui disfatta è stata predeterminata sin dall’inizio dai modi in cui la ricerca è stata pensata»(6): per esempio, ritenendo che potesse avere un senso riproporre il «dovere», prescindendo dal concreto bene umano e così caricando tutto l’onere fondativo sulle spalle ben fragili dell’autolegislazione della soggettività, per quanto trascendentale.
Da ciò la situazione attuale, in cui ci troviamo di fronte alla «più grande sfida che sia mai venuta all’essere umano dal suo stesso agire».(7)
In questa distretta, non priva di rischi di involuzioni disumanizzanti, il pensiero postmoderno non può essere di grande aiuto perché in gran parte è condizionato da presupposti che lo portano a dibattersi in drammatiche e significative contraddizioni, che si riflettono nel disorientamento degli uomini, delle donne, in particolare dei giovani, bombardati dai molteplici e contrastanti messaggi dei mezzi di comunicazione di massa e, per così dire, indifesi, perché privi di validi criteri di discernimento critico.
Da un lato dunque si insiste sulla finitezza dell’uomo, con ciò riconoscendo i suoi molteplici limili, dall’altro e, insieme, si pretende che egli non abbia nessun limite nelle sue scelte etiche, che in tal modo creerebbero i valori, anziché riconoscerà. Ciò significa che qualsiasi comportamento, per quanto aberrante secondo la tradizione etica plurisecolare e secondo il senso comune, in quanto scelto da qualcuno diventerebbe positivo e moralmente accettabile. In tal modo gli uomini e le donne, cosi limitati da dover rispettare, per esempio, le leggi della propria costituzione fisiologica per evitare involu-zioni patologiche e addirittura l’autodistruzione, avrebbero invece la «responsabilità di essere padroni del senso e della norma» (8).

Ma, se uno è padrone del senso e della norma, vuoi dire che il suo arbitrio non ha alcun valore da rispettare, nemmeno quello dei suoi simili; se c’è rispetto è semplicemente casuale, momentaneo, ma non può escludere di convenirsi nel suo opposto. Quell’esclusione, infatti, è negazione della pretesa di esser padrone del senso e della norma, poiché significa che c’è comunque una norma da rispettare, di cui non si è padroni.
C’è, dunque, un contrasto irriducibile tra il rifiuto nichilistico di una nonnatività superiore all’arbitrio del soggetto e l’intento, ugualmente asserito, di salvaguardare e di promuovere la dignità dell’uomo in una convivenza sempre più rispettosa della dignità di ogni persona- Ma ancora: che senso può avere parlare dì dignità dell’uomo o di rispetto dell’uomo se nel contempo se ne rifiuta la verità e l’identità, considerate sostanzialmente repressive delle «invenzioni» dell’arbitrio senza regole? Come si può conciliare l’apologia della trasgressione con l’esigenza del rispetto delle persone?

Per altro verso, la pretesa nicciana di porre l’uomo al di là del bene e del male, cancellandone la differenza e cancellando ogni dover essere si rivela impossibile da realizzarsi, in quanto legata alla dura condanna di comportamenti, considerati negativi, perché giudicati contro la vita, o meglio, in contrasto con un modo vitalistico di intendere la vita umana.
Anche qui c’è un’aporia insanabile tra la pretesa distruzione radicale di ogni etica normativa e il disegno, fatto valere più o meno implicitamente e surrettiziamente, di affermare una certa interpretazione del bene umano.
Per non dire delle contraddizioni pratiche del non cognitivismo scientistico, riduttivo delle possibilità dell’umana ragione, dichiarata incapace di pronunciarsi sui fini dell’agire. Ma, nella concreta realtà storico-sociale, se i comuni menali non possono scoprire i fini, che, però, di fatto non possono non essere scelti, con una implicita presa di posizione anche teoretica, allora evidentemente c’è chi pensa a imporli, sia che si tratti dei gruppi di potere dominanti, o dei burocrati di panito, o di chi riesce a proporsi per mezzo dei mass-media e dell’industria culturale.

Dunque questo riduttivismo scientistico che è un pensiero senza speranza, incapace di trascendere la situazione di fatto perché rinuncia a metterne in questione i fini prevalenti, non può non essere implicitamente apologetico del disordine stabilito, con gli assetti disumanizzanti che esso implica.
È, perciò, quello scientistico, un .pensiero che non riesce a mantenersi in una incontaminata purezza scientifica, ne in una asettica neutralità teoretica, perché diventa funzionale al potere, proprio in quanto esclude la riflessione e valutazione critica sui fini; è così poco neutrale che si rivela «amico di quello che di volta in volta è l’esistente»,9 che «non conosce limiti ne nell’asservimento delle creature, ne nella sua docile acquiescenza ai signori del mondo» (DI, p. 12).
È così poco a-filosofico e ametafisico da favorire il tentativo di riduzione dell’uomo a cosa fra le cose – facendo valere una implicita, ma inequivocabile posizione metafisica. quella appunto che sostiene la reificazione -, da sottomettersi al «falso assoluto: il principio del cieco dominio» (DI, p. 50).